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30/11/2022

Cina - Dopo quelle operaie alla Foxconn di Zhengzhou, le proteste si estendono

L’incendio di Urumqi

Il 24 Novembre è scoppiato un incendio in un condominio di Urumqi, la capitale della provincia dello Xinjiang. 10 persone sono morte nell’incendio. Rapidamente, l’opinione pubblica ha messo sotto accusa i ritardi nei soccorsi che sarebbero stati causati dai tanti blocchi stradali ancora in corso dopo più di tre mesi di misure restrittive in città.

Per dare una misura di quanto la tremenda notizia sia diventata un caso nazionale, su Weibo l’hashtag “L’incendio nel condominio di Urumqi potrebbe essere stato causato da una ciabatta elettrica” ha ricevuto più di 200 milioni di visualizzazioni in due giorni, “10 morti in un incendio in un condominio in Xijiang” è arrivato a più di un miliardo di visualizzazioni.

In una conferenza stampa, le autorità locali di Urumqi hanno negato che i residenti del palazzo andato a fuoco fossero reclusi per quarantena, ma hanno anche sollevato una nuova onda di rabbia commentando che i residenti non hanno eseguito le giuste manovre d’emergenza.

I morti nell’incendio hanno scatenato proteste a Urumqi, sia nei quartieri a maggioranza uigura sia nei quartieri a maggioranza han. Le proteste si sono verificate anche di fronte ad alcuni palazzi governativi e hanno chiesto esplicitamente la fine del lockdown in città.

Il 26 novembre ha dichiarato che “Urumqi ha fondamentalmente cancellato i casi di COVID-19 a livello di comunità”, l’hashtag relativo ha raggiunto 1,7 miliardi di visualizzazioni. Negli ultimi giorni da Urumqi arrivano testimonianze di smobilitazione delle misure restrittive.

Le proteste a Shanghai e nelle università

Il 26 novembre si è radunata a Shanghai, in Urumqi Road, una veglia per le vittime dell’incendio. Alla veglia ha partecipato qualche centinaio di persone e sono stati lanciati slogan contro i lockdown e contro il Partito Comunista Cinese. Nel giro di 24 ore eventi simili hanno cominciato a svolgersi in molte province, in particolare se ne sono registrate in decine di università. Le immagini e le testimonianze parlano di eventi con qualche centinaio di studenti partecipanti ognuno.

Dopo qualche giorno, hanno cominciato a registrarsi delle contromanifestazioni di sostenitori della linea del PCC, come per esempio a Guangzhou dove i filo governativi sono stati maggioranza rispetto allo sparuto gruppo d’opposizione.

All’estero le proteste nelle grandi città della costa hanno acceso la fantasia sulla possibilità di un “nuovo 1989”, o quantomeno sulla più grande ondata di proteste dall’inizio delle riforme. Gruppi della destra americana e dei circuiti del Falun Gong e dell’Epoch Times montano la narrativa di un’imminente rivoluzione.

Sicuramente è un fatto notevole che si verifichino in decine di città proteste con temi anti governativi. Sicuramente la diffusione ormai universale dei telefoni e dei social network permette scenari inediti rispetto agli anni passati. Va però detto che le proteste anti governative sono, ad ora, fatte in ogni città da qualche centinaio di membri della classe media urbana. Tutt’altra portata rispetto alle migliaia di operai di Zhengzhou, tutt’altra intensità rispetto alle proteste a Urumqi.

Verso una svolta su Covid Zero?

Da mesi si susseguono voci e indiscrezioni su un possibile alleggerimento della “politica di azzeramento dinamico”, in particolare dal lockdown di Shanghai ad Aprile. La politica delle chiusure draconiane ha permesso fin ora di mantenere i numeri di contagi e morti risibili rispetto al resto del mondo e anche rispetto al resto dell’Asia orientale che pure ha gestito la situazione molto meglio rispetto all’occidente.

È innegabile che, da quando la variante Omicron ha reso il contagio molto più veloce, le continue chiusure hanno cominciato a pesare sull’economia cinese. La chiusura di porti come Shanghai e Guangzhou rappresenta ogni volta una strozzatura nei flussi mondiali delle merci.

