Un documento e istituzioni decisamente anomale hanno fatto sentire la loro voce sulla questione della repressione delle manifestazioni in Myanmar.
Si tratta dei Capi di Stato Maggiore di 12 paesi – tra cui l’Italia – che hanno condannato la violenta repressione della giunta militare contro i manifestanti che chiedono il ripristino del governo civile del Myanmar, deposto lo scorso 1o febbraio dall’esercito, che ha arrestato la leader Aung San Suu Kyi e decine di politici.
In questi giorni una novantina di civili sono stati uccisi negli scontri. Sabato è stato il giorno più sanguinoso dal colpo di Stato, che ha coinciso con la festa delle forze armate che, secondo fonti locali, avrebbe un bilancio ancora più pesante, pari ad almeno 114 morti.
“Come capi della Difesa, condanniamo l’uso di forza letale contro persone disarmate da parte delle forze armate birmane e dei servizi di sicurezza associati”, si legge nell’inusuale comunicato congiunto, firmato dai capi di stato maggiore di Usa, Canada, Regno Unito, Germania, Italia, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, praticamente una sorta di Nato allargata e globale. “Un esercito professionale segue le regole di condotta internazionale e la sua responsabilità è proteggere – non colpire – il popolo che serve”, prosegue la nota dei Capi di Stato Maggiore occidentali “esortiamo le forze armate del Myanmar a lavorare per ripristinare il rispetto e la credibilità persa con le loro azioni di fronte al popolo birmano”.
Appare piuttosto evidente come questo innovativo protagonismo “umanitario” delle gerarchie militari dei paesi della Nato allargata, nasce dal fatto che la giunta militare birmana sia in qualche modo in ottime relazioni con la Cina. Un contingente birmano, ma prima del golpe, ha anche partecipato nel 2019 a manovre militari congiunte con Cina, Russia ed alcune repubbliche asiatiche ex sovietiche nella Russia meridionale.
Eppure sbaglia chi pensa che Pechino sia entusiasta dei militari birmani golpisti. Lo spiega Limes secondo cui “La Cina non gioisce per il colpo di Stato in Myanmar”, ma i suoi interessi strategici la obbligano a preservare i rapporti con il governo instaurato in Birmania dalle Forze armate.
Secondo Limes, Pechino ha tre obiettivi. “Il primo è evitare che il golpe comprometta il completamento del Corridoio economico sino-birmano. Il progetto serve ad accedere all’Oceano Indiano senza passare per lo Stretto di Malacca, presidiato dagli Stati Uniti. Il secondo è preservare l’accesso alle cospicue risorse energetiche e minerarie del vicino meridionale. La Repubblica Popolare è il primo partner commerciale del Myanmar e la sua seconda fonte di investimenti esteri dopo Singapore. Infine, da tempo il governo cinese vuole servirsi dell’appoggio di Naypyidaw (le forze armate, ndr) per accrescere il suo soft power nel Sud-Est asiatico”.
Tra l’altro, negli ultimi cinque anni le relazioni della Cina con il governo della Lega nazionale per la democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi sono state molto fruttuose consentendo a Pechino di riguadagnare l’influenza danneggiata durante il precedente governo Thein Sein.
Tra l’altro, l’intero occidente aveva voltato le spalle al governo del Myanmar di Aung San Suu Kyi dopo la crisi dei rifugiati Rohingya nel 2016-2017. La presidentessa Suu Kyi, avendo bisogno di assistenza e investimenti stranieri per mantenere le sue promesse elettorali di progresso economico, non aveva avuto altra scelta che rivolgersi a Pechino.
Ci sono però parecchi particolari che le gerarchie militari e i mass media dei paesi Nato sembrano omettere in modo piuttosto clamoroso.
Un rapporto Onu del 2018, ad esempio, inchioda la deposta presidentessa Aung San Suu Kyn, Premio Nobel e Medaglia d’oro del Congresso Usa, alle proprie responsabilità nella repressione della minoranza musulmana dei Rohingya. Nel 2020 il Parlamento le ha ritirato il Premio Sacharov che le era stato assegnato nel 1990.
L’indagine delle Nazioni Unite ha infatti macchiato l’immagine dell’ex paladina dei diritti umani con addebiti pesanti e incontrovertibili, motivati non solo dalla sua connivenza con gli abusi inflitti ai Rohingya, ma anche da una serie di sforzi deliberati messi in atto dalla stessa Aung San Suu Kyi al fine di minimizzare i crimini dei militari, inquinare le prove degli eccidi e ostacolare l’ingresso di osservatori internazionali che hanno contribuito a perpetuare narrative false e decisamente tendenziose ai danni delle minoranze musulmane.
Le operazioni di rastrellamento contro i Rohingya erano iniziate nell’estate del 2017 a fini di rappresaglia contro gli attacchi terroristici orditi dall’organizzazione Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) ai danni delle forze armate nazionali e poi sono dilagate innescando una crisi umanitaria con circa 600.000 profughi in fuga, soprattutto verso il Bangladesh.
Ma anche la repressione della popolazione Karen, non è ascrivibile solo all’attuale governo golpista.
Anche durante il governo “democratico” della sig.ra Aung San Suu Kyi la repressione era continuata ed anzi era aumentata. Era il 2016 quando, con il tacito consenso dei Paesi Occidentali e nonostante la sbandierata “svolta” politica, le offensive contro le zone nord orientali abitate da Kachin e Shan erano proseguite indisturbate nel dopo-elezioni, e la guerra era continuata con migliaia di civili costretti a lasciare i loro villaggi sotto la pressione delle truppe birmane.
