Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/06/2026

L’Italia va a infilarsi nel vespaio di Hormuz. I parlamentari votino no

L’eventuale missione navale militare europea nello Stretto di Hormuz vedrà coinvolta anche l’Italia. Il governo ha fatto sapere che il via libera alla missione sarà dato solo con l’autorizzazione del Parlamento (anche se alcuni navi militari sono già a Gibuti). Si prevede dunque a breve la convocazione alla Camera per la discussione e il via libera all’operazione a Hormuz.

Sarà quindi compito dei partiti dell’opposizione chiarire cosa pensano di questa missione militare che si configura come “ad alto rischio” per almeno due elementi: il primo quello sul campo, in caso di “non gradimento” iraniano; il secondo quello di andare a rinfocolare motivi di tensioni e conflitto proprio nel momento in cui sembra essere stata raggiunta una tregua dopo la guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio.

C’è da augurarsi che in questa occasione PD, M5S, AVS non se ne escano ancora una volta con posizioni e documenti farfugliati e indefiniti. Il NO a questa missione militare deve essere dichiarato chiaro e forte. Nell’editoriale che abbiamo pubblicato, abbiamo provato a spiegare il contesto e lo scenario di una missione militare sconsiderata.

Qui di seguito proviamo a spiegare le argomentazioni – assai solide a nostro avviso – per le quali in Parlamento non si può dare alcun consenso alla missione militare dei “volenterosi” a Hormuz.

In sede di audizione alle Commissioni riunite Esteri e Difesa a maggio, il ministro della Difesa Crosetto aveva affermato che: “Una nuova missione militare prevede prima una vera tregua, poi una cornice giuridica e infine l’autorizzazione del Parlamento”. Crosetto aveva spiegato come “la tregua appare fragile e precaria, è indispensabile mantenere un accordo serio e responsabile sia con i nostri alleati internazionale sia nel rapporto tra governo e parlamento”.

Ma in tutti gli interventi e i ragionamenti fatti dal governo italiano – così come da quelli dei “volenterosi” – continua ad essere mancante un dato decisivo: cosa ne pensa l’Iran?

“Qualsiasi presenza di Paesi stranieri nello Stretto di Hormuz, sia per garantire la sicurezza della navigazione sia per operazioni di sminamento, è inaccettabile. Si tratta di un pretesto per portare forze navali nello stretto e questo non sarà accettato”, ha dichiarato ieri – martedì – un funzionario iraniano all’agenzia Reuters sottolineando che Teheran nutre “fiducia zero nei confronti dei Paesi stranieri”.

Insomma non proprio una dichiarazione di benvenuto alla flotta dei “volenterosi” nello Stretto di Hormuz.

Altrettanto chiara è stata l’ambasciata dell’Iran a Vienna, la quale in una dichiarazione ripresa dall’agenzia iraniana Pars Today ha affermato che: “Per quanto riguarda la sicurezza dello Stretto di Hormuz, solo l’Iran determina quando – e se – necessita di consulenti esterni o assistenza. Fino a quel giorno, qualsiasi azione straniera nello Stretto o relativa a esso, sotto qualsiasi pretesto, sarà considerata un atto aggressivo contro l’integrità territoriale e la sovranità nazionale della Repubblica Islamica dell’Iran”

La stessa rappresentanza diplomatica iraniana si è espressa anche sulla disponibilità europea e rivedere le sanzioni all’Iran, apprezzando la dichiarazione ma non facendo certo sconti: “Gli irrilevanti (cioè gli europei, ndr) stanno cercando di trovare un ruolo per sé. La dichiarazione congiunta di alcuni paesi europei è notevole – anche se non per la sua sostanza, ma per la sua audacia”, ha scritto l’ambasciata.

“Le loro sanzioni contro l’Iran non sono mai state legittime o legali fin dall’inizio. Sollevarle, quindi, non è una concessione all’Iran, ma un ritorno alla correttezza – e un favore che fanno solo a se stessi”, ha sostenuto la missione diplomatica.

Trump aveva insistito affinché, subito dopo l’annuncio dell’intesa, venissero contemporaneamente riaperti lo Stretto di Hormuz e il traffico marittimo soggetto al blocco. Tuttavia, l’Iran non ha accettato questa richiesta ed è stato concordato che il processo di riapertura dello Stretto di Hormuz sarebbe iniziato dopo la firma dell’accordo venerdì.

