Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/06/2025
Bilaterale di riappacificazione tra Meloni e Macron?
Nelle ultime settimane, infatti, si erano susseguiti momenti di tensione tra Macron e Meloni, in particolare in riferimento al ruolo dei ‘volenterosi’ nella continuazione della guerra in Ucraina. Anche se la presidente di Fratelli d’Italia ha fatto poi da mediatrice nel dialogo tra Bruxelles e Washington, è stata considerata troppo vicina a Trump e troppo accondiscendente con le sue trattative con Mosca.
L’incontro di Roma doveva quindi servire a ribadire l’unità europea nello scenario determinato dalla rottura dell’euroatlantismo, e in parte lo ha fatto. Sul terreno degli interessi economici, della cooperazione, della difesa comune europea, e non senza un po’ di retorica anche sul dossier ucraino, la faglia tra Italia e Francia sembra ricucirsi.
Nel comunicato finale del bilaterale si legge: “l’Italia e la Francia, fedeli al loro ruolo di Nazioni fondatrici della costruzione europea, intendono rafforzare il loro impegno comune per un’Europa più sovrana, più forte e più prospera, soprattutto orientata alla pace e capace di difendere i propri interessi e di proteggere i propri cittadini”.
Riguardo alla situazione di Kiev, l’unica cosa che è stata scritta è una generica rivendicazione di una “soluzione equa e duratura”, ma quel che è davvero interessante è che la ricerca di tale via d’uscita è immediatamente collegata “a un ambizioso cambiamento di scala nella difesa europea, sia in termini di investimenti che di sostegno alla base di difesa industriale e tecnologica europea”.
Sono infatti i temi di un salto di qualità della UE e i nodi del Mediterraneo in particolare che sembrano aver tenuto banco nel dialogo tra Meloni e Macron. Dal comunicato si evince che dai due leader è stata riservata molta attenzione alla competitività europea, all’energia, alla semplificazione delle norme comunitarie.
Francia e Italia hanno concordato anche di lavorare insieme per la “preparazione del prossimo Consiglio europeo e, più in generale, sul prossimo quadro finanziario pluriennale, sulla migrazione, sull’allargamento e sulle riforme”. Nella dichiarazione congiunta finale c’è scritto che i due paesi devono ragionare “sulle condizioni necessarie a far concorrere le imprese europee ad armi pari”.
“Ciò vale – si legge sempre nel comunicato – anche per i settori in transizione, come l’industria automobilistica e siderurgica, che richiedono un forte impegno europeo, nonché per i settori più avanzati, come l’intelligenza artificiale, le fonti di energia de-carbonizzate rinnovabili come il nucleare, e lo spazio, dove i nostri interessi bilaterali ed europei sono collegati”.
Automotive, IA, nucleare, spazio: dalla spina dorsale dell’industria europea alla frontiera delle nuove tecnologie, dall’atomo e dalla ricerca dual use ai servizi satellitari, è la concretezza degli interessi in questi campi che ha riportato Macron e Meloni a parlarsi. Che essi trovino solo nel rafforzamento dell’autonomia strategica europea una possibilità di stare al passo coi tempi è evidente.
Ma non bisogna precipitare le opinioni sul disgelo tra Parigi e Roma. Appena prima dell’incontro con Macron, Meloni ha incontrato anche Robert Fico, unico partecipante alla parata del 9 maggio a Mosca. Per una buona mezz’ora ha parlato con la presidente del Consiglio della situazione ucraina, e i messaggi che ne sono usciti rimangono contraddittori.
Anche se il capo del governo slovacco e di quello italiano hanno ribadito il comune “impegno per la ricostruzione del paese (l’Ucraina, ndr) in vista della Ukraine Recovery Conference”, che si terrà a Roma il 10 e 11 luglio, Fico ha anche detto ai cronisti che la strategia di alcuni membri UE, che vogliono prolungare la guerra per danneggiare la Russia, non funziona.
Anche in questo caso, quando ci sono di mezzo grandi opportunità di speculazione finanziaria, allora un’intesa si trova, o per lo meno si tenta di trovarla. Ma i nodi della concorrenza strategica sempre più evidente tra le due sponde dell’Atlantico, e della risoluzione dei conflitti che oggi determinano lo scenario globale, rimangono in bilico. Vedremo se quello di martedì è stato davvero un disgelo...