Dal Myanmar arrivano in questi giorni notizie anche dal Nord est del paese, dove l’esercito avrebbe bombardato le posizioni delle milizie della minoranza Karen, causando tre morti e otto feriti. A riferirlo è Hsa Moon, un’attivista per i diritti umani della comunità Karen. I bombardamenti aerei, i primi da anni a colpire i Karen, sono stati effettuati per rompere l’assedio di una base militare dell’esercito che era stata occupata dai miliziani. La giunta militare non ha rilasciato commenti sull’accaduto né ha confermato il bilancio dei bombardamenti.
Alla parata militare avvenuta sabato nella capitale hanno assistito le delegazioni diplomatiche di otto paesi, tra cui Cina e Russia. Il capo della giunta militare generale Min Aung Hlaing ha minacciato i manifestanti ma promesso il ripristino della democrazia dopo nuove elezioni. L’ambasciata Usa a Yangon ha invitato i cittadini americani a limitare i loro spostamenti dopo che sabato alcuni colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi contro un centro culturale statunitense.
I militari birmani non godono certo di buona fama. Spesso funzionano più con il modello brutale dei “signori della guerra”, con propri feudi e soldati, piuttosto che come struttura centralizzata e rispondente alle autorità centrali. Inoltre la struttura sociale, religiosa ed etnica del Myanmar è un mosaico enorme e conflittuale (musulmani contro buddisti, scontri inter-etnici nel Triangolo d’Oro dove gli investimenti cinesi hanno soppiantato il mercato della droga).
Ma al momento la colpa più grande dei militari golpisti nel Myanmar sembra quella di essere diventati solo un vaso di coccio nello scontro tra potenze occidentali e Cina. Su alcune loro pagine sanguinose, l’occidente ha spesso chiuso gli occhi. E questo è bene saperlo.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2020
Cina-Myanmar, amici come prima
La recente visita in Myanmar del presidente cinese, Xi Jinping, ha
messo in evidenza il persistere di legami strettissimi tra i due paesi,
nonostante il rimescolamento strategico che era seguito o avrebbe dovuto
seguire il ritorno formale alla democrazia dell’ex Birmania. I due
vicini, per meglio dire, stanno di fatto tornando alla partnership che
caratterizzava i loro rapporti prima del breve idillio con l’Occidente.
Un’evoluzione, quella in corso, che risponde alla necessità per il
Myanmar di evitare l’isolamento internazionale e per la Cina di
sfruttare le opportunità strategiche di ampio respiro offerte
dall’alleato.
La questione che ha maggiormente contribuito a incrinare le relazioni tra il Myanmar e l’Occidente è la persecuzione, al limite del genocidio, della minoranza Rohingya di fede musulmana, stanziata soprattutto nelle regioni occidentali del paese del sud-est asiatico. La durissima repressione messa in atto dai militari birmani è stata il culmine di decenni di soprusi ed emarginazione e ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.
La condanna internazionale del comportamento del Myanmar è stata inevitabile, viste le dimensioni dei crimini ben documentati. Lo sdegno, tuttavia, si è intrecciato ad aspetti diplomatici e strategici, in particolare per quel che riguarda le reazioni degli Stati Uniti, il cui atteggiamento nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di governi stranieri risulta come sempre estremamente selettivo.
In altre parole, la durezza dei toni spesso utilizzati per denunciare il trattamento dei Rohingya rivelava una certa impazienza verso i leader birmani, troppo cauti sia nell’abbracciare l’Occidente e le sue richieste di “riforma” sia nel prendere le distanze dalla Cina. Anche la stessa “icona democratica” Aung San Suu Kyi è uscita in fretta dalle grazie di Washington e Bruxelles, proprio perché incapace di denunciare il genocidio dei Rohingya e, ancor più, per il consolidamento dei rapporti con Pechino promosso dal governo che di fatto presiede.
Singolarmente, così, le prime settimane di gennaio hanno visto il quasi sovrapporsi della visita di Xi, la prima di un leader cinese da quasi due decenni, al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia che ha imposto al Myanmar di adottare provvedimenti per proteggere la minoranza musulmana. La mancata implementazione della sentenza potrebbe spingere i paesi occidentali a reintrodurre sanzioni punitive contro il paese asiatico.
L’Europa, ad esempio, aveva già ipotizzato, tra l’altro, la sospensione del “trattamento preferenziale” concesso all’export birmano, con conseguenze pesanti sull’occupazione e l’economia di questo paese. In un’intervista rilasciata settimana scorsa a Bloomberg News, il ministro del Commercio del Myanmar, Than Myint, è partito proprio da questa minaccia per avvertire a sua volta che eventuali sanzioni occidentali provocherebbero un ulteriore avvicinamento tra il suo paese e gli “alleati asiatici”, a cominciare dalla Cina.
Il monito dell’esponente del governo birmano è apparso particolarmente efficace perché lanciato pochi giorni dopo la già ricordata visita in Myanmar del presidente cinese. Durante la sua trasferta oltre il confine sud-occidentale, Xi ha firmato più di trenta accordi con i leader birmani, relativamente alla costruzione di nuove infrastrutture e a progetti vari, e rilanciato l’integrazione del Myanmar nella cosiddetta “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI).
