Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/09/2020

USA - Il gatto e le volpi


Eccoli qua i furbacchioni americani che stanno monopolizzando il pianeta; TikTok è l’ultimo tassello del puzzle che darà a Bill Gates e Mark Zuckerberg il monopolio assoluto dei social network.

Hanno le faccetta pulite, vanno in giro con magliettina di cotone, volti rassicuranti e un sorrisetto da finti fessi; Bill Gates e Mark Zuckerberg però sono tutt’altro che fessi, e grazie a Donald Trump, la cordata Walmart-Microsoft adesso si compra la divisione americana di TikTok, ma Bill Gates sta puntando ad acquistarne tutto il pacchetto.

Ma andiamo per ordine.

Una volta si chiamava Musical.ly, ora si chiama TikTok.

La piattaforma cinese fondata da Alex Zhu e Luyu Yang nel 2014, che sta spopolando nel mondo dei più giovani (ma non solo), sta per essere acquistata dal quel “bonaccione” di Bill Gates.

TikTok – la storia

Musically nasce con scopi educativi, dove gli utenti potevano imparare ed insegnare diverse materie mediante brevi video (3–5 minuti). Tuttavia, pur avendo trovato degli investitori disposti a investire nel progetto, la piattaforma non ebbe successo, così Alex Zhu e Luyu Yang decisero di cambiare target e di puntare sugli adolescenti.

L’idea iniziale era di creare una piattaforma che incorporasse musica e video in un social network. La prima versione di musical.ly è stata lanciata ufficialmente nell’agosto 2014.

Il 24 luglio 2016 musical.ly ha poi anciato live.ly, una piattaforma per lo streaming video in diretta.

A settembre 2017, musical.ly ha iniziato ad espandersi nel mercato indonesiano. Nel novembre 2017 l’azienda cinese ByteDance, sviluppatrice dell’aggregatore di notizie Toutiao, ha acquistato musical.ly per una cifra intorno ai 750 milioni di euro.

Il 2 agosto 2018 ByteDance unisce, attraverso un aggiornamento, le piattaforme TikTok e musical.ly al fine di allargare la base utenti, mantenendo TikTok come nome. Gli utenti che utilizzano la piattaforma di TikTok sono noti come tik tokers.

Ad agosto 2020, TikTok, escluso Douyin, ha superato 1 miliardo di utenti in tutto il mondo in meno di quattro anni. Ad aprile 2020, Douyin ha circa 500 milioni di utenti attivi mensilmente.

Fonte wikipedia.

La corazzata Microsoft di Bill Gates

I suoi prodotti principali sono il sistema operativo desktop Microsoft Windows e la suite di produttività personale Microsoft Office, per i quali è al primo posto nel rispettivo mercato.

Altre linee di produzione comprendono: sistemi di sviluppo software (IDE e compilatori), DBMS, periferiche di input (tastiere e mouse), console di gioco (Xbox, Xbox 360 e Xbox One), periferiche di gioco (joystick e cloche per il pilotaggio di velivoli, volanti e altro), smartphone Lumia, tablet computer Surface, nonché videogiochi (sviluppati sotto il marchio Microsoft Games Studios) e il dispositivo Microsoft PixelSense.

Fonte wikipedia.

Walmart

La corazzata Zuckerberg

Zuckerberg è proprietario di: Facebook, Messenger, Whatsapp e Instagram, in pratica è un monopolista. Mica in Russia, mica in Corea del Nord, mica in Cina; Zuckerberg è un monopolista nella “nazione più libera del mondo“. Ma a questa buffonata della “libertà” oramai ci credono solo gli allocchi.

L’assalto a Musical.ly (TikTok), Mark Zuckerberg lo iniziò addirittura nel 2016, quando tentò per la prima volta di comprarsi il social network. (fonti: BuzzFeed e Bloomberg).

Ci aveva visto lungo Zuckerberg, che in fatto di social non è secondo a nessuno; le motivazioni di tale tentativo sono molteplici e molto articolate.