E questo è un altro “dettaglio” di cui farebbero bene a tenere conto il dibattito pubblico e l’agenda politica parlamentare in Italia. La missione militare navale dei “volenterosi” infatti non è parte e non è prevista nell’accordo di tregua, al contrario ne sarebbe una ingerenza esterna e una forzatura pericolosa.

Infine, e non certo per importanza, nel dibattito parlamentare sugli esiti della guerra in Iran, è ormai tempo che entri di forza anche un altro convitato di pietra: l’arsenale nucleare israeliano.

È evidente che qualsiasi discorso sul programma nucleare iraniano sia strettamente collegato al fatto che nella regione c’è al momento una sola potenza – Israele – che detiene armi nucleari e che – diversamente dall’Iran – si è rifiutata di firmare il Trattato di Non Proliferazione e quindi di sottostare ai controlli dell’Agenzia atomica internazionale come ha fatto l’Iran.

È evidente come questa asimmetria e il conseguente doppio standard praticato dai governi europei fino ad oggi, siano dei serissimi motivi di tensione che vanno depotenziati e, possibilmente, rimossi.

Vogliamo augurarci che l’opposizione in Parlamento trovi il coraggio e la coerenza di mettere tutte le questioni decisive sul tappeto. Altrimenti per il governo Meloni il gioco sarà sempre facile.

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29/03/2026

Una grande manifestazione marcia sulla testa dei Re, ma chi marcerà alla sua testa?


Una grande manifestazione ha attraversato ieri le strade di Roma. Sicuramente molte più persone delle 15.000 indicate alla vigilia o delle 25.000 dichiarate dalla Questura.

Oltre a moltissime associazioni, reti sociali, e la Cgil, erano presenti – anche se in modo discreto – diversi esponenti politici e sindacali, tra cui Maurizio Landini, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Ilaria Salis. Quest’ultima di prima mattina era stata oggetto di una provocazione da parte della polizia che si era presentata alla porta della sua stanza di albergo “per un controllo” richiesto dalla Germania (??). Una provocazione del tutto gratuita che non lasciava – e non lascia – presagire nulla di buono. Su questo vedi l’articolo su altra parte del giornale.

Chi auspicava tensioni o scontri tirando in ballo la presenza del centro sociale Askatasuna o degli anarchici è rimasto deluso. La manifestazione è stata, come si dice, pacifica e di massa. Askatasuna ha sfilato pacificamente come gli altri e gli anarchici hanno dato vita ad un presidio lungo il corteo con uno striscione che ricordava i due militanti morti nell’esplosione di Roma.

Ad aprire il corteo, lo striscione “Per un mondo libero dalle guerre” seguito da una grande bandiera della pace. Lungo il percorso non sono mancati cori e slogan contro il governo ma non la richiesta di dimissioni.

Una volta raggiunta piazza San Giovanni, gli organizzatori hanno chiesto e ottenuto di poter proseguire fino a piazzale del Verano a causa della grande numero di manifestanti. Il corteo è stato quindi prolungato su via Carlo Felice, Porta Maggiore, via dello Scalo San Lorenzo e la Tangenziale Est, che è stata occupata dalla manifestazione, rievocando in qualche modo le manifestazioni del Blocchiamo Tutto di settembre e ottobre.

Le manifestazioni No Kings, nate negli Stati Uniti in risposta alle brutalità dell’amministrazione Trump, ieri si sono svolte non solo in centinaia di città statunitensi ma anche a Parigi, Londra ed altre città europee.

In Italia la mobilitazione ha assunto un caratteristica particolare andando a raccogliere l’onda lunga del No al referendum costituzionale che ha segnato un pesante stop per il governo Meloni ed ha palesato una esigenza di opposizione e indignazione rimasta sottotraccia per troppo tempo ma già annunciata dalle grandi manifestazioni per la Palestina dell'autunno 2025.

Una manifestazione quella di ieri a Roma decisamente grande e partecipata. Come spesso avvenuto, questo paese e le sue realtà sociali hanno saputo produrre momenti di massa in cui la genericità dei contenuti favorisce l’inclusione, mentre la chiarezza viene allontanata in quanto divisiva. Ma questa mezza verità lascia lo spazio anche alla grande bugia sulle prospettive, quando tutta questa disponibilità alla mobilitazione e le aspettative che crea viene sintetizzato dalla “politica”.

E qui si rischia di ricominciare un eterno gioco dell’oca in cui si ritorna sempre alla casella di partenza. I “movimenti” riempiono le piazze, alimentano aspettative, annunciano rotture sociali importanti, ma invece di definire un proprio spazio politico indipendente vengono poi reclutati e recintati dalla “politica” per diventare il paracarro del centro-sinistra e del Pd alle prossime elezioni, come ci ripropongono esplicitamente Sinistra Italiana/AVS.

