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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/10/2023

Chi di microchip ferisce, di grafite perisce

Martedì il quotidiano The Telegraph ha pubblicato una notizia emblematica del clima di sfiducia e sospetto che sta ammorbando le relazioni tra la Repubblica Popolare Cinese e l’Occidente.

Tagliando un legame che risale al colonialismo britannico, per timori di attività di spionaggio la marina del Regno Unito sta licenziando il personale cinese in servizio sulle sue navi da guerra, per la maggior parte lavandai reclutati a Hong Kong. Verranno rimpiazzati da lavoratori nepalesi.

«È una questione di sicurezza, la marina non ha scelta», ha commentato l’ex ammiraglio Allan West.

E di “sicurezza economica” e “sicurezza nazionale” ci occuperemo nella prima parte di questa edizione di Rassegna Cina, esaminando la rappresaglia contro le ultime limitazioni all’esportazione in Cina di microchip avanzati varate dall’amministrazione Biden.

Pechino ha risposto bloccando l’export di grafite, un minerale essenziale per le batterie elettriche, del quale gli Stati Uniti sono i primi importatori globali.

Spazio poi al clamoroso annuncio di un’inchiesta cinese su Foxconn, la multinazionale taiwanese primo datore di lavoro del settore privato nella RPC: è un messaggio al suo fondatore, Terry Gou, nel tentativo di influenzare le prossime elezioni presidenziali di Taiwan?

Buona lettura!

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Pechino prova a frenare il contenimento hi-tech Usa, stop all’export di grafite cinese (dopo germanio e gallio)

A partire dal 1° dicembre prossimo, i produttori della Cina – da dove proviene il 65% di quella esportata nei mercati internazionali – non potranno più vendere all’estero la grafite lavorata di alta qualità (utilizzata nelle batterie dei veicoli elettrici) se non avranno prima ottenuto la relativa approvazione governativa.

Con l’annuncio arrivato venerdì 20 ottobre dal ministero del commercio e dall’amministrazione delle dogane cinesi – mentre prosegue una complessa trattativa con Washington sugli scambi e gli investimenti bilaterali – Pechino ha avvertito la controparte che è disposta a utilizzare un’arma molto potente contro il contenimento hi-tech attuato dall’amministrazione Biden, che punta a rallentare lo sviluppo industriale e militare della Cina.

La grafite è una componente fondamentale delle batterie agli ioni di litio, che, dopo essere diventate ubique nell’elettronica di consumo, si sono imposte nell’industria automobilistica.

Per i prossimi anni è previsto l’allargamento del divario tra domanda e offerta della preziosa polvere grigia classificata da Stati Uniti, Unione Europea, Giappone e Canada come “materia prima essenziale” (Crm), indispensabile per la transizione dai combustibili fossili all’elettrico.

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, la domanda crescerà fino a 25 volte entro il 2040 (rispetto al livello del 2020). Oltre che nell’automotive, la grafite è utilizzata nella difesa, nell’aerospazio e nella chimica. La Cina ne è l’esportatore numero uno, i principali importatori globali sono gli Usa.

Il monopolio della produzione di grafite è un esempio tipico di quella dipendenza dalla Cina dalla quale – nei settori considerati strategici – Usa e Ue puntano a liberarsi, grazie alle rispettive politiche di “de-risking”. Il dominio di questo mercato evidenzia però anche le difficoltà di emanciparsi da un paese che sforna prodotti di buona qualità a prezzi imbattibili.

«Siamo disposti a pagare di più per avere materiali sostenibili nelle nostre batterie?», si è domandato Hans Erik Vatne, amministratore delegato della norvegese Vianode, che dall’anno prossimo fabbricherà grafite sintetica.

Lo stesso interrogativo si ripropone per i microchip avanzati, la cui produzione – su impulso dell’amministrazione Biden – il monopolista Tsmc sta spostando parzialmente da Taiwan negli Usa e in Giappone, e per l’intera filiera hi-tech.

Pechino ha comunicato le nuove regole sull’export di grafite dopo che, martedì 17 ottobre, l’amministrazione Biden ha limitato ulteriormente la vendita alla Cina di semiconduttori avanzati che, ha sostenuto la segretaria al commercio, Gina Raimondo, «potrebbero alimentare scoperte nell’intelligenza artificiale e nei computer sofisticati che sono fondamentali per le applicazioni militari cinesi».

La guerra hi-tech tra Washington e Pechino si combatte ormai a carte scoperte, tanto che i media cinesi non hanno esitato a parlare di rappresaglia nei confronti dei “comportamenti egemonici” degli Stati Uniti, sottolineando che alcuni tipi di grafite, proprio come certi microprocessori, vengono utilizzati negli armamenti.

La mossa sulla grafite fa seguito alle restrizioni decretate da Pechino sull’export di germanio e gallio – entrate in vigore il 1° agosto scorso – per effetto delle quali nei mesi di agosto e settembre le spedizioni dalla Cina di questi due metalli fondamentali per la fabbricazione di semiconduttori si sono ridotte a zero. Dall’inizio del 2023 il prezzo del germanio e del gallio è aumentato rispettivamente del 20 e del 13 per cento. La Cina detiene inoltre il monopolio delle 17 cosiddette “terre rare”, anch’esse fondamentali per l’energia pulita, la difesa, l’automotive, l’elettronica e l’aerospazio.