Facebook è un social vecchio, oramai è frequentato da utenti over 40, non a caso è in rampa di lancio un ecosistema che integrerà Messenger, Whatsapp e Instagram anche attraverso Facebook, portando gli utenti ad interagire contemporaneamente su più fronti e su più social (tutti di Zuckerberg ovviamente).

L’iniziativa di unificare i tre servizi consentirebbe a Facebook di aumentare l’utilizzo del proprio social e di «forzarne» in qualche modo la presenza di qualunque persona iscritta all’app di messaggistica o alla piattaforma fotografica.

Fonte C.C.

Tutto questo al solo scopo di contrastare il ciclope cinese TikTok che ha in canna milioni di utenti giovanissimi (cosa che i social di Zuckerberg non hanno). A riprova di ciò, in Brasile Zuckerberg sta testando “Reels”, che non è altro che una grossolana fotocopia di TikTok, in pratica è un editor video identico al social cinese.

Se la cordata Bill Gates Walmart acquisterà tutto il blocco TikTok, entrerà a gamba tesa nel mercato cinese, cosa che non riuscì a Zuckerberg con Facebook in Russia, visto che il social network VK (Vkontakte) ha più di 250 milioni di utenti, né in Cina con Facebook, Instagram ecc.

Non solo; l’attacco a TikTok mira anche al continente africano, dove la Cina ha parecchi interessi.

Se negli anni '50/'60 c’era la così detta “guerra fredda“, tra l’occidente capitalista e il blocco socialista, oggi la guerra fredda è diventata “guerra calda”, e si combatte attraverso internet, la fibra ottica e sopratutto con i social.

La guerra per il controllo sui social è iniziata con il bombardamento da parte di Trump (il mandante), contro il colosso Huawei e la rete 5g, dove la pistola fumante si chiama Google.

Ma cosa c’entra Mark Zuckerberg in tutto questo? Visto che ad acquistare sarà Bill Gates?

Nell’autunno del 2019, durante una cena privata alla Casa Bianca, Zuckerberg avrebbe sottolineato la crescente minaccia rappresentata dalle aziende tecnologiche cinesi, TikTok inclusa.

Nell’autunno del 2019 Mark Zuckerberg lanciò l’allarme sul potenziale pericolo che l’app cinese TikTok rappresentava per i valori americani e la supremazia tecnologica degli Stati Uniti, parlando con politici, intervenendo in conferenze pubbliche, arrivando fino alla Casa Bianca.

Meno di un anno dopo, il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta a persone o aziende Usa di avere rapporti commerciali con la casa madre cinese ByteDance, dando il via a un duro scontro che rischia di finire in tribunale.

A ricostruire la campagna di pressioni portata avanti dal fondatore e AD di Facebook è il Wall Street Journal, raccontando come Zuckerberg abbia agitato lo spettro di TikTok, scatenando i timori di Washington. Tuttavia, precisa il quotidiano, né è possibile determinare esattamente quanto il ruolo da lui esercitato abbia influenzato la gestione del caso da parte dell’amministrazione Usa. (La Stampa)

Una volta neutralizzato il 5G/Huawei, il più è fatto. Con l’imminente acquisto di TikTok da parte di Microsoft/Walmart (con Zuckerberg che scodinzola), gli Stati Uniti in pratica avranno il controllo globale su tutti i maggiori social network del pianeta. E con i social (forse) oramai le guerre non servono più. Non servono né eserciti né ordigni nucleari, perché in questo nuovo tipo guerra, le armi convenzionali oramai sono relegate a qualche micro-conflitto del tutto marginale.

Questa è l’armata USA Bill Gates – Zuckerberg

Microsoft – 1,5 miliardi di utenti

Facebook – 2,5 miliardi di utenti

Whatsapp – 2 miliardi di utenti

Messenger – 1,3 miliardi di utenti

Instagram – 500 milioni di utenti

TikTok – 1 miliardo di utenti, 100 milioni solo negli USA, 2 miliardi di download.