È stato questo lo scenario di questi ultimi trenta anni che ha portato ai disastri a sinistra che abbiamo visto, vissuto, verificato. E che, appunto, ci viene ora riproposto da chi marcia alla testa di bellissimi cortei come quello di ieri.

Non è un mistero che riteniamo questa ipotesi niente affatto attraente. Non lo è stata in passato, non lo è nemmeno oggi. Abbiamo scelto di definire – e definirci – dentro uno spazio politico indipendente e incompatibile, a tutto campo.

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20/10/2025

AVS: l'antipasto di “sinistra” (servito dal PD)

La sicurezza con cui taluni commentatori dibattono l’esito delle recenti elezioni regionali in Toscana, speculando su un ipotetico miglior risultato per la “sinistra” qualora AVS avesse sostenuto la candidatura di Antonella Bundu anziché Eugenio Giani, rivela una sconcertante amnesia storica e una fatale incomprensione delle dinamiche politiche.

Simili congetture non solo mancano di rigore analitico, ma ignorano deliberatamente la natura intrinseca e il ruolo sistemico di Sinistra Italiana.

È imperativo richiamare alla memoria che Sinistra Italiana, lungi dall’essere una forza radicalmente autonoma, si è configurata in origine come una mera costola tattica del Partito Democratico. Sebbene il suo atto fondativo di Rimini, scaturito da una mozione congressuale, fosse veicolato dall’ambizione di porsi come alternativa al PD, la sua traiettoria è stata una palese ritirata strategica.

L’alleanza precoce per le Regionali del Lazio con il PD di Zingaretti, seguita alla sua fondazione, non è stata una contingenza, ma il primo, esplicito tradimento di quel mandato programmatico, causando una prevedibile emorragia di iscritti.

L’uscita di Nicola Fratoianni dall’assemblea congressuale successiva, pur confermato segretario, non sancì una ritrovata coerenza ideologica, ma formalizzò un mandato di capitolazione: quello di perseguire alleanze che, nella pratica, la incatenavano alla strategia di “campo largo” del PD.

Non si può negare che, su questioni specifiche, quali i diritti civili più avanzati o talune istanze ambientali particolarmente sensibili, SI e AVS abbiano saputo articolare un distinguo tattico rispetto alla linea ufficiale del PD. Tali mosse, tuttavia, non rappresentano la prova di un’autonomia sostanziale, ma costituiscono un’operazione di cosmetica politica, studiata ad arte per mantenere viva la loro “patente di sinistra” e giustificare la propria esistenza agli occhi della base più critica.

Questi scarti occasionali non mettono mai in discussione la fondamentale appartenenza al “campo largo”, garantendo la conservazione del potere di coalizione.

Coloro che oggi definiscono AVS come l’autentica “sinistra” disattendono la sua funzione reale e consolidata: quella di un sofisticato vaso di raccolta per il voto di protesta. AVS intercetta quell’elettorato disilluso e disgustato dalle politiche strutturalmente neoliberiste del PD, convogliando tali suffragi nel bacino più ampio della coalizione di centrosinistra.

Questo meccanismo, astutamente congegnato, offre all’elettore la simulazione di un voto “puro” – un’autoassoluzione morale per non aver sostenuto direttamente il PD – mentre, nella sostanza, rafforza la medesima architettura di potere che si intende criticare.

L’ipotesi, rilanciata in occasione del buon risultato di Toscana Rossa, di un potenziale “distacco” di AVS dal PD per confluire in una fantomatica “Sinistra autentica” non è che una mistificazione ideologica, una narrazione miserabile volta a cancellare la memoria storica. È un tentativo retorico di conferire dignità e autonomia a un soggetto politico la cui funzione storica è la sussidiarietà.

La conclusione, fondata sull’analisi della sua condotta politica e delle sue reiterate scelte di campo, è lapidaria e ineludibile: mai con Sinistra Italiana/AVS. Questo principio non è frutto di settarismo, ma l’ineluttabile corollario di una rigorosa valutazione della sua persistente subalternità e della sua incapacità, o forse non volontà, di porsi come polo di vera opposizione al mainstream politico.

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18/05/2025

Dentro gli attacchi del ‘campo largo’ a Meloni c’è una contraddizione clamorosa

Gli esponenti politici del “campo largo” del centro-sinistra devono decidere se parlare con lingua biforcuta o se contare fino a dieci prima di fare dichiarazioni di cui potrebbero – e dovrebbero – pentirsi.