«Questo è solo l’inizio delle nostre contromisure, la cassetta degli attrezzi cinese ha molti altri strumenti a disposizione», aveva dichiarato Wei Jianguo dopo la stretta su germanio e gallio. L’ex viceministro del commercio aveva previsto che «se le restrizioni hi-tech nei confronti della Cina diventeranno più severe in futuro, lo saranno anche le contromosse cinesi».

Le strategie di sicurezza nazionale ed economica dell’amministrazione Biden puntano a frenare l’avanzata della Cina nei settori dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale e dell’informatica quantistica e, nello stesso tempo, a riportare negli Stati Uniti la manifattura dei microchip, scesa dal 37 al 12 per cento di quella globale tra il 1990 e il 2022.

Ma, dal momento che la Cina possiede gran parte delle materie prime hi-tech, è possibile negarle l’accesso ai semiconduttori avanzati (dei quali quelle materie prime sono componenti chiave) senza mettere a repentaglio intere filiere – come quella dell’automotive (nel caso della grafite) o degli stessi semiconduttori (per il germanio e il gallio) – esposte alle reazioni di Pechino?

La statunitense Semiconductor Industry Association ha fatto sapere che, pur riconoscendo la necessità di proteggere la sicurezza nazionale, «controlli eccessivamente ampi e unilaterali rischiano di danneggiare l’ecosistema dei semiconduttori statunitense senza promuovere la sicurezza nazionale poiché incoraggiano i clienti esteri a guardare altrove».

La scorsa settimana l’amministrazione Biden ha decretato il divieto di vendita alla Cina di microchip per l’intelligenza artificiale, tra cui gli A800 e gli H800, messi in commercio dalla californiana nVidia per rispettare le precedenti restrizioni varate dall’amministrazione Biden e poter vendere in Cina microprocessori meno performanti.

Ma i giganti cinesi di internet Alibaba, Tencent, ByteDance e Baidu non hanno atteso che il bando entrasse in vigore, e hanno fatto incetta dei velocissimi A100 e H100, acquistandone per 5 miliardi di dollari.

Infatti, mentre i divieti sono ufficialmente diretti al settore militare, tra le vittime “collaterali” ci sono le compagnie che stanno cavalcando l’impetuoso sviluppo dei “large language models” (Llm), come Ernie – la cui versione 4.0 è stata svelata il giorno dell’annuncio delle ultime restrizioni Usa – che conta 45 milioni di utenti e che, secondo lo sviluppatore Baidu, può competere con GPT4.

Oggi il ministro degli esteri di Pechino, Wang Yi, inizia una visita di tre giorni negli Stati Uniti, durante la quale incontrerà il segretario di stato, Antony Blinken, e il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan.

Il viaggio negli Usa di Wang (a capo della commissione esteri del partito, numero nove della nomenklatura comunista e tra i più stretti collaboratori di Xi) arriva dopo una serie di visite in Cina di alti funzionari dell’amministrazione democratica nelle ultime settimane.

Tra gli argomenti di confronto, oltre ai dossier macroeconomici, alla guerra in Ucraina e alla crisi di Gaza, ci sarà la possibilità di un incontro tra Xi Jinping (che ieri ha ricevuto a Pechino il governatore della California, Gavin Newsom) e Joe Biden, che potrebbe aver luogo il mese prossimo a margine del vertice della Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec) di San Francisco (12-18 novembre).

Alla vigilia della partenza di Wang, la portavoce del ministero degli esteri, Mao Ning, ha dichiarato: «Ci auguriamo che gli Stati Uniti lavoreranno con la Cina per mettere in pratica l’importante consenso dei due capi di Stato (raggiunto al vertice del G20 di un anno fa a Bali, ndr), rafforzare la comunicazione e il dialogo, espandere la cooperazione pratica gestendo adeguatamente le differenze», e ha invitato Washington a collaborare con Pechino affinché le prime due economie del pianeta «ritornino sulla via di uno sviluppo sano e stabile».

Pechino e Washington stanno cercando il modo di raffreddare la tensione, in una fase in cui gli Stati Uniti devono gestire in qualche modo parallelamente il conflitto in Ucraina e quello tra Israele e Hamas e la Cina è alle prese col rallentamento della sua economia.

L’altro ieri si è svolto (in collegamento video) il primo incontro del gruppo di lavoro economico Cina-Usa, che il ministero delle finanze cinese ha definito “approfondito, schietto e costruttivo”. E ieri si è tenuta una riunione del nuovo gruppo di lavoro congiunto sulle questioni finanziarie.

I due gruppi di lavoro sono stati istituiti a settembre per migliorare la comunicazione bilaterale, in seguito ai colloqui del luglio scorso tra il vice premier cinese, He Lifeng, e la segretaria al tesoro statunitense Janet Yellen.

La Foxconn del candidato Gou sotto inchiesta in Cina, a due mesi dalle elezioni presidenziali a Taiwan

In Cina sono state avviate indagini per evasione fiscale e sull’utilizzo dei terreni da parte della multinazionale dell’elettronica Foxconn, fondata da Terry Gou, candidato indipendente alle elezioni presidenziali di Taiwan che si svolgeranno il 13 gennaio 2024.

A rivelarlo, domenica 22 ottobre, è stato il Global Times, che ha riferito di perquisizioni avvenute in sedi Foxconn di quattro province: Guangdong, Jiangsu, Hunan e Hubei.