Tutti questi utenti lavorano gratis per Mark Zuckerberg e Bill Gates, tutti utenti che quotidianamente postano contenuti, foto, video, commenti, interagiscono, linkano, spammano.

In altre parole Mark Zuckerberg è l’editore più potente e fortunato del mondo, perché ha miliardi di lavoratori che sgobbano gratis 24 ore al giorno per lui, per il suo conto in banca, e per il più grande monopolio editoriale/economico/militare della storia.

Gli utenti dei social sono gli schiavi del ventunesimo secolo, lavorano in media 4 ore al giorno gratis per un solo uomo; è come se il vostro datore di lavoro vi chiedesse di lavorare gratis per 4 ore al giorno, voi lo fareste!?!? No? Peccato perché già lo fate, non solo, siete anche felicissimi di farlo e siete felicissimi di sapere che ogni vostra foto, video, post, commento non fanno altro che arricchire un uomo solo.

Mark Zuckerberg, Bill Gates ringrazia e Donald Trump se la ride.

Fonte

28/09/2017

Ryanair-Wal Mart. Le trombe di Gerico sul capitalismo anni ’90


C’è un limite a tutto. Ora lo ha scoperto anche Michael O’Leary, patron di Ryanair, società aerea che sembrava aver trovato la formula aurea per fare profitti e sbaragliare la concorrenza.

Alla prima tranche di voli cancellati a inizio settembre – quasi 200.000 passeggeri lasciati a terra – ne è seguita un’altra ancora più pesante: 25 aerei fermi negli hangar, 34 rotte cancellate, 400.000 passeggeri da rimborsare perché la loro prenotazione non può essere onorata.

In più, la rinuncia ufficiale all’acquisto di Alitalia (soltanto gli aerei, senza personale di bordo e tanto meno di terra).

Una caduta di credibilità spaventosa era avvenuta con il primo annuncio, giustificato con un “errore di programmazione delle ferie dei piloti”. Sono bastate due telefonate di verifica per scoprire che i piloti stavano invece fuggendo verso compagnie meno schiavistiche e con stipendi migliori. E del resto in molti alla parole “ferie” in Ryanair avevano reagito con un “ma quando mai le hanno avute...”. Una figura da truffatori colti sul fatto, insomma, non proprio da primattori nel mercato del trasporto aereo.

La crisi di Ryanair è importante perché segna l’inizio della crisi di un modello di business fondato sul low cost, sia per i clienti che – soprattutto – per le condizioni dei dipendenti. Nell’ultimo bilancio ufficiale, il costo di piloti, steward, assistenti e personale di terra pesa per soli 5 euro per ogni passeggero trasportato (mentre il tasso di profitto è vicino al 20%!).

Non c’è però solo la compagnia di O’Leary sul banco dei “sofferenti”; anche Wal Mart – catena di distribuzione Usa con un milione e mezzo di dipendenti – è stata costretta ad aumentare (di poco) i salari per non perdere frotte di magazzinieri, commessi, addetti alle casse.

I due casi sono molto diversi, ma in qualche misura accomunati dallo stesso problema: salari troppo bassi, che espongono alla concorrenza verso l’alto.

Gli ideologi del mercatismo senza regole, come Federico Rampini di Repubblica, si sbracciano nel cercare di giustificare questo rovesciamento di tendenza con “la ripresa”, senza neanche guardare ai dati fondamentali (l’economia Usa ed europea si risollevano dell’1-2% dopo quasi dieci anni, ma senza tornare – in molti casi – neppure ai livelli ante-crisi).

