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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/05/2026

Servizi segreti e polizie: ancora abusi e corruzione. Impuniti

Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti”.

Come svelato da qualche storico (in particolare vari articoli pubblicati su insorgenze.net da Paolo Persichetti, alcuni scritti di Aldo Giannuli e il recente libro di Giovanna Tosatti) non è affatto la prima volta che in Italia si scoprono pratiche criminali dei servizi segreti sempre governati secondo la logica del libero arbitrio, cioè senza mai alcun effettivo controllo democratico indipendente.

Già per il caso Equalize l’indagine della Procura di Milano ho mostrato che non riguardava solo un sistema criminale, ma il rapporto tra informazione, potere e legalità. In particolare si capisce bene che nelle manovre di ogni sorta da parte di privati a beneficio dei loro affari finanziari ed economici, alla loro domanda di informazioni riservate corrisponde sempre un’offerta pronta a soddisfarla da parte delle agenzie istituzionali capaci di offrirla (vedi infra Mario Turla).

Ma se ciò avviene è sempre perché non c’è mai controllo democratico di queste agenzie come del resto delle polizie in generale. Fra l'altro il registro dei titolari effettivi di queste informazioni resta sempre bloccato.

Come scrive Turla in https://altreconomia.it :
“esiste un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici. Secondo gli inquirenti siamo di fronte a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.
Ma appare alquanto limitato pensare che tutto ciò risalga al nuovo codice di procedura penale del 1989 che introdusse la facoltà della difesa di svolgere indagini aprendo quindi la possibilità per soggetti privati di raccogliere informazioni anche “in via preventiva”.

Ricordiamo che il mercato delle investigazioni private è sempre esistito e si è strutturato e consolidato grazie anche alle nuove tecnologie e al boom delle speculazioni finanziarie, potendo anche contare sulla disponibilità e la corruttibilità di appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine.

Fra gli altri casi, si ricordi appunto l’allucinante caso Telecom-Pirelli che portò al rinvio a giudizio di 34 persone, tra cui vari dipendenti e agenti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza (vedi wikipedia). Gli indagati erano inquisiti per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio. 

Il processo durò 7 anni e alla fine fra patteggiamenti e riduzioni di accuse  quasi nessuno ha scontato pene in carcere e tanto meno mister Tronchetti Provera – ex presidente Pirelli – e Carlo Buora – ex amministratore delegato.

Il caso dello spionaggio e le indagini su ex membri dei Servizi, imprenditori e sul gruppo clandestino “Squadra Fiore” (vedi qui e qui) svela l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore​ Saladino. Fra gli indagati l’ex-vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza – Dis – Giuseppe Del Deo, e l’hacker Samuele Calamucci, indagati da parte del Ros su delega dei PM romani.

Un’indagine che riguarda anche quella per truffa e peculato a carico di ex appartenenti ai servizi; quindi sia l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino a cui tra il 2022 e il 2024 la principale agenzia italiana di controspionaggio avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza, sia gli spionaggi illeciti da parte della «Squadra Fiore» che coinvolgerebbe anche l’ex vicedirettore del Dis, Del Deo e Samuele Calamucci, l’hacker legato all’altra società di spionaggio Equalize e altri membri della squadra.

Questo ex-vicedirettore del Dis sarebbe indagato anche per peculato per i 5 milioni di euro per contratti verso una società “amica”, la Sind, che si occupa di sistemi di riconoscimento facciale e biometrici (se ne guardi il sito: al di là della pretesa di connessioni con tutto l’apparato dello stato, mostra un potenziale super pervasivo).

È anche indagato per truffa l’ex capo e fondatore della società Maticmind, Carmine Saladino.

I fatti risalgono al 2022 e riguardano 7 indagati. Fra altri l’indagine riguarda anche Vincenzo De Marzio, ex Ros, nome in codice “Tela”, legato ai Servizi segreti e Mario​ Cella, uomo di fiducia prima di Leonardo Del Vecchio e oggi del figlio Leonardo​ Maria.

L’inchiesta è infatti collegata con l’altra indagine della procura di Milano sulla società milanese Equalize: i due gruppi si sarebbero scambiati informazioni top secret nascondendole dietro alla fornitura di banali servizi investigativi.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti, Alfredo Mantovano, ha fatto sapere di aver adottato una linea di fermezza e preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la tenuta del sistema di sicurezza. Ne avrebbe discusso con il Copasir – presieduto dal PD Lorenzo Guerini che segue sempre l’orientamento di Minniti, diventato grande sodale di Mantovano e della sig.ra Meloni –. Ma ha subito difeso l’integrità dei Servizi che lavorerebbero anche per isolare eventuali talpe interne (siamo alla solita manfrina delle “mele marce”).

Ricordiamo che a proposito del caso Paragon, il sig. Mantovano al Copasir ha riassolto i servizi. L’Aisi e l’Aise hanno ammesso di essere in possesso del software israeliano, ma “di non averlo utilizzato nei confronti degli attivisti e giornalisti coinvolti in questa vicenda”, aggiungendo che “avrebbero seguito le procedure in maniera legittima” – SIC! – (Luca Casarini dell’ong Mediterranea Saving Humans e Francesco Cancellato di Fanpage furono spiati a mezzo di Paragon).

E ricordiamo anche che Mantovano sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato col volo di stato, ha difeso l’operato dei servizi segreti e del governo, mantenendo il segreto sui dettagli delle audizioni e sostenendo la legittimità delle azioni per la sicurezza nazionale, respingendo le accuse di favoreggiamento.

In altre parole, come in passato grazie all’ex-sinistra (e in particolare ai vari Violante e Minniti), le destre oggi al governo garantiscono l’impunità dei servizi segreti e nessuno evoca la sfacciata assenza del loro controllo politico democratico e indipendente, come del resto vale per tutto l’apparato militare e le forze di polizia (vedi osservatoriorepressione.info).

Fonte

21/04/2026

I servizi segreti “sul mercato”. La privatizzazione dello spionaggio

Ci risiamo. È in corso una nuova inchiesta su ambienti ed ex dirigenti dei servizi segreti che si sono “messi sul mercato” vendendo ai privati le loro conoscenze, attività e strumenti di spionaggio.

Questa volta a finire nel mirino della magistratura è Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (i servizi segreti sul fronte interno, ndr) ed ex dirigente del reparto economico-finanziario dei servizi.

L’accusa è quella di uso “non istituzionale” delle informazioni riservate acquisite attraverso gli apparati. Risulta indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato; in concorso, per questo secondo reato, con l’imprenditore Carmine Saladino, già presidente di una società pagata dal servizio e inquisito a sua volta per una frode legata ad altri presunti guadagni indebiti.

Le accuse formulate dai magistrati sono piuttosto numerose : “associazione per delinquere”, “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, “intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche”, “calunnia”, “rivelazione di segreti di Stato”, “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, “falsità materiale commessa dal privato”, “falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, “corruzione per l’esercizio della funzione”, “false dichiarazioni al difensore”, “falsità in documenti informatici” e violazioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza con riferimento all’esercizio dell’attività degli apparati investigativi.

L’inchiesta vede implicati anche degli imprenditori che – tramite l’ex dirigente sei servizi segreti – nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra l’Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware.

Dunque ancora una volta emerge un connubio insano tra gli apparati di sicurezza dello Stato e imprese private.

Nella nuova inchiesta viene messo nel mirino l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e una società dell’imprenditore Carmine Saladino (la Matic Mind) a cui tra il 2022 e il 2024 l’Agenzia avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza.

C’è poi un secondo filone di indagine sugli spionaggi illeciti condotti dalla famigerata “Squadra Fiore” di Roma che coinvolge l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo ma anche Samuele Calamucci, l’hacker legato ad un’altra nota società di spionaggio – milanese in questo caso – la Equalize, società finita sotto inchiesta della procura di Milano per casi di spionaggio per conto e a danno di privati.

Calamucci venne arrestato nell’inchiesta milanese e le sue dichiarazioni sulla romana “Squadra Fiore” adesso sono analizzate per gli opportuni riscontri dei magistrati della Procura di Roma, che indagano sulla possibile esistenza di una rete parallela a quella già smantellata in Lombardia.

“Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione” scrive un attento osservatore come Turi Palidda su Osservatorio Repressione. “Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti””.

Ma Del Deo, una sorta di “via libera” a mettersi sul mercato con i privati l’aveva ricevuta dall’alto.

La giornalista investigativa Stefania Limiti segnala che ad agosto del 2024 la premier Meloni aveva nominato Giuseppe Del Deo vicedirettore del DIS ma poi, solo un anno dopo, il dirigente dei servizi segreti era stato “prepensionato” (a 51 anni) con un provvedimento che ha introdotto il cosiddetto ‘comma Del Deo’, un comma che consente agli ex dirigenti sei servizi segreti di lavorare immediatamente con soggetti privati. Per varare questo meccanismo sono state modificate ad esempio le regole di incompatibilità, permettendo così agli ex vertici dei Servizi di poter collaborare con realtà private, italiane o estere, subito dopo le dimissioni.

Del Deo aveva la responsabilità di negoziare con le aziende pagate dall’Agenzia per i servizi forniti, operando sul conto corrente intestato alla presidenza del Consiglio.

Anche in questa indagine sta emergendo un vero e proprio verminaio di spionaggio, dossieraggi, interessi privati e soggetti legati ai servizi segreti. Come noto il mercato delle informazioni riservate oltre che inquietante è assai redditizio.

“Non si tratta più soltanto di verificare responsabilità individuali ma di prendere atto dell’esistenza di un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici” sottolinea Mario Turla su Altraeconomia.

“Secondo gli inquirenti non siamo di fronte a episodi isolati ma a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda. Una domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.

Fonte

24/06/2025

Perché (il caso) Paragon è persistente

“Qualsiasi tentativo di accedere illegalmente ai dati dei cittadini, compresi i giornalisti e gli oppositori politici, è inaccettabile, se confermato. La Commissione utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione per garantire l’effettiva applicazione delle norme dell’Unione Europea”.

11 giugno 2025. La Commissione europea interviene su alcune domande poste da membri del Parlamento Ue. Oggetto: l’Italia.

