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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/04/2025

Cina - Quali sono gli obiettivi della nuova missione spaziale?

Il 24 aprile la Cina ha lanciato la 35esima missione del proprio programma spaziale. La navicella Shenzhou-20 è decollata dal sito di Jiuquan, situato in profondità nell’entroterra del paese. A bordo del mezzo ci sono tre astronauti (Chen Dong, Chen Zhongrui e Wang Jie), diretti verso la stazione spaziale Tiangong.

Il lancio è avvenuto in una data simbolica: il 24 aprile 1970 il Dragone aveva portato in orbita il suo primo satellite, il Dongfanghong-1, partito dallo stesso cosmodromo. Ma, al di là dell’anniversario, l’iniziativa è tutto fuorché simbolica. Si tratta di un passo fondamentale per raggiungere l’obiettivo di portare il primo astronauta cinese sulla Luna entro il 2030.

Si prevede che Shenzhou-20 tornerà sulla terra il prossimo ottobre, dopo aver continuato l’opera della precedente missione Shenzhou-19, in procinto di rientrare il 29 aprile. Quello appena partito è il quinto viaggio con equipaggio del Programma Tiangong, ovvero il progetto tutto cinese che ha permesso la realizzazione di una stazione spaziale modulare con finalità primariamente scientifiche.

Lin Xiqiang, portavoce dell’agenzia spaziale cinese (abbreviata in CMSA) ha infatti parlato del fatto che l’equipaggio della Shenzhou-20 condurrà indagini e sperimentazioni biologiche che “potrebbero fornire spunti per affrontare problemi di salute umana correlati a lesioni indotte dallo spazio”. È evidente l’interesse correlato al programmato arrivo sul satellite terrestre.

Anche in questo caso, però, bisogna evitare di pensare che si tratti di un semplice strumento propagandistico. Lo sa bene Ted Cruz, nuovo Segretario di Stato USA, che solo qualche settimana fa ribadiva durante una sua audizione al Senato, in occasione della conferma di Jared Isaacman alla guida della NASA, che Washington deve rimettere piede sulla Luna prima di Pechino.

Gli interessi del Dragone, infatti, sono ben concreti, e sono perseguiti a tutta velocità. Alla Casa Bianca lo sanno bene, e per questo sono preoccupati. Vediamo di evidenziare l’importanza di alcune iniziative cinesi, a partire dal fatto che, dopo il primo sbarco sulla Luna, la volontà è quella di costruire una base stabile sul satellite entro il 2035.

Già lo scorso novembre alla stazione Tiangong sono stati portati dei mattoni di polvere lunare simulata: è attraverso il materiale trovato sullo stesso satellite che si spera di poter abbattere i costi di un’opera del genere. La ricerca scientifica potrebbe giovarne assai, ma rimangono dubbi sulla possibilità che i trattati internazionali offrono riguardo allo sfruttamento delle risorse di quel corpo celeste.

Ad ogni modo, come ha sottolineato Andrew Jones, giornalista della rivista statunitense SpaceNews, “se la Cina avrà una base lunare fissa prima degli statunitensi, detterà le regole che tutti dovranno seguire”. Al di là delle risorse, vi sono importanti questioni come i luoghi in cui è possibile atterrare o quali sistemi di navigazione e comunicazione utilizzare sul satellite.

Ma non è solo questo. Questa base lunare, che prenderà il nome di International Lunar Research Station (ILRS) e dovrebbe cominciare a essere costruita a partire dal 2028, è un progetto di natura collaborativa e internazionale, in cui alla Cina si affianca la Russia e a cui ci si può liberamente associare.

Questo non vale però per gli USA, che nel 2011 hanno approvato il Wolf Amendment che proibisce alla NASA di impegnarsi in progetti comuni con il governo cinese e agenzie collegate senza l’approvazione di FBI e Congresso. Cosa abbastanza difficile da immaginarsi con la composizione che ha da qualche mese a questa parte.

Il problema è che i pro che potrebbe dare a tanti paesi la collaborazione con Cina e Russia si prospettano molto superiori di quelli che offe la Casa Bianca. I mezzi Chang’e 5 e Chang’e 6 hanno già portato a termine il recupero di campioni lunari (il secondo persino dal lato oscuro del corpo celeste), cosa che invece gli USA non hanno mai fatto.

Tali fatti palesano anche un evidente recupero da parte della Cina della distanza che la separava dagli Stati Uniti per ciò che riguarda la robotica spaziale. Ma c’è di più, perché se il rover Perseverance ha già raccolto campioni su Marte ma non è stato ancora organizzato il suo ritorno, il Dragone prevede il lancio di una sua missione con lo stesso scopo entro il 2028.

La propaganda è semmai quella di Jared Isaacman, il quale ha intrecci affaristici con Elon Musk e che ha parlato di arrivare, appunto, sul pianeta rosso. Cosa da considerarsi pressoché impossibile senza aver preliminarmente studiato i campioni raccolti su di esso. Cosa che comunque rimane di discutibile interesse.

Infatti, il nodo dello spazio non è tanto – o non è ancora, diciamo così – quello della colonizzazione, ma semmai quello del controllo delle orbite terrestre e lunare, cosa che prevede il dispiegamento di satelliti (come i Queqiao cinesi per il lato oscuro della luna), ma anche di infrastrutture e della robotica avanzata collegata. Su cui la Cina ha mostrato grandi capacità.

