Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/11/2020

Il Black Friday di Amazon: il venerdì nero dei lavoratori, dell’ambiente e dei piccoli esercizi

Articolo stimolata, fatta eccezione per il "potere del consumo critico", che è solo una grande supercazzola.

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Venerdì 27 novembre cade il Black Friday 2020: un evento commerciale, ormai esteso ad una settimana, che nasce negli Usa negli anni ’80 e recentemente radicatosi anche in Europa. Una spasmodica corsa agli acquisti, effettuati soprattutto on-line, monopolizzata dal gigante del web Amazon. Dietro a questo sconsiderato festival dei consumi, spesso superflui, che si traduce in aumento del fatturato e dei profitti di Amazon, si celano in realtà risvolti inquietanti, in genere sconosciuti all’ignaro consumatore.

La multinazionale di proprietà di Jeff Bezos si è, infatti, distinta, non solo in Italia, per l’insostenibile sfruttamento della forza lavoro nel suo magazzino di smistamento nazionale di Castel S. Giovanni (Piacenza) con turni di lavoro intensissimi dettati da algoritmi che stabiliscono i tempi, molto serrati, di ciascuna operazione compiuta dai dipendenti, sorvegliando ogni singolo loro movimento, tramite la pistola scanner di dotazione. L’azienda si è resa protagonista di strategie anti-sindacali e dell’attuazione di pratiche vessatorie verso i suoi dipendenti, che generano stress, ansia e un eccesso di affaticamento a causa dell’ossessionante produttività e dal rigido rispetto dei ritmi di lavoro, con pesanti ripercussioni sulla salute psico-fisica dei dipendenti, accertato che al 70% dei lavoratori di Castel San Giovanni sono stati diagnosticati ernie e problemi alla schiena e al collo [1].

L’azienda, inoltre, adotta strategie tese ad eludere ed aggirare il fisco italiano, non contribuendo, proporzionalmente ai suoi profitti ivi realizzati, al sostentamento del nostro bilancio pubblico. Secondo la recente indagine “I giganti del Websoft” dell’Area Studi di Mediobanca apprendiamo (pag. 36) che, nel 2019, delle undici società del gruppo Amazon.com operanti in Italia, nove hanno sede a Milano, mentre AMAZON EU SARL, branch italiana (una holding che controlla parte delle nove), e la AMAZON WEB SERVICES EMEA SARL, branch italiana, hanno sede in Lussemburgo, con sensibili differenziali di fatturato a vantaggio delle seconde: 1,1 miliardi di euro, contro ben 3,4 miliardi. Tuttavia, l’aspetto più inquietante è rappresentato dal fatto che su di un fatturato complessivo di 4,5 miliardi di euro realizzato sul territorio italiano, grazie ad una strategia societaria basata su scatole cinesi, al nostro fisco Amazon ha versato solo 11 milioni di imposte, mentre a quello del Lussemburgo, ove l’imposizione fiscale è minore, ben 73 milioni.

Nonostante la scarsa propensione contributiva, i suoi 20.000 furgoni, che hanno consegnato nel 2019 ben 318 milioni di pacchi, utilizzano quotidianamente la rete stradale nazionale emettendo un’insostenibile quantità di CO2 ed i suoi prodotti hanno un particolare packaging il cui impatto ambientale è 10 volte superiore a quello del classico sacchetto di plastica. Un’azienda che per dimensioni e strategie aziendali, strutturate in catene del valore globali al fine di massimizzare i profitti, risulta caratterizzata da una pessima impronta ambientale: nel 2019 ha emesso in atmosfera ben 44,4 milioni di tonnellate di CO2, pari all’impronta ecologica dell’intera Svezia, come rilevato dagli studi dell’Istituto Superiore Sant’Anna di Pisa [2].

Il commercio on-line e, in particolare l’azienda in questione del quale ne rappresenta l’incontrastata leadership, effettuando una concorrenza asimmetrica ai danni degli esercizi commerciali sta mettendo in crisi il comparto tradizionale causando la chiusura di numerose attività, facendo così venir meno tali fondamentali presidi sociali nelle città e nei centri minori. L’espansione dell’e-commerce, sempre secondo la già citata indagine “I giganti del Websoft”, sarebbe responsabile, a partire dal 2011, della chiusura nel nostro paese di 32 mila negozi, dei quali 5.000 solo nel 2019. Ciò in attesa dei dati, non certo positivi, del 2020, durante cui, nel primo semestre, a seguito della pandemia, Amazon ha registrato un eccezionale incremento del fatturato del 33,5%, mentre molti esercizi subivano la chiusura imposta dal lockdown sanitario e alcune attività, già in sofferenza, non hanno più riaperto.