L’occasione è venuta dalla polemica sulla mancata partecipazione della Meloni al vertice ristretto delle potenze europee della coalizione dei volenterosi (Germania, Francia, Gran Bretagna, Polonia) insieme al presidente ucraino Zelenski, svoltosi venerdì a Tirana.

La Meloni ha spiegato l’assenza con il fatto che quel vertice avrebbe discusso del coinvolgimento di militari europei in Ucraina, mentre l’Italia non è disponibile a inviare i propri soldati su quel fronte. La versione della premier è stata smentita da Macron ma i fatti, fin qui registrati alla televisione francese TF1 pochi giorni fa, ci dicono il contrario.

Ma la mancata presenza della Meloni alla riunione dei peggiori leader guerrafondai d’Europa – curiosamente le stesse potenze che hanno innescato la Seconda Guerra Mondiale – è stata oggetto di attacchi dei partiti dell’opposizione a nostro avviso del tutto sballati, ma anche emblematici di una ambiguità inaccettabile.

Il leader del M5S Giuseppe Conte, pur cavalcando l’onda antimilitarista nel paese, ha accusato la Meloni di “isolare” l’Italia; Angelo Bonelli di AVS, anche lui identificato nel campo “pacifista”, l’ha accusata di fare la “comparsa”; dal PD giungono attacchi simili a quelli di Conte sul fatto che la Meloni disertando il vertice dei guerrafondai “emargina” l’Italia dall’Europa.

Per rispetto di noi stessi e dei nostri lettori non prendiamo poi in considerazione le dichiarazioni di Renzi e Calenda.

I leader del “campo largo” del centro-sinistra a questo punto devono decidere quale sia la loro posizione in materia: sono contrari alle forze che in Europa spingono per la guerra e il riarmo oppure ritengono che l’Italia debba aggregarsi a queste forze e partecipare alle loro riunioni?

La contraddizione a questo punto c’è tutta, e nella frenesia di attaccare la Meloni stavolta hanno messo i piedi su un terreno scivoloso e molto pericoloso.

E come in una matrioska, dentro questa contraddizione se ne presenta un’altra, ed è la posizione sulla natura dell’Unione Europea, troppo spesso mistificata e confusa con “l’Europa”.

Lo scorso 18 marzo le piazze a Roma si sono divise tra euroguerrafondai in Piazza del Popolo e antimilitaristi in Piazza Barberini. Due terzi del campo largo (Pd e Avs) erano presenti o avevano aderito alla piazza del suprematismo europeista, che non disdegna affatto il riarmo e la difesa comune europea ritenendoli decisivi per la costituzione di una “Europa forte” nella competizione globale.

Il M5S, allora, si è smarcato da quella piazza, ma anche da quella antimilitarista che contemporaneamente manifestava in Piazza Barberini in contrapposizione ai guerrafondai in Piazza del Popolo.

Due settimane dopo il M5S ha promosso una manifestazione che ha raccolto una grande adesione e aspettativa popolare per la pace, ma alcuni discorsi dal palco – e di Conte in particolare – non sono sembrati affatto in sintonia con lo spirito di chi era sceso in piazza.

Questa contraddizione adesso si è ripresentata di nuovo e piuttosto nitidamente in occasione della mancata partecipazione dell’Italia al vertice dei “volenterosi guerrafondai europei” a Tirana.

Se l’Italia si terrà alla larga da una coalizione di guerra che vede insieme le potenze più belliciste europee e la Nato sarà un bene e non certo un male. Anzi, andrebbe spinta a procedere in tale direzione. Lasciare che sia Meloni a coprire questo spazio è un suicidio politico, l’esatto contrario dell’averla smascherata sulla complicità con Israele e il genocidio dei palestinesi.

Non vorremmo ricorrere ancora una volta alla metafora del “nemico che marcia alla tua testa”, ma si tratta di “dettagli” di un certo rilievo in una fase storica critica come quella che stiamo attraversando e nelle mobilitazioni che stanno cercando di tenere l’Italia fuori dell’escalation di guerra.

È noto che le classi dirigenti nostrane si dibattono da anni sul voler essere “ultimi tra i primi o primi tra gli ultimi” nella complicatissima geopolitica europea, ma questa ambiguità – che una volta al governo diventa ossessione – non può essere certo il riferimento di un movimento contro i pericoli di guerra all’altezza della posta in gioco.