In Ryanair la “fuga” o ribellione è partita dai piloti, ovvero dal segmento di dipendenti a più alta specializzazione. La società irlandese aveva in effetti beneficiato della crisi del settore creata dagli effetti dell’11 settembre e poi ingigantita dallo smantellamento di molte compagnie di bandiera europee (Iberia, Klm, Suissair, AirOne, la stessa Alitalia e altre), conseguente alla decisione Ue di ridurre a soli tre i vettori continentali (AirFrance, British e Lufthansa). Tutte le nuove leve di piloti uscite dall’addestramento si ritrovarono le porte chiuse e furono costretti ad accettare le condizioni capestro dei vettori low cost pur di volare (le “certificazioni” che abilitano alla guida vanno confermate a scadenze fisse, pilotando, altrimenti decadono e si resta a terra per sempre).

Ora il trasporto aereo vede l’ingresso di nuovi vettori ansiosi di trovare spazio (la Norwegian Airlines – una low cost che vuole effetture voli intercontinentali, mentre questo business finora aveva coperto soltanto il medio raggio – ma soprattutto cinesi ed arabi), che si accaparrano comandanti con lunga esperienza a suon di stipendi enormemente superiori, da tre a cinque volte la busta paga Ryanair.

Diciamo dunque che qui il modello va in crisi a partire dal segmento più alto, che era stato troppo compresso da un management contrario ai contratti di lavoro, alla rappresentanza sindacale, a qualsiasi diritto di qualsiasi dipendente.

Wal Mart va in crisi sul segmento più basso e dequalificato. Ma la ragione è la stessa: “i salari di Wal Mart sono talmente bassi che molta della forza lavoro può richiedere i sussidi al reddito, perché al di sotto della soglia ufficiale di povertà”. Sembrava anche qui la chiave del successo, ma l’aver ridotto il salario al di sotto del livello di sopravvivenza ha generato un effetto chiaramente inatteso: un progressivo rifiuto di sottomettersi a questa catena. Non per “ribellismo” (negli Stati Uniti men che altrove), ma per semplice calcolo economico: quello stesso reddito si può trovare in altro modo, faticando meno.

Anche in questo caso l’ideologo Rampini si inventa processi inesistenti: “con la piena occupazione i rapporti di forza cambiano a favore dei lavoratori”. Negli Usa, effettivamente, il tasso ufficiale di disoccupazione è molto basso, addirittura sotto il 5%. Ma è arcinoto che questo tasso prende in considerazione soltanto chi si è iscritto in qualche ufficio di collocamento (o come si chiamano lì), mentre i senza lavoro “scoraggiati” (che neanche lo cercano più) sono una marea. Tanto da portare il numero dei disoccupati effettivi, negli Usa, a quasi 100 milioni (sui 320 di abitanti totali, bambini e ultrasettantenni compresi).

Una situazione da terzo mondo che chiarisce come “centro” e “periferia” del capitalismo contemporaneo siano ormai contigui, mescolati in ogni anfratto di territorio, tanto nel vecchio “centro” occidentale, quanto nelle ex “periferie”.

Per molti versi assistiamo al rovesciarsi di segno delle delocalizzazioni effettuale dagli anni ‘90 ad oggi (e ancor prima, per quelle periferie sotto stretto controllo occidentale): là si è sviluppata un’industria manifatturiera e dei servizi di dimensioni tali da restringere fin quasi alla scomparsa il peso europeo e nordamericano nel determinare il Pil globale: “entro il 2030 l’Asia avrà superato America del Nord ed Europa messe assieme in termini di potenza globale, sulla base di pil, quantità di popolazione, spesa militare e investimenti tecnologici”. Entro il 2050 l’Unione Europea dovrebbe pesare soltanto per il 6%... E già ora – a parità di potere d’acquisto – la Cina è la prima economia del pianeta (vedi il grafico che segue)


In questo scenario è evidente che la competizione basata soltanto sulla compressione salariale (e un’organizzazione del lavoro super-ottimizzata) è destinata a subire erosione verso il basso (ci sarà sempre un concorrente che localmente più ottenere salari ancora più bassi del tuo), ma anche verso l’alto (ogni nuovo competitor che voglia acquisire spazio potrà gettare sul piatto salari migliori, anche solo temporaneamente).

La fragilità di questo modello è per ora solo annunciata dalle crisi di Ryanair e Wal Mart. Ma con la potenza delle trombe di Gerico...

