Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta ChatControl. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ChatControl. Mostra tutti i post

12/07/2026

Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa

La UE sta sdoganando la sorveglianza di massa, strumento molto utile per una classe dominante in crisi in tempi in cui l’unica promessa che è sicura di mantenere verso i popoli che governa è quella di cacciarli in un’escalation bellica senza fine. Ma nel voto appena avvenuto a Strasburgo ci sono anche altri due problemi: la libertà di manovra lasciata alle Big Tech e le modalità di votazione, che hanno palesato la natura delle istituzioni europee, che è tutto fuorché democratica.

Il 9 luglio, il Parlamento Europeo ha approvato la proroga di una norma temporanea già sostenuta dal Consiglio dell’Unione Europea, all’unanimità. Si tratta della misura definita come “Chat Control”, che ha sollevato un acceso dibattito perché, nei fatti, permette il controllo di una gran quantità di dati privati da parte delle aziende di messaggistica e posta elettronica.

Con la formula “Chat Control” si intende una norma che permette ai fornitori di servizi di analizzare, in maniera volontaria, i contenuti, e di rimuoverli e segnalarli nel caso dell’individuazione di materiale pedopornografico o di messaggi finalizzati all’adescamento. Tale misura era in scadenza, ma è stata appunto prorogata fino al 3 aprile 2028.

A rimanere in dubbio è perso l’ampiezza dei poteri da concedere alle aziende. Infatti, tramite emendamento, le comunicazioni protette dalla cosiddetta “crittografia end-to-end”, ovvero dal quel sistema crittografico che consente la lettura del contenuto inviato solo sui dispositivi del mittente e del destinatario, rimangono fuori da questo provvedimento.

Sarà un software a effettuare una prima disamina dei contenuti controllati. Se l’algoritmo troverà una corrispondenza o un’elevata probabilità di illecito, allora verrà fatta una segnalazione poi controllata da revisori umani, autorità nazionali, forze di polizia e, nel futuro impianto, un Centro adibito a questo compito.

C’è però un problema enorme. Il software, per il modo in cui riconosce casi passibili di finire sotto segnalazione, usa meccanismi che rischiano di provocare una gran quantità di errori (i file esaminati possono essere milioni e milioni al giorno), e a dirlo è il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS).

Ma soprattutto, l’EDPS ha sottolineato che la norma approvata non definisce garanzie chiare sui limiti del monitoraggio delle imprese private, lasciando loro ampia discrezionalità. Questo potrebbe finire col colpire in particolare soggetti protetti da obblighi di riservatezza, come giornalisti, avvocati, e altri professionisti.

Il Garante ha infine criticato la possibilità che una norma nata in maniera eccezionale e temporanea nel 2021 diventa solida architettura della UE, nonostante l’impatto non chiarito sui diritti fondamentali dei suoi cittadini. Dietro il velo della lotta a crimini terribili, nei fatti un algoritmo metterà in mano a privati la gestione di una quantità enorme di dati riservati, che possono inoltre diventare anche strumento politico per una UE sempre più dedita alla censura, le sanzioni e la propaganda di guerra.

C’è poi la specifica di come il Parlamento Europeo ha votato tale proroga. Il testo era già stato respinto per ben due volte a marzo, ma la democraticissima presidente Roberta Metsola lo ha ripresentato ricorrendo a una procedura d’urgenza, così che al voto del 9 luglio fosse necessaria la maggioranza assoluta dell’Aula per respingere il provvedimento.

È così è accaduto che 314 parlamentari si sono espressi contro, e solo 276 a favore, ma alla fine il voto ha dato ragione a questi ultimi, perché a Metsola non andava giù l’opinione espressa dai colleghi precedentemente, per ben due volte. I due emendamenti decisivi per la tutela della crittografia hanno superato di poco la maggioranza assoluta richiesta (fissata a 360 voti), ottenendo rispettivamente 369 e 362 consensi.

Il provvedimento non è comunque entrato automaticamente in vigore. Il Consiglio deve decidere se accettare le modifiche inserite entro i prossimi tre mesi, e solo a quel punto il regolamento sarà adottato. Se invece il via libera non ci sarà, allora si aprirà un negoziato formale tra Parlamento e Consiglio per trovare un testo comune. Solo se questa mediazione non raggiungerà alcun risultato allora la proposta decadrà definitivamente.

