Nei vari tentativi che vengono effettuati per la quantificazione delle attività illegali nel Pil, emergono visioni contrastanti: alcuni arrivano al punto di chiedersi se è lecito inserire le attività illegali nel calcolo del Pil, (1) altri asseriscono che le mafie sono delle aziende a tutti gli effetti, altri ancora sentenziano che il denaro “sporco” ha invaso l’Italia e il mondo, eccetera.
Su questi approcci diversi, s’innesta un denominatore comune che si fonda sulla percezione diffusa che la criminalità organizzata controlli una fetta cospicua del reddito nazionale, estraendo dalle attività illegali, annesse e connesse, profitti esorbitanti.
Tutto ciò significa che le bande criminali organizzate mettono in circolo un flusso enorme di denaro che non viene contabilizzato ai fini fiscali, esercitando, nello stesso tempo, una pressione sulla linea di confine tra le attività “lecite” e “illecite”.
E sembra proprio che questa linea di demarcazione, oltre a diventare più labile, propenda a favore delle attività illegali, infatti gli effetti domino, che la crisi pandemica sta generando sulle relazioni produttive, ci restituiscono un quadro allarmante e le principali fonti d’informazione continuano a ripetere come un mantra lo stesso concetto: somme consistenti di denaro riciclato, abilmente manovrato dalle cosche malavitose, sono dirette all’acquisizione di aziende fallite o in procinto di fallire.
Tuttavia, basta confrontare due o tre dati, per capire che i ricavi imputati alle organizzazioni mafiose sono molto divergenti tra di loro. Se Francesco Mercadante, giornalista del Sole 24 Ore, imputa alle organizzazioni mafiose ricavi che si aggirano intorno a 150 miliardi di euro, il prospetto elaborato dall’Istat (2), nello studio dell’economia non osservata, approda, dopo una serie di passaggi analitici, a un risultato differente.
Intanto, in questo studio, si fa una distinzione tra attività sommerse e attività illegali, precisando che il valore complessivo della non observed economy equivale a circa 210 miliardi di euro, pari al 12,6 % del Pil, ma attribuisce al crimine organizzato corrispettivi per 19 miliardi di euro, la cui incidenza sul valore aggiunto del Pil è uguale all’1,1%.
Nel balletto degli indicatori sintetici che mirano ad estrapolare il peso e l’influenza delle attività illegali sulla vita della maggior parte dei cittadini italiani, merita attenzione – come scrive Mercadante – (3) uno studio dell’Università di Reggio Calabria del 2013. In esso si arriva alla conclusione che l’economia mafiosa erode il 15 % del nostro reddito pro capite.
Ma cosa significa tale affermazione?
In realtà, la fonte citata qui sopra è vaga e suppongo che essa si basi sulla relazione dalla Commissione parlamentare contro le mafie ed è supportata da dati di Banca d’Italia del 2010, in cui si evidenziano i costi economici della criminalità organizzata nelle regioni dell’Italia meridionale. In essa, tra le altre implicazioni rilevate, si asserisce che la pressione delle organizzazioni mafiose frena lo sviluppo di vaste aree del paese e comprime le prospettive di crescita.
Pertanto, se seguiamo la logica deduttiva di questo ragionamento, possiamo constatare che la contrazione del reddito pro capite del 15 % è un valore presunto, per esprimere, in un linguaggio meno intriso della retorica aziendalistica, il danno, gli ostacoli e gli impedimenti che le organizzazioni criminali procurano al “regolare” svolgimento delle attività mercantili.
Qui lo snodo diventa delicato e il rischio di essere fraintesi s’innalza, se non riusciamo a trovare la capacità di meta-comunicare. Senonché, vale la pena chiedersi: come mai le organizzazioni criminali gestiscono il traffico di quei beni e servizi che – come scrive Tonino Perna – hanno un valore d’uso negativo?
La prima risposta che affiora è collegata alla mentalità di chi intraprende questa strada, anche se, spesso, involontariamente: ottenere guadagni (profitti) elevati da attività ad alto rischio, investendo risorse esigue e disprezzando le attività lavorative, che richiedono sforzi fisici e intellettivi.
In questo modus operandi riecheggiano i vagiti, le urla e tutta la violenza del processo di accumulazione originaria del capitale, ampiamente sviluppato da Marx e sul quale non ci soffermeremo. Tranne per dire, in questo contesto, per fare un esempio, che i papponi, i magnaccia, i mantenuti/e ovvero tutti coloro che lucrano sullo sfruttamento e riduzione in schiavitù delle donne, in quanto costrette a vendere il proprio corpo per sopravvivere, non sono capaci di apprendere niente nella loro vita, se non l’arte di parassitare, fingendo di essere degli imprenditori.
Ma nel cercare di rispondere all’ultima domanda che ci siamo posti, è necessario approfondire il livello della nostra analisi.
Esiste un mercato parallelo, che va dal grigio al nero, in cui scalpitano le ciurme criminali allo scopo di espandere il proprio raggio di azione e il proprio giro di affari, ma soprattutto si preoccupano di reinvestire (riciclare) i fiumi di denaro provenienti dagli extraprofitti.
Se lo scarto tra il prezzo di acquisto e di vendita della cocaina, tra un paese produttore come la Columbia e un paese consumatore come l’Italia, è di venti volte, quale altro settore produttivo legale – si chiede Perna – può conseguire un tale margine di profitto? Forse, quello della produzione di farmaci.
Anche qui il prezzo non è basato sui costi di produzione, ma su altre dinamiche come il monopolio dell’informazione, in questo caso il brevetto posseduto dalle case farmaceutiche. Tolta di mezzo quest’analogia, rimane il fatto che negli ultimi tre decenni, gli extraprofitti, ossia il motore dello sviluppo capitalistico, sono generati, per lo più, dai traffici illegali, mentre la cosiddetta produzione ordinaria di beni e servizi è, nella maggior parte dei casi, alle prese con la sovrapproduzione e la corrispondente saturazione dei mercati.
Qualsiasi tentativo di espandere ulteriormente il mercato, si scontra inevitabilmente con la costruzione artificiali di bolle speculative, di valori drogati che designano il ritorno mitico, da parte delle organizzazioni mafiose, alle forme violente dell’accumulazione originaria.
Si assiste, in qualche modo, ad un ritorno al passato, alla coazione a ripetere, si finisce nel cul-de-sac dei romanzi criminali, e sullo sfondo si intravede la “metamorfosi” delle vecchie organizzazioni criminali in «borghesia mafiosa», una «nuova classe sociale che disprezza la cultura e gli intellettuali», (4) in netta contrapposizione all’edificante, seppur bramosa, borghesia industriale.
La satira di Cetto La Qualunque esprime a pennello le attitudini dei nuovi rapaci e ne evidenzia gli intrecci con la politica e con la finanza. Con i suoi gesti eloquenti, ci fa riflettere su un aspetto essenziale del fenomeno che stiamo cercando di descrivere. Infatti, sembra che la mafia non rappresenti più un cancro da estirpare, un difetto della società civile, al contrario, essa si presenta come parte attiva, ossia come una sua componete economica e antropologica di rilievo, che traina il resto della società.
La forza produttiva del crimine
La parola mafia, di etimo incerto, affonda le sue radici nel dialetto siciliano, per esprimere tracotanza, spavalderia, baldanza, omertà e segretezza degli affiliati a una congrega i cui membri utilizzano l’intimidazione, la sopraffazione, la costrizione e la violenza per raggiungere i propri obiettivi, e si è diffusa in tutto il pianeta.
Lo stesso concetto, che la parola racchiude, rappresenta, per certi versi, un triste primato della terra dei siculi, come se i clan dell’isola avessero esportato un modello organizzativo, facilmente trapiantabile in paesi come la Cina e la Russia, la Nigeria e la Columbia; una gigantesca piovra, che con i suoi tentacoli, si è aggrappata su tutta la penisola italiana e si è consacrata in espressioni come “mafia capitale” o “eco-mafia”.
È forse possibile dimenticare personaggi mitici come Al Capone o Il Padrino, immortalati da Hollywood?
Certo che no!
E nelle vostre letture quotidiane, vi capita di trovare analisti finanziari che cercano di quantificare i ritorni economici dei produttori cinematografici e televisivi collegati con la narrazione delle storie delle gang criminali?
Temo di no! O formerebbero uno sparuto gruppo.
È su queste “connections” che Andrea Camilleri, nel 2007, riprende Elogio del crimine, di Karl Marx, un piccolo testo, dal valore inestimabile, scritto fra il 1860 e il 1862, e aggiunto dai curatori alla Teoria del plusvalore, nel quarto volume de Il Capitale. (5)
Nella prefazione al libretto, dal titolo Il Rinascimento e l’orologio a cucù, Camilleri rielabora la lucida critica alla concezione “apologetica della produttività” di Marx e ne rende evidenti, io direi, le implicazioni e diramazioni con il Pil, senza tralasciare un pizzico di sana autocritica a proposito della diffusione ed espansione del suo lavoro creativo.
Camilleri sapeva bene quello che diceva, poiché la sua ascesa come scrittore è decollata con la creazione del famoso personaggio televisivo Il Commissario Montalbano; conosceva bene l’arte drammatica e amava prendersi in giro, quando affermava di andare a trovare Sciascia e Pirandello, per “ricaricare le pile”. Ma soprattutto era consapevole di essere diventato l’ispiratore di un fenomeno letterario e televisivo mondiale, l’ideatore di un personaggio onirico, con un successo strepitoso, che viaggiava, spesso e volentieri, per conto suo, tormentando e ricattando il suo autore.
Camilleri, giustamente, ci rammenta che lo stesso Marx attinge alla logica paradossale di Bernard de Mandeville, il quale, nel 1714, scrive un saggio intitolato: La Favola delle api, ossia vizi privati, pubblici vantaggi.
In quest’opera, Mandeville sostiene la tesi che ciò che noi chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni.
Ed è proprio su questa base che Marx, con toni satireggianti, mette a nudo il legame tra il crimine e una consistente componente delle forze produttive complessive dell’economia borghese.
Il delinquente, scrive Marx, rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese, egli preserva così questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe.
E mentre un filosofo, continua Marx, produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali, eccetera, un delinquente produce delitti, ma con essi anche il diritto e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale.
Ora, non c’è bisogno di soffermarsi a lungo su tutti gli apparati produttivi direttamente collegati con le attività criminali e già noti ai tempi di Marx, così come credo che non ci sia bisogno di passare al vaglio l’elenco delle professioni che traggono linfa dall’esistenza delle azioni dei delinquenti.
Ma ritengo che si possa convenire con Camilleri, quando afferma che il travolgente progresso scientifico della seconda metà del Novecento ha infinitamente allargato le possibilità e le varietà, persino le qualità, del crimine e quindi ha esponenzialmente elevato il numero di coloro che attorno al crimine ruotano, sia come complici sia come avversari.
Basti solo pensare che negli immensi quartieri periferici di una metropoli come Roma, sono stati utilizzati milioni di tonnellate di ferro e acciaio, per costruire grate fino al secondo piano di ogni abitazione, allo scopo di difendersi dai ladri.
Tuttavia, quest’ultimo genere di espediente non ha niente a che vedere con i sofisticati sistemi di sicurezza di cui fanno uso, per esempio, i proprietari delle ville costruite a Waterford Crest, non lontano da Los Angeles, e descritti da Robert Lopez in La città-fortezza, un nuovo apartheid sociale.
Ciò che hanno in comune, però, è la difesa della proprietà privata.
Man mano che scendiamo nei dettagli dei legami produttivi, l’elenco delle attività, messe in moto dai delitti dei delinquenti, si allarga a dismisura e coinvolge una miriade di addetti pubblici e privati.