La compagnia – che, con oltre 1 milione di dipendenti, è il principale datore di lavoro del settore privato nella RPC, nonché il maggiore produttore globale di elettronica in outsourcing – ha comunicato che «collaboreremo attivamente con le (autorità) competenti per le operazioni in questione».

Ufficialmente il settantatreenne Gou ha rinunciato a ogni incarico aziendale per candidarsi alle elezioni che decideranno il successore di Tsai Ing-wen.

Mercoledì 25 ottobre, la portavoce dell’Ufficio per gli affari taiwanesi del governo di Pechino, Zhu Fenglian, ha dichiarato:
Attualmente, le relazioni tra le due sponde dello Stretto attraversano una fase critica e l’isola si trova ad affrontare una scelta cruciale tra pace e guerra, prosperità e declino.

Ci auguriamo che i compatrioti di Taiwan, per salvaguardare la propria sicurezza e il proprio benessere, si oppongano con decisione all’indipendenza di Taiwan e facciano scelte razionali. [...]

Mentre le imprese dell’isola di Taiwan condividono i dividendi della crescita e raggiungono uno sviluppo sostanziale nel continente, dovrebbero anche assumersi le corrispondenti responsabilità sociali e svolgere un ruolo attivo nella promozione dello sviluppo pacifico delle relazioni tra le due sponde dello Stretto. [...]

La “indipendenza di Taiwan” significa guerra. Speriamo che i compatrioti di Taiwan apprezzeranno la pace nello Stretto di Taiwan come hanno a cuore i propri occhi, e si opporranno al separatismo della “indipendenza di Taiwan” come si oppongono alla guerra, e lavoreranno insieme ai compatrioti sulla terraferma per promuovere il ritorno delle relazioni tra le due sponde dello Stretto sulla via dello sviluppo pacifico.
Foxconn è il primo produttore globale di elettronica in outsourcing per brand come Apple e Microsoft, tra gli altri. Subito dopo la pubblicazione della notizia dell’avvio dell’indagine, lunedì le azioni Foxconn scambiate a Taiwan, sono scese del 3,0% e ieri la Foxconn Industrial Internet Co Ltd, una filiale di Foxconn che opera sul mercato delle azioni A della Cina continentale, è crollata a 13,54 yuan per azione.

Terry Gou non ha commentato la notizia dell’inchiesta cinese, e si è limitato a ricordare che non è più coinvolto nella gestione quotidiana dell’azienda, della quale rimane tuttavia un grande azionista, e ha annullato senza spiegazioni un evento elettorale previsto per lunedì sera.

Intanto però gli uomini della sua campagna elettorale sono indagati a Taiwan, accusati di aver acquistato (per l’equivalente di una dozzina di dollari ognuna) le firme necessarie alla presentazione della sua candidatura alle presidenziali come indipendente. Mentre i sondaggi lo danno tuttora inchiodato intorno al 10% delle preferenze, staccato da tutti e tre gli altri pretendenti: Lai Ching-te (Partito progressista democratico), Ko Wen-jie (Partito del popolo), Hou Yu-ih (Kuomintang).

Se Terry Gou rinunciasse a correre per la presidenza, si riaccenderebbe la speranza per Ko (che avrebbe il 25,6% dei consensi) e Hou (21,1%), anche perché negli ultimi mesi la popolarità del Partito progressista democratico della presidente Tsai è in costante declino.

Se poi il Partito del popolo e il Kuomintang riuscissero (ne stanno discutendo da qualche settimana) a presentarsi assieme, convergendo su un candidato unitario per la presidenza, avrebbero – secondo i sondaggi – la vittoria in tasca.

Questa ipotesi è considerata tuttavia altamente improbabile, per l’accanita competizione tra il vecchio partito nazionalista Kuomintang e il giovane e “alternativo” Partito del popolo, fondato da Ko nel 2019.

Martedì, il vicepresidente di Taiwan Lai Ching-te, candidato alla presidenza del Partito progressista democratico (Dpp) alle elezioni di gennaio (in testa, secondo i sondaggi, con il 29,7%) si è scagliato contro la Cina per l’indagine su Foxconn, dichiarando che Pechino dovrebbe “apprezzare” le aziende taiwanesi e non esercitare pressioni su di loro.

Fonte

14/03/2023

Apple e Foxconn guardano all’India per sganciarsi dalla Cina

In un clima di scontro strategico aperto tra Washington e Pechino, la spinta alla rilocalizzazione delle filiere per ridurre la dipendenza dalla grande «fabbrica del mondo» cinese indirizza anche le scelte di Apple e Foxconn. I due colossi stanno infatti cercando di diversificare i siti di produzione; guardano al Vietnam e, soprattutto, all’India.

Tra le due aziende e la Cina c’è una sorta di triangolo di interdipendenza. Circa un quinto delle entrate di Apple proviene dal Dragone, dove inoltre è prodotto più del 90% degli iPhone. Sempre lì si trovano sei dei sette principali impianti di produzione e assemblaggio della multinazionale di Taiwan, che lavora su contratto per il marchio della mela morsicata.

Già con la pandemia i governi occidentali avevano espresso la necessità di rimodellare le filiere, in modo tale che fossero più facilmente controllabili dai propri centri imperialisti. La politica “Zero Covid” e poi il suo allentamento hanno creato rallentamenti nella distribuzione degli ultimi modelli di iPhone, causando tra ottobre e novembre perdite stimate per un miliardo a settimana.