Fonte

03/12/2025

Macron propone una stretta sull’informazione. La UE vuole controllare i messaggi di tutti

Mentre in Italia il giornalismo mostra tutta la sua pochezza e, soprattutto, il suo asservimento, in merito alle polemiche intorno a Francesca Albanese e alla due giorni di mobilitazioni del 28 e 29 novembre, contro la finanziaria di guerra e per la Palestina libera, anche nel resto della UE la tendenza ormai è la stessa: l’informazione deve essere piegata alle esigenze strategiche delle capitali europee, e anzi è bene ampliare la sorveglianza indiscriminata e la schedatura, che in questi tempi di crisi il dissenso fa male ai mercati.

Avevamo già visto la nascita a Bruxelles di un vero e proprio “ministero della Verità”, di orwelliano sapore. Ora rincara la dose il presidente francese Emmanuel Macron, che ricordiamo aver cambiato più governi che cravatte, probabilmente, negli ultimi mesi. Il Napoleone dei nostri tempi (ahinoi!) ha lanciato una proposta controversa, ovvero quella di istituire un “marchio di qualità” per distinguere i siti di informazione “degni di fiducia” da quelli che non lo sono.

Sebbene Macron assicuri che tale potere non sarà in mano allo Stato ma a “professionisti dell’informazione” (come Reporters sans frontières e la sua Journalism Trust Initiative), la sostanza del problema rimane. Perché, dicono le voci critiche a questa proposta, che secondo il settimanale – di centrodestra, è bene ricordarlo – Le Point sono già più di 500 organi di stampa, non c’è garanzia rispetto alla neutralità di chi certifica il “marchio di qualità”.

E sia chiaro: è giusto avere opinioni sui fatti del Mondo. Noi pubblichiamo ogni giorno un giornale che indica in maniera ben chiara la sua posizione, già nella testata. Ma imporre un meccanismo di controllo amministrativo preventivo significa screditare a priori qualsiasi contenuto, etichettandolo come disinformazione.

Non a caso, questa misura sarebbe in contrasto persino con una legge francese del 1881, che garantisce la libertà di pubblicazione salvo specifici reati giudicati, come la cultura giuridica vuole, a posteriori. Macron sta insomma proponendo una misura che sarebbe in linea coi tempi di Napoleone III, non a caso.

A Bruxelles, invece, la recente approvazione del nuovo regolamento “Chat Control”, apre le porte al pericolo di espansione indiscriminata della sorveglianza preventiva, di violazione sistematica della privacy, di schedatura di massa. E infine, come è sempre più evidente in ogni atto della UE, di minare la libertà di espressione.

Quello a cui il Consiglio Europeo ha dato il via libera si presenta come uno strumento per una lotta nobile: si tratta del Regolamento per prevenire e combattere l’abuso sessuale dei minori, altrimenti detto CSAR. In realtà, si tratta del tentativo di definire un’infrastruttura permanente di verifica e scansione dei messaggi che gli utenti delle varie piattaforme digitali possono scambiarsi.

Il meccanismo tecnico si fonda sul client-side scanning, che permette l’analisi dei contenuti sul dispositivo dell’utente prima che questi vengano crittografati. La versione che dovrà essere votata in Parlamento Europeo nelle prossime settimane sembra edulcorata rispetto a quella iniziale. Infatti, non sarà più un funzionario pubblico a verificare i materiali, ma sarà alle piattaforme titolari dei diritti sulle chat che sarà affidato il controllo di ultima istanza.

Nei fatti, significa delegare i colossi digitali, il privato, alla verifica di ciò che inviamo o ci viene inviato, offrendo loro una leva ulteriore di potere, essendo legata a possibili incriminazioni. Inoltre, lo stesso European Data Protection Supervisor, l’autorità indipendente di sorveglianza per la UE, e diverse associazioni per i diritti digitali hanno sottolineato che le scansioni automatiche di messaggi privati sono una violazione della privacy garantita dall’articolo 7 della Carta dei Diritti Fondamentali UE.

Insomma, quella stessa architettura che viene millantata come garante della pace e dei diritti sta venendo picconata, giorno dopo giorno, per costruire una UE che sia adatta alla guerra, esterna e interna, che Bruxelles vuole condurre per riuscire a contare qualcosa nella competizione internazionale.