Se non ci fossero stati i ladri, sarebbe mai stato possibile costruire le industriose casseforti, per custodire gli oggetti preziosi? Senza Diabolik, non ci sarebbe Ginko, né Eva e nemmeno gli artefici degli inespugnabili caveaux, che corazzano diamanti ineguagliabili.
Chi avrebbe progettato le porte blindate, se non ci fossero stati gli scassinatori di appartamenti? Per non parlare degli allarmi delle automobili, dei sistemi di videosorveglianza delle banche e dei negozi, dei sistemi SET, per evitare le clonazioni delle carte di credito, delle società para-criminali che assoldano e sfruttano schiere di vigilantes, e così via. Ha ragione Camilleri: se proseguiamo su questa strada, porteremmo acqua al mulino di Marx.
E ne portiamo ancor di più, quando pensiamo all’odierno diluvio di romanzi polizieschi, noir, gialli, horror, giudiziari, spionistici, all’immensa quantità di serie televisive che vengono prodotte sulle scenografie che traggono ispirazione dai suddetti libri, al marketing indiretto che generano le star cinematografiche, quando interpretano personaggi di spicco della malavita, incrementando il numero degli spettatori attratti dall’industria d’intrattenimento, senza dimenticare il giornalista di grido, che cerca lo scoop e si reca nei quartieri degradati di una grande città, per intervistare un capoclan, invece che le flotte di disoccupati.
Alla luce delle connessioni che esistono tra i crimini che commettono le organizzazioni malavitose e coloro che scrivono le leggi speciali e il Codice penale, dei variegati intrecci paradossali che fungono da stimolo e da pungolo, per lo sviluppo di una parte delle forze produttive, l’autore del Sole 24 Ore, qui sopra citato, e gli esperti dell’Istat sarebbero disposti a rivedere le loro congetture sulla misurazione del Pil?
Proprio perché è facile cadere nella trappola delle illusioni, potremmo, almeno, immaginare che gli giunga all’orecchio la pulce. Del resto, partendo dall’affermazione che le economie mafiose erodono il nostro reddito pro capite e percorrendo un sentiero poco battuto, sono pervenuto a un risultato opposto.
Che paradosso!
Note
1) A partire da settembre 2014, gli stati membri dell’Unione europea hanno adottato il nuovo sistema europeo dei conti nazionali e regionali. Il sistema, in osservanza del principio di esaustività dei conti nazionali, che impone di ricomprendere nelle stime nazionali tutte le attività produttive di reddito indipendentemente dal loro status giuridico e in risposta a una superiore esigenza di omogeneità nei conti dei diversi stati dell’Unione, ha previsto l’ingresso nel Pil nazionale dell’attività illegale. E. Montani, Le mafie nel Pil, Lavoce.info
(2) Fonte: Report Istat 11 ottobre 2017.
(3) F. Mercadante, È ora di trattare la mafia come un’impresa a tutti gli effetti. Ecco perché, Il Sole 24 Ore, 22/06/2019.
(4) T. Perna, Destra e sinistra nell’Europa del XXI secolo, Terre di mezzo, 2001, p. 105.
(5) K. Marx, Elogio del crimine, a cura di A. Camilleri, Nottetempo, 2007 (Karl Marx, Abschweifung (ueber produktive Arbeit) [Digressioni (sul lavoro produttivo)], in Werke – Band 43, Verlag, Berlin, 1990, p. 302-305.Traduzione di Ailke Richter)
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/08/2020
12/08/2019
Il comunismo eterodosso di Andrea Camilleri
[Articolo pubblicato su La Città Futura il 21 luglio 2019. Disponibile in pdf su Academia]
Andrea Camilleri non è stato un semplice scrittore ma è diventato un fenomeno di massa, si potrebbe dire “di costume”, eppure lo stesso autore siciliano ha lamentato blandamente una carenza di attenzione da parte della sinistra marxista. Prendiamo ad esempio questo estratto di intervista:
«- Come spiega l’atteggiamento dei critici marxisti? La posizione del professor Alberto Asor Rosa, ad esempio?
- Questa è una cosa che mi domando sempre. Il nome giusto della persona giusta. Ma non mi ha mai letto, perché, entrando in contraddizione con se stesso, pensa che il successo di pubblico sia un segno di scarsa qualità letteraria.
- Per un marxista, questa non è una contraddizione? Pensare che il popolo sia...
- Certo che è una contraddizione, è quello che sto dicendo. Ma non è che ce ne facciamo un cruccio».
Neanche io ho mai letto un solo libro di Camilleri, né ho mai visto una puntata del commissario Montalbano. Mi prometto di rimediare in futuro; nel frattempo ho cercato di ricostruire a grandissime linee il suo pensiero politico. Mi sembra infatti che ciò sia necessario a fronte dell'influenza avuta dalla sua figura intellettuale. Occorre quindi un esame critico in grado di riconoscerne gli elementi di progressività e i limiti politici. L'analisi non verterà sui contenuti letterari, né sullo stile, sui quali non ho competenze adeguate. Questo costituirà evidentemente un limite al presente articolo, che potrà essere colmato da altri specialisti.
Dopo una minima ricerca mi sembra di poter formulare la tesi che sia scomparsa una figura che ha genuinamente dato molto alla causa della libertà e dell'uguaglianza, ma di cui si debbano criticare alcune posizioni politiche inquadrabili più strettamente nel campo del socialismo utopistico piuttosto che nel comunismo leninista.
DAL FASCISMO AL COMUNISMO
Il padre di Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 6 settembre 1925 – Roma, 17 luglio 2019), Giuseppe Camilleri, fu tra i partecipanti alla marcia su Roma nel 1922. Il figlio non poteva che crescere da giovane fascista, eppure gli eventi della Seconda guerra mondiale lo portano presto ad un attivo antifascismo: diventa comunista fin dal 1942, tanto che quando gli Alleati sbarcano in Sicilia, lo scrittore chiede subito i permessi per poter aprire una sede del PCI.
Camilleri si è giustificato forse fin troppo per l'appartenenza giovanile fascista, “normale” data l'età e il determinismo socio-politico. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha confessato che avrebbe voluto dire un “no” più convinto al Fascismo,
«ma a essere onesti ci sarebbe voluto un coraggio inumano. Ho detto no, ma tardi, dopo averci creduto come tutti. A guardarmi indietro ora ai miei occhi appaio come uno che ci è cascato e questo mi fa tanta rabbia».
In altra sede ha rafforzato il concetto:
«Mi hanno domandato come abbia fatto a essere comunista appena diciassettenne e ancora col fascismo al potere. La domanda era però incompleta, perchè prima ancora di chiedermi come avevo fatto a essere, avrebbero dovuto domandarmi come avevo fatto a non essere».
Che dire di quest'altra affermazione?
«Non mi vergogno di essere stato fascista. Sono orgoglioso di essere stato e di essere un uomo di sinistra».
È evidente che non c'è nulla di cui vergognarsi ad essere stati fascisti in un periodo e in un'età che impediva il confronto e la stessa conoscenza di altre teorie politiche. L'acquisizione di una coscienza progressista è però fatto non scontato, di cui si può essere fieri.
Negli anni successivi (dal 1947) pubblica racconti di terza pagina sui quotidiani L’Ora di Palermo e L’Italia socialista di Roma. Ancora in tempi recenti ha manifestato il suo debito di riconoscenza al metodo di analisi del materialismo storico formulato compiutamente da Marx ed Engels:
«La lettura dei processi storici, priva di un supporto interpretativo, è inconsistente. La storia senza una chiave di lettura sarebbe una successione incomprensibile dei fatti. Ritengo che l'importanza della lettura marxista della storia sia essenziale per spiegare la struttura e la dinamica delle classi sociali».
LA RAI: “LEI È TROPPO COMUNISTA”
Nel 1954 partecipa con successo ad un concorso per funzionari Rai ma non viene assunto a causa delle sue idee politiche, a dimostrazione del livello di “liberalismo” presente nell'Italia anticomunista della Prima Repubblica, prona a Washington e a Confindustria. Nello specifico della vicenda, l’amministratore delegato dell’azienda, Filiberto Guala, lo giudica “troppo comunista”. Il giovane siciliano riesce poi ad entrare in Rai solo tre anni dopo, quando la prima distensione internazionale nella Guerra fredda tra USA e URSS pone termine temporaneamente al regime di guerra civile latente che aveva caratterizzato la società italiana dell'immediato dopoguerra.
L'ADESIONE ALLA “VIA ITALIANA AL SOCIALISMO”
«Io ho sempre votato Partito Comunista che, bene o male, aveva il rispetto delle istituzioni».
In quegli anni il Partito Comunista Italiano fu un baluardo della democrazia liberale, perdendo presto (1956, anno di adesione alla “via italiana al socialismo”) ogni velleità di costruire una dittatura del proletariato, ma lavorando sullo sviluppo degli aspetti sociali e civili progressivi della carta costituzionale repubblicana. Siamo nell'ambito della “democrazia progressiva” di Togliatti. L'inizio di tale “revisionismo” del marxismo-leninismo è stato ben accolto da Camilleri, che ricorda di aver sostenuto il partito della democrazia e dell'avanzamento verso l'uguaglianza.
GLI ERRORI DEL PCI
Camilleri ha indicato correttamente alcune delle cause contingenti del declino del PCI (il centralismo più burocratico che democratico, il distacco dal sindacato), senza però riuscire ad inquadrare tali problemi come conseguenza dell'errore strutturale figlio della strategia togliattiana. Si è espresso così sugli errori del partito:
«per me, il principale, è stato un progressivo distacco della dirigenza dalla base, fino a creare una sorta di frattura e d’incapacità nella comunicazione. Noi, che eravamo tutt’uno con la base, abbiamo iniziato una sorta di diversificazione dalla base. Quando la base esprimeva, per esempio, il proprio candidato che era quello nel quale aveva fiducia e ci accostavamo ad eleggere, abbiamo cominciato a paracadutare candidati.
O come il distacco grandissimo, tremendo secondo me, che si è creato tra il sindacato e il partito.
Ma, scusate, cos’è il sindacato? Il sindacato sono i nostri uomini, i nostri iscritti. Che significa che c’è un distacco? Ci può essere una conduzione politica che non è una conduzione sindacale, questo è ovvio, lo vedevamo con Di Vittorio, l’abbiamo visto con Lama, figurati... Non doveva essere una cinghia di trasmissione, d’accordo, ma neanche bisognava tagliare la cinghia».
SUL GRUPPO DIRIGENTE “DEMOCRATICO”
Nel 2004 si esprimeva molto più duramente con il gruppo dirigente “democratico di sinistra”. Camilleri era ormai approdato come molti altri all'antiberlusconismo organico e ad un malcelato disprezzo per i “post-comunisti” che inciuciavano con le destre:
«Il distacco totale della dirigenza c’è. Quando il povero Nanni Moretti dice: “Guardate che con questa gente non si vince”, non è che dice una bestemmia, dice una mezza verità. Purtroppo! Perché la concezione della politica non è più berlingueriana, è una concezione di politica d’abord, come diceva il buon Pietro Nenni, ogni giorno viviamola, ogni giorno con gli accordi del giorno, non è modo di fare politica. Io non posso sentire un mio alleato che dice: “Beh, insomma, le leggi di Berlusconi non sono tutte da buttare via”. Quale? Quale, per favore? Il conflitto d’interessi lo manteniamo? La Legge Cirami la manteniamo? Il falso in bilancio lo manteniamo?»
Camilleri si accorge in questi anni (2005) del potere sempre maggiore delle televisioni nel determinare l'opinione pubblica, tanto da giungere ad un livello qualitativo inedito di potere:
«Le televisioni, che fino ad un certo momento sono state fabbriche del consenso, oggi hanno fatto un salto in avanti e sono diventate fabbriche del credere».