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17/04/2025
Chi sarà a Mosca nel Giorno della Vittoria e chi invece celebra gli avi filo-hitleriani
«L’Alto rappresentante UE per gli affari esteri Kaja Kallas mette in guardia i leader UE dal partecipare alle celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca in maggio... Io andrò a Mosca il 9 maggio...Con queste dirette e univoche parole il Primo ministro slovacco Robert Fitso ha respinto al mittente il vero e proprio “Verbot”, diramato in perfetto stile squadrista, con cui l’estone Kallas (erede, ricordiamolo, di Komplizen estoni filo-hitleriani e non, come ripete la lacrimevole versione europeista, “vittime innocenti dello stalinismo”) minaccia “conseguenze” per quei rappresentanti di paesi europei che si azzardassero ad andare a Mosca il 9 Maggio per le celebrazioni in occasione della vittoria sul nazismo.
Signora Kallas, vorrei informarla che sono il legittimo Primo ministro della Slovacchia – uno Stato sovrano. Nessuno può dirmi dove devo o non devo andare. Andrò a Mosca per rendere omaggio alle migliaia di soldati dell’Esercito Rosso morti nella liberazione della Slovacchia. Così come milioni di altre vittime della furia nazista. Proprio come ho reso omaggio alle vittime dello sbarco in Normandia o nel Pacifico, o come andrò a rendere omaggio ai piloti della RAF.
Ricordo anche che, tra i pochi nella UE, parlo sempre della necessità della pace in Ucraina e non sono tra gli ardenti sostenitori della continuazione di questa guerra insensata. Le parole della signora Kallas sono irrispettose e le respingo».
Con ciò stesso, si può dire, l’erede di quei Komplizen, se ancora ce ne fosse stato bisogno, sbandiera la vera natura, sua e dell’intero impianto “liberal-europeista” degli organismi di vertice UE.
Alla riunione dei ministri, ha digrignato la signora Kallas «vari stati membri hanno detto molto esplicitamente che qualsiasi partecipazione alla parata o alle celebrazioni in occasione del 9 maggio a Mosca non rimarrà senza reazioni da parte degli europei».
Uno di quei «vari stati membri» è la Lettonia, paese in cui, ogni 16 marzo, sfilano ufficialmente a Riga i continuatori della legione lettone filo-hitleriana: 15° e 19° Waffen-Grenadier-Divisionen der SS che in quella data, nel 1944, ebbero il primo scontro con l’Esercito Rosso.
Il suo Ministro degli esteri, Baiba Braže, ha vietato a una serie di paesi di partecipare alle celebrazioni, in quanto tale passo «non corrisponde ai valori UE». Più chiaro di così. Ricordare la vittoria sul nazismo contraddice i «valori UE» che, evidentemente, vanno in direzione opposta.
Ha quindi “buon gioco” Julija Vitjazeva, su quella che Bruxelles definisce “l’ammiraglia della propaganda russa”, ossia RT, a replicare come le parole delle due “babe baltiche” non rappresentino affatto una novità e quanto le celebrazioni per il 9 maggio rimangano loro in gola di traverso. Purtuttavia, è questa la prima volta che arrivano a rivolgere aperte minacce a chi contraddica il “Verbot”: segno che sono costretti a ricorrere agli «ultimi argomenti».
Specificamente per le celebrazioni in occasione dell’anniversario della Vittoria e dell’acrimonia che quelle suscitano nei liberal-retrivi di Bruxelles, c’è da dire che se RT parla quasi principalmente di russofobia da parte dei portatori di “valori UE”, non si può però dimenticare il vecchio livore antisovietico che anima tutt’oggi quei signori.
Un astio dovuto alla consapevolezza – a dispetto di ogni affermazione contraria – di come la vittoria sul nazifascismo, ottenuta a carissimo prezzo dal popolo sovietico, sia stata possibile proprio grazie all’azione non di fetidi “valori UE”, ma di ben più limpide aspirazioni scaturite dalla Rivoluzione d’Ottobre, vive e operanti nelle coscienze di ogni cittadino dell’URSS e di come quegli stessi sentimenti e aspirazioni di rivoluzione sociale avessero animato la stragrande maggioranza dei combattenti antifascisti e antinazisti degli altri paesi europei.