“La Commissione è a conoscenza dei recenti rapporti sull’uso di Paragon”, ha dichiarato la vicepresidente esecutiva e commissaria europea per le Tecnologie digitali e di frontiera Henna Virkkunen. Che ricorda all’Italia come il nuovo Regolamento europeo sulla libertà dei media (European Media Freedom Regulation – EMFA) sarà applicabile dall’8 agosto 2025.

“Il riferimento è a un articolo del regolamento che mira a salvaguardare le fonti giornalistiche vietando alle autorità statali di utilizzare strumenti di sorveglianza sui giornalisti”, salvo circostanze eccezionali (“giustificato da un motivo imperativo di interesse generale”).

Quindi no all’uso di spyware, anche se, come avevano commentato alcuni, rischia di rimanere sempre aperta la finestra delle esigenze di sicurezza nazionale che potrebbe essere sfruttata per far rientrare questi malware nei dispositivi di chi fa informazione. 

Cosa dice la relazione Copasir

L’intervento della commissaria però arriva dopo giorni in cui sembrava che il caso Paragon fosse, se non chiuso, ibernato. Caso che invece, da quando è scoppiato, assomiglia sempre di più a un virus che non si riesce a eliminare. Che anche quando pensi di averlo rimosso ricompare, persistente.

La questione sembrava essere stata chiusa il 4 giugno, quando il Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) aveva confermato in una relazione che la società israeliana Paragon ha effettivamente venduto il suo spyware Graphite alle due agenzie di intelligence italiane, Aisi e Aise, a partire dal 2023.

La versione di Graphite fornita non includeva la possibilità di attivare il microfono o la fotocamera del telefono, secondo la relazione. Ma consentiva agli operatori di accedere alle comunicazioni crittografate sui dispositivi violati.

Scrive il Copasir al riguardo: “A partire dal mese di gennaio 2024, lo spyware Graphite è stato utilizzato per acquisire dati dinamici, cioè comunicazioni in corso attraverso sistemi cifrati di messaggistica istantanea, relativamente a un numero estremamente limitato di utenze sempre con autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma, (...) nonché per esfiltrare messaggi di chat giacenti nella memoria di dispositivi di target (...)”.
 
Gli attivisti di Mediterranea

La relazione conferma anche che Graphite ha sfruttato una vulnerabilità di WhatsApp che Meta aveva identificato e chiuso (“patchato”) nel dicembre 2024, un mese prima che l’attività dello spyware venisse rivelata pubblicamente.

Ma la conferma più importante della relazione è che sono stati davvero intercettati attraverso questo software sia Luca Casarini (che avevo intervistato qui), sia Giuseppe Caccia, figure di spicco della ong Mediterranea SavingHumans.

David Yambio, portavoce dell’ONG Refugees in Libya, sarebbe stato intercettato, scrive la relazione, in modo tradizionale, mentre il cappellano di Mediterranea don Mattia Ferrari non sarebbe stato intercettato direttamente. Si tratta, ricordiamolo, di attivisti coinvolti nel salvataggio di migranti in mare.

Non solo: questi attivisti – in particolare Luca Casarini – sono sono stati spiati ripetutamente, e da diversi esecutivi. Anche se l’uso dello spyware sarebbe recente e nato sotto l’attuale governo.

Riprendo al riguardo direttamente la sintesi della relazione Copasir che ha fatto Fanpage: “Casarini sarebbe stato colpito da due operazioni condotte dai servizi”, entrambe autorizzate da Giuseppe Conte nel suo secondo governo. La prima sarebbe durata qualche mese a cavallo tra 2019 e 2020.

La seconda, “di natura più ampia”, partita il 26 maggio 2020, “inizialmente come intercettazione telefonica, si è conclusa nel mese di maggio 2024, sotto il controllo dei Governi Draghi e Meloni”. Inizialmente non veniva utilizzato Graphite, che invece è stato “autorizzato in data 5 settembre 2024” dall’attuale sottosegretario Mantovano.


Nel corso di questa operazione sono stati “attenzionati” non solo Casarini e Beppe Caccia, ma “anche il cittadino sudanese David Yambio”.

Non sarebbe stato colpito don Mattia Ferrari, anche se era sottoposta a intercettazione “un’utenza nella disponibilità di David Yambio, tuttavia intestata a don Ferrari”, ma senza utilizzare Graphite. Queste operazioni, secondo quanto verificato dal Copasir, sarebbero state autorizzate “nelle forme e nei limiti previsti” e “non avrebbero infranto la legge”. 

“Francesco Cancellato non è stato sorvegliato”

Per quanto riguarda invece proprio il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, la relazione del Copasir è categorica nell’escludere che sia stato sorvegliato dai servizi.

Così dice la relazione: “Con riferimento, invece, alla posizione del giornalista Francesco Cancellato, sulla base degli elementi acquisiti e dalle verifiche svolte dal Comitato risulta che questi non sia stato sottoposto ad alcun tipo di attenzione da parte dei servizi di informazione per la sicurezza italiani attraverso l’utilizzo dello spyware prodotto dalla società Paragon.
Il Comitato ha avuto peraltro modo di verificare direttamente, nel corso dei sopralluoghi svolti presso AISI e AISE e presso la Procura generale presso la Corte di appello di Roma, la mancata sottoposizione del giornalista Cancellato ad attività intercettiva da parte dei servizi di informazione per la sicurezza.
In particolare, nel corso dei sopralluoghi effettuati presso le due Agenzie, i componenti del Comitato, come segnalato sopra, hanno potuto interrogare direttamente il database e il registro di audit del sistema Paragon, inserendo il numero dell’utenza del giornalista oggetto dell’alert di WhatsApp acquisito autonomamente dal Comitato stesso, constatando l’assenza di qualunque attività intercettiva attraverso l’utilizzo dello spyware Graphite relativamente a tale utenza”
. 

La relazione del Copasir aggiungeva anche un dettaglio come vedremo più importante di quel che appare a prima vista.

“A seguito del clamore mediatico suscitato dalla vicenda, il 14 febbraio 2025 Paragon, AISI e AISE hanno concordemente deciso – secondo quanto chiarito in sede di audizioni al Comitato – di non impiegare, dunque di sospendere temporaneamente, le capacità del software Graphite su nuovi target”.

Dunque, ricapitoliamo. A fine gennaio Meta/WhatsApp manda un avviso a decine di utenti in Europa, tra cui il giornalista Cancellato e alcuni degli attivisti citati sopra dicendo che sono stati presi di mira dallo spyware di Paragon (spyware venduto esclusivamente a governi per fare indagini).

Dopo una serie di balletti istituzionali su chi stia usando Paragon in Italia, il Copasir conferma infine quanto era per altro già trapelato, ovvero che sono i servizi a usarlo. La relazione conferma anche che i servizi hanno usato Paragon contro gli attivisti (uno dei quali però era già stato intercettato telefonicamente dai precedenti governi) per questioni di sicurezza nazionale e secondo le procedure delle intercettazioni preventive. Quindi tutto a posto, per loro, a livello procedurale.

Certo, sul piano politico qualcuno potrebbe domandarsi se intercettare in modo preventivo, per anni, attivisti che si occupano di salvare migranti in mare non sia un’operazione discutibile. Un tema che però sembra interessare poco la politica e la stampa italiana.

Anche qui occorre citare la relazione Copasir, che riconosce come Graphite non potesse essere usato contro giornalisti ma nemmeno contro attivisti, e tuttavia puntualizza che l’uso fatto dall’Italia sarebbe stato diverso. Ovvero, gli attivisti sono stata intercettati non perché attivisti ma per le loro attività potenzialmente relative all’immigrazione irregolare.

Dice la relazione: “Risulta al Comitato che l’atto negoziale con cui è stata acquisita la licenza del sistema Graphite reca clausole che non consentono, tra l’altro, l’approccio nei confronti di device e/o di obiettivi provenienti da determinati Paesi. Inoltre, i termini contrattuali prevedono il divieto di infliggere danno su individui o gruppi di individui semplicemente per religione, sesso, genere, razza, gruppo etnico, orientamento sessuale, nazionalità, Paese d’origine, opinione o affiliazione politica, età, stato personale, nonché di far uso del sistema nei confronti di giornalisti e attivisti per i diritti umani
(…)
Con riferimento alle posizioni di Luca Casarini e Giuseppe Caccia, secondo quanto riferito nelle audizioni svolte, oltre al rispetto della citata normativa in materia di intercettazioni preventive e di garanzie funzionali, è stato altresì evidenziato il rispetto anche dei termini contrattuali sopra richiamati in quanto tali soggetti sono stati sottoposti ad attività intercettiva non in qualità di attivisti per i diritti umani, ma in riferimento alle loro attività potenzialmente relative all’immigrazione irregolare”
.

In quanto a Cancellato, come dicevo sopra, non risulta nulla. Perché sia stato oggetto di quest’attacco con lo spyware di Paragon, e soprattutto da chi, resta un mistero.

La relazione del Copasir ricorda anche che nel rapporto pubblicato da Citizen Lab a marzo 2025 su Cancellato non c’era una “conferma diretta di infezione del dispositivo mobile del giornalista, mentre viene riportata conferma espressa dell’infezione, sulla base di analisi forensi già conclusesi, limitatamente ai dispositivi di Casarini e Caccia”.

E quindi, conclude il Copasir, “sulla base delle informazioni emerse nel corso delle audizioni, l’unico elemento che, allo stato, confermerebbe un’eventuale intrusione nel dispositivo di Cancellato, peraltro non espressamente attribuita al software Graphite, sarebbe rappresentato dalla notifica [da Meta/Whatsapp, ndr] ricevuta sul dispositivo del giornalista”.

Le dichiarazioni di Paragon sui contratti italiani e sulla procedura di controllo

Ma poi arriva il 9 giugno. Quando Paragon, l’azienda israeliana di spyware, ha dichiarato di aver rescisso tutti i contratti con le agenzie di intelligence italiane a causa della decisione italiana di non andare avanti con il procedimento tecnico proposto dalla stessa azienda, procedimento che avrebbe confermato se il suo software di spionaggio sia stato utilizzato contro il giornalista Francesco Cancellato.

“L‘azienda ha offerto al governo e al parlamento italiano un modo per determinare se il suo sistema fosse stato usato contro il giornalista”, e poiché “le autorità italiane hanno scelto di non procedere con questa soluzione, Paragon ha rescisso i suoi contratti in Italia”, ha dichiarato Paragon in un comunicato, riferisce il quotidiano israeliano Haaretz.

