Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/05/2024

La guerra infinita dell'Occidente al tramonto

di Carlo Formenti

Qualche settimana fa ho commentato su queste pagine il numero 3 della rivista Limes ("Mal d'America"), dedicato alla crisi egemonica degli Stati Uniti. L'appena uscito numero 4, dal titolo "Fine della guerra" (dove la parola fine va letta sia come il fine – lo scopo – che come la fine), che affronta nuovamente il tema da un altro punto di vista, mi è parso ancora più interessante, per cui credo sia giusto dedicargli un ulteriore riflessione.

Come nel numero precedente, il punto di vista della rivista, pur critico nei confronti della (assenza di) strategia che caratterizza il modo in cui Stati Uniti ed Europa affrontano la duplice sfida di Russia e Cina, non è anti-occidentale. Si tratta piuttosto del tentativo di iniettare nel bagaglio ideale del blocco atlantico una robusta dose di realismo. Nel numero 3 si citavano come campioni di tale approccio personaggi quali George Kennan ed Henry Kissinger, due "monumenti" di un pensiero conservatore che mira al contenimento del nemico senza innescare una catastrofica Terza Guerra Mondiale. Nel numero 4 l'approccio viene riproposto, ma l'obiettivo di "moderare" il conflitto senza rinunciare ai propri obiettivi è qui associato, più che all'esempio di singole figure storiche, al paradigma di una disciplina, la geopolitica, che "educa al limite, frena le pulsioni più sconsiderate dei contendenti mentre li include nella stessa equazione in ossequio al principio di realtà" (la citazione è tratta dall'editoriale, cui mi riferirò qui in prevalenza, introducendo spunti da altri articoli che ne condividono lo spirito, mentre ignorerò quelli che esibiscono toni affini al mood propagandistico della stampa mainstream).

Parto da una affermazione cruciale contenuta nell'editoriale: oggi la guerra non può più essere razionalizzata dal paradigma di Clausewitz, che la definiva come la continuazione della politica con altri mezzi. Il modello non funziona più perché la guerra "si è emancipata dalla politica". L'eclisse del politico, cioè dell'unico fattore in grado di determinare il fine della guerra, impedisce che se ne possa sancire la fine. Introduco qui una prima riflessione critica. Più avanti vedremo come il carattere illimitato della guerra postmoderna venga associato al venire meno di un pensiero strategico occidentale ma, al tempo stesso, "Limes" non può né vuole rinunciare ad attribuire lo stesso peccato alla controparte: va bene criticare la logica bipolare buono/cattivo che ispira la propaganda occidentale, ma ammettere che il "cattivo" siamo noi sarebbe chiedere troppo. Ecco perché, dopo Clausewitz, viene chiamato in causa il filosofo della violenza simmetrica, René Girard (1). Costui, com'è noto, teorizza che la radice della violenza interumana affonda nel "desiderio mimetico", cioè nell'identificazione con la (presunta o reale) volontà di potenza altrui. Si innesca così il meccanismo di "feedback positivo" analizzato da un altro autore di punta della scuderia Adelphi, Gregory Bateson (2). Un meccanismo imitativo che è replicabile all'infinito: violenza chiama violenza, "Fino a perdere il senso stesso della difesa e dell'attacco, dell'aggressore e della vittima".

In questo modo si da per scontato che il "nemico" (Russia, Cina e tutti i popoli e le nazioni che si oppongono al dominio occidentale) sia mosso dalle nostre stesse pulsioni (volontà di potenza su tutte). Più avanti cercherò di mostrare come questo approccio, anche dandone per scontata la buona fede, sia frutto dell'incapacità di "vedere" l'altro. Eppure anche in questo "depistaggio" girardiano troviamo un passaggio rivelatore: l'uso illimitato della forza è sintomo "della tendenza all'estremo", scrive l'estensore dell'editoriale, che "da fine Settecento accelera il corso della storia". Genialità e cecità al tempo stesso della visione geopolitica: l'annotazione storica è più che azzeccata, ma come non cogliere che tendenza all'estremo e accelerazione temporale hanno a che fare anche e soprattutto con la cattiva infinità dell'accumulazione capitalistica? (3).

Limes non coglie questa connessione ovvia per il punto di vista marxista, in compenso suggerisce che, tradotta in geopolitica, questa tendenza all'estremo ci parla del miraggio della occidentalizzazione del mondo "figlio della rivoluzione francese". Anche se sarebbe più corretto parlare di un parto della rivoluzione borghese, e non solo francese (perché non riconoscere i "meriti" delle rivoluzioni inglese e americana?), la scelta trova giustificazione nel fatto che i "diritti universali" (4) figli dell'89 parigino ed "esportati" in Europa sulla punta delle baionette delle armate napoleoniche, hanno affascinato l'idealismo hegeliano che vi ha scorto il compimento della storia umana (il "deragliamento della teleologia hegeliana" lo definisce l'editoriale di Limes). Dopo il crollo dell'URSS, che per quasi un secolo aveva messo in dubbio la narcisistica auto identificazione occidentale con il destino dell'umanità, Fukuyama (4) ha potuto rilanciare l'annuncio hegeliano. È così scattata la trappola (vedi l'articolo di Fabrizio Maronta "L'incidente dell'Occidente") che "immagina il binomio democrazia liberale-capitalismo come forma definitiva e più alta della vicenda umana" e rafforza "la pericolosa convinzione che l'Occidente sia destino ineluttabile perché privo di alternative, dunque desiderabile da tutti e ovunque" (ibidem).

Poco importa che più di meta dell'umanità non si dimostri impaziente di ricevere i nostri "doni". Se molte democrazie occidentali sono meno popolari di diverse autocrazie, perché cinesi e russi (ma l'interrogativo vale per molti altri popoli) dovrebbero imitarci? L'interrogativo è cruciale perché – sorvolando su quella catalogazione del resto del mondo alla voce "autocrazie" – il fatto di non porselo fa sì che "noi occidentali continuiamo a concepire le guerre come estrema risorsa del progresso di cui ci siamo intitolati l'esclusiva". L'illimitismo dei limitati genera mostri, al punto che in nome dei diritti umani "ci si può anche suicidare con tutto il Pianeta".

La prospettiva del suicidio è tutt'altro che campata in aria, ove si consideri che, dopo la breve pausa in cui l'impero Usa ha potuto accarezzare il sogno di un dominio senza confini né alternative, è dopo che questo sogno è andato a sbattere contro un nuovo "muro" che non separa più Est da Ovest ma Nord da Sud, la reazione americana appare tanto folle quanto disperata. Folle perché non tiene conto di quel principio di realtà, in assenza del quale nessuna tregua (per tacere della pace) è negoziabile, disperata perché sopravvaluta la propria presunta superiorità a partire dal mancato riconoscimento del fatto (già messo in luce dal precedente numero della rivista) che "la potenza non dipende tanto dagli arsenali militari quanto dalla disponibilità di una collettività a battersi".

Non dubito che qualche marxista "ortodosso" sarà a questo punto tentato di liquidare come "sovrastrutturali" le argomentazioni appena esposte, obiettando che io stesso le ho liquidate poco sopra, associando l'illimitatezza delle pulsioni imperiali a stelle e strisce al principio di illimitatezza che anima il processo di accumulazione capitalistico. Perché inseguire fantasmi ideologici, dal momento che la ferocia con cui il blocco occidentale si precipita verso una Terza guerra mondiale è frutto della necessità imposta da una crisi economica di gravità tale che solo la guerra potrà risolverle? Replicherò a questo approccio meccanicista/economicista in sede di conclusioni. Prima intendo discutere gli altri due talloni di Achille (oltre a quello della sopravvalutazione della propria superiorità militare) che indeboliscono il fronte occidentale, evidenziati dall'analisi di Limes: la perversione del principio di realtà da parte del principio di narrazione (storytelling) e il fondamentalismo religioso che si nasconde dietro l'esaltazione di presunti principi universali.

L'articolo di Giuseppe De Ruvo ("La guerra postmoderna e il principio di irrealtà") punta il dito contro la svolta "narrativista" della nostra cultura. Si potrebbe dire che il suo ragionamento mette in luce un paradosso che chi scrive ha a più riprese evidenziato, criticando l'annuncio della fine dei grand récit di Jean François Lyotard (5): decretando la fine dei "grandi racconti" – o delle ideologie di emancipazione – gli accademici postmodernisti (e i loro volgarizzatori giornalistici) non hanno indebolito il potere suggestivo delle ideologie; lo hanno al contrario elevato all'ennesima potenza perché, relativizzando il valore di verità di tutti i discorsi, lo hanno rimpiazzato con le loro capacità "performative", cioè con la capacità di "produrre" verità, con buona pace del principio di realtà. "Il principio di realtà", scrive De Ruvo, "è stato assassinato dall'avvento dello storytelling e dal concetto di narrazione", per aggiungere qualche riga sotto: "viviamo ormai in uno 'storiverso', ovvero in un mondo in cui non si dà più analisi del reale... ciascuno si sceglie la narrazione che preferisce indipendentemente dalla sua aderenza ai fatti". La tragedia è che anche la guerra diventa narrazione slegata da ogni strategia, "tentativo di vincere la guerra raccontandola".

Purtroppo per gli Stati Uniti, la loro è una narrazione fuori tempo: se il sogno americano non funziona più in casa, recita l'editoriale, figuriamoci se può funzionare fuori. Ma l'establishment a stelle e strisce non sembra preoccuparsene: continua a seminare il caos in nome di obiettivi tanto ambiziosi quanto irrealizzabili e finisce per credere alla sua stessa propaganda. Mentre politici e giornalisti europei, degradati a un ruolo ancillare nei confronti del partner d'oltreoceano, appaiono come cinici ripetitori di "verità" cui non credono, sull'altra sponda la propaganda assume infatti le vesti della fede. Il che ci porta all'eccezionalismo americano e alla sua radice fondamentalista, tema affrontato dall'articolo di Tony Smith ("La legge di Abramo"). Non è un caso, scrive Smith, se i destini di Usa e Israele appaiono strettamente intrecciati. Non è solo questione del ruolo di Israele in quanto cuneo politico-militare, avanguardia dell'imperialismo occidentale piantata nel cuore del Medio Oriente: il fatto è che Usa e Israele condividono le stesse attitudini teocratiche al puritanesimo, all'essenzialismo, all'eccezionalismo e al militarismo. Una comune cultura della vendetta (non della giustizia!) che è tratto distintivo dell'Antico Testamento: "i due paesi condividono attitudini religiose fondamentaliste per molti versi incompatibili con gli ideali democratici di eguaglianza e umanitarismo che pure ne informano la retorica". Una cultura, aggiungerei, che mentre trova espressione nel sincretismo della lobby neocons che mixa ispirazioni veterotestamentarie e calviniste, richiama alcuni tratti del fondamentalismo islamico, colorando di ipocrisia i discorsi che parlano di un ordine internazionale basato sul diritto.

*****

Vengo all'incapacità di vedere/riconoscere l'altro da sé che già sul precedente numero Limes addebitava all'Occidente in generale e agli Usa in particolare. Nel mio commento osservavo tuttavia che in molti articoli di quel fascicolo era riscontrabile la stessa incapacità (strutturale o intenzionale? Personalmente ritengo sia dovuta a entrambe le ragioni). Questo limite è ancora più evidente in questo nuovo numero. Il punto è la presunta simmetria fra i contendenti. Richiamavo sopra il riferimento a Girard e alla violenza mimetica: le idee di questo autore vengono usate per legittimare la tesi secondo cui la crescente resistenza del Sud globale all'impero euro-americano (più americano che euro) sarebbe causata dal fatto che la globalizzazione (oggi rigettata dall'America che l'aveva esaltata e difesa da una Cina che, secondo Limes, aspira a sua volta ad eleggersi a guida mondiale) avrebbe occidentalizzato i paesi emergenti, inducendoli ad adottare la stessa logica dell'Occidente.

