L’America è diventata un laboratorio molto interessante da studiare e terrificante da vivere concretamente. Non c’è contraddizione logica, però bisogna stare molto attenti a dove si mettono i piedi...
Dopo aver spinto al massimo sulla militarizzazione della “lotta all’immigrazione clandestina”, sposando i teorici della “remigrazione” in nome del “suprematismo bianco”, ora Trump sembra costretto – come si diceva nella Democrazia Cristiana di 50 anni fa – ad una “pausa di riflessione”.
Come avevamo fatto notare, chi adotta la “tattica bulldozer” – sempre avanti, spianiamo tutto, nessuna pietà per i “nemici” (veri o inventati che siano) – rischia sempre di finire nel burrone. Ossia di doversi fermare, essere incerto davanti ad un bivio, oppure chiudere gli occhi ed avanzare in terra incognita.
In poche ore si sono sommati decine e decine di episodi interni (sorvoliamo qui su quelli internazionali) che hanno rotto la patina di indifferenza conservatrice che avvolgeva la società statunitense. L’omicidio in diretta dell’infermiere Alex Pretti si è sovrapposto a quello ancora recente di Renee Good, entrambi attivisti incensurati, benvoluti nella loro comunità (Minneapolis non è una metropoli). Entrambi “bianchi”.
Le menzogne trucide di Kristi Noem (segretaria agli interni), Pam Bondi (idem alla giustizia), di altri alti esponenti dell’amministrazione, fino a quel Greg Bovino comandante sul terreno delle squadre di assassini in divisa (ma mascherati e a bordo di veicoli privi di contrassegni), sono state talmente esagerate da risultare un boomerang. Definire “terroristi” quei due è stata un’idea suicida, pagata giustamente cara.
Al di là dell’episodio specifico, però, l’elemento determinante per aprire una “pausa di riflessione” non sembra essere tanto la pessima gestione del rapporto tra verità e menzogna, quanto la pressione dei ceti che in America comandano davvero: il mondo degli affari, i finanzieri senza volto seduti su pacchi di miliardi (propri o “in gestione”) che vivono spostando “investimenti” tra titoli di stato, mercati azionari, prodotti derivati, ecc.
Per fare tranquillamente il loro sporco lavoro speculativo hanno bisogno di una società certo molto diseguale, violenta con i più poveri, crudele in ogni anfratto. Ma hanno anche bisogno che appaia relativamente calma, non spaccata verticalmente, non impresentabile in giro per il mondo. Non hanno bisogno di una guerra civile conclamata...
“Quando è troppo, è troppo”, sintetizzava già ieri il Corsera, voce malpensante della residua borghesia italiana. Va bene pestare studenti, cacciare quelli che criticano Israele, buttare fuori un po’ di immigrati “inutili” (quelli che non trovano lavoro e quindi finiscono per commettere i reati più diversi), ma far fuori anche “i bianchi” proprio no. Su chi ti appoggi, poi?
Quel mondo non ha eccepito sulla “linea politica” trumpiana, ma sulla “misura” e le “modalità” con cui è stata praticata. Si può essere carogne, insomma, ma non bisogna darlo a vedere così spudoratamente.
Nelle stesse ore l’ICE sparava contro altre persone, stavolta senza uccidere ma lasciandole comunque a terra, da portare in ospedale. Un altro killer ha provato addirittura ad entrare nel consolato dell’Ecuador, nella stessa città, per cercare “clandestini” da espatriare, costringendo persino Daniel Noboa – presidente di quel paese, sorretto dai narcos e fedelissimo alleato di Trump – a protestare formalmente.
Un “Maga” fuori controllo, di origine polacca, ha assalito una parlamentare spruzzandole addosso un liquido ancora non analizzato. La deputata, Ilhan Omar, è guarda caso nera, di origine somale e addirittura “di sinistra” (per gli standard Usa).
È evidente insomma che le direttive di Trump sulla “remigrazione forzata”, per quanto apprezzate anche dalla business community, sono finite in mano a dei pezzenti col cervello vuoto, privi della minima capacità di distinguere tra quello che gli viene in testa di fare e quello che “si può fare” persino in questa congiuntura politica nefasta. Come si dice in gergo: se l’unico attrezzo che sai usare è un martello, tutto ti sembrerà un chiodo...
Ovvio che non potendo far finta di nulla Trump abbia scelto di mandare in pensione soltanto il capo-killer Bovino – l’ultimo pirla della catena di comando – chiamando al suo posto Tom Homan, “lo zar dei confini” apprezzato persino da Biden e Obama (per dire quanto brevi siano le distanze...), capace di fare le stesse cose ignobili ma con qualche morto in meno. Tipo separare i bambini dai genitori in capo di concentramento, ma lontano dalle telecamere e soprattutto senza sparare addosso ai “bianchi” come lui.