Sempre ad Haaretz, Paragon aveva detto in passato di aver disconnesso i suoi sistemi da tutti i clienti in Italia, dopo aver ricevuto la notizia che un giornalista aveva ricevuto lo spyware in attesa di avere i risultati dell’indagine. E già quel primo passaggio avrebbe prodotto tensioni ai livelli più alti.

“Secondo un reportage del programma televisivo israeliano Zman Emet (Real Time), i funzionari italiani erano così irritati dalla decisione di Paragon che il primo ministro italiano avrebbe chiamato il primo ministro Benjamin Netanyahu per avere chiarimenti”, scrive Haaretz.

Dunque Paragon con quell’uscita su Haaretz sembra voler smentire la relazione del Copasir.

La replica di Copasir e servizi

Così entro il 10 giugno arriva la risposta del Comitato parlamentare. Che, con una nota, nega con forza la versione di Paragon riportata da Haaretz e si dice pronto a desecretare, in via straordinaria, il resoconto stenografico dell’audizione dei rappresentanti della società.

“Non vi è mai stato alcun rifiuto, o opposizione, da parte del Governo e dei Servizi italiani, di prestare collaborazione al predetto Comitato: il Copasir ha potuto effettuare accertamenti sui log delle inoculazioni realizzate dalle Agenzie, operazione di verifica che non ha precedenti, riscontrando la conformità a quanto dichiarato da queste ultime”, hanno fatto sapere fonti del Dis, in merito alle polemiche sul caso Paragon, riferisce Fanpage.

Che continua riportando sempre le parole del Dis, il nostro Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: “Quanto alla disponibilità di un’azienda privata, qual è Paragon, a installare un proprio software su server di strutture che si occupano della sicurezza nazionale va precisato che gli strumenti di controllo che erano stati offerti dalla società israeliana si limitavano alle seguenti due opzioni: l’analisi delle attività di inoculazione (e perciò dei log di sistema) tramite un software proprietario della stessa società, oppure l’analisi diretta da parte di personale Paragon presso le sedi e i sistemi dei Servizi italiani”.

Una proposta ritenuta inaccettabile dalle Agenzie. “Vi è stata invece la concreta disponibilità, raccolta dal Copasir, a far effettuare gli accessi informatici prima indicati”. 

Il caso Pellegrino e il nuovo report Citizen Lab

Nel frattempo però succede dell’altro. Succede che alla fine di aprile un altro giornalista di Fanpage, Ciro Pellegrino, aveva ricevuto una notifica in merito a uno spyware governativo, notifica arrivata da Apple, questa volta. Pellegrino quindi fa analizzare il suo dispositivo al laboratorio di analisi di malware e spyware governativi Citizen Lab.

E dunque, il 12 giugno, a stretto giro dopo il battibecco a distanza tra Copasir, Paragon e Dis, arriva la relazione tecnica di Citizen Lab.

Che scrive: “La nostra analisi ha rilevato prove forensi che confermano con elevata sicurezza che sia un importante giornalista europeo (che ha richiesto l’anonimato), sia il giornalista italiano Ciro Pellegrino, siano stati presi di mira con lo spyware Graphite di Paragon. Abbiamo identificato un indicatore che collega entrambi i casi allo stesso operatore Paragon”.

Ma dice anche altro quella relazione. Spiega in pratica che non è così strano che sul telefono di Cancellato non siano state trovate tracce, perché si tratta di un Android su cui trovarle è più difficile, detto in soldoni (mentre quello del suo collega Pellegrino è un iPhone, e infatti se ricordate era stato avvisato da Apple). 

Il Fanpage cluster

Scrive ancora Citizen Lab: “Abbiamo condotto un’analisi forense del dispositivo Android di Cancellato. Tuttavia, al momento del nostro primo rapporto, non siamo riusciti a ottenere la conferma forense dell’avvenuta infezione del dispositivo Android di Cancellato”.
 
Come abbiamo spiegato all’epoca: “Data la natura sporadica dei log di Android, l’assenza di un riscontro di BIGPRETZEL [l’artefatto che indicherebbe l’infezione da Graphite, come da precedente report Citizen Lab, ndr] su un particolare dispositivo non significa che il telefono non sia stato violato con successo, ma semplicemente che i log pertinenti potrebbero non essere stati catturati o potrebbero essere stati sovrascritti”. 

In ogni caso, conclude Citizen Lab, “dopo il caso di Cancellato, l’identificazione di un secondo giornalista di Fanpage.it preso di mira con Paragon suggerisce uno sforzo per colpire questa organizzazione giornalistica. Questo sembra essere un gruppo (cluster) specifico di casi che merita un ulteriore controllo”. 

E dunque?

Proviamo a tirare le somme come alle elementari. Abbiamo due giornalisti della stessa testata. A distanza di pochi mesi uno riceve una notifica da Meta, uno da Apple, di essere stati target di spyware governativi. Sul dispositivo di uno dei due giornalisti viene anche trovata traccia forense dell’infezione, secondo un terzo soggetto specializzato, Citizen Lab.

Abbiamo dunque due importanti aziende tech che da anni lavorano sul tracciamento degli spyware, e un laboratorio indipendente che fa lo stesso, che ci dicono che un giornalista “europeo” (che vuole restare anonimo) e due giornalisti italiani della stessa testata sono stati presi di mira da uno spyware – che ora sappiamo essere stato in uso ai nostri servizi. Che però negano di intercettare giornalisti, e dalle verifiche del Copasir non ci sarebbe traccia di Cancellato (in quanto a Pellegrino, non risulta dalla relazione che abbiano fatto verifiche su di lui).

Ecco a voi il rompicapo dell’estate. Poteva essere un errore di Meta, come ho sentito alludere da qualcuno in tv? Può essere un errore di Meta, Apple, e Citizen Lab? Può essere uno Stato straniero che smania di spiare Fanpage? Possiamo rimanere con questi dubbi? 

Fonte

27/02/2025

Paragon: se nessuno sa nulla, bisogna (ri)partire dalle vittime

L’aspetto più sconcertante della vicenda Paragon (se non sapete nulla, leggete la mia precedente newsletter), più che il suo eventuale utilizzo da parte dell’Italia, è l’apparente incapacità di tutti – in primo luogo politica e istituzioni – a dare, se non spiegazioni, almeno delle minime informazioni di base.

Così, a distanza di settimane dalla notizia dell’attacco effettuato attraverso questo spyware ad uso governativo ai telefoni del giornalista Francesco Cancellato, e di vari attivisti connessi alle attività di salvataggio migranti nel Mediterraneo, la vicenda e lo spyware in questione sono già diventati una entità inconsistente, inafferrabile e direi ineffabile (letteralmente, se perfino le istituzioni minacciano querele, come riporta Fanpage, di cui Cancellato è il direttore).

Ancora poco e nulla sappiamo del suo funzionamento tecnico (in attesa che Whatsapp e Citizen Lab escano con informazioni più dettagliate). Sappiamo che Aise e Aisi (rispettivamente i nostri servizi esteri e interni) hanno infine ammesso di essere clienti di Paragon, di averlo usato, ma di non averlo impiegato contro giornalisti e attivisti.

Più precisamente il direttore dell’Aise Caravelli avrebbe confermato l’uso di Graphite, lo spyware di Paragon, ma non per spiare media o attivisti, riferisce Domani. E qualcosa di simile (sono informazioni filtrate attraverso il Copasir e riportate dalla stampa) avrebbe detto anche il direttore dell’Aisi, Valensise.

Non è nemmeno chiaro se i contratti di Paragon con l’Italia siano stati o meno rescissi, dato che la stampa estera aveva riportato questa notizia, e il governo italiano l’ha poi di fatto smentita. Come sintetizza Pagella Politica: “dopo che lo spionaggio è stato reso noto, il governo ha detto di non c’entrare nulla. Secondo il Guardian e Haaretz, Paragon Solutions avrebbe rescisso il contratto con l’Italia perché il governo avrebbe «violato i termini e il quadro etico», ma il ministro Ciriani ha smentito questa ricostruzione dei fatti, dicendo che il contratto con Paragon Solutions è ancora in vigore”.

Non solo. Il sottosegretario Mantovano aveva detto che la vicenda era “classificata”, e invece il ministro Nordio ne ha parlato alla Camera – racconta Il Post – “negando che le strutture che dipendono dal suo ministero avessero contratti con società come Paragon, e dicendo inoltre che nel 2024 nessuno è stato intercettato dalla Polizia penitenziaria”.

(Se vi chiedete il perché di questa smentita, è che in questa grottesca caccia a chi avrebbe usato Paragon in Italia, in questo giallo in stile Dieci piccoli indiani, la Polizia Penitenziaria a un certo punto era rimasta col cerino in mano).

Dunque che si fa ora? Ripartiamo dai target dello spyware. Uno di questi è Luca Casarini, fondatore e capomissione di Mediterranea SavingHumans, che come gli altri è stato avvisato solo il 31 gennaio da un messaggio di Meta/Whatsapp. Un messaggio che in sostanza gli diceva di essere stato oggetto di un attacco di hacking governativo e di contattare Citizen Lab, il gruppo di ricercatori che studiano spyware governativi, per avere un’analisi del telefono e un supporto.

“Già il messaggio di Meta diceva di liberarsi del telefono. E anche Citizen Lab (che si sta occupando di una prima analisi del dispositivo) mi ha poi suggerito lo stesso, dato che neanche il ripristino delle modalità di fabbrica sarebbe stato sufficiente”, commenta a Guerre di Rete Casarini.

Su questa indicazione, che ritengo un punto importante, ho chiesto un parere a un veterano del settore. Uno che questi strumenti li ha sviluppati per anni, ovvero Valerio ‘valerino’ Lupi, CTO di Mentat, ex Hacking Team e Verint. Il quale mi conferma che, almeno per i dispositivi Android (perché di quelli si occupava), è una ipotesi del tutto plausibile. Ovvero il ripristino alle condizioni di fabbrica potrebbe non bastare.

Stesso parere anche da parte di Stefano Zanero, professore ordinario di “Computer Security” e “Digital Forensics and Cybercrime” al Politecnico di Milano, nonché tra le più autorevoli voci del mondo della sicurezza informatica in Italia e fuori. “Può avere senso”, mi dice. “Il ripristino viene comunque controllato dal software, non è impensabile che un bootkit fatto bene sopravviva”.