Fonte

28/11/2015

Black Friday: tra sconti e proteste


Nella giornata e nella patria del consumismo c’è chi dice no. Mentre vanno in onda scene di follia da venerdì nero, una parte della società americana non ci sta e sceglie il Buy Nothing Day. Ormai da anni, durante il Black Friday, in tutto il Paese si svolgono accese proteste contro il colosso Walmart.

Negi Stati Uniti, il venerdì successivo al Giorno del Ringraziamento è l’equivalete del nostro 8 dicembre, l’inizio dello shopping natalizio, e ogni anno mostra la faccia più vergognosa del Paese. La corsa all’affare dell’anno lascia spesso sul campo feriti e in alcuni casi addirittura morti. Dopo il pranzo del Ringraziamento, le famiglie americane escono e si mettono in fila davanti alle più popolari catene di negozi, alcune delle quali hanno cominciato ad anticipare l’apertura al pomeriggio del giovedì, mentre l’usanza finora era di aprire a mezzanotte o alle prime luci dell’alba. All’apertura delle porte seguono immagini di pura follia. Una tradizione che, secondo alcuni sondaggi, piace al 57% degli americani.

In alcune città, già dallo scorso fine settimana, davanti ai punti vendita delle più famose catene, si sono creati accampamenti di gente in attesa del fatidico giorno. Per settimane, commercianti e lavoratori della grande distribuzione si sono preparati alla ricorrenza. Alcune catene hanno lanciato campagne sui social media e forniscono applicazioni smart phone con le offerte di quest’anno. L’idea è di permettere ai consumatori di arrivare in negozio con le idee chiare, nella speranza di evitare la confusione. Ma a poco sarà servito: sono certo che anche oggi i giornali cominceranno con il bollettino degli incidenti in giro per il Paese. Tra consumatori che si gettano nella mischia con un’aggressività che sarebbe eccessiva anche a un incontro di wrestling, nasi sanguinanti, schiaffi e pugni.

Ma l’America, come sempre, ha due facce e, mentre i fanatici dello shopping hanno fatto il cenone del Ringraziamento in tenda pur di mettere le mani sull’ultimo telefonino, televisore o videogioco, un’altra parte del Paese dice no alla celebrazione del consumismo. Da ormai più di 20 anni, per la controcultura americana, il venerdì dopo Thanksgiving è Buy Nothing Day. Lanciata nel ’92 da Adbusters, la rivista canadese che diede il primo impulso a Occupy Wall Street, la giornata senza acquisti, si è diffusa in 65 Paesi (il Buy Nothing Day internazionale quest’anno ricorre il 30 novembre). Oltre ad astenersi dal comprare, Adbusters invita il popolo dell’anticonsumismo ad azioni dimostrative come tagliare pubblicamente le carte di credito e organizzare incursioni di zombie o cortei di carrelli vuoti nei centri commerciali. Molti i gruppi di cittadini che organizzernno flashmob in diverse città.

Intorno a questa campagna stanno nascendo altre iniziative contro la celebrazione del consumismo del black friday. Holstee, un sito di acquisti online sostenibili, ha lanciato il Block Friday, con cui invita a dedicare il venerdì successivo al Ringraziamento a qualcosa di meglio dello shopping, qualcosa che abbia un valore reale, qualcosa che ci arricchisca o arricchisca il pianeta e le persone che lo abitano. È un modo per riflettere su ciò che si compra e diventare consumatori consapevoli. La campagna è nata tre anni fa quando il sito annunciò la decisione di andare offline durante il Black Friday per permettere ai propri dipendenti di dedicare il giorno dopo il Ringraziamento agli affetti e alle cose che contano.