A ciò si aggiungono anche le missioni di studio e campionamento di alcuni asteroidi, ma anche e soprattutto il programma di condivisione dati dei satelliti dei paesi BRICS, partito nel maggio del 2022. Lo sviluppo di questa costellazione per il telerilevamento vuole essere usato per affrontare possibili disastri.

I servizi satellitari che il Dragone vuole offrire sono anche esplicitamente diretti ai partecipanti della Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta, con l’obiettivo di aiutare i vari paesi nello sviluppo delle loro capacità spaziali e nel progresso delle attività agricole, della prevenzione dei disastri e delle iniziative per le smart cities.

Insomma, l’assunzione di un ruolo guida nel settore spaziale significa assumere un ruolo guida nelle opportunità di sviluppo futuro di importanti aree del mondo. Si capisce perché a Washington sbraitino senza poter però davvero arrestare l’ascesa cinese.

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24/08/2023

Quando i media indicano il dito, conviene guardare alla luna

Quattro giorni fa, dopo aver ignorato precedentemente la notizia, i media italiani si sono sperticati nel far sapere a tutti che la sonda russa Luna-25 si è schiantata sulla superficie del nostro satellite. Un impulso per trasferirla nell’orbita lunare ha dato il via a una manovra errata e alla sua conseguente distruzione.

Un’altra vittoria nella guerra propagandistica contro Mosca, che aveva speso più di 130 milioni di dollari per questo progetto. Ma, come ha scritto anche Francesco Dall’Aglio, forse i giornalai occidentali dovrebbero preoccuparsi più dei due satelliti lanciati negli ultimi mesi dall’agenzia spaziale russa Roscomos per esigenze militari, che gioire per le sorti di Luna-25.

O almeno, se volessero utilizzare il caso per alimentare una narrazione da Guerra Fredda, dovrebbero toccare le corde giuste. La Luna-24, che ha preceduto la missione di questi giorni, risale al 1976 ma, visto che era riuscita a riportare sulla terra circa 170 grammi di rocce del satellite, forse non vogliono ricordare quel lontano successo sovietico.

Ad ogni modo, anche in questo caso i russi avevano l’obiettivo di ottenere analisi del suolo, oltre che perforare il Polo Sud alla ricerca di acqua e studiare le vicine aree, considerate le più idonee a future basi permanenti.

Elementi centrali dell’attuale programma di esplorazione lunare, che è stato rimandato per più di 25 anni e che non è certo partito col passo migliore.

Ma la sonda appena andata distrutta è comunque un tassello di un quadro più grande. In meno di un decennio sono già state previste le missioni Luna-26, -27 e -28, prima fase di un progetto che vedrà anche il coinvolgimento di Pechino per insediare una base stabile sul satellite.

In un vertice svoltosi a Wuhan poco più di un mese fa, Zhang Hailian, vice capo dell’agenzia spaziale cinese, ha indicato il 2030 come data entro la quale portare i propri astronauti sulla Luna. Allo stesso tempo, la Roscomos ha proposto ai corrispettivi dei paesi BRICS di partecipare alla costruzione di un modulo per una stazione orbitale.

L’esplorazione lunare ha un enorme significato strategico per la competizione globale, oltre che propagandistico. Non è un caso che quasi contemporaneamente, a fine luglio, la NASA abbia assegnato contratti per lo sviluppo di piattaforme di atterraggio, strade e un habitat vivibili sul satellite, per un valore di 150 milioni di dollari diviso tra 11 aziende.

Questi accordi sono a complemento della missione Artemis, con cui si vorrebbe far tornare l’uomo sul suolo lunare entro il 2025. Ma l’obiettivo non è alimentare l’immaginazione dei più piccoli, quanto trovare nuove strade per ottenere importanti vantaggi sulla Terra.

Ben 35 milioni sono andati a Blue Origin, azienda di Jeff Bezos, che sta lavorando dal 2021 al progetto Blue Alchemist, finalizzato alla produzione di celle solari e cavi di trasmissione con la regolite (roccia) lunare. Poter usufruire di una fonte di energia in loco è la sfida da affrontare per una presenza stabile nello spazio.

Secondo il fondatore e presidente di Amazon, la space economy ha un ruolo fondamentale anche perché non ha mai nascosto l’opportunità di trasferire sulla Luna l’industria più pesante ed energivora. Ottenendo così un importante vantaggio competitivo sulla Terra da spacciare come sensibilità ambientale.

Insomma, come non risolvere un problema, ma semplicemente spostarlo su scala astronomica. Come al solito, dietro allo sviluppo del capitale c’è sempre la logica della messa a valore di ogni cosa, pronto a devastare e a inquinare persino un altro corpo celeste per garantire i profitti.

Anche la UE partecipa a questa corsa allo spazio, per conquistarsi una posizione favorevole in questo settore di frontiera dello scontro strategico tra grandi attori globali. Dopo che la European Space Agency (ESA) ha rotto tutti i legami con la Roscomos, si è interessata anch’essa ad Artemis.

L’Italia porta avanti il suo «piccolo» contributo con l’Agenzia Spaziale Italiana, che col Politecnico di Milano sta studiando come estrarre ossigeno dalla regolite lunare. Inoltre, sono da poco stati siglati una serie di contratti per una serie di siti produttivi per piccoli satelliti e cubesat (satelliti in miniatura di circa un kg).