Una “de-escalation”, l’ha definita lo stesso Trump. Che però è perfettamente consapevole del rischio che ogni frenata comporta: essere poi costretto a innestare la retromarcia, finendo così per perdere quell’aura di “imbattibilità” che prova ostinatamente a cucirsi addosso.
Per capirci: qualche killer dell’Ice potrà essere ritirato da Minneapolis, ma in cambio la sua longa manus alla giustizia, Pam Bondi, ha chiesto allo stato del Minnesota le liste complete di chi riceve assistenza pubblica e le liste elettorali.
Da una parte insomma vuol mantenere aperta la “narrativa” per cui tanti immigrati “vengono ingiustamente mantenuti con i soldi pubblici”, dall’altra si cercano le scuse per invalidare – all’occorrenza – almeno parzialmente il voto di mid term, che si dovrebbe tenere come sempre a novembre, ma che a questo punto potrebbe diventare l’inizio della fine per l’avventura Maga e l’ammistrazione Trump (a meno che non venga invece scelto il golpe nudo e crudo...).
Inutile sognare cambiamenti epocali, se ciò si dovesse verificare. Uno dei pochi meriti – del tutto involontari – di questo “agente del caos” è stato quello di togliere il velo dell’ipocrisia “liberale” steso da sempre sui meccanismi imperiali statunitensi, sia sul fronte internazionale che su quello interno. La sua caduta, se gestita in tranquillità dall’establishment, ci riproporrebbe merce scaduta decisamente puzzolente (“doppio standard” su qualsiasi tema, retorica zuccherosa e guerre sanguinose quanto e più dei colpi da matto del tycoon, solo “diritti civili” e niente “diritti sociali”).
Ma, dicevamo, l’America sta diventando un laboratorio interessante. La caduta dei veli retorici e la brutalità della repressione hanno fatto nascere forme di resistenza impensate, che raccolgono le energie di milioni di persone che magari non votano, ma non ci stanno a restare indifferenti. Nelle manifestazioni e nei presidi contro l’ICE e Trump, infatti, fanno sempre più spesso capolino – o qualcosa di più – anche temi “classicamente sociali”.
Che la crisi dell’America abbia insomma anche “connotati di classe” sta diventando manifesto. E lo sbocco politico non è più quello istituzionalmente santificato (i “dem” equivalenti ai repubblicani), ma addirittura i “socialisti”.
La Storia si è rimessa in moto, i sintomi (non le soluzioni...) si moltiplicano. Il vecchio imperialismo di sempre mostra la sua faccia più feroce, ma non è imbattibile.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/01/2026
27/01/2026
Minneapolis. Trump corre ai ripari. Salta Bovino, a rischio la segretaria alla Sicurezza
Il capo dell’operazione dell’ICE a Minneapolis, Gregory Bovino, è in procinto di lasciare la città e con lui anche altri agenti della agenzia federale che sta seminando morte e terrore nelle città statunitensi. Pare che Bovino si ritirerà nella sua California e verrà messo in pensione.
Al suo posto Trump ha annunciato l’invio a Minneapolis di Tom Homan, anche lui con la fama di essere “un duro” ma figura di spicco dell’amministrazione contro l’immigrazione illegale. Secondo alcune fonti già oggi le forze speciali dell’ICE potrebbero cominciare il ritiro dalla capitale del Minnesota attraversata ormai ogni giorno – e con ogni temperatura – da manifestazioni di protesta con migliaia di persone.
Ma a rischio c’è anche la poltrona della segretaria per la Sicurezza interna Kristi Noem, la quale ha sempre difeso per principio l’operato dell’ICE, definendo i due cittadini uccisi come “terroristi interni”. L’opposizione del Partito Democratico al Congresso si prepara ad aprire un’indagine su di lei spianando così la strada ad un suo possibile impeachment.
La senatrice democratica Elizabeth Warren ha affermato che il Congresso dovrebbe procedere all’impeachment del Segretario alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem se lei non si dimette dall’incarico.
“Kristi Noem dovrebbe dimettersi, e se non lo fa, il Congresso dovrebbe metterla in stato d’accusa e rimuoverla dall’incarico. In America crediamo ancora nella responsabilità, non nelle bugie”, ha dichiarato Warren in un messaggio diffuso sui media. La senatrice ha accusato il Segretario alla Sicurezza interna di aver mentito al popolo americano sui dettagli dell’uccisione per colpi d’arma da fuoco di Alex Pretti.
