Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/06/2025
Bilaterale di riappacificazione tra Meloni e Macron?
Nelle ultime settimane, infatti, si erano susseguiti momenti di tensione tra Macron e Meloni, in particolare in riferimento al ruolo dei ‘volenterosi’ nella continuazione della guerra in Ucraina. Anche se la presidente di Fratelli d’Italia ha fatto poi da mediatrice nel dialogo tra Bruxelles e Washington, è stata considerata troppo vicina a Trump e troppo accondiscendente con le sue trattative con Mosca.
L’incontro di Roma doveva quindi servire a ribadire l’unità europea nello scenario determinato dalla rottura dell’euroatlantismo, e in parte lo ha fatto. Sul terreno degli interessi economici, della cooperazione, della difesa comune europea, e non senza un po’ di retorica anche sul dossier ucraino, la faglia tra Italia e Francia sembra ricucirsi.
Nel comunicato finale del bilaterale si legge: “l’Italia e la Francia, fedeli al loro ruolo di Nazioni fondatrici della costruzione europea, intendono rafforzare il loro impegno comune per un’Europa più sovrana, più forte e più prospera, soprattutto orientata alla pace e capace di difendere i propri interessi e di proteggere i propri cittadini”.
Riguardo alla situazione di Kiev, l’unica cosa che è stata scritta è una generica rivendicazione di una “soluzione equa e duratura”, ma quel che è davvero interessante è che la ricerca di tale via d’uscita è immediatamente collegata “a un ambizioso cambiamento di scala nella difesa europea, sia in termini di investimenti che di sostegno alla base di difesa industriale e tecnologica europea”.
Sono infatti i temi di un salto di qualità della UE e i nodi del Mediterraneo in particolare che sembrano aver tenuto banco nel dialogo tra Meloni e Macron. Dal comunicato si evince che dai due leader è stata riservata molta attenzione alla competitività europea, all’energia, alla semplificazione delle norme comunitarie.
Francia e Italia hanno concordato anche di lavorare insieme per la “preparazione del prossimo Consiglio europeo e, più in generale, sul prossimo quadro finanziario pluriennale, sulla migrazione, sull’allargamento e sulle riforme”. Nella dichiarazione congiunta finale c’è scritto che i due paesi devono ragionare “sulle condizioni necessarie a far concorrere le imprese europee ad armi pari”.
“Ciò vale – si legge sempre nel comunicato – anche per i settori in transizione, come l’industria automobilistica e siderurgica, che richiedono un forte impegno europeo, nonché per i settori più avanzati, come l’intelligenza artificiale, le fonti di energia de-carbonizzate rinnovabili come il nucleare, e lo spazio, dove i nostri interessi bilaterali ed europei sono collegati”.
Automotive, IA, nucleare, spazio: dalla spina dorsale dell’industria europea alla frontiera delle nuove tecnologie, dall’atomo e dalla ricerca dual use ai servizi satellitari, è la concretezza degli interessi in questi campi che ha riportato Macron e Meloni a parlarsi. Che essi trovino solo nel rafforzamento dell’autonomia strategica europea una possibilità di stare al passo coi tempi è evidente.
Ma non bisogna precipitare le opinioni sul disgelo tra Parigi e Roma. Appena prima dell’incontro con Macron, Meloni ha incontrato anche Robert Fico, unico partecipante alla parata del 9 maggio a Mosca. Per una buona mezz’ora ha parlato con la presidente del Consiglio della situazione ucraina, e i messaggi che ne sono usciti rimangono contraddittori.
Anche se il capo del governo slovacco e di quello italiano hanno ribadito il comune “impegno per la ricostruzione del paese (l’Ucraina, ndr) in vista della Ukraine Recovery Conference”, che si terrà a Roma il 10 e 11 luglio, Fico ha anche detto ai cronisti che la strategia di alcuni membri UE, che vogliono prolungare la guerra per danneggiare la Russia, non funziona.
Anche in questo caso, quando ci sono di mezzo grandi opportunità di speculazione finanziaria, allora un’intesa si trova, o per lo meno si tenta di trovarla. Ma i nodi della concorrenza strategica sempre più evidente tra le due sponde dell’Atlantico, e della risoluzione dei conflitti che oggi determinano lo scenario globale, rimangono in bilico. Vedremo se quello di martedì è stato davvero un disgelo...
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04/01/2025
L’Ucraina fa esplodere il costo del gas mettendo fine all’accordo con la Russia
La notizia è stata riportata dall’agenzia britannica Reuters su informazioni fornite direttamente da funzionari ucraini.
Il 31 dicembre infatti è scaduto l’accordo che permetteva il passaggio del gas estratto in Siberia e che attraverso il Paese raggiungeva l’Unione europea, principalmente in Ungheria, Austria e Slovacchia.
Aumentano le tariffe di trasporto del gas
La commissione nazionale per i regolamenti statali nei settori dell’energia e dei servizi di pubblica utilità ha approvato l’aumento delle tariffe di trasporto del gas nazionale a circa 502 grivne (11,55 euro) per 1.000 metri cubi, rispetto alle precedenti 124 grivne (2,85 euro – al cambio odierno).
“Nel 2024, l’85% delle nostre entrate deriverà dal trasporto di gas proveniente dalla Federazione Russa. Ciò significa che solo il 15% ci rimane dai clienti nazionali”, ha dichiarato Dmytro Lyppa, direttore generale dell’operatore ucraino di trasporto del gas.
Lyppa ha inoltre dichiarato che l’aumento delle tariffe non coprirà completamente i mancati introiti, ma che “l’economia ucraina richiede decisioni equilibrate ed eque”, con riferimento ai maggiori costi di produzione che molte imprese dovranno affrontare anche a causa della fine della fornitura.
Il conto lo pagano lavoratori e cittadini
Come sempre, “equilibrio ed equità” nel linguaggio padronale si traducono in “tagli e licenziamenti” per quello dei lavoratori, già in corso per ammissione di Lyppa presso l’operatore ucraino.
L’economia e soprattutto la popolazione ucraine stanno subendo le più grandi conseguenze dalla guerra per procura che si sta combattendo sul proprio territorio, con il prodotto interno lordo sceso di quasi il 30% nel 2022 e l’economia che oggi vale circa il 78% della sua dimensione precedente alla guerra.
È anche per questo che, nonostante la guerra fosse in corso, il governo Zelensky ha sempre rispettato il passaggio del gas russo sul proprio territorio, da cui si stima siano transitati in cinque anni 15 miliardi di metri cubi di gas da Mosca all’Europa.
La Slovacchia del premier Fico la più colpita nell’Ue
Riporta l’Ispi che il gas trasportato tramite la rete Uregony-Pomary-Uzhorod contribuiva per circa il 5% alle forniture dei Paesi europei, passando anche attraverso la città russa di Sudzha, occupata ad agosto dall’Ucraina durante l’invasione nell’oblast di Kursk.
E sempre in questo contesto va collocato l’attivismo del premier slovacco Fico, in visita ufficiale al Cremlino prima di Natale, il cui paese era fortemente dipendente dal gas russo.
Tuttavia, a nulla sono valse le pressioni fatte su Zelensky per spingerlo a rinnovare l’accordo, con la Slovacchia che intimava il taglio delle proprie esportazioni di elettricità verso l’Ucraina, già fortemente debilitata dagli attacchi russi.
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03/01/2025
Lo sto al transito del gas russo in ucraina, stressa gran parte dell'est Europa
All'indomani dello stop al transito di gas russo attraverso l'Ucraina (a occhio 5 miliardi di dollari in meno all'anno per le finanze della Federazione, con forse un terzo recuperabile attraverso il TurkStream) le schermaglie diplomatiche continuano. Già il 31 il Ministro per l'energia ucraino, Herman Halushchenko, aveva detto di non credere alle minacce slovacche di sospendere come rappresaglia i rifornimenti di energia elettrica all'Ucraina, e in effetti ha finora avuto ragione.