In un articolo pubblicato questa settimana dalla testata on-line Asia Times, il giornalista svedese ed esperto di Birmania, Bertil Lintner, ha scritto che l’idea di partnership che si sta formando tra Cina e Myanmar ha implicazioni che andranno oltre i piani previsti dalla BRI, dal momento che essa avrà “risvolti strategici vastissimi per tutta l’Asia meridionale e sud-orientale”.
I quattro punti cardine del nuovo impulso alla cooperazione bilaterale includono: un progetto di ferrovia ad alta velocità per collegare la Cina meridionale con la città di Mandalay, nel centro del Myanmar, e da qui alla costa sud del paese; lo sviluppo del porto di Kyaukphyu, affacciato strategicamente sul golfo del Bengala; la costruzione di una “nuova città” nei pressi della principale metropoli birmana, Yangon; la creazione di una “zona di cooperazione economica di confine”.
Questi piani, se portati a compimento, permetterebbero alla Cina di “rafforzare il proprio ascendente economico e strategico” sul Myanmar e, soprattutto, di ottenere “uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano per la prima volta nella sua storia”. Quest’ultimo fattore va collegato agli sforzi cinesi degli ultimi anni per assicurarsi l’accesso a una serie di porti strategicamente fondamentali in Asia meridionale, da quello di Hambantota in Sri Lanka a quello di Gwadar in Pakistan.
Ciò, assieme ai tentativi più o meno efficaci di estendere l’influenza di Pechino in paesi-isole come Maldive e Seychelles, nonché alla costruzione della prima base militare all’estero nello stato del Corno d’Africa di Gibuti, dovrebbe assicurare alla Cina una presenza strategica nell’Oceano Indiano necessaria a “proteggere i propri crescenti interessi nella regione e non solo”. Se questo processo non si presenta ovviamente privo di ostacoli, esso implica potenzialmente il primato cinese in un’area controllata finora da potenze come Stati Uniti e India, ma anche Francia e Gran Bretagna, con le quali Pechino potrebbe entrare sempre più in rotta di collisione.
Nei piani cinesi, ad ogni modo, il Myanmar gioca un ruolo decisivo e, secondo la già citata analisi proposta da Asia Times, anche superiore a quello svolto da altri partner asiatici di Pechino, come ad esempio il Pakistan, per via di fattori geografici e strategici. La chiave per la realizzazione della visione della Cina tramite la collaborazione con la ex Birmania è appunto la possibilità di raggiungere in maniera sicura lo sbocco sull’Oceano Indiano, “bypassando il Mar Cinese Meridionale”, perennemente oggetto di dispute territoriali, e “un congestionato Stretto di Malacca”, esposto al blocco americano in caso di conflitto militare.
Da queste vie navali transita d’altronde la maggior parte dei commerci e delle importazioni energetiche cinesi. Più in generale, lungo queste rotte passano “i quattro quinti del traffico di container tra l’Asia e il resto del pianeta”, così come “i tre quinti delle forniture mondiali di petrolio”. Alla luce di questi dati, è facile comprendere come l’eventuale concretizzazione delle ambizioni di Pechino, grazie anche alla partnership con il Myanmar, potrebbe fare della Cina la potenza dominante del continente asiatico, con tutte le conseguenze del caso sul piano degli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra a oggi.
Per quanto riguarda il governo birmano, è evidente che all’interno della sua classe dirigente esistono profonde divisioni sull’opportunità di vincolare i piani di sviluppo del paese pressoché unicamente alla Cina. La diversificazione della propria politica estera era alla base delle aperture all’Occidente di qualche anno fa e, con ogni probabilità, continua a essere auspicata da molti.
L’avanzata cinese rappresenta però una minaccia crescente soprattutto per gli Stati Uniti, che, sempre più, appaiono ostili a scelte diplomatiche indipendenti o neutrali dei propri potenziali alleati. Per il Myanmar risulta comunque sempre meno attuabile uno sganciamento da Pechino, visto l’appeal economico rappresentato dalla Cina che l’Occidente, a tutt’oggi, non sembra in grado nemmeno lontanamente di potere avvicinare.
Fonte
La questione che ha maggiormente contribuito a incrinare le relazioni tra il Myanmar e l’Occidente è la persecuzione, al limite del genocidio, della minoranza Rohingya di fede musulmana, stanziata soprattutto nelle regioni occidentali del paese del sud-est asiatico. La durissima repressione messa in atto dai militari birmani è stata il culmine di decenni di soprusi ed emarginazione e ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.
La condanna internazionale del comportamento del Myanmar è stata inevitabile, viste le dimensioni dei crimini ben documentati. Lo sdegno, tuttavia, si è intrecciato ad aspetti diplomatici e strategici, in particolare per quel che riguarda le reazioni degli Stati Uniti, il cui atteggiamento nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di governi stranieri risulta come sempre estremamente selettivo.
In altre parole, la durezza dei toni spesso utilizzati per denunciare il trattamento dei Rohingya rivelava una certa impazienza verso i leader birmani, troppo cauti sia nell’abbracciare l’Occidente e le sue richieste di “riforma” sia nel prendere le distanze dalla Cina. Anche la stessa “icona democratica” Aung San Suu Kyi è uscita in fretta dalle grazie di Washington e Bruxelles, proprio perché incapace di denunciare il genocidio dei Rohingya e, ancor più, per il consolidamento dei rapporti con Pechino promosso dal governo che di fatto presiede.
