Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2026

La “remigrazione” spiegata ai deficienti

L’uomo che vedete nell’immagine si chiama John Gannon. Ha 75 anni, è un imprenditore texano, repubblicano da una vita e alle ultime elezioni ha votato Donald Trump.

Convintamente.

Perché voleva il pugno duro sull’immigrazione. Voleva che Trump prendesse i criminali e li cacciasse dagli Stati Uniti.

Poi, come spesso accade con certe idee meravigliose, è arrivato quel piccolo inconveniente chiamato realtà: l’ICE ha preso la sua futura moglie.

E oggi John Gannon compare davanti alle telecamere, in lacrime, per spiegare al mondo una cosa che milioni di persone avevano provato a spiegargli prima del voto: quando costruisci una macchina per rastrellare esseri umani, sulla portiera non c’è scritto “solo quelli che John Gannon considera cattivi”.

La compagna di John si chiama Yasmin Suarez Reyes, ha 45 anni, è nata in Venezuela ma ha cittadinanza spagnola. Nel 2023 entra legalmente negli Stati Uniti con passaporto spagnolo attraverso il Visa Waiver Program. Prima della scadenza dei 90 giorni presenta domanda d’asilo. La pratica resta pendente, nel frattempo ottiene un permesso di lavoro e una patente texana.

Secondo il governo americano, però, la domanda pendente non le conferisce uno status legale e, scaduto il periodo del Visa Waiver, la sua permanenza diventa irregolare.

Il 24 luglio John e Yasmin arrivano all’aeroporto George Bush di Houston. Devono volare a Las Vegas per una convention del settore arredamento.

Passano i controlli. Entrano nella lounge United. Escono. Ma fuori trovano otto agenti dell’ICE ad aspettarli.

Gannon racconta che gli agenti “le sono piombati addosso in otto. Nessuno ci ha spiegato quali fossero le accuse. Non si sono nemmeno identificati”.

Yasmin viene portata via e finisce al Montgomery Processing Center, in Texas. 

A quel punto qualcosa nella testa del trumpiano John Gannon comincia lentamente a scricchiolare. E infatti lo dice apertamente: “Io l’avevo votato per cacciare i criminali. Non l’ho votato per questo”.

Poi sul furgone ci è salita Yasmin. E allora il suo vocabolario cambia improvvisamente.

Davanti alla CBS dice: “Ho votato Trump. Stanno prendendo persone che rispettano la legge. Stanno distruggendo famiglie e posti di lavoro”. E quando gli chiedono cosa direbbe oggi al presidente che ha contribuito a eleggere, la risposta è una domanda: “Che cosa stai facendo?”.

Capito il cortocircuito? La macchina andava benissimo. Era il bersaglio che John aveva immaginato diverso.

Intanto Yasmin rimane in detenzione. John racconta che la situazione la sta consumando. E anche lui ammette che la vicenda gli ha completamente divorato la vita: telefonate agli avvocati, mail continue, richieste d’aiuto, strategie per riuscire a liberarla.

Poi arriva il momento in cui John crolla.

Parla della donna che vuole sposare. Dice che Yasmin lo ha riavvicinato ancora di più alla fede. La voce si rompe e riesce a dire soltanto: “Yasmin è buona come l’oro”.

E a quel punto l’uomo che aveva votato Donald Trump per il pugno duro arriva dall’altra parte del viaggio.

Dice che Trump non lo voterebbe più dopo “questo disastro” e che tutto questo “sembra la Gestapo”.

Benvenuto, John. La lezione è arrivata con qualche anno di ritardo, ma almeno è arrivata.

Perché certe politiche sembrano meravigliose quando immagini che la porta sfondata sarà sempre quella del vicino.

Poi bussano alla tua. E scopri finalmente per cosa avevi votato.

Fonte

29/01/2026

Trump inciampa, il gioco può cambiare

L’America è diventata un laboratorio molto interessante da studiare e terrificante da vivere concretamente. Non c’è contraddizione logica, però bisogna stare molto attenti a dove si mettono i piedi... 

Dopo aver spinto al massimo sulla militarizzazione della “lotta all’immigrazione clandestina”, sposando i teorici della “remigrazione” in nome del “suprematismo bianco”, ora Trump sembra costretto – come si diceva nella Democrazia Cristiana di 50 anni fa – ad una “pausa di riflessione”.