La Slovacchia, che già deve fare i conti con il problema del gas, non può certo permettersi di rinunciare ai soldi che guadagna dalle forniture, che vengono per l'appunto pagate (che poi lo facciano i contribuenti ucraini o quelli dell'Unione Europea è un altro discorso, ma i soldi alla fine arrivano comunque). Fico, ad ogni modo, anche oggi ha ribadito che la coalizione di governo è pronta a questo passo, aggiungendo anche che è allo studio un provvedimento per ridurre il sostegno ai cittadini ucraini che si trovano in Slovacchia.
L'Ungheria sembra più tranquilla (e al momento deve fare i conti con la mancata erogazione di un miliardo di euro da parte dell'UE, con la prospettiva di perderne altri 5 nei prossimi anni): ma la sua situazione, per quanto riguarda il gas, è di certo migliore della Slovacchia dato che può contare sul TurkStream, il gasdotto che porta gas russo attraverso la Turchia a Bulgaria, Serbia e appunto Ungheria. La Slovacchia resta invece esclusa, così come l'Austria, e al momento non ha deciso di seguire la vicina Repubblica Ceca sulla strada della "diversificazione" ottenuta acquistando gas dalla Germania, dalla Norvegia e dall'Olanda per la semplice e ovvia ragione che gli verrebbe a costare troppo, essendo in buona parte gas liquefatto e rigassificato.
Il problema, infatti – e non solo per la Slovacchia – non è tanto trovare il gas, ma doverlo pagare sensibilmente di più: se paesi come l'Italia, dove pure il costo sta aumentando (dopo essere aumentato anche negli anni passati, cosa che pare non interessare a nessuno) o come l'Olanda, la Croazia eccetera possono costruire rigassificatori sulla costa e poi chiedere royalties per il passaggio del gas verso i paesi esteri, limitando almeno in parte gli aumenti di costo, chi si trova al termine di questa catena paga più di tutti e ha le minori garanzie di ottenere quanto gli serve. E siccome l'economia slovacca non è esattamente mastodontica le autorità e la popolazione, indipendentemente dall'amore che hanno o non hanno per Putin e la Russia, sono piuttosto preoccupate, visto anche che non pare che l'UE, che approva e benedice il taglio del gas russo, abbia messo in piedi dei meccanismi di compensazione o solidarietà.
Chi sta messa peggio di tutti, ad ogni modo, è la Moldavia, che dell'UE nemmeno fa parte. Da ieri il gas non arriva più dall'Ucraina, con tutte le conseguenze che si possono immaginare: stop al riscaldamento degli edifici e delle attività industriali. A complicare ulteriormente le cose, la maggiore centrale termoelettrica del paese, Cuciurgan, dalla quale viene circa l'80% dell'energia moldava, si trova in Transnistria. È passata al carbone per generare un minimo di energia, ma ne ha per una cinquantina di giorni al massimo e ha sospeso i rifornimenti alla Moldavia che sta cercando di accordarsi con la Romania che dovrebbe fornire il 60% del fabbisogno. Ma un terzo delle riserve romene di gas sono già esaurite e il Ministro dell'Energia Sebastian Burduja ha dichiarato che alla Moldavia andrà solo l'energia in eccesso rispetto alle necessità romene, tra l'altro in buona parte al prezzo di mercato, sempre più alto.
Resta infine da chiedersi come l'Ucraina verrà fuori da questa situazione: non solo perde le royalties sul passaggio del gas, ma dei vicini che la rifornivano finora di elettricità la Moldavia non potrà più farlo, la Romania sarà costretta a ridurre le forniture e la Slovacchia minaccia di chiudere tutto. La Polonia dovrebbe aumentare l'export, ma per il comparto energetico ucraino la situazione sta diventando complicata: come si vede del grafico che allego, non solo è passata dall'essere paese esportatore a paese importatore ma il divario tra ciò che riesce a produrre e ciò che deve importare aumenta sempre più (in nero quanto importa, in rosso quanto esporta).
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28/12/2024
Basta parlare di pace per far impazzire l’establishment
Andiamo con ordine.
Intanto si è capito di cosa hanno parlato nei giorni scorsi il presidente russo e il premier slovacco, il socialdemocratico Fico, sotto la coltre scandalizzata di parole di condanna del resto dell’Unione Europea. Le trattative per una pace potrebbero partire, e Bratislava si offre come sede.
Lo scandalo – e l’imbarazzo occidentale – sta tutto nel fatto che la Slovacchia è un paese aderente alla Nato e, nonostante questo, la Russia lo considera abbastanza indipendente da costituire quasi una “sede neutrale”.
Del resto, se si guarda al mondo con gli occhiali del bipolarismo guerrafondaio, di paesi “terzi” veri e propri non ce ne sono, a meno di non andare in Asia a cercare di risolvere un problema euro-atlantico...
Il secondo problema posto da Putin è invece di merito: “Vogliamo chiudere la guerra, non congelarla”. Ovvero raggiungere un trattato complessivo non tanto con Kiev – palesemente ormai solo un suicida combattente per conto terzi – quanto con l’intera Nato, a cominciare ovviamente dagli Stati Uniti.
Niente “soluzione coreana” insomma – le due Coree, dal 1953, sono di fatto divise sul 38° parallelo senza che sia mai stato stipulato un trattato di pace con obblighi riconoscibili – come traspariva dalle roboanti dichiarazioni occasionali di Donald Trump (i “democratici” sono invece per la prosecuzione della guerra fino alla “vittoria”).
Comunque la si pensi, nel mondo e nelle mentalità delle superpotenze, appare un’idea piuttosto logica. Un indefinito “congelamento” della situazione lascerebbe di fatto campo libero alla Nato di installare basi militari e anche rampe di missili a lungo raggio in Ucraina, magari anche nucleari.
Basta pensare a come reagirebbero gli Usa alla possibilità della Russia di fare lo stesso a Cuba (accenno avvenuto nel 1962) o in Messico per rendersi conto che questa “soluzione” aprirebbe più incognite tenebrose di quante non ne sciolga.
Questo lo sanno tutti, se non altro ai piani alti di Washington e di Bruxelles. Ma ammetterlo pubblicamente equivale a dire che l’allargamento ad Est della Nato (e della UE) è stato un azzardo dettato da necessità economiche, prima ancora che strategico-militari. E che, dunque, è l’imperialismo occidentale ad avere la responsabilità principale di questa guerra. Come di tutte le altre nel mondo...
E quindi doveva per forza scattare la “controffensiva mediatica” per raccontare al pubblico occidentale la solita storiella della “Russia a pezzi”, “prostrata dalle sanzioni economiche” (che stanno distruggendo i pilastri dell’economia europea), “senza più uomini né mezzi” da impegnare sul terreno (ricorderete quando erano “costretti a combattere con le pale”, solo dopo pochi mesi di guerra).
Tutte cose, se non inventate di sana pianta, quanto meno mostruosamente esagerate. La prova? Beh, basta guardare a quel che avviene sul terreno, dove gli stessi osservatori Nato ammettono che i russi avanzano ora piuttosto velocemente, aggirando le città per ridurle a “sacche” da cui potrà scaturire solo una resa.
Una seconda prova viene dalle cosiddette “fonti indipendenti” da cui tutti i media occidentali – senza eccezioni – traggono le informazioni che poi trasformano in “articoli” o “reportage” preparati da “professionisti abituati a verificare le notizie”.
La principale, la più citata (e “garantita” come “indipendente”), è l’Institute for the Study of War, gestito dalla “famiglia Kagan”, che l’antropologo francese Emmanuel Todd, certamente non sospettabile di “putinismo”, così descrive dettagliando personaggi, istituto e media:
“Partiamo da Robert Kagan, il più scalmanato e violento degli ideologi neoconservatori. E uno dei figli dello storico della guerra Donald Kagan e fratello dello storico della guerra Frederick Kagan, altro figlio di Donald. Vengono tutti da Yale.Inutile dire che questa ‘tribù’, al pari delle altre che costituiscono la “cittadella del potere” nell’establishment statunitense, hanno un interesse vitale – anche personale – nella prosecuzione di qualsiasi guerra, soprattutto se gli Usa non devono mettere “gli scarponi sul terreno”.