Ovviamente, in quest’ambito le imprese del complesso militare-industriale – come la Thales Alenia Space Italia, joint-venture tra la francese Thales e l’italiana Leonardo – hanno un ruolo centrale. Un anello della catena imperialista euroatlantica su cui anche noi possiamo agire, per evitare che l’escalation internazionale si propaghi oltre l’atmosfera.

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24/06/2020

La crisi dell’Impero statunitense

Dalla fine del mondo bipolare a oggi gli Stati Uniti hanno guidato la leadership globale.

Per quasi trent’anni gli USA hanno sostanzialmente imposto la propria egemonia e sono riusciti a governare le contraddizioni sociali che caratterizzano il loro modello di sviluppo.

Ora non sono più in grado di disegnare una cornice di rapporti internazionali in cui perpetuare quella egemonia, né di gestire con efficacia all’interno dei propri confini i punti di criticità che minano la coesione nazionale. La diplomazia statunitense sembra ridottasi da un lato alla minaccia di intervento militare – mostrando i muscoli spesso senza però adoperarli – e dall’altra al mix di tariffe protezionistiche e sanzioni nei confronti di tutti coloro che ne minacciano gli interessi commerciali.

Questa mancanza di una strategia “inclusiva” è segno di un declino avanzato, più teso a salvaguardare una rendita di posizione che a definire un piano di rilancio complessivo del proprio status di “primi tra pari”.

L’unica cornice internazionale in cui gli USA giocano un ruolo di primo piano è la NATO.

Qui cercano di imporre la propria agenda in particolare contro Cina e Russia. Questi due Stati sono – nella visione strategica statunitense – sempre meno “competitori” e sempre più “antagonisti”.

Il primato militare degli Stati Uniti per ciò che concerne le spese belliche e dell’appartato militar-industriale in quanto tale non ha sostanzialmente ancora rivali. Il punto è se questa “macchina bellica” risulterà adeguata o meno al mantenimento della propria egemonia negli scenari di conflitto che si stanno prefigurando.

A settanta anni dallo scoppio della Guerra di Corea infatti – cioè l’inizio della Guerra Fredda – una guerra fredda di nuovo tipo sembra caratterizzare l’attuale scenario della competizione globale in un contesto di stallo degli imperialismi.

Ci sono settori in cui gli USA hanno perso, o stanno perdendo, la leadership o comunque stanno assumendo una posizione più subordinata: petrolio, tecnologia, spazio, dominio monetario.

La leadership mondiale raggiunta nella produzione petrolifera grazie al gas di scisto si reggeva su alcuni aspetti contingenti: l’alto prezzo del greggio, la “droga finanziaria” ed il sostegno dell’amministrazione federale. Il cambiamento delle condizioni complessive di mercato ha fatto venire meno il “nuovo” primato statunitense e rischia di far collassare un sistema in cui sembrano salvarsi solo gli attori più grandi, ridimensionando una filiera produttiva centrale nell’economia di alcuni importanti Stati dell’Unione.

Trump ha dovuto fare pressione affinché i due Paesi leader dell’OPEC PLUS – Russia e Arabia Saudita – trovassero un accordo per portare ad un taglio concordato della produzione di greggio in grado di ristabilizzare i prezzi del petrolio, quasi in caduta libera dopo la guerra dei prezzi ingaggiata dell’Arabia Saudita.

Si è indebolito il “primato tecnologico” statunitense nei confronti della Cina, con cui si è sviluppata una “guerra commerciale” nel settore che è rimasta fuori dagli accordi tra USA e Repubblica Popolare all’inizio di quest’anno, e che si sta inasprendo nuovamente in questi mesi. La Cina, infatti, sta sviluppando in via sperimentale una nuova configurazione della rete digitale, e si propone come perno per il suo sviluppo anche in ambito ONU.

Se gli Stati Uniti sono tornati recentemente – dopo una serie di clamorosi e mortali insuccessi – a potere lanciare autonomamente propri uomini nello spazio, il ruolo della NASA è fortemente ridimensionato e si può vedere l’emergere di due attori privati che hanno sempre maggiore potere come Space X e Boeing.

La Cina ha sviluppato da tempo una sua autonoma capacità spaziale e sta completando la realizzazione del proprio sistema satellitare ad uso militare e civile con lo sviluppo di un correlato sistema di geo-posizionamento, erodendo quello che era un precedente primato occidentale e facendosi trovare in posizione “non arretrata” nella futura corsa allo spazio.

Sul piano dello scontro monetario e delle impalcature commerciali e finanziarie costruite attorno al Dollaro, gli Stati Uniti, tuttora padroni del settore finanziario, vedono comunque messo in discussione il proprio ruolo dal graduale processo di internazionalizzazione del renminbi e soprattutto dalla configurazione di una serie di istituzioni internazionali, anche di tipo finanziario, che non hanno più nella valuta statunitense il perno e che pongono le basi per un mondo realmente multipolare, con uno spazio per gli scambi ed un accesso al credito indipendente dalle reti e dalla valuta USA.

Gli Usa erano una potenza per molti aspetti in declino già prima della Pandemia.

Ultima tappa di questo processo è la vicenda legata al Covid-19, sia nella gestione interna sia nella sua azione internazionale.

Gli Stati Uniti a differenza che in passato non hanno costituito un “modello di intervento” – se non in negativo – per il resto del Pianeta, e non hanno guidato con una propria strategia di intervento una risposta alla Pandemia.