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, impegnato nella lotta per il rispetto delle responsabilità sociali e ambientali delle imprese, consci del potere che il consumo critico riveste nel condizionare le strategie aziendali, soprattutto delle grandi major dell’e-commerce, invita a non farsi coinvolgere in questa compulsiva sbornia consumistica on-line e a mantenere un atteggiamento sobrio e consapevole negli acquisti, indirizzando, quelli strettamente necessari verso le aziende che rispettano i diritti dei lavoratori e dell’ambiente e verso i negozi di prossimità, insostituibili capisaldi del tessuto sociale ed economico dei nostri centri urbani.

Il Coordinamento del Gruppo Insegnanti del Geografia

25 novembre 2020


Note:

1. https://it.businessinsider.com/due-dipendenti-amazon-raccontano-linferno-del-centro-di-smistamento-di-piacenza/

2. https://www.hdblog.it/amazon/speciali/n515713/amazon-inquinamento-spedizioni-impatto-ambiente/

Fonte

27/11/2017

Dal Black Friday al Black Year Italiano?

Il #BlackFriday è appena passato ma quanti ci hanno dormito sopra? I media mainstream hanno parlato di “invasioni nei centri commerciali” e di “risse” per accaparrarsi la merce scontata. Anche in questo caso la mala informazione ha retto il gioco di chi ha montato l’evento tempestandoci con un mese circa di pubblicità con il malcelato fine di riuscire a svuotare i magazzini dalla merce invenduta e riempirli di nuova in vista delle festività natalizie.

D’altronde, ben sapevano che le ultime – quelle del 2016 – avevano hanno fatto registrare una contrazione della spesa complessiva del 2,3% rispetto a quella del 2015, con un calo degli acquisti di circa 200 milioni di euro.

E poi una cosa è certa: non basta l’1.1% di tasso d’inflazione registrato dall’ISTAT a fine luglio per sentirsi fuori dall’inesorabile tendenza al tragico crollo dei consumi registrata negli ultimi anni, inevitabile specchio dell’enorme crescita dell’area della povertà nel nostro paese. Un paese in cui sempre più gente risparmia sul cibo, sulle cure mediche e su altri beni di prima necessità perché sottopagata, precaria, disoccupata e/o insolvente in mezzo ad una strada con la casa venduta all’asta.

Dopo l’euforia per quel 1.9% registrato ai primi mesi del 2017, ecco che siamo tornati con i piedi per terra. Per l’Istituto di statistica il calo registrato a fine luglio è dovuto all’impennata delle tariffe dei beni energetici, dei servizi per i trasporti e delle comunicazioni. Dunque, la situazione è ancora molto prossima a quella soglia che in economia viene definita di “deflazione”, cioè, quando si è in presenza di una diminuzione del livello generale dei prezzi derivante dalla contrazione o stagnazione della produzione e dei redditi.

Tuttavia, ogni governo succedutosi alla guida del paese negli ultimi anni, ha continuato ad applicare alla lettera le draconiane “Raccomandazioni” con cui la UE ha immancabilmente preteso continuità nelle politiche di flessibilità nel così detto “mercato del lavoro”, cioè, in quelle contrattuali ed in quelle retributive.

Questa odiosa ed ostinata svalutazione del lavoro, nel combinato disposto con le sanguinose politiche di austerity, ha prodotto una cronica stagnazione della domanda interna. Insomma, senza un aumento consistente delle retribuzioni e dei salari ed uno sganciamento dalle politiche di austerity che ci vengono imposte dalla UE non basterebbe fare un Black Friday alla settimana per risollevare le sorti di una domanda interna stagnante, ormai, da anni.

Certo, la “letterina” che il presidente ed il vicepresidente della Commissione economica CE, Pierre Moscovici e Dumbrovskis, hanno inviato al ministro italiano Pier Carlo Padoan ed i segnali che vengono da Bruxelles vanno tutti in una direzione opposta a quella auspicata ed, anzi, annunciano, tra le righe, una imminente “cura greca” per l’Italia.

Subito? Non proprio. Per ora la #UE si è limitata a chiedere che la legge finanziaria rientri nei soliti parametri deficit-PIL con un deciso stop a qualsiasi concessione sulle pensioni.