Robert scrive libri in cui esalta il contributo che lo strumento militare fornisce alla ‘vitalità della democrazia’. Ha iniziato sostenendo l’amministrazione repubblicana di Bush (fautrice della guerra in Iraq) prima di appoggiare i democratici imperiali (nella guerra in Ucraina).
Robert Kagan è l’orgoglioso marito di Victoria Nuland, ex sottosegretario di Stato, chiamata a occuparsi dell’Europa e dell’Ucraina. La donna si è fatta conoscere nel 2014 per una sfuriata telefonica: «Fuck the EU!».
Ma non è tutto. La cognata di Robert Kagan, Kimberly Kagan, moglie di Frederick, ha fondato e dirige I’Institute for the Study of War (Isw). lo stesso think tank, emanazione diretta del neoconservatorismo, che ha elaborato le mappe sulla guerra in Ucraina devotamente riprodotte da «Le Monde» e altrove, ma presentate come provenienti da una fonte indipendente e affidabile.”
Quando le cose, poi, vanno male – perché la realtà mondiale difficilmente obbedisce ad interessi così limitati, ancorché “potenti” – allora cominciano le operazioni che dovranno, o dovrebbero, presentare una sconfitta strategica come una “grande vittoria” in grado di confermare l’“eccezionalismo americano”.
Ne vedremo di ogni, nei prossimi mesi...
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23/12/2024
Fico e Putin a colloquio, cartina tornasole delle contraddizioni UE sull'Ucraina
di Francesco Dall'Aglio
Si è da poco concluso l'incontro a Mosca tra Putin e il capo del Governo slovacco Robert Fico. Mistero sui temi del colloquio: i due non hanno rilasciato dichiarazioni e anche Peskov non ha voluto dire nulla, limitandosi a fare la faccia vaga. Sembra abbastanza ovvio che i due abbiano discusso di questioni energetiche, vista la polemica abbastanza accesa che si è scatenata tra Fico e Zelensky a proposito della decisione ucraina di sospendere dal 1 gennaio 2025 ogni transito di gas russo sul suo territorio (transito per il quale riceve tra gli 800 milioni e il miliardo di dollari l'anno, a fronte di un guadagno per la Russia di 3 miliardi. Nell'articolo Reuters alcune cifre. Per quanto riguarda il petrolio invece il transito dovrebbe essere garantito fino alla scadenza del contratto nel 2029).
L'interruzione delle forniture sarebbe un problema abbastanza grave per la Slovacchia, che dalla Russia riceve 2/3 del suo fabbisogno di gas, oltre che per l'Ungheria la quale, sebbene sia riuscita ad ottenere dagli USA una proroga di tre mesi per poter continuare a versare soldi sul conto della Gazprombank, non potrà versare nulla se il gas sarà interrotto tra pochi giorni.
La Commissione Europea non pare interessata al problema (e questo anche se l'ultima volta che ho controllato sia la Slovacchia che l'Ungheria facevano ancora parte dell'UE) e se ne lava le mani, dicendo che possono comprare gas altrove: il che è certamente vero, ma lo pagherebbero molto di più di quanto lo pagano ora, sia perché quello trasportato per nave ha un costo sensibilmente maggiore sia perché i paesi che lo trasferirebbero, tipo la Croazia, hanno immediatamente alzato le tariffe del transito in un'alto slancio di commovente solidarietà. Inoltre Fico è abbastanza preoccupato che il gasdotto possa essere considerato un obiettivo militare una volta che avrà esaurito la sua funzione ed essere distrutto, non tornando in funzione nemmeno dopo la fine della guerra.
Né la questione del gas è l'unico problema per l'Europa centro-orientale. Continua infatti a tenere banco la questione agricola, di cui ha parlato Orbán sabato mattina, nella conferenza stampa di fine anno: oltre a lamentarsi anche lui della situazione del gas, ha detto che l'importazione di prodotti agricoli ucraini deve essere regolamentata o il settore agricolo ungherese ed europeo verrebbe distrutto, e che l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione "farebbe chiudere il negozio" (qui tutta la conferenza stampa, e un ringraziamento al mio agente a Budapest, Davide Galluzzi).
Dell'agricoltura si preoccupano anche Moldavia, Polonia, Romania e Bulgaria, e quest'ultima anche del destino della Lukoil che a Varna ha la più grande raffineria al di fuori del territorio russo e tra assunti, indotto e rete di distribuzione dà lavoro a qualche migliaio di persone. E infatti qualcosa si muove anche sul fianco sud: al di là del circo a tre piste romeno, dove si è scoperto che la maligna rete di influencer russi che hanno portato alla vittoria di Georgescu al primo turno è stata in realtà pagata dai liberali per colpire i socialdemocratici e che poi, quando la cosa gli è esplosa in mano, si sono affrettati a buttarla in caciara dando la colpa ai russi che tanto così non sbagli mai, un po' a sorpresa (viste le dichiarazioni sempre iper-atlantiste dei partiti di governo, se la Bulgaria avesse un governo) Dimităr Glavčev, primo ministro a interim in attesa delle ennesime elezioni anticipate, non ha firmato l'accordo decennale di sicurezza con l'Ucraina che era stato annunciato con grande entusiasmo qualche tempo fa, dal quale si era già sfilato Boyko Borisov, capo del partito di maggioranza relativa GERB.
Per chiudere in bellezza, pare che anche Scholz e Duda abbiano litigato per bene, con Scholz che ha accusato il presidente polacco di non capire che la decisione, sostenuta dalla Polonia, di impiegare a favore dell'Ucraina i famosi quasi 300 miliardi di euro di fondi russi congelati in Europa devasterebbe i mercati finanziari europei e che sarebbe appunto un problema nostro, visto che in Polonia l'euro non è in uso (e non è forse un caso che i paesi più disinvolti sulla questione siano appunto quelli che l'Euro non ce l'hanno, tipo appunto la Polonia o la Gran Bretagna, tanto che un sospetto, diciamo, uno se lo potrebbe anche far venire).
Pare insomma evidente che un bel po' di paesi del "fronte orientale" della NATO/UE, che tanto non c'è più alcuna differenza, si stanno sganciando o stanno almeno provando a farlo. Ora è molto facile, come fa la nostra stampa, dire che lo fanno perché sono preda della propaganda russa, oppure perché amano i modi dittatoriali di Putin – in fondo questi popoli sono a noi inferiori, forse solo culturalmente o forse proprio geneticamente, e hanno dunque un deficit di democrazia che non si è ancora riuscito a colmare.
La realtà è molto più semplice, e la vediamo anche col caso della Georgia, paese che solo uno sciocco potrebbe definire "filorusso": a differenza nostra qualche ragioniere da quelle parti è evidentemente rimasto, e passata la sbornia due conti hanno iniziato a farseli. Senza la Russia le loro economie collasseranno, con l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione peggio ancora, visto che lì finirebbero anche tutti i fondi di sviluppo, e l'unico meccanismo di solidarietà europeo è la concessione di comprare altrove a prezzi maggiorati. Che ricorda un po' le brioches di Maria Antonietta.
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27/06/2024
Il falco Rutte alla guida della NATO
Sarà lui a sostituire Jens Stoltenberg, il cui mandato era stato prorogato per due anni consecutivi per dare continuità all’amministrazione della NATO nel pieno dell’impegno bellico contro la Russia, per interposta Ucraina.
Rutte concluderà ufficialmente il suo quarto mandato da primo ministro dell’Olanda il prossimo 2 luglio, lasciando il posto a Dick Schoff, designato dalla maggioranza guidata dal Partito per la Libertà di Geert Wilders, uscita dalle elezioni dello scorso novembre.