Hanno incolpato la Cina della diffusione del virus e tolto i fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La minaccia dell’uso dell’esercito per reprimere le mobilitazioni successive alla morte di George Floyd ha segnalato sia l’incapacità di gestione attuale del conflitto sociale, sia una spaccatura evidente tra l’attuale amministrazione ed il Pentagono (che si è espresso contro l’utilizzo dell’esercito) ed una tensione tra l’amministrazione federale ed i singoli eletti locali.

È stato l’ennesimo episodio di tensione della “catena di comando” che abbiamo visto in tutta la gestione della Pandemia.

L’accelerazione delle contraddizioni imposte dalla Pandemia su un edificio già traballante ha mostrato l’incapacità del sistema di garantire un benessere sufficientemente esteso per ampie porzioni di società che gli servano da base di consenso, aggravando la crisi di legittimità dell’attuale leadership politica.

La crisi del 2007-2008 era stata una anticipazione di ciò che sta avvenendo ora.

La fine della propria forza propulsiva a livello economico infatti si è manifestata con forza già con la crisi finanziaria scatenata dall’esplosione della bolla dei mutui sub-prime. Questa ha messo in luce alcune debolezze strutturali, senza che siano state messe in campo, negli ultimi 10 anni, ricette in grado di superarle. Si è riprodotto quindi un sistema economico strettamente legato all’economia finanziaria sempre più sconnessa dalla soggiacente base materiale e dai bisogni delle persone, che insieme alla potenza bellica ha assicurato fino a oggi il peso internazionale del Dollaro.

Il complesso militare-industriale continuava ad essere il settore guida dello sviluppo del paese e vero attore delle decisioni dirimenti prese dal Deep State, più dell’amministrazione che formalmente governa il Paese.

Quella crisi aveva avviato un processo di de-legittimizzazione dell’establishment da parte di importanti porzioni della popolazione già nella precedente corsa alla Presidenza statunitense, producendo per così dire due output politici simili ma di segno opposto: da un lato la vincente scalata di Trump al Partito Repubblicano – e la sua successiva elezione – e dall’altro l’ascesa di Bernie Sanders, un “anonimo” senatore del Vermont che si definiva socialista e che ha conteso la nomination ad Hillary Clinton tra le file del Partito Democratico.

Uno scenario in parte ripetutosi anche in quest’anno di elezioni Presidenziali in cui nessun candidato repubblicano ha sfidato Trump nelle primarie e dove l’unico fine dell’establishment democratico (di destra e sinistra) era sbarrare la strada a Sanders e alle sue politiche.

Un chiaro segnale dell’incapacità dei due storici attori politici che hanno dominato la scena nord-americana da 160 anni a questa parte di esprimere una leadership all’interno delle proprie fila e di offrire un progetto complessivo in grado di raccogliere il consenso necessario delineando una prospettiva.

Nel caso di Trump è emerso poi in maniera evidente come il sistema statunitense non sia più in grado di riprodurre una classe dirigente che sappia governare la prima potenza mondiale, ora di fronte alla sua crisi più grave dal 1929.

La Pandemia ha messo in luce come la politica di internazionalizzazione delle filiere produttive e lo spostamento di settori strategici fuori dal perimetro nazionale USA per le esigenze di profitto delle imprese abbia leso il Sistema-Paese nel suo insieme. Questo processo coevo alla “globalizzazione neo-liberista” aveva portato in precedenza alla “desertificazione industriale” negli Stati che erano il cuore produttivo statunitense, con una crisi sociale che non ha avuto significative inversione di tendenza fino ad oggi nelle zone della “rust belt”.

Basti pensare che per la fornitura di alcuni beni medici necessari per fare fronte alla Pandemia, gli Stati Uniti sono dovuti ricorrere a prodotti fabbricati in Cina o in Russia.

Questo ha imposto tra le alte sfere della politica statunitense un dibattito sulla necessità di “re-internalizzare” le filiere produttive, anche a causa della disoccupazione di massa in cui è ripiombato il Paese, che è arrivata a coinvolgere oltre 40 milioni di persone in età da lavoro.

La perdita della capacità industriale e l'impoverimento di quegli strati della working-class che si concepivano come classe media, sono stati un effetto boomerang contribuendo alla delegittimazione dell’establishment prono agli interessi del grande capitale privato.

Lo strapotere delle imprese private sulla salute pubblica si è manifestato anche nella mancata decisione dell’amministrazione – nonostante i suoi margini giuridici – di “imporre” la produzione di determinati beni medici fondamentali alle proprie aziende, per non ledere i loro margini di profitto.

Dello stesso segno è stata la manifesta incapacità del sistema sanitario statunitense di farsi carico della salute dei propri cittadini, ridotti a clienti da cui spremere profitto per le imprese della “white economy”. L’industria farmaceutica ha poi imposto fino ad ora le proprie necessità di guadagno rispetto alla scoperta di un eventuale vaccino per il Covid-19. La ricerca del vaccino è abbondantemente sovvenzionata da soldicon denaro pubblico ma non è assolutamente detto che se venisse scoperto da aziende nord-americane questo verrebbe reso disponibile a tutti, al di là delle possibilità economiche dei singoli.

Sanità privata e “Big Pharma” si sono rilevate vere e proprie sciagure per il popolo statunitense, esempio evidente del fallimento di un modello.

Non stupisce che anche prima dell’epidemia la proposta della sanità universale gratuita – cavallo di battaglia di Sanders – avesse conquistato sempre più consensi sia tra le file degli elettori democratici sia repubblicani, in un Paese che ha il più alto livello di spesa medica pro-capite e allo stesso tempo un numero ingente di persone che non avendo una assicurazione medica – o che paradossalmente l’ha persa durante la pandemia a causa del licenziamento – non ha di fatto accesso alle cure mediche.