Ma Casarini racconta a Guerre di Rete come lo stesso Citizen Lab, contattato entro poche ore, gli abbia anche detto di mettere subito il telefono in modalità aerea, di avvolgerlo in carta stagnola e lasciarlo in un cassetto. Probabilmente per evitare interferenze nell’immediatezza della notizia.

“Se il telefono è infettato la cosa migliore è togliere la batteria, se possibile”, commenta ancora Lupi. “O metterlo in un posto dove non prende finché si scarica la batteria”.

Sempre la stessa Citizen Lab avrebbe detto a Casarini che Paragon sarebbe uno spyware molto sofisticato, e capace di molteplici funzioni. Una sorta di evoluzione del più celebre Pegasus, prodotto dalla concorrente NSO.

Nei resoconti giornalistici sulla scoperta dell’invio di questo spyware contro circa 90 utenti si è poi parlato dell’uso di un pdf e di chat di gruppo per veicolare l’attacco. Casarini non ricorda un’occasione, una chat o un pdf specifico (“ne ricevo in continuazione in diverse chat”, dice), ma ricorda invece un precedente (di cui ha anche scritto Mediterranea in un comunicato).

Ovvero di quando a febbraio 2024 aveva ricevuto un avviso da Facebook in relazione al suo account sul social network. L’avviso gli diceva di essere stato oggetto di un attacco informatico di tipo governativo, e di rivolgersi al centro assistenza. All’epoca Casarini non aveva preso troppo sul serio l’avviso e si era limitato a cambiare la password dell’account.

Ma gli è tornato in mente quando Citizen Lab gli ha chiesto informazioni al riguardo. “Hanno visto un’attività sospetta, un tentativo di infezione che però è stato bloccato. Forse una prima attività propedeutica per infezioni successive”, commenta Casarini.

Un genere di attività, anche con profili finti su Facebook, che Meta aveva raccontato in un report proprio del febbraio 2024, in cui erano citate anche aziende italiane, e che Citizen Lab ha inviato allo stesso Casarini.

Per l’attivista tutta la vicenda è grave dal punto di vista politico e culturale. Ma ha anche i contorni di una matrixiana, la chiama così, una Matrix all’italiana. E in fondo l’immagine si presta abbastanza: mentre si provano ad aprire delle porte, il palazzo si trasforma e le uscite si chiudono davanti ai nostri occhi. Inconsistente, inafferrabile e ineffabile.

Sempre che non arrivi, prima o poi, il Mastro di Chiavi.

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28/11/2024

DdL 1660: i servizi potranno guidare gruppi terroristici “per il bene dello Stato”

In Parlamento è scontro aperto sulle novità normative in merito ai poteri attribuiti ai Servizi segreti italiani dal controverso “Pacchetto Sicurezza”, che ha ottenuto l’ok della Camera dei Deputati e ora è al vaglio del Senato. Le opposizioni puntano il dito contro l’art.31 del disegno di legge, attraverso cui vengono ampliati in maniera significativa i poteri dei membri dell’intelligence, esprimendo preoccupazioni sulla tenuta democratica del Paese.

Il nuovo dettato, in vista della tutela della sicurezza e degli interessi della Repubblica, autorizza infatti gli operatori di AISE e AISI non solo a infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma addirittura a dirigerle, legittimando gravissimi reati quali associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata.

La norma obbliga inoltre enti pubblici, università, aziende statali e concessionarie di servizi pubblici a un ruolo di collaborazione e assistenza verso i Servizi. Se il provvedimento diventasse legge, esse potranno essere chiamate a fornire informazioni in deroga alle normative sulla privacy.

L’art. 31 del nuovo DDL Sicurezza introduce nuove disposizioni inerenti all’attività dei Servizi, prevedendo non solo che gli operatori di AISI e AISE possano partecipare con un ruolo defilato a organizzazioni illegali, ma perfino arrivare a guidarle. Come chiarisce il Dossier del Servizio Studi del Senato, infatti, vengono contemplate «ulteriori condotte di reato per finalità informative, scriminabili, concernenti la direzione o l’organizzazione di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico e la detenzione di materiale con finalità di terrorismo (reato quest’ultimo introdotto dall’articolo 1 del provvedimento), la fabbricazione o detenzione di materie esplodenti».

Il provvedimento legittima infatti reati di natura terroristica, tra cui anche l’addestramento e le attività con finalità di terrorismo interno, il finanziamento di condotte con finalità di terrorismo interno, l’istigazione a commettere alcuni di questi delitti, la banda armata, l’apologia di attentato allo Stato.

Il DDL rende permanenti le disposizioni introdotte in via transitoria dal decreto-legge 7/2015 per il potenziamento dell’attività dei Servizi, come l’«estensione delle condotte di reato scriminabili, che possono compiere gli operatori dei servizi di informazione per finalità istituzionali su autorizzazione del Presidente del Consiglio dei ministri, a ulteriori fattispecie concernenti reati associativi per finalità di terrorismo», nonché la «tutela processuale» per gli 007 «attraverso l’utilizzo di identità di copertura negli atti dei procedimenti penali e nelle deposizioni».

A difendere la norma è il sottosegretario Alfredo Mantovano, delegato ai Servizi, che in una nota ha scritto: «Alcune informazioni di rilevanza operativa e destinate a una ristretta cerchia di persone sono acquisibili solo da chi, in qualità di partecipe al sodalizio, riesce a guadagnare la fiducia dei sodali e dei promotori progredendo nel ruolo, sino a rivestire incarichi di tipo direttivo e organizzativo all’interno della consorteria eversivo-terroristica oggetto dell’attività».

Le opposizioni, e in particolare il M5S, sono però sulle barricate, anche perché l’ampliamento dei poteri di intelligence non viene accompagnato da un rafforzamento dei poteri di controllo del COPASIR, organismo parlamentare che vigila sulle attività dei Servizi. «Riteniamo che questo tipo di approccio sia completamente sbagliato: segnaliamo a tutto il Parlamento che si tratta di una deriva potenzialmente pericolosa – aveva detto a settembre in Aula il deputato Marco Pellegrini del M5S, membro del COPASIR –. In maniera netta e decisa proponiamo l’abrogazione dell’intero articolo 31 e sottoporremo la questione, per la sua importanza e delicatezza, al presidente della Repubblica».

Sentito da L’Indipendente, Pellegrini ha aggiunto: «Mediaticamente, modifiche normative così clamorose passano quasi in sordina, mentre si sparano titoloni per giorni e giorni su aspetti molto meno importanti e invasivi».

Lo scenario è ancora più inquietante se si guarda a quanto appurato da inchieste e sentenze in merito alle stragi avvenute nel nostro Paese dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli anni Ottanta – riconducibili alla «Strategia della tensione» – e gli attentati mafiosi del 1992 e 1993, in cui è stato messo il timbro sulla partecipazione morale e materiale di apparati deviati dello Stato sulla pianificazione di quegli eccidi e sui depistaggi andati in scena in seguito alla loro consumazione. Attività che, in passato, non erano scriminate. Sul punto, le novità introdotte dal DDL sembrano invece delineare uno scenario futuro – almeno in astratto – oltremodo nebuloso.

Ma c’è di più. La norma prevede infatti che le pubbliche amministrazioni e soggetti equiparati «siano tenuti a prestare agli organismi del sistema di informazione per la sicurezza la collaborazione e l’assistenza richieste necessarie per la tutela della sicurezza nazionale e l’estensione di tale potere nei confronti di società partecipate e a controllo pubblico».

DIS, l’AISE e AISI potranno stipulare convenzioni con tali soggetti, università ed enti di ricerca, per la definizione delle modalità della collaborazione e dell’assistenza, che potranno prevedere la comunicazione di informazioni «anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza».

Vibranti sul punto le proteste delle opposizioni, che evidenziando il concreto pericolo che, consentendo l’accesso a banche date sensibili senza prevedere adeguati controlli, la norma possa aprire alla possibilità che le Procure della Repubblica e altri organi statali vengano abusivamente “spiati”.

«L’articolo 31 trasforma la pubblica amministrazione in una sorta di gigantesca Ovra – si legge in un comunicato degli esponenti del M5S –. È in gioco la sicurezza democratica del nostro Paese e serve cautela fino al completamento delle indagini in corso».

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04/06/2023

Il silenzio scende sul naufragio della “barca delle spie” sul Lago Maggiore

“Sono un funzionario della Presidenza del Consiglio” e “Faccio parte di una delegazione governativa israeliana”. Questo si sono limitati a dichiarare gli agenti dei servizi segreti italiani e del Mossad testimoni del naufragio e che erano a bordo della ‘Gooduria’, la barca affondata nel Lago Maggiore.

La Procura di Busto Arsizio riconvocherà nei prossimi giorni gli agenti italiani, quelli israeliani sono stati subito portati via con un volo speciale proveniente da Israele. L’obiettivo è ricostruire come e perché l’imbarcazione sia affondata durante una tromba d’aria. Gli 007 forniranno le loro versione sulla dinamica dei fatti mentre potrebbero decidere di non rispondere in maniera esaustiva a domande sul perché si trovassero a Sesto Calende, se solo per partecipare alla gita sul Lago Maggiore o per una riunione di lavoro tra servizi di intelligence.

Che sulla vicenda stia già calando una rapidissima nebbia di copertura lo si desume dalla decisione di non effettuare le autopsie sui quattro cadaveri del naufragio. Il medico legale ha dichiarato che sono morti per ‘annegamento’ e che non presentano segni di lesioni e la Procura ha quindi ritenuto di non effettuare ulteriori accertamenti.

Il New York Times fa parlare uno dei magistrati incaricati dell’indagine. “Non voglio che ci siano dubbi sul fatto che non abbiamo portato avanti le indagini fino in fondo”, ha detto il Procuratore capo di Busto Arsizio, il dott. Nocerino. “La barca e il suo contenuto sarebbero stati confiscati e posti sotto l’autorità giudiziaria”.

A partire da mercoledì pomeriggio, la barca era stata trascinata vicino alla riva, ma è rimasta sott’acqua, dopo diversi tentativi infruttuosi di risalire in superficie con palloni aerostatici.

La salma dell’agente cinquantenne del Mossad Shimoni Erez è stata riportata in Israele già mercoledì 31 maggio, come annunciato in una nota ufficiale del primo Ministro israeliano a nome dell’agenzia. “Il Mossad ha perso un caro amico, che ha dedicato la sua vita alla sicurezza dello Stato di Israele per decenni, anche dopo essere andato in pensione”.