Fonte

16/05/2023

ChatControl, il cavallo di troia della sorveglianza

Da quasi un anno l’Unione Europea sta discutendo una proposta di regolamento denominata “ChatControl”, il cui scopo è la ricerca di materiale pedopornografico ma che rischia di sfociare in una gigantesca violazione dei diritti fondamentali dei cittadini europei.

La proposta prevede l’istituzione di apposite “autorità coordinatrici” in ogni Stato Membro, le quali avranno il potere – di concerto con altre autorità nazionali – di emanare “ordini di rilevazione” (o detection order) attraverso i quali potranno imporre ad alcuni servizi digitali (come social network e servizi di messaggistica) di installare un sistema di analisi automatizzata delle conversazioni di tutti gli utenti per individuare contenuti pedopornografici.

A seguito di questi ordini e per un periodo di massimo 24 mesi le conversazioni di tutti gli utenti sarebbero costantemente monitorate e confrontate con database contenenti “indicatori” in grado di rilevare la presenza di immagini sensibili.

La scansione riguarderebbe tutti gli utenti, senza distinguere, ad esempio, tra account precedentemente segnalati, specifiche utenze o zone geografiche.

Le preoccupazioni che questo regolamento suscita sono molteplici. Nonostante le soluzioni tecniche finora proposte potrebbero prevedere l’utilizzo di sistemi di cifratura delle informazioni sottoposte ad analisi, si verificherebbe comunque un controllo sistematico e di massa su tutti i cittadini europei, in violazione di regole fondamentali come la proporzionalità nel trattamento dei dati personali e il principio di presunzione d’innocenza.

L’implementazione di questi sistemi, inoltre, impedirebbe di utilizzare sistemi di crittografia end-to-end. Questo tipo di crittografia è molto diffusa (la utilizzano, ad esempio, WhatsApp, Signal e iCloud) e permette a chi ne beneficia di avere il massimo livello di sicurezza delle informazioni, in quanto solo il mittente e il destinatario di un’informazione possono accedere ai dati della comunicazione tra le due parti. Al contrario, qualsiasi accesso da parte di soggetti terzi è escluso.

La scansione dei messaggi deve operare su informazioni non cifrate e questo livello di sicurezza sarebbe impossibile da mantenere.

Con ogni probabilità si verrebbe a creare un paradosso: da un lato gli utenti comuni non potrebbero più utilizzare la crittografia end-to-end e sarebbero esposti ad intrusioni di terzi, sia privati che pubblici; dall’altro coloro che diffondono materiale pedopornografico si rivolgerebbero a servizi diversi, meno conosciuti e insensibili a questo tipo di soluzioni, come reti decentralizzate.

I rischi non riguardano solo gli abusi ma anche gli errori dell’algoritmo, che sarebbero amplificati dalla quantità di dati interessati dai controlli.

Ad esempio, su WhatsApp vengono scambiati oltre 70 miliardi di messaggi al giorno. Con questi numeri, anche una percentuale di errore dell’1% comporterebbe quantità enorme di segnalazioni errate, con conseguenti costi e tempi di gestione, nonché notevoli disagi per i soggetti coinvolti.

In termini pratici, lo scambio di immagini per finalità assolutamente lecite, come la trasmissione di una foto da parte di un genitore ad un pediatra, potrebbe far scattare un allarme e un inutile accertamento.

Ciò che non ci convince è l’approccio al problema. In questi ultimi anni, il progresso tecnologico ha generato una tendenza alle raccolte massive di dati, in un’ottica di controllo e repressione dei comportamenti illeciti, nell’illusione che la tecnologia possa fornire soluzioni semplici e immediate a problemi complessi e radicati.

In realtà, è molto comune che l’analisi di grandi quantità di dati pregiudichi l’efficacia delle investigazioni poiché inonda l’autorità di informazioni non utili, che richiedono tempo e risorse per essere gestite.

Il Regolamento ChatControl è, quindi, un caso di soluzionismo tecnologico. Senza voler sottovalutare il problema dello sfruttamento di minori on-line e del rischio di adescamento, le soluzioni dovrebbero essere differenti.

In primo luogo tenere effettivamente conto dei diritti dell’intera comunità e, in secondo luogo, incoraggiando un approccio di tipo preventivo, che investa sulla consapevolezza di bambini e genitori e sul recupero di chi ha commesso reati legati allo sfruttamento di minori.

Fonte