Ammettere questo, per i guerrafondai reazionari e antipopolari delle cancellerie europee, significherebbe screditare se stessi e ridurre a zero (cioè: a quello che davvero valgono) quei “valori” che altro non esprimono se non gli interessi dei monopoli. Ha quindi buon gioco, ancora una volta, nel caso in questione, Julija Vitjazeva, a qualificare la signora Kallas per quello che è: la «nazista Kallas e i suoi scagnozzi».
Concretamente, pare si apprestino a disobbedire al vero e proprio “Bannfluch” squadrista ben pochi leader di paesi UE (al momento, il solo Robert Fitso), i cui rappresentanti, invece, come d’obbligo “europeista”, verrebbero “caldamente invitati” a prender parte alla “parata” indetta a Kiev dal nazigolpista Vladimir Zelenskij.
A oggi, stando a Komsomol’skaja Pravda, è prevista la partecipazione a Mosca di Xi Jinping, del Presidente serbo Aleksandar Vucic, del brasiliano Lula da Silva, del kazakho Tokaev, del palestinese Mahmoud Abbas, del premier indiano Narendra Modi, del bielorusso Alexandr Lukašenko, del premier armeno Nikol Pašinjan, del Segretario generale del PC del Vietnam Tho Lam, oltre ai presidenti di Tadžikistan, Cuba, Repubblica Srpska, Burkina Faso, Kirghizistan, Uzbekistan, Azerbaidžan, Turkmenistan, Venezuela, Egitto, Mongolia, Etiopia, insieme al Primo ministro della Malesia.
Insomma, non proprio una “misera” rappresentanza” di una “piccola parte” del mondo: solo in termini di PIL, ci sarà il nucleo forte dei BRICS e dei paesi che guardano a quell’organismo, infischiandosene dei “valori UE”.
E se il convenire a Kiev dei leader di quella davvero misera parte del mondo che si reputa al centro dell’Universo dovrebbe servire a ribadire alla cerchia nazigolpista ucraina l’impegno a sostenerla nella prosecuzione della guerra, pare proprio, però, che le aspirazioni di quella cerchia vengano frustrate nel suo maggior anelito: l’adesione alla NATO.
Il segretario dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, ha ribadito che «all’Ucraina non è mai stato promesso che parte dell’accordo di pace sarà costituito dall’adesione alla NATO». Per Kiev, scrivono gli osservatori di Cronache di guerra, la NATO è l’unico modo per continuare a ricevere sostegno esterno, senza il quale crollerebbero fronte, bilancio, apparato statale e lo stesso Stato.
Le élite ucraine sanno bene che nessuno farà entrare Kiev a pieno titolo nella NATO; ma «non ne hanno bisogno. Hanno bisogno del rituale dell’attesa, con cui possono spiegare tutto: mobilitazione, repressione, distruzione dell’economia, totale militarizzazione della vita e una politica della “guerra fino all’ultimo uomo”. Dopo di che non potranno più vivere in Ucraina»; si metteranno in tasca abbastanza denaro, oltre tutto quello che hanno già accumulato in questi anni con le creste sulle forniture di guerra, con le laute bustarelle per sfuggire alle mobilitazioni, con le truffe ai danni dei cittadini, e lasceranno il paese.
Anche l’ex consigliere militare dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, Erich Wade, generale di brigata a riposo della Bundeswehr, ha dichiarato al podcast “Im Gespräch” che, oggi, il succo della questione, è quello di come le trattative possano riflettere gli interessi di sicurezza russi.
E, in sostanza, tali interessi consistono nell’escludere l’adesione di Kiev alla NATO, il dispiegamento di sistemi d’arma occidentali ai suoi confini e di garantire il controllo strategico su Donbass, Crimea e regioni del mar Nero.
Del resto, ricorda Wade, anche lo statuto della NATO non consente a un paese in guerra di aderire all’organizzazione. Persino l’avvicinamento di Kiev alla UE è «ovviamente possibile a lungo termine, ma credo che si tratterà di un partenariato privilegiato piuttosto che di una piena adesione», dal momento che l’adesione significherebbe per la UE «l’emergere di obblighi d’alleanza molto seri nei confronti dell’Ucraina».
Alla UE rimane comunque un’alternativa: se Bruxelles venisse esclusa dai colloqui USA-Russia – proclamano al European Council on Foreign Relations (ECFR) – allora si dovrà far di tutto per far saltare le trattative e «indirizzarle sulla giusta strada»: parola dell’ex diplomatica francese, Marie Dumoulin.