Anche di questo sarà utile discutere nell’assemblea nazionale convocata a Roma il prossimo 24 maggio e riaffermarlo con forza nella manifestazione nazionale contro la guerra e il riarmo convocata per sabato 21 giugno.

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05/04/2025

Migliaia di persone in piazza con il M5S contro il riarmo

Il colpo d’occhio restituisce l’immagine di una manifestazione pienamente riuscita. Almeno 70mila persone (80 mila secondo fonti vicine al M5S) hanno sfilato nel corteo promosso dal M5S da Piazza Vittorio a via dei Fori Imperiali riempiendola da Piazza Madonna di Loreto, dove era stato allestito il palco, fino a largo Corrado Ricci. Si tratta indubbiamente di una delle manifestazioni più grandi degli ultimi anni, che ha surclassato nei numeri quella eurosuprematista di Piazza del Popolo di venti giorni fa.

Gli striscioni di apertura recitano “No al riarmo”; “Basta soldi per le armi, fermiamoli”. È una manifestazione decisamente popolare, con una fortissima presenza di persone venute dal Meridione, a conferma che gran parte dell’insediamento sociale del M5S rimane nel Sud. Ma anche sul piano anagrafico e sociale è ben diversa da quella “europeista” di Serra e La Repubblica. Ci sono molti adulti ma sicuramente meno anziani e benestanti di quelli visti in Piazza del Popolo. Possiamo dire che c’era popolo, anzi “un popolo”, quello pentastellato che ha dato una prova di forza.

La riuscita della manifestazione è indubbiamente un segnale che va messo al positivo, a conferma che nel paese l’opposizione alla guerra e al riarmo ha una sua base di massa che deve trovare una espressione politica, e al momento questa viene individuata nel M5S.

In una netta predominanza di bandiere M5S, tante anche quelle arcobaleno per la pace, nel corteo hanno sfilato i vari spezzoni del movimento. Uno di questi canta Bella Ciao e grida slogan come “fuori i fascisti dallo Stato”.

Più indietro un camioncino diffonde le note di “Give peace a chance” di John Lennon. Colpisce l’articolazione di striscioni e spezzoni su gruppi territoriali di città grandi e piccole, segno che il M5S si è lasciato alle spalle i meetup per strutturarsi sul territorio in modo più stabile. Come dicevamo c’è molto Meridione ma anche lo spezzone M5S della Lombardia era bello nutrito, mentre a chiudere il corteo c’era quello del Friuli.

Sfilano anche le realtà esterne al M5S che hanno scelto di essere in piazza. Il Fronte del Dissenso con uno striscione che invoca “Pace con la Russia, viva la resistenza palestinese”. E poi lo spezzone di Rifondazione Comunista con una grande bandiera della pace e lo striscione “Fuori la guerra dalla storia”. Il PRC questa volta ha fatto uno sforzo con uno spezzone dignitoso, assai più striminzito quello dei Giovani Comunisti.

Sfila poi un bandierone della Palestina a compensare la scarsità di bandiere palestinesi nel corteo, sopperita però da molti slogan come Free Palestine in molti spezzoni anche del M5S. Pochissime – e per fortuna – le bandiere europee anche se una ha continuato a sventolare fastidiosamente davanti all’ex presidente della Camera Roberto Fico mentre interveniva dal palco.

Dal palco del M5S è intervenuto Favio Lotti, organizzatore della marcia per la Pace Perugia-Assisi ma che era presente (non sul palco) anche nella manifestazione eurosuprematista di Piazza del Popolo dello scorso 15 marzo.

Striminzito il gruppo di Avs, poche bandiere e poca gente, praticamente una delegazione più che una partecipazione convinta alla manifestazione. Così come il Pd, senza bandiere ovviamente, che ha inviato una delegazione di parlamentari guidata dal capogruppo Boccia.

“Sono contento che le forze di centrosinistra siamo tutte qui. Stiamo piantando un pilastro solido e fermo per costruire una alternativa di governo” ha dichiarato il presidente del M5S, Giuseppe Conte.

Sfila lo spezzone di una ottantina di persone dell’area di Multipopolare/Ottolina Tv che ha investito molto su questa manifestazione. “Tutti a casa” è il refrain, ma si sente più chiaro e forte il sempreverde – e sempre attuale – “Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia”. E poi ancora gruppi territoriali del M5S. Colpisce un cartello “Alziamo la testa in Calabria”.

Più indietro ancora c’è lo striscione bilingue “Il popolo russo non è mio nemico”.