Il politico olandese arriva a questa carica dopo aver incassato il sostegno anche di Ungheria e Slovacchia, paesi pubblicamente contrari alla deriva da scontro totale con Mosca che la NATO ha tenuto negli ultimi due anni.
Ovviamente, Budapest e Bratislava non hanno messo in discussione questa alleanza guerrafondaia. Ma da Rutte hanno ricevuto alcune garanzie rispetto al suo mandato (che potrebbe durate almeno quanto quello di Stoltenberg, avendo Rutte solo 57 anni).
Orbán ha ottenuto che i suoi soldati non vengano coinvolti in operazioni NATO in Ucraina, e che a queste non saranno destinati fondi ungheresi. Inoltre, il ministro degli Esteri ha annunciato il sostegno al piano di pace sino-brasiliano elaborato un mese fa.
I vertici slovacchi hanno invece avuto rassicurazioni sulla protezione dello spazio aereo del paese. Infatti, la Slovacchia è rimasta coi cieli scoperti dopo che molti sistemi di difesa sono stati consegnati all’Ucraina e altri, olandesi e italiani, sono stati riposizionati.
Insomma, alcuni rallentamenti nei meccanismi euroatlantici, che hanno come contraltare vittorie utili da spendere nella politica interna. Ma non ancora qualcosa di sufficiente a fermare la volontà di escalation.
Difatti, sono subito arrivati i complimenti del presidente ucraino Zelensky. In maniera speculare, il portavoce del Cremlino Peskov ha espresso scetticismo sulla nomina: “difficilmente può cambiare qualcosa” dato che i paesi occidentali “stanno lavorando per infliggere una sconfitta strategica alla Russia”.
Mosca parla di tutta la NATO, che siano gli Stati Uniti o la UE. Rutte stesso ha subito detto che “l’Alleanza (atlantica, ndr) è e rimarrà la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva”.
Anche Stoltenberg ha ricordato che “Mark è un vero ‘transatlantista’”, ribadendo che oggi più che mai l’imperialismo occidentale ha bisogno che Washington e Bruxelles restino unite, nella loro guerra contro il mondo.
Del resto, anche i prossimi alti dirigenti della UE, se saranno quelli oggi in discussione, hanno indicato nel riarmo e nell’assunzione di una maggiore proiezione militare un pilastro dei prossimi cinque anni.
La von der Leyen e Michel avevano già indicato nei vincoli di bilancio e nel sostegno all’Ucraina i due paletti che, se rispettati, rendono tutti benvenuti in UE. Anche le estreme destre, che sono anzi molto utili nell’implementare nuovi dispositivi repressivi.
Soprattutto ora, che il nuovo Patto di Stabilità devasterà ulteriormente lo stato sociale e le condizioni dei lavoratori di tutto il Vecchio Continente, mentre tutti i fondi possibili saranno reindirizzati verso la costruzione di un keynesismo militare in salsa europea.
Rutte è l’uomo giusto per entrambe le sponde dell’Atlantico, affinché venga portato avanti questo indirizzo. Come è stato falco dei conti pubblici, sarà falco degli obiettivi di spesa militare, trascinando con sé la gamba europea della NATO.
Che di conseguenza imporrà il vincolo esterno in maniera ferrea (almeno per i paesi con meno potere contrattuale) e destinare più soldi possibile alle armi. Rutte è il sigillo del futuro di guerra che aspetta l’Occidente, se non si romperanno i vincoli euroatlantici.
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17/05/2024
Terrorismo europeista
Nei telegiornali abbiamo assistito alla cronaca dell’attentato e poi alle condanne dei governi, subito sovrastate da lunghe descrizioni delle colpe del governante slovacco, di cui ovviamente la principale è quella di opporsi alla guerra NATO e UE contro la Russia.
Insomma han fatto capire che Fico un po’ se lo è meritato, cosa che i “patrioti” ucraini sui social stanno proclamando senza ritegno.
L’attentatore viene descritto come un sostenitore dell’Europa e come un nemico della Russia e questo è sufficiente per stendere attorno a lui una patina di giustificazione democratica.
Del resto pochi giorni fa Michel, ex socialista ora liberale belga presidente del Consiglio Europeo, ha affermato che è giusto collaborare con i fascisti europei (lui pudicamente li chiama estrema destra), se sono contro la Russia. Quindi anche i metodi dei fascisti, se a fin di bene, diventano democratici.
Sui social gli squadristi di tastiera con la bandiera giallo azzurra, da tempo aggrediscono chi non vuole la terza guerra mondiale. Dal 7 ottobre molto di loro hanno aggiunto anche la bandiera israeliana a quella ucraina. E sono diventati ancora più violenti e cattivi. Sono entrati in simbiosi mentale con i coloni israeliani.
Ed ecco che alla fine qualcuno spara.
Il sostegno all’Ucraina e a Israele stanno diventando la via maestra per la fascistizzazione dell’Europa. E ora abbiamo anche il terrorismo europeista.
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16/05/2024
Slovacchia - L'attentato a Fico è figlio anche dell'odierna narrativa liberale
Da un lato, eviterei di dare troppa importanza politica all'attentato subito da Fico. L'attentatore, al di là della su affiliazione politica, è una persona abbastanza marginale e certo non è stato "pagato dalla CIA".
Dall'altro, è innegabile che una certa retorica giacobina, con il Bene, la Giustizia, il Progresso e la Ragione in lotta mortale contro le tenebre della Tirannia e dell'Ancien Régime, non può portare e non porterà a nulla di positivo.
Intanto, a Tbilisi sono sbarcati i Ministri degli Esteri di Estonia e Lituania, ed eccoli qui che manifestano contro il governo georgiano. Tutto in regola.
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Sull'attentato a Fico, quanto ha scritto Dall'Aglio è particolarmente sensato. L'oltranzismo retorico liberale si presta a inquadrare anche l'aggressione a Rubio e più in generale, il clima di violenza montante in Occidente, che è determinato dal modo con cui il capitale tenta di rallentare la propria crisi.
Peraltro, la situazione è verosimile che andrà a peggiorare quando si "raffredderanno" i fronti di guerra in Ucraina e Palestina. In quel momento, è possibile che parte dei nazisti ucraini e dei sionisti congedati dalla prima linea, ce li ritroveremo nelle nostre strade e in larga parte fuori dal controllo di chi li ha costruiti e mossi per il proprio interesse.
Purtroppo non si tratta di nulla di nuovo, lo stesso copione è stato già seguito con il fondamentalismo islamico, a partire dall'intervento sovietico in Afghanistan arrivando all'ISIS.
15/05/2024
Slovacchia - Attentato contro il Primo Ministro inviso alla Nato e alla Ue. Tentativo di regime change?
Fico era tornato in carica il 30 settembre 2023, dopo che il suo partito progressista e filorusso Smer aveva vinto le elezioni con il 23 per cento delle preferenze.
Durante la scorsa campagna elettorale, Fico si è dichiarato apertamente anti-europeista, contrario all’ingresso dell’Ucraina nella Nato e contrario anche le sanzioni dell’Ue contro la Russia.
Ma a consolidare le posizioni internazionali di Fico e della Slovacchia – decisamente indigeste per la Nato e l’Unione Europea – nelle settimane scorse era arrivato anche il risultato delle elezioni presidenziali.
Sabato 6 aprile, Peter Pellegrini, candidato socialista e fondatore del partito Hlas (Voce-Socialdemocrazia) ha vinto il ballottaggio contro il rivale di fede liberale ed europeista Ivan Korcock, ex ministro degli Esteri, con quasi sette punti di vantaggio.
Nel primo turno, il 23 marzo, aveva prevalso Korcock con il 42,51% contro il 37,02% di Pellegrini, ma quest’ultimo è riuscito a convincere la maggioranza dell’elettorato slovacco a votarlo con posizioni “sovraniste” e soprattutto anti-guerra in Ucraina proponendo di intavolare dei negoziati con la Russia, vedendosi ovviamente affibbiare l’etichetta di “filoputiniano”.