Emerge insomma da un lato un rimpianto per l'impostazione berlingueriana, ma lo scrittore non riesce ancora in questo periodo ad inquadrare il gruppo dirigente dell'Ulivo come un nemico, ormai schierato da tempo nel campo avverso al socialismo. A discolpa di Camilleri bisogna ricordare che simili ragionamenti erano diffusi e propagandati anche dalla maggioranza del movimento comunista, che nel 2006 fece nella quasi totalità l'errore di allearsi con il centro-sinistra in un biennio di Governo (Prodi 2006-08) all'insegna di politiche economiche liberiste e politicamente fallimentari.
IL GIUDIZIO SULLA STORIA DELL'URSS
È interessante però constatare che nonostante una critica di fondo, Camilleri abbia mantenuto un giudizio dialettico sull'Unione Sovietica. Nel 2011 un giornalista di Libero riportava le opinioni dal suo punto di vista più “sgradevoli” dello scrittore:
«Secondo lui, il moloch comunista aveva iniziato bene. “Se ne avesse avuto il tempo”, Lenin avrebbe davvero potuto portare a termine qualcosa di molto positivo. Solo dopo la situazione è un po’ sfuggita di mano al Pcus. “Più tardi ci sono state le azioni riprovevoli, ma non mi riferisco ai gulag”, spiega lo scrittore. “Voglio precisare che i gulag non furono campi di sterminio; Solgenitsin, tanto per fare un nome, con i nazisti non sarebbe sopravvissuto”. […] “Queste, chiamiamole così, azioni riprovevoli hanno offuscato ciò che ha rappresentato l’Urss”, dice lo scrittore. “Per milioni e milioni di persone il riscatto dalla povertà, la dignità del lavoro che l’Urss prometteva, sostituiva di gran lunga l’idea generica di libertà che l’America proponeva senza incidenza sulla realtà economica europea”. Senza contare poi che “si dimentica facilmente l’immane sforzo sostenuto dall’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale. A decine di milioni morirono per contrastare Hitler”. […]
“Non c’è una persona trentenne, dai trent’anni in su, che arrivi dall’ex Unione Sovietica in Italia e che fa la modella, la cantante, la cameriera che non sia ingegnere o diplomata. Ciò significa che se il comunismo fosse continuato in Urss forse oggi l’Urss si troverebbe allo stesso livello della Cina”.
E SULLA CINA
Sulla Cina e sulla rivolta di Tienanmen:
«Vero, ammette, lì non si rispettano i diritti umani. Ma i governanti europei sono molto ipocriti. “Guardiamo in faccia alla realtà: anche i regimi cosiddetti democratici utilizzano il sistema dell’annullamento dell’avversario”. Peggio, molto peggio, la “dittatura” di Silvio. A un certo punto, l’intervistatore De Filippo ha uno scatto di orgoglio e chiede al creatore di Montalbano di commentare i fatti di Tienanmen. Se qualcuno è sceso in piazza a protestare, subendo la repressione violenta del governo, qualcosa vorrà pur dire. Niente, Camilleri non cede. Dietro Tienanmen, per lui, c’è qualcosa di losco. E in ogni caso trattasi di episodio di poco conto. “Se metti cinquantamila in piazza in Cina non sono niente”. Se hanno sparato sulla folla, un motivo ci sarà: “Non credo che si spari facilmente neanche in un regime dittatoriale, è di una superficialità assoluta ritenere che lo si faccia facilmente”. Geniale conclusione: “Non so che cosa c’è dietro Tienanmen quindi perché devo parlarne?”»
Notiamo in questi passaggi molti elementi che denotano una tenuta, se non una vera e propria resistenza attiva, dello scrittore al clima di revisionismo storico ormai imperante. Nel 2005 affermava, con una certa ambiguità in un pezzo uscito su Liberazione:
«Un revisionismo storico che sia un sano revisionismo, è ammesso, è giusto, è doveroso. Tu non puoi sentire sui fatti della storia una sola voce. Ne devi sentire anche altre».
Tutto ciò ha però generato lo sdegno del giornalista reazionario di Libero, che ha riportato queste e le successive affermazioni con commenti caustici qui tagliati.
L'AMBIGUITÀ SULLA DITTATURA
Camilleri ha detto d'altronde chiaramente di essere un figlio del suo tempo. Non c'è da stupirsi quindi che abbia pienamente introiettato la visione berlingueriana del socialismo.
Alla domanda se nei “regimi rossi” ci fossero restrizioni di libertà, Camilleri risponde così:
«Quello è inevitabile perché tu... non sono cose che vengono fatte perché l’uomo è buono, allora di sua spontanea volontà... tu devi costringere l’uomo a fare alcune cose e quindi alcune libertà personali vengono limitate ma… la domanda che allora io rivolgerei è: dov’è che non vengono limitate le libertà personali nel mondo?».
Non una difesa molto capace, seppur volenterosa. Su Cuba:
«C’è chiaramente una dittatura, ma non ci sono stati desaparecidos, cioè si sa chi era e chi è ancora in galera, con nome e cognome, non ci sono scomparsi perché prelevati di notte dalla polizia o dai paramilitari. Volendo, i parenti possono visitarli. Ci sono state fucilazioni ma vanno viste le condizioni che hanno portato a questo. Sappiamo soltanto quello che ci dice la stampa statunitense e non quella non condizionata».
Camilleri è consapevole del controllo imperialista sull'informazione, comprende le ragioni della violenza rivoluzionaria e la giustifica. In altra sede però ha scritto:
«Il comunismo è una perdita di libertà, perché si manifesta come dittatura. È possibile ipotizzare un comunismo senza dittatura? Pare che non sia possibile. Io credo che lo sia».
La grande lacuna sta in quest'ultima affermazione, che non tiene conto degli sviluppi storici concreti dell'ultimo secolo. Un “comunismo” non potrà mai essere esentato dalla dittatura perché sono in primo luogo i nemici, gli imperialisti, i borghesi, a impedirti di realizzarlo democraticamente. Un governo realmente democratico, che veda la partecipazione diretta dei lavoratori e della gente realmente onesta, è ciò che chiamiamo dittatura del proletariato, partendo dalla constatazione che oggi non c'è democrazia, ma una dittatura molto ben mascherata della borghesia. La dittatura del proletariato è tuttora una necessità politica e un obiettivo ineludibile per tutti coloro che intendano garantire maggiori libertà dai principali problemi quotidiani: il diritto di far sentire la propria voce, la possibilità di una reale partecipazione, la fame, la spesa, il lavoro, le bollette, l'affitto, il mutuo, la mancanza di tempo libero, un malessere esistenziale costante che si manifesta sotto forma di stress o altri disturbi di salute.
Il socialismo non garantisce di essere felici, ma garantisce a tutti di poter dedicare più tempo a se stessi, sottraendolo alla schiavitù totalitaria del lavoro salariato. Con il socialismo i lavoratori producono per sé stessi, in quanto gli strumenti del loro lavoro, e la direzione complessiva dei lavori, passerebbero sotto un controllo pubblico. Con il socialismo si potrebbe garantire a tutti di lavorare 5-6 ore al giorno a stipendi più che dignitosi (1500-2000 euro). In Italia è presente una ricchezza tale da poter consentire una simile remunerazione diffusa. Si tratta solo di andare a prendere i soldi a chi ha speculato per anni sulla pelle di chi ha prodotto davvero la ricchezza nazionale. Questa è la necessità della dittatura del proletariato, perché un miliardario arriverà anche a metterti le bombe per le strade, pur di non perdere i suoi averi. Rimane ancora valido quanto detto da Lenin in Stato e Rivoluzione: «Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato».
IL COMUNISMO COME SECOLARIZZAZIONE DEL CRISTIANESIMO
A confermare un'applicazione molto personale di Camilleri del comunismo c'è il seguente passo, tratto da Abecedario (2010). Per lui il maggior pregio del comunismo è stato sostanzialmente l'aver favorito una diffusione di massa dei valori migliori del cristianesimo, in un'applicazione laica, concreta e secolarizzata:
«Leonardo Sciascia sosteneva che il cattolicesimo e il comunismo fossero due parrocchie uguali, era un po’ cattivo coi comunisti. Intanto, il comunismo diceva e agiva cercando di far stare meglio gli uomini sulla terra e non nell’aldilà. Quindi le due parrocchie non erano mica tanto parrocchie.
Io sono stato, e continuo a essere, un comunista. Certo il prezzo pagato è stato un prezzo alto, in vite umane, in molte cose. Certo che molte cose del comunismo, nella sua attuazione pratica, sono state sbagliate e si sono trasformate in errori tragici proprio nel conteggio di vite umane. Ma continuo a ritenere che l’aspirazione all’uguaglianza, al diritto uguale per tutti sia il dettame più cristiano che io abbia mai sentito, cristiano non cattolico. Purtroppo è un’applicazione terrena e quindi destinata a errori enormi, a sparire non saprei. Perché molti di quei princìpi sociali che erano alla base del comunismo sono entrati quasi senza avvertimento in certe visioni dello Stato sociale, della cura delle persone... Tante cose che nel primo Novecento non erano neppure ipotizzabili si sono insinuate, perché necessarie nel cammino sociale degli uomini. Non era un’utopia. È stata consumata e voltata in utopia proprio perché si è mal realizzata.
Quando noi ci troviamo di fronte alla rivoluzione comunista in Cina, e dalla fame assoluta riesce a dare una scodella di riso a tutti, che cos’è questo se non un passo avanti nel vivere insieme di tutti gli uomini? [...]
Quando, in un futuro non troppo lontano, avverranno spaventose crisi economiche, perché ora siamo solo agli inizi di piccole crisi che colpiscono la finanza. In un futuro non così lontano, comincerà a mancare l’acqua. Stiamo vivendo in questi giorni un sommovimento mostruoso delle stagioni, blocchi immani si staccano, diventano iceberg perché la calotta polare non tiene più. Ci troveremo, credo, in un futuro non tanto lontano a combattere per un bicchiere d’acqua e allora forse ritroveremo una solidarietà che il benessere e il capitalismo ci hanno fatto dimenticare. Abbiamo rimosso non solo i princìpi del comunismo, ma anche quelli del cristianesimo e persino del vivere sociale».
Con una stoccata finale all'ipocrisia di molti cattolici:
«Può un vero cristiano amare il capitalismo? Perché se è vero che da un lato è stato possibile quantificare le vittime del comunismo, le vittime del capitalismo, invece non vengono quantificate da nessuno».
UN ATEO NON MILITANTE
Il passo è ancor più sorprendente se considerato che Camilleri da ragazzo era stato espulso da un collegio vescovile per aver lanciato uova contro un crocifisso. La scelta di essere sepolto in un cimitero acattolico è significativa, ciononostante Camilleri ha speso parole di grande elogio per papa Giovanni Paolo II, pur definito un degno e fiero avversario. Evidente infatti che Wojtila, non è stato solo «il Papa veramente di tutti», o il Papa «che più concretamente si è dato da fare per il mondo, per gli uomini», come è stato affermato, ma quello che più di tutti svolse un ruolo politicamente attivo nel contribuire alla crisi del blocco socialista orientale. Troppa bontà nel giudizio di Camilleri, d'altronde in tempi recenti lo scrittore ha chiarito di non voler fare guerra alla religione, restando aperto al dialogo:
«Si confonde l’ateismo militante con il non credere personale, come il caso mio. Io non sono un ateo militante, solo che io non mi faccio convincere».
Un attimo dopo però si definisce un «non credente possibilista», articolando la propria posizione e la considerazione della forza che può offrire la fede:
«qualsiasi atto che sia assoluto è sempre un atto di una presunzione mostruosa e, siccome ritengo di non avere una tale presunzione, dico: ma vabbè, per me le cose stanno così, poi... si vedrà. Per altro, non ho alcuna ironia verso chi crede, semmai posso avere un pizzico d’invidia. Veramente. E poi ho un enorme rispetto per le fedi, contrariamente ad altri. Quando vedo nei paesi arabi quale forza, non parlo dei kamikaze, sia la fede per affrontare la spaventosa povertà quotidiana... Certo è un oppio, ma nello stesso tempo è una forza, non so come dire, sembra una cosa contraddittoria...»