In generale dei deficit sistemici e della “gestione criminale” dell’emergenza pandemica dell’attuale amministrazione ne hanno fatto le spese le fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare quelle “minoranze etniche” della classe lavoratrice che hanno visto un livello dei decessi tra le proprie comunità superiore al loro impatto demografico complessivo sulla popolazione: nativi americani, latinos ed in particolare afroamericani.

Una mortalità dovuta anche al fatto che occupavano le mansioni più a rischio durante la pandemia, e che gran parte dei membri di queste comunità siano state costrette a “lavorare” mettendo a rischio la propria salute e quella dei propri cari.

Queste porzioni di lavoratori hanno iniziato ad organizzare nuovamente scioperi ed iniziative, rompendo una pace sociale che durava da decenni e ponendo le basi per la “rinascita” del movimento sindacale in settori chiave della logistica e della “Gig Economy”.

Non stupisce che l’ennesimo omicidio di un afroamericano da parte della polizia abbia fatto da detonatore alle soggiacenti contraddizioni divenute esplosive.

Lo sciopero dei portuali della Costa Ovest il 19 giugno, promosso dalla ILWU – anniversario della liberazione dalla schiavitù nel 1865 – in 29 scali da la cifra del processo di politicizzazione: l’espressione più militante della working-class statunitense ha paralizzato per 8 ore un nodo importante della catena logistica in solidarietà con la lotta degli afroamericani con una fermata che va oltre le tradizionali rivendicazioni “bread and butter” del sindacalismo USA.

È chiaro che questi slanci che stanno caratterizzando gli Stati Uniti e che in parte stanno toccando l’America Profonda – come nel caso delle mobilitazioni successive alla morte di George Floyd – non trovino una adeguata rappresentanza politica e non abbiano un punto di riferimento se non nel comunque importante substrato di attivisti spesso giovanissimi cresciuti negli ultimi anni.

Le attuali difficoltà dell’imperialismo USA sono una grande opportunità per le forze progressiste e rivoluzionarie del Pianeta.

Costituiscono una possibilità per sganciarsi dal dominio statunitense a tutti i livelli, e per rilanciare una battaglia che ne metta in discussione le basi e la presenza militare all’estero e la necessità di recidere i legami con il suo principale “braccio armato” cioè la Nato. L’attuale crisi fornisce la possibilità di rimettere in discussione il processo di colonizzazione culturale a guida USA che è penetrato a fondo tra le fila del nostro blocco sociale di riferimento nel corso di questi 30 anni di contro-rivoluzione liberista.

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17/04/2020

Trump scopre la Luna

Il leggendario filosofo turco Nasreddin Hoca narra di un uomo che, vedendo la Luna riflessa nell’acqua in fondo ad un pozzo, cercò di recuperarla e restituirla al cielo per mezzo di una fune. La fune rimase impigliata ad una roccia sporgente e l’uomo, cadendo all’indietro per l’inutile sforzo, si compiacque nel vedere che la Luna era effettivamente tornata al suo posto.

Si tratta di una favola certo, di un racconto popolare sul desiderio di onnipotenza e realizzazione individuale, come se fosse davvero possibile far affondare la Luna in un pozzo e magari bloccarla lì, escludendola dalla vista degli altri. Eppure, la realtà spesso supera la fantasia.

Infatti, il 6 aprile 2020 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha del clamoroso: esso punta infatti a promuovere ed incoraggiare le attività di estrazione di materie prime al di fuori dell’atmosfera terrestre, dando così inizio allo sfruttamento, per ora solo futuribile, delle risorse del nostro satellite naturale.

Il rinnovato interesse per l’esplorazione spaziale non è una novità, è stato anzi un tratto caratteristico dell’ultima amministrazione nordamericana. Nel 2019, il vicepresidente Mike Pence ha annunciato il programma spaziale Artemis, con lo scopo di riportare un equipaggio sulla Luna entro il 2024, per poi stabilirvi più in là un avamposto, nella prospettiva di un viaggio verso Marte.

Nello stesso anno è stata istituita la United States Space Force, il sesto ramo delle forze armate statunitensi, dedicato all’astronautica militare.

Come molti sanno, l’era spaziale è iniziata il 4 ottobre del 1957, quando i sovietici riuscirono a mettere in orbita il primo satellite artificiale, lo Sputnik. Negli anni successivi Stati Uniti e URSS si sono contesi il primato tecnico-scientifico ed il prestigio internazionale in quella corsa allo spazio che divenne il simbolo della stessa Guerra Fredda. Nel frattempo, le superpotenze si sono impegnate a circoscrivere giuridicamente l’operato dell’uomo in orbita e oltre.

Nel 1967, 105 Paesi – tra gli stati depositari USA, URSS e Regno Unito – siglarono il Trattato sullo Spazio Esterno (Outer Space Treaty), che stabilisce divieti e limitazioni alle attività umane nello spazio extra-atmosferico. Ad esempio, il Trattato proibisce di condurre manovre o esercitazioni militari, di costruire basi e di utilizzare o allocare armi nucleari in orbita terrestre, sulla Luna o su altri corpi celesti.

All’articolo 2 inoltre riporta: «lo spazio esterno, compresa la Luna e altri corpi celesti, non è soggetto all’appropriazione nazionale per rivendicazione di sovranità, mediante uso o occupazione, o con qualsiasi altro mezzo».