Come avevamo fatto notare, chi adotta la “tattica bulldozer” – sempre avanti, spianiamo tutto, nessuna pietà per i “nemici” (veri o inventati che siano) – rischia sempre di finire nel burrone. Ossia di doversi fermare, essere incerto davanti ad un bivio, oppure chiudere gli occhi ed avanzare in terra incognita.

In poche ore si sono sommati decine e decine di episodi interni (sorvoliamo qui su quelli internazionali) che hanno rotto la patina di indifferenza conservatrice che avvolgeva la società statunitense. L’omicidio in diretta dell’infermiere Alex Pretti si è sovrapposto a quello ancora recente di Renee Good, entrambi attivisti incensurati, benvoluti nella loro comunità (Minneapolis non è una metropoli). Entrambi “bianchi”.

Le menzogne trucide di Kristi Noem (segretaria agli interni), Pam Bondi (idem alla giustizia), di altri alti esponenti dell’amministrazione, fino a quel Greg Bovino comandante sul terreno delle squadre di assassini in divisa (ma mascherati e a bordo di veicoli privi di contrassegni), sono state talmente esagerate da risultare un boomerang. Definire “terroristi” quei due è stata un’idea suicida, pagata giustamente cara.

Al di là dell’episodio specifico, però, l’elemento determinante per aprire una “pausa di riflessione” non sembra essere tanto la pessima gestione del rapporto tra verità e menzogna, quanto la pressione dei ceti che in America comandano davvero: il mondo degli affari, i finanzieri senza volto seduti su pacchi di miliardi (propri o “in gestione”) che vivono spostando “investimenti” tra titoli di stato, mercati azionari, prodotti derivati, ecc.

Per fare tranquillamente il loro sporco lavoro speculativo hanno bisogno di una società certo molto diseguale, violenta con i più poveri, crudele in ogni anfratto. Ma hanno anche bisogno che appaia relativamente calma, non spaccata verticalmente, non impresentabile in giro per il mondo. Non hanno bisogno di una guerra civile conclamata... 

“Quando è troppo, è troppo”, sintetizzava già ieri il Corsera, voce malpensante della residua borghesia italiana. Va bene pestare studenti, cacciare quelli che criticano Israele, buttare fuori un po’ di immigrati “inutili” (quelli che non trovano lavoro e quindi finiscono per commettere i reati più diversi), ma far fuori anche “i bianchi” proprio no. Su chi ti appoggi, poi?

Quel mondo non ha eccepito sulla “linea politica” trumpiana, ma sulla “misura” e le “modalità” con cui è stata praticata. Si può essere carogne, insomma, ma non bisogna darlo a vedere così spudoratamente.

Nelle stesse ore l’ICE sparava contro altre persone, stavolta senza uccidere ma lasciandole comunque a terra, da portare in ospedale. Un altro killer ha provato addirittura ad entrare nel consolato dell’Ecuador, nella stessa città, per cercare “clandestini” da espatriare, costringendo persino Daniel Noboa – presidente di quel paese, sorretto dai narcos e fedelissimo alleato di Trump – a protestare formalmente.

Un “Maga” fuori controllo, di origine polacca, ha assalito una parlamentare spruzzandole addosso un liquido ancora non analizzato. La deputata, Ilhan Omar, è guarda caso nera, di origine somale e addirittura “di sinistra” (per gli standard Usa).

È evidente insomma che le direttive di Trump sulla “remigrazione forzata”, per quanto apprezzate anche dalla business community, sono finite in mano a dei pezzenti col cervello vuoto, privi della minima capacità di distinguere tra quello che gli viene in testa di fare e quello che “si può fare” persino in questa congiuntura politica nefasta. Come si dice in gergo: se l’unico attrezzo che sai usare è un martello, tutto ti sembrerà un chiodo... 

Ovvio che non potendo far finta di nulla Trump abbia scelto di mandare in pensione soltanto il capo-killer Bovino – l’ultimo pirla della catena di comando – chiamando al suo posto Tom Homan, “lo zar dei confini” apprezzato persino da Biden e Obama (per dire quanto brevi siano le distanze...), capace di fare le stesse cose ignobili ma con qualche morto in meno. Tipo separare i bambini dai genitori in capo di concentramento, ma lontano dalle telecamere e soprattutto senza sparare addosso ai “bianchi” come lui.

Una “de-escalation”, l’ha definita lo stesso Trump. Che però è perfettamente consapevole del rischio che ogni frenata comporta: essere poi costretto a innestare la retromarcia, finendo così per perdere quell’aura di “imbattibilità” che prova ostinatamente a cucirsi addosso.