Riecheggiano i temi di Bloch, ma anche un certo agnosticismo metafisico che certo non avrebbe trovato l'approvazione di Engels, mostrando l'influenza avuta su di lui dal “post-moderno”. Nel 2005 ha affermato, mostrando somiglianze con il “comunismo debole” di Vattimo:
«Non tendo ad una verità assoluta, dogmatica. Credo a verità relative. Ma quando anche la verità relativa viene stravolta ti domandi a cosa devi credere».
GLI ULTIMI ANNI
Questa immersione nella metafisica del dubbio, tipica della filosofia dominante dell'ultimo quarto di secolo, ha avuto i suoi riflussi anche a livello politico. La passione politica dello scrittore è rimasta viva anche negli ultimi anni, adeguandosi al livello medio di un'opposizione votata sempre più alla difesa della Costituzione. Nel 2008 Camilleri partecipa alla manifestazione No Cav Day in piazza Navona, contro i provvedimenti del governo Berlusconi in materia di giustizia. L’anno seguente entra in politica prospettando il “Partito dei Senza Partito” con Antonio Di Pietro e Paolo Flores d’Arcais per partecipare alle Elezioni Europee, ma successivamente viene annunciato un mancato accordo.
Nel 2011 a Roma ha sostenuto l'occupazione del teatro Valle fatta da parte degli artisti, parlando della “resistenza spontanea” come ultima forma di resistenza possibile. Nel 2013, dopo le Elezioni politiche, partecipa alla raccolta firme con l’appoggio di MicroMega che chiedeva di non fare entrare al Senato Silvio Berlusconi per la questione del conflitto d’interessi. Sempre nel 2013, infine, durante la presentazione in tv del suo libro Come la penso, si esprime sulla politica italiana manifestando la sua contrarietà al governo Letta e alla rielezione del capo dello Stato Giorgio Napolitano. In occasione delle Europee 2014 ha manifestato il suo appoggio, poi ritirato, alla lista Tsipras. Negli ultimi anni si è opposto nettamente al populismo («è facile cadere nell’antipolitica, ma il populismo è la fiammata di un mattino») all'ascesa della Lega di Salvini, accusando quest'ultimo di essere «un esempio lampante di mentalità fascista».
SUL TERRORISMO
Come ha interpretato Camilleri la questione del terrorismo islamico? Pur senza affermarlo direttamente, si è mostrato consapevole dell'origine socio-economico del fenomeno, dando ad intendere che una soluzione vera del problema non si possa ottenere se non con una ristrutturazione complessiva del problema attraverso un nuovo ordine internazionale. Così in un'intervista del 2001:
«Io credo che si stia verificando una opposizione di civiltà, e ritengo che questo sia un grave errore. Si è ampliato il concetto di terrorismo, estendendo tale termine all'Islam. Non c'è dubbio che Bin Laden ed i suoi seguaci siano dei terroristi, ma è sbagliato legare il concetto di terrore sic et simpliciter al mondo islamico».
«Le bombe non risolvono la questione, se non si eliminano le radici dalle quali scaturisce il terrorismo».
«Se Bin Laden verrà catturato, vi è il timore che altri prendano il suo posto, come per diritto ereditario. Perché rimane il substrato, rimangono le condizioni che permettono al terrorismo di attecchire».
UN PROGRESSISTA, UN SOCIALISTA UTOPISTA
In conclusione non si può che omaggiare l'impegno civico e militante dell'intellettuale progressista Camilleri, che ha manifestato simpatia per il comunismo. Di simpatia si deve parlare, e non di appartenenza organica, essendo le sue tesi più tipiche del socialismo utopistico, in parte della socialdemocrazia, con una moderazione (o meglio una trasformazione degli obiettivi di lotta) avvenuta soprattutto negli ultimi anni successivi alla caduta del blocco socialista. Marx diceva che con i poeti si può e si deve essere più tolleranti per le carenze ideologiche che manifestano, perché si tratta di creature speciali che nella loro attività contribuiscono già molto al progresso spirituale dei popoli. Non si può che essere d'accordo con questo parere illustre. Camilleri non era un intellettuale organico alla classe operaia e al leninismo, ma ha dato comunque un contributo importante a questo Paese e alla causa del comunismo, soprattutto negli ultimi anni dove, nonostante le evidenti lacune, si è issato ben sopra la coscienza media degli intellettuali nostrani. Sarebbe opportuno allargare questa interpretazione politica all'analisi delle sue opere, secondo un modello di critica letteraria alla Lukàcs che mantiene ancora una sua validità e un primato analitico. Sicuramente la scomparsa di Camilleri impoverisce la cultura italiana: è rimasto un ostacolo in meno al trionfo dei Fabio Volo e delle peggiori volgarità culturali che troneggiano in questo squallido mercato editoriale borghese. È mancato anche un intellettuale che fino agli ultimi anni ha mantenuto un'autonomia di pensiero in grado di reagire a certe istanze (non tutte) del totalitarismo liberale in cui è precipitato il nostro Paese dagli anni '90. A tal riguardo Giorgio Galli ha scritto pochi giorni fa: «Credo che si possa definire totalitarismo liberale l’egemonia dell’odierno capitalismo, quello globalizzato delle multinazionali» [2].
Al di là di ogni errore politico e teorico che può aver fatto, Camilleri è stato un intellettuale progressista e progressivo; nella perdita delle certezze di un tempo ha sicuramente resistito meglio di altri e ha mantenuto una dignità di giudizio rispettabile.
Con il cuore è stato un comunista, e che lui abbia rivendicato questa parola è cosa encomiabile.
Di tutto questo gli va dato atto, e di questi tempi non è poco.
Alessandro Pascale
FONTI
- Artribunetv, Andrea Camilleri e Elio Germano – Teatro Valle occupato Roma, Youtube, 15 giugno 2011
- F. Borgonuovo, Camilleri il rosso: viva il compagno Stalin, Libero, riportato in data 25 gennaio 2011 su isintellettualistoria2.myblog.it.
- T. Calà & M. Morreale, Conversazione in Sicilia con Andrea Camilleri, Infomedi, estratto, a cura di Agostino Spataro, dalla video-intervista concessa in occasione della Festa de l’Unità del Vallone, Mussomeli (Cl), settembre 2004
- C. La Bella, Andrea Camilleri, 5 cose che (forse) non sai sullo scrittore siciliano, autore de “Il commissario Montalbano”, Urbanpost.it, 24 febbraio 2019
- M. Nepi, Camilleri comunista, la passione politica dello scrittore e le offese per il suo essere di sinistra, Tpi.it, 17 luglio 2019
- Redazione Ansa, Camilleri attivista, dal Partito Comunista alle critiche a Salvini, Giornale di Sicilia, 17 luglio 2019
- Redazione Fanpage, Andrea Camilleri politico, da Mussolini a Salvini la sua idea di fascismo, Fanpage.it, 17 luglio 2019
- R edazione Open, Camilleri e quella lettera rinnegata al Duce: «Contro il fascismo avrei dovuto fare di più», Open Online, 17 luglio 2019
- Wikipedia, Andrea Camilleri, consultazione 18 luglio 2019
- Wikiquote, Andrea Camilleri, consultazione 18 luglio 2019
NOTE
[1] Vd A. Pascale (a cura di), Il totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale, La Città del Sole, Napoli 2019.
[2] Vd presentazone del libro su Intellettualecollettivo.it.
19/07/2019
Camilleri, De Crescenzo e il flusso social post mortem
Sì, ho capito. Erano due uomini brillanti, simpatici e colti. Sebbene con una cultura declinata secondo canoni molto diversi. Ma, con tutto il rispetto, permettetemi di prendere le distanze da questo costante, uniforme, inquietante flusso di pensiero social. Da questo pericoloso conformismo post mortem!
Uno, Camilleri, era il tipico intellettuale “liberal-progressista”, organico ad una sinistra legalista, statolatra, riformista e borghese. Il suo Montalbano, d’altronde, è uno sbirro che ricorda molto da vicino gli eroi in divisa (di quelli che non si incontrano nelle strade e nei commissariati), tanto cari a quel Pci che fu il partito garante e gendarme dell’ordine sociale. Poi, se proprio devo leggere di sbirri per puro piacere letterario, leggo Conan Doyle, Simenon, Chandler.
Il secondo, De Crescenzo, per quanto amabile e divertente, era un sincero reazionario: nostalgico, antimoderno, populista. Tipico esponente di una cultura da supermarket, ridusse la filosofia ad un banale raccontino per turisti del pensiero in vacanza, senza alcuna profondità logica, naturale, scientifica, economica. Cantore di una Napoli francamente intollerabile, per quanto narrata con affetto e indulgenza.
Quell’indulgenza paternalistica che è, però, l’altra faccia della medaglia della paternalistica severità bacchettona. Alla Saviano, per capirci.
Insomma, un comodo cliché, apparecchiato per le classi dominanti e per un popolo che ami crogiolarsi nella sua “idiota” incoscienza. Il suo “Così parlò Bellavista” è paragonabile alla concezione scarpettiana, nel teatro, di una Napoli immutabile, nella sua oleografia umana. Ci lascia guardare allo specchio e sorridere, con leggerezza, delle nostre piccolezze.
Ma non scuote. Mai propone, seppur alla lontana, un’analisi sociale, storica, antropologica. Il trionfo della superficialità. Per non parlare delle dichiarazioni sul fascismo, espresse da De Crescenzo, quale dittatura soft. Tutto sommato, poi, “non così male”.
Per cui, aggiate pacienza se non mi dispero. Né per l’uno, né per l’altro. Prodotti, seppur dissimili, di un’epoca dominata dalla massificazione culturale. Dallo Spettacolo. Dai Media. Dallo scaffale dei Megastore. Dall’omologante Morte Social!
Fonte
Uno, Camilleri, era il tipico intellettuale “liberal-progressista”, organico ad una sinistra legalista, statolatra, riformista e borghese. Il suo Montalbano, d’altronde, è uno sbirro che ricorda molto da vicino gli eroi in divisa (di quelli che non si incontrano nelle strade e nei commissariati), tanto cari a quel Pci che fu il partito garante e gendarme dell’ordine sociale. Poi, se proprio devo leggere di sbirri per puro piacere letterario, leggo Conan Doyle, Simenon, Chandler.
Il secondo, De Crescenzo, per quanto amabile e divertente, era un sincero reazionario: nostalgico, antimoderno, populista. Tipico esponente di una cultura da supermarket, ridusse la filosofia ad un banale raccontino per turisti del pensiero in vacanza, senza alcuna profondità logica, naturale, scientifica, economica. Cantore di una Napoli francamente intollerabile, per quanto narrata con affetto e indulgenza.
Quell’indulgenza paternalistica che è, però, l’altra faccia della medaglia della paternalistica severità bacchettona. Alla Saviano, per capirci.
Insomma, un comodo cliché, apparecchiato per le classi dominanti e per un popolo che ami crogiolarsi nella sua “idiota” incoscienza. Il suo “Così parlò Bellavista” è paragonabile alla concezione scarpettiana, nel teatro, di una Napoli immutabile, nella sua oleografia umana. Ci lascia guardare allo specchio e sorridere, con leggerezza, delle nostre piccolezze.
Ma non scuote. Mai propone, seppur alla lontana, un’analisi sociale, storica, antropologica. Il trionfo della superficialità. Per non parlare delle dichiarazioni sul fascismo, espresse da De Crescenzo, quale dittatura soft. Tutto sommato, poi, “non così male”.