Una formula lapidaria che però lascia questioni aperte, in quanto nella comunità giuridica si dibatte se tale divieto valga anche per i privati e per le attività di sfruttamento (il cosiddetto space mining).

I principi del Trattato furono riaffermati nel 1979 con il Trattato sulla Luna, firmato e ratificato da Paesi che hanno avuto un ruolo marginale nell’esplorazione spaziale [1]. Esso prevede che ogni Stato possa effettuare ricerche su altri corpi celesti, ribadendo ad ogni modo il divieto di sfruttarli per fini militari. Stabilisce inoltre che eventuali attività di estrazione vanno condotte sotto regime internazionale, evitando l’alterazione ambientale.

Con la fine della Guerra Fredda l’esplorazione spaziale ha perso in parte le sue implicazioni strategiche e militari, ponendo invece al centro l’aspetto collaborativo e scientifico. Ma oggi gli Stati Uniti hanno un nuovo potenziale concorrente, la Cina, recentemente atterrata sulla Luna con le sonde Chang’e-3 e Chang’e-4.

In tale mutato scenario internazionale, il Congresso USA ha approvato nel 2015 il Commercial Space Launch Competitiveness Act, (o “Space Act”), che autorizza le società statunitensi ad «impegnarsi nell’esplorazione commerciale e nello sfruttamento delle risorse spaziali», quindi della Luna, degli asteroidi, ed in futuro anche di Marte e di altri corpi celesti.

Per la sua approvazione si sono spese aziende come la Planetary Resources, la Deep Space Industries e la Bugelow Resources, e ciò è indicativo della presenza di forti interessi economici di gruppi privati che già puntano ai profitti derivati dallo sfruttamento di risorse spaziali.

In continuità con l’operato del Congresso, mentre negli Stati Uniti e in tutto il mondo divampa la pandemia, l’ordine esecutivo emanato da Trump introduce alcuni elementi di novità, che analizziamo.

Premesso che «le esplorazioni di successo a lungo termine e le scoperte scientifiche della Luna, di Marte e di altri corpi celesti richiederanno una collaborazione con entità commerciali per recuperare e utilizzare risorse» e dato che «la mancanza di certezze riguardo ai diritti di sfruttamento delle risorse spaziali da parte di soggetti privati […] ha scoraggiato alcune imprese a partecipare al programma spaziale», si ribadisce il diritto nordamericano all’utilizzo delle risorse spaziali e lunari, anche al di fuori dell’interpretazione di altri stati o della comunità internazionale.

«Lo spazio esterno» è infatti «un dominio legalmente e fisicamente unico dell’attività umana e gli Stati Uniti non lo considerano un bene comune».

La questione quindi è duplice. Il primo aspetto riguarda le differenze nella concezione delle attività di sfruttamento lunare dell’amministrazione Trump rispetto ai precedenti trattati e al diritto internazionale. Il Trattato sullo Spazio Esterno dispone infatti (articolo 6) che tali attività possano essere svolte dagli Stati e che i privati possano operare solo se autorizzati e controllati da questi ultimi, che quindi dovrebbero vincolarli al rispetto delle normative internazionali.

Le attività di sfruttamento dovrebbero quindi avere alla base un rapporto di solidarietà e collaborazione tra Stati, eppure gli Stati Uniti hanno ammesso invece, con una legge nazionale contestata da altri Paesi, il diritto per le compagnie private di appropriarsi delle risorse ricavate con attività di space mining per fini commerciali. Insomma, una vera e propria corsa all’oro.

Il secondo aspetto è ancor più sostanziale. È possibile attribuire la proprietà della Luna (o di altri corpi celesti) a qualcuno? Sembrerebbe di no. La Luna rientra in una categoria di beni che già i giuristi romani avevano individuato: le res communes omnium [2], beni naturali non escludibili poiché tutti gli esseri umani possono farne uso. Si menzionano il mare, le coste, persino la luce del sole, l’aria e beni da essa deducibili, come il vento.

Proprio sul mare è opportuno concentrarsi, in quanto l’articolo 1 del Trattato sullo Spazio Esterno stabilisce il «principio di libera esplorazione dello spazio», dei corpi celesti e della Luna secondo delle modalità che per la comunità scientifica sarebbero assimilabili alla normativa sulle acque internazionali: nessuno può dirsene proprietario, ma chiunque può sfruttarne le risorse, ovviamente nei limiti della loro tutela e riproducibilità.

A questo punto l’amministrazione Trump si scaglia contro il trattato sulla Luna, non firmato dagli USA: «gli Stati Uniti non ritengono che l’accordo sulla Luna sia uno strumento efficace o necessario per guidare gli Stati nazionali […]. Il Segretario di Stato si opporrà a qualsiasi tentativo da parte di qualsiasi altro stato o organizzazione internazionale di trattare l’Accordo sulla Luna come […] espressione del diritto internazionale consuetudinario».

Insomma, una presa di posizione unilaterale da parte della prima potenza mondiale, una riproposizione del problema che investe in maniera cronica il diritto internazionale, che fa affidamento sulla correttezza tra i singoli Stati, la quale però è spesso incrinata dai rapporti di forza e di prestigio vigenti. Come garantire quindi la tutela pubblica e universale, immediata sul piano logico, della Luna e dello spazio in generale?