Per capirci: qualche killer dell’Ice potrà essere ritirato da Minneapolis, ma in cambio la sua longa manus alla giustizia, Pam Bondi, ha chiesto allo stato del Minnesota le liste complete di chi riceve assistenza pubblica e le liste elettorali.

Da una parte insomma vuol mantenere aperta la “narrativa” per cui tanti immigrati “vengono ingiustamente mantenuti con i soldi pubblici”, dall’altra si cercano le scuse per invalidare – all’occorrenza – almeno parzialmente il voto di mid term, che si dovrebbe tenere come sempre a novembre, ma che a questo punto potrebbe diventare l’inizio della fine per l’avventura Maga e l’ammistrazione Trump (a meno che non venga invece scelto il golpe nudo e crudo...).

Inutile sognare cambiamenti epocali, se ciò si dovesse verificare. Uno dei pochi meriti – del tutto involontari – di questo “agente del caos” è stato quello di togliere il velo dell’ipocrisia “liberale” steso da sempre sui meccanismi imperiali statunitensi, sia sul fronte internazionale che su quello interno. La sua caduta, se gestita in tranquillità dall’establishment, ci riproporrebbe merce scaduta decisamente puzzolente (“doppio standard” su qualsiasi tema, retorica zuccherosa e guerre sanguinose quanto e più dei colpi da matto del tycoon, solo “diritti civili” e niente “diritti sociali”).

Ma, dicevamo, l’America sta diventando un laboratorio interessante. La caduta dei veli retorici e la brutalità della repressione hanno fatto nascere forme di resistenza impensate, che raccolgono le energie di milioni di persone che magari non votano, ma non ci stanno a restare indifferenti. Nelle manifestazioni e nei presidi contro l’ICE e Trump, infatti, fanno sempre più spesso capolino – o qualcosa di più – anche temi “classicamente sociali”.

Che la crisi dell’America abbia insomma anche “connotati di classe” sta diventando manifesto. E lo sbocco politico non è più quello istituzionalmente santificato (i “dem” equivalenti ai repubblicani), ma addirittura i “socialisti”.

La Storia si è rimessa in moto, i sintomi (non le soluzioni...) si moltiplicano. Il vecchio imperialismo di sempre mostra la sua faccia più feroce, ma non è imbattibile.

Fonte

08/06/2025

USA - Rivolte a Los Angeles, la città riscoppia dopo i raid anti-migranti

Da due giorni Los Angeles è diventato un campo di battaglia, dopo i raid anti-migranti messi in atto dall’agenzia federale che si occupa di confini e immigrazione, l’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Washington ha deciso di dispiegare in città 2 mila uomini della Guardia Nazionale, facendo tornare alla mente il livello di scontro raggiunto nel 1992 nella metropoli californiana.

Anche allora, la goccia che aveva fatto traboccare il vaso in un’area caratterizzata da una forte presenza latina, era stata la violenza della polizia. Infatti, venerdì scorso l’ICE avrebbe deciso di portare avanti almeno tre operazioni di perquisizione in varie attività lavorative (in particolare negozi di abbigliamento) alla ricerca di lavoratori irregolari e senza i dovuti permessi.

Sul New York Times un testimone oculare della violenza poliziesca ha detto che gli agenti, all’interno di un esercizio commerciale, hanno fatto disporre lungo il muro tra i 20 e i 30 lavoratori, per poi interrogarli uno a uno. Quasi come fossero tutti criminali, per un’ora o più sono stati trattenuti, mentre al di fuori dei negozi si raggruppavano manifestanti.

Stando alle informazioni diffuse dalle autorità, almeno 44 persone sarebbero state arrestate durante questi raid, una pratica incoraggiata da Trump anche durante il suo primo mandato. Ma in un quadro in cui il tycoon sta usando la mano pesante sui migranti – Stephen Miller, il vicecapo di gabinetto della Casa Bianca vorrebbe 3 mila arresti al giorno – l’esasperazione è scoppiata in sommosse.

Centinaia di manifestanti hanno continuate a protesta anche al di fuori dei centri di detenzione, mentre sin da subito la polizia ha usato lacrimogeni e spray al peperoncino in un’escalation durissima della repressione, finendo infine per autorizzare anche l’utilizzo di proiettili di gomma. Ciò ha portato solo all’aumento della rabbia popolare in città.