Dopo è tutto un continuum di gruppi territoriali del M5S fino a quello friulano che chiudeva il lungo corteo.

Sul piano politico una domanda ci ha ronzato nella testa mentre ci sfilava davanti un grande corteo: ma questa forza non era il caso di gettarla nello scontro politico anche quando il governo ha abolito il reddito di cittadinanza? Era una misura-simbolo del M5S ed era una misura sociale universale contro la povertà dilagante. La prova di forza dimostrata oggi forse ha mancato ad un appuntamento significativo sul piano sociale, quello che in un certo senso veniva indicato come prioritario – insieme al no al riarmo – dalla assemblea operaia dell’Usb nella vicinissima Piazza SS Apostoli (su questo vedi l’articolo in altra parte del giornale).

In secondo luogo la presenza della delegazione del PD alla manifestazione e l’apertura di Conte sulla futura coalizione di governo dichiarata ai giornalisti alla partenza del corteo, ripresentano per il futuro lo stesso incubo della gabbia del bipolarismo degli anni di Prodi e dei governi di centro-sinistra, una gabbia che ha stritolato e annichilito ogni alternativa in nome delle compatibilità, risucchiandone e disgregandone le forze politiche che intendevano rappresentarla. I danni e i costi li stiamo ancora pagando tutti.

La fretta e la superficialità con cui varie forze della sinistra di classe e alternativa si sono gettate nella manifestazione del M5S di oggi, non è un buon segnale sul futuro ma un indicatore di subalternità. Certo la lotta contro la guerra è una priorità e le convergenze per ingaggiarla con successo sono necessarie. Ma è necessario anche darsi delle coordinate ben definite per gestire i vari passaggi e le interlocuzioni delle mobilitazioni. Le manifestazioni, anche quelle riuscite, passano, ma senza prospettiva e indipendenza politica poi non si va da nessuna parte. C’è del tempo per ridefinire le coordinate e aprire la discussione, ma occorre cominciare a farlo. Un primo appuntamento è per domenica 13 aprile a Roma.

Fonte e foto

13/03/2025

La politica fibrilla sulla guerra, è un bene

La guerra è come una spada tagliente, divide nettamente le posizioni in campo azzerando tutti i bizantinismi che troppo spesso eleggono l’ambiguità a vera cifra della politica. E su questa materia l’ambiguità diventa complicità, oggettiva e soggettiva, in una spirale che porta alla catastrofe.

In Europa la questione è particolarmente drammatica. Il continente è stato il teatro principale di due guerre mondiali. Questa amara esperienza storica ha reso possibile per alcuni decenni l’apparenza di una ritrovata “saggezza” diventata patrimonio comune di intere classi dirigenti.

Ma l’Europa del XXI° Secolo – diventata Unione Europea con un processo gerarchico e dominato dagli spiriti animali dell’ordoliberismo di stampo tedesco – ha esaurito da almeno una trentina d’anni tale patrimonio, costruendo e selezionando classi dirigenti arroganti, avventuriste, disabituate alla lungimiranza e dalla visione spaventosamente corta.

I furori bellicisti incarnati da Von der Leyen, ai quali si allineano volentieri molti leader e forze politiche europee, sembrano voler riprodurre molti dei fattori – e dei linguaggi – degli anni Trenta dello scorso secolo, quelli che hanno incubato i mostri e le tragedie successive.

Non solo. Il piano da 800 miliardi per il riarmo europeo e il relativo posizionamento a favore o contro, richiama molto da vicino il sostegno ai “crediti di guerra” del 1914 che spaccò e mise in ginocchio l'allora crescente movimento operaio in Europa. La minoranza che si oppose ai crediti di guerra con la Conferenza di Zimmerwald aveva visto lungo, tutti gli altri trascinarono i propri paesi e i propri popoli nella carneficina delle trincee.

Immemore di tutto questo, oggi la politica in Europa e in Italia si divide per linee trasversali a favore o contro il processo bellicista che si va imponendo quasi senza resistenza nei nostri paesi.

Se la tagliente spada del “sì” o del “no” alla guerra divide il campo, è tempo di affrontare di petto il come collocarsi e agire dentro il campo che si oppone alle forze guerrafondaie.

Al Parlamento europeo abbiamo assistito ad un voto trasversale a favore del piano Von der Leyen e alla dichiarazione di sostegno militare all’Ucraina.