Nell'editoriale si cita una dichiarazione di Xi Jinping, proferita al fianco di Putin, in cui il presidente cinese diceva "stiamo vivendo cambiamenti che non abbiamo visto da cent'anni e noi li guidiamo insieme", dichiarazione che certificherebbe la volontà egemonica, simmetrica a quella del competitor americano, del dragone. Viene cioè ignorata come pura propaganda – narrazione simmetrica alle narrazioni occidentali – l'insistenza con cui il governo cinese sostiene di volersi impegnare nella costruzione di un mondo multipolare, in cui nessuna nazione possa arrogarsi il ruolo di egemone globale. Con lo stesso scetticismo viene accolto il discorso di Andrej Susenkov (decano della facoltà di relazioni internazionali dell'Università di Mosca), il quale, intervistato da Limes, attribuisce lo stesso obiettivo alla Russia, che "vuole che si arrivi a un nuovo sistema internazionale equilibrato, regolato da un principio di realismo e dalla consapevolezza di nuove condizioni che impediranno il dominio e l'egemonia di un unico paese", aggiungendo poco dopo che "gli Stati Uniti non sono ancora in grado di rinunciare a una postura di dominio unilaterale dell'ordine internazionale", e rammaricandosi del fatto che l'Europa abbia smesso di agire in base ai propri interessi in ragione di un'autonomia sempre più limitata nei confronti degli Usa.

È evidente che i redattori di Limes, oltre a sottolineare la natura tattica e contingente della convergenza fra Russia e Cina, unite dalla necessità di far fronte all'aggressività americana ma divise da storie e interessi tradizionalmente conflittuali, non credono ai proclami di Mosca e Pechino, perciò, mentre invitano a scongiurare i rischi di escalation, propongono una variante aggiornata della teoria del contenimento di Kennan: l'idea è congelare il conflitto scommettendo sul fatto che una strategia attendista consentirebbe di sfruttare quella che definiscono "la freccia più acuta all'arco delle società aperte" vale a dire "il grande limite del decisionismo economico e più in generale del dirigismo", destinati alla lunga a mettere in crisi il progetto cinese.

Questa speranza ci fa capire come nemmeno gli intellettuali più raffinati dell'establishment occidentale riescano a venire a capo del mistero cinese. Washington si era illusa che l'apertura cinese al mercato globale avrebbe indirizzato la Cina verso la fine del socialismo e la transizione alla liberal democrazia. Del resto il capitalismo americano non aveva forse goduto dei benefici della WalMart Economy (6), vale a dire della chance di usare il made in China come una droga per i lavoratori, mascherandone l'abbassamento del tenore di vita? Come è potuto succedere che questa sinergia sino-americana si sia rovesciata in un boomerang, creando le condizioni per la transizione della Cina da fabbrica del mondo a leader mondiale nei settori tecnologici avanzati e verso la conquista del primato negli investimenti diretti nel Terzo Mondo? Nemmeno Limes saprà rispondere a tale domanda finché resterà ancorata al dogma liberista della presunta superiorità delle "società aperte" rispetto alle economie miste ad alto intervento pubblico (il punto è che si pensa ancora alla Cina come a una variante del modello sovietico, ignorando l'alto tasso di flessibilità che le riforme della fine dei Settanta hanno introdotto nel meccanismo della pianificazione socialista (7)).

Altrettanto difficile sembra prendere atto del fatto che l'avversione cinese alla guerra non è un mero espediente propagandistico. Benché il nuovo numero di Limes ospiti un articolo di due accademici cinesi "americanizzati" (You Ji e Zhang Shu, "Pechino combatterà suo malgrado") nel quale si ribadisce che l'avversione alla guerra è una costante della lunga storia cinese, che anche i recenti conflitti di confine (India, URSS, Vietnam) hanno confermato che la Cina subordina gli obiettivi militari a quelli politici (i primi devono essere giustificabili e vantaggiosi, ma soprattutto limitati), e infine che la visione strategica della leadership cinese dà più importanza alla difesa che all'offesa.

*****

Concludo riprendendo, come promesso, il tema della idiosincrasia del marxismo ortodosso – leggasi meccanicista in filosofia ed economicista in materia storico sociale – nei confronti delle argomentazioni geopolitiche sul tipo di quelle appena analizzate. Il punto è che questo approccio è ancora impigliato nella opposizione schematica struttura/sovrastruttura, eredità mai smaltita del diamat staliniano. Secondo questa visione, le considerazioni di Limes sui punti deboli dell'Occidente, Usa in primis, come la sopravvalutazione della propria potenza militare, la perdita di senso di realtà generata dal paradigma postmoderno che rimpiazza i fatti con la narrazione, la fede religiosa nella propria missione di diffusione mondiale dei principi liberal democratici, ecc. sono puri orpelli ideologici che servono a mascherare gli interessi imperialistici del capitalismo a stelle e strisce.

Questo approccio non dovrebbe più godere di alcuna legittimazione, dopo che il pensiero di due giganti del marxismo come Gramsci e Lukacs (per citare solo le figure più eminenti) ha restituito all'ideologia il suo carattere di potenza materiale, fondamento dell'egemonia delle classi dominanti non meno decisivo dei rapporti sociali di produzione nel determinare il corso della storia. La follia della strategia del caos americana, la determinazione suicida a spingere il conflitto fino alle soglie dell'olocausto nucleare, non si spiegano solo con gli interessi economici, con la necessità di fronteggiare la crisi con il keynesismo di guerra; oggi non si può guardare al rischio di conflitto mondiale con gli stessi occhiali con cui guardiamo alla Seconda guerra mondiale, perché una guerra totale non sarebbe più un mezzo per distruggere e successivamente ricostruire, riavviando il meccanismo inceppato dell'accumulazione, ma causerebbe la fine dell'umanità, capitalisti compresi. Da questo punto di vista spaventano assai di più le deliranti macchine propagandistiche di un Occidente che, come denuncia Limes, ha sostituito la realtà con i suoi sogni al limite del delirio mistico.

Ciò detto, è evidente che i deliri in questione possono prendere corpo perché la crisi capitalistica in corso è qualcosa di più di una banale crisi ciclica. Come scrive l'amico Alessandro Visalli in una mail che mi ha inviato qualche giorno fa (e che spero amplierà in un articolo da pubblicare su queste pagine) "Comincia ad affacciarsi uno schema. Cercandone le radici bisogna riferirsi al movimento di fondo del nostro tempo: il tramonto della egemonia tecnica, economica e politico-militare dell'Occidente. Questo movimento, di portata storica, conclusione di un ciclo di mezzo millennio, ha conseguenze in ogni direzione e talvolta inattese". E più avanti, ragionando sul fatto che mentre il Nord del mondo "ha sognato di porsi come guida della transizione a un mondo fondato su tecnologie smart e rinnovabili", Cina e India lo hanno fatto, "mobilitando ciclopici investimenti pubblici e quindi anche privati", conclude che le nostre "disfunzionali società rette dalla valorizzazione privata, miope ed a cortissimo raggio" si rendono oggi conto di non riuscire a competere. Mi fermo qui, in attesa di ricevere il seguito di questa provocazione per avviare un dialogo più ampio e approfondito.

Note

(1) Cfr. R. Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1980.

(2) Cfr. G. Bateson, Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976.

(3) La "cattiva infinità" (rivisitazione marxiana di un concetto hegeliano) che anima il processo di accumulazione capitalistica è al centro dell'intera opera di Marx, il quale vi riconosce la causa ultima e inestirpabile delle crisi.

(4) A proposito dei cosiddetti diritti universali dell'uomo, che le rivoluzioni borghesi hanno elevato a principio assoluto, Marx scriveva che nessuno di essi "oltrepassa l'uomo egoista, l'uomo in quanto è membro della società civile, cioè l'uomo ripiegato su sé stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio privato, e isolato dalla comunità".

(5) Cfr. J-F Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1980.

(6) Giovanni Arrighi, fra gli altri, ha analizzato la cosiddetta WalMart Economy in quanto dispositivo che, grazie ai prezzi contenuti dei prodotti cinesi importati in America e distribuiti dalla catena WalMart, ha permesso al capitale Usa di ridurre il costo di riproduzione della forza lavoro e di abbassare i salari senza provocare tensioni sociali. Su questa fase dell'interscambio cino-americano vedi, dello stesso Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.

(7) Sulle caratteristiche del socialismo in stile cinese vedi quanto ho scritto in Guerra e rivoluzione, vol. II ("Elogio dei socialismi imperfetti"), Capitolo Primo.

Fonte

22/05/2023

Guerra in Ucraina - Su Limes “pillole di realismo”

Riproduciamo una “riflessione amara su guerra e pace” pubblicata da Limes online a firma di Giovanni Pardi.

L’articolo porta il significativo titolo di “Un foglio bianco da riempire per definire i termini del conflitto”.

Nonostante un fuoco di sbarramento mediatico, politico, ideologico da parte del ‘Partito trasversale della guerra’, che esclude ogni discussione di merito sulle soluzioni alla guerra in Ucraina che fermino l’escalation, sbucano sempre più frequentemente posizioni e proposte che invece indicano exit strategy non guerrafondaie.

È quello che abbiamo cercato di dire e di fare con l’appello Fermare la guerra, imporre la pace sottoscritto da centinaia di persone.

Il fatto che queste posizioni non trovino spazio nei media pubblici e privati non significa che non stiano crescendo, in Italia come in altri paesi coinvolti.

Anche per questo ci si vede il 27 maggio a Roma per tenere aperta una prospettiva alternativa a quella della guerra a oltranza in Ucraina.

Qui di seguito l’articolo di Giovanni Pardi. Buona lettura

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A trent’anni dalla sua uscita nelle sale, pare opportuno ricordare il film “Quel che resta del giorno”.

Nella pellicola americana diretta da James Ivory, uno dei protagonisti ricorda la sua gioventù e l’amicizia con un giovane tedesco, poi suicidatosi a causa della rovina economica della Germania dopo la grande guerra. Così, il protagonista si ripromette di lavorare per un’amicizia tra inglesi e tedeschi alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Anche in Inghilterra esisteva un forte movimento per l’appeasement, secondo cui era necessario fare della Germania un contrappeso europeo all’Unione Sovietica. Sappiamo come la Germania hitleriana giocò l’azzardo di una guerra totale finendone travolta assieme all’Europa stessa.

Ma resta sempre l’atroce dubbio: fu fatto tutto il possibile per giungere a un accordo onorevole tra le potenze in campo? Personalmente, ritengo che non ci fossero alternative.

Ma oggi, di fronte a uno scenario simile per alcuni aspetti a quello del 1939, ci dobbiamo chiedere se è possibile evitare lo scatenarsi dell’azzardo bellico. E dobbiamo cercare un accordo onorevole che, per essere tale, deve confrontarsi con l’emergere della Cina senza però farne il simbolo di un mondo migliore. Eppure, purtroppo, assistiamo costantemente al diffondersi di un linguaggio distorto a proposito della leadership economica di Cina e Russia.

Queste riflessioni dovrebbero indurre a un sano realismo che, dopo un’accurata fotografia geopolitica, unita a una valutazione obiettiva delle forze in campo, attui il motto latino che definiva il negoziato come un processo in cui ciascuna delle parti dia qualcosa, ma mantenga una propria forza contrattuale: “aliquid datum, aliquid retentum“.

Così facile a dirsi, così arduo da attuare quando si agitano questioni di principio, valori di civiltà e di libertà che, per quanto nobili, sono poi una palla al piede per ogni negoziato.