A suo dire, risultato del processo negoziale russo-americano dovrebbe essere una sorta di garanzia «di conservazione di un’Ucraina sovrana e vitale», in grado di combattere, ricostituirsi e integrarsi nell’Unione Europea; di contro, dovrebbero essere invece limitate le possibilità della Russia. Questo, attraverso l’impegno europeo a fornire «future garanzie di sicurezza all’Ucraina, contribuire finanziariamente alla sua ricostruzione e a integrarla nella UE»; con ciò, l’Europa riuscirebbe a «influenzare l’esito dei negoziati USA-Russia».
Anche questo ennesimo “piano brillante” europeo, però, nota Elena Panina su News-front.su, dimentica un piccolo particolare: l’assenso di Mosca a conservare un’efficiente Ucraina nazista, che la UE si incarica di ripristinare per futuri attacchi alla Russia.
In breve, l’Europa può davvero “disturbare” i negoziati Russia-USA solo capovolgendo il tavolo delle trattative; ad esempio, organizzando una serie di attacchi terroristici da parte degli ucraini, su una scala tale che i negoziati divengano semplicemente impossibili.
Il che, dopotutto, è proprio quello a cui hanno teso sin dal 2022 i tagliagole anglo-europeisti e cui tendono tutt’oggi i guerrafondai delle cancellerie europee, impegnati a rimpinguare le casse dei complessi militar-industriali, mentre strangolano le masse popolari pesino nei loro i minimi bisogni vitali: sociali e privati.
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23/12/2024
Fico e Putin a colloquio, cartina tornasole delle contraddizioni UE sull'Ucraina
di Francesco Dall'Aglio
Si è da poco concluso l'incontro a Mosca tra Putin e il capo del Governo slovacco Robert Fico. Mistero sui temi del colloquio: i due non hanno rilasciato dichiarazioni e anche Peskov non ha voluto dire nulla, limitandosi a fare la faccia vaga. Sembra abbastanza ovvio che i due abbiano discusso di questioni energetiche, vista la polemica abbastanza accesa che si è scatenata tra Fico e Zelensky a proposito della decisione ucraina di sospendere dal 1 gennaio 2025 ogni transito di gas russo sul suo territorio (transito per il quale riceve tra gli 800 milioni e il miliardo di dollari l'anno, a fronte di un guadagno per la Russia di 3 miliardi. Nell'articolo Reuters alcune cifre. Per quanto riguarda il petrolio invece il transito dovrebbe essere garantito fino alla scadenza del contratto nel 2029).
L'interruzione delle forniture sarebbe un problema abbastanza grave per la Slovacchia, che dalla Russia riceve 2/3 del suo fabbisogno di gas, oltre che per l'Ungheria la quale, sebbene sia riuscita ad ottenere dagli USA una proroga di tre mesi per poter continuare a versare soldi sul conto della Gazprombank, non potrà versare nulla se il gas sarà interrotto tra pochi giorni.
La Commissione Europea non pare interessata al problema (e questo anche se l'ultima volta che ho controllato sia la Slovacchia che l'Ungheria facevano ancora parte dell'UE) e se ne lava le mani, dicendo che possono comprare gas altrove: il che è certamente vero, ma lo pagherebbero molto di più di quanto lo pagano ora, sia perché quello trasportato per nave ha un costo sensibilmente maggiore sia perché i paesi che lo trasferirebbero, tipo la Croazia, hanno immediatamente alzato le tariffe del transito in un'alto slancio di commovente solidarietà. Inoltre Fico è abbastanza preoccupato che il gasdotto possa essere considerato un obiettivo militare una volta che avrà esaurito la sua funzione ed essere distrutto, non tornando in funzione nemmeno dopo la fine della guerra.
Né la questione del gas è l'unico problema per l'Europa centro-orientale. Continua infatti a tenere banco la questione agricola, di cui ha parlato Orbán sabato mattina, nella conferenza stampa di fine anno: oltre a lamentarsi anche lui della situazione del gas, ha detto che l'importazione di prodotti agricoli ucraini deve essere regolamentata o il settore agricolo ungherese ed europeo verrebbe distrutto, e che l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione "farebbe chiudere il negozio" (qui tutta la conferenza stampa, e un ringraziamento al mio agente a Budapest, Davide Galluzzi).