Lo scorso anno, il black friday è stato accompagnato da un’ondata di proteste. In circa 1.500 città in tutto il paese, si sono svolte manifestazioni contro Walmart, catena che più volte ha guadagnato l’onore delle cronache per un cattivo trattamento dei lavoratori e paghe bassissime. Un paio di anni fa Walmart, che è il più grande datore di lavoro degli USA, con 17 miliardi di dollari di profitto, aveva anticipato l’apertura dei suoi negozi al pomeriggio del Thanksgiving impedendo a decine di migliaia di dipendenti in tutta la nazione di passare la festività in famiglia. Lo scorso anno la catena ha addirittura deciso di non chiudere affatto per il Ringraziamento, scatenando l’ira delle associazioni. Tanto che il gruppo United for Respect at Walmart (OURWalmart) ha fatto sapere che l’ondata di proteste è stata “una delle più grandi mobilitazioni di famiglie di lavoratori nella storia americana”. I manifestanti chiedevano trattamenti più umani, orari di lavoro meno stressanti e l’aumento dei salari. In alcune città ci sono stati disordini, momenti di tensione con la polizia e diversi arresti.

Walmart è un colosso tanto potente da riuscire a stabilire standard a livello mondiale nelle condizioni di lavoro. La sua politica di prezzi bassi e importazioni dalla Cina rappresenta un modello di business che danneggia le economie locali e che tra il 2001 e il 2006 ha provocato la perdita di 200.000 posti di lavoro negli USA. Le proteste contro Walmart riceveno supporto da moltissime organizzazioni e questa è forse l’America migliore. L’America a cui dovremmo ispirarci.

13/10/2014

Walmart taglia l’assistenza

di Michele Paris

A conferma del carattere fondamentalmente regressivo della “riforma” del sistema sanitario americano voluta dal presidente Obama e approvata a fatica dal Congresso di Washington nel 2010 c’è stata qualche giorno fa la decisione dei vertici del colosso della vendita al dettaglio Walmart di eliminare l’assicurazione sanitaria offerta a una parte dei propri dipendenti a partire dal primo gennaio 2015.

Negli Stati Uniti la maggior parte della popolazione con un lavoro dispone di una qualche copertura sanitaria per sé e i propri familiari grazie al proprio datore di lavoro. Questa realtà sta però rapidamente cambiando dopo l’avvento della legge sul sistema sanitario (Affordable Care Act o ACA) e un numero crescente di lavoratori sta vedendo svanire i benefici che aveva a disposizione grazie al proprio impiego.

Questi ultimi non avranno ora a disposizione come alternativa un piano sanitario pubblico e universale, bensì una soluzione diversa al centro della “riforma” di Obama, cioè la possibilità di scegliere tra un ventaglio di piani offerti da compagnie private - e quasi sempre con serie limitazioni - da acquistare grazie a sussidi del governo federale.

La cessazione dei benefit sanitari da parte delle aziende americane è consentita nel caso in cui i loro dipendenti lavorino meno di 30 ore settimanali. Ciò è quanto accaduto questa settimana nel caso di Walmart, con la multinazionale con sede a Bentonville, nell’Arkansas, che ha appunto annunciato la fine della copertura sanitaria compresa nei contratti di lavoro dei propri dipendenti che lavorano meno di 30 ore la settimana.

Ad essere colpiti dal provvedimento saranno così in 30 mila, circa il 2% della forza lavoro di un’azienda che impiega più di un milione di persone soltanto negli USA. La decisione presa la scorsa settimana non è peraltro la prima in questo ambito, visto che già nel 2011 - un anno dopo l’approvazione di una “riforma” che i suoi vertici avevano fermamente appoggiato - Walmart si era liberata dalle incombenze sanitarie relative ai propri “associati” che lavorano meno di 24 ore settimanali.

Il comunicato ufficiale della compagnia ha fatto riferimento al continuo “aumento dei costi sanitari”, che hanno reso così necessarie “decisioni difficili”. A subire le conseguenze delle “decisioni difficili” saranno però solo i dipendenti meno pagati di Walmart, dal momento che, ad esempio, l’amministratore delegato della società, Douglas McMillon, si è visto riconoscere lo scorso anno un aumento del 168% dei propri compensi, saliti a 25,6 milioni.