Cominci qualcuno a prendere un foglio bianco e a definire i termini del conflitto – non guerra! – che contrappone Cina e Stati Uniti, e a dividerli nelle varie sezioni: territoriali, economiche, strategiche e via dicendo. Dunque, riempia le varie caselle di numeri e carte geografiche a proposito di tutte le questioni in campo.

Condizione necessaria, però, ad un vero processo negoziale è “la buona fede”. Senza di essa il negoziato fallisce ed entrambi i contendenti rischiano la sconfitta. Così oggi si potrebbe, seguendo il metodo analitico sopra descritto, giungere ad una sintesi capace di evitare lo scontro diretto tra le potenze in campo.

Un foglio bianco da riempire con ipotesi di accordo sulla guerra in Ucraina dovrebbe innanzitutto prendere atto dell’enorme importanza economica del Donbass, strategico per ricchezze minerali e poi industriali. Qualcosa di simile vale per la Crimea, dove per assurdo se vi fu una minoranza “repressa” fu quella dei Tatari, comunque sempre con massicci ripopolamenti russofoni.

Nella logica del riconoscimento di fatto della prevalenza russofona nelle due regioni, si dovrebbero prevedere compensazioni a favore dell’Ucraina, sia a carattere economico che di sicurezza.

Non vi è dubbio che con tali penetrazioni il territorio ucraino rimarrebbe fortemente esposto ad ulteriori possibili conflitti, a causa della grande ricchezza del Donbass che impoverirebbe l’economia ucraina. I nuovi confini poi dovrebbero essere internazionalmente garantiti non essendovi barriere naturali tra le due parti oggi in conflitto.

Quindi, si aprirebbe l’intera questione della “fascia di sicurezza” cui sia la Russia sia i paesi confinanti hanno un sacrosanto diritto, soprattutto per porre fine ad un’instabilità regionale che parte dalla Finlandia e, passando per Kaliningrad e i Baltici, giunge nello scacchiere ucraino e del Mar Nero.

Servirebbe insomma un approccio di medio termine che, dopo un cessate-il-fuoco, garantisca alle parti in causa una reciproca bona fides con dispiegamento di forze neutrali di interposizione, conferenze tecniche sui temi territoriali ed etnici, economici e militari, assistenza di potenze neutrali.

Percorsi difficilissimi, ma necessari ad evitare che il protrarsi della guerra sfoci in una deflagrazione europea dagli esiti imprevedibili.

Fonte

14/01/2023

Limes inciampa su Bolsonaro

C’era una volta Limes, autorevole rivista di geopolitica. Il servizio realizzato dalla stessa a proposito dell’assalto bolsonarista alle istituzioni brasiliane costituisce infatti quanto di peggio ci si potrebbe aspettare in termini di analisi obiettiva della situazione e di contributo scientifico a chiarire cause e prospettive di quanto sta avvenendo in Brasile, confermando il pregiudizio, vivo nei più, che la scienza politica in realtà ha ben poco di scienza e molto di politica, e spesso di politica di bassa lega. Colpevole ne è in prima istanza tale, Carlo Cauti, docente di geopolitica all'Ibmec (Instituto Brasileiro de Mercado de Capitais (IBMEC), l’Università gestita, a detta dell’intervistatore, dalla Confindustria brasiliana o “qualcosa del genere”. Ma colpevole pure, se non altro per piatta accondiscendenza nei confronti delle castronerie snocciolate a ripetizione dal suddetto professore confindustriale, la stessa Limes. Il che indubbiamente dispiace, data la meritata reputazione di serietà scientifica del suo direttore Lucio Caracciolo.

Fra tali castronerie c’è addirittura una sorta di riesumazione postuma del complotto del giudice Moro, il quale secondo l’esperto di faccende brasiliane interpellato da Limes avrebbe avuto sostanzialmente ragione, tanto è vero che le condanne contro Lula sarebbero state a suo dire arbitrariamente annullate da un giudice della Corte suprema che avrebbe agito a titolo individuale su diretta ispirazione del P.T. Non ci resta che consigliare a Cauti qualche salutare e formativa lettura in materia, tra le quali il libro Fare la guerra con il diritto. Introduzione al Lawfare - Versione Brossura (librerie.coop), scritto da Cristiano Zanin Martins, Waleska Teixeira Zanin Martins e dall’accademico Rafael Valim (recentemente tradotto in italiano dal Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia /Gruppo d’intervento giuridico internazionale) che fra le altre cose contiene un resoconto dettagliato e preciso della persecuzione giudiziaria contro Lula.

L’altro inaccettabile sfondone, visibile fin dal titolo dato al “servizio” consiste nel prefigurare una guerra civile imminente che sprofonderebbe nell’abisso il grande Paese latinoamericano, che l’esperto parrebbe vaticinare come possibile o addirittura probabile dato l’esiguo scarto tra i votanti che si è registrato in occasione delle ultime presidenziali. Democrazia e sue regole non pervenute, considerando che si tratterebbe di democrazia ancora “giovane” e in sostanza primitiva e selvatica. Fra le righe si intravvede una, neanche tanto dissimulata, simpatia e comprensione profonda per Bolsonaro e i suoi boys, con tanto di lamentele in classico stile fascioleghista sul “parassitismo” dei poveri.

Tutto il mondo è Paese, pare di dover concludere, e quindi non sarebbe certo casuale se, per sottrarsi ai giusti e inevitabili rigori della legge brasiliana, a norma della quale dovrà essere presto giudicato per innumerevoli misfatti, da ultimo quelli associati a questo assalto a metà strada tra il tentato golpe e la pantomima pagliaccesca di quanto avvenuto negli Stati Uniti nel gennaio 2021, Bolsonaro e famiglia chiedessero asilo politico in Italia, dove si affidano alla comprensione di Meloni, Salvini & C..

Ma guai a relegare le fanfaluche del professore tra mere dimostrazioni di inadeguatezza scientifica e accademica. Appare velenosa, tra una balla e l’altra, l’evocazione del colpo di Stato vero, ad esempio laddove ci informa, probabilmente sulla scorta di sue esperienze e frequentazioni personali, che l’avversione nei confronti di Lula è alle stelle non solo fra gli altri gradi militari, alcuni dei quali si sarebbero dimessi pur di non dovergli giurare obbedienza, ma in seno alla truppa non solo delle Forze armate ma della Polizia, compresa la potentissima Polizia militare.

Tutto diventa più chiaro, del resto, alla luce di un sia pure sommario esame del curriculum vitae di Cauti, il quale risulta essersi candidato, senza venir eletto, con il Partido Novo, il partito più spietatamente neoliberista del Brasile, al punto di considerare Bolsonaro un traditore dei "valori di mercato". Un’ennesima conferma dell’elementare verità che neoliberismo e golpismo, sulla scorta del luminoso e storico esempio offerto da Pinochet quasi cinquant’anni fa, vanno d’amore e d’accordo. E del resto, se la maggioranza degli elettori non vuole convincersi della necessità di accordare supremazia incontrastata al “mercato”, sarà pure lecito farli rinsavire a suon di bastonate e colpi d’arma da fuoco.

Non è del resto la prima volta che improbabili analisti politici e strategici si lanciano in spericolate previsioni sulla prossima catastrofe di questo o quel Paese latinoamericano. Ricordiamo qualche anno fa un ricercatore, che scriveva per l’Istituto affari internazionali, profetizzare l’imminente “sirianizzazione” del Venezuela. Oggi tocca al Brasile e l’intollerabile sciatteria di un ricercatore coi suoi forti pregiudizi politici, precipita oniricamente anche il grande Brasile nella disgrazia e nella guerra civile. Ma ad affondare davvero, dopo lo IAI, è oggi anche Limes. Peccato davvero.

Fonte

07/05/2022

“Liquidare la Russia e isolare la Cina”


È sorprendente vedere come analisi circolanti solo un anno fa siano diventate oggi realtà empirica. Contemporaneamente si tratta di qualcosa che non si può dire, altrimenti si viene identificati come “putiniani” da qualche servo del potere “euro-atlantico”. L’elenco è lungo e ve lo risparmiamo.

Vi proponiamo qui l’articolo di Lucio Caracciolo pubblicato il 12 aprile 2021, che anticipa quasi alla lettera quello che sarebbe avvenuto – ed è avvenuto – se gli Stati Uniti, con al seguito la Gran Bretagna e i paesi dell’Est Europa, avessero continuato a portare avanti la loro strategia: liquidare la Russia e isolare la Cina.

Va detto che Caracciolo, fondatore e diretto di Limes, la più autorevole delle riviste di geopolitica in Italia, è un “euro-atlantico” convinto, senza incertezze o simpatie ad Oriente. Ma anche analista serio, attento ai rapporti di forza più che alle ideologie.

La sua bussola, insomma, appare quella che un tempo veniva chiamata realpolitik. Ovvero: bisogna fare i conti con gli interessi e le forze esistenti sul terreno, anche se non ci piacciono e ci sono contrarie, altrimenti si va a sbattere sbandierando concetti astratti che neanche qui da noi vengono rispettati (“libertà di stampa”, “democrazia”, “informazione attendibile”, “diritti umani”, ecc.).

Una lettura chiave per capire quel che sta accadendo oggi, ma era già visibile un anno fa. E che oggi appare così indicibile...

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Gli Stati Uniti hanno deciso di buttare fuori pista la Cina entro questo decennio. La Cina ha giocato la carta russa per impedirlo, stringendo una quasi inedita intesa con la Russia.

Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale gli americani si trovano quindi a fronteggiare due grandi potenze, la seconda e la terza del pianeta, in una partita che segue ormai la logica di guerra. Somma zero.

In questo schema triangolare, Washington ha due opzioni per evitare il possibile scontro contemporaneo con entrambe le rivali. La prima, elementare secondo la grammatica della potenza, è di giocare la più debole contro la più forte: Mosca contro Pechino.

La seconda, più rischiosa, sta nel liquidare prima la Russia per poi chiudere il match con la Cina ormai isolata. Soffocandola nel suo angolo di mondo dove, senza più il vincolo con i russi, Pechino sarebbe completamente circondata: lungo i mari dalla linea India-Australia-Giappone teleguidata da Washington. Per terra da quasi tutti i vicini, India e Russia in testa.

È questa seconda ipotesi che comincia a circolare a Washington. E che Biden sta illustrando ai soci atlantici ed asiatici, perché certo da sola l’America non ce la può fare.

Le risposte finora avute dai possibili o effettivi alleati sono abbastanza promettenti. Su tutti e prima di tutti, ovviamente i cugini britannici. Global Britain vive in simbiosi con gli Stati Uniti.

La strategia geopolitica di Boris Johnson, appena licenziata, presenta quindi un profilo smaccatamente antirusso prima ancora che anticinese. Nella linea della tradizionale, atavica russofobia britannica. Ma con quel pepe in più che il Brexit e il conseguente allineamento totale a Washington impongono. Il «brillante secondo» ha risposto sì all’appello del Numero Uno: pronti a far fuori la Russia, con le buone o con le cattive.

Siccome lo scontro antirusso sarebbe tutto giocato in Europa, e più specificamente in quella parte mediana del continente che separa la Germania dalla Russia – sicché nella storia è stata spesso spartita fra i due imperi – il sì di polacchi, baltici e romeni è particolarmente squillante.

Dopo aver inflitto nel 2014 una sconfitta storica a Putin, trovato con la guardia bassa in Ucraina e quindi ormai costretto nel ridotto crimeano e nel Donbass – dove le truppe di Mosca sostengono discretamente i ribelli anti-Kiev – i paesi della Nato baltica e russofoba sentono prossima la vittoria.

Che per loro, come per gli americani, significa la disintegrazione della Russia. Sulle orme del collasso sovietico del 1991.