L’elezione di Pellegrini alla presidenza della Repubblica è stata indubbiamente una sponda importante per il governo del premier Robert Fico colpito dall’attentato di oggi.
A seguito delle elezioni dello scorso settembre, Fico è riuscito nell’impresa di mettere in piedi una maggioranza composta dal suo partito Smer, da Voce-Socialdemocrazia di Pellegrini, e dal Partito Nazionale Slovacco, di destra, che condivide le stesse posizioni di Fico in tema di rapporti con l’Unione Europea e sulla guerra in Ucraina.
L’elezione di Pellegrini, è significativa dal momento che la presidenza della Repubblica non rappresenterà più un ostacolo per l’attuazione delle politiche di Fico come era in precedenza, quando la presidenza della Repubblica era in mano all’europeista Susanna Zaputova.
Il tentativo di eliminare fisicamente Fico è indubbiamente un attentato che potrebbe cambiare il corso politico della Slovacchia. Un corso che non piace né alla Nato né all’Unione Europea, tantomeno a Kyev.
È scontato dire che “tutte le ipotesi sono sul tavolo“, ma sul piano razionale siamo tutti obbligati a pensare che le tattiche del “regime change”, anche all’interno dell’Unione Europea, stanno virando dalla “pacifica” costrizione dei gruppi politici “non obbedienti” tramite il lawfare (“mani pulite”, in italiano), oppure tramite l’andamento dello spread, verso la più sanguigna e sanguinosa “majdan” in stile ucraino.
Fonte
27/10/2023
La Slovacchia annuncia l’interruzione delle forniture di armi all’Ucraina
“Consideriamo gli aiuti all’Ucraina solo come aiuti umanitari e civili, e non forniremo più armi all’Ucraina“, ha dichiarato Fico, all’indomani della sua nomina a capo di un governo di coalizione con un partito che in Occidente viene definito “di estrema destra e filo-russo”.
“La guerra in Ucraina non è nostra, non abbiamo nulla a che fare con essa. L’arresto immediato delle operazioni militari è la soluzione migliore per l’Ucraina. L’UE dovrebbe passare dall’essere un fornitore di armi a un operatore di pace“, ha aggiunto Fico.
Secondo l’Istituto di Kiel, la Slovacchia ha fornito 670 milioni di euro in aiuti militari all’Ucraina durante il primo anno del conflitto con la Russia.
Fonte
12/10/2023
Se gli Stati Uniti scaricano l’Ucraina sull’Europa
Si può esprimere qualche dubbio sul fatto che la Russia (dipinta in Occidente come una “potenza imperialista”) abbia davvero intenzione o interesse a invadere un pezzo di Europa tra cinque anni e non può certo stupire che Zelensky cerchi di scongiurare il rischio, sempre più concreto, che l’Occidente abbandoni la causa ucraina o rallenti decisamente il flusso di aiuti. L’America lo farebbe per ragioni elettorali e perché tradizionalmente gli Stati Uniti, specie quando gli americani vengono chiamati al voto, decidono che i conflitti in cui sono invischiati non sono più “la loro guerra”.
L’Europa lo farebbe perché non ha più nulla da dare a Kiev in termini di armi e munizioni, perché tradizionalmente segue gli USA come un fedele vassallo nel coinvolgimento e nel disimpegno dai conflitti e poi anche perché la guerra che a dire di molti leader europei doveva logorare la Russia sta invece distruggendo la nostra economia e mina la nostra stabilità politica e sociale.
Comprensibile quindi che gli ucraini cerchino di evitare di venire scaricati come è già successo a sudvietnamiti, curdi, afghani o iracheni. Strano piuttosto che i segnali ben tangibili di una deriva statunitense di scaricare sull’Europa il grosso del peso del sostegno militare e finanziario all’Ucraina non abbia acceso nessun articolato dibattito nel Vecchio Continente.
Eppure nei giorni scorsi il Congresso ha bloccato i fondi per Kiev mentre Donald Trump ha chiesto provocatoriamente “perché il corrotto Joe Biden non fa contribuire l’Europa alle spese all’Ucraina? Non dovremmo dare neppure un altro dollaro a Kiev fino a che l’Europa non avrà pareggiato il denaro che gli Stati Uniti hanno speso per difendere l’Ucraina”. Trump rispolvera il vecchio cavallo di battaglia utilizzato durante la sua presidenza volto a definire l’Europa una scroccona che incassa la sicurezza prodotta dagli USA ma che non ne paga il conto: valutazione che durante la sua amministrazione arrivò a mettere in discussione l’Alleanza Atlantica.
Come Analisi Difesa aveva sottolineato già in agosto, il processo di “scaricabarile” degli obblighi assunti verso l’Ucraina da una parte all’altra sponda dell’Atlantico, era già iniziato al vertice NATO di Vilnius in luglio, e gli scenari futuri con quello che ci attende nel dopoguerra, erano stati ben delineati l’8 agosto scorso dall’economista statunitense Kenneth Rogoff, professore d’economia ad Harvard e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale.
Rogoff ha sostenuto che “i costi della ricostruzione dell’Ucraina saranno probabilmente molto più alti del previsto, tra i 700 e i 1.000 miliardi di euro, e l’Europa, che finora ha contribuito “relativamente poco” alla difesa di Kiev, si dovrebbe assumere “quanto prima” la responsabilità della ricostruzione. Secondo Rogoff, “la necessità che l’Europa si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità è sempre più urgente” perché gli interessi europei “sono più strettamente allineati con quelli dell’Ucraina”. Inoltre, “anche se il sostegno militare degli USA all’Europa e all’Ucraina dovesse essere confermato dopo le elezioni presidenziali, l’entusiasmo dell’America per degli aiuti finanziari a lungo termine probabilmente svanirà indipendentemente dal risultato elettorale”.
Insomma, uno scenario non proprio incoraggiante per l’Europa già alle prese con non poche difficoltà interne in buona parte dovute all’errata percezione della Commissione Ue e di molti governi che la Russia sarebbe crollata economicamente e militarmente in poche settimane sotto il peso delle nostre sanzioni. Previsioni talmente errate che la Ue ha dovuto rinunciare allo stop alle importazioni energetiche da Mosca, oggi in pieno recupero.
L’ansia di Zelensky è del tutto motivata: non c’è da scommettere infatti sulla disponibilità e capacità dell’Europa di sostenere nel tempo Kiev, specie ora che gli americani si guardano l’ombelico in vista di un anno di feroce e divisiva campagna elettorale che sta mettendo in luce inquietanti interrogativi circa l’Amministrazione Biden.
Appare infatti da tempo evidente che le condizioni di salute non consentono al presidente di affrontare con la necessaria lucidità gli impegni che la Casa Bianca impone soprattutto in quest’epoca caratterizzata da sfide, tensioni e guerre. Già oggi è facile intuire che Biden non sia in grado di prendere decisioni con la necessaria consapevolezza, valutazione che impone necessariamente di chiedersi chi guidi realmente gli Stati Uniti. Una domanda a cui è ancora più urgente dare una risposta se si considera che Biden è candidato per un secondo mandato che, in caso di vittoria, lo porterebbe a sedere alla Casa Bianca fino al gennaio 2029.
In Europa la crisi di consenso di molti governi (dalla Francia di Macron alla Germania di Scholz) si aggiunge alle attese per la nascita di un governo di coalizione in Slovacchia, dove la presidenza ha annunciato il “congelamento” del sostegno militare a Kiev. Dopo il successo elettorale del partito SMER-SD dell’ex premier Robert Fico, che si oppone agli aiuti militari a Kiev, la decisione è stata annunciata a Bratislava dal presidente Zuzana Caputova in base alla valutazione che “la decisione su questa delicata questione deve riflettere i risultati delle recenti elezioni legislative”, come ha detto un portavoce della presidenza. “I risultati elettorali devono essere rispettati” e Fico ha assicurato agli elettori che il suo governo non manderà “nemmeno un proiettile” a Kiev e si adopererà per favorire negoziati di pace.