Singolarmente, così, le prime settimane di gennaio hanno visto il quasi sovrapporsi della visita di Xi, la prima di un leader cinese da quasi due decenni, al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia che ha imposto al Myanmar di adottare provvedimenti per proteggere la minoranza musulmana. La mancata implementazione della sentenza potrebbe spingere i paesi occidentali a reintrodurre sanzioni punitive contro il paese asiatico.
L’Europa, ad esempio, aveva già ipotizzato, tra l’altro, la sospensione del “trattamento preferenziale” concesso all’export birmano, con conseguenze pesanti sull’occupazione e l’economia di questo paese. In un’intervista rilasciata settimana scorsa a Bloomberg News, il ministro del Commercio del Myanmar, Than Myint, è partito proprio da questa minaccia per avvertire a sua volta che eventuali sanzioni occidentali provocherebbero un ulteriore avvicinamento tra il suo paese e gli “alleati asiatici”, a cominciare dalla Cina.
Il monito dell’esponente del governo birmano è apparso particolarmente efficace perché lanciato pochi giorni dopo la già ricordata visita in Myanmar del presidente cinese. Durante la sua trasferta oltre il confine sud-occidentale, Xi ha firmato più di trenta accordi con i leader birmani, relativamente alla costruzione di nuove infrastrutture e a progetti vari, e rilanciato l’integrazione del Myanmar nella cosiddetta “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI).
In un articolo pubblicato questa settimana dalla testata on-line Asia Times, il giornalista svedese ed esperto di Birmania, Bertil Lintner, ha scritto che l’idea di partnership che si sta formando tra Cina e Myanmar ha implicazioni che andranno oltre i piani previsti dalla BRI, dal momento che essa avrà “risvolti strategici vastissimi per tutta l’Asia meridionale e sud-orientale”.
I quattro punti cardine del nuovo impulso alla cooperazione bilaterale includono: un progetto di ferrovia ad alta velocità per collegare la Cina meridionale con la città di Mandalay, nel centro del Myanmar, e da qui alla costa sud del paese; lo sviluppo del porto di Kyaukphyu, affacciato strategicamente sul golfo del Bengala; la costruzione di una “nuova città” nei pressi della principale metropoli birmana, Yangon; la creazione di una “zona di cooperazione economica di confine”.
Questi piani, se portati a compimento, permetterebbero alla Cina di “rafforzare il proprio ascendente economico e strategico” sul Myanmar e, soprattutto, di ottenere “uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano per la prima volta nella sua storia”. Quest’ultimo fattore va collegato agli sforzi cinesi degli ultimi anni per assicurarsi l’accesso a una serie di porti strategicamente fondamentali in Asia meridionale, da quello di Hambantota in Sri Lanka a quello di Gwadar in Pakistan.
Ciò, assieme ai tentativi più o meno efficaci di estendere l’influenza di Pechino in paesi-isole come Maldive e Seychelles, nonché alla costruzione della prima base militare all’estero nello stato del Corno d’Africa di Gibuti, dovrebbe assicurare alla Cina una presenza strategica nell’Oceano Indiano necessaria a “proteggere i propri crescenti interessi nella regione e non solo”. Se questo processo non si presenta ovviamente privo di ostacoli, esso implica potenzialmente il primato cinese in un’area controllata finora da potenze come Stati Uniti e India, ma anche Francia e Gran Bretagna, con le quali Pechino potrebbe entrare sempre più in rotta di collisione.
Nei piani cinesi, ad ogni modo, il Myanmar gioca un ruolo decisivo e, secondo la già citata analisi proposta da Asia Times, anche superiore a quello svolto da altri partner asiatici di Pechino, come ad esempio il Pakistan, per via di fattori geografici e strategici. La chiave per la realizzazione della visione della Cina tramite la collaborazione con la ex Birmania è appunto la possibilità di raggiungere in maniera sicura lo sbocco sull’Oceano Indiano, “bypassando il Mar Cinese Meridionale”, perennemente oggetto di dispute territoriali, e “un congestionato Stretto di Malacca”, esposto al blocco americano in caso di conflitto militare.
Da queste vie navali transita d’altronde la maggior parte dei commerci e delle importazioni energetiche cinesi. Più in generale, lungo queste rotte passano “i quattro quinti del traffico di container tra l’Asia e il resto del pianeta”, così come “i tre quinti delle forniture mondiali di petrolio”. Alla luce di questi dati, è facile comprendere come l’eventuale concretizzazione delle ambizioni di Pechino, grazie anche alla partnership con il Myanmar, potrebbe fare della Cina la potenza dominante del continente asiatico, con tutte le conseguenze del caso sul piano degli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra a oggi.
Per quanto riguarda il governo birmano, è evidente che all’interno della sua classe dirigente esistono profonde divisioni sull’opportunità di vincolare i piani di sviluppo del paese pressoché unicamente alla Cina. La diversificazione della propria politica estera era alla base delle aperture all’Occidente di qualche anno fa e, con ogni probabilità, continua a essere auspicata da molti.
L’avanzata cinese rappresenta però una minaccia crescente soprattutto per gli Stati Uniti, che, sempre più, appaiono ostili a scelte diplomatiche indipendenti o neutrali dei propri potenziali alleati. Per il Myanmar risulta comunque sempre meno attuabile uno sganciamento da Pechino, visto l’appeal economico rappresentato dalla Cina che l’Occidente, a tutt’oggi, non sembra in grado nemmeno lontanamente di potere avvicinare.