Sul caso Minneapolis la svolta è arrivata nelle ultime ore, quando Donald Trump per cercare di limitare i danni ha parlato con il governatore del Minnesota e il sindaco di Minneapolis.
Nelle ultime 24 ore Trump ha parlato al telefono sia con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey e con il governatore del Minnesota Tim Walz. “Ho apprezzato la conversazione col presidente, mi ha detto che l’operazione metro surge deve finire” ha annunciato Jacob Frey. Per la Casa Bianca è un primo dietrofront completo dalla linea di scontro frontale con le autorità della città e dello Stato cominciata il 7 gennaio dopo le uccisioni a freddo di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti dell’ICE.
Donald Trump si vede costretto ad affrontare non solo le crescenti e diffuse proteste dei cittadini a Minneapolis e in altre città, ma anche i sondaggi secondo i quali la maggioranza degli americani ritiene che quella di Pretti è stata una esecuzione e che i brutali metodi dell’Ice non vanno bene. Posizioni critiche cominciano ad affiorare anche tra i Repubbicani. Il candidato conservatore alla carica di governatore del Minnesota Chris Madel, fiutando la brutta aria che tira, si è ritirato dalla corsa, definendo le operazioni dell’Ice un “disastro totale”. Mentre i democratici minacciano un nuovo ostruzionismo al Congresso per non votare il super-finanziamento dell’Ice.
L’immigrazione in generale, ha detto a Politico un senatore repubblicano veterano in condizione di anonimato, è per i Repubblicani ciò che la sanità è per i Democratici – cioè un “gioco di casa”. Eppure, con immagini virali di americani feriti in pieno giorno che sostituiscono quelle dei migranti che attraversano il confine del paese, questo vantaggio sta rapidamente svanendo.
Lo stesso Politico, riferendosi ai mal di pancia degli esponenti repubblicani, sottolinea che devi sapere come decifrare il loro linguaggio. Innanzitutto, c’è il metodo di affermare che: “Il presidente non può fallire”. Il che significa che i repubblicani incolpano i consiglieri di Trump invece di rischiare di far arrabbiare il presidente.
Fonte
Al suo posto Trump ha annunciato l’invio a Minneapolis di Tom Homan, anche lui con la fama di essere “un duro” ma figura di spicco dell’amministrazione contro l’immigrazione illegale. Secondo alcune fonti già oggi le forze speciali dell’ICE potrebbero cominciare il ritiro dalla capitale del Minnesota attraversata ormai ogni giorno – e con ogni temperatura – da manifestazioni di protesta con migliaia di persone.
Ma a rischio c’è anche la poltrona della segretaria per la Sicurezza interna Kristi Noem, la quale ha sempre difeso per principio l’operato dell’ICE, definendo i due cittadini uccisi come “terroristi interni”. L’opposizione del Partito Democratico al Congresso si prepara ad aprire un’indagine su di lei spianando così la strada ad un suo possibile impeachment.
La senatrice democratica Elizabeth Warren ha affermato che il Congresso dovrebbe procedere all’impeachment del Segretario alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem se lei non si dimette dall’incarico.
“Kristi Noem dovrebbe dimettersi, e se non lo fa, il Congresso dovrebbe metterla in stato d’accusa e rimuoverla dall’incarico. In America crediamo ancora nella responsabilità, non nelle bugie”, ha dichiarato Warren in un messaggio diffuso sui media. La senatrice ha accusato il Segretario alla Sicurezza interna di aver mentito al popolo americano sui dettagli dell’uccisione per colpi d’arma da fuoco di Alex Pretti.
Sul caso Minneapolis la svolta è arrivata nelle ultime ore, quando Donald Trump per cercare di limitare i danni ha parlato con il governatore del Minnesota e il sindaco di Minneapolis.
Nelle ultime 24 ore Trump ha parlato al telefono sia con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey e con il governatore del Minnesota Tim Walz. “Ho apprezzato la conversazione col presidente, mi ha detto che l’operazione metro surge deve finire” ha annunciato Jacob Frey. Per la Casa Bianca è un primo dietrofront completo dalla linea di scontro frontale con le autorità della città e dello Stato cominciata il 7 gennaio dopo le uccisioni a freddo di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti dell’ICE.