Il segretario del Consiglio di Sicurezza Ucraino, Danilov, ha accusato la Slovacchia di collaborazionismo con il Cremlino sottolineando la “significativa presenza di agenti russi a Brastislava” mentre nella Ue e pure in Italia i partiti “gemelli” (come il PD) dello SMER-SD slovacco chiedono l’espulsione della formazione slovacca dal Partito Socialista Europeo per le posizioni “filo-russe” assunte già in campagna elettorale.
“Robert Fico, leader del Partito Direzione-socialdemocrazia e vincitore delle elezioni anticipate in Slovacchia è incompatibile con i valori e i principi del socialismo europeo e mi auguro che la dirigenza dei socialisti europei decidano la sua espulsione” ha detto Stefano Graziano, capogruppo del Pd in commissione Difesa della Camera. “Le recenti esternazioni di Fico nei riguardi dell’Ucraina sono gravissime e in profonda contrapposizione con le decisioni assunte dal socialismo europeo”.
Fico, ora impegnato a formare un governo trovando almeno altri 34 parlamentari oltre ai 42 del suo partito, ha ribadito dopo l’affermazione elettorale le posizioni nette sul conflitto in Ucraina basate sullo stop alle forniture militari a Kiev e sull’avvio di trattative con la Russia per concludere il conflitto che tanti danni economici sta determinando soprattutto in Mitteleuropa.
Gli ambienti di Bruxelles sono tradizionalmente intimoriti e preoccupati quando i popoli d’Europa si esprimono col libero voto e hanno rispolverato per l’ennesima volta l’ombra della disinformazione e degli agenti russi dietro al successo di Fico che ha ribaltato i risultati previsti dagli exit poll.
Nulla di nuovo nel “maccartismo” che da qualche anno sta travolgendo l’informazione e la politica in Europa ma è curioso che Fico venga dipinto come un pericoloso putiniano tenuto conto che è stato già due volte premier in Slovacchia (tra il 2006 e il 2010 e poi dal 2012 al 2018) e in quegli anni non ha mai chiesto l’adesione alla Federazione Russa né ha adottato derive di stampo nordcoreano. Anzi, Fico è stato per anni un simbolo della socialdemocrazia europea e non a caso il suo partito nel Parlamento Europeo fa parte del Partito Socialista Europeo di cui è parte anche il PD, quello che per intenderci esprime commissari quali Borrel, Timmermans o Gentiloni.
Sulla svolta slovacca è intervenuto il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto respingendo le accuse di presunta interferenza della Russia nelle elezioni parlamentari in Slovacchia ed accusando Bruxelles di avere etichettato come “spie russe” tutti i politici che non seguono la corrente principale liberal europea. “Quando un politico patriottico o una famiglia politica che mette al primo posto gli interessi nazionali e si oppone alla corrente liberal di Bruxelles vince le elezioni o almeno ha la possibilità di partecipare alle elezioni, Bruxelles inizia immediatamente a esercitare pressioni, attacchi ed etichette”, ha detto Szijjarto al quotidiano ungherese Magyar Nemzet.
Non è un caso che l’affermazione dello SMER-SD a Bratislava abbia coinciso con gigantesche manifestazioni antigovernative a Praga e Varsavia. Il sostegno a Kiev sembra vacillare in modo rapido da alcune settimane anche in Polonia. Dopo le dure reazioni di Kiev allo stop alle importazioni di cereali ucraini in Polonia, il premier Mateusz Morawiecki aveva annunciato lo stop alle forniture militari all’Ucraina, dichiarazione parzialmente rettificata dal presidente Andrzej Duda ma nei fatti probabilmente confermata da un elemento rilevante emerso nei giorni scorsi.
La Polonia non era infatti presente al Forum delle industrie della difesa tenutosi il 29 settembre nei pressi di Kiev che ha raccolto l’adesione di 30 nazioni e circa 250 aziende del settore Difesa. Pur se invitato da Kiev, il governo polacco avrebbe deciso di non partecipare forse per protesta contro i crescenti legami militari tra Ucraina e Germania, inizialmente tempestosi ma ora sempre più stabili e ulteriormente consolidatisi con l’accordo tra l’azienda di stato ucraina Ukrobronoprom e la tedesca Rheinmetall per realizzare in Ucraina uno stabilimento per produrre e riparare mezzi, armi, munizioni e veicoli.
Tutta l’iniziativa politica e strategica polacca è impostata come alternativa alla Germania (i vertici polacchi esultarono alla distruzione dei due gasdotti Nodstream) e il 2 ottobre Morawiecki ha messo in guardia l’Ucraina dallo stabilire una stretta alleanza con la Germania e ha annunciato lo schieramento di ulteriori truppe ai confini orientali con Ucraina e Bielorussia.
In un discorso tenuto a Katowice in vista delle elezioni parlamentari, Morawiecki ha rivolto un monito a Volodymyr Zelensky. “Sembra che avrà ora una stretta alleanza con la Germania. Lasciate che lo avvisi: Berlino vorrà sempre cooperare con i russi al di sopra dei paesi dell’Europa centrale”, ha detto Morawiecki sottolineando che “è stata la Polonia ad accogliere sotto i suoi tetti qualche milione di ucraini: sono stati i polacchi ad accogliere gli ucraini e siamo stati noi ad aiutare di più, quando i tedeschi volevano inviare 5.000 elmetti a Kiev assediata”, ha dichiarato Morawiecki. “Vale la pena non dimenticarlo, presidente Zelensky”.
Che a Varsavia le tensioni siano sempre più forti a pochi giorni dal voto di domenica e che coinvolgano anche il mondo militare è apparso chiaro anche oggi con le le dimissioni dei massimi vertici della Difesa. Il capo di Stato maggiore dell’esercito polacco, generale Rajmund Andrzejczak, e il comandante operativo, generale Tomasz Piotrowski hanno rassegnato le dimissioni. Secondo i media polacchi si tratta di screzi tra i generali e il ministro della Difesa, Mariusz Blaszczak, che aveva accusato pubblicamente il comandante operativo di negligenza. Il presidente Andrzej Duda ha accettato le dimissioni dei due ufficiali mentre il leader dell’opposizione Donald Tusk ha annunciato che altri 10 generali del Comando generale delle forze armate si sono dimessi, notizia smentita dallo stesso Comando generale.
Anche l’Ungheria, come abbiamo ricordato in un recente articolo, ha assunto toni sempre più duri nei confronti dei leader di Kiev ma anche delle politiche di UE e NATO.
Nella guerra in Ucraina sembra quindi aprirsi un forse inatteso “fronte mitteleuropeo” che minaccia da un lato la stabilità degli aiuti all’Ucraina e dall’altro rischia di minare ulteriormente un’Unione Europea sempre più inadeguata a gestire le sfide che la attanagliano, specie ora che gli Stati Uniti minacciano di defilarsi.
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05/10/2023
Guerra in Ucraina - La stanchezza si affaccia anche nei governi euroatlantici
L’esito penoso della “controffensiva di primavera” (pochi chilometri di terra di nessuno “riconquistati”), i costi incalcolabili in uomini (ucraini) e mezzi (armi e munizioni di provenienza Nato), la prospettiva di un conflitto lungo e sempre più costoso, ad altissimo impatto soprattutto sull’economia europea, il dilagare nel resto del mondo dell’insofferenza per l’egemonia Usa senza più uno scopo... stanno provocando una “riflessione” anche nei cervelli meno reattivi dell’area euro-atlantica.
Senza alcun ordine gerarchico, proviamo ad elencare.
Negli Stati Uniti, com’è noto, il bilancio federale è stato bloccato con un compromesso che esclude nuovi stanziamenti per aiuti militari a Kiev. Quel compromesso è peraltro costato la poltrona allo speaker (in realtà presidente) della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy.