La pressione atlantica, diretta dagli americani e sostenuta dai britannici, si concentra su tre quadranti: Baltico, Nero e Caucaso.

Nel Baltico le basi americane e atlantiche sono rafforzate e ancor più lo saranno nel prossimo futuro. Per esempio in Polonia, dove non ci sarà più «Fort Trump» – una base avanzata americana intitolata all’allora presidente della Casa Bianca – ma ci saranno certamente dei «Fort Biden», di nome e/o di fatto.

Intanto, per chiarire come stanno le cose, Washington è decisa a interrompere in un modo o nell’altro il progetto di raddoppio del gasdotto Nordstream, ormai quasi completato. Simbolo della cooperazione sotterranea – nel caso, sottomarina – fra Berlino e Mosca che ogni tanto emerge dai suoi percorsi carsici, e che per Washington come per Varsavia è il Male assoluto.

La definizione che l’ex ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski diede di quel tubo subacqueo – «gasdotto Molotov-Ribbentrop» – fotografa questo punto di vista. Non per caso Washington ha inviato navi da guerra a pattugliare le acque dove quel vincolo energetico fra Russia e Germania sta finendo di materializzarsi.

Sul fronte del Mar Nero, gli ucraini stanno spostando armi e truppe verso il Donbass, mentre i russi stanno facendo lo stesso in direzione opposta e contraria. La tensione attorno alla Crimea ma anche nell’area di Odessa sta salendo. Per terra e/o per mare potrebbero accadere «incidenti» dagli effetti imprevedibili.

Con i romeni pronti a farsi valere, e ad accogliere eventuali contingenti Nato (anche per risolvere la loro questione moldova-transnistriana, un pezzo di Romania che Bucarest considera intimamente proprio, solo provvisoriamente indipendente).

Tra Nero e Caucaso, dopo gli scontri per il Nagorno-Karabakh rischia di riesplodere anche la polveriera georgiana. Qui, fra l’altro, la filiera jihadista resta un fattore non trascurabile. Se necessario, americani e altri occidentali potrebbero eccitarla contro Mosca, sulla falsariga dell’Afghanistan negli anni Ottanta.

E la Russia? Non va troppo per il sottile. In caso fosse alle strette, Mosca sarebbe pronta alla guerra. Perché ne andrebbe della sua stessa sopravvivenza. Nel frattempo, come da antico costume, si preoccupa di allacciare o riallacciare relazioni proficue con Germania, Francia e Italia, i tre principali paesi continentali, che non hanno mai condiviso la passione antirussa degli ex satelliti dell’URSS.

I prossimi mesi ci diranno se questa crescente pressione americana, via Nato, sulla Russia, sarà contenuta o se, magari inavvertitamente, produrrà la scintilla di un conflitto dalle imponderabili conseguenze.”

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30/03/2021

Myanmar - I militari della Nato condannano quelli birmani

Un documento e istituzioni decisamente anomale hanno fatto sentire la loro voce sulla questione della repressione delle manifestazioni in Myanmar.

Si tratta dei Capi di Stato Maggiore di 12 paesi – tra cui l’Italia – che hanno condannato la violenta repressione della giunta militare contro i manifestanti che chiedono il ripristino del governo civile del Myanmar, deposto lo scorso 1o febbraio dall’esercito, che ha arrestato la leader Aung San Suu Kyi e decine di politici.

In questi giorni una novantina di civili sono stati uccisi negli scontri. Sabato è stato il giorno più sanguinoso dal colpo di Stato, che ha coinciso con la festa delle forze armate che, secondo fonti locali, avrebbe un bilancio ancora più pesante, pari ad almeno 114 morti.

“Come capi della Difesa, condanniamo l’uso di forza letale contro persone disarmate da parte delle forze armate birmane e dei servizi di sicurezza associati”, si legge nell’inusuale comunicato congiunto, firmato dai capi di stato maggiore di Usa, Canada, Regno Unito, Germania, Italia, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, praticamente una sorta di Nato allargata e globale. “Un esercito professionale segue le regole di condotta internazionale e la sua responsabilità è proteggere – non colpire – il popolo che serve”, prosegue la nota dei Capi di Stato Maggiore occidentali “esortiamo le forze armate del Myanmar a lavorare per ripristinare il rispetto e la credibilità persa con le loro azioni di fronte al popolo birmano”.

Appare piuttosto evidente come questo innovativo protagonismo “umanitario” delle gerarchie militari dei paesi della Nato allargata, nasce dal fatto che la giunta militare birmana sia in qualche modo in ottime relazioni con la Cina. Un contingente birmano, ma prima del golpe, ha anche partecipato nel 2019 a manovre militari congiunte con Cina, Russia ed alcune repubbliche asiatiche ex sovietiche nella Russia meridionale.

Eppure sbaglia chi pensa che Pechino sia entusiasta dei militari birmani golpisti. Lo spiega Limes secondo cui “La Cina non gioisce per il colpo di Stato in Myanmar”, ma i suoi interessi strategici la obbligano a preservare i rapporti con il governo instaurato in Birmania dalle Forze armate.

Secondo Limes, Pechino ha tre obiettivi. “Il primo è evitare che il golpe comprometta il completamento del Corridoio economico sino-birmano. Il progetto serve ad accedere all’Oceano Indiano senza passare per lo Stretto di Malacca, presidiato dagli Stati Uniti. Il secondo è preservare l’accesso alle cospicue risorse energetiche e minerarie del vicino meridionale. La Repubblica Popolare è il primo partner commerciale del Myanmar e la sua seconda fonte di investimenti esteri dopo Singapore. Infine, da tempo il governo cinese vuole servirsi dell’appoggio di Naypyidaw (le forze armate, ndr) per accrescere il suo soft power nel Sud-Est asiatico”.

Tra l’altro, negli ultimi cinque anni le relazioni della Cina con il governo della Lega nazionale per la democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi sono state molto fruttuose consentendo a Pechino di riguadagnare l’influenza danneggiata durante il precedente governo Thein Sein.

Tra l’altro, l’intero occidente aveva voltato le spalle al governo del Myanmar di Aung San Suu Kyi dopo la crisi dei rifugiati Rohingya nel 2016-2017. La presidentessa Suu Kyi, avendo bisogno di assistenza e investimenti stranieri per mantenere le sue promesse elettorali di progresso economico, non aveva avuto altra scelta che rivolgersi a Pechino.

Ci sono però parecchi particolari che le gerarchie militari e i mass media dei paesi Nato sembrano omettere in modo piuttosto clamoroso.

Un rapporto Onu del 2018, ad esempio, inchioda la deposta presidentessa Aung San Suu Kyn, Premio Nobel e Medaglia d’oro del Congresso Usa, alle proprie responsabilità nella repressione della minoranza musulmana dei Rohingya. Nel 2020 il Parlamento le ha ritirato il Premio Sacharov che le era stato assegnato nel 1990.

L’indagine delle Nazioni Unite ha infatti macchiato l’immagine dell’ex paladina dei diritti umani con addebiti pesanti e incontrovertibili, motivati non solo dalla sua connivenza con gli abusi inflitti ai Rohingya, ma anche da una serie di sforzi deliberati messi in atto dalla stessa Aung San Suu Kyi al fine di minimizzare i crimini dei militari, inquinare le prove degli eccidi e ostacolare l’ingresso di osservatori internazionali che hanno contribuito a perpetuare narrative false e decisamente tendenziose ai danni delle minoranze musulmane.

Le operazioni di rastrellamento contro i Rohingya erano iniziate nell’estate del 2017 a fini di rappresaglia contro gli attacchi terroristici orditi dall’organizzazione Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) ai danni delle forze armate nazionali e poi sono dilagate innescando una crisi umanitaria con circa 600.000 profughi in fuga, soprattutto verso il Bangladesh.

Ma anche la repressione della popolazione Karen, non è ascrivibile solo all’attuale governo golpista.

Anche durante il governo “democratico” della sig.ra Aung San Suu Kyi la repressione era continuata ed anzi era aumentata. Era il 2016 quando, con il tacito consenso dei Paesi Occidentali e nonostante la sbandierata “svolta” politica, le offensive contro le zone nord orientali abitate da Kachin e Shan erano proseguite indisturbate nel dopo-elezioni, e la guerra era continuata con migliaia di civili costretti a lasciare i loro villaggi sotto la pressione delle truppe birmane.

Dal Myanmar arrivano in questi giorni notizie anche dal Nord est del paese, dove l’esercito avrebbe bombardato le posizioni delle milizie della minoranza Karen, causando tre morti e otto feriti. A riferirlo è Hsa Moon, un’attivista per i diritti umani della comunità Karen. I bombardamenti aerei, i primi da anni a colpire i Karen, sono stati effettuati per rompere l’assedio di una base militare dell’esercito che era stata occupata dai miliziani. La giunta militare non ha rilasciato commenti sull’accaduto né ha confermato il bilancio dei bombardamenti.

Alla parata militare avvenuta sabato nella capitale hanno assistito le delegazioni diplomatiche di otto paesi, tra cui Cina e Russia. Il capo della giunta militare generale Min Aung Hlaing ha minacciato i manifestanti ma promesso il ripristino della democrazia dopo nuove elezioni. L’ambasciata Usa a Yangon ha invitato i cittadini americani a limitare i loro spostamenti dopo che sabato alcuni colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi contro un centro culturale statunitense.

I militari birmani non godono certo di buona fama. Spesso funzionano più con il modello brutale dei “signori della guerra”, con propri feudi e soldati, piuttosto che come struttura centralizzata e rispondente alle autorità centrali. Inoltre la struttura sociale, religiosa ed etnica del Myanmar è un mosaico enorme e conflittuale (musulmani contro buddisti, scontri inter-etnici nel Triangolo d’Oro dove gli investimenti cinesi hanno soppiantato il mercato della droga).

Ma al momento la colpa più grande dei militari golpisti nel Myanmar sembra quella di essere diventati solo un vaso di coccio nello scontro tra potenze occidentali e Cina. Su alcune loro pagine sanguinose, l’occidente ha spesso chiuso gli occhi. E questo è bene saperlo.

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19/03/2020

La pallottola che uccide l’arciduca “Neoliberismo”

La differenza tra una crisi “normale”, per quanto violenta, e una crisi sistemica è relativamente semplice. Dalla prima si esce e si ricomincia con il solito tran tran, modificando giusto quelle “abitudini del mercato” che si sono rivelate controproducenti. Dalla seconda non si esce se non quando tutto il sistema economico e delle relazioni internazionali abbia disegnato un nuovo equilibrio stabile.

Per capirci, la crisi sistemica della “prima globalizzazione” – fine ‘800 inizio ‘900 – ha prodotto la Prima guerra mondiale e ridisegnato il mondo, ma non in modo stabile. C’è voluta dunque la “Grande crisi del 1929” e poi la Seconda guerra mondiale per fissare un equilibrio incerto – non a caso passato alla storia come “l’equilibrio del terrore” (arsenali atomici contrapposti sufficienti a distruggere più volte il pianeta).

Conosciamo la soluzione poi trovata dalla Storia, con l’implosione dell’URSS e del suo “campo socialista” (che non comprendeva più da decenni la Cina...), e i nuovi “gloriosi 30” che sono terminati definitivamente proprio in questi giorni.

In tempi di crisi sistemica le cose vanno velocissime, come per pianeti e stelle attirati in un buco nero. Impossibile cogliere la traiettoria dei cambiamenti se ci si fissa ad osservarli nei loro caotici spostamenti quotidiani. Impossibile arrivare a definire una linea d’azione politica collettiva all’altezza dei tempi se ci si limita ad attendere il “dopo”; o peggio ancora se ci si chiude nel proprio limitato agire quotidiano (ridotto ormai alle pareti di casa e al funzionamento del modem, sperando che regga), alla “politica a chilometro zero” che è diventata negli ultimi anni l’ultimo rifugio per non essere o sentirsi inutili.