Donald Trump si vede costretto ad affrontare non solo le crescenti e diffuse proteste dei cittadini a Minneapolis e in altre città, ma anche i sondaggi secondo i quali la maggioranza degli americani ritiene che quella di Pretti è stata una esecuzione e che i brutali metodi dell’Ice non vanno bene. Posizioni critiche cominciano ad affiorare anche tra i Repubbicani. Il candidato conservatore alla carica di governatore del Minnesota Chris Madel, fiutando la brutta aria che tira, si è ritirato dalla corsa, definendo le operazioni dell’Ice un “disastro totale”. Mentre i democratici minacciano un nuovo ostruzionismo al Congresso per non votare il super-finanziamento dell’Ice.
L’immigrazione in generale, ha detto a Politico un senatore repubblicano veterano in condizione di anonimato, è per i Repubblicani ciò che la sanità è per i Democratici – cioè un “gioco di casa”. Eppure, con immagini virali di americani feriti in pieno giorno che sostituiscono quelle dei migranti che attraversano il confine del paese, questo vantaggio sta rapidamente svanendo.
Lo stesso Politico, riferendosi ai mal di pancia degli esponenti repubblicani, sottolinea che devi sapere come decifrare il loro linguaggio. Innanzitutto, c’è il metodo di affermare che: “Il presidente non può fallire”. Il che significa che i repubblicani incolpano i consiglieri di Trump invece di rischiare di far arrabbiare il presidente.
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23/05/2025
Da Harvard alla tomba
È difficile comprendere la ratio complessiva dell’attacco dell’amministrazione Trump alle università statunitensi, a cominciare dalla più esclusiva e prestigiosa: Harvard. Un istituto per soli ricchi – la retta annuale è di 83.000 dollari – a parte una piccola quota di “meritevoli” ammessi grazie ai finanziamenti pubblici (che sono già stati tagliati).
Ieri Kristi Noem, la responsabile del Dipartimento per la sicurezza nazionale – non proprio il ministero più competente ad occuparsi di alta formazione – ha intimato a tutti gli studenti stranieri di trasferirsi ad altro istituto altrimenti perderanno lo status legale che consente loro di risiedere temporaneamente negli Stati Uniti.
L’accusa è tutta politica e completamente inventata (sulla falsariga dell’immaginario “genocidio dei bianchi” che starebbe avvenendo in Sudafrica, dove 43 proprietari terrieri “visi pallidi” hanno scelto di emigrare a causa di una legge che tende a riequilibrare la proprietà tra i vari gruppi etnici, visto che i bianchi continuano a mantenere il monopolio di fatto): “La leadership di Harvard ha creato un ambiente universitario non sicuro consentendo ad agitatori antiamericani e filo-terroristi di molestare e aggredire fisicamente individui, tra cui molti studenti ebrei”.
E fa nulla che tra gli “agitatori antiamericani e filo-terroristi” ci siano anche parecchi studenti ebrei con parecchio più sale in zucca di un sionista demente...
Il riferimento è alle manifestazioni studentesche contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, verificatesi in quasi tutte le università Usa. Harvard, in particolare, sarebbe “colpevole” di non aver denunciato alla polizia e ai servizi segreti i nomi degli studenti protagonisti delle proteste.
Come ciliegina sulla torta, la Noem ha aggiunto anche l’accusa di “essersi coordinata con il Partito Comunista Cinese nel suo campus”, probabilmente riferendosi alla normale prassi burocratica che gli studenti cinesi devono osservare quando studiano all’estero. Perché fosse proprio chiaro a tutti si è fatta intervistare per dire che “È un avvertimento a tutte le università”. Incredibile... non ci avrebbe mai pensato nessuno...
L’attacco ad Harvard punta esplicitamente a svuotarne le casse, in modo da portarla all’obbedienza verso la presidenza Usa – e già questo contraddice mille anni di tradizione universitaria – oppure al fallimento. Gli studenti stranieri sono lì attualmente il 27% e aumentano anno dopo anno, parallelamente al declino cognitivo degli “indigeni” stelle-e-strisce. Si fa presto a far due conti di quanto siano importanti per le finanze dell’istituto, già colpito dal taglio dei fondi pubblici miliardari.
Lasciamo da parte i diritti degli studenti in quanto “clienti” che hanno pagato per ricevere in cambio un’istruzione di alto livello. È chiaro che a questa amministrazione sono ignoti persino i fondamenti del diritto puramente commerciale, oltre che di quelli più generalmente “democratici”.
Quel che risulta davvero ostico da comprendere è il senso “strategico complessivo” di questa crociata contro la formazione culturale più avanzata (senza metterci qui a discutere se Harvard sia o no all’altezza della sua fama).
Un paese, e soprattutto quello che pretende di mantenere l’egemonia complessiva – economica, politica, militare, culturale, di immagine (il “sogno americano”, certamente un prodotto gonfiato e ormai in decomposizione) – non può pensare di automutilarsi rinunciando al meglio che può trasmettere alle nuove generazioni.