Dell'agricoltura si preoccupano anche Moldavia, Polonia, Romania e Bulgaria, e quest'ultima anche del destino della Lukoil che a Varna ha la più grande raffineria al di fuori del territorio russo e tra assunti, indotto e rete di distribuzione dà lavoro a qualche migliaio di persone. E infatti qualcosa si muove anche sul fianco sud: al di là del circo a tre piste romeno, dove si è scoperto che la maligna rete di influencer russi che hanno portato alla vittoria di Georgescu al primo turno è stata in realtà pagata dai liberali per colpire i socialdemocratici e che poi, quando la cosa gli è esplosa in mano, si sono affrettati a buttarla in caciara dando la colpa ai russi che tanto così non sbagli mai, un po' a sorpresa (viste le dichiarazioni sempre iper-atlantiste dei partiti di governo, se la Bulgaria avesse un governo) Dimităr Glavčev, primo ministro a interim in attesa delle ennesime elezioni anticipate, non ha firmato l'accordo decennale di sicurezza con l'Ucraina che era stato annunciato con grande entusiasmo qualche tempo fa, dal quale si era già sfilato Boyko Borisov, capo del partito di maggioranza relativa GERB.
Per chiudere in bellezza, pare che anche Scholz e Duda abbiano litigato per bene, con Scholz che ha accusato il presidente polacco di non capire che la decisione, sostenuta dalla Polonia, di impiegare a favore dell'Ucraina i famosi quasi 300 miliardi di euro di fondi russi congelati in Europa devasterebbe i mercati finanziari europei e che sarebbe appunto un problema nostro, visto che in Polonia l'euro non è in uso (e non è forse un caso che i paesi più disinvolti sulla questione siano appunto quelli che l'Euro non ce l'hanno, tipo appunto la Polonia o la Gran Bretagna, tanto che un sospetto, diciamo, uno se lo potrebbe anche far venire).
Pare insomma evidente che un bel po' di paesi del "fronte orientale" della NATO/UE, che tanto non c'è più alcuna differenza, si stanno sganciando o stanno almeno provando a farlo. Ora è molto facile, come fa la nostra stampa, dire che lo fanno perché sono preda della propaganda russa, oppure perché amano i modi dittatoriali di Putin – in fondo questi popoli sono a noi inferiori, forse solo culturalmente o forse proprio geneticamente, e hanno dunque un deficit di democrazia che non si è ancora riuscito a colmare.
La realtà è molto più semplice, e la vediamo anche col caso della Georgia, paese che solo uno sciocco potrebbe definire "filorusso": a differenza nostra qualche ragioniere da quelle parti è evidentemente rimasto, e passata la sbornia due conti hanno iniziato a farseli. Senza la Russia le loro economie collasseranno, con l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione peggio ancora, visto che lì finirebbero anche tutti i fondi di sviluppo, e l'unico meccanismo di solidarietà europeo è la concessione di comprare altrove a prezzi maggiorati. Che ricorda un po' le brioches di Maria Antonietta.
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17/05/2024
Terrorismo europeista
Nei telegiornali abbiamo assistito alla cronaca dell’attentato e poi alle condanne dei governi, subito sovrastate da lunghe descrizioni delle colpe del governante slovacco, di cui ovviamente la principale è quella di opporsi alla guerra NATO e UE contro la Russia.
Insomma han fatto capire che Fico un po’ se lo è meritato, cosa che i “patrioti” ucraini sui social stanno proclamando senza ritegno.
L’attentatore viene descritto come un sostenitore dell’Europa e come un nemico della Russia e questo è sufficiente per stendere attorno a lui una patina di giustificazione democratica.
Del resto pochi giorni fa Michel, ex socialista ora liberale belga presidente del Consiglio Europeo, ha affermato che è giusto collaborare con i fascisti europei (lui pudicamente li chiama estrema destra), se sono contro la Russia. Quindi anche i metodi dei fascisti, se a fin di bene, diventano democratici.
Sui social gli squadristi di tastiera con la bandiera giallo azzurra, da tempo aggrediscono chi non vuole la terza guerra mondiale. Dal 7 ottobre molto di loro hanno aggiunto anche la bandiera israeliana a quella ucraina. E sono diventati ancora più violenti e cattivi. Sono entrati in simbiosi mentale con i coloni israeliani.
Ed ecco che alla fine qualcuno spara.
Il sostegno all’Ucraina e a Israele stanno diventando la via maestra per la fascistizzazione dell’Europa. E ora abbiamo anche il terrorismo europeista.