In tempi di crisi sistemica bisogna avere la forza di alzare lo sguardo al di sopra dell’orizzonte degli eventi e intravedere quale “dopo” ci attende. E quanto di quel “dopo” potrà essere segnato dalla nostra azione.

Sforzo tremendo, difficile, persino poco “scientifico”, perché i dati a disposizione non sono mai abbastanza, tanto meno completi e in grado di restituire l’intero. Viene il paragone con il Barone di Munchausen – è letteratura, non storia – che usciva fuori dalle sabbie mobili, lui e il suo cavallo, tirandosi su per il codino che raccoglieva i suoi lunghi capelli.

Un assurdo, per le leggi della fisica. Un azzardo, nell’analisi concreta della situazione concreta. Ma un azzardo necessario proprio perché, se il sistema non tiene più, quel “dopo” sarà il risultato di uno scontro tra molti interessi e molte volontà, ognuna dotata di progetti e di forze per attuarli. E solo chi ha un progetto e costruisce delle forze può sperare che quel risultato non sia lontanissimo – opposto, in genere – ai propri interessi collettivi (di classe, nel nostro caso).

Tutti gli altri assistono al farsi della Storia, subendola.

La lunga premessa serviva a spiegare perché, in tempi di crisi sistemica, da ogni lato delle molte barricate sorgano all’improvviso ragionamenti e contributi che provano a buttare uno sguardo al di là dell’immediato presente – che dura ormai soltanto un giorno – e indovinare “dove andremo a finire”. Tornano insomma in auge i “dialoghi sui massimi sistemi”...

Un esempio come al solito intelligente arriva da Limes, che pubblica online un articolo di Fabrizio Maronta, incentrato su un’analogia assolutamente condivisibile: “Il coronavirus e i mercati finanziari: siamo a Sarajevo 1914. La pallottola è la pandemia. L’arciduca Francesco Ferdinando è il neoliberismo”.

Ineccepibile anche l’individuazione del bivio che sta davanti al capitalismo occidentale: “O cambia il sistema o soccombiamo tutti. A partire dall’Europa”.

È il “senso comune” che in questi giorni accomuna anche normali “operatori istituzionali” sui mercati finanziari. Per esempio Riccardo Mulone, capo italiano della banca svizzera Ubs, su IlSole24Ore di oggi, secondo cui “Le ripercussioni saranno forti, ma è un’occasione per riformare il sistema”.

Che vuol dire? Che tutti quelli dotati di scienza ed esperienza hanno capito che “non si tornerà come prima”, e che dunque bisogna gettarsi in questo ciclone avendo ben chiaro in mente quel che si vuole in termini di sistema, non solo di interesse immediato (che mai come oggi “sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”). Vale anche per i “compagni a km zero”, che rischiano seriamente di ritrovarsi a fine ciclone senza più nulla di comprensibile davanti agli occhi. Ossia, foglie cadute.

L’analogia proposta da Limes è efficace, dunque, ma occorre ricordare che ogni guerra si fa almeno in due, e dunque ogni soggetto (sufficientemente rilevante, gli altri non contano molto) gioca per sé.

Il posizionamento geostrategico ed economico del gruppo raccolto in Limes è noto: europeista, neoliberista e atlantico. L’obbiettivo strategico che viene posto con questa analisi è coerente: il superamento del paradigma neoliberista, per disegnare un altro paradigma capitalistico. Il problema, per loro, è che non ce n’è traccia in nessuna linea di pensiero (quello “unico” ha eliminato le alternative, persino dentro l’Accademia), e quindi è un indeterminato “ci vorrebbe...”.

Certo, sono apprezzati “Gli appelli ormai ubiqui, in tutti i settori e tutti i paesi (Stati Uniti compresi), perché i governi si facciano garanti di un’economia che rischia il collasso – come del resto già nel 2008 – sono sintomatici di un tabù che pare infrangersi contro l’onda d’urto dell’incertezza”. Ma fa ancora orrore “il dirigismo” (immancabilmente associato allo “stampo autoritario”). Lo spettro cinese, più che il defunto orso sovietico.

E allora si resta per aria: “Sulla possibilità di trovare altre vie tra i due estremi, l’Europa potrebbe – dovrebbe – avere qualcosa da dire, se riuscisse a proferir verbo”. Perché nell’incertezza di questi giorni almeno una certezza c’è: “O l’Europa finalmente si fa, o si frantuma. In entrambi i casi, questo 2020 non lascerà il tempo che ha trovato.”

I segnali politici, in queste ore, sono altamente schizofrenici, indizio certo di scontri feroci. Ieri pomeriggio il Governatore della Banca Centrale austriaca, Robert Holzmann, se n’era uscito con una dichiarazione che in pochi minuti ha fatto precipitare le quotazioni di Borsa e salire in cielo lo spread di paesi come l’Italia: “la politica monetaria ha raggiunto i suoi limiti”.

Peggio ancora. Isabel Schnabel, membro tedesco del Comitato esecutivo della BCE: “La politica monetaria non può ovviare da sola a questa crisi, stiamo già sfruttando appieno la flessibilità del nostro programma di acquisti”.

Traduzione: non vi aspettate che la BCE faccia molto per tirarvi fuori dai guai, come se la “grande Germania” dell’Anschluss fosse esente dallo tsunami della pandemia.

Subito dopo sia Angela Merkel sia la BCE rettificano il tiro, diminuendo – ma non cancellando – il sospetto che il complesso industriale-finanziario tedesco pensi di sfruttare questa crisi per risolvere i propri problemi (Deutsche Bank è un cadavere che cammina, da anni...) fagocitando asset altrui, come è stato con la Grecia.

Christine Lagarde ha dato disposizione di sparare 750 miliardi di euro nel circuito monetario, e stamattina le borse europee si sono abbeverate a questa fonte prendendo una boccata d’ossigeno che durerà un giorno. Così come aveva fatto Wall Street davanti ai 1.000 miliardi di dollari stampati per ordine di Trump (+6% martedì, -6% mercoledì).

Perché è chiaro a tutti gli “operatori di mercato” che il problema non è la liquidità che manca, ma “il cavallo che non beve”. Ossia l’economia reale che era ferma prima della pandemia e che ora si sta bloccando in tutto il mondo (mentre riparte in Cina e un po’ anche nella Corea del Sud). Non paradossalmente, potrebbero essere più utili i 500 miliardi promessi da Trump “direttamente nelle tasche dei cittadini”, di modo che possano consumare anche se i loro datori di lavoro li lasciano a casa o in mezzo alla strada.

Ed è proprio quando tutti devono prendere decisioni eccezionali per tempi eccezionali che “il controllo delle mosse” diventa più difficile. Ogni azione rischia di innescare reazioni imprevedibili, per natura o dimensione.

A differenza della Prima guerra mondiale, qui il “nemico” è un virus apparentemente “uguale per tutti”. Ma in pratica si sta toccando con mano come solo chi ha disegnato un modello in cui l’interesse pubblico prevale su quello privato – non solo la Cina, ma anche parte dell’Asia, oltre a Cuba e il Venezuela – è in grado oggi di affrontare la pandemia con il consenso delle larghe masse. Senza cioè mettere in campo quei dispositivi militari che paradossalmente proprio qui – nella ex società aperta – stanno diventando l’unica o prevalente soluzione a un problema che non si sa risolvere (se non chiudi le fabbriche e i luoghi di lavoro, hai voglia a vietare di fare jogging nei prati...).

Dovunque si guardi, insomma, sta avvenendo un terremoto che non lascia in pedi nessuna istituzione, nessuna “pratica consolidata”, nessun “pensiero abitudinario”.

In questo senso il neoliberismo è morto, ucciso dal coronavirus. Ma i neoliberisti (le multinazionali produttive e finanziarie) ci sono ancora, non demordono e premono perché si rimetta in piedi il giocattolo che si è definitivamente rotto. La loro egemonia è infranta, la loro forza ancora no. Minacciano di fare molto male a tutti, e stanno facendo l’abitudine a mettere l’esercito nelle strade.

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21/09/2018

“La questione settentrionale”

Attilio, entusiasta, levò il pugno al cielo. «Sì, viva il socialismo, boia d’un mond lèder!»

Il Sol dell’Avvenire, Valerio Evangelisti

Nel quarto numero del 2016 della più prestigiosa rivista di geopolitica italiana “Limes”, dal titolo “indagine sulle periferie”, la redazione propone “un viaggio nei labirinti delle metropoli dove si giocano le partite decisive per il futuro dell’Italia e del mondo”.

Un titolo senz’altro suggestivo che invoca una idea-forza: non nel “centro”, ma nelle “periferie” si giocano le sorti del nostro Paese e del resto del mondo.

È il direttore della rivista, Lucio Caracciolo, nel suo editoriale “Il resto del mondo”, che azzarda una definizione particolarmente pregnante dalla particolare angolatura attraverso la quale la “sua” scienza osserva il mondo:

“In geopolitica, dove interessano le quote di potere materiale e immateriale in ambiti determinati e le competizioni per accaparrarsele, il termine «periferia» può essere adatto a descrivere, sulla scala urbana come su quella globale, i contesti a bassa pressione istituzionale e a forte informalità. Il resto del mondo: ciò che non pertiene direttamente ad un centro di potere, perché non conta o viene considerato più zavorra che risorsa. Lo scarto, per citare il papa delle periferie”.

Prendiamo il termine scarto con una altra valenza semantica e applichiamolo al nostro oggetto, scarto significa anche differenza, in questo caso potremmo dire: lo scarto tra centro e periferia.

Ed è proprio questo scarto nella sua doppia valenza, è uno dei nodi centrali del programma della Festa di Potere Al Popolo di Bologna, dal titolo appunto “Riprendiamoci le periferie”.

Non si tratta di una mera indagine sociologica per addetti ai lavori, ma di sviluppare quella capacità di esercitare una “pressione” su uno spazio che da punti di vista differenti – ma alla fine convergenti – noi insieme a Caracciolo definiamo come centrale nel nostro investimento politico.

È la pressione che esercitiamo sulla periferia, in grado di trasformarsi in pressione che la periferia esercita verso il centro, su cui alla fine saggiamo la nostra capacità militante.

Possiamo, anzi dobbiamo aggiungere, che sulla “messa a valore” di quella eccedenza umana (lo scarto appunto), dei suoi bisogni e del suo territorio da parte del capitale, contro la determinazione delle istanze della plebe che si gioca la partita, anche della rappresentanza e si configurano i rapporti di forza tra le classi.

*****

Mappare questo spazio centrale perché periferico, potremmo dire con un ossimoro, per orientare la nostra azione, come parte integrante di un mondo in cui dobbiamo sempre più “avere le radici nello sfondo”, per citare Pavese, è una premessa costante per potere incidere sui processi reali.

Questo universo ha una collocazione precisa e presuppone una relazione organica con le altre parti, sta di lato ma non “fuori”, sta ai margini ma non “oltre”.

Questo territorio, con al centro la Lombardia, è quello che va configurandosi nella divisione del lavoro made in UE come l’unica macro-regione italiana non in netta “discontinuità” con l’area core dell’Unione; al sud del quale, in questa ipotetica “nuova linea gotica” in sempre maggiore definizione costrittiva, l’Europa si tramuta in Mediterraneo.

In questo spazio, le aree metropolitane – che non solo le semplici estensioni urbane delle principali città – sono motori di sviluppo dove troviamo punti nevralgici che caratterizzano l’attuale modello e la sua riproduzione che il documento, proposto come base di discussione, introduce sinteticamente nelle sue specificità.