Ma se dopo le elezioni, come è largamente prevedibile, avremo un governo politicamente debole e prono ai voleri della UE, prepariamoci da subito ad un nerissimo 2018: il #BlackYear del nostro paese.

Fonte

24/11/2017

Il "black friday" della sanità

Adesso per vendere di più le grandi aziende commerciali hanno importato dagli Stati Uniti il black friday, il venerdì nero degli sconti. Non conoscevamo questa ridicola ricorrenza fino a poco tempo fa, ora ne siamo invasi sui mass media. Le vendite scontate sono soprattutto nei grandi centri commerciali e on line, dove il taglio dei prezzi dei prodotti corrisponde spesso ad un taglio dei salari e dei diritti di chi lavora affinché quei prodotti siano venduti. I 4000 dipendenti del centro logistico di Amazon a Piacenza sono in sacrosanto sciopero per questo.

Ma gli sconti dilagano anche là dove il mercato ed i suoi profitti nemmeno dovrebbero comparire. Parliamo della sanità, del diritto alla salute formalmente garantito dalla Costituzione e sempre più negato dal sistema reale nel quale viviamo. A Brescia un’azienda privata che opera nel mercato della salute ha diffuso un suo prontuario di servizi, naturalmente con i relativi sconti. Così passiamo dal programma prevenzione donna, ribassato a poco più di 400 euro, a quello per i nonni che costa la metà.

Pensate un po', uno dei principi che guidò nel passato la lotta per la salute, il diritto alla prevenzione, ora diventa una lista di prezzi. E sono prezzi scontati, ma sicuramente ancora troppo alti per tante persone, anche nella ricca provincia della ricca Lombardia. Dunque se si pensa che questi servizi abbiano mercato è solo per una ragione, perché la sanità pubblica e garantita a tutti viene sempre più tagliata. La prevenzione allunga la vita, ma se si deve pagare i poveri dovranno rinunciare ad essa. E se poi moriranno prima il sistema pensionistico ne trarrà vantaggio, visto che il governo ha appena deciso di alzare l’età della pensione.

Il mercato della e nella salute produce gli stessi meccanismi di sfruttamento del lavoro che imperversano ovunque. Pochi giorni fa abbiamo sentito la denuncia di giovani medici chiamati a servizi che vengono compensati con una pizza e una birra. Mi domando come siano trattati gli operatori sanitari di cliniche che praticano sconti tipo black friday sui loro servizi.

Una volta in Italia c’era un sistema sanitario pubblico tra i più efficienti al mondo, un sistema che costava la metà di quello USA e garantiva risultati superiori. Poi sono cominciate la privatizzazione, con le connesse ruberie dei politici, assieme alla precarizzazione del personale e il sistema è andato sempre peggio.

Si è voluto creare lo spazio per il profitto privato e perciò tutti i governi hanno lavorato minuziosamente per colpire il pubblico. Dove ora i ticket arrivano a cifre vergognose e neppure garantiscono tempi di attesa brevi per un esame. Quindi chi può va nel privato e chi non può, peggio per lui. Anche i sindacati confederali hanno collaborato alla distruzione della sanità pubblica, firmando contratti ove al posto degli aumenti salariali venivano istituiti fondi sanitari privati. E poi c’è la UE che considera virtuoso solo quello stato che distrugge il sistema pubblico.

E così alla fine siamo arrivati al supermercato della salute.

A me la lista della spesa sulla vita delle persone fa venire brividi e rabbia. Mi fa pensare ad un sistema totalmente degenerato, nel quale il legame tra barbarie ed affari è oramai diffuso e indissolubile. Un sistema che può solo essere disprezzato e odiato mentre si raccolgono le forze per rovesciarlo.

Fonte

28/11/2015

Black Friday: tra sconti e proteste


Nella giornata e nella patria del consumismo c’è chi dice no. Mentre vanno in onda scene di follia da venerdì nero, una parte della società americana non ci sta e sceglie il Buy Nothing Day. Ormai da anni, durante il Black Friday, in tutto il Paese si svolgono accese proteste contro il colosso Walmart.

Negi Stati Uniti, il venerdì successivo al Giorno del Ringraziamento è l’equivalete del nostro 8 dicembre, l’inizio dello shopping natalizio, e ogni anno mostra la faccia più vergognosa del Paese. La corsa all’affare dell’anno lascia spesso sul campo feriti e in alcuni casi addirittura morti. Dopo il pranzo del Ringraziamento, le famiglie americane escono e si mettono in fila davanti alle più popolari catene di negozi, alcune delle quali hanno cominciato ad anticipare l’apertura al pomeriggio del giovedì, mentre l’usanza finora era di aprire a mezzanotte o alle prime luci dell’alba. All’apertura delle porte seguono immagini di pura follia. Una tradizione che, secondo alcuni sondaggi, piace al 57% degli americani.