Sul tema dei “Beni Comuni”si segnala un dibattito molto florido e di grande attualità, soprattutto in Italia [3]. Brevemente, in tale concetto rientrano una serie di beni materiali e immateriali fondamentali per la sopravvivenza e lo sviluppo della persona. L’esempio di scuola riguarda l’acqua e, per estensione, la tutela ambientale.

Il problema-corollario in questo caso è di riuscire a garantire che tali beni siano tutelati anche fuori dalle frontiere nazionali, come nel caso della foresta Amazzonica, patrimonio ambientale essenziale per tutta l’umanità, ma che rientra nella giurisdizione del Brasile. Se questa categoria di beni predispone la libertà di accesso, la stessa prevede delle regole, prima tra tutte la gestione comunitaria degli stessi beni.

Classificando la Luna come bene comune, riconoscendo quindi la sua natura di res communes omnium, la comunità che dovrebbe regolarne l’attribuzione e il libero accesso è senza dubbio la comunità internazionale e non un singolo Stato.

Nel momento in cui gli USA prospettano una nuova corsa allo spazio, non solo esclusivamente rivolta al conseguimento di interessi nazionali, ma persino finalizzata all’accumulazione di profitti da parte di società private e quindi difficilmente controllabili, essi compiono, sul piano giuridico, una grave lesione del diritto internazionale.

È allora necessario un intervento di caratura internazionale che preveda però strumenti reali, tramite cui le organizzazioni e i singoli Stati possano far valere le ragioni universalistiche della tutela dei beni terrestri ed extra-terrestri, beni che non possono essere trattati secondo logiche di mercato.

Allo stesso tempo, è necessario un forte movimento popolare, già in avanzamento rispetto alle tematiche ecologiche, dotato della consapevolezza che, di fronte ad un sistema economico deleterio per le risorse del nostro pianeta, occorre cambiare il sistema e non il pianeta.

Si tratta di una necessità storica e contemporaneamente di una questione di sopravvivenza, oggi più di ieri, domani più di oggi, dinanzi alla prospettiva della nascita di un “imperialismo spaziale” che getta un’ombra sul futuro di tutti.

Note:

[1] Il Trattato sulla Luna è stato ratificato solo da Australia, Austria, Belgio, Cile, Filippine, Kazakistan, Libano, Marocco, Messico, Paesi Bassi, Pakistan, Perù e Uruguay. Francia, Guatemala, India e Romania l’hanno solo firmato, senza ratificarlo.

[2] Il Giurista Marciano li definiva così, in 3 inst. D. 1.8.2.1: ‘Et quidem naturali iure omnium communiasuntilla: aer, aquaprofluens, et mare, et per hoc litoramaris‘.

[3] Due dei testi più profondi a riguardo sono senza dubbio “il Terribile Diritto”, di Stefano Rodotà e “Il territorio bene comune degli italiani” di Paolo Maddalena.

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03/01/2019

La Cina atterra sul lato oscuro della Luna

L’agenzia spaziale cinese Cnsa ha annunciato che la sonda Chang’e-4 è atterrata con successo sul lato nascosto della Luna. La missione era iniziata il 7 dicembre con l’obiettivo di un risultato mai ottenuto prima nell’area inesplorata del satellite terrestre.

La missione lunare Chang’e, chiamata così in onore della divinità lunare della mitologia cinese, era stata lanciata a dicembre dalla città sudoccidentale di Xichang, dove è presente un centro spaziale di lancio. E’ la terza sonda cinese che raggiunge la Luna. La prima era stata Yutu (Coniglio di giada) del 2013.

Poi un’altra sonda cinese si era posata sulla Luna il 6 dicembre 2016 con la missione Chang’e-3. In quel caso c’era stato anche il primo veicolo spaziale a posarsi sulla Luna dopo 40 anni dall’ultima missione, la missione sovietica Luna 24, del 1976.

L’obiettivo della missione è raccogliere nuovi dati che aiutino a ricostruire l’evoluzione della Luna e tentare la coltivazione di piante in vista della costruzione di una futura base lunare. Il rover cinese si trova sull’altra faccia della Luna, fattore che impedisce un contatto diretto con la Terra. A tale scopo viene utilizzato il satellite Queqiao, lanciato nel maggio 2018. Secondo una notizia diffusa in primavera dall’agenzia cinese Xinhua, la sonda Chang’e-4 ha condotto sulla Luna anche una mini “biosfera” con semi di patata e Arabidopsis, una pianta da fiore e uova del baco da seta, per testarne la coltivazione, un esperimento progettato da 28 università cinesi.

Lanciata il 7 dicembre 2018 dall’agenzia spaziale cinese (Cnsa) la sonda Chang’e-4, era entrata nell’orbita lunare il 12 dicembre scorso. La missione prevedeva 27 giorni di viaggio, al termine dei quali era previsto che il lander e il rover a bordo della sonda riuscissero a posarsi nel cratere Von Karman, all’interno del bacino Polo Sud-Aitken.

L’avvicinamento della sonda cinese alla Luna era cominciato il 30 dicembre, quando il veicolo era sceso su un’orbita più bassa di 15 chilometri.

Secondo l’Afp/Askanews Pechino intende inviare una seconda sonda lunare, Chang’e-5, quest’anno per raccogliere campioni e riportarli sulla Terra. E’ uno dei progetti ambiziosi di Pechino, che includono la realizzazione di un lanciatore riutilizzabile entro il 2021, un razzo estremamente potente che dovrebbe portare carichi superiori a quelli della NASA e del lanciatore privato SpaceX, una base lunare, una stazione spaziale permanente e un rover per Marte.