La politica sanitaria del PCC, seppur abbia creato contraddizioni subito inutilmente cavalcate dai media occidentali, si è imposta sulle previsioni delle due aziende. Una condizione dettata proprio dalla concentrazione della produzione, figlia di un’epoca in cui “gli scambi commerciali liberi erano la norma e le cose erano molto prevedibili. Ora siamo entrati in un nuovo mondo”, ha affermato Alan Yeung, ex manager di Foxconn.

Il quadro internazionale tutto nuovo, che covava però da anni, è segnato da un’accesa competizione globale tra aree che vanno autonomizzandosi. Samsung produce tre quarti dei suoi cellulari in paesi che non sono la Cina, da cui se ne è andata nel 2019, e ora anche queste due multinazionali vogliono seguirne l’esempio, date anche le forti pressioni politiche.

Foxconn ha acquistato 45 ettari in Vietnam su cui far sorgere una nuova fabbrica di computer, che si affiancherà agli stabilimenti già presenti. Apple e la società di Taiwan, però, guardano soprattutto all’altro grande serbatoio di manodopera mondiale, l’unico che possa permettere di riprodurre il modello sperimentato in Cina: l’India.

All’inizio dell’anno si è segnato già un raddoppio degli iPhone prodotti nel subcontinente indiano, in cui si prevedono nuovi investimenti con qualche voce che ha parlato di metà di tutta la produzione trasferita nel paese entro il 2027. Ma l’arrivo di multinazionali porta con sé la loro tipica azione di lobbying per ottenere condizioni favorevoli.

Tre diverse fonti hanno confermato al Financial Times che è proprio su spinta dei due giganti dell’elettronica che le leggi sul lavoro dello stato di Karnataka, uno dei centri dell’industria tecnologica indiana, hanno appena subito una netta liberalizzazione e flessibilizzazione. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere l’India il prossimo grande hub manifatturiero.

I contenuti della riforma sono fortemente peggiorativi. I turni possono passare dalle 9 alle 12 ore ed è facilitato il lavoro notturno delle donne. L’orario di lavoro settimanale è fissato ad un massimo di 48 ore, ma le ore di straordinario possibili passano da 75 a 145 ogni tre mesi. Intanto, si moltiplicano gli incentivi per attirare gli investitori.

Una dinamica che in piccolo vediamo anche alle nostre latitudini. E ugualmente stiamo assistendo a una certa tendenza a localizzare i siti industriali in aree più vicine e sotto un più agevole controllo. È il caso del Messico, che vede aumentare da anni gli investimenti diretti statunitensi, fino al recente annuncio di Tesla di una spesa di cinque miliardi per un nuovo stabilimento nel nord del paese.

Allo stesso tempo, non bisogna dimenticare che il governo messicano ha nazionalizzato il litio del proprio sottosuolo. Un passo che certamente mostra una certa diffidenza verso le politiche predatorie delle multinazionali e le promesse dei governi occidentali. Una dinamica che palesa come l’egemonia euroatlantica sia ormai inficiata da pesanti debolezze.

Viviamo in una fase storica nuova, segnata dalla rottura del mercato globalizzato in cui la ridefinizione delle filiere passa su un filo delicato di relazioni. Si moltiplicano le opportunità di fare resistenza e di sganciarsi da Washington e da Bruxelles man mano che si rafforza un mondo multipolare.

Questi nodi saranno al centro del Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti il 18-19 marzo. Un’occasione di approfondimento analitico e di dibattito fondamentale per rilanciare l’orizzonte del Socialismo del XXI secolo nei prossimi anni.

Fonte

30/11/2022

Cina - Dopo quelle operaie alla Foxconn di Zhengzhou, le proteste si estendono

L’incendio di Urumqi

Il 24 Novembre è scoppiato un incendio in un condominio di Urumqi, la capitale della provincia dello Xinjiang. 10 persone sono morte nell’incendio. Rapidamente, l’opinione pubblica ha messo sotto accusa i ritardi nei soccorsi che sarebbero stati causati dai tanti blocchi stradali ancora in corso dopo più di tre mesi di misure restrittive in città.

Per dare una misura di quanto la tremenda notizia sia diventata un caso nazionale, su Weibo l’hashtag “L’incendio nel condominio di Urumqi potrebbe essere stato causato da una ciabatta elettrica” ha ricevuto più di 200 milioni di visualizzazioni in due giorni, “10 morti in un incendio in un condominio in Xijiang” è arrivato a più di un miliardo di visualizzazioni.

In una conferenza stampa, le autorità locali di Urumqi hanno negato che i residenti del palazzo andato a fuoco fossero reclusi per quarantena, ma hanno anche sollevato una nuova onda di rabbia commentando che i residenti non hanno eseguito le giuste manovre d’emergenza.

I morti nell’incendio hanno scatenato proteste a Urumqi, sia nei quartieri a maggioranza uigura sia nei quartieri a maggioranza han. Le proteste si sono verificate anche di fronte ad alcuni palazzi governativi e hanno chiesto esplicitamente la fine del lockdown in città.

Il 26 novembre ha dichiarato che “Urumqi ha fondamentalmente cancellato i casi di COVID-19 a livello di comunità”, l’hashtag relativo ha raggiunto 1,7 miliardi di visualizzazioni. Negli ultimi giorni da Urumqi arrivano testimonianze di smobilitazione delle misure restrittive.