Per cui, aggiate pacienza se non mi dispero. Né per l’uno, né per l’altro. Prodotti, seppur dissimili, di un’epoca dominata dalla massificazione culturale. Dallo Spettacolo. Dai Media. Dallo scaffale dei Megastore. Dall’omologante Morte Social!
Fonte
08/09/2018
“Il Sud non è figlio di una storia minore”. Una replica di Camilleri ai luoghi comuni
Una lettera aperta dello scrittore Andrea Camilleri replica al giornalista de “La Repubblica” Francesco Merlo, autore del video “Da Genova a Messina, le differenze di un’Italia flagellata“.
Merlo è nato al Sud ma emigrato al Nord, e ora sostiene tra l’altro che “... È molto pericoloso aiutare il Sud...”. Francesco Merlo, così come altri editorialisti e ideologi de La Repubblica e del Corriere della Sera, stanno collaborando attivamente a quella che abbiamo definito la secessione reale del paese. E Andrea Camilleri non gliele manda a dire.
Potentissimo!
Merlo è nato al Sud ma emigrato al Nord, e ora sostiene tra l’altro che “... È molto pericoloso aiutare il Sud...”. Francesco Merlo, così come altri editorialisti e ideologi de La Repubblica e del Corriere della Sera, stanno collaborando attivamente a quella che abbiamo definito la secessione reale del paese. E Andrea Camilleri non gliele manda a dire.
Lettera a Francesco MerloFonte
“Ciccio, ti scrivo a nome di tanti siciliani
e ti chiamo Ciccio perché anche tu sei siciliano essendo nato a Catania
Lo so che ti da fastidio, perché - avendo lavorato per 19 anni al Corriere della Sera e scrivendo da 10 anni per La Repubblica - probabilmente non ti piace essere chiamato “Ciccio”
Magari, dopo tanti anni al Corriere, parli pure milanese e Ciccio in milanese non suona bene
Ma io continuerò lo stesso a chiamarti Ciccio ok?
Dunque, Ciccio, voglio dirti che qui noi siamo indignati. Lo so che, proprio in questi ultimi tempi, è un termine inflazionato ma non ne trovo uno migliore per manifestarti il nostro sdegno per quello che hai detto nel tuo servizio sull’alluvione nel messinese
Qui l’acqua avrebbe portato via il “mattone selvaggio e l’accozzaglia di laterizi”, mentre... dalle tue parti la natura malvagia avrebbe distrutto “i centri storici, lo spazio pubblico celebrato, la bellezza di città che sono storicamente costruite per piacere, per aiutare l’uomo a vivere e non a sopravvivere”
Ciccio, ma che dici? La storia della tua terra (quella d’origine, intendo: la Sicilia) te la ricordi?
Ciccio, anche i nostri paesi hanno un centro storico: centri di antica tradizione, come Saponara: ti ricordi di Saponara, vero?
A Saponara l’acqua ha mandato giù un costone roccioso che ha sotterrato una casa, e - con la casa - ha sotterrato anche tre persone, e fra queste tre persone c’era un angioletto biondo di appena dieci anni
Ah... dimenticavo: quella casa non era abusiva: era una casa come la tua, forse meno ricca della tua, ma era comunque una casa
insomma una casa normale
non un’accozzaglia di laterizi
A proposito del nostro bimbo annegato nel fango... ecco, qui voglio ringraziarti per aver detto che “i bambini affogati sono uguali” Almeno questo ce lo hai riconosciuto, Ciccio...
i nostri non sono figli di un dio minore
almeno quando affogano nel fango
Grazie, grazie davvero
“La forza dell’acqua distrugge sviluppo e sottosviluppo”. Naturalmente, lo sviluppo sta al Nord e il sottosviluppo è il nostro.
Ciccio, vuoi che partiamo da lontano?
E allora, mi permetto di ricordarti che nell’anno 1100, mentre dalle tue parti si brancolava nel buio del Medioevo, i Siciliani avevano il primo Parlamento della storia, il primo parlamento d’Europa.
Facciamo un bel salto e arriviamo al 1861.
In quegli anni - esattamente nel 1856 - in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi, Il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo Inghilterra e Francia.
Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano, una flotta che era la quarta del mondo. Il Sud era il primo produttore in Italia di materia prima e semi-lavorati per l’industria. Avevamo circa 100 industrie metalmeccaniche che lavoravano a pieno regime (era attiva la più grande industria metalmeccanica d’Italia). Avevamo industrie tessili, manifatturiere, estrattive
Avevamo distillerie, cartiere. Avevamo la prima industria siderurgica d’Italia. Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare. La prima nave italiana che arrivò nel 1854, dopo 26 giorni di navigazione, a New York, era meridionale, e si chiamava - guarda un po’! - “Sicilia”. La bilancia commerciale con gli Stati Uniti era fortemente in attivo e il volume degli scambi era quasi il quintuplo del Piemonte
Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo d’Italia per grandezza e importanza.
Ancora: il tasso di sconto praticato dalle banche era pari al 3%, il più basso della Penisola; una “fede di credito” rilasciata dal Banco di Napoli era valutata sui mercati internazionali fino a quattro volte il valore nominale. Il Regno Napoletano, fra tutti gli Stati italiani, vantava il sistema fiscale con il minor numero di tasse: ve ne erano soltanto cinque.
Tu, Ciccio, potresti dirmi: “acqua passata”. Potresti chiedermi come ci siamo ridotti così, oggi... sottosviluppati
Bene... ti spiego: fin dal primo anno di unificazione, il neonato Stato italiano introdusse ben 36 nuove imposte ed elevò quelle già esistenti.
In appena quattro anni, la pressione fiscale aumentò dell’87%, ed il costo della vita ebbe un incremento del 40% rispetto al 1860, i salari persero il 15% del potere d’acquisto.
Dopo l’unificazione d’Italia, l’industria meridionale e persino l’agricoltura furono letteralmente abbandonate e penalizzate con una politica economica che favorì il Nord a danno del Sud, come risulta da un’inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato voluta da Francesco Saverio Nitti (non l’abbiamo pagato noi... giuro)
Per diversi decenni si verificò un continuo drenaggio di capitali dal meridione al Nord dovuto proprio ad una scelta di politica economica dello Stato, mentre sul piano delle imposte il Mezzogiorno e la Sicilia contribuivano in maniera di gran lunga superiore alle regioni del Nord
Non andò meglio per i lavori pubblici, in quanto gran parte delle spese furono fatte nell’Italia Settentrionale e Centrale.
In sostanza il bottino dei Savoia fu veramente enorme, se si considera che il danaro trafugato dalle casse del “Regno delle Due Sicilie” ammontava a 443 milioni di lire oro, vale a dire due volte superiore a quello di tutti (dico tutti) gli Stati preunitari della penisola messi insieme; lo Stato savoiardo ne possedeva solo 20 milioni.
Questa è storia Ciccio, dunque non volercene se una politica assassina ci ha ridotto come siamo adesso
Non dirci che siamo “sottosviluppati”, non ce lo meritiamo. Perché - vedi - la cultura siciliana non è da meno rispetto a quella dell’ormai “tuo” Nord
Anzi... a giudicare dal numero e dall’importanza dei cervelli che mandiamo a lavorare dalle tue parti, potrei osare di più, ma non mi va
L’acqua, qui, porta via centri storici e persone esattamente come a Genova e come nelle Cinque Terre.
E a Barcellona i torrenti sono “tombinati” esattamente come a Genova.
Sai, Ciccio, i giornali arrivano anche qui, e noi li leggiamo
E, se proprio la vogliamo dire tutta, anche a Genova c’erano case costruite nei greti dei torrenti: le abbiamo viste tutti in televisione: anche lì, dunque, “mattone selvaggio” e “accozzaglia di laterizi”?
Ascoltami, Ciccio: nella prossima estate, torna in Sicilia. Non ti chiedo di starci molto: quindici giorni a pensione completa
Fatti un giro, magari anche nella città che ti ha visto bimbo meridionale: Catania
Scoprirai cose nuove
Scoprirai che i siciliani non sono affatto rassegnati, sono incazzati neri
E’ diverso
Scoprirai che “le persone per bene” che pensano che il Sud sia solo violento-imprevedibile-inaffidabile-sprecone-confusionario-corrotto-mafioso-camorristico (come dici tu in una sorta di crescendo rossiniano), in realtà non sono persone per bene: sono degli idioti. Oppure dei delinquenti
E mi dispiace se fra loro dovessero esserci amici tuoi: sempre idioti restano o delinquenti che hanno interesse ad affossarci ancora di più
Perché - vedi - se qui i mafiosi portano ancora la coppola, mentre al Nord portano la cravatta e magari hanno l’auto blu e la scorta, per noi non fa molta differenza
Ripeto, i giornali li leggiamo anche qua
... E quella “pietà diversa” di cui parli, Ciccio: ma ti sei ascoltato?
“La disgrazia di Genova fece esplodere gli animi e mettere mano al portafoglio”, mentre qui le disgrazie sarebbero solo
“il prolungamento della normalità”
Qui è meglio “non dare perché elemosiniere ed elemosinato rischiano di fare la stessa fine”
E, quindi, “aiutare il Sud potrebbe risultare pericoloso, fortemente pericoloso”
No, Ciccio, ti sbagli
La nostra normalità non è questa che dici tu
La nostra “normalità” ci è stata tolta proprio da quelle “persone per bene” di cui parli
quelle stesse che oggi vorrebbero farci “il ponte sullo Stretto” per finire di fregarci il poco che ci è rimasto
Noi non siamo affatto rassegnati, Ciccio, e vogliamo riprendercela la nostra normalità
La nostra normalità ha nome e cognome, anzi... nomi e cognomi, come Antonello da Messina, Vincenzo Bellini, Francesco Maurolico, Finocchiaro Aprile, Alessandro Scarlatti, Filippo Juvara, Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Lucio Piccolo, Tommaso Cannizzaro, Bartolo Cattafi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Renato Guttuso, Ettore Majorana, Vittorio Emanuele Orlando, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Vann’Antò’
La nostra normalità ha luoghi che si chiamano Mozia, Segesta, Selinunte, Piazza Armerina, Naxos, Siracusa, Monreale, Taormina, Erice, Agrigento, Noto: tutti con i loro “centri storici” come Messina, e - perché no - come Barcellona e come Saponara.
Noi conserviamo la cultura dei nostri padri
Noi conserviamo le tradizioni di questi luoghi
Non siamo rassegnati, siamo orgogliosi (oltre che incazzati).
E se i nostri Gattopardi sono stati sbranati dalle iene e dagli sciacalli, come aveva previsto il Principe di Lampedusa in tempi non sospetti beh... verrà il momento del riscatto
Noi ci crediamo, dobbiamo crederci
E, per tornare alla tua “pietà diversa”, sappi che questo tipo di pietà non ci interessa
Noi vogliamo solo difendere i nostri diritti vogliamo solo il nostro, quello che ci spetta
Siamo noi che abbiamo pietà, pietà per gli oppressi, per i vinti, pietà per chiunque soffra
E siamo ancora noi che abbiamo, legittimamente, dei pregiudizi
Da oggi nutriamo pregiudizi anche nei tuoi confronti e nei confronti del tuo giornale
E se non riesci a fartene una ragione, se non riesci a pensare di dovere chiedere scusa
allora davvero hai voluto rinnegare le tue origini, le tue radici, la tua storia
Ciao “Ciccio”
Andrea Camilleri
Potentissimo!
04/03/2014
Liste elettorali, legalità e idiozia
Giunge in queste ore la notizia che lo scrittore Andrea Camilleri si sarebbe già ritirato dalla “Lista Tsipras” a causa della candidatura, nella stessa lista, di Luca Casarini, ex leader dei “disobbedienti” veneti, ex esponente molto mediatizzato del “movimento No Global” di inizio millennio, ex ecc.