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16/05/2024
Slovacchia - L'attentato a Fico è figlio anche dell'odierna narrativa liberale
Da un lato, eviterei di dare troppa importanza politica all'attentato subito da Fico. L'attentatore, al di là della su affiliazione politica, è una persona abbastanza marginale e certo non è stato "pagato dalla CIA".
Dall'altro, è innegabile che una certa retorica giacobina, con il Bene, la Giustizia, il Progresso e la Ragione in lotta mortale contro le tenebre della Tirannia e dell'Ancien Régime, non può portare e non porterà a nulla di positivo.
Intanto, a Tbilisi sono sbarcati i Ministri degli Esteri di Estonia e Lituania, ed eccoli qui che manifestano contro il governo georgiano. Tutto in regola.
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Sull'attentato a Fico, quanto ha scritto Dall'Aglio è particolarmente sensato. L'oltranzismo retorico liberale si presta a inquadrare anche l'aggressione a Rubio e più in generale, il clima di violenza montante in Occidente, che è determinato dal modo con cui il capitale tenta di rallentare la propria crisi.
Peraltro, la situazione è verosimile che andrà a peggiorare quando si "raffredderanno" i fronti di guerra in Ucraina e Palestina. In quel momento, è possibile che parte dei nazisti ucraini e dei sionisti congedati dalla prima linea, ce li ritroveremo nelle nostre strade e in larga parte fuori dal controllo di chi li ha costruiti e mossi per il proprio interesse.
Purtroppo non si tratta di nulla di nuovo, lo stesso copione è stato già seguito con il fondamentalismo islamico, a partire dall'intervento sovietico in Afghanistan arrivando all'ISIS.
15/05/2024
Slovacchia - Attentato contro il Primo Ministro inviso alla Nato e alla Ue. Tentativo di regime change?
Fico era tornato in carica il 30 settembre 2023, dopo che il suo partito progressista e filorusso Smer aveva vinto le elezioni con il 23 per cento delle preferenze.
Durante la scorsa campagna elettorale, Fico si è dichiarato apertamente anti-europeista, contrario all’ingresso dell’Ucraina nella Nato e contrario anche le sanzioni dell’Ue contro la Russia.
Ma a consolidare le posizioni internazionali di Fico e della Slovacchia – decisamente indigeste per la Nato e l’Unione Europea – nelle settimane scorse era arrivato anche il risultato delle elezioni presidenziali.
Sabato 6 aprile, Peter Pellegrini, candidato socialista e fondatore del partito Hlas (Voce-Socialdemocrazia) ha vinto il ballottaggio contro il rivale di fede liberale ed europeista Ivan Korcock, ex ministro degli Esteri, con quasi sette punti di vantaggio.
Nel primo turno, il 23 marzo, aveva prevalso Korcock con il 42,51% contro il 37,02% di Pellegrini, ma quest’ultimo è riuscito a convincere la maggioranza dell’elettorato slovacco a votarlo con posizioni “sovraniste” e soprattutto anti-guerra in Ucraina proponendo di intavolare dei negoziati con la Russia, vedendosi ovviamente affibbiare l’etichetta di “filoputiniano”.
L’elezione di Pellegrini alla presidenza della Repubblica è stata indubbiamente una sponda importante per il governo del premier Robert Fico colpito dall’attentato di oggi.
A seguito delle elezioni dello scorso settembre, Fico è riuscito nell’impresa di mettere in piedi una maggioranza composta dal suo partito Smer, da Voce-Socialdemocrazia di Pellegrini, e dal Partito Nazionale Slovacco, di destra, che condivide le stesse posizioni di Fico in tema di rapporti con l’Unione Europea e sulla guerra in Ucraina.
L’elezione di Pellegrini, è significativa dal momento che la presidenza della Repubblica non rappresenterà più un ostacolo per l’attuazione delle politiche di Fico come era in precedenza, quando la presidenza della Repubblica era in mano all’europeista Susanna Zaputova.
Il tentativo di eliminare fisicamente Fico è indubbiamente un attentato che potrebbe cambiare il corso politico della Slovacchia. Un corso che non piace né alla Nato né all’Unione Europea, tantomeno a Kyev.