Ed è assolutamente normale che i giovani, specie se acculturati, siano critici con l’assetto dominante del loro tempo. Devono esserlo, altrimenti non potranno prendere in mano con cognizione di causa e qualche creatività il futuro comune. Quel vecchio trasformista del vescovo Talleyrand – capace di passare indenne da Luigi XIV alla Rivoluzione francese, da Napoleone alla Restaurazione di Luigi Filippo – sintetizzò questa necessità con una fulminante battuta: “se a 18 anni non sei un rivoluzionario, allora sei un coglione”.
L’amministrazione Trump, su questo versante, dimostra di essere l’ultima soluzione di un imperialismo in crisi: quella che lo porta al cimitero.
Fonte
Ieri Kristi Noem, la responsabile del Dipartimento per la sicurezza nazionale – non proprio il ministero più competente ad occuparsi di alta formazione – ha intimato a tutti gli studenti stranieri di trasferirsi ad altro istituto altrimenti perderanno lo status legale che consente loro di risiedere temporaneamente negli Stati Uniti.
L’accusa è tutta politica e completamente inventata (sulla falsariga dell’immaginario “genocidio dei bianchi” che starebbe avvenendo in Sudafrica, dove 43 proprietari terrieri “visi pallidi” hanno scelto di emigrare a causa di una legge che tende a riequilibrare la proprietà tra i vari gruppi etnici, visto che i bianchi continuano a mantenere il monopolio di fatto): “La leadership di Harvard ha creato un ambiente universitario non sicuro consentendo ad agitatori antiamericani e filo-terroristi di molestare e aggredire fisicamente individui, tra cui molti studenti ebrei”.
E fa nulla che tra gli “agitatori antiamericani e filo-terroristi” ci siano anche parecchi studenti ebrei con parecchio più sale in zucca di un sionista demente...
Il riferimento è alle manifestazioni studentesche contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, verificatesi in quasi tutte le università Usa. Harvard, in particolare, sarebbe “colpevole” di non aver denunciato alla polizia e ai servizi segreti i nomi degli studenti protagonisti delle proteste.
Come ciliegina sulla torta, la Noem ha aggiunto anche l’accusa di “essersi coordinata con il Partito Comunista Cinese nel suo campus”, probabilmente riferendosi alla normale prassi burocratica che gli studenti cinesi devono osservare quando studiano all’estero. Perché fosse proprio chiaro a tutti si è fatta intervistare per dire che “È un avvertimento a tutte le università”. Incredibile... non ci avrebbe mai pensato nessuno...
L’attacco ad Harvard punta esplicitamente a svuotarne le casse, in modo da portarla all’obbedienza verso la presidenza Usa – e già questo contraddice mille anni di tradizione universitaria – oppure al fallimento. Gli studenti stranieri sono lì attualmente il 27% e aumentano anno dopo anno, parallelamente al declino cognitivo degli “indigeni” stelle-e-strisce. Si fa presto a far due conti di quanto siano importanti per le finanze dell’istituto, già colpito dal taglio dei fondi pubblici miliardari.
Lasciamo da parte i diritti degli studenti in quanto “clienti” che hanno pagato per ricevere in cambio un’istruzione di alto livello. È chiaro che a questa amministrazione sono ignoti persino i fondamenti del diritto puramente commerciale, oltre che di quelli più generalmente “democratici”.
Quel che risulta davvero ostico da comprendere è il senso “strategico complessivo” di questa crociata contro la formazione culturale più avanzata (senza metterci qui a discutere se Harvard sia o no all’altezza della sua fama).
Un paese, e soprattutto quello che pretende di mantenere l’egemonia complessiva – economica, politica, militare, culturale, di immagine (il “sogno americano”, certamente un prodotto gonfiato e ormai in decomposizione) – non può pensare di automutilarsi rinunciando al meglio che può trasmettere alle nuove generazioni.
Ed è assolutamente normale che i giovani, specie se acculturati, siano critici con l’assetto dominante del loro tempo. Devono esserlo, altrimenti non potranno prendere in mano con cognizione di causa e qualche creatività il futuro comune. Quel vecchio trasformista del vescovo Talleyrand – capace di passare indenne da Luigi XIV alla Rivoluzione francese, da Napoleone alla Restaurazione di Luigi Filippo – sintetizzò questa necessità con una fulminante battuta: “se a 18 anni non sei un rivoluzionario, allora sei un coglione”.
L’amministrazione Trump, su questo versante, dimostra di essere l’ultima soluzione di un imperialismo in crisi: quella che lo porta al cimitero.
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