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22/11/2022

Borse, Green Finance & Carbon Tax

di Guido Salerno Aletta

Segnali contrastanti, forse solo in apparenza. Dopo aver registrato cali consistenti in Borsa, i colossi dei Social Media americani annunciano licenziamenti di massa. Intanto, gli indici delle quotazioni hanno ripreso vigore non appena sono usciti i dati della inflazione, che cala più velocemente del previsto, e dell'economia reale che rallenta, con le richieste dei mutui immobiliari che calano ed i tassi di interesse che salgono velocemente: se l'economia si raffredda insieme ai prezzi, la Fed non andrà molto avanti ancora con manovre restrittive.

Insomma, la speranza è che il sistema si stabilizzi con un soft landing, senza andare in crash: se anche le attese di aumento dei prezzi tornano a livelli accettabili, si può pensare ad una nuova stagione di crescita ordinata.

Sullo sfondo, c'è dell'altro: il riequilibrio strutturale del commercio internazionale, che vede gli Usa con un passivo strutturale nella componente delle importazioni per merci. I dazi imposti dalla Amministrazione Trump alla Cina non sono stati in grado di riportare i saldi in pareggio, ed anzi il dollaro reso forte dai tassi di interesse decisi dalla Fed ha reso meno costosi i prodotti importati, con la prospettiva di superare alla fine dell'anno i mille miliardi di dollari di passivo.

Ci dev'essere dell'altro su cui si sta scommettendo: che la transizione ambientale, con la messa fuori gioco dei combustibili fossili, sia l'occasione per cambiare le regole. Anzi, farebbe gioco anche la reazione dell'OPEC+, che ha deciso di tagliare la produzione di petrolio per far salire ancora il prezzo del barile, portandolo attorno ai 100 $.

Il motivo potrebbe essere questo: quanto più è elevato il prezzo dei combustibili fossili, tanto minore è il divario rispetto a quello dell'energia prodotta da fonti rinnovabili. E, di conseguenza, la transizione diventerebbe più rapida e comparativamente più conveniente: la Green Finance non aspetta altro.

C'è un differenziale di costi, ovviamente, tra quelli dei Paesi consumatori netti di energia fossile e quelli dei Paesi produttori: ma tanto più si accelera la transizione verso le fonti rinnovabili, tanto minore è l'esborso per l'importazione di combustibili dall'estero e tanto maggiore il profitto per coloro che avranno investito in impianti per energie rinnovabili.

È una scommessa forse azzardata, perché ci sono problemi tecnologici enormi ancora da risolvere per le auto elettriche, per la diffusione dei sistemi di ricarica e l'autonomia di percorrenza. Per le industrie, la fornitura di energia da fonti rinnovabili è un problema ancora maggiore, ma tutti si ingegnano sperimentando bio-carburanti e soluzioni alternative.

Paradossalmente, a questo punto, se è vero che l'introduzione di un tetto al prezzo del petrolio o del gas ridurrebbe gli incassi dei Paesi produttori, in primo luogo della Russia che è oggetto di sanzioni internazionali come l'Iran, si ridurrebbe anche l'incentivo a sostituire gas e petrolio con altre fonti rinnovabili. Insomma, tranne che ai consumatori, famiglie ed imprese, un alto prezzo dell'energia da fonti fossili fa intanto comodo un po' a tutti: ai Paesi esportatori che incassano, alle imprese che ne fanno commercio internazionale ed agli investitori in fonti rinnovabili che vedono accelerato il business ed i ritorni.

Due sarebbero gli strumenti per accelerare questo processo: un trattamento fiscale ancora più favorevole per gli investimenti in energie rinnovabili e l'imposizione generalizzata di una Carbon Tax all'importazione di merci dai Paesi che non raggiungono i livelli concordati a livello internazionale per le emissioni di CO2. In questa maniera, si accrescerebbe ulteriormente la convenienza delle fonti energetiche alternative a quelle fossili: il differenziale di costi si ridurrebbe di molto se dovesse essere davvero introdotto questo nuovo dazio all'importazione, con un ulteriore beneficio per la bilancia commerciale di chi è in passivo come gli Usa.

Ci sono due soli dati certi: che le fonti energetiche fossili sono concentrate in alcuni Paesi, e che l'Europa non ne ha a disposizione a sufficienza. Solo la Norvegia è esportatrice netta di gas, mentre l'Olanda per ragioni geologiche sta chiudendo pozzi che hanno riserve ancora molto importanti. La Francia, che sta rimettendo in funzione un buon numero degli impianti nucleari fermati per consentire lavori di manutenzione straordinaria, è una eccezione: l'energia solare e quella eolica sono fonti intermittenti ed insufficienti.

L'idea che alletta il mondo della finanza occidentale è di sostituire quote crescenti dei pagamenti annui correnti all'estero, effettuati per importare prodotti energetici fossili, con altrettanti investimenti all'interno per produrre energia da fonti rinnovabili. In questo modo si gestiscono nuove risorse su cui si incassano interessi ed utili.

La fiammata dei prezzi sui prezzi all'importazione, in primo luogo sui prodotti energetici, ha scatenato una nuova corsa all'innovazione.

Se qualcuno ci guadagna, qualcun altro ci perde.

Le Borse scommettono sulla transizione ambientale: un azzardo?

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