La ragione di questo ritiro ci permette di stigmatizzare – con tutta la determinazione di cui siamo capaci – il più idiota dei “luoghi comuni” che affligge i “movimenti della società civile” da un ventennio a questa parte. La “lista Tsipras” – senza che il leader di Syriza ne sapesse probabilmente granché – si era data come principio di ammissione delle candidature quello della “fedina penale immacolata”, in omaggio al dogma “legalitario” in uso anche presso il Movimento Cinque Stelle. E il povero Casarini, in effetti, qualche condanna l'ha avuta. Per ragioni che ci hanno visti sempre solidali, anche se fortemente critici con la sua linea politica, culturale e quant'altro.
Sta di fatto che la “garanzia” a Casarini è stata data, sembra, da Tsipras in persona, a sua volta ex esponente dei No Global nel suo paese, che proprio non poteva capire perché un titolo di merito – l'aver contrastato il neoliberismo imperante anche e soprattutto nelle piazze – si dovesse trasformare in una ragione di esclusione dalla vita istituzionale. E quindi Casarini resta candidato, mentre Camilleri si ritira.
Come mossa di campagna elettorale è un vero capolavoro. E altre probabilmente ne arriveranno nelle prossime settimane, vista la disomogeneità totale del caravanserraglio mal allineato dietro il nome del leader greco.
Non siamo parte di quel “trenino” a là Gambardella, quindi ci concentriamo sul dato di fondo, politico e culturale insieme: il tabù della “condanna penale” a prescindere dal tipo di “reato” commesso.
Sappiamo benissimo da dove proviene questo cancro del pensiero “movimentista civile”: da un ventennio berlusconiano che ha azzerato le capacità critiche dei critici del Caimano, nel solco delle idiozie seminate a piene mani da Repubblica e zone limitrofe. Un ventennio in cui – vista l'assoluta incapacità o volontà di delineare un'opposizione programmatica e valoriale al neoliberismo (in parte rappresentato dallo stesso Berlusconi, in parte anche maggiore impersonato dal “centrosinistra”) – le uniche “ragioni unificanti” dell'opposizione a Berlusconi sono state trovate nella sua dichiarata indifferenza alle regole del condice penale come di quello civile, ma persino di quelle del galateo e fors'anche dello stare a tavola (se ricordiamo qualcosa delle “serate eleganti” di Arcore).
Ma criticare il Cavaliere perché “illegale” e contrapporglisi in nome della “legalità” è la morte della capacità di pensare. Nonché fonte di divertenti contraddizioni: tipo il “falso in bilancio”, ad un certo punto depenalizzato e trasformato in illecito amministrativo. Immaginiamo quanti “civilissimi movimentatori” si siano buttati a commettere quello che – grazie al Caimano – non era più un reato... Del resto, se il capofila di questo “pensiero” è De Benedetti...
Un intero movimento politico-elettorale si è formato su questa base, i Cinque Stelle. Senza farsi neppure il problema dell'avere come leader assoluto – e anche parecchio dispotico – un “pregiudicato” come Beppe Grillo (condannato per omicidio colposo in un incidente stradale da lui provocato). Anche qui si vede in azione la morte del pensiero. Ora il leader massimo del M5S ha aggiunto una nuova condanna – quella a 4 mesi per aver infranto i sigilli alla baita dei No Tav – e tutti i suoi seguaci possono sperimentare dal vivo quanto idiota sia quella “preclusione”. In effetti, qualcuno dei suoi gli ha subito scritto benedicendolo per questa “medaglia” conquistata sul campo. Ma senza accorgersi di star sostenendo qualcosa di innominabile nell'ambito del “pensiero grillino”.
Paradossi apparenti, frutto di un modo di ragionare che impedisce di ragionare.
La nostra posizione è nota e semplice: a noi interessa sapere se una persona che deve assumere un ruolo è degna di fiducia e all'altezza di quel ruolo. Non ci piacciono i bimbiminchia che arrivano “vergini” ai ruoli di responsabilità. Probabilmente sono servi del potere, corrotti ancora prima di arrivarvi, "raccomandati" con relazioni personali "intense" con uno o più capicordata.
Per sapere se è "degno", l'unico modo serio è averne verificato le capacità nel vivo del conflitto, sociale e politico. Se ha saputo prendersi delle responsabilità, avere iniziativa, risolvere problemi, mantenere l'equilibrio anche nelle situazioni difficili, lavorare in modo disinteressato e senza sprecare risorse collettive... per noi va bene.
Se nel corso della sua esperienza conflittuale è stato magari denunciato, picchiato, arrestato o condannato... Per noi è un titolo di merito. Ops, l'abbiamo detto: siamo meritocratici!
Caro Camilleri, Montalbano ci darebbe ragione...
Fonte
03/06/2013
Camilleri: “La Costituzione? Mandata in vacca. Il Paese è in mano ai ricattatori”
Intervista allo scrittore siciliano: “Dal Colle invasione di campo non da Repubblica parlamentare. Berlusconi, Marchionne, i Riva, l'Italia è nelle mani di queste persone"
La signora Rosetta apre la porta di casa sorridente. Un filo di fumo ci guida da Andrea Camilleri, al lavoro nel suo studio: è appena uscito Come la penso, autobiografia in forma di saggi e racconti (Chiarelettere). E da Sellerio il nuovo Montalbano, Un covo di vipere. Nuovo, ultimo no. “Quando mai! L’ultimo Montalbano l’ho già scritto, quando ho compiuto ottant’anni: posso dire che il commissario non muore. E che non sposa Livia, non è tipo da matrimonio Salvo Montalbano”. Lui no, ma Andrea Camilleri sì: quest’anno fanno 56 anniversari di nozze. “Ci vuole tanta voglia di stare assieme. E tanta pazienza”. “Ma il commissario è diventato un fedifrago cronico”, proviamo a protestare. “È perché i maschi quando sentono arrivare la vecchiezza diventano di una fragilità sentimentale incredibile. Quando l’ho detto a mia moglie, mi ha risposto: Spero che non sia autobiografico, Andrea”.
In Come la penso tratteggia una sorta di ritratto “genetico” dell’italiano: impietoso.
C’è un modo di pensare, nell’italiano, che è ancora fascista: piace la prevaricazione, la sopraffazione. È un virus mutante, come quello dell’influenza. Si fa il vaccino e già il virus è cambiato. Noi italiani, è sgradevole dirlo, non amiamo i politici che ragionano e agiscono onestamente. Ferruccio Parri, un uomo mite, onesto, era appena stato nominato presidente del Consiglio e già tutta l’Italia lo chiama “Fessuccio”. Non piacciono, all’italiano, le persone dimesse: bello il luccicore delle divise, bella la parola tonante. Berlusconi no, non è un fascista. Ma ha un modo di proporsi, da gerarca, che piace molto perché è speculare a una certa mentalità italiana. I giudici scrivono: “Anche da presidente del Consiglio gestì una colossale evasione fiscale”. In un Paese normale, questo avrebbe annullato Berlusconi; in Italia gli fa guadagnare voti.
Che dice delle ragazze?
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Credo che anche queste storie destino l’ammirazione di tanti maschi italiani, e pure di tante femminelle che vorrebbero essere “olgettinizzate”: mettiamo sul mercato questo verbo. Tu ti porti a casa una ragazza, due, tre. E puoi passare inosservato. Ma lui se ne porta a casa trenta perché non vuole affatto passare inosservato: è scioccamente esibizionista.
Su MicroMega lei ha sostenuto l’ineleggibilità di Berlusconi.
I suoi cosiddetti avversari dicono: “Preferiamolo batterlo politicamente”. Solo che non ci sono mai riusciti. E dire questo, batterlo politicamente piuttosto che per vie giudiziarie, è sottilmente pericoloso. I processi se ne vanno per i fatti loro e non si tratta di battere Berlusconi, si tratta di giudicarlo per i reati che ha commesso o non commesso. Dire: preferisco sconfiggerlo politicamente, significa opzionare che la giustizia sia alleata dei politici. L’unica via che hanno è quella di ricorrere a questa legge.
Come fanno a far valere l’ineleggibilità? Il Pdl sta al governo con il Pd…
Io non faccio parte del Pd: se la vedano loro, che si sono consegnati mani e piedi a Berlusconi. Secondo me andrebbe rispettata la legge.
Cadrebbe il governo.
Non so se a Berlusconi converrebbe far cadere il governo, l’Italia è in una situazione difficilissima. Ma me lo faccia dire: come cittadino sono stanco dei ricatti. L’Italia è diventata un Paese che vive di ricatti. E non riguarda solo Berlusconi. Il ricatto lo fa Marchionne, lo fanno i Riva a Taranto. Ormai siamo condizionati dai ricattatori.
Lei ha la stessa età del presidente Napolitano.
Sì, siamo del ‘25 tutti e due: la rielezione non era cosa. Aveva fatto bene quando aveva detto “Me ne vado e buona sera”. Il secondo mandato è stato un errore, sia per chi l’ha proposto sia per chi ha accettato.
Un passaggio strano per i modi, quasi da Repubblica presidenziale.
Da quel momento tutto il fatto costituzionale è andato a vacca. C’è stato un allentamento delle briglie costituzionali, tanto valeva – a lume di logica e di naso e di buon senso – fare un governo del Presidente. È stato più grave l’intervento sui partiti del capo dello Stato. Una sorta d’invasione di campo, un fatto non da Repubblica parlamentare. Bisogna rispettare la Costituzione: non devo essere io a dirlo, dovrebbe essere il presidente Napolitano. Il secondo mandato non è proibito, ma non è un caso che non sia mai successo. Di solito, poi, uno non arriva a fare il capo dello Stato a 40 anni: due mandati fanno 14 anni e te ne vai a 54. Qui te ne vai a 95.
Non un bel segno non aver trovato un’alternativa.
Appena sentii che i Cinque Stelle proponevano Rodotà, feci un balzo di gioia. Dissi a mia moglie: “Che meraviglia, ora agguantano al volo questa liana sospesa, come Tarzan. Ed è fatta”. Quando mai… e sono riusciti a far fare quella figura a Prodi, Dio mio. L’alternativa c’era, era Rodotà. Cosa ostava a Rodotà?
Loro hanno detto che non ha telefonato…
Queste cose io a sei anni le facevo. “Eh no, perché non mi ha dato la caramella”. M’ha telefonato, non m’ha telefonato: non possono essere ragioni valide per la politica. Sono ragioni infantili, piccole scuse. Se ne possono trovare di migliori.
Tre anni fa in un’intervista al Fatto, disse: “Il Pd va verso il suicidio, avrebbe bisogno di una seduta psicanalitica collettiva”. Quasi profetico.
Devo ammettere, ahimè, che in queste ultime elezioni ho suggerito di votare Pd. Ho aderito a un invito di Alberto Asor Rosa. Lui temeva che un Pd debole fosse costretto ad allearsi con Monti: si pensava che Monti avrebbe avuto un successo maggiore. E l’idea di Asor Rosa era portare il Pd a un’alleanza con Sel, invece che Monti. Sbagliammo i calcoli, entrambi. Tutto potevamo prevedere, tranne le estrosità di Pier Luigi Bersani.
Estrosità?
Eh, chiamiamola così. Dissi quel fatto della psicanalisi per via delle due anime del Pd: una cattolica e una ex comunista. Invece la cosa è risultata ancora più complessa: la lunga convivenza tra queste due anime ha fatto sì che invece di essere una bianca e una nera, diventassero tutte e due grigie. Creando situazioni psicanalitiche ancora più oscure. Ora, onestamente, siamo più da psichiatria che da psicanalisi.
Che fine farà il Pd?
Sparisce. O si raccoglie attorno agli oppositori interni, come Civati.