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20/11/2016

Schiapparelli si è schiantata su Marte per risparmiare un milione...

La scienza è una cosa seria. Puoi decidere se fare o no un esperimento, ma una volta presa la decisione devi fare tutto ciò che serve, e umanamente si conosce, perché quell'esperimento risponda alle tue domande. Nella storia della scienza abbiamo avuto esempi ciclopici di scienziati che, per portare a termine la ricerca nonostante la scarsità di mezzi e risorse, testavano di persona gli effetti di quanto andavano cercando, spesso lasciandoci la vita.

Ma quando si passa dall'impresa individuale nella cantina di casa alla progettazione programmata di uno Stato è obbligatorio aspettarsi che tutto avvenga a regola d'arte, investendo le migliori conoscenze esistenti e le risorse necessarie. Senza pidocchiosi risparmiucci che non cambiano granché nel budget totale, ma rischiano di mandare a ramengo anni di lavoro.

Se quello Stato è un Golem in formazione, fondato su una serie di trattati ignobili orientati dall'”austerità” – insomma: l'Unione Europea – ecco che l'impensabile diventa normalità.

La notizia è questa: la sonda spaziale europea Schiapparelli è precipitata su Marte durante l'atterraggio perché qualche deficiente incompetente ha affidato a una ditta priva di esperienza specifica i test relativi al comportamento della navicella in atmosfera. Obiettivo: risparmiare un milione di euro in una impresa che è costata 1,2 miliardi.

Enrico Flamini, planetologo e capo del team scientifico dell'Asi (Agenzia spaziale italiana), in un articolo su AirPress, ha ricostruito le ultime fasi della missione, individuando le cause del fallimento.

C'è da sapere che la missione ExoMars – di cui Schiapparelli era parte, come lander incaricato dell'atterraggio, mentre la navicella Trace Gas Orbiter restava in orbita – era ovviamente gestita dall'Agenzia spaziale comunitaria (Esa), che decideva del coordinamento tra i team dei vari paesi coinvolti e naturalmente anche della gestione dei fondi.

Il lander di fabbricazione italiana, una volta staccatosi dalla navicella madre, è sceso velocemente verso la superficie marziana (a 21.000 chilometri l'ora), frenato prima dall'atmosfera del pianeta (fino ai 1.650 kmh) e quindi dal paracadute. Tutto come nelle previsioni fino a quando il computer di bordo non deve “decidere” se accendere o meno i retrorazzi per ridurre a quasi zero la velocità al momento dell'impatto col terreno.

L'atmosfera di Marte è molto più rarefatta di quella terrestre, ma comunque attraversata da venti e tempeste di sabbia (lo si sa da qualche decennio, ormai). Dunque paracadute e lander hanno cominciato ad oscillare in tutte le direzioni mentre perdeva quota. La cosa non avrebbe dovuto avere alcuna importanza, perché l'altimetro dà la quota in modo molto preciso (la tecnologia relativa è ormai a prova d'errore, dopo decenni di sviluppo). Il problema è nato dai giroscopi, che nel vortice di oscillazioni hanno perso letteralmente la bussola: mentre l'altimetro dava correttamente i 2.000 metri di altezza, i giroscopi sono arrivati a dare... quota negativa: meno 10 metri.

Il computer ha dato retta a questi ultimi e ha spento i retrorazzi dopo soli tre secondi. A quel punto Schiapparelli è andata giù come un ferro da stiro, frenata solo dal paracadute; dunque a una velocità più che sufficiente a far distruggere il modulo contro il suolo.

Gli scienziati – in questo caso italiani – sapevano perfettamente in quali condizioni sarebbe scesa la sonda, non hanno commesso alcun errore scientifico, non hanno sbagliato alcuna previsione. Tanto che avevano chiesto fosse effettuato un test con un prototipo (un modulo delle stesse dimensioni e dello stesso peso, ovviamente senza strumenti sofisticati a bordo) per verificare il comportamento di tutti i sistemi decisivi (computer, retrorazzi e giroscopi) in una situazione analoga a quella che si sarebbe avuta su Marte.

Ci sono diverse aziende specializzate nel fare questi test stratosferici, per esempio la Swedish space corporation, consigliata da tutte le imprese che avevano partecipato alla costruzione di Schiapparelli.

Che ti combinano i ragionieri (non scienziati) che controllano i conti dell'Esa? Decidono che la Swedish è “troppo cara”, mentre la rumena Arca chiede molto, ma molto meno. I volenterosi, rumeni, però, si dimostrano ben presto inadeguati, non rispettano né i tempi, né gli standard, tanto che il test viene affidato all'ultimo momento a una società inglese. La quale, però, può eseguire solo delle simulazioni software, non un test fisico-ambientale.

Risultato: il test inglese dice che tutto funziona benissimo. In fondo, che differenza ci sarà mai tra mondo virtuale e mondo fisico? Una volta inseriti tutti i dati, è praticamente lo stesso, no?

Beh, a quanto pare Marte la “pensa” in un altro modo.

Vabbeh, abbiamo buttato un po' di soldi, ma in fondo non è mica morto nessuno...

Il problema è che i ragionieri stile Esa governano nello stesso modo tutte le funzioni dell'Unione Europea. E ragionando così, nel mondo reale di tutti i giorni, pieno di "marziani" che devono mangiare, vestirsi, curarsi, circolare, o perfino lavorare, di morti se ne fanno a mucchi...

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