Gli eventi sono diventati occasione di competizione tra l’inquilino della Casa Bianca e il Partito Democratico. La sindaca democratica di Los Angeles, Karen Bass, ha criticato l’operazione dell’ICE poiché avrebbe seminato il terrore nella comunità ispanica, mentre Gavin Newsom, governatore della California anch’egli democratico, ha affermato che l’utilizzo della Guardia Nazionale “non farà che aumentare le tensioni”.

A sua volta, Trump ha scritto sul social Truth: “il governatore della California, Gavin Newscum (gioco di parole col cognome reale, ‘scum’ significa ‘feccia’, ndr), e il sindaco di Los Angeles, Karen Bass, non riescono a fare il loro lavoro, cosa che tutti sanno, allora il governo federale interverrà e risolverà il problema delle rivolte e dei saccheggiatori nel modo giusto!!!”.

Il modo giusto potrebbe arrivare a contemplare persino l’intervento militare. Il segretario alla Difesa Peter Hegseth ha affermato che quella dei migranti è “una pericolosa invasione criminale facilitata dai cartelli criminali (ovvero organizzazioni terroristiche straniere) e un enorme rischio per la sicurezza nazionale”.

La solita retorica del nemico esterno che mette a repentaglio il paese è stata rafforzata dalla dichiarazione per cui, se sarà necessario, Hegseth si è detto disposto a dispiegare persino i Marines per fermare le proteste. Una scelta che significherebbe dire al mondo interno che Los Angeles è davvero un campo di battaglia, ma tutto interno alla divisa società statunitense.

Altre manifestazioni sono state segnalate in città vicine, mentre va sottolineato anche il fatto che, come ricorda la CNN, è la prima volta dal 1992 che si prende la decisione di schierare la Guardia Nazionale. Ma questo non è il frutto di organizzazioni terroristiche, bensì delle contraddizioni della società stelle-e-strisce che tra crisi e odi razziali sta raggiungendo sempre più il proprio culmine.

Il clima nelle strade della California è da guerra civile, e del resto la rabbia di chi è in piazza non può essere raccolta dai democratici, che si sono comunque affrettati a condannare e a giurare di punire le forme più dure della protesta. I riferimenti al 1992 sono significativi di un punto di non ritorno per gli USA.

La testimonianza di Luca Celada, corrispondente de il manifesto.

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Battle of LosAngeles

Qualche ora fa, nella notte italiana, Donald Trump ha annunciato di aver mobilitato la guardia nazionale californiana ordinando a 2000 soldati di muovere su Los Angeles.

Si tratta in realtà di un commissariamento dato che i riservisti di ogni stato dipendono dai rispettivi governatori. Solo in casi eccezionali quell’autorità può essere impugnata dal presidente, come aveva fatto Eisenhower ad esempio quando aveva mandato la national guard dell’Arkansas ad integrare le scuole pubbliche di Little Rock.

L’azione di Trump è invece una drastica escalation che sbanda il paese verso l’anticamera del conflitto civile.

Il governatore Newsom ha infatti affermato che l’azione non solo non è necessaria, ma atta piuttosto ad infiammare ulteriormente la situazione.

La “situazione” è la tensione provocata dai raid militari inscenati a partire da venerdì quando dai soliti commando mascherati sono apparsi in numerosi quartieri della città in convogli di veicoli corazzati in stile Falluja, armi da guerra in mano e dita sui grilletti degli AR15.

Così combinati hanno inscenato rastrellamenti davanti a Home Depot (la catena di grandi magazzini del fai da te nei cui parcheggi stanziano lavoratori in attesa di piccoli lavori edili e ingaggi giornalieri). Altri blindati hanno preso la strada di Westlake, il quartiere più densamente popolato della città, dove i marciapiedi sono ingolfati di colorati mercatini e robivecchi, innescando panico e fuggi fuggi fra la popolazione centroamericana.

Altri federales ancora sono apparsi nel “garment district,” il distretto dell’abbigliamento e fatto irruzione nella AmbianceApparel, sigillando i cancelli e arrestando una quarantina di lavoratori della fabbrica.

Come accaduto una settimana prima a San Diego (ma anche Minneapolis a Chicago e in Massachussetts), i raid hanno suscitato la reazione indignata ed infuriata di famigliari e colleghi dei desaparecidos spintonati dentro furgoni senza insegne.