Le proteste a Shanghai e nelle università

Il 26 novembre si è radunata a Shanghai, in Urumqi Road, una veglia per le vittime dell’incendio. Alla veglia ha partecipato qualche centinaio di persone e sono stati lanciati slogan contro i lockdown e contro il Partito Comunista Cinese. Nel giro di 24 ore eventi simili hanno cominciato a svolgersi in molte province, in particolare se ne sono registrate in decine di università. Le immagini e le testimonianze parlano di eventi con qualche centinaio di studenti partecipanti ognuno.

Dopo qualche giorno, hanno cominciato a registrarsi delle contromanifestazioni di sostenitori della linea del PCC, come per esempio a Guangzhou dove i filo governativi sono stati maggioranza rispetto allo sparuto gruppo d’opposizione.

All’estero le proteste nelle grandi città della costa hanno acceso la fantasia sulla possibilità di un “nuovo 1989”, o quantomeno sulla più grande ondata di proteste dall’inizio delle riforme. Gruppi della destra americana e dei circuiti del Falun Gong e dell’Epoch Times montano la narrativa di un’imminente rivoluzione.

Sicuramente è un fatto notevole che si verifichino in decine di città proteste con temi anti governativi. Sicuramente la diffusione ormai universale dei telefoni e dei social network permette scenari inediti rispetto agli anni passati. Va però detto che le proteste anti governative sono, ad ora, fatte in ogni città da qualche centinaio di membri della classe media urbana. Tutt’altra portata rispetto alle migliaia di operai di Zhengzhou, tutt’altra intensità rispetto alle proteste a Urumqi.

Verso una svolta su Covid Zero?

Da mesi si susseguono voci e indiscrezioni su un possibile alleggerimento della “politica di azzeramento dinamico”, in particolare dal lockdown di Shanghai ad Aprile. La politica delle chiusure draconiane ha permesso fin ora di mantenere i numeri di contagi e morti risibili rispetto al resto del mondo e anche rispetto al resto dell’Asia orientale che pure ha gestito la situazione molto meglio rispetto all’occidente.

È innegabile che, da quando la variante Omicron ha reso il contagio molto più veloce, le continue chiusure hanno cominciato a pesare sull’economia cinese. La chiusura di porti come Shanghai e Guangzhou rappresenta ogni volta una strozzatura nei flussi mondiali delle merci.

È evidente che nella società esistono degli scontenti di questa politica, in particolare concentrati nelle grandi città e attorno alle attività economiche che dipendono di più dal rapporto con l’estero. Mentre i dati economici aggregati comunque segnano numeri positivi, la disoccupazione giovanile è ormai stabilmente attorno al 18%. Che questo sia causato dalle politiche governative o meno, non può che creare insoddisfazione.

L’11 novembre il Comitato Permanente del Politburo ha emesso i “20 punti per ottimizzare ulteriormente le misure di controllo e prevenzione dell’epidemia e per svolgere un lavoro scientifico e accurato”, il cambiamento di alcuni fraseggi aveva fatto sperare a molti degli scontenti che si fosse a una svolta, in particolare nell’applicazione a livello locale che ha a volte assunto caratteri caotici e di arbitrio degli ufficiali locali.

Le piccole e grandi assurdità dell’applicazione hanno riempito i giornali internazionali, non c’è bisogno di elencare episodi pittoreschi.

Il 29 novembre i dirigenti del Meccanismo di Prevenzione e Controllo del governo hanno tenuto una conferenza stampa con delle vere novità di linguaggio, e di fatti. Durante la conferenza stampa le proteste di questi giorni sono state chiamate “i problemi sollevati dalle masse” e si è parlato di “ragionevoli richieste delle masse”.

Ovviamente non si tratta di una ritrattazione completa della linea politica, tutto viene inquadrato nell’idea di proteste che chiedono una migliore attuazione delle politiche di prevenzione.

Ma è significativo il riconoscimento di richieste ragionevoli e la dichiarazione che sono stati inviati dei commissari su vari territori per il lavoro di rettifica. Abbiamo già testimonianze da Urumqi su questa rettifica, cosa questo vorrà dire nel resto della Cina lo vedremo nei prossimi tempi.

Chiaramente chi spera nella sparizione della politica di Covid Zero dall’oggi al domani non otterrà quello che vuole. Per il semplice motivo che il sistema sanitario cinese non è preparato per affrontare un’apertura secca. Tutte le simulazioni dicono che un’apertura come quella affrontata da altri paesi dell’est asiatico produrrebbe un picco di Omicron da centinaia di migliaia di morti.

Un articolo sul New York Times ha reso popolare l’idea che basterebbe che la Cina aprisse ai vaccini mRNA occidentali per poter gestire la riapertura. La realtà è un po’ più complessa.

È vero che Sinovac e altri vaccini cinesi hanno mostrato su due dosi una copertura decisamente inferiore rispetto ai vari Pfizer e Moderna. Con la terza dose di richiamo i numeri diventano però assolutamente comparabili. Tra i tanti problemi c’è anche che la popolazione anziana in Cina è relativamente poco vaccinata.