Fonte
11/09/2017
Rifugiati. Centocinquantamila in fuga dal Mnyanmar verso il Bangladesh
Mentre in Italia domina l’analfabetismo politico e funzionale sull’emergenza rifugiati, altri paesi, assai più poveri dell’Italia e dell’Europa, fanno i conti con le emergenze che la storia rovescia molto spesso sull’umanità.
Le autorità del Bangladesh cercano di affrontare l’arrivo, in appena 12 giorni, di quasi 150 mila membri della popolazione rohingya che sono fuggiti da Myanmar dopo una nuova ondata di violenza.
Il governo di Sheikh Hasina ha aperto le braccia ai rifugiati per questioni umanitarie, ma ha fatto notare che non ha la capacità di offrire i servizi di base a queste persone.
La minoranza etnica rohingya di religione islamica, dallo scorso 25 agosto ha iniziato un esodo in massa dopo gli scontri avvenuti nello stato di Rakhine, nell’ovest di Myanmar, dove il buddismo è la religione maggioritaria. Decine di profughi sono affogati negli ultimi giorni cercando di attraversare l’estuario del fiume Naaf, frontiera naturale tra Myanmar e Bangladesh, a bordo di imbarcazioni precarie.
Dipayan Bhattacharyya, funzionario in Bangladesh del Programma Mondiale Alimentare (PMA) dell’Onu, ha lanciato un allarme sul fatto che la cifra totale dei rifugiati potrebbe aumentare nelle prossime settimane ad oltre 300 mila. Il PMA ha chiesto un aumento degli aiuti internazionali perché le sue riserve di alimenti si sono esaurite davanti alla valanga di rifugiati.
La crisi dei profughi dal Myanmar sta provocando anche una crisi diplomatica tra i due paesi dopo le accuse del Bangladesh. Il direttore generale del ministero degli Esteri del Bangladesh, Manjurul Karim Khan Chowdhury, ha convocato l’incaricato degli affari dell’ambasciata di Myanmar, Aung Myint.
Secondo un comunicato del ministero degli Esteri del Bangladesh, durante l’appuntamento Chowdhury ha manifestato la sua preoccupazione per alcuni articoli che denunciano la collocazione di mine antiuomo nella frontiera comune e l’aumento delle violenze nello stato vicino. Il Bangladesh ha sottolineato che non vuole essere vittima dell’instabilità in Myanmar.
Fonte
09/09/2017
Myanmar, il vero volto di San Suu Kyi
di Michele Paris
Dopo un lungo silenzio, in questi giorni la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha parlato finalmente della repressione in corso nello stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, condotto dalle forze governative contro la minoranza musulmana Rohingya. L’icona della democrazia nella ex Birmania non ha però condannato le operazioni che stanno costringendo alla fuga nel vicino Bangladesh decine di migliaia di persone, ma le ha giustificate in nome della lotta al terrorismo nel paese asiatico di cui essa stessa è la leader di fatto assieme ai vertici militari.
San Suu Kyi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan nella giornata di martedì, durante il quale ha fornito spiegazioni a quest’ultimo sui fatti dello stato di Rakhine. Erdogan si è unito al coro di condanne internazionali contro il governo del Myanmar, provenienti in particolare dai paesi musulmani, giungendo a ipotizzare il pericolo di “genocidio” nei confronti di una minoranza da tempo perseguitata. Per San Suu Kyi, al contrario, la crisi sarebbe alimentata dalla diffusione di “fake news” e da una “campagna di disinformazione” globale.
Quella a cui si sta assistendo è solo l’ultima ondata di violenze interetniche nello stato di Rakhine, scaturita il 25 agosto scorso dopo che un gruppo ribelle Rohingya aveva attaccato alcune postazioni delle forze di sicurezza birmane. La risposta è stata come di consueto durissima, con i militari che hanno tra l’altro dato fuoco a villaggi abitati a maggioranza da musulmani, costringendoli alla fuga.
A oggi, le Nazioni Unite stimano che circa 125 mila persone di etnia Rohingya abbiano trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire a violenze, a esecuzioni sommarie, e alla distruzione delle loro abitazioni. La posizione ufficiale del governo del Myanmar è invece che l’intervento delle forze armate sia necessario per reprimere gruppi ribelli che minacciano sia la sicurezza degli abitanti di fede buddista dello stato sia l’unità del paese.
I Rohingya in Myanmar sono più di un milione e vengono considerati immigrati illegali “bengalesi” senza diritti, nonostante il loro stanziamento nel paese a maggioranza buddista sia iniziato svariati secoli fa. L’attitudine del governo e del resto della popolazione della ex Birmania nei confronti dei Rohingya è generalmente ostile e negli ultimi anni si sono verificati numerosi scontri ed episodi di violenza, spesso scoppiati in seguito a resoconti ingigantiti di attacchi o aggressioni commesse da musulmani contro buddisti.
I musulmani Rohingya che hanno lasciato i propri villaggi si ritrovano in condizioni drammatiche. Il governo del Bangladesh, anche se continua ad accogliere i profughi dietro pressioni internazionali, minaccia spesso di rimpatriarli e non ha i mezzi né la volontà di creare condizioni adatte a un’accoglienza quanto meno dignitosa.