Contro hanno votato le forze della sinistra alternativa ma anche parte della destra, mentre l’ambiguità ha nuovamente divorato dall’interno il PD, spaccatosi tra favorevoli e “astenuti”; una posizione, quest’ultima, che ha diviso a sua volta il gruppo parlamentare europeo dei “socialisti e democratici”.

Il PD ha invece votato più compatto a favore della risoluzione sull’Ucraina, la cui logica non era molto diversa ma, non parlando di soldi, deve essere sembrata più “potabile”.

AVS ha visto il voto contrario della sola Ilaria Salis e dei Verdi alla risoluzione sul piano di riarmo della Von der Leyen, diventato però solo astensione alla risoluzione sull’Ucraina.

Se non altro più nitida, invece, la posizione del M5S – e a destra della Lega – che hanno votato contro entrambe le risoluzioni.

Dunque i campi di chi è favore o contro le misure che spingono alla guerra in Europa si sono divisi trasversalmente e questo ci pone alcuni problemi che vanno presi rapidamente in considerazione.

Il primo è che sulla guerra tutti coloro che vi si oppongono – spesso con motivazioni totalmente diverse – diventano in qualche modo, “oggettivamente”, compagni di strada. Diciamo che in presenza della “contraddizione principale” (la guerra), le altre diventano contraddizioni secondarie. Ma non per questo possono o devono essere annullate o sottovalutate.

Il secondo è che dentro un campo siffatto l’autonomia e il peso delle proprie posizioni vanno rafforzati, non indeboliti. Non è mai un paradosso affermare che “per unirsi occorre definirsi”.

In un campo contro la guerra che tiene dentro forze di sinistra, M5S, cattolici ma anche forze di destra, sarebbe un errore rinunciare alle proprie posizioni in nome dell’unità di scopo. Anche dentro un obiettivo comune e prioritario – sottrarre il proprio paese alla spirale dell’economia di guerra e della guerra – le posizioni antimperialiste devono avere la loro visibilità e conquistarsi la loro credibilità.

Il terzo problema è che vediamo troppa “compagneria”, più o meno organizzata, rinunciare al proprio ruolo autonomo e affidarsi alla maggiore forza progressista oggi attiva nel campo contro la guerra: il M5S.

C’è molta differenza tra il riconoscere questo ruolo al M5S e il rendersi subalterni alla sua chiave di lettura e capacità di iniziativa solo “perché è più grosso”. Su questo terreno occorre saper coniugare autonomia politica, capacità di azione e convergenze quando necessarie, ma le seconde senza le prima portano alla subalternità e quindi alla scomparsa di una visione alternativa o antagonista.

Infine, il problema non è quello della riuscita di una manifestazione – e siamo sicuri che quella in piazza Barberini alternativa a quella dell’Effetto Serra riuscirà.

Il problema è avere in mente e cominciare a ragionare su un percorso di mobilitazione contro la guerra che abbia presente sia l’autonomia politica che l’unità d’azione. Questo riguarda una capacità di interlocuzione sociale oltre che politica.

Il complesso militare-industriale e l’economia di guerra hanno una loro base materiale di consenso e un apparato ideologico a proprio sostegno. Quale è invece la nostra? E se ancora non esiste o non riesce a rappresentarsi, come ci apprestiamo a dargli riconoscibilità di interessi e rappresentanza?

Una visione corta e subalterna relegherebbe le forze di classe in una posizione del tutto marginale, anche davanti ad una necessità/opportunità come quella che la storia ci va presentando.

Fonte

15/06/2024

Ilaria Salis è libera. “L’antifascismo è anche una comunità resistente e solidale”

La polizia ungherese ha posto fine alla detenzione e Ilaria Salis ha lasciato gli arresti domiciliari a Budapest dopo che le è stato tolto il braccialetto elettronico.

La richiesta di scarcerazione era stata depositata dal suo avvocato ungherese Gyorgy Magyar subito dopo la sua elezione come eurodeputata con Alleanza Verdi Sinistra ed è stata scarcerata dalla detenzione domiciliare.

Quanto prima dovrebbe rientrare in Italia, da libera e nonostante il gran rodimento di culo della destra e dei fascisti italiani e ungheresi. In particolare la stampa di destra sta conducendo una campagna contro Ilaria Salis arrivando ad annunciare già adesso la richiesta di revoca dell’immunità parlamentare e il pignoramento dello stipendio da europarlamentare.