Due anni fa la scelta infatti è stata di vaccinare prioritariamente chi lavora, mentre le persone anziane dovevano essere protette dalla scarsissima circolazione del virus. E questo ha funzionato, fino a Omicron. Ogni tentativo di renderli obbligatori (direttamente o indirettamente) è stato respinto con decisione dalla società. Nella stessa conferenza stampa del 29 novembre si è tornati a sostenere la necessità di vaccinare tutti i soggetti vaccinabili.

Soprattutto fuori dalle grandi città, il sistema sanitario cinese non è attrezzato per un’ondata di Omicron. Si continuano a costruire grandi ospedali da campo per le quarantene, ma come ci ha insegnato il 2020 in Italia, non servono solo i letti, servono anche personale e attrezzature.

Infine, in questi mesi hanno avuto la voce più forte gli scontenti della politica di Covid Zero che vorrebbero accelerare i piccoli passi di apertura dell’ultimo anno.

È chiaro che, passo dopo passo, si andrà verso un momento di apertura e quindi di aumento drastico dei casi. In quel momento si dovrà vedere chi saranno, quanti saranno e quanto riusciranno a far sentire la loro voce gli scontenti dell’apertura.

Fonte

25/11/2022

Cina - Scontri alla Foxconn di Zhengzhou, e dintorni


È la prima volta – dai tempi del grande sciopero alla Honda del 2010 – che una lotta operaia in Cina arriva all’attenzione dei media internazionali. La politica di azzeramento dinamico ha fatto cortocircuitare una serie di contraddizioni. Contraddizioni che sembrano ancora più acuite dalla pubblicazione dei “venti punti” che avrebbero dovuto responsabilizzare i funzionari locali a essere più razionali, mentre l’applicazione sembra invece aver aumentato la confusione.

Ovviamente gli operai della Foxconn di Zhengzhou non sono finiti sui giornali internazionali perché all’improvviso i media hanno scoperto che gli operai che fanno gli scontri sono una cosa buona, ovviamente c’è un grosso elemento di strumentalizzazione sia da parte di chi vorrebbe un deciso allentamento dei controlli per recuperare un po’ di profitti, sia da parte di chi semplicemente vuole sparare contro la Cina con ogni possibile mezzo. Ma essere coscienti delle strumentalizzazioni serve a stare all’occhio, non è la scusa per voltarsi dall’altra parte dicendo che tanto è tutto un complotto.

Lavoratori e lockdown

Intanto, non è certo la prima volta che si manifestano esplosioni di conflittualità operaia contro le misure sanitarie. Era già successo fin dall’inverno-primavera del 2020. Solo che allora le misure di sicurezza facevano chiudere le fabbriche e infatti a protestare rimanevano i migranti interni che restavano senza coperture di welfare per il lavoro e spesso non riuscivano a rientrare nelle zone rurali per avere accesso al welfare statale.

Da un annetto le grandi fabbriche hanno avviato una risposta diversa: il circuito chiuso. Cioè, se la zona della fabbrica oltrepassa un certo livello di misure restrittive, viene riorganizzata la vita degli operai all’interno delle strutture delle fabbriche. Era già successo, per esempio, a Shanghai con la GigaFactory di Tesla.

La Foxconn

La Foxconn è un gigante del settore elettronico che assembla, tra gli altri prodotti, la componentistica di Apple. È nota per essere tra i peggiori padroni del settore. Si parla di impianti con centinaia di miglia di persone.

La Foxconn di Zhengzhou (provincia dello Henan) a ottobre ha attuato il circuito chiuso. La diffusione di notizie sul contagio di vari operai e la morte di un operaio in un dormitorio della fabbrica ha scatenato una vera e propria evasione dei lavoratori per tornare ai propri paesi d’origine.

I numeri non sono chiari, anche perché è abbastanza palese che Foxconn violasse in maniera spudorata la legge che prevede un massimo del 10% della forza lavoro assunta tramite agenzie di intermediazione. Qualcuno dice che l’80% o il 90% degli operai fosse tramite agenzie.

Quale che sia la percentuale esatta, in seguito all’evasione la Foxconn ha dovuto assumere un numero grandissimo di nuovi operai, si parla di circa 100mila persone! Per convincere i nuovi operai, la Foxconn ha offerto un forte aumento dei bonus, che in Cina compongono una grande quota che integra il salario mensile.

Quando si è diffusa la notizia che l’azienda avrebbe posticipato il pagamento dei bonus, sono cominciate proteste pesanti, con scontri tra gli operai, le guardie dell’azienda, la polizia e le “tute bianche” del personale sanitario.

Le chat di Weibo sono esplose di racconti e rivendicazioni diverse, ovviamente in testa la questione dei soldi, ma anche tantissimi che rivendicano di non voler lavorare senza tamponi costanti.

Le proteste hanno costretto Foxconn a fare vari passi indietro, bofonchiando che era stato un errore del software e di fatto concedendo immediatamente tre mesi di bonus a chi volesse andarsene immediatamente.

I media governativi hanno dato ampio spazio alla rettificazione della Foxconn e alcuni personaggi – influencer filo-governativi – hanno cominciato a montare la retorica del padrone cattivo taiwanese che non rispetta le leggi cinesi.

La cosa che mi colpisce è che la politica di azzeramento dinamico sembra aver portato indietro le lancette ai primi anni ’00, col paternalismo di fabbrica e le proteste costruite nei dormitori. Quando parliamo di “dormitori”, teniamo conto che intendiamo palazzi e palazzi da 10 piani.