Nonostante un certo rallentamento delle vendite, Walmart ha incassato 4 miliardi di utili nel secondo trimestre del 2014, una cifra che stride sia con gli stipendi notoriamente miseri offerti ai propri dipendenti sia con le spese sanitarie crescenti che dovranno affrontare dal prossimo anno i lavoratori part-time per ottenere nuove coperture sanitarie decenti. Secondo i vertici di Walmart, la previsione di spesa complessiva dell’azienda per le polizze sanitarie dei suoi dipendenti nel 2014 è salita a 500 milioni di dollari, contro i 330 milioni stimati solo pochi mesi fa.

Come se non bastasse, anche per i dipendenti full-time che conserveranno la propria polizza sanitaria tramite Walmart si annunciano tempi difficili, visto che la compagnia ha prospettato un aumento del 20% della parte dei premi assicurativi che i lavoratori dovranno pagare di tasca propria.
Infine, questi dipendenti dovranno sostenere anche una quota maggiore di spese sanitarie a proprio carico, in quanto le polizze previste dai loro contratti di lavoro copriranno una percentuale inferiore dei costi totali delle prestazioni.

Walmart non è ovviamente l’unica grande azienda americana ad agire in questo modo. Molte compagnie hanno infatti già approfittato dell’occasione offerta dalla “riforma” di Obama per ridurre i costi tramite la cancellazione delle polizze sanitarie garantite ad una parte dei loro dipendenti. Solo negli ultimi mesi, altri giganti della distribuzione come Target, Home Depot e Trader Joe’s hanno annunciato mosse simili a quella di Walmart, mentre UPS ha eliminato la copertura assicurativa dei coniugi dei loro dipendenti che hanno la possibilità di accedere al mercato privato regolato dal governo federale.

Il risultato di questa evoluzione è che nel 2013 il 62% delle compagnie di distribuzione al dettaglio negli USA non offrivano benefici sanitari ai propri dipendenti part-time, contro il 56% nel 2009. Visti i recenti annunci di aziende come Walmart, questo dato è destinato a crescere sensibilmente nel 2014.

Come già anticipato, le aziende statunitensi possono prendere più facilmente decisioni come quella di Walmart perché i loro dipendenti a basso o bassissimo reddito possono optare per i piani sanitari offerti dalle compagnie assicurative private, da acquistare grazie ai sussidi pubblici.

La maggior parte dei media d’oltreoceano ha addirittura definito vantaggiosa la cessazione dell’assicurazione sanitaria da parte di Walmart per i lavoratori part-time, visto che questi ultimi potranno ora sottoscrivere una polizza privata pagando talvolta anche un premio inferiore.

Ciò che non viene detto è però che il mercato delle polizze private regolato dai singoli stati americani o dal governo federale per coloro che hanno redditi molto bassi offre piani di copertura ridotti all’osso con, ad esempio, molte prestazioni da pagare di tasca propria o strutture sanitarie e medici diversi da quelli abituali e spesso lontani dai luoghi di residenza dei pazienti. Al di sopra di un certo reddito, inoltre, gli americani hanno l’obbligo di acquistare una polizza sanitaria, pena il pagamento di sanzioni crescenti.

Gli effetti della “riforma” sanitaria di Obama - scritta di fatto assieme ai rappresentanti delle grandi aziende e delle compagnie assicurative - continuano dunque a confermare il vero obiettivo del provvedimento del 2010, non esattamente quello di garantire una copertura sanitaria universale e accessibile.

Fin dall’inizio, infatti, quando l’ipotesi dell’alternativa di un piano pubblico era stata rapidamente accantonata, l’intenzione dell’amministrazione Obama e dei suoi sostenitori è stata quella di ridurre i costi dell’assistenza sanitaria, creando un esercito di assicurati con coperture estremamente ridotte e, parallelamente, un serbatoio di nuovi clienti per le compagnie private.

Fonte

Fa veramente schifo chi specula sulla salute della gente.