È evidente che nella società esistono degli scontenti di questa politica, in particolare concentrati nelle grandi città e attorno alle attività economiche che dipendono di più dal rapporto con l’estero. Mentre i dati economici aggregati comunque segnano numeri positivi, la disoccupazione giovanile è ormai stabilmente attorno al 18%. Che questo sia causato dalle politiche governative o meno, non può che creare insoddisfazione.

L’11 novembre il Comitato Permanente del Politburo ha emesso i “20 punti per ottimizzare ulteriormente le misure di controllo e prevenzione dell’epidemia e per svolgere un lavoro scientifico e accurato”, il cambiamento di alcuni fraseggi aveva fatto sperare a molti degli scontenti che si fosse a una svolta, in particolare nell’applicazione a livello locale che ha a volte assunto caratteri caotici e di arbitrio degli ufficiali locali.

Le piccole e grandi assurdità dell’applicazione hanno riempito i giornali internazionali, non c’è bisogno di elencare episodi pittoreschi.

Il 29 novembre i dirigenti del Meccanismo di Prevenzione e Controllo del governo hanno tenuto una conferenza stampa con delle vere novità di linguaggio, e di fatti. Durante la conferenza stampa le proteste di questi giorni sono state chiamate “i problemi sollevati dalle masse” e si è parlato di “ragionevoli richieste delle masse”.

Ovviamente non si tratta di una ritrattazione completa della linea politica, tutto viene inquadrato nell’idea di proteste che chiedono una migliore attuazione delle politiche di prevenzione.

Ma è significativo il riconoscimento di richieste ragionevoli e la dichiarazione che sono stati inviati dei commissari su vari territori per il lavoro di rettifica. Abbiamo già testimonianze da Urumqi su questa rettifica, cosa questo vorrà dire nel resto della Cina lo vedremo nei prossimi tempi.

Chiaramente chi spera nella sparizione della politica di Covid Zero dall’oggi al domani non otterrà quello che vuole. Per il semplice motivo che il sistema sanitario cinese non è preparato per affrontare un’apertura secca. Tutte le simulazioni dicono che un’apertura come quella affrontata da altri paesi dell’est asiatico produrrebbe un picco di Omicron da centinaia di migliaia di morti.

Un articolo sul New York Times ha reso popolare l’idea che basterebbe che la Cina aprisse ai vaccini mRNA occidentali per poter gestire la riapertura. La realtà è un po’ più complessa.

È vero che Sinovac e altri vaccini cinesi hanno mostrato su due dosi una copertura decisamente inferiore rispetto ai vari Pfizer e Moderna. Con la terza dose di richiamo i numeri diventano però assolutamente comparabili. Tra i tanti problemi c’è anche che la popolazione anziana in Cina è relativamente poco vaccinata.

Due anni fa la scelta infatti è stata di vaccinare prioritariamente chi lavora, mentre le persone anziane dovevano essere protette dalla scarsissima circolazione del virus. E questo ha funzionato, fino a Omicron. Ogni tentativo di renderli obbligatori (direttamente o indirettamente) è stato respinto con decisione dalla società. Nella stessa conferenza stampa del 29 novembre si è tornati a sostenere la necessità di vaccinare tutti i soggetti vaccinabili.

Soprattutto fuori dalle grandi città, il sistema sanitario cinese non è attrezzato per un’ondata di Omicron. Si continuano a costruire grandi ospedali da campo per le quarantene, ma come ci ha insegnato il 2020 in Italia, non servono solo i letti, servono anche personale e attrezzature.

Infine, in questi mesi hanno avuto la voce più forte gli scontenti della politica di Covid Zero che vorrebbero accelerare i piccoli passi di apertura dell’ultimo anno.

È chiaro che, passo dopo passo, si andrà verso un momento di apertura e quindi di aumento drastico dei casi. In quel momento si dovrà vedere chi saranno, quanti saranno e quanto riusciranno a far sentire la loro voce gli scontenti dell’apertura.

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