Come scrisse Desideri nella “Città di latta”, circa quindici anni fa: “la forma di metropoli odierna dal punto di vista fisico è la periferia”.

All’interno di queste aree, lo sviluppo ineguale interno, lo spazio è socialmente polarizzato, tra “noi” e “loro”.

Il nostro blocco sociale è anche la nostra speranza, o per dirla con Walter Benjamin: “è a favore dei disperati che ci è data la speranza”: quella della trasformazione e non certo della conservazione, anche delle forme del politico.

La speranza di non venire identificati come “loro” sta nel produrre uno scarto evidente con ciò che i subalterni percepiscono giustamente come alieno e ostile: “la Sinistra”, che individuano come parte del loro problema e non della soluzione.

La chiarezza di indicazione del nemico nella UE è alla base della possibilità di scalfire e sconfiggere le narrazioni correnti degli imprenditori del razzismo; ogni ambiguità o vaghezza a riguardo porta ad essere immediatamente identificati come “venditori di fumo” dal nostro blocco sociale di riferimento, in contiguità con i vari spacciatori di soluzioni che fino a qui hanno miseramente fallito.

Questa speranza si declina sempre in maniera duplice: da una parte come soddisfacimento di un bisogno che ha come conditio sine qua non l’attacco ad un interesse specifico di questo sistema; senza questa dialettica non si produce “rottura”, ma una continuità con un sistema di governance per cui i sottoposti sono solo cavie attraverso cui si misura la tolleranza nei confronti dell’esproprio quotidiano a cui vengono sottoposti.

Senza questa dimensione di lotta, rimangono le chiacchiere della sinistra nell’amministrazione dell’esistente e la morale dei buoni sentimenti, spesso eticamente condivisibili quanto inefficaci all’atto pratico.

Occorre quindi identificare gli strumenti organizzativi, non con una operazione a tavolino, ma con la continua sperimentazione con la verifica empirica: pratica-teoria-pratica.

Perché, senza sedimentazione organizzativa, la dimensione del conflitto fine a sé stessa rimane niente di più di un dato fisiologico di una frizione che non produce frattura, soprattutto in tempi come questi dove l’aspettativa di cambiamento non è data nella percezione dei più come una possibilità dell’azione collettiva ma rimane solo una variabile dentro le proprie scelte elettorali in senso “populista”.

Ma l’organizzazione non è solo avere le gambe per camminare, ma di cervello collettivo (il tempo dei “grandi intellettuali” è definitivamente tramontato, al massimo si accettano i contributi di quelli organici) che indica la strada da seguire.

Per sfuggire a questo scenario, che in un futuro forse neanche troppo lontano potrebbe concretizzarsi anche per noi – producendo non poche contraddizioni – , trovando nella nostra offerta politica un appeal maggiore di quello riscontrato in chiave elettorale senza essere in grado di dar vita ad un processo inclusivo di protagonismo popolare e di attitudine militante ricorriamo ad un episodio del “Trono di Spade” della famosa serie televisiva, terza stagione, decimo episodio per l’esattezza.

Quando la sua traduttrice Missandei riferisce solennemente agli schiavi che devono la loro libertà a Daenerys nata dalla tempesta, la non bruciata, regina dei Sette Regni di Occidente e madre dei draghi, questa le fa segno di tacere e pronuncia le seguenti parole:

“Non mi dovete la vostrà libertà. Io non posso darvela. Non mi appartiene, quindi non posso darvela. È vostra, e vostra soltanto. Se la rivolete, dovrete riprendervela da soli. Ognuno di voi”.

Ed è in queste parole che sta la differenza di un progetto come Potere Al Popolo ed una delle varianti populiste sul mercato della politica, come della “vecchia sinistra”.

Perciò l’appuntamento di Bologna è prezioso per definire dentro “la questione settentrionale” il nostro spazio d’intervento e di maggiore organizzazione.

Fonte

L'argomento trattato è certamente interessante e centrale, trovo tuttavia che la presentazione della periferia come "nuova frontiera" di contesa, sia una descrizione un po' troppo forzata, non tanto osservando la questione dal punto di vista e dell'agire politico di chi a vario titolo si adopera per un nuovo avvenire, ma per il capitale e i suoi interessi.

Questi ultimi e le strategie con cui vengono portati avanti hanno subito nell'ultimo trentennio un distacco tale dalla questione del consenso con il popolo da giungere all'estremo di non averne più bisogno.

Penso, quindi, che nelle occasioni in cui si parla di gestione, da parte del capitale di ogni dimensione, della sfera sociale, essa debba intendersi non come egemonia sul consenso popolare, ma come dominio sul dissenso al fine di mantenere le masse "periferiche", in uno stato di impossibilità fattuale di nuocere al cui interno s'incontrano: sfiducia nella politica e più in generale nella cosa pubblica, timore di perdere il poco che ancora materialmente si possiede (tanto a livello di "prodotti", quanto più in generale di stile di vita, anche virtuale); rancore individualistico da sfogarsi unicamente in proposte collettive e financo politiche portatrici esclisive di critiche senza alcuno slancio e propositività per superare lo stato di cose presente.

Per farla breve si tratta di una strategia di confinamento, anche militare, che probabilmente è l'aspetto più facilmente percepibile di questi tempi.

In questo senso, anche il rifarsi all'analisi geopolitica, di Limes, come qualsiasi altro contenitore di riflessioni del tutto inserito nelle dinamiche dominanti, finisce per far instradare anche le "nostre" analisi nell'alveo del "nemico".

30/03/2017

Elogio del nuovo disordine mondiale

Sul numero di questo mese di Limes potete trovare anche un mio pezzo dal titolo “Elogio del nuovo disordine mondiale”. Insieme a molti autori importanti ed interessanti, potrete trovare un approfondimento dedicato proprio ai nuovi equilibri del potere mondiale... fate un salto in edicole e ...buona lettura!

L’attuale situazione internazionale desta in molti preoccupazione e sorpresa: non esiste un ordine mondiale, stiamo scivolando verso l’anarchia internazionale e questo fa temere l’approssimarsi di nuove guerre, sino all’esplosione di un nuovo grande conflitto mondiale.

Passi per la preoccupazione: in effetti c’è un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di kilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina e forse l’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu che potrebbe allungarsi sino alle Paracel; per non dire dell’iperterrorismo. In effetti il timore di una escalation che porti ad un conflitto generalizzato è plausibile.

Quello che, invece, è strano è la sorpresa della quale ci sorprendiamo. L’ordine mondiale è sempre stato pensato come equilibrio fra Stati, ma, con l’avvento della globalizzazione neoliberista ci è stato spiegato che gli stati nazionali erano solo una reliquia del passato destinata a rapida scomparsa, che, comunque, dovevano astenersi da qualsivoglia politica economica, che non fosse nell’ambito della più stretta ortodossia mercatista. Nello stesso tempo è iniziata una frenetica delocalizzazione di gran parte della manifattura dai paesi occidentali a quelli di Asia, Africa ed America Latina, che ha modificato fortemente il Pil di quei paesi consentendo loro una spesa militare senza precedenti. E tutto questo ha provocato un marcato riallineamento dei rapporti di forza fra i diversi paesi. Quanto alle sconclusionate avventure degli Usa nei paesi mediorientali e della loro misera conclusione non è neppure il caso di dire.

E, date queste premesse, perché mai sarebbe dovuta andare diversamente? E’ andata come era logico che andasse.

L’idea che la globalizzazione sarebbe stata un’epoca di stabile ”ordine mondiale”, nonostante il deperimento degli stati nazionali, si basava essenzialmente sulla convinzione che di Stato ne bastasse uno, quello Usa, di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali. Molto successo ebbe chi (Negri) parlava di un mitico Impero acefalo di cui gli Usa erano solo il principale braccio esecutivo, non si capisce al servizio di quale cervello, una sorta di Impero-processo che superava definitivamente l’ordine westfalico verso non si sa bene cosa. E c’era anche chi (Huntington) parlava, con maggiore realismo, di un ordine mondiale fondato su sette o otto modelli di civiltà, raccolti intorno ad una nazione guida, ma pur sempre basato sull’egemonia occidentale, se non proprio americana e basta.

Ma le cose non sono andate in questo senso e la realtà si è dimostrata molto più fantasiosa dei progettisti del nuovo ordine mondiale.

L’esperienza storica dimostra che, quando emerge un credibile disegno egemonico, si forma una coalizione dei soggetti più deboli (o comunque di quanti se ne sentono aggrediti) contro di esso e, non di rado, la coalizione vince. Watterloo, Stalingrado, Verdun ecc. stanno lì a dimostrarlo.

E’ accaduto anche questa volta, prima con la Comunità di Shanghai, a guardia dello spazio strategico cino-russo, e poi con la formazione del Bric, che alleava una ex grande potenza in via di ripresa (la Russia) con tre emergenti (Cina, India, Brasile), e cui, poco dopo, si aggiungeva il Sud Africa. Nasceva così l’embrione di un incerto ordine mondiale basato su una sola grande potenza ed un certo numero di grandi potenze regionali.

La prima era l’unica in grado di intervenire in ogni angolo del pianeta, grazie alle sue 745 basi militari, alle sue 7 flotte ed al predominio satellitare, ma le altre sono in grado di difendere militarmente il proprio spazio strategico. Per di più la globalizzazione moltiplicava i piani di scontro rendendoli insieme interdipendenti (economia, finanza, guerra cognitiva, soft power, guerra coperta, iperterrorismo ecc.) e la stessa dimensione spaziale acquisiva tre nuove sfere (sottosuolo marino, cyber spazio e spazio satellitare) per cui la difesa del predominio assoluto, in ogni dimensione e su ciascun piano di scontro, comporta costi proibitivi e questo rende sempre più imperfetto quel predominio unilaterale che sembrava destinato a durare a lungo nel tempo.

Negli interstizi di questo ordine ineguale, si inserivano man mano nuovi attori di minore peso (Indonesia, Messico, Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Argentina, Venezuela, Vietnam, Pakistan, due Coree eccetera), ma che iniziavano a giocare in autonomia una propria partita nella sfera di appartenenza.

Nello stesso tempo, i pilasti delle alleanze occidentali iniziavano ad indebolirsi, mostrando vistose crepe: l’Unione Europea, priva di un progetto strategico di sé, iniziava a naufragare con il riemergere dei protagonismi nazionali, la Nato andava perdendo senso, sotto i colpi dell’unilateralismo americano voluto da Bush e poi solo parzialmente smentito da Obama, nel Fmi iniziava a sentirsi la pressione dei nuovi soggetti (Cina in testa) e fra Usa ed Europa iniziavano a manifestarsi i sintomi di una guerra commerciale e monetaria. E il mondo ha iniziato a dividersi in tre aree, così come lo descrive la copertina del libro di Di Nolfo: quella verde del blocco occidentale (Usa, Ue, Australia, Giappone), quella gialla dell’area Bric (India, Russia, Cina, Brasile, cui aggiungeremmo il Sud Africa ed i paesi intermedi fra Russia e Cina) e quella viola, che definiremmo “della turbolenza”, che include l’America Latina ispanofona, l’Africa, i paesi islamici e singole aree asiatiche come il Vietnam. Il tutto in un equilibrio precario pronto a far pendere un piatto della bilancia o l’altro.

Inizialmente la sfida degli emergenti venne taciuta o avanzata con grande timidezza, tanto che, ancora nel 2012, Kupchan poteva illudersi che il predominio americano, vuoi per i rapporti di forza militari, vuoi per quelli finanziari, non era destinato ad affievolirsi, per cui l’ordine mondiale sarebbe rimasto lo stesso ancora per un tempo indefinito e che eventuali sfidanti potevano al massimo sperare ciascuno di ottenere un rapporto preferenziale con gli Usa.