La situazione in Myanmar ha raggiunto una gravità tale che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, questa settimana ha insolitamente fatto appello al governo centrale a cessare le discriminazioni nei confronti della minoranza musulmana, a suo dire a rischio di “pulizia etnica”. A rendere ancora più drammatico il quadro, come ha spiegato il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, l’80% dei Rohingya fuggiti e bisognosi di aiuti sono donne e bambini.
L’interesse della stampa e della comunità internazionale per la nuova crisi nello stato di Rakhine si è concentrato in particolare sul comportamento di Aung San Suu Kyi. Non solo la “consigliera di stato” e ministro degli Esteri del Myanmar non ha finora mai pronunciato una sola parola a favore dei Rohingya, ma la repressione nei confronti della minoranza musulmana si è intensificata dopo l’approdo al governo del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).
Il sostanziale allineamento di San Suu Kyi alle posizioni dei militari, i quali conservano ampi poteri anche dopo il ritorno formale al multipartitismo, testimonia quindi a sufficienza della sua attitudine “democratica”, così come della natura tutt’altro che disinteressata delle campagne occidentali, e soprattutto americane, degli anni scorsi per promuovere la figlia del fondatore della moderna Birmania.
È in ogni caso vero che in Myanmar le questioni legate alla sicurezza interna restano di totale competenza dei militari, i quali hanno anche una sorta di potere di veto sull’operato e la sopravvivenza stessa del governo civile. San Suu Kyi e i vertici del suo partito condividono tuttavia il nazionalismo buddista che caratterizza le forze armate e, ancor più, non intendono mettere a rischio gli equilibri politici che hanno consentito loro di condividere il potere dopo decenni di esclusione e repressione.
Il
sostegno garantito da Washington alla NLD era collegato ai tentativi di
sottrarre un paese strategico come il Myanmar all’influenza cinese,
cresciuta a dismisura nel corso degli anni della dittatura militare
durante i quali esso era virtualmente isolato dalla comunità
internazionale.
Dopo la revoca degli arresti domiciliari di San Suu Kyi e le elezioni vinte dalla NLD nel 2015, gli Stati Uniti hanno di fatto interrotto le critiche al Myanmar per lo stato precario dei diritti umani, malgrado persistenti problemi come quello dei Rohingya, premiando un nuovo governo che si era subito mostrato disposto ad aprire il paese all’influenza e al capitale occidentale.
Negli ultimi tempi, però, la penetrazione occidentale in Myanmar ha fatto segnare un netto rallentamento per varie ragioni e il governo di questo paese è tornato a guardare in buona parte alla Cina per la realizzazione dei progetti di sviluppo e di crescita economica promessi e mai attuati da Washington.
Come quasi sempre accade con le crisi internazionali, specialmente se umanitarie, alle vicende di popoli repressi o perseguitati si incrociano questioni politiche, strategiche ed economiche più ampie e, con ogni probabilità, non fa eccezione nemmeno la sorte dei Rohingya. Mentre è innegabile che quelle in atto siano violenze gravissime commesse dalle forze di sicurezza governative, i fatti registrati tra lo stato birmano di Rakhine e il Bangladesh rischiano di essere strumentalizzati dalle potenze internazionali.
Significative a questo proposito sono le critiche che anche nei circoli ufficiali in Occidente vengono rivolte sempre più a Aung San Suu Kyi. Il governo americano ha in realtà finora mantenuto un atteggiamento molto cauto sulla crisi, ma la stampa “mainstream” occidentale ha fatto ricorso a toni piuttosto aggressivi verso il premio Nobel, indicando quindi un possibile cambiamento di rotta nei suoi confronti.
Il Washington Post ha ad esempio pubblicato mercoledì un vero e proprio attacco alla leader birmana, titolandolo “il vergognoso silenzio di Aung San Suu Kyi”. Il britannico Guardian ha parlato a sua volta di “negazione di prove ben documentate” sui massacri dei Rohingya e “impedimenti agli aiuti umanitari” da parte di quest’ultima.
A dare un’idea delle ragioni che stanno generando ansia in Occidente è stata ad esempio una dichiarazione di mercoledì del consigliere per la sicurezza nazionale del Myanmar, Thaung Tun, il quale ha fatto sapere che il suo governo sta negoziando con Cina e Russia – definite “paesi amici” – per bloccare eventuali risoluzioni sulla crisi dei Rohingya al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La situazione sul campo nello stato di Rakhine è per certi versi altrettanto complessa degli scenari strategici che si intrecciano alla vicenda. Il governo centrale non consente infatti l’accesso alle aree dove vive la minoranza musulmana a giornalisti stranieri e indipendenti, né sembra volere accettare un’indagine internazionale.
Malgrado ciò o forse proprio per questo, alcune notizie che circolano contribuiscono ad alimentare più di un dubbio su alcuni aspetti della crisi. La pretesa del Myanmar di combattere il terrorismo appare decisamente esagerata, essendo la formazione di gruppi ribelli in larga misura di natura difensiva. Tuttavia, non è da escludere del tutto che dietro a queste formazioni ci possano essere quanto meno forze interessate a mettere in atto un’agenda di più ampio respiro.