“Non era lì per una vacanza o una festa di compleanno. Non era una missione operativa, ma era legata al suo lavoro”, ha accennato il parlamentare israeliano ed ex vice capo del Mossad, Ram Ben Barak, in un’intervista alla radio pubblica israeliana.

La televisione israeliana I-24 News scrive che gli israeliani potrebbero aver “monitorato i contatti tra aziende italiane e iraniane” impegnate a “trattare con componenti civili usati per i droni” che potrebbero essere usati nella guerra in Ucraina. Inoltre, l’area ospita un certo numero di ricchi ebrei italiani che hanno contatti regolari con politici locali e internazionali di alto livello, personaggi della cultura e altri personaggi degni di nota. Il rapporto suggerisce che gli agenti dell’intelligence potrebbero aver completato o intrapreso una missione relativa a entrambi i gruppi di figure residenti nell’area. “La rapida esfiltrazione da parte delle agenzie di spionaggio italiane e israeliane che non fa che aumentare l’intrigo” riporta il servizio di I-24 News.

Il problema è che in questa vicenda ci sono quattro morti. Silenziarla potrebbe fare troppo rumore.

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01/06/2023

Lago Maggiore, finisce male la festa tra Mossad e Aisi

Due “incidenti” nello stesso luogo – il Lago Maggiore – e a soli 54 km di distanza. La strage della funivia del Mottarone, nel maggio 2021, ed ora l’affondamento di una barca nel lago, hanno visto due agenti dell’intelligence israeliana morire a esattamente due anni di distanza.

Fin qui ci può stare la banale coincidenza. Ma l’affondamento del battello nel Lago Maggiore, con a bordo anche diversi agenti dei servizi di intelligence italiani, è inevitabilmente destinato a suscitare domande, anche perché è un luogo ideale per il “lavoro” delle intelligence: tranquillo defilato, frequentato da vacanzieri, vicino al confine con la Svizzera.

La relazione tra i due fatti non è sfuggita al giornale israeliano Jerusalem Post, il quale sottolinea che “il lago dove la barca si è ribaltata si trova nella stessa zona dell’incidente della funivia di due anni fa che ha lasciato orfano Eitan Biran. Al Mottarone morirono cinque israeliani: il padre, la madre, il fratello e i due bisnonni del piccolo che allora aveva cinque anni”.

Seguirono, com’è noto, il rapimento del bambino da parte del nonno (altro storico agente del Mossad), immediatamente trasportato in Israele attraverso un volo privato dalla Svizzera, una mezza crisi diplomatica, la restituzione del bambino alla zia (che lo aveva avuto in affido) e l’impunità del vecchio 007 di Tel Aviv.

Un’incursione che rivelava non solo l'ottima conoscenza del sistema italiano dell'ex agente, ma anche la completa assenza di attenzione sulle mosse di un “collega” di uno Stato evidentemente considerato “alleato di ferro”, per quanto “fuori servizio” e impegnato in una “missione privata”.

Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato che uno dei morti nell’affondamento della barca è un cittadino israeliano, sulla cinquantina, “un ex membro delle forze di sicurezza israeliane“, riferisce l’agenzia AFP.

La barca affondata nel Lago Maggiore poteva ospitare al massimo 15 passeggeri: ma a bordo, tra donne e uomini ce ne erano 8 in più. Secondo alcune fonti sulla barca c’erano almeno 13 agenti israeliani e 8 agenti italiani.

Secondo la versione ufficiale, a far affondare il battello è stata una tempesta sul lago, forse con una tromba marina con raffiche di vento tra i 70 e 90 chilometri orari, la quale avrebbe rovesciato lo scafo in pochi secondi provocando la morte di quattro persone, tre delle quali non certo comuni.

Ma più di qualche skipper esprime dubbi sul fatto che una barca di 16 metri possa affondare in quel modo in un lago.

Due delle vittime, Tiziana Barnobi e Claudio Alonzi, erano infatti agenti dell’intelligence interna italiana (AISI, erede del Sisde). Il terzo era appunto Shimoni Erez, 53enne nato in Israele con un passato nel Mossad, e infine Anna Bozhkova, 50 anni, cittadina russa originaria di Bryansk, in Italia con un permesso di soggiorno a tempo illimitato e moglie del proprietario e skipper della barca, Claudio Carminati.

Quest’ultimo, secondo il Corriere della Sera, “sembra sia una conoscenza del circuito dei Servizi”. Una delle versioni, non ufficiali, di quanto accaduto sul Lago Maggiore, secondo il Corriere, sarebbe la seguente: “alla vigilia non era in programma nessuna gita sul lago, poi invece avvenuta in quanto, dopo incontri in Lombardia per lo scambio di informazioni e di documenti, gli israeliani avevano perduto l’aereo del ritorno e avevano deciso di prolungare la sosta coprendo l’intero fine settimana, fino alla partenza per la madrepatria in programma nella giornata di lunedì 29 maggio”.

La società proprietaria della barca – la “Love Lake srl” – era nata recentissimamente, il 5 aprile scorso, ad Alessandria, nello studio del notaio Aldo Mariano; i coniugi Carminati e Bozhkhova avevano registrato la creazione dell’azienda con un capitale sociale di soli 500 euro.

La ragione sociale è «organizzazione di escursioni», ad «attività ricettive su imbarcazioni», e alla «gestione di strutture alberghiere ed extra alberghiere, e in particolare di affittacamere, bed & breakfast, case e appartamenti per vacanze, rifugi di montagna e case religiose di ospitalità».

“Nel frattempo bisognerà valutare la possibilità di veri o presunti segreti legati alle missioni del Mossad in Lombardia, con la ricostruzione dei giorni precedenti il ​​viaggio. Dati i profili delle vittime, i ruoli e il tipo di lavoro da loro svolto, sono molti gli interrogativi in ​​questa inchiesta che vanno oltre l’affondamento di un’imbarcazione nel Lago Maggiore a causa di condizioni meteorologiche sfavorevoli”, scrive il portale Teller Report.

A seguito dell’affondamento della barca, i superstiti si sono affrettati a partire. Cosa abbastanza “strana”, dopo un incidente con ben quattro vittime. “Nella zona è stato segnalato l’allontanamento frettoloso dalle abitazioni-basi governative e già dai soccorsi era apparsa evidente la cura a non far uscire i nominativi delle persone soccorse“, riporta sempre il Corriere della Sera.

La Repubblica riferisce inoltre che i sopravvissuti sono stati ascoltati dai magistrati nella notte di domenica e poi sono “presto spariti”, mentre gli israeliani erano già rientrati nel loro Paese lunedì mattina, con un volo militare diretto a Tel Aviv, tanto che uno dei due furgoni noleggiati per il viaggio era rimasto parcheggiato sul molo.

Il giornale israeliano Haaretz fa sapere che i registri dell’aviazione pubblica rivelano “la presenza di un aereo esecutivo israeliano, tipicamente impiegato per missioni ufficiali dalle autorità israeliane, partito da Israele lunedì mattina. L’aereo è poi decollato da Milano ed è rientrato all’aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv nel tardo pomeriggio di lunedì”.

“Gli italiani sono stati frettolosamente evacuati dai pronto soccorso e dagli alberghi tra Sesto Calende e Malpensa, dove non c’è traccia di aver pernottato”, segnala La Repubblica.

Il relitto della barca è sul fondo del lago ed è stato recuperato per comprendere le cause dell’affondamento, così come occorre attendere i risultati delle autopsie sui quattro morti per cercare di capirne le cause.

Dunque finora solo alcune coincidenze, molte domande e pochissime risposte. Ma il mondo dell’intelligence è fondato appunto su questo assioma.

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31/05/2023

Incontro di spie sul Lago Maggiore

Nella serata di domenica 28 maggio, una barca con a bordo 24 persone è affondata nel Lago Maggiore in seguito, probabilmente, al peggioramento delle condizioni atmosferiche.

A parte i membri dell’equipaggio, i passeggeri erano appartenenti ai servizi segreti italiani e a quelli israeliani del Mossad. Il comunicato ufficiale diramato dalle istituzioni italiane parla di una festa a bordo: erano riuniti sulla barca, si dice, per celebrare un compleanno. Oltre al capitano e a sua moglie, le altre 22 persone erano tutte di nazionalità italiana o israeliana.

Hanno perso la vita due membri dei servizi di intelligence italiani: Claudio Alonzi di 62 anni e Tiziana Barnobi di 53 anni. Sono stati, inoltre, ritrovati in mare i corpi senza vita di un agente del Mossad in pensione, Shimoni Erez, 50 anni e della moglie del capitano, Anya Bozhkova, di nazionalità russa.

10 agenti del Mossad sono stati immediatamente riportati in Israele con l’utilizzo di un aereo militare. Si mantiene il riserbo sulla loro identità così come su quella dei 10 membri dei servizi segreti italiani sopravvissuti al naufragio.

La barca, chiamata Goduria o Good… uria, di proprietà del 53enne Carlo Carminati, si è inabissata subito dopo l’incidente, quando le forti raffiche di vento ne avrebbero causato il capovolgimento. La Procura di Busto Arsizio ha aperto un’indagine per stabilire se tutte le condizioni di sicurezza fossero state rispettate (secondo alcuni media la barca trasportava più persone di quante fossero ammesse) e se, soprattutto, non siano altre, oltre al maltempo, le reali cause del naufragio. La barca verrà recuperata dal fondo del Lago Maggiore per procedere alle perizie del caso.

Nonostante la comunicazione ufficiale rilasciata dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, l’idea che venti 007 italiani e israeliani si ritrovino su di una barca al centro del Lago di Como per festeggiare un compleanno, pare grottesca e surreale. Impossibile non immaginare che tra gli obiettivi dell’incontro esistesse, invece, qualche attività sulla quale le fonti ufficiali non possono che tacere.

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01/03/2023

L’occhio dei servizi sull’Italia e i movimenti sociali

È stata presentata, come ogni anno, la Relazione al Parlamento dei servizi di sicurezza.

La relazione annuale viene elaborata sia dai servizi segreti interni (Aisi) che da quelli esteri (Aise). Nel primo caso le elaborazioni dei servizi di sicurezza si fondano sui rapporti di polizia e carabinieri.