Epifani?
Una toppa.
In questi giorni arrivano dalla sua Sicilia notizie del processo sulla trattativa Stato-mafia. Che idea si è fatto di questa storia?
Dunque: uomini dello Stato e mafiosi sono accusati di avere trattato insieme. Tu puoi ipotizzare che le prime trattative si svolsero con Totò Riina. Puoi pensare che un capomafia come lui vede sedersi davanti a sé un colonnello dei Carabinieri e non gli chiede le commendatizie?
Cosa sono?
Chi c’è dietro, chi ti manda. Da questa parte abbiamo un capomafia di grande potere e grande forza, dall’altra un semplice colonnello dei Carabinieri. È chiaro che mai lo avrebbe ricevuto se questo colonnello dei Carabinieri non gli avesse portato le credenziali. Cioè a dire: dietro di me, c’è questo e quest’altro ministro. E te ne do anche la prova. Oggi due ministri sono accusati di falsa testimonianza: è cosa da poco, uno scherzetto. Il generale Mori non ha mai detto chi lo mandò, ma è chiaro che non andò da solo. Nemmeno l’avrebbero fatto entrare. Nella seconda fase della trattativa intervenne Provenzano, con l’eliminazione di Riina: era indispensabile levarlo di mezzo, per poter trattare seriamente perché le pretese di Riina erano eccessive. Dopodiché un ex ministro viene a dire: “Ho allentato il 41 bis di mia spontanea volontà, decidendo da solo”. E va bene, allora. Questo processo ci viene a raccontare solo la mezza messa, come si usa dire dalle mie parti. La vera messa forse era nell’agenda di Borsellino.
Non sapremo mai la verità?
Ma quando mai abbiamo saputo la verità sulle cose italiane! Pensiamo alle stragi: Bologna, piazza Fontana, l’Italicus. In Italia esistono solo i servizi deviati, quelli non deviati no. Tutto il casino, tra il Colle e la Procura di Palermo, sta a dimostrare, così a fiuto, che la cosa è talmente grossa che hanno paura di uno sconvolgimento istituzionale, se la verità venisse a galla.
Possibile che non abbiamo anticorpi verso tutto questo?
Prendiamo l’informazione. I giornali degli anni Cinquanta parlavano chiaro: c’erano polemiche anche forti, ma l’informazione era esaustiva, non parziale come ora. A quei tempi noi ci esercitavamo nella libertà, non l’avevamo avuta per tanto tempo. Le tribune politiche si svolgevano di fronte a 30 giornalisti, liberissimi di fare tutte le domande che volevano al politico di turno. Le domande non erano concordate prima, le domande erano a levare la pelle. Oggi è tutto concordato e i giornalisti scelti a seconda della convenienza. Ho sentito un giorno un cronista chiedere a Tony Blair: “Lo sa che lei ha le mani sporche di sangue?” E lui, dopo un momento di esitazione, si è messo a rispondere. Provate a rivolgere una domanda di questa violenza a un politico italiano. Non è più possibile, negli anni Cinquanta era possibile.
Vale anche per la produzione culturale?
Il fervore di quei primi anni del Dopoguerra era dovuto al fatto che il mondo si apriva davanti a noi. E tutto quello che ci era stato negato – i grandi scrittori americani, i musicisti, i pittori, i francesi, gli inglesi – provocava un desiderio di linfa culturale e vitale. Tu ne eri così pieno che avevi la voglia di restituirla. Poi c’è stata una sorta di saturazione. E quando arrivò la Democrazia cristiana con la censura, fu in un certo senso stimolante: ti ribellavi alla censura.
Ogni censura trova il suo antidoto, si dice.
Ma certo. Mi ricordo quando Andreotti proibì L’Arialda con la regia di Luchino Visconti e successero macelli. Questo ci teneva svegli. Ora c’è un assopimento, un andazzo, senza più un vero scontro culturale.
Non è che abbiamo meno strumenti intellettuali?
Le persone si sono disabituate. Ormai tutti sono dei seguaci delle fabbriche del credere. La fabbrica del credere numero uno è la televisione: quello che dice la televisione è Vangelo.
Internet è una contromisura?
Assolutamente. Se ci fossero state solo le tv senza Internet non avremmo avuto le primavere arabe, non sarebbero state possibili senza comunicazione diretta, non mediata. La comunicazione mediata è velenosa, è contraffatta.
Di mezzo ci sono i media, appunto.
E le proprietà: un giornale come il Fatto, se dovesse dipendere da un proprietario, sarebbe così libero di scrivere quello che scrive? Non credo. Quando c’era un solo canale in televisione, il colonnello Bernacca leggeva le previsioni del tempo. E diceva: “Domenica potete fare tutti una bellissima gita, perché splenderà il sole”. E la domenica veniva una pioggia fottuta. O viceversa. Io avevo un compare, Peppe Fiorentino, il quale sentiva le previsioni di Bernacca e diceva: ”OI po si o po no ‘u paracqua m’u porto”. E allora dico: quando guardate la televisione, portatevi appresso il paracqua. Cioè a dire: apritelo, in modo che il cervello non vi si bagni e voi possiate ragionare di testa vostra; altrimenti la tv v’inonda. Ma è un esercizio difficile, anche perché si dice che la Rai offre la possibilità di avere tre canali, di cui il terzo è quello più di sinistra. Ma dove? Come segnale stradale? A momenti ho sentito più elogi di Berlusconi sul Tg3 che sul Tg1. Dov’è tutta questa differenza? Ai miei tempi c’era.
Questo dipende dal fatto che anche i partiti si sono omologati?
Mi rifiuto di chiamare quello che vedo e sento in questi ultimi tempi “Politica”. Politica oggi è sinonimo di corruzione. Vogliamo dissentire? Dopo Mani pulite sembrava chissà che cosa, invece siamo ridotti peggio di prima. Ed è del tutto trasversale. Una volta almeno Berlinguer poteva permettersi di teorizzare la diversità, ora il signor Penati mi pare che appartenga al Pd. Come il presidente della Provincia di Taranto. L’Italia dei Valori te la raccomando. Alla gente comune, che dice “sono tutti ladri” non gli puoi dare torto. Perfino i consiglieri regionali e comunali rubano. Allora perché io lo devo chiamare “uomo politico”? Lo chiamo ladro, perché i ladri sono quelli che rubano.
Una politica che cambia casacca nel giro di ventiquattro ore è politica?
In Sicilia si dice: u porco pa’ coda e l’omo pe’ a palora. Il porco si riconosce perché ha la coda a tortiglione. E l’uomo si riconosce per la parola data. Dicono: “Non faremo mai il governo con Berlusconi”, allora i cittadini li votano. Dopo un giorno, fanno il governo con Berlusconi. Tu non sei un uomo politico, sei un truffatore. Perché dovremmo avere fiducia in una corporazione che non fa altro che difendersi?
A cosa pensa?
Do un esempio, incontrovertibile. La Camera nega l’autorizzazione a procedere per Cosentino. Appena lui decade, se ne va in galera. Allora, io ho fiducia nella politica. Non ho fiducia in questa cosa oscena che ci spacciano per politica.
I partiti sono la vera antipolitica?
Non c’è dubbio. Sono la negazione della politica. Dicono che in politica tutto è possibile. Non è vero. In politica sono possibili più cose, ma non “tutto”. Altrimenti è un bordello, non politica. La politica è un patto che va continuamente rispettato tra gli elettori e coloro che vengono votati per rappresentare i cittadini. Ma è tradito dal fatto che questa legge elettorale fa sì che l’uomo politico non rappresenti un cazzo, perché è stato nominato dalle segreterie dei partiti e non votato. L’uomo politico, se lo possiamo chiamare così, è sempre più negato ai suoi doveri. Non solo: proprio questo porta a non rispettare le regole interne, vedi i 101 che votano contro Prodi.
Che pensa di Grillo?
Non so che pensarne. Una volta dissi: probabilmente i suoi grillini sono migliori di lui, più concreti. Lui è un capopopolo, un trascina folle. Poi quando si arriva al concreto della politica probabilmente lì in mezzo c’è qualcuno che è capace di fare la buona politica: hanno voglia di fare l’interesse dell’Italia. Non sono ridotti come la stragrande maggioranza dei politici italiani a fare il proprio interesse, o quello del partito.
Oltre i Cinque Stelle?
La Boldrini è una donna che si è occupata di profughi e rifugiati. Ebbene, ha accettato la candidatura di Sel e alla Camera ha tenuto un discorso estremamente politico, anzi di bella politica. Finalmente.
C’è un’ondata di rivalutazioni della Prima Repubblica. Lei ne ha nostalgia?
Ma per carità! La Prima Repubblica è stata una prova generale andata male. La Seconda non è andata meglio, la Terza sta andando peggio. Però non mi va di essere pessimista: gli elementi buoni a un certo punto si stancheranno di starsene tranquilli. Mi ricordo una frase bellissima di Alberto Savinio. Dicevano: “Dio riconoscerà i suoi”. E Alberto Savinio chiosava: “A fiuto”, perché una volta i cattolici non si lavavano per non commettere peccato mortale toccandosi le parti intime. Ecco, quelli giusti si riconosceranno a fiuto, indipendentemente dal partito cui appartengono.
Una rivoluzione?
Fino a oggi il popolo italiano ha dimostrato una pazienza e una resistenza psicologica notevoli. Basta pensare alla disoccupazione dilagante, alla difficoltà delle famiglie. Grillo ha ragione quando dice di aver incanalato un malcontento che avrebbe potuto anche essere violento.
La politica, compreso il governo tecnico, ha dimostrato un sostanziale disinteresse verso il disagio sociale.
Questi qui vivono in un ventre di balena! Non hanno nessun contatto con la gente, perché non sono stati più eletti. Il Papa tedesco è stato allevato sempre dentro la Chiesa, questo nuovo ci fa un’enorme impressione perché la sua origine è in mezzo ai poveri. Anche se pure lui… Va benissimo ricordare don Puglisi, ma si è ben guardato da ricordare Don Gallo. Quello sì che rompeva veramente i cabasisi… E così il Pd ha cominciato a morire quando ha perso il contatto con la base, con i lavoratori. Ma perché il Pd dovrebbe occuparsi dei lavoratori?
Forse perché è un partito di sinistra?
S’illude, cara. Di lavoro si occupa Sel, se ne occupa Landini. Che infatti ormai sembra un marziano.
Fonte
Quasi impeccabile l'analisi di Camilleri, che però mostra il fianco quando va a esprimersi sulla rete (che non è affatto uno strumento di comunicazione non mediato, basta vedere nella cosiddetta new economy quanti sono quelli che comandano) e su SEL/Landini che di lavoro si occupano sì, ma restando nella più totale compatibilità col capitalismo che il lavoro l'ha distrutto (insieme a molto altro).
La signora Rosetta apre la porta di casa sorridente. Un filo di fumo ci guida da Andrea Camilleri, al lavoro nel suo studio: è appena uscito Come la penso, autobiografia in forma di saggi e racconti (Chiarelettere). E da Sellerio il nuovo Montalbano, Un covo di vipere. Nuovo, ultimo no. “Quando mai! L’ultimo Montalbano l’ho già scritto, quando ho compiuto ottant’anni: posso dire che il commissario non muore. E che non sposa Livia, non è tipo da matrimonio Salvo Montalbano”. Lui no, ma Andrea Camilleri sì: quest’anno fanno 56 anniversari di nozze. “Ci vuole tanta voglia di stare assieme. E tanta pazienza”. “Ma il commissario è diventato un fedifrago cronico”, proviamo a protestare. “È perché i maschi quando sentono arrivare la vecchiezza diventano di una fragilità sentimentale incredibile. Quando l’ho detto a mia moglie, mi ha risposto: Spero che non sia autobiografico, Andrea”.