La testata on-line Asia Times ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni articoli che descrivevano la nascita e le attività del principale gruppo ribelle attivo a favore della minoranza musulmana, l’Esercito di Salvezza dell’Arakan Rohingya (ARSA). Il suo leader, Ataullah abu Ammar Junjuni, sembra corrispondere al ritratto del jihadista, essendo nato in Pakistan da una comunità Rohingya ed educato in Arabia Saudita, dove ha operato come “imam wahhabita” prima di giungere nella ex Birmania.
La Reuters già nel 2016 aveva scritto che gli “insorti” musulmani in Myanmar avevano legami finanziari con il Pakistan e l’Arabia Saudita, mentre l’anno prima il quotidiano pakistano Dawn aveva spiegato come l’influenza del fondamentalismo islamico avesse solide radici nelle comunità Rohingya del paese centro-asiatico.
Se la repressione in corso in Myanmar ha probabilmente ancora pochi legami con questi aspetti, è comunque possibile che almeno in prospettiva vi siano forze che intendano sfruttare le divisioni etniche per promuovere i propri interessi strategici, visti soprattutto i precedenti legati all’utilizzo delle forze integraliste anche da parte occidentale.
Il
Myanmar rappresenta d’altronde una componente importantissima della
strategia di crescita e di integrazione economica euro-asiatica della
Cina, interessata, tra l’altro, a fare di questo paese un punto di
transito delle rotte energetiche e commerciali provenienti dal Medio
Oriente, in modo da evitare le potenzialmente pericolose vie marittime
sud-orientali.
In questa prospettiva, non è difficile comprendere come determinati attori internazionali abbiano tutto l’interesse ad alimentare il caos nella ex Birmania, ostacolandone la stabilizzazione attraverso il sostegno a un movimento ribelle sorto per ragioni difensive e interamente legittime.
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Dopo un lungo silenzio, in questi giorni la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha parlato finalmente della repressione in corso nello stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, condotto dalle forze governative contro la minoranza musulmana Rohingya. L’icona della democrazia nella ex Birmania non ha però condannato le operazioni che stanno costringendo alla fuga nel vicino Bangladesh decine di migliaia di persone, ma le ha giustificate in nome della lotta al terrorismo nel paese asiatico di cui essa stessa è la leader di fatto assieme ai vertici militari.
San Suu Kyi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan nella giornata di martedì, durante il quale ha fornito spiegazioni a quest’ultimo sui fatti dello stato di Rakhine. Erdogan si è unito al coro di condanne internazionali contro il governo del Myanmar, provenienti in particolare dai paesi musulmani, giungendo a ipotizzare il pericolo di “genocidio” nei confronti di una minoranza da tempo perseguitata. Per San Suu Kyi, al contrario, la crisi sarebbe alimentata dalla diffusione di “fake news” e da una “campagna di disinformazione” globale.
Quella a cui si sta assistendo è solo l’ultima ondata di violenze interetniche nello stato di Rakhine, scaturita il 25 agosto scorso dopo che un gruppo ribelle Rohingya aveva attaccato alcune postazioni delle forze di sicurezza birmane. La risposta è stata come di consueto durissima, con i militari che hanno tra l’altro dato fuoco a villaggi abitati a maggioranza da musulmani, costringendoli alla fuga.
A oggi, le Nazioni Unite stimano che circa 125 mila persone di etnia Rohingya abbiano trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire a violenze, a esecuzioni sommarie, e alla distruzione delle loro abitazioni. La posizione ufficiale del governo del Myanmar è invece che l’intervento delle forze armate sia necessario per reprimere gruppi ribelli che minacciano sia la sicurezza degli abitanti di fede buddista dello stato sia l’unità del paese.
I Rohingya in Myanmar sono più di un milione e vengono considerati immigrati illegali “bengalesi” senza diritti, nonostante il loro stanziamento nel paese a maggioranza buddista sia iniziato svariati secoli fa. L’attitudine del governo e del resto della popolazione della ex Birmania nei confronti dei Rohingya è generalmente ostile e negli ultimi anni si sono verificati numerosi scontri ed episodi di violenza, spesso scoppiati in seguito a resoconti ingigantiti di attacchi o aggressioni commesse da musulmani contro buddisti.
I musulmani Rohingya che hanno lasciato i propri villaggi si ritrovano in condizioni drammatiche. Il governo del Bangladesh, anche se continua ad accogliere i profughi dietro pressioni internazionali, minaccia spesso di rimpatriarli e non ha i mezzi né la volontà di creare condizioni adatte a un’accoglienza quanto meno dignitosa.
La situazione in Myanmar ha raggiunto una gravità tale che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, questa settimana ha insolitamente fatto appello al governo centrale a cessare le discriminazioni nei confronti della minoranza musulmana, a suo dire a rischio di “pulizia etnica”. A rendere ancora più drammatico il quadro, come ha spiegato il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, l’80% dei Rohingya fuggiti e bisognosi di aiuti sono donne e bambini.
L’interesse della stampa e della comunità internazionale per la nuova crisi nello stato di Rakhine si è concentrato in particolare sul comportamento di Aung San Suu Kyi. Non solo la “consigliera di stato” e ministro degli Esteri del Myanmar non ha finora mai pronunciato una sola parola a favore dei Rohingya, ma la repressione nei confronti della minoranza musulmana si è intensificata dopo l’approdo al governo del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).