Ogni anno a febbraio viene resa pubblica la versione consegnata al Parlamento e in essa è riscontrabile come i servizi guardano al paese, alle minacce che incombono sulla sua sicurezza, ma anche ai soggetti politici e sociali che si muovono mettendo in discussione il sistema dominante.

Inevitabilmente un ampio spazio viene dedicato al conflitto russo-ucraino, analizzato sotto molti aspetti, e in un capitolo apposito si individuano le cosiddette “minacce ibride” da parte di Russia e Cina, soprattutto sul piano dell’informazione e dell’informatica.

C’è una intera parte dedicata alla situazione della sicurezza su vari teatri internazionali, con particolare attenzione al Medio Oriente, al Maghreb e più in generale all'Africa, ossia le aree di diretto interesse strategico dell’Italia.

Ma i capitoli che meritano un maggiore interesse sono quelli contro le cosiddette “minacce interne”.

Agli anarchici ovviamente, e come ormai ogni anno, vengono dedicate diverse pagine. “Sul fronte eversivo interno, le evidenze acquisite nel 2022, puntualmente condivise con le Forze di polizia, hanno nuovamente qualificato la minaccia anarcoinsurrezionalista come la più concreta e vitale, caratterizzata da componenti militanti determinate a promuovere, attraverso una propaganda di taglio fortemente istigatorio, progettualità di lotta incentrate sulla tipica “azione diretta distruttiva”.

Vale la pena ricordare che, da questo “mondo” considerato pericolosissimo, secondo la stessa relazione, è arrivata come massima espressione terroristica... un pacco inesploso inviato a Leonardo.

Relativamente a quelli che i servizi di sicurezza definiscono i “circuiti marxisti leninisti” vengono segnalate la partecipazione “alla mobilitazione anarchica a sostegno di Alfredo Cospito, con iniziative dirette a richiamare l’attenzione pure sui “prigionieri politici” delle BR-PCC, anch’essi sottoposti al c.d. “carcere duro”.

Altro tema evidenziato nelle relazione dei servizi è quello della mobilitazione contro la guerra. “Il conflitto russo-ucraino ha ravvivato pulsioni antimilitariste, caratterizzate, per tali settori, da marcate posizioni “internazionaliste” e anti-atlantiste e da una visione che denuncia la “tendenza alla guerra” come prosecuzione del “dominio capitalista”.
Nel medesimo ambito tematico, il tradizionale attivismo in solidarietà ai popoli “vittime dell’imperialismo” ha seguitato a evidenziare un significativo impegno nel sostegno alla “resistenza” palestinese e curda, anche in collaborazione con omologhe reti internazionali”
.

Una sottolineatura viene fatta anche alle iniziative congiunte tra operai e studenti sul versante del mondo del lavoro dove, secondo gli apparati statali “le tipiche interpretazioni in chiave di “contrapposizione di classe” delle dinamiche socio-economiche si sono nuovamente tradotte in tentativi d’inserimento, ricercando peraltro il supporto di altre compagini dell’antagonismo di sinistra e di collettivi studenteschi, in delicate vertenze occupazionali, al fine di favorire, sebbene con aspettative di lungo periodo, la trasposizione su un piano di militanza politico-ideologica delle specifiche rivendicazioni dei lavoratori”.

L’analisi dei servizi di sicurezza si allarga poi a quella definita come l’area antagonista dove, secondo la relazione, “Le molteplici ed eterogenee realtà del movimento antagonista hanno concentrato la propria attenzione sulla sensibile congiuntura socio-economica scaturente dagli effetti della guerra in Ucraina, tratteggiata, dalla propaganda d’area, innanzitutto come uno scontro tra due “blocchi imperialisti”.

Curioso poi che i servizi di sicurezza ritengano che il tema della guerra sia “strumentalizzato”. Curioso perché la guerra è contraddizione prioritaria da cui ne derivano, a cascata, molte altre. Nella relazione si ritiene che “Nella lettura antisistema, il tema della guerra è stato strumentalmente intrecciato ad altre, tradizionali campagne antagoniste, in una prospettiva strategica d’“intersezionalità delle lotte”.

I servizi di sicurezza acquisiscono dunque dal linguaggio dei movimenti il concetto di intersezionalità, ma lo declinano soprattutto come preoccupazione per una possibile ricomposizione dei vari fronti e dei settori del conflitto politico e sociale.

“Le acquisizioni informative hanno rilevato la diffusione di narrativa tesa a coniugare antimilitarismo, problematiche lavorative, carovita, sostegno ai migranti, questione ambientale e dossier energetico, con l’intento – apparso nei fatti, tuttavia, velleitario – di creare cartelli mobilitativi il più possibile unitari e coesi in grado di attribuire maggior peso e visibilità alle proteste.
Si sono evidenziati tentativi di avviare processi di convergenza anche tra diverse lotte territoriali, come, ad esempio, le mobilitazioni locali che si oppongono, in varie aree del Paese, alle linee ferroviarie ad alta velocità, rivisitate in chiave antimilitarista in relazione al presunto uso di tali infrastrutture per finalità di logistica militare”
.

Interessante quest’ultimo dossier per l’attenzione dei servizi di sicurezza verso i movimenti. Solo recentemente si è infatti aperta una analisi nel movimento No Tav sul nesso tra questa grande opera e le esigenze della mobilità militare in Europa da parte della Nato.

Altrettanto emblematica è l’attenzione verso – e contro – i movimenti degli studenti che, come visto prima, risultano “attenzionati” anche per i percorsi di convergenza con gli operai e le mobilitazioni sui temi ecologici.

Nella relazione viene infatti rilevato che: “Segnali di un significativo attivismo antagonista sono, poi, emersi tra le file dei collettivi studenteschi, mobilitatisi in opposizione al paradigma formativo di “alternanza scuola-lavoro”, e sul fronte dell’ecologismo militante, che, anche nel 2022, ha dimostrato una discreta capacità mobilitativa, sostenuta da appelli ad attivarsi contro i presunti legami tra “crisi ecologica, emergenza migratoria e guerra”, considerate tutte dirette conseguenze del “sistema capitalista globale”.

Infine, ma non certo per importanza, i servizi di sicurezza anche nella relazione di quest’anno appaiono preoccupati delle lotte ambientaliste.

Preoccupazioni per i giovani ecologisti di “Ultima generazione” ma anche per le mobilitazioni territoriali come quella contro il rigassificatore a Piombino.

Nella relazione dei servizi viene infatti segnalato che: “In linea con tali richiami, si è assistito a un incremento delle contestazioni ambientaliste, che, oltre a cortei e presidi, hanno fatto registrare, sulla falsariga di quanto già visto all’estero a opera di agguerriti circuiti ecologisti internazionali, iniziative ad alto impatto mediatico, tra cui azioni d’imbrattamento di opere d’arte, di sedi istituzionali e di aziende del comparto energetico, nonché, in alcuni casi, foriere di turbative all’ordine pubblico, come blocchi alla viabilità extraurbana.
Si è, infine, rilanciato il dibattito sulle scelte governative di allocazione dei fondi del PNRR e sulle politiche di transizione ecologica, nel cui ambito sono emerse evidenze circa l’intenzione d’intensificare l’impegno antagonista nelle campagne di protesta contro la realizzazione, in alcune zone del territorio nazionale, di sistemi di stoccaggio di gas naturale e di rigassificatori”
.

In conclusione, non avendo davanti “grandi minacce” da affrontare, i servizi “promuovono” a nemici terribili i normali movimenti di protesta che ogni politica neoliberista produce come conseguenza di scelte politiche ed economiche esplicitamente antipopolari.

Fonte

20/03/2015

Italia e conflitti sociali visti con gli occhi dei servizi segreti

Ogni anno l’Aisi (i servizi segreti competenti per la situazione interna) presenta al Parlamento, alla fine di febbraio o ai primi di marzo, la propria relazione annuale sulla sicurezza del paese, una analisi che spazia dalle minacce internazionali alle attività criminali. Un capitolo – titolato “Spinte anti-sistema e minacce eversive” – è sistematicamente dedicato ai movimenti sociali e antagonisti di sinistra. A loro sono dedicate anche nella relazione di quest’anno ben sette pagine e mezzo. Ai gruppi neofascisti, come consuetudine, solo meno di una pagina e mezza e dal tono estremamente rassicurante.

Più sotto segnaliamo vari paragrafi della relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento, ma c’è un passaggio che obiettivamente gira il coltello in una piaga politica ancora aperta e sulla quale dovrebbero riflettere molti compagni. Si tratta della ulteriore valutazione della due giorni di mobilitazione del 18 e 19 ottobre 2013 (presente anche nella relazione dello scorso anno),  che – a nostro avviso ma probabilmente non solo nostro – continua a rappresentare il momento più alto di ricomposizione politica e sociale degli ultimi anni, gli anni in cui la crisi e le misure di austerità si sono abbattute con maggiore violenza sui settori popolari. La mobilitazione dell’ottobre 2013, con uno sciopero generale, decine di migliaia di persone in piazza per due giorni, un meeting- accampata a San Giovanni e una nuova accampata sotto il Ministero delle Infrastrutture – quello di Lupi – a Porta Pia, era stato valutato nella relazione dello scorso anno da parte del “nemico”, cioè gli apparati coercitivi statali, come “un successo politico dei manifestanti”. Nella valutazione diffusa quest’anno i servizi mettono invece in evidenza come “quel successo politico” sia stata disperso e lo scrivono esplicitamente:

“Il movimento anticrisi, comunque, non è riuscito a consolidare il successo “politico” riscosso nelle manifestazioni romane dell’ottobre 2013, per le rinnovate divergenze e frammentazioni che ne hanno minato l’unitarietà d’intenti. A depotenziarne l’azione hanno contribuito soprattutto differenti visioni fra realtà attestate su posizioni movimentiste, orientate alla “piazza”, ed espressioni più strutturate ideologicamente, interessate ad accreditarsi come “riferimento politico” sia presso gli ambienti di stampo anticapitalista sia presso le fasce popolari che non si sentono adeguatamente rappresentate”.

L’unico momento di controtendenza rispetto alla logica un po’ suicida che ha portato al consapevole auto-affossamento delle giornate di mobilitazione dell’ottobre 2013, secondo i servizi segreti è stata la giornata di “sciopero sociale” del 14 novembre 2014.