Ma le cose non sono andate in questo modo e la presidenza Trump è solo una brusca accelerazione su una traiettoria precedente, che vede gli Usa come unica super potenza, ma assediata dai suoi sfidanti e con un rapporto di forze sempre meno favorevole.

[…]

Contrariamente a quello che la teoria delle relazioni internazionali ha sempre sostenuto, non sempre il peggior pericolo di guerra viene dall’anarchia internazionale. Qualche volta è proprio l’Ordine a generare il massimo disordine.

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15/10/2016

Limes, l’Ue e la falsa coscienza

Ho ascoltato ieri sera, 13 ottobre 2016, la conferenza organizzata dal LIMES CLUB a Bologna nell'Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche.

Ci siamo ritrovati in una sala letteralmente gremita: i posti a sedere erano tutti occupati e molte decine di persone, tra cui il sottoscritto, sono dovute rimanere ad ascoltare in piedi o accovacciate. Credo di poter valutare in circa 300 i partecipanti. Voglio sottolineare questo per dare la misura del bisogno di iniziative sui temi di politica internazionale, rispetto ai quali in alcuni settori della nostra società c'è evidentemente sete di conoscenza, una sete che l'apparato dei media evita di soddisfare se non con bevande avvelenate: anche in questa occasione, come in tante altre simili, pure da parte dei relatori si è apertamente lamentata tale (dolosa) sottrazione di informazione.

È stata insomma una grande occasione, ma voglio parlarne perché ne sono uscito con il sentimento forte di avere assistito alla ennesima occasione sprecata.

È pur vero che sarebbe ingenuo aspettarsi troppo da iniziative di questo tipo. Conosciamo LIMES dalla sua fondazione e ne abbiamo constatato un certo declino, da rivista preziosa nata proprio per esporre ciò che i media e la politica ci negano di conoscere, a periodico "ecumenico" imbrigliato nel conformismo dei rapporti accademici nostrani e dalle compatibilità del gruppo editoriale L'Espresso, in un panorama editoriale in cui è tutta una gara al ribasso. Programmaticamente non-ideologica, la narrativa di LIMES è confinata nell'angusta dimensione della geopolitica come se quest'ultima esistesse davvero come disciplina autosufficiente, evitando perciò di scavare tra le cause strutturali dei conflitti e soprattutto impossibilitata a riconoscere nella guerra la manifestazione più eclatante e consueta delle crisi di sovraccumulazione del capitale. L'ossessione invece di "dare voce a tutte le parti" ha reso vieppiù enigmatici i numeri della rivista; ciononostante, proprio in virtù della sua programmatica ecumenicità, LIMES è diventata la vetrina ambita anche da giovani studiosi, soprattutto da chi esce da studi di politica internazionale o simili e legittimamente cerca il suo posto al sole nel giornalismo, nell'accademia o persino nella diplomazia. (E vaglielo a dire, a quale prezzo è possibile oggi come oggi conseguire tali posti: per le menti più critiche e brillanti, il prezzo da pagare è quantomeno la rinuncia alle proprie convinzioni.)

In quella gremita platea la grande maggioranza erano infatti e giustamente studenti. Mi chiedo però che cosa abbiano imparato dalla conferenza. Inizialmente i relatori si sono presentati ed hanno esposto alcuni loro punti di vista, con toni non particolarmente accesi nonostante il titolo della serata: NATO-RUSSIA LA GUERRA POSSIBILE, che opportunamente ribaltava e precisava il titolo del numero della rivista oggetto della presentazione: RUSSIA-AMERICA LA PACE IMPOSSIBILE. Le cose più gravi – come la notizia che saranno prossimamente schierati decine di soldati italiani nei Paesi Baltici a pochi metri dal confine russo – sono state dette con un candore disarmante (magari lo fosse davvero…). Si è parlato di provocazioni da parte USA che ci sono già state – come il bombardamento della base militare siriana poche settimane fa mirato a far saltare la tregua appena raggiunta con la Russia, o l'abbattimento del jet russo da parte turca, o ancora il colpo di Stato a Kiev scattato proprio all'indomani di un altro accordo del quale si era fatta garante una trojka europea – e di altre provocazioni che sarebbero possibili e potrebbero far precipitare "incidentalmente" o "colposamente" la situazione. Di tante altre provocazioni che pur ci sono state non si è invece parlato – dal terrorismo ucraino in Crimea, ai colpi ucraini caduti in territorio della Federazione russa nel 2014, all'abbattimento da parte ucraina dell'aereo di linea malaysiano – ma certo non si poteva parlare di tutto. Di qualcosa però non si è voluto parlare, o meglio ci si è affrettati a liquidarlo come se fossero inezie inutili da discutere, per la serie: stendiamo un velo pietoso.

Eh no! Al pacato Lucio Caracciolo, che a un certo punto ha detto: "Meglio dunque che lasciamo stare l'Unione Europea", replichiamo che l'Unione Europea non la lasciamo stare proprio per niente.

Sulla Unione Europea hanno fatto a gara a minimizzare, a dire che è impotente, inutile e divisa, che di fronte alle scelte cruciali si ritrova sempre in ordine sparso... È una opinione consolatoria, questa, che però è anche (auto)assolutoria e non coglie il punto.

In realtà, la Unione Europea ha responsabilità-chiave nell'infiammarsi di scenari come quello ucraino. In questo non c'è niente di nuovo, poiché essa persegue la continuità di secoli e secoli di politiche russofobiche e antislave, tra le quali 2 (finora) Guerre Mondiali: non si capisce allora perché eludere il problema con battutine sarcastiche sulla irrilevanza della UE rispetto agli USA. In piazza Majdan ad aizzare la folla dei teppisti nazisti antirussi c'erano Gianni Pittella e Margaret Ashton, oltre a MacCain e Nuland. A piazza Majdan, in effetti, era in corso EURO-Majdan, e a sventolare erano essenzialmente bandiere della UE, non statunitensi; e a premere su sempre nuove sanzioni contro la Russia è sempre Angela Merkel.

Se tale atteggiamento della Unione Europea – vale a dire del suo "nocciolo duro" franco-tedesco à la Schäuble, di che altro parliamo? – è sconcertante, lo è solo nella misura in cui esso è tragicamente simile a quello tenuto rispetto alla crisi jugoslava, dalla quale – è evidente – ci si ostina a non voler apprendere proprio nulla. Eppure fu LIMES, tramite Gianni De Michelis, a rivelarci che a Maastricht quella notte di dicembre 1991 si era barattata l'adozione dell'euro in cambio del sangue dei popoli jugoslavi: vale a dire che l'Unione Europea a guida tedesca scelse lo squartamento di quel paese, riponendosi in piena continuità con il suo macabro passato. È proprio questa Europa qui che continua ad essere levatrice della guerra, epicentro – e ovviamente, stoltamente vittima essa stessa – di grandi guerre.

Ci ha lasciato davvero di stucco, su questo, la posizione del Console Onorario di Russia a Bologna, tra i relatori alla conferenza, che ha voluto più volte sottolineato la sua origine "per metà bosniaca" e ha fatto ripetutamente riferimento alla guerra in Jugoslavia ed alle mancanze o "errori" commessi in quel caso. In realtà non ci furono errori, ma piuttosto crimini: crimini perpetrati in piena facoltà di intendere e di volere dalla leadership europea, cioè tedesca. Fa anche cadere le braccia che, dopo tanti anni, si continui a dipingere la aggressione NATO contro i serbi di Bosnia come quell'intervento salvifico che portò alla pace di Dayton, laddove però per i tre anni precedenti era stato tutto un susseguirsi di provocazioni, strategia della tensione, boicottaggio dei piani di pace (come quello Cutilhero), rifornimenti palesi e occulti di armi alle parti filo-occidentali e filo-europee attraverso le azioni coperte della stessa NATO… La Unione Europea fu tenuta a battezzo con quei crimini infami, per i quali certamente è la mano USA-NATO a sporcarsi per prima, ma questo sempre in virtù del fatto che i provocatori USA sanno che la UE cade volentieri in tutte le provocazioni di quel genere.

Da quella sala sono uscito perciò fondamentalmente indignato. Indignato in generale, per la occasione perduta nonostante le potenzialità di un evento pubblico del genere. Indignato anche con me stesso, per non avere alzato la mano subito, avendo capito troppo tardi che tutto sommato sarebbe stato importante intervenire davanti a quel pubblico di giovanissimi ignari, che difficilmente in questo "mercatino delle opinioni e degli aneddoti" possono prendere vera coscienza dei problemi del mondo in cui vivono. Perché talvolta la falsa coscienza non è dovuta all'essere ideologici, ma alla convinzione di non esserlo, che ci costringe nel circolo vizioso del non-detto e del conformismo dei giornalisti e dei commentatori mainstream; laddove invece condizione necessaria per provare a scongiurare il rischio della guerra è riconoscere e dichiarare a quale schieramento si appartiene.

Andrea Martocchia

(Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia e Comitato Ucraina Antifascista Bologna)


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29/06/2016

Indagine sulle periferie: quello che “Limes” non dice

La prestigiosa rivista di geopolitica “Limes” ha dedicato il suo ultimo volume al tema delle periferie urbane. Un'indagine ad ampio spettro, come nei canoni della pubblicazione, che spazia dall’analisi della condizione e trasformazione dei contesti urbani, metropolitani e oltre, sulla scia dei fenomeni connessi al progressivo inurbamento della popolazione mondiale; alla rinnovata centralità assunta dalle “periferie mondiali” nelle relazioni economiche e sociali e nelle modalità di governo del territorio urbano, costitutivi  degli equilibri geopolitici.

Un lavoro articolato che affronta la dimensione urbana delle metropoli e megalopoli globali sotto diversi profili di indagine, che consente di incrociare argomenti e dati utili per comprendere quella che ormai è comunemente riconosciuta come frontiera strategica per  l’indagine dei futuri scenari sistemici.

L’inurbamento è indubbiamente un fenomeno ricorrente nella “storia delle civiltà”: dall’antica Roma, alle città della rivoluzione industriale, passando per le città rinascimentali, ecc, l’attrazione svolta sulle popolazioni dai contesti urbani con la combinazione di commerci ed attività produttive ha contrassegnato inequivocabilmente le fisionomie delle varie fasi storiche e relative strutture economico-sociali.

Più della metà dell’umanità vive nelle metropoli e ai suoi margini

Le dimensioni assunte dalla crescita delle aggregazioni urbane nel contesto attuale ci pone di fronte ad una differenziazione del fenomeno per aree geo-politiche dell’inurbamento che per quanto attiene, ad esempio la condizione metropolitana in Europa, trascende il significato originario di trasferimento di popolazione da ambienti rurali interni a quelli urbani innervandosi con i fenomeni migratori. Tuttavia, su scala “globale” si afferma un dato inedito: l'inurbamento ormai riguarda la maggioranza della popolazione mondiale 53%, era il 42% a metà anni ’80, e le Nazioni Unite calcolano una progressione che dovrebbe portarci al 70% nel 2050. Le megalopoli, le città con più di 10 milioni di abitanti, passeranno dalle 28 attuali alle 41 del 2030, cosi le metropoli, tra 1 e 5 milioni, dalle 417 odierne alle 558; 34 delle prime 50 aree urbane più popolose sono in Asia.

Il dato “grezzo” segna dunque un passaggio epocale: su scala planetaria, la maggioranza della popolazione mondiale non trae più il proprio sostentamento dall’attività agricola, il riversarsi di moltitudini negli ambiti urbani segna il trasferimento di quote di ricchezza prodotta dal settore primario, l’agricoltura, ai settori industriale e dei servizi. Emblematica la situazione negli Usa il cui 90% del pil e l’86% dei posti di lavoro si genera in una porzione di territorio pari al 3%, coincidente con gli aggregati urbani.