La gente ha tentato di bloccare i veicoli apostrofando i paramilitari come “fascisti!”. Circondati, gli “agenti” (ma la loro identità rimane un mistero, spesso indossano uniformi che sembrano improvvisate e di diverso tipo, non portano nominativi ed hanno il volto sempre coperto) hanno reagito con lacrimogeni e granate stordenti.

Nelle colluttazioni vi sono stati numerosi contusi. David Huerta, segretario della SEIU (il maggiore sindacato del settore pubblico – 700.000 membri nella contea), che tentava di informarsi sugli operai sequestrati, è stato malmenato, portato in ospedale e poi arrestato per resistenza.

La gente ha organizzato cortei spontanei sotto il centro di detenzione ed il tribunale federale da cui si sentivano grida di “ayudenos!” provenienti dagli scantinati dove i detenuti sono stati richiusi senza accesso ad avvocati. Le proteste ed i tafferugli sono durati fino a tarda notte.

Ieri mattina altre retate. L’esercito ombra è riapparso al Home Depot di Paramount, quartiere working class a sud di downtown dove si sono ripetute le stesse scene. Quando ci sono passato io, c’erano forse 500 persone in strada che urlavano la propria rabbia agli agenti che si erano portati via una dozzina di uomini.

Occasionalmente i paramilitari sparavano raffiche di proiettili di gomma e lacrimogeni per disperdere la folla che tornava regolarmente ad avvicinarsi tenendo in mano scritte “Fuck ICE” e “Fascists go home!”

Nel pomeriggio ci sono state una serie dichiarazioni dei ministri di Trump. Kristi Noem ha diffidato i “riottosi” affermando che “i manifestanti verranno arrestati e condannati”. Stephen Miller, consigliere per la remigrazione, ha riposto alla sindaca Karen Bass che aveva condannato l’operato delle truppe: “Non ha voce in capitolo, il potere federale è supremo. Sederemo l’insurrezione”.

La qualifica è risibile. I disordini non solo ammontano ad un centesimo di ciò che è avvenuto il 6 gennaio 2021, ma non si avvicinano nemmeno a quello che puntualmente si verifica quando vincono un campionato i Lakers.

Questo non ha impedito che Tom Homan (titolo ufficiale “zar delle deportazioni” e un phsyique du rôle alla Hermann Goering) di dichiarare “inammissibili” gli “attacchi terroristici” (al massimo sono volate delle uova) contro gli agenti impegnati ad arrestare “pericolosi criminali e trafficanti di bambini”. La consueta narrazione del “american carnage” qui sonoramente smentita dai fatti.

Ma questo naturalmente non ha impedito che si giungesse alla fase già da prima preventivata, annunciata per mezzo del solito tweet ieri sera: la mobilitazione della guardia nazionale “per proteggere la cittadinanza” (che prima di venerdì e dei raid militari, a dire il vero, stava benone).

Saranno ora i soldati a presidiare la città – contro la volontà della sindaca, del governatore e dei cittadini per i quali le truppe equivalgono ad una forza di occupazione ostile.

Ad aprile un decreto esecutivo titolato “sguinzagliare le forze dell’ordine”, ordinava specificamente “il trasferimento di materiale militare quali veicoli blindati ed equipaggiamento tattico” ai dipartimenti di polizia nonché l’addestramento degli agenti da parte del ministero della difesa, disposizioni in palese contravvenzione dei divieti costituzionali all’impiego civile della forza militare.

Ecco ora l’operazione organizzata ad arte per creare l’emergenza fittizia che ne giustifichi l’impiego per controllare una popolazione inadempiente che Trump ha nel mirino da tempo. Parliamo di un’area urbana allargata di 13 milioni di abitanti – la metà ispanici, fino al 10% potrebbero essere sprovvisti di permesso di lavoro.

La comunità – come tutto il Southwest – è economicamente, culturalmente e storicamente integrata a tutti gli effetti. La rimozione di un milione e mezza di persone – se fosse pure possibile – dilanierebbe la città producendo un trauma sociale irrimediabile.

L’etnostato americano esiste solo nei deliri dei suprematisti e nella narrazione Maga utile ad aggregarne il consenso. Si tratta piuttosto di un atto dimostrativo – colpire Los Angeles e la California per educare tutti gli altri stati.

È un delirio anche quello dei fanatici accelerazionisti Maga che a Los Angels sembrano avere ogni intenzione di imboccare una pericolosissima strada a senso unico senza rampe di uscita.

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