“Dopo l’annullamento del vertice europeo sulla disoccupazione giovanile in programma l’11 luglio a Torino, atteso quale importante occasione per rilanciare la protesta, il movimento antagonista ha ripreso il suo impegno in autunno, pianificando molteplici iniziative a livello territoriale funzionali alla creazione di una microconflittualità diffusa in tutto il contesto nazionale. In proposito, la scadenza di maggiore rilievo per incisività d’azione, modalità e capillarità nel territorio è stata la giornata di sciopero sociale del 14 novembre, tradottasi in manifestazioni in numerose città, sfociate anche in scontri con le Forze dell’ordine, blocchi stradali, picchettaggi e proteste nei contesti aziendali, specie del settore dei trasporti, scioperi, blitz contro sedi governative e istituzionali, banche e agenzie interinali, occupazione di edifici in disuso, iniziative davanti ai centri commerciali e ai negozi-simbolo dello "sfruttamento".

Nel resto della relazione agli analisti dei servizi segreti non sfugge il contesto in cui si producono i conflitti sociali nel nostro paese. Scrivono infatti che:

“In un contesto macroeconomico caratterizzato da persistenti indicatori negativi, con un PIL in contrazione e un elevato tasso di disoccupazione, specie giovanile, si sono registrati segnali di un’intensificazione del disagio, non solo nell'ambito prettamente occupazionale ma anche in quella ampia area della popolazione – che le componenti antagoniste indicano come una sorta di nuovo proletariato urbano – in cui si collocano vari segmenti a rischio di emarginazione sociale, quali “senza casa”, immigrati, famiglie in difficoltà economica e giovani senza prospettive lavorative”.

In compenso gli apparati coercitivi dello Stato si sentono ancora una volta rassicurati dalla funzione dei sindacati ufficiali (Cgil, Cisl, Uil) come ammortizzatori dei conflitti sociali. Scrive infatti la relazione dell’Aisi:

“Le forme di conflittualità sul territorio non hanno tuttavia prodotto nel corso dell’anno percorsi di generalizzazione ed estensione delle lotte, rimanendo sostanzialmente circoscritte alle rivendicazioni di settore volte alla tutela del posto di lavoro. Il ricorso al sistema degli ammortizzatori sociali e l’opera di mediazione dei sindacati confederali, che hanno consolidato la propria immagine di “riferimento essenziale” per la maggior parte dei contesti occupazionali, si sono ribaditi efficaci strumenti di difesa della coesione sociale. La base dei lavoratori, in linea generale, si è pertanto dimostrata sostanzialmente refrattaria ai perduranti tentativi di innalzamento del livello della protesta esperiti dalle formazioni dell’antagonismo, specie di matrice marxista-leninista, intenzionate a ricondurre le problematiche occupazionali nell’ottica ideologica del conflitto antisistema”.

Ma ai servizi segreti non sfugge il dato che le contraddizioni nel mercato del lavoro e il peggioramento delle condizioni lavorative, salariali e normative di segmenti interi del lavoro possano sottrarsi al controllo dei sindacati complici:

“Nel quadro delineato, ha continuato a distinguersi il crescente fermento espresso dal comparto della logistica, le cui maestranze, in gran parte di origine extracomunitaria, sono considerate un ambito di potenziale consenso proprio da quei settori dell’antagonismo che guardano alle vertenze in un’ottica di classe. Parimenti, si profilano, in prospettiva, quali ambiti lavorativi a maggior rischio mobilitativo, tutti quelli ad “alto tasso di precarizzazione”, caratterizzati dall’utilizzo di manodopera asseritamente sottopagata, priva di tutele e senza adeguata rappresentanza sindacale. In termini previsionali, il protrarsi delle criticità occupazionali, correlato alla mancata soluzione delle vertenze, potrebbe originare un innalzamento del livello di protesta operaia nei contesti aziendali più colpiti dalla crisi in atto, suscettibile di estemporanee degenerazioni, anche violente. Ulteriore fattore di rischio appare connesso alle dinamiche rivendicative del cd. precariato esistenziale (precari, disoccupati, giovani, immigrati, etc.) che al problema del lavoro sommano istanze relative a bisogni primari, quali il diritto alla casa, alla salute e, più in generale, alla fruizione di beni e servizi pubblici”.

Anche sul piano sociale e territoriale, la crescente esclusione e il degrado di interi pezzi delle aree metropolitane – le periferie in particolare – comincia a mostrare che queste contraddizioni possono esplodere:

“Nel complesso, emerge dunque uno scenario di crescente malessere acuito da sentimenti di disaffezione verso la politica e le istituzioni e destinato ad accrescere percezioni di frustrazione e insicurezza, che si diffondono specialmente tra quelle fasce della popolazione afflitte da un senso di progressiva esclusione sociale e che trovano valvola di sfogo in forme di contestazione spontanea, dal carattere di generica contrarietà alla situazione esistente. Emblematici, nel senso, gli episodi di vera e propria guerriglia urbana scoppiati soprattutto in alcune aree metropolitane ed etichettati dai media come il fenomeno delle “periferie in rivolta”. Al momento, tali impeti risultano privi di connotazioni ideologiche, ma potenzialmente forieri di improvvise sortite ribellistiche specie contro la rappresentanza politica, sindacale e istituzionale. Nella medesima ottica, non sono da sottovalutare i rischi di un possibile sviluppo di pulsioni razziste e xenofobe nei confronti delle comunità di immigrati, specie se scarsamente integrate, che già in passato hanno trovato differenti forme di innesco e che, nell’attuale sensibile congiuntura, potrebbero trovare ulteriori spunti, tra l’altro, nella percezione di una concorrenzialità sul terreno occupazionale e del welfare. La protesta “anticrisi” ha continuato a catalizzare l’impegno delle componenti antagoniste, determinate ad intercettare nuove disponibilità alla lotta tra le categorie considerate più esposte al disagio con l’obiettivo di favorire lo sviluppo del conflitto sociale”.

Le crescenti mobilitazioni e consapevolezza sulle responsabilità nelle misure antipopolari imposte dall’Unione Europea, non si sottraggono dall’attenzione dei servizi italiani:

“Le rivendicazioni in tema di reddito, diritti sociali e beni comuni hanno costituito il principale ambito di intervento a livello territoriale mentre, in un’ottica più generale, contestazione è stata indirizzata contro i provvedimenti del nuovo Governo, specie in materia di lavoro, e le politiche d’austerity imposte dall’UE, tematica, quest’ultima, che ha assunto rilievo centrale nel corso del semestre italiano di Presidenza Ue”.

Una particolare attenzione dei servizi segreti viene riservata ancora ai movimenti di lotta per la casa e al coinvolgimento degli immigrati in questo tipo di conflitto sociale:

“Fra i principali attori della mobilitazione anticrisi, i movimenti per la casa hanno mantenuto un ruolo centrale e trainante sotto il profilo del conflitto sociale, con l’attuazione in tutto il territorio nazionale di pratiche illegali e azioni di “disobbedienza civile”, tra cui occupazioni abitative e di spazi sociali, nonché presidi “antisfratto” e inedite iniziative di “pressione” nei confronti dei municipi. In prospettiva, il movimento antagonista si conferma determinato a superare le contrapposizioni interne per dar vita ad una sorta di “coalizione sociale” che interpreti la percepita diffusa voglia di tornare in piazza. Si punterà proprio su quel meticciato dei percorsi di lotta che, pur nella pluralità di rivendicazioni, consente di ottenere “massa di manovra” da utilizzare e gestire per innalzare i toni ed il livello della conflittualità sociale. In tale ottica, acquisterà rilievo in particolar modo l’adesione alle proteste sia della componente migrante, portatrice di un crescente malessere, che di quella giovanile - studentesca, da sempre considerata dagli ambienti antagonisti una forza propulsiva in grado di conferire incisività e spessore alle mobilitazioni di piazza. Significative sinergie si sono consolidate intorno all’asserita recrudescenza dell’attività repressiva, cui sono state ricondotte le iniziative giudiziarie nei confronti dei reati commessi dai militanti, nonché le misure di prevenzione di illeciti in occasione di manifestazioni, qualificate come un tentativo di frammentare e depotenziare i movimenti e la protesta sociale”.

Infine non poteva mancare il monitoraggio e l’analisi sul movimento No Tav in Val di Susa:

“Sul versante della lotta di stampo ambientalista, è proseguito l’attivismo del movimento No TAV, tradottosi in iniziative diversificate in territorio valsusino in linea con la sperimentata “strategia di logoramento”: attacchi al cantiere concentrati soprattutto nel corso della stagione estiva; azioni dimostrative contro imprese e strutture funzionali alla realizzazione dell’opera; gesti intimidatori nei confronti di amministratori locali e politici favorevoli al progetto; diffusione di propaganda denigratoria nei confronti dei magistrati responsabili delle inchieste sugli attivisti d’area. La mobilitazione ha ricercato nuove occasioni di visibilità a livello nazionale, specie in concomitanza con scadenze processuali relative a militanti No TAV che hanno offerto spunti di attivazione anche a frange di matrice anarco-insurrezionalista. Sulla scia della protesta valsusina appaiono destinati ad assumere spessore e visibilità anche gli altri fronti di lotta contro l’Alta Velocità già attivi tra Liguria e Piemonte (Terzo Valico) e in Trentino (TAV del Brennero)”

Alla fine di sette pagine e mezzo di questo tenore, anche con analisi sofisticate dal punto di vista politico ed evidentemente con fonti ben informate sul dibattito nei movimenti antagonisti, i servizi segreti dedicano una paginetta scarsa all’attivismo dei gruppi neofascisti. Poca, pochissima roba nonostante il via vai di fascisti dal fronte di guerra in Ucraina o le evidentissime connessioni emerse tra fascisti e criminalità organizzata. Se sui fascisti è difficile non cogliere la sottovalutazione e la complicità che costella la storia del nostro paese, per gli apparati coercitivi dello Stato il problema continuano ad essere i “sovversivi” di sinistra e non “l’eversione”,  i rivoluzionari e non i ribelli.