È scontato dire che “tutte le ipotesi sono sul tavolo“, ma sul piano razionale siamo tutti obbligati a pensare che le tattiche del “regime change”, anche all’interno dell’Unione Europea, stanno virando dalla “pacifica” costrizione dei gruppi politici “non obbedienti” tramite il lawfare (“mani pulite”, in italiano), oppure tramite l’andamento dello spread, verso la più sanguigna e sanguinosa “majdan” in stile ucraino.
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27/10/2023
La Slovacchia annuncia l’interruzione delle forniture di armi all’Ucraina
“Consideriamo gli aiuti all’Ucraina solo come aiuti umanitari e civili, e non forniremo più armi all’Ucraina“, ha dichiarato Fico, all’indomani della sua nomina a capo di un governo di coalizione con un partito che in Occidente viene definito “di estrema destra e filo-russo”.
“La guerra in Ucraina non è nostra, non abbiamo nulla a che fare con essa. L’arresto immediato delle operazioni militari è la soluzione migliore per l’Ucraina. L’UE dovrebbe passare dall’essere un fornitore di armi a un operatore di pace“, ha aggiunto Fico.
Secondo l’Istituto di Kiel, la Slovacchia ha fornito 670 milioni di euro in aiuti militari all’Ucraina durante il primo anno del conflitto con la Russia.
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02/10/2023
Slovacchia - Vince il socialdemocratico che non piace a Bruxelles
Lo spoglio dei voti ha incoronato vincitore, ma con una maggioranza relativa, il Partito Socialdemocratico “Smer” dell’ex premier Robert Fico, che ha già guidato l’esecutivo di Bratislava dal 2006 al 2010 e poi ancora dal 2012 al 2018.
Fico ha battuto il candidato liberale ed europeista Simecka, sostenuto dalla Ue e allineato all’attuale presidentessa della Repubblica, Susanna Kaputova, anche lei sponsorizzata da Bruxelles.
Prima e durante le elezioni, dalle capitali dell’Europa occidentale c’è stato un sistematico cannoneggiamento contro Fico, arrivando a livelli di demonizzazione che hanno rasentato l’isteria.
Al momento però Fico ha gettato acqua sul fuoco. “Il posto della Slovacchia resta all’interno della Ue e dell’area Schengen. Non abbiamo mai pensato a qualcosa di diverso”, ha dichiarato Robert Fico, incontrando i giornalisti, ricordando a chi lo accusa che furono proprio i suoi governi a far entrare Bratislava prima dentro Schengen e poi dentro l’euro.
Ma è sul fronte della complicità europea con l’Ucraina nella guerra che Fico può dare seri dispiaceri, dando forza alla crescente esigenza di “disimpegno” dal sostegno militare incondizionato all’Ucraina da parte dell’Unione Europea. In campagna elettorale Fico ha infatti promesso di bloccare gli aiuti militari a Kiev, nonostante la Slovacchia sia stato praticamente il primo paese a mandare aiuti all’Ucraina.
“Questo Paese ha problemi più grandi degli aiuti all’Ucraina”, ha dichiarato Fico in campagna elettorale. “Fornendo sostegno finanziario all’Ucraina, prendiamo soldi dagli slovacchi che ne hanno più bisogno”.
Le cancellerie occidentali temono però che il ritiro della Slovacchia dalla campagna militare a sostegno dell’Ucraina – dopo quello dell’Ungheria – possa estendersi ad altri, che potrebbero imitare le richieste di cessare o di ridurre gli aiuti militari a Kiev.
In campagna elettorale, Fico ha promesso di voler porre fine alle sanzioni contro la Russia e di opporsi agli aiuti militari in favore di Kiev. La Slovacchia porrà il veto ad una eventuale entrata dell’Ucraina nella NATO mentre è più possibilista rispetto alla sua adesione alla Ue.
In Slovacchia ha vinto dunque una sinistra socialdemocratica che non piace a Bruxelles e alle sinistre occidentali ma che piace al premier ungherese Viktor Orbán, il quale è stato fra i primi a felicitarsi con lui. Il partito socialdemocratico “Semer” di Fico al momento fa parte del gruppo dei socialisti nel Parlamento europeo.
La presidente slovacca Caputova ha dichiarato che: “In conformità con la Costituzione, domani autorizzerò il vincitore delle elezioni a formare il governo. Allo stesso tempo sono pronta a informare i leader dei partiti del mio procedere”.
Ci vorranno almeno due settimane per la formazione del nuovo governo e Fico sarà costretto a formare un governo di coalizione.
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