Il sostanziale allineamento di San Suu Kyi alle posizioni dei militari, i quali conservano ampi poteri anche dopo il ritorno formale al multipartitismo, testimonia quindi a sufficienza della sua attitudine “democratica”, così come della natura tutt’altro che disinteressata delle campagne occidentali, e soprattutto americane, degli anni scorsi per promuovere la figlia del fondatore della moderna Birmania.
È in ogni caso vero che in Myanmar le questioni legate alla sicurezza interna restano di totale competenza dei militari, i quali hanno anche una sorta di potere di veto sull’operato e la sopravvivenza stessa del governo civile. San Suu Kyi e i vertici del suo partito condividono tuttavia il nazionalismo buddista che caratterizza le forze armate e, ancor più, non intendono mettere a rischio gli equilibri politici che hanno consentito loro di condividere il potere dopo decenni di esclusione e repressione.
Dopo la revoca degli arresti domiciliari di San Suu Kyi e le elezioni vinte dalla NLD nel 2015, gli Stati Uniti hanno di fatto interrotto le critiche al Myanmar per lo stato precario dei diritti umani, malgrado persistenti problemi come quello dei Rohingya, premiando un nuovo governo che si era subito mostrato disposto ad aprire il paese all’influenza e al capitale occidentale.
Negli ultimi tempi, però, la penetrazione occidentale in Myanmar ha fatto segnare un netto rallentamento per varie ragioni e il governo di questo paese è tornato a guardare in buona parte alla Cina per la realizzazione dei progetti di sviluppo e di crescita economica promessi e mai attuati da Washington.
Come quasi sempre accade con le crisi internazionali, specialmente se umanitarie, alle vicende di popoli repressi o perseguitati si incrociano questioni politiche, strategiche ed economiche più ampie e, con ogni probabilità, non fa eccezione nemmeno la sorte dei Rohingya. Mentre è innegabile che quelle in atto siano violenze gravissime commesse dalle forze di sicurezza governative, i fatti registrati tra lo stato birmano di Rakhine e il Bangladesh rischiano di essere strumentalizzati dalle potenze internazionali.
Significative a questo proposito sono le critiche che anche nei circoli ufficiali in Occidente vengono rivolte sempre più a Aung San Suu Kyi. Il governo americano ha in realtà finora mantenuto un atteggiamento molto cauto sulla crisi, ma la stampa “mainstream” occidentale ha fatto ricorso a toni piuttosto aggressivi verso il premio Nobel, indicando quindi un possibile cambiamento di rotta nei suoi confronti.
Il Washington Post ha ad esempio pubblicato mercoledì un vero e proprio attacco alla leader birmana, titolandolo “il vergognoso silenzio di Aung San Suu Kyi”. Il britannico Guardian ha parlato a sua volta di “negazione di prove ben documentate” sui massacri dei Rohingya e “impedimenti agli aiuti umanitari” da parte di quest’ultima.
A dare un’idea delle ragioni che stanno generando ansia in Occidente è stata ad esempio una dichiarazione di mercoledì del consigliere per la sicurezza nazionale del Myanmar, Thaung Tun, il quale ha fatto sapere che il suo governo sta negoziando con Cina e Russia – definite “paesi amici” – per bloccare eventuali risoluzioni sulla crisi dei Rohingya al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La situazione sul campo nello stato di Rakhine è per certi versi altrettanto complessa degli scenari strategici che si intrecciano alla vicenda. Il governo centrale non consente infatti l’accesso alle aree dove vive la minoranza musulmana a giornalisti stranieri e indipendenti, né sembra volere accettare un’indagine internazionale.
Malgrado ciò o forse proprio per questo, alcune notizie che circolano contribuiscono ad alimentare più di un dubbio su alcuni aspetti della crisi. La pretesa del Myanmar di combattere il terrorismo appare decisamente esagerata, essendo la formazione di gruppi ribelli in larga misura di natura difensiva. Tuttavia, non è da escludere del tutto che dietro a queste formazioni ci possano essere quanto meno forze interessate a mettere in atto un’agenda di più ampio respiro.
La testata on-line Asia Times ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni articoli che descrivevano la nascita e le attività del principale gruppo ribelle attivo a favore della minoranza musulmana, l’Esercito di Salvezza dell’Arakan Rohingya (ARSA). Il suo leader, Ataullah abu Ammar Junjuni, sembra corrispondere al ritratto del jihadista, essendo nato in Pakistan da una comunità Rohingya ed educato in Arabia Saudita, dove ha operato come “imam wahhabita” prima di giungere nella ex Birmania.
La Reuters già nel 2016 aveva scritto che gli “insorti” musulmani in Myanmar avevano legami finanziari con il Pakistan e l’Arabia Saudita, mentre l’anno prima il quotidiano pakistano Dawn aveva spiegato come l’influenza del fondamentalismo islamico avesse solide radici nelle comunità Rohingya del paese centro-asiatico.
Se la repressione in corso in Myanmar ha probabilmente ancora pochi legami con questi aspetti, è comunque possibile che almeno in prospettiva vi siano forze che intendano sfruttare le divisioni etniche per promuovere i propri interessi strategici, visti soprattutto i precedenti legati all’utilizzo delle forze integraliste anche da parte occidentale.
In questa prospettiva, non è difficile comprendere come determinati attori internazionali abbiano tutto l’interesse ad alimentare il caos nella ex Birmania, ostacolandone la stabilizzazione attraverso il sostegno a un movimento ribelle sorto per ragioni difensive e interamente legittime.
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