Per colmo di follia la sfiducia è arrivata su una mozione presentata dai congressisti repubblicani fedelissimi a Trump, cui si sono accodati come pirla tutti i “democratici”. Ora la Camera risulta non operativa fino all’elezione di un nuovo presidente, che andrà scelto con faticose e soprattutto lunghe mediazioni tra i tradizionali campi contrapposti, peraltro divisi al proprio interno.
Biden è stato costretto ad annunciare un “importante discorso alla nazione” per provare a superare una impasse che rischia di bloccare molte decisioni chiave – in termini di spesa e non solo – in una situazione internazionale in rapido movimento.
Ma se anche nell’immediato fosse trovata una soluzione efficace, sul medio periodo le cose sembrano decisamente più complicate. Per mantenere il sostegno di Washington a Kiev al livello raggiunto oggi, sarebbe necessario che il presidente Joe Biden (o la vice Kamala Harris) fosse eletto alla Casa Bianca, e che al Congresso si formasse una maggioranza favorevole a questo sostegno.
È noto però che i sondaggi degli ultimi mesi mostrano un’opinione pubblica divisa, con Donald Trump in vantaggio su Joe Biden del 10%. Qualsiasi sarà il presidente eletto, difficilmente il Congresso sarà a maggioranza per il proseguimento degli aiuti militari in questa quantità.
Gli istituti di ricerca Usa considerano al 25-35% le probabilità che il sostegno americano duri oltre il 2024. Oltre ai problemi politici, infatti, bisogna considerare anche quelli tecnici e produttivi: gli arsenali anche Usa si vanno svuotando fin troppo rapidamente (all’Ucraina vengono inviate armi e relative munizioni non di ultima generazione) e manca una programmazione per sostituire in tempo reale i vuoti che si creano.
Passando all’Europa la situazione non è migliore, al punto che persino una fan sfegatata dei nazisti ucraini, come la premier italiana, ha dovuto segnalare un certo “affaticamento”.
“È evidente – ha detto ieri Giorgia Meloni intervista a SkyTg24 – che la guerra genera conseguenze che impattano fortemente sulla nostra società e che se noi non siamo bravi ad affrontare quelle conseguenze, le opinioni pubbliche continueranno a scricchiolare”.
“Ho posto questo problema – ha aggiunto – inflazione, prezzi dell’energia, migrazioni sono tutte conseguenze del conflitto che, impattando sui cittadini, generano una resistenza o rischiano di generare una stanchezza dell’opinione pubblica. Se noi vogliamo difendere l’Ucraina con forza, dobbiamo anche fare attenzione a queste conseguenze”.
Il ministro della difesa, Crosetto, è stato anche più preciso: “l’Italia ha fatto molto, ha puntato molto sui sistemi di difesa antiaerea per fermare gli attacchi che vanno sulle infrastrutture civili ed energetiche, sulle città, sulle scuole”.
“Il problema è che non hai risorse illimitate. E da quel punto di vista l’Italia ha fatto quasi tutto ciò che poteva fare, non esiste molto ulteriore spazio”.
Della Slovacchia si è detto nei giorni scorsi. La vittoria del socialdemocratico Fico alle elezioni cambia la posizione del paese, che già di suo non era tra i più entusiasti per la guerra ai propri confini. Secondo il quotidiano Dennik N, il Ministero della Difesa slovacco aveva preparato un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina. Ma la presidente Čaputová, pur potendolo firmare mentre era ancora in carica il predecessore di Fico, si è rifiutata di farlo affermando che le elezioni parlamentari “debbono essere rispettate”.
La Polonia, dopo aver ceduto a Kiev tutto l’arsenale ex sovietico ed essere stata “ringraziata” con la concorrenza sul grano (quello ucraino costa molto meno del polacco), ha già annunciato uno stop a future forniture. L’esercito polacco, infatti, in alcune zone, ha perso quasi il 40% delle sue capacità operative a causa delle consegne all’Ucraina ed ora deve essere riarmato con armi nuove (che ovviamente non cederà).
Anche la Germania sta tirando con decisione il freno. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz non vuole consegnare i missili da crociera Taurus che l’Ucraina richiede. Secondo il quotidiano Tagesschau, Berlino e Kiev starebbero invece discutendo del rafforzamento della difesa aerea ucraina e di una possibile ulteriore consegna di missili antiaerei Patriot da parte della Germania. Ma non più di questo.
Il bilancio logistico di oltre 18 mesi di guerra mostra che dopo aver consegnato un centinaio di moderni carri armati Leopard 2, le consegne europee consistono ora in carri armati Leopard 1 risalenti alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70. Mezzi dello stesso livello dei vecchi T-62 e T-55 di epoca sovietica.
Ma mentre le fabbriche di armi russe operano a pieno regime, a ritmi superiori a quelli prebellici, non altrettanto può avvenire in Europa (ci vogliono anni per riconvertire stabilimenti produttivi o aprirne di nuovi, ammesso che lo si voglia fare).
Per questo Kiev, nei giorni scorsi, ha proposto di installare direttamente sul proprio territorio nuove fabbriche di armi, magari con proprietà e tecnologia tedesca, per assicurarsi una produzione autonoma e non dipendere solo dai “regali” euro-atlantici.
Ma le nuove fabbriche sarebbero immediatamente bersaglio dei bombardamenti russi. E tutti gli analisti militari concordano nel dire che è molto improbabile che Mosca permetta che una fabbrica (Rheinmetall o altre) possa essere funzionante in Ucraina.
In effetti, tutto indica che entro un anno la posizione militare dell’Ucraina sarà pesantemente deteriorata per l’effetto combinato della riduzione degli aiuti statunitensi e dell’esaurimento delle scorte trasferibili europee, dell’impossibilità per Kiev di aumentare la produzione locale e della massiccia guerra di attrito russa.
E siccome – materialisticamente parlando – è “la condizione materiale a produrre la coscienza”, ecco che improvvisamente quel che non poteva neppure essere pensato (una via per le trattative, anche alle spalle di Kiev) diventa quasi “senso comune” anche ai piani alti dei governi europei.
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02/10/2023
Slovacchia - Vince il socialdemocratico che non piace a Bruxelles
Lo spoglio dei voti ha incoronato vincitore, ma con una maggioranza relativa, il Partito Socialdemocratico “Smer” dell’ex premier Robert Fico, che ha già guidato l’esecutivo di Bratislava dal 2006 al 2010 e poi ancora dal 2012 al 2018.
Fico ha battuto il candidato liberale ed europeista Simecka, sostenuto dalla Ue e allineato all’attuale presidentessa della Repubblica, Susanna Kaputova, anche lei sponsorizzata da Bruxelles.
Prima e durante le elezioni, dalle capitali dell’Europa occidentale c’è stato un sistematico cannoneggiamento contro Fico, arrivando a livelli di demonizzazione che hanno rasentato l’isteria.
Al momento però Fico ha gettato acqua sul fuoco. “Il posto della Slovacchia resta all’interno della Ue e dell’area Schengen. Non abbiamo mai pensato a qualcosa di diverso”, ha dichiarato Robert Fico, incontrando i giornalisti, ricordando a chi lo accusa che furono proprio i suoi governi a far entrare Bratislava prima dentro Schengen e poi dentro l’euro.
Ma è sul fronte della complicità europea con l’Ucraina nella guerra che Fico può dare seri dispiaceri, dando forza alla crescente esigenza di “disimpegno” dal sostegno militare incondizionato all’Ucraina da parte dell’Unione Europea. In campagna elettorale Fico ha infatti promesso di bloccare gli aiuti militari a Kiev, nonostante la Slovacchia sia stato praticamente il primo paese a mandare aiuti all’Ucraina.
“Questo Paese ha problemi più grandi degli aiuti all’Ucraina”, ha dichiarato Fico in campagna elettorale. “Fornendo sostegno finanziario all’Ucraina, prendiamo soldi dagli slovacchi che ne hanno più bisogno”.
Le cancellerie occidentali temono però che il ritiro della Slovacchia dalla campagna militare a sostegno dell’Ucraina – dopo quello dell’Ungheria – possa estendersi ad altri, che potrebbero imitare le richieste di cessare o di ridurre gli aiuti militari a Kiev.