Il testo integrale della relazione dell'Aisi sul 2014

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25/09/2014

Lorenzo il Magnifico, l’intelligere intelligente alla scuola di spionaggio


Il lessico giornalistico su questioni di spionaggio è estremamente limitato. Anche perché abbiamo rinunciato ad usare la nostra lingua, che è ancora l’italiano. Ora spionaggio si dice ‘intelligence’, in americano. Con derivati cinematografici tipo ’007′ se si preferisce l’inglese al servizio della Regina. ‘Spia’, ‘spione’, ‘barbafinta’, sono la volgarizzazione italiana di un mestiere che forse non è il vero spionaggio. Eppure basterebbe tornare appunto alla ricchezza della nostra lingua, l’italiano, e se non basta quello, fare un passo indietro verso il latino. Ripartiamo da ‘Intelligence’ made in Usa, che poi è la traduzione della nostra parola ‘intelligenza’. Prima ancora c’era il sostantivo latino ‘intelligentĭa’. Ma non basta. ‘Intelligentĭa’ derivante dal verbo ‘intelligĕre’, capire. Peggio ancora. ‘Intelligĕre’ sarebbe una contrazione del verbo latino ‘legĕre’, leggere, con l’avverbio ‘intŭs’, dentro. Chi aveva ‘intelligentĭa’ era dunque qualcuno che sapeva «leggere-dentro», «leggere oltre la superficie», ma anche (‘legĕre’ con la preposizione ‘ĭnter’, tra), «leggere tra le righe». Detto in italiano corrente, saper vedere oltre, saper collegare tra loro tutti i diversi elementi che possono determinare un fatto.

Siamo partiti da lontano prendendo spunto da una curiosità. Un corso universitario a Firenze per migliorare la conoscenza della sicurezza nazionale - attenzione al passaggio - «in collaborazione con i servizi segreti italiani». Da rimanere basiti. Intanto perché a Firenze dove i Medici inventarono i primi servizi di spionaggio dell’era moderna. Poi perché uno potrebbe pensare che anche in Italia i Servizi di sicurezza - quelli segreti - siano finalmente proposti al pubblico come un normale Organo dello Stato, soltanto un po’ più riservato, con un nome - e questo almeno c’è - ma anche un luogo dove esistere, con persone alcune delle quali non possono apparire ma con altre che debbono essere pubbliche, con doveri e responsabilità note. Ma a sollecitarmi questa nota è stato proprio il corso universitario di cui ho letto su LookOut. «Realizzato sulla scia dell’accordo di collaborazione tra il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze e il Dipartimento delle Informazioni per la sicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DIS)». Sembra quasi di essere in America dove uno guarda sull’elenco telefonico e trova tutti i recapiti della Cia.

Provate voi a fare questa ricerca in Italia e poi mi racconterete. Potreste provare a chiedere dell’Aise o dell’Aisi ad un comando Carabinieri e poi raccontarcelo. Ma noi rimaniamo a questo ‘quasi corso’ da aspiranti ‘quasi spie’ a Firenze. Fosse mai che nei ‘Servizi’ (così si dice) si entra anche per titoli accademici e non solo per stellette o altro? Una volta, per breve tempo, avevano arruolato dalle università. Accadde, poi tornò il vincolo al riuso di dipendenti pubblici, e ora? Saltando di frasca in palo, restiamo nei paraggi delle spie. Audizione del direttore dell’Aise, servizi segreti esteri, Alberto Manenti, al Copasir, la commissione parlamentare di controllo. ‘Situazione internazionale’, ma - il vero tema - la situazione degli ostaggi italiani in mano all’Isis o a bande siriane, e le possibili soluzioni per giungere alla loro liberazione. Di fatto parliamo delle due ventenni d’azzardo, Greta e Vanessa, andate allo sbaraglio in Siria. Problema del pagamento dei riscatti. Quella parte in commissione è avvenuta in seduta segreta. Quindi immaginiamo le verità. L’Italia ha mai ceduto ai ricatti dei sequestratori? ‘Sempre’. Quando è accaduto? ‘Mai’. Vite salvate, e poi è ‘Segreto di Stato’.

Visto che siamo in tema, anche un giro spionistico veloce per il mondo. Lo scorso primo luglio Re Abdallah bin Abdulaziz Al Saud ha nominato il Principe Khaled bin Bandar bin Abdul Aziz alla testa dei servizi segreti. Una figura importante di Casa Saud. Il Principe è infatti nipote del fondatore del Regno, personaggio destinato a far parte della leadership saudita della prossima generazione. Classe 1951, cadetto dell’Accademia militare reale britannica, ex comandante dell’esercito saudita, esperto di sicurezza nazionale e affari esteri, ha partecipato alla guerra di liberazione del Kuwait nel 1991 e ha diretto le operazioni militari contro i ribelli Houthi in Yemen. Dal 2013 è stato governatore di Riyadh, la capitale che ospita le maggiori rappresentanze straniere e la maggior parte dei membri della Casa reale. Poi l’incarico di vice ministro della Difesa prima di approdare alla guida dell’intelligence. Bella carriera ma anche bei rischi. Per due decenni, dal 1979 al 2001, la direzione dell’intelligence saudita fu del Principe Turki bin Feisal, sino all’ex ambasciatore a Washington Bandar bin Sultan, intimo amico dell’ex presidente Usa Bush junior.

Sul fronte più o meno opposto, la notizia della scomparsa a 87 anni di Mike Harari, uno dei più autorevoli uomini dell’intelligence israeliana. Nato a Tel Aviv nel 1927, fu operativo nel Palmach, l’ala militare del governo-ombra ebraico nella Palestina sotto mandato britannico. Successivamente, dopo la nascita dello Stato di Israele, è stato prima agente dello Shin Bet, il servizio segreto per la sicurezza interna, e in seguito del Mossad, i servizi esteri di Tel Aviv. In quarant’anni di carriera ha partecipato e coordinato alcune delle operazioni di spionaggio più famose nella storia dello Stato di Israele. Tra queste la più nota, rievocata anche nel film Munich di Steven Spielberg, è l’operazione “Ira di Dio”. Negli anni Settanta il gruppo operativo Cesarea uccise gli undici militanti palestinesi dell’organizzazione Settembre Nero, ritenuti responsabili della strage di 11 atleti alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Nel 1976 ha condotto il salvataggio di un gruppo di ostaggi israeliani a Entebbe, in Uganda. Curiosità nazionale: Mike Harari era stato addestrato come radiotelegrafista e inviato a Roma per il Mossad, campagna d’immigrazione illegale del dopoguerra, nome di copertura, Alex.

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09/07/2014

Servizi segreti e fascisti. Distratti, indulgenti... complici?

Ci sono domande che impongono risposte convincenti. Le domande sono dirette ai servizi segreti, oggi Aisi, che si occupano della “sicurezza” dello Stato italiano. Le risposte non possono che provenire dai medesimi, ma anche dalla “politica” alla quale questi devono riferire della loro attività ogni anno. Infatti, annualmente, i servizi di intelligence consegnano una relazione al Parlamento nella quale resocontano lo stato di salute della sicurezza del paese.

Da tempo segnaliamo come in questa relazione siano evidenti un doppio standard e una rilevante asimmetria. L'Aisi ogni anno e in ogni relazione dedica almeno tra le quattro e le sei pagine alle attività dei gruppi della sinistra antagonista. In queste c'è di tutto: dai No Tav ai gruppi anarchici, dai movimenti sociali ai sindacati di base, dal monitoraggio dei residui dei gruppi militanti degli anni '70 alle nuove potenzialità “eversive”. Quando invece si tratta di resocontare l'attività dei gruppi neofascisti e di rivelarne la pericolosità, la relazione dei servizi segreti se la cava con una paginetta che li descrive come “impegnati nel sociale e nell'attività sulla rete per allargare la base della loro militanza”.
Anche sulle connessioni internazionali dei fascisti ci si limita ad una panoramica giornalistica sulle varie anime dell'estrema destra in Europa. Insomma le organizzazioni neofasciste in Italia, secondo i servizi segreti italiani, non sono un problema. C'è qualcosa che non quadra e non torna e lo andiamo dicendo da anni.

Mettendo insieme le indagini e i fatti di cronaca di questi ultimi anni, emerge come in numerosi omicidi, rapine in banca, traffico internazionale di droga e diamanti, complicità con cosche della 'ndrangheta e della camorra, spuntino fuori, sistematicamente, vecchi e nuovi esponenti della galassia neofascista, alcuni dei quali collegati strettamente con esponenti politici di rilievo e apparati dello stato. Per non parlare del ruolo crescente che esponenti o intere strutture dell'estrema destra italiana sembrano avere in numerose aree di crisi a livello internazionale, dalla Jugoslavia all'America Latina fino all'Ucraina. Inoltre alcune inchieste chiamano apertamente in causa anche settori “sensibili” della sicurezza come Finmeccanica o Telecom.

Se è vero che tre coincidenze fanno una conferma, quando le coincidenze diventano così numerose diventano qualcosa di più. Non solo. Una certa visione “indulgente” liquida i fascisti responsabili dei delitti come “cani sciolti” o border line, in alcuni casi vengono dipinti come “spostati psichici” ma solo dopo che hanno commesso i fatti (la bomba al Manifesto, l'omicidio dei senegalesi a Firenze, quello di Fanella a Roma etc.).

Qualcun altro cerca una impossibile simmetria con esponenti dei gruppi della sinistra che una volta usciti dal carcere sono rimasti coinvolti in fatti di cronaca nera. Ma anche qui nessuna simmetria è possibile. La proporzione di militanti di gruppi armati della sinistra o di destra negli anni Settanta era di venti a uno, quella del coinvolgimento in attività criminali è esattamente il contrario. Una conferma di più che l'equazione tra "opposti estremismi" non regge, neanche in questo caso. C'era un'etica diversa allora e continua ad esserci ancora oggi. Nessuna simmetria o equivalenza tra fascisti e antifascisti regge alla prova dei fatti.

Ma torniamo alle domande di partenza. Perché i servizi segreti della Repubblica Italiana nel 2014 continuano a dedicare gran parte delle loro “attenzioni” alle organizzazioni della sinistra antagonista e sottovalutano così platealmente le attività criminali dei gruppi neofascisti? Ben quattro “riforme “dei servizi segreti (Sifar, Sid, Sisde, Aisi) in cinquanta anni di storia repubblicana non riescono a dissipare il sospetto che il linkage tra fascisti e servizi segreti non sia mai stato interrotto. Più si scava e più ne viene fuori, ieri come oggi.

E' vero che oggi l'unica priorità sembra essere diventata la “governance”, ma a quale prezzo?

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