Ma la similitudine finisce qui. Vent’anni fa era l’apice dell’abbondanza e della mobilità di manodopera e di capitale. Oggi entrambi sono più scarsi e più controllati. Foxconn giura che tutti i casini non hanno intaccato la produzione.

Quello che c’è da chiedersi è come queste cose influiranno sulle catene globali dal valore. La Foxconn è forse un caso limite perché unisce il gigantismo (e la forza che ne deriva nel poter ignorare qualunque legge) alla ipercompetizione internazionale che comprime i margini di profitto. Ma non vuol dire che il resto dei mercati non si trovi di fronte a situazioni simili.

Da ultimo, non so chi abbia usato per primo l’espressione “un caso raro/unico di resistenza in Cina”, ma è diventato subito un luogo comune sui giornali.

Fortunatamente non è così. Di vertenze e lotte se ne documentano a centinaia ogni anno, ben sapendo che riusciamo ad avere informazioni solo su una frazione di quanto accade sul terreno.

Quando la strumentalizzazione degli scontri alla Foxconn sarà svanita (magari per essere rimpiazzata da qualche piagnisteo sullo stato cattivo che mette troppe regole alle brave imprese come Foxconn) la domanda che ci dovrebbe rimanere è se queste lotte avranno uno spazio politico come, con mille se e con mille ma, hanno avuto quelle del 2010.

Fonte

27/05/2016

Foxconn dimezza i dipendenti, avanti con i robot

Fino a dieci anni fa o giù di lì, per capire dove stava andando il capitalismo occorreva guardare a quel che avveniva negli Stati Uniti. Ora bisogna guardare a quel che avviene in Cina. Per lo meno per quel che riguarda l’evoluzione della produzione manifatturiera (altra cosa sono i mercati finanziari, saldamente incentrati sull’asse New York-Londra).

La Cina è diventata la manifattura del mondo grazie a un costo del lavoro (40 anni fa) ai minimi mondiali, per una forte concentrazione politica del potere (il sindacato è un’espressione del partito, quindi ha per baricentro la realizzazione degli obiettivi di piano, non la rappresentanza puntuale dei lavoratori), per l’apertura agli investimenti stranieri sia pur mediata dall’obbligo della condivisione del know how.

Centinaia di milioni di persone hanno così smesso di essere contadini in esubero per trasformarsi in operai industriali, assicurando un tasso di crescita del Pil superiore al 10% per oltre venti anni e facendo conquistare al paese il ruolo di seconda potenza industriale del pianeta.

Ogni favola ha una fine, anche e soprattutto quelle capitalistiche.

La notizia che dà il segno certo della svolta è questa: la Foxconn, azienda taiwanese che produce la metà delle componenti dei dispositivi elettronici di consumo venduti nel mondo, “ha ridotto la propria forza lavoro da 110 mila a 50 mila persone grazie all’introduzione dei robot e ha segnato un successo nella riduzione del costo del lavoro”.

La Foxconn era anche conosciuta per l’alto tasso di suicidi tra i suoi lavoratori, schiacciati da ritmi infernali. Quindi non si può davvero dire che non avesse di mira la massima “produttività”. Ma i robot fanno meglio, più velocemente, senza soste fisiologiche, 24 ore su 24. Non si lamentano, non pretendono adeguamenti salariali, non si ammalano, non scioperano mai e non rischiano di farlo in futuro. Al massimo si rompono e vanno aggiustati.

Inutile aggiungere che decine di altre aziende operanti in Cina stanno per fare lo stesso, magari su scala dimensionale anche superiore al 50% del personale (dipende dal tipo di processo produttivo e dai prodotti).

L’automazione della produzione sta del resto conquistando tutte le fabbriche del pianeta e i “futurologi” stanno già sfornando elenchi di mansioni lavorative a rischio scomparsa e percentuali da capogiro nella sostituzione di uomini e donne con macchine. Tutto ciò che è seriale può esser fatto meglio, con più precisione e senza soste da un robot. Sia a livello manuale che “cognitivo”. Non c’è impiegato “di concetto” che possa sentirsi al sicuro. Solo le professioni “creative” possono – entro certi limiti, comunque – essere risparmiate da questa corsa alla robotizzazione.

La “quarta rivoluzione industriale” ha per orizzonte la produzione senza lavoro umano o quasi (resteranno, seppur molto più limitate, solo le attività di installazione, manutenzione e programmazione dei robot), sia sulle linee che negli uffici. Miliardi di esseri umani non avranno più un’occupazione, né potranno riciclarsi in altre attività in espansione, perché non avranno le cognizioni di base per fare il salto da una all’altra.

Qualche esempio per capirsi? Un tecnico, per quanto bravissimo, non può diventare un ingegnere informatico o elettromeccanico. Se perde il lavoro, mettiamo, intorno a 40 anni, con famiglia e figli a carico, non può tornare all’università per i cinque sei anni necessari a fare l’upgrade delle sue conoscenze. In ogni caso, serviranno assai meno ingegneri di quanti tecnici si troveranno a spasso. Un impiegato di banca non può diventare un finanziere o un broker, ed in ogni caso ci sono molti più bancari di quanti saranno i broker in attività.

Non parliamo nemmeno delle mansioni meno qualificate, sostituibili a decine con click... Un esempio? I poliziotti “indispensabili” saranno solo quelli necessari per le scorte e il controllo delle manifestazioni di piazza, oltre a informatici e analisti video. Gli “investigatori”, dopo la commissione di un reato, si limitano già a controllare le registrazioni video del luogo, risalendo fino al punto in cui il colpevole apparirà con volto, nome e cognome. Si interviene a valle, senza problemi, o su “soffiata”...