In campagna elettorale, Fico ha promesso di voler porre fine alle sanzioni contro la Russia e di opporsi agli aiuti militari in favore di Kiev. La Slovacchia porrà il veto ad una eventuale entrata dell’Ucraina nella NATO mentre è più possibilista rispetto alla sua adesione alla Ue.
In Slovacchia ha vinto dunque una sinistra socialdemocratica che non piace a Bruxelles e alle sinistre occidentali ma che piace al premier ungherese Viktor Orbán, il quale è stato fra i primi a felicitarsi con lui. Il partito socialdemocratico “Semer” di Fico al momento fa parte del gruppo dei socialisti nel Parlamento europeo.
La presidente slovacca Caputova ha dichiarato che: “In conformità con la Costituzione, domani autorizzerò il vincitore delle elezioni a formare il governo. Allo stesso tempo sono pronta a informare i leader dei partiti del mio procedere”.
Ci vorranno almeno due settimane per la formazione del nuovo governo e Fico sarà costretto a formare un governo di coalizione.
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22/09/2023
L’Ucraina denuncia i divieti alle importazioni di grano imposti dai suoi «alleati»
Kiev sostiene che gli obblighi dovuti dalla partecipazione all’OMC non sono rispettati.
Il tema della vendita dei cereali prodotti in Ucraina riemerge periodicamente dall’intervento militare russo e dalla chiusura delle rotte del Mar Nero. È stato al centro dell’accordo sul grano non rinnovato a metà luglio, e su cui gli imperialisti euroatlantici hanno giocato la retorica del «malvagio Putin» che affama i paesi poveri, quando il quadro è ovviamente più complesso, con pesanti responsabilità occidentali.
Ma è stato anche motivo di scontro nel blocco NATO alleato, a causa dei bassi prezzi dei prodotti ucraini, riversatisi attraverso i canali di terra verso gli altri paesi dell’Europa orientale. L’UE aveva permesso a Bulgaria e Romania, oltre ai tre paesi citati in giudizio, di limitare le importazioni, ma il 15 settembre questa autorizzazione è scaduta.
Eppure, Polonia, Ungheria e Slovacchia hanno affermato che non hanno intenzione di cancellare le misure che considerano imprescindibili per tutelare la propria economia dalla competizione ucraina.
La reazione è stata appunto il ricorso legale, con la vice prima ministra ucraina Yulia Svyrydenko che ha però affermato che l’obiettivo è avviare delle consultazioni tra i paesi per evitare di giungere davvero in tribunale.
Sempre Kachka ha detto: “Penso che il mondo intero dovrebbe vedere come si comportano gli Stati membri dell’UE nei confronti dei loro partner commerciali e della loro Unione, perché ciò può influenzare anche altri stati”.
Il solito atteggiamento di superiorità delle autorità ucraine che sembrano voler sempre dare una lezione al mondo, dall’alto della loro corruzione e connivenza col nazismo.
Parole che considerano Kiev come già parte della UE, quasi una risposta al presidente polacco Duda, il quale il 14 agosto aveva ribadito il sostegno all’Ucraina, ma anche che per “proteggere il mercato interno e il mercato dell’UE, dobbiamo iniziare da noi”. La Polonia ha sparato alto, minacciando anche di porre il veto sull’ingresso dell’Ucraina nella comunità europea se le restrizioni non saranno rinnovate.
Ancora più drasticamente, Duda ha annunciato il blocco totale dell’invio di armi a Kiev. “L’Ucraina – ha detto il primo ministro polacco – si sta difendendo da un brutale attacco da parte della Russia, e capisco questa situazione, ma, come ho detto, difenderemo il nostro Paese. Non trasferiamo più armi all’Ucraina, perché ora stiamo armando la Polonia“.
Del resto, il 15 ottobre in Polonia ci saranno le elezioni legislative in un paese in cui il 40% della popolazione è legato al mondo agricolo. Se prima della metà del prossimo mese non possiamo aspettarci flessibilità da parte di Varsavia per motivi interni, dall’Ucraina sembrano intenzionati a rispondere con un embargo su pomodori, cipolle, cavoli e mele polacche.
Anche Orban ha affermato pubblicamente che prorogherà le limitazioni, e si è spinto oltre accusando la UE di “rappresentare gli interessi americani”.
Un’altra dichiarazione che pesa come un’ipoteca sulla concreta capacità dei centri europei di perseguire un proprio indirizzo strategico in relazione ai propri interessi economici e di divisione del mercato internazionale.
Dal Consiglio sull’agricoltura degli stati membri, il ministro spagnolo Luis Planas, che detiene la presidenza di turno UE, ha criticato la scelta di prendere misure unilaterali. Ma oltre a questi rimproveri, rimane il fatto che il fronte orientale della UE agisce in competizione con Bruxelles e Berlino.
E l’Ucraina è sempre più uno strumento che sta facendo il suo tempo, con le contraddizioni da essa esacerbate che hanno più effetti negativi che positivi. Da settimane e settimane si sta preparando il terreno per uscire da questa situazione di sostegno incondizionato, è probabile che questi eventi non faranno che accelerare l’arrivo di quel momento.
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02/04/2023
Le agevolazioni comunitarie all’Ucraina provocano una crisi agricola nei paesi dell’Est Europa
Secondo il giornale “Un’ondata di rabbia ha travolto i villaggi dell’Europa orientale. Polacchi, rumeni e bulgari sono indignati per l’afflusso incontrollato di grano dalla vicina Ucraina“.
Di fronte al grano ucraino a buon mercato, gli agricoltori polacchi non possono vendere i loro prodotti, quindi “condannano questa concorrenza sleale degli ucraini“, scrive Le Figarò.
È importante rammentare che nel maggio 2022, l’Unione Europea ha abolito i dazi doganali per un anno su tutti i prodotti agricoli importati dall’Ucraina per sostenerne l’economia.
Di conseguenza, è iniziata una concorrenza sfrenata nei porti europei, e “sono stati i prodotti dall’Ucraina che sono riusciti ad andare avanti, perché qualcuno ha dato loro privilegi”, riassume Le Figarò.
I primi ministri di diversi paesi europei dell’Est hanno chiesto alla presidente della Commissione europea von Der Leyen di intervenire nella crisi causata dall’afflusso di grano dall’Ucraina.
L’appello è stato presentato dai rappresentanti di Romania, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia. La lettera segnala i problemi dovuti ad “un aumento significativo della fornitura di prodotti ucraini ai mercati dei paesi membri dell’UE, in particolare quelli confinanti con l’Ucraina o situati vicino ad essa”.
Anche il think thank italiano Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) scriveva due giorni fa che la concessione de facto del regime preferenziale di unione doganale alle merci ucraine e la tolleranza applicata nei confronti dei diversi standard qualitativi e sanitari dei prodotti “hanno provocato un vero allarme in quei Paesi limitrofi con simili economie produttive”.
Le importazioni di grano ucraino in Romania, stimate in 1,17 miliardi di euro l’anno scorso, hanno fatto crollare il prezzo del grano rumeno costringendo i contadini locali ad ammassare il raccolto nei silos, o ancor peggio, a lasciar marcire il grano nei campi.
Nello stesso periodo, le importazioni di pollo ucraino in Polonia sono cresciute dell’80% rispetto all’anno precedente, fino a spingere gruppi di contadini polacchi esasperati a tentativi di blocco delle solidarity lanes della Ue con l’Ucraina.
Le numerose proteste hanno ricevuto il supporto del Commissario europeo (polacco) all’Agricoltura, Janusz Wojciechowski, che il 20 marzo ha chiesto agli Stati membri il via libera per sbloccare 56 milioni di euro dal fondo di riserva d’emergenza della Politica Agricola Comune (PAC) per alleviare i danni derivanti dalla distorsione dei mercati centro-europei dovuta all’influsso di derrate ucraine.
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