In alcune città, già dallo scorso fine settimana, davanti ai punti vendita delle più famose catene, si sono creati accampamenti di gente in attesa del fatidico giorno. Per settimane, commercianti e lavoratori della grande distribuzione si sono preparati alla ricorrenza. Alcune catene hanno lanciato campagne sui social media e forniscono applicazioni smart phone con le offerte di quest’anno. L’idea è di permettere ai consumatori di arrivare in negozio con le idee chiare, nella speranza di evitare la confusione. Ma a poco sarà servito: sono certo che anche oggi i giornali cominceranno con il bollettino degli incidenti in giro per il Paese. Tra consumatori che si gettano nella mischia con un’aggressività che sarebbe eccessiva anche a un incontro di wrestling, nasi sanguinanti, schiaffi e pugni.

Ma l’America, come sempre, ha due facce e, mentre i fanatici dello shopping hanno fatto il cenone del Ringraziamento in tenda pur di mettere le mani sull’ultimo telefonino, televisore o videogioco, un’altra parte del Paese dice no alla celebrazione del consumismo. Da ormai più di 20 anni, per la controcultura americana, il venerdì dopo Thanksgiving è Buy Nothing Day. Lanciata nel ’92 da Adbusters, la rivista canadese che diede il primo impulso a Occupy Wall Street, la giornata senza acquisti, si è diffusa in 65 Paesi (il Buy Nothing Day internazionale quest’anno ricorre il 30 novembre). Oltre ad astenersi dal comprare, Adbusters invita il popolo dell’anticonsumismo ad azioni dimostrative come tagliare pubblicamente le carte di credito e organizzare incursioni di zombie o cortei di carrelli vuoti nei centri commerciali. Molti i gruppi di cittadini che organizzernno flashmob in diverse città.

Intorno a questa campagna stanno nascendo altre iniziative contro la celebrazione del consumismo del black friday. Holstee, un sito di acquisti online sostenibili, ha lanciato il Block Friday, con cui invita a dedicare il venerdì successivo al Ringraziamento a qualcosa di meglio dello shopping, qualcosa che abbia un valore reale, qualcosa che ci arricchisca o arricchisca il pianeta e le persone che lo abitano. È un modo per riflettere su ciò che si compra e diventare consumatori consapevoli. La campagna è nata tre anni fa quando il sito annunciò la decisione di andare offline durante il Black Friday per permettere ai propri dipendenti di dedicare il giorno dopo il Ringraziamento agli affetti e alle cose che contano.

Lo scorso anno, il black friday è stato accompagnato da un’ondata di proteste. In circa 1.500 città in tutto il paese, si sono svolte manifestazioni contro Walmart, catena che più volte ha guadagnato l’onore delle cronache per un cattivo trattamento dei lavoratori e paghe bassissime. Un paio di anni fa Walmart, che è il più grande datore di lavoro degli USA, con 17 miliardi di dollari di profitto, aveva anticipato l’apertura dei suoi negozi al pomeriggio del Thanksgiving impedendo a decine di migliaia di dipendenti in tutta la nazione di passare la festività in famiglia. Lo scorso anno la catena ha addirittura deciso di non chiudere affatto per il Ringraziamento, scatenando l’ira delle associazioni. Tanto che il gruppo United for Respect at Walmart (OURWalmart) ha fatto sapere che l’ondata di proteste è stata “una delle più grandi mobilitazioni di famiglie di lavoratori nella storia americana”. I manifestanti chiedevano trattamenti più umani, orari di lavoro meno stressanti e l’aumento dei salari. In alcune città ci sono stati disordini, momenti di tensione con la polizia e diversi arresti.

Walmart è un colosso tanto potente da riuscire a stabilire standard a livello mondiale nelle condizioni di lavoro. La sua politica di prezzi bassi e importazioni dalla Cina rappresenta un modello di business che danneggia le economie locali e che tra il 2001 e il 2006 ha provocato la perdita di 200.000 posti di lavoro negli USA. Le proteste contro Walmart riceveno supporto da moltissime organizzazioni e questa è forse l’America migliore. L’America a cui dovremmo ispirarci.