L’inurbamento, per restare all’epoca moderna, che nei paesi del “primo mondo” si poneva in diretta relazione con le trasformazioni sociali generate dalla prima rivoluzione industriale e fasi successive, ossia, con l’affermarsi in quella parte dell’occidente di una compiuta prevalenza delle condizioni del  lavoro salariato, oggi trova riscontri in tutti gli angoli del globo coinvolgendo, oltre alle economie in ascesa, paesi che non hanno mai rotto con la propria condizione di sottosviluppo.

La natura planetaria del fenomeno rischia di rendere poco pertinenti e superficiali eventuali spiegazioni con pretese onnicomprensive. Ad esempio, gli argomenti a sfondo demografico-ambientale come desertificazioni, carestie, modificazioni climatiche hanno un impatto decisivo nelle dinamiche d’inurbamento e migratorie in particolari aree del pianeta, ma sono ben lungi dall’esaurire la questione.

Ciò che invece oggettivamente sembra imporsi come “leva” nel passaggio epocale della maggioranza della popolazione mondiale in insediamenti urbani è, ancora una volta, sia pure ad una diversa fase di sviluppo delle forze produttive, la dislocazione dei processi produttivi che, sulla scorta del superamento degli equilibri geopolitici tra super-potenze egemoniche, Usa e Urss, ha dato luogo a nuovi scenari della divisione internazionale del lavoro.

Il prodursi di rilevanti processi di accumulazione di capitali nel gruppo dei paesi BRICS, nel sud-est asiatico, ecc, determina il dato strutturale che interagisce con le condizioni territoriali, realizzando espressioni differenziate del processo di inurbamento.

Dagli anni ’80 assistiamo in Cina ad una migrazione interna che ha coinvolto circa duecentocinquanta milioni di uomini a cui se ne aggiungeranno altri duecento nel prossimo ventennio che, oltre a costituire un fenomeno di impatto planetario di cui fatichiamo anche a fornircene una rappresentazione immaginaria, configura un processo di inurbamento interno ad un piano di gestione politica ed economica fondato sul primato assoluto dei processi di pianificazione e programmazione pubbliche. Questo rilievo sulla centralità della gestione pubblica non mira all’affermazione della presunta natura eminentemente socialista della struttura economico-produttiva cinese, quanto alla differenziazione dai processi di inurbamento, abbandonati alla “spontaneità” dei mercati, che contribuiscono alla crescita delle megalopoli in altri contesti, da Bombay a Città del Messico.

Quello cinese nella storia dei processi di inurbamento/industrializzazione costituisce un unicum capace da solo di dar conto non soltanto quantitativamente del passaggio epocale della maggioranza degli abitanti del pianeta in insediamenti urbani, ma, anche, del cambiamento qualitativo in corso di un gigantesco apparato produttivo da avamposto dei processi di delocalizzazione dei paesi del “primo mondo”, la fabbrica del mondo fondamentalmente esportatrice, ad un apparato di produzione e consumo commisurati al mercato interno, ovvero con una solidità ed autonomia propri ad un competitore globale. Naturalmente tutto ciò si accompagna ad altrettanto gigantesche questioni ed interpretazioni dei processi in corso in Cina, tuttavia, l’elemento centrale e caratterizzante della mutazione economico-sociale cinese è, lo sottolineiamo nuovamente, la centralità strategica assegnata alla pianificazione e programmazione pubblica dei processi di inurbamento.

Il ruolo pubblico, con l’evidenza cinese in primis, allora si pone come differenziazione tra i processi di inurbamento su scala planetaria, mentre l’inurbamento si conferma come categoria dei fenomeni di migrazione interna a singoli paesi o aree.

Migrazioni interne e migrazioni verso i paesi ricchi

Un’attenzione particolare va riservata alla crescita esponenziale dei fenomeni di inurbamento già in corso nel continente africano, con particolare riferimento alla fascia subsahariana, in  cui la combinazione della crescita demografica, prevista una triplicazione della popolazione africana nel corso del secolo oltre i quattro miliardi, con i tentativi di consolidamento della presenza per il controllo delle materie prime soprattutto dei paesi appartenenti al polo europeo, le mire del polo islamista e le politiche di intervento in grandi opere infrastrutturali promosso dalla Cina, rischiano di accelerare ed amplificare i conflitti già presenti, incentivando flussi migratori esterni inevitabilmente rivolti verso l’Europa.

Il binomio guerra/migrazioni che con l’escalation dello scontro tra poli imperialistici nell’area mediorientale sta sottoponendo a fibrillazioni crescenti la tenuta della cittadella imperialistica europea, rischia di trovare in un futuro prossimo nell’estensione al continente africano delle contraddizioni tra le pretese egemoniche imperialistiche e un nuovo fronte di “invasione” di cui non osiamo immaginare le modalità di contenimento.

Il riferimento ai flussi migratori verso l’Europa e alla loro origine, ci consente di differenziare i fenomeni di inurbamento dovuti al trasferimento campagna/città dai fenomeni migratori propri alle metropoli occidentali. Naturalmente andrebbero effettuate distinzioni tra i flussi migratori contemporanei verso il Nord-America da parte delle popolazioni ispaniche con il progressivo deteriorarsi delle possibilità connesse all’economia di sussistenza agricola travolta dall’agro-business, da quelle che investono il vecchio continente. Il processo di inurbamento interno ai paesi europei legati al movimento della forza-lavoro campagna/città è ampiamente concluso, l’inurbamento nel vecchio continente è essenzialmente espressione dei flussi migratori generati dalle contese egemoniche dei poli imperialistici, foriere di destabilizzazioni di intere aree geopolitiche e di disgregazioni sistematiche di organizzazioni statuali spesso ricondotte a una condizione tribale.

Allora, provando a definire un’approssimativa sintesi delle tracce proposte, l’inurbamento si propone come duplice dinamica dello stesso fenomeno, ossia, la ridefinizione delle aree di accumulazione capitalistica e del peso egemonico dei poli imperialisti nei vari scenari geostrategici, che opera sia come ridislocazione dei luoghi di produzione del valore, le cosiddette filiere produttive, sia come distruzione degli equilibri geopolitici per il grado elevato di competizione inter-imperialistica.

Meritevole di rilievo, non solo l’effetto dei flussi migratori nelle metropoli/megalopoli occidentali, per la funzione classica “dell’esercito industriale di riserva” e del ruolo di contenimento degli aggregati urbani, oltre che per l’indagine della composizione della forza-lavoro e della permeabilità alle modalità di sfruttamento richieste dalla tentacolare estensione del rapporto privatistico, ma anche il processo migratorio interno alle aree geopolitiche: al processo migratorio esterno, di cui abbiamo sommariamente elencato le cause, si aggiunge un fenomeno migratorio interno alle aree geopolitiche, ossia il trasferimento dalla periferia produttiva, tipico esempio i paesi PIIGS europei, di competenze qualitativamente significative, vedi ricerca, verso i centri di “eccellenza” dell’organizzazione capitalistica. In altri termini, forza-lavoro ad alta qualificazione, anch’essa legata ad un “effetto trascinamento” verso i luoghi della valorizzazione, che non trova collocazione nei paesi di formazione per l’inadeguato livello generale della struttura produttiva o per la loro funzione nel quadro della divisione del lavoro competitivamente determinata. Un fenomeno dalle dimensioni non trascurabili, se è vero che i dati ufficiali dei flussi in entrata ed uscita dal nostro paese, esclusa la presenza cosiddetta clandestina, sono sostanzialmente equivalenti.

La visione capitalistica sulle metropoli

Dunque, ci sembra questo il quadro di tendenze che definisce il profilo delle metropoli/megalopoli nell’attuale fase della competizione globale, con cui interagiscono le questioni sollevate dalla rivista “Limes”: urbanistica, disagio sociale, criminalità, precarietà, fenomeni di radicalizzazione islamista ecc. Eppure, pur ribadendo, l’utilità del lavoro di indagine svolto dalla rivista non ci sembra che si colga la specificità delle aggregazioni urbane nella fase attuale, a partire dal rapporto decisivo pubblico/privato. In “epoca capitalistica” i processi di urbanizzazione hanno costituto uno strumento fondamentale per l’assorbimento delle eccedenze di capitale e lavoro (Harvey), con una funzione sostanzialmente anticiclica o comunque di sostegno all’accumulazione anche con la costruzione di infrastrutture. I grandi progetti di trasformazione urbana del XIX e XX secolo sono tutti interni al rapporto tra pubblico e privato, in una relazione di preminenza dell’aspetto pubblico per le inevitabili lunghezze del ciclo produttivo e la programmazione in settori quali l’edilizia, trasporti, ecc, realizzando una dimensione di funzionalità del contesto urbano alle necessità dell’accumulazione, con un ruolo strategico assegnato allo Stato.

Il piano Ina-Casa, 1949-1963, ad esempio, ha rappresentato nel nostro paese il modello della pianificazione urbanistica dell’inurbamento del 2° dopoguerra, con una visione di città a misura di collettività, non solo enunciata e che oggi apparirebbe come esempio di propaganda bolscevica, evidenziando una funzione di indirizzo e gestione del pubblico, sostanzialmente sopravvissuta, fino alla realizzazione dei piani di Edilizia Economica e Popolare (1964-84).

La città pubblica sopraffatta dagli interessi privati

Ciò che si impone oggi nel rapporto pubblico/privato è il superamento di un equilibrio nella salvaguardia delle funzioni e di ruoli, in cui il capitale privato, sempre più a dimensione multi-transnazionale, mira a riassumere all’interno del proprio processo di valorizzazione tutti gli ambiti della vita sociale. Come questo sia avvenuto è chiaramente iscritto nel sistema di relazioni e di interessi posti a governo delle metropoli urbane. L’immagine delle metropoli offerta da “Limes” di contesti urbani periferici a “bassa pressione istituzionale e a forte informalità” confligge con la realtà di una presenza istituzionale sempre più stringente, tra cui la sperimentazione dell’esercito con funzioni di controllo sociale, e la privatizzazione del territorio assoggettato, non solo per quanto attiene alla sfera criminale-speculativa, alla logica del mercato, in cui la deregolamentazione delle relazioni formalizza in modo netto i rapporti di forza.

L’invito da parte di “Limes” a riaffermare una rinnovata collaborazione tra pubblico e privato per una rinascita delle periferie, non tiene conto di questa nuova dimensione della supremazia della categoria del profitto come parametro codificato della razionalità ed efficienza del sistema.

Una condizione ben riassunta dal paradosso della metropoli romana, in cui la decrescita del numero dei residenti si scontra con la gentrificazione strisciante e con l’aumento incessante delle cubature di cemento per l’edilizia privata e l’estensione delle cinture periferiche, riconducibile ad un modello di insediamento pulviscolare, scollegato dalla rete dei servizi, interamente nelle mani dell’interesse privato e della speculazione.

Allora il progressivo venir meno della funzione pubblica, intesa come espressione di interesse generale, anzi il suo inglobamento nei criteri del capitale privato, a cui viene riconosciuta superiorità organizzativa e gestionale e centralità economica, pone la questione periferie sul terreno “politico” dell’esercizio della sovranità della parte maggioritaria della popolazione. Recuperare sovranità nell’affermazione dei propri interessi, per un modello di città sottratto all’egemonia degli interessi privatistici, dare corpo alla rappresentanza di questi interessi e alla loro natura inevitabilmente conflittuale è il vero nesso che riannoda la questione sociale urbana del XXI secolo alle possibilità di trasformazione del modello sociale.

E questo nell’indagine di “Limes” e di tutti quelli che hanno scoperto le periferie non può proprio esserci...

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