“In un quadro tendente al nero in mezzo continente – in Francia, Germania, Austria, ma anche Italia (solo che da noi c’eravamo arrivati prima) – queste elezioni europee ci restituiscono anche il motivo di un sorriso: l’elezione di Ilaria Salis!” – commenta il portavoce nazionale di Potere al Popolo Giuliano Granato – “Perché, come ha scritto Alessandro Robecchi, “un’antifascista che esce di galera è sempre una buona notizia”. Orgoglioso che la comunità di Potere al Popolo abbia contribuito al risultato!”.

Qui sotto il post con cui Ilaria Salis ringrazia chi si è mobilitato per la sua liberazione

*****

“Non riesco ancora a crederci né a descrivere la mia emozione. Non potrò mai ringraziare abbastanza tutte le persone che mi hanno sostenuto con il loro voto.

Il mio primo pensiero va a tutte le persone detenute in Italia e all’estero e ai loro diritti. A chiunque combatte per la libertà e l’uguaglianza e si trova a subire ingiustizie.

L’antifascismo, oltre che un valore umano e una prospettiva politica, è anche una comunità resistente e solidale.

Abbiamo dimostrato che la solidarietà non è uno slogan vuoto, ma qualcosa di concreto e tangibile. Una potenza che, se ci crediamo e se vogliamo, può davvero migliorare il mondo.

Mentre le destre radicali avanzano in tutta Europa è necessario battersi per cambiare radicalmente lo stato di cose presenti. Io sono pronta per fare la mia parte.

Questa forza collettiva e coraggiosa che si è manifestata nei miei confronti, dobbiamo essere capaci di rafforzarla e diffonderla ovunque, in Italia, in Europa e nel mondo intero!”

Fonte

10/06/2024

Elezioni europee. I primi dati danno in crescita la Meloni, il PD e Verdi e Sinistra

Con l’astensionismo più alto di sempre (questa volta ha votato meno del 50% degli elettori, il 49,6), le proiezioni sui dati reali restituiscono alla premier Meloni e al suo partito un dato superiore al 28 per cento, un po’ in più di quanto raccolto alle scorse elezioni politiche in termini percentuali ma non certo numerici, infatti i consensi sono scesi dai 7,3 milioni del 2022 a 6,7 di oggi, sono circa 600 mila voti in meno.

Si segnala la “steccata” per la Lega di Matteo Salvini che, nonostante le aspettative sulla candidatura del generale Roberto Vannacci, non riesce a diminuire la distanza con Fratelli d’Italia e perde la gara con Forza Italia raggiungendo solo l’8,5%.

Sull’altro versante la segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha parlato di “un risultato straordinario: siamo il partito che cresce di più dalle politiche”. Il Pd raggiungendo il 24% – e guadagnando circa 250mila voti – ha indubbiamente ridotto la distanza da Fratelli d’Italia e da Giorgia Meloni ed ha “cannibalizzato” un bel po’ il M5S che scende al 10%.

Una operazione, questa, non riuscita con l’Alleanza Verdi Sinistra che ha visto un inaspettato boom di crescita dei propri voti arrivando ben oltre il quorum al 6,6%. “Per noi – ha commentato Nicola Fratoianni annunciando anche il successo di Ilaria Salis, che a questo punto andrà come europarlamentare a Strasburgo – è un risultato straordinario. Siamo stati la sorpresa, con un risultato superiore anche alle nostre attese”. Nel collegio Nord-Ovest Ilaria Salis ha ottenuto 122mila preferenze (64mila solo in Lombardia), in quello delle Isole 54mila, per un totale di 176mila preferenze.

Commenti soddisfatti dentro Potere al Popolo che aveva scelto di sostenere la candidatura di Ilaria Salis suscitando non poche discussioni, per la verità più all’esterno che all’interno.

Non supera il quorum la lista Pace Terra Dignità guidata da Michele Santoro, una proposta che ha marciato in salita sin dall’inizio, anche a causa dell’autocentrismo del suo leader, che però gli aveva assicurato una visibilità mediatica non registrata in altre occasioni.

Giustamente puniti dagli elettori e dal destino le opzioni di Calenda e Renzi/Bonino – Azione e Stati Uniti d’Europa. Quando sono state scrutinate due terzi delle sezioni, per entrambi i partiti la soglia del 4 per cento è apparso un miraggio. Forse per questo, a tarda notte non era ancora pervenuto alcun commento dei leader a totale geometria politica variabile. Una punizione sacrosanta.

Colpisce il fatto che nessuno abbia trovato il coraggio di commentare l’enorme astensionismo.

Nelle prossime ore ci saranno valutazioni più approfondite.

I dati sull’astensionismo nei vari paesi europei.


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