La domanda, epocale, è persino disperatamente semplice. Che fine faranno quei miliardi di esseri umani senza possibilità di guadagnarsi da vivere vendendo la propria forza lavoro?

La risposta capitalistica è una presa in giro (“usciranno fuori altri lavori”).

Se la produzione può esser fatta ormai con un minimo apporto di lavoro umano, o si uccidono miliardi di uomini o si elimina la proprietà privata del mezzi industriali che servono a produrre.

Fonte

19/05/2013

Cina: suicidi tra i lavoratori della Foxconn e della Samsung

Altri tre suicidi in un impianto della Foxconn e un altro in uno della Samsung in Cina. Sotto accusa le tremende condizioni di lavoro e l'iper sfruttamento.


Altri tre suicidi in un impianto della Foxconn, l'azienda taiwanese con molte sedi in Cina, che produce e assembla iPhone, iPad e prodotti per Nokia, Sony, Samsung e altre aziende. I tre suicidi, secondo quanto denuncia China Labor Watch, sono avvenuti nel giro di 20 giorni nella fabbrica di Zhengzhou, nella provincia orientale dell'Henan. 
L'ultimo suicidio è avvenuto lo scorso 14 maggio, quando un trentenne si è lanciato dal tetto della fabbrica. Prima di lui, una collega ventitreenne si era lanciata dal dodicesimo piano del dormitorio della fabbrica il 27 di aprile. Tre giorni prima, era stata la volta di un ventiduenne, assunto da appena due giorni, a lanciarsi dal tetto del dormitorio. Secondo l'organizzazione – statunitense
che monitora e controlla le condizioni di lavoro degli operai cinesi, i suicidi si devono associare alle cattive condizioni di lavoro nella fabbrica. Altri parlano di reazione all'obbligo imposto dalla Foxconn di non poter rivelare le loro condizioni, altri invece si riferiscono a problemi relazionali.
La Foxconn era stata interessata già nel 2010 e negli anni successivi da un'ondata di suicidi, una ventina, in diversi impianti. La cosa fece molto scalpore tanto che la Apple, una delle grandi aziende fornite dalla Foxconn, impose apparentemente, anche su spinta di sindacati e associazioni statunitensi, condizioni di vita e lavoro più umane per i dipendenti locali. L'azienda taiwanese si impegnò anche ad aumentare gli stipendi fino al 70%, ma in molti lamentano ancora condizioni di lavoro e di vita, all'interno dei dormitori, inumane. I dipendenti sono obbligati a orari lunghissimi e vivono tutti insieme in grandi dormitori. La vita si svolge nel recinto della fabbrica, e di fatto i dipendenti, per lo più migranti di altre province, non lasciano mai il luogo di lavoro. La società a marzo aveva anche annunciato l'apertura ad un sindacato creato dagli stessi dipendenti, ma l'iniziativa è stata disertata dai lavoratori in quanto considerata una presa in giro mirante esclusivamente a placare le polemiche internazionali.

Di proprietà della taiwanese Hon Hai Precision, la Foxconn possiede solo in Cina 13 impianti industriali, distribuiti in nove città. La più grande, che è stata anche la prima aperta in Cina nel 1988, è quella di Shenzen - nota anche come Foxconn City o iPod City - che ha più di 300 mila dipendenti. In tutto, la Foxconn impiega più di un milione di lavoratori nella Cina continentale e altri 200 mila nelle fabbriche in Europa e America Latina. Fondata nel 1974, la Foxconn é arrivata in Cina alla fine degli anni '80, ma la svolta è arrivata nel 2001, quando Intel le ha affidato la produzione delle schede madri per i computer, per le quali rimane oggi uno dei brand più noti. Oggi dalle fabbriche del gruppo taiwanese escono anche Ps2, Playstation Vita, Ps3, Wii, Nintendo 3DS, Xbox 360, Amazon Kindle e i televisori a cristalli liquidi Bravia della Sony.

Ma la Foxconn non è l’unica azienda i cui dipendenti si tolgono la vita. Il 15 maggio è stata una dipendente della fabbrica di Huizhou della Samsung, nella provincia cinese del Guangdong, che si è suicidata gettandosi dal settimo piano di un palazzo. L'informazione, pervenuta da alcuni colleghi della donna, non è stata però confermata finora né dalla Samsung né da fonti mediche. Nel settembre 2012 China Labor Watch, che ha sede a New York, aveva pubblicato un rapporto investigativo sulla fabbrica Samsung di Huizhou nel quale erano state evidenziate una serie di violazioni dei diritti del lavoratori, comprese ore di lavoro eccessive, violazioni del contratto di lavoro, lavoro forzato senza paga, utilizzo di lavoratori minorenni, discriminazione basate sull'età e sul sesso, mancanza di sicurezza. Dopo la pubblicazione del rapporto Samsung inviò una squadra di propri ispettori sul posto ma tutti i controlli effettuati esclusero la presenza di forme di sfruttamento minorile o anomalie gravi. Ovviamente.


Fonte

I risultati della globalizzazione: desertificazione occupazionale e produttiva in occidente e fabbriche lager in oriente.
Un risultato eccellente.