In Come la penso tratteggia una sorta di ritratto “genetico” dell’italiano: impietoso.
C’è un modo di pensare, nell’italiano, che è ancora fascista: piace la prevaricazione, la sopraffazione. È un virus mutante, come quello dell’influenza. Si fa il vaccino e già il virus è cambiato. Noi italiani, è sgradevole dirlo, non amiamo i politici che ragionano e agiscono onestamente. Ferruccio Parri, un uomo mite, onesto, era appena stato nominato presidente del Consiglio e già tutta l’Italia lo chiama “Fessuccio”. Non piacciono, all’italiano, le persone dimesse: bello il luccicore delle divise, bella la parola tonante. Berlusconi no, non è un fascista. Ma ha un modo di proporsi, da gerarca, che piace molto perché è speculare a una certa mentalità italiana. I giudici scrivono: “Anche da presidente del Consiglio gestì una colossale evasione fiscale”. In un Paese normale, questo avrebbe annullato Berlusconi; in Italia gli fa guadagnare voti.
Che dice delle ragazze?
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Credo che anche queste storie destino l’ammirazione di tanti maschi italiani, e pure di tante femminelle che vorrebbero essere “olgettinizzate”: mettiamo sul mercato questo verbo. Tu ti porti a casa una ragazza, due, tre. E puoi passare inosservato. Ma lui se ne porta a casa trenta perché non vuole affatto passare inosservato: è scioccamente esibizionista.
Su MicroMega lei ha sostenuto l’ineleggibilità di Berlusconi.
I suoi cosiddetti avversari dicono: “Preferiamolo batterlo politicamente”. Solo che non ci sono mai riusciti. E dire questo, batterlo politicamente piuttosto che per vie giudiziarie, è sottilmente pericoloso. I processi se ne vanno per i fatti loro e non si tratta di battere Berlusconi, si tratta di giudicarlo per i reati che ha commesso o non commesso. Dire: preferisco sconfiggerlo politicamente, significa opzionare che la giustizia sia alleata dei politici. L’unica via che hanno è quella di ricorrere a questa legge.
Come fanno a far valere l’ineleggibilità? Il Pdl sta al governo con il Pd…
Io non faccio parte del Pd: se la vedano loro, che si sono consegnati mani e piedi a Berlusconi. Secondo me andrebbe rispettata la legge.
Cadrebbe il governo.
Non so se a Berlusconi converrebbe far cadere il governo, l’Italia è in una situazione difficilissima. Ma me lo faccia dire: come cittadino sono stanco dei ricatti. L’Italia è diventata un Paese che vive di ricatti. E non riguarda solo Berlusconi. Il ricatto lo fa Marchionne, lo fanno i Riva a Taranto. Ormai siamo condizionati dai ricattatori.
Lei ha la stessa età del presidente Napolitano.
Sì, siamo del ‘25 tutti e due: la rielezione non era cosa. Aveva fatto bene quando aveva detto “Me ne vado e buona sera”. Il secondo mandato è stato un errore, sia per chi l’ha proposto sia per chi ha accettato.
Un passaggio strano per i modi, quasi da Repubblica presidenziale.
Da quel momento tutto il fatto costituzionale è andato a vacca. C’è stato un allentamento delle briglie costituzionali, tanto valeva – a lume di logica e di naso e di buon senso – fare un governo del Presidente. È stato più grave l’intervento sui partiti del capo dello Stato. Una sorta d’invasione di campo, un fatto non da Repubblica parlamentare. Bisogna rispettare la Costituzione: non devo essere io a dirlo, dovrebbe essere il presidente Napolitano. Il secondo mandato non è proibito, ma non è un caso che non sia mai successo. Di solito, poi, uno non arriva a fare il capo dello Stato a 40 anni: due mandati fanno 14 anni e te ne vai a 54. Qui te ne vai a 95.
Non un bel segno non aver trovato un’alternativa.
Appena sentii che i Cinque Stelle proponevano Rodotà, feci un balzo di gioia. Dissi a mia moglie: “Che meraviglia, ora agguantano al volo questa liana sospesa, come Tarzan. Ed è fatta”. Quando mai… e sono riusciti a far fare quella figura a Prodi, Dio mio. L’alternativa c’era, era Rodotà. Cosa ostava a Rodotà?
Loro hanno detto che non ha telefonato…
Queste cose io a sei anni le facevo. “Eh no, perché non mi ha dato la caramella”. M’ha telefonato, non m’ha telefonato: non possono essere ragioni valide per la politica. Sono ragioni infantili, piccole scuse. Se ne possono trovare di migliori.
Tre anni fa in un’intervista al Fatto, disse: “Il Pd va verso il suicidio, avrebbe bisogno di una seduta psicanalitica collettiva”. Quasi profetico.
Devo ammettere, ahimè, che in queste ultime elezioni ho suggerito di votare Pd. Ho aderito a un invito di Alberto Asor Rosa. Lui temeva che un Pd debole fosse costretto ad allearsi con Monti: si pensava che Monti avrebbe avuto un successo maggiore. E l’idea di Asor Rosa era portare il Pd a un’alleanza con Sel, invece che Monti. Sbagliammo i calcoli, entrambi. Tutto potevamo prevedere, tranne le estrosità di Pier Luigi Bersani.
Estrosità?
Eh, chiamiamola così. Dissi quel fatto della psicanalisi per via delle due anime del Pd: una cattolica e una ex comunista. Invece la cosa è risultata ancora più complessa: la lunga convivenza tra queste due anime ha fatto sì che invece di essere una bianca e una nera, diventassero tutte e due grigie. Creando situazioni psicanalitiche ancora più oscure. Ora, onestamente, siamo più da psichiatria che da psicanalisi.
Che fine farà il Pd?
Sparisce. O si raccoglie attorno agli oppositori interni, come Civati.
Epifani?
Una toppa.
In questi giorni arrivano dalla sua Sicilia notizie del processo sulla trattativa Stato-mafia. Che idea si è fatto di questa storia?
Dunque: uomini dello Stato e mafiosi sono accusati di avere trattato insieme. Tu puoi ipotizzare che le prime trattative si svolsero con Totò Riina. Puoi pensare che un capomafia come lui vede sedersi davanti a sé un colonnello dei Carabinieri e non gli chiede le commendatizie?
Cosa sono?
Chi c’è dietro, chi ti manda. Da questa parte abbiamo un capomafia di grande potere e grande forza, dall’altra un semplice colonnello dei Carabinieri. È chiaro che mai lo avrebbe ricevuto se questo colonnello dei Carabinieri non gli avesse portato le credenziali. Cioè a dire: dietro di me, c’è questo e quest’altro ministro. E te ne do anche la prova. Oggi due ministri sono accusati di falsa testimonianza: è cosa da poco, uno scherzetto. Il generale Mori non ha mai detto chi lo mandò, ma è chiaro che non andò da solo. Nemmeno l’avrebbero fatto entrare. Nella seconda fase della trattativa intervenne Provenzano, con l’eliminazione di Riina: era indispensabile levarlo di mezzo, per poter trattare seriamente perché le pretese di Riina erano eccessive. Dopodiché un ex ministro viene a dire: “Ho allentato il 41 bis di mia spontanea volontà, decidendo da solo”. E va bene, allora. Questo processo ci viene a raccontare solo la mezza messa, come si usa dire dalle mie parti. La vera messa forse era nell’agenda di Borsellino.
Non sapremo mai la verità?
Ma quando mai abbiamo saputo la verità sulle cose italiane! Pensiamo alle stragi: Bologna, piazza Fontana, l’Italicus. In Italia esistono solo i servizi deviati, quelli non deviati no. Tutto il casino, tra il Colle e la Procura di Palermo, sta a dimostrare, così a fiuto, che la cosa è talmente grossa che hanno paura di uno sconvolgimento istituzionale, se la verità venisse a galla.
Possibile che non abbiamo anticorpi verso tutto questo?
Prendiamo l’informazione. I giornali degli anni Cinquanta parlavano chiaro: c’erano polemiche anche forti, ma l’informazione era esaustiva, non parziale come ora. A quei tempi noi ci esercitavamo nella libertà, non l’avevamo avuta per tanto tempo. Le tribune politiche si svolgevano di fronte a 30 giornalisti, liberissimi di fare tutte le domande che volevano al politico di turno. Le domande non erano concordate prima, le domande erano a levare la pelle. Oggi è tutto concordato e i giornalisti scelti a seconda della convenienza. Ho sentito un giorno un cronista chiedere a Tony Blair: “Lo sa che lei ha le mani sporche di sangue?” E lui, dopo un momento di esitazione, si è messo a rispondere. Provate a rivolgere una domanda di questa violenza a un politico italiano. Non è più possibile, negli anni Cinquanta era possibile.
Vale anche per la produzione culturale?
Il fervore di quei primi anni del Dopoguerra era dovuto al fatto che il mondo si apriva davanti a noi. E tutto quello che ci era stato negato – i grandi scrittori americani, i musicisti, i pittori, i francesi, gli inglesi – provocava un desiderio di linfa culturale e vitale. Tu ne eri così pieno che avevi la voglia di restituirla. Poi c’è stata una sorta di saturazione. E quando arrivò la Democrazia cristiana con la censura, fu in un certo senso stimolante: ti ribellavi alla censura.
Ogni censura trova il suo antidoto, si dice.
Ma certo. Mi ricordo quando Andreotti proibì L’Arialda con la regia di Luchino Visconti e successero macelli. Questo ci teneva svegli. Ora c’è un assopimento, un andazzo, senza più un vero scontro culturale.
Non è che abbiamo meno strumenti intellettuali?
Le persone si sono disabituate. Ormai tutti sono dei seguaci delle fabbriche del credere. La fabbrica del credere numero uno è la televisione: quello che dice la televisione è Vangelo.
Internet è una contromisura?
Assolutamente. Se ci fossero state solo le tv senza Internet non avremmo avuto le primavere arabe, non sarebbero state possibili senza comunicazione diretta, non mediata. La comunicazione mediata è velenosa, è contraffatta.
Di mezzo ci sono i media, appunto.
E le proprietà: un giornale come il Fatto, se dovesse dipendere da un proprietario, sarebbe così libero di scrivere quello che scrive? Non credo. Quando c’era un solo canale in televisione, il colonnello Bernacca leggeva le previsioni del tempo. E diceva: “Domenica potete fare tutti una bellissima gita, perché splenderà il sole”. E la domenica veniva una pioggia fottuta. O viceversa. Io avevo un compare, Peppe Fiorentino, il quale sentiva le previsioni di Bernacca e diceva: ”OI po si o po no ‘u paracqua m’u porto”. E allora dico: quando guardate la televisione, portatevi appresso il paracqua. Cioè a dire: apritelo, in modo che il cervello non vi si bagni e voi possiate ragionare di testa vostra; altrimenti la tv v’inonda. Ma è un esercizio difficile, anche perché si dice che la Rai offre la possibilità di avere tre canali, di cui il terzo è quello più di sinistra. Ma dove? Come segnale stradale? A momenti ho sentito più elogi di Berlusconi sul Tg3 che sul Tg1. Dov’è tutta questa differenza? Ai miei tempi c’era.
Questo dipende dal fatto che anche i partiti si sono omologati?
Mi rifiuto di chiamare quello che vedo e sento in questi ultimi tempi “Politica”. Politica oggi è sinonimo di corruzione. Vogliamo dissentire? Dopo Mani pulite sembrava chissà che cosa, invece siamo ridotti peggio di prima. Ed è del tutto trasversale. Una volta almeno Berlinguer poteva permettersi di teorizzare la diversità, ora il signor Penati mi pare che appartenga al Pd. Come il presidente della Provincia di Taranto. L’Italia dei Valori te la raccomando. Alla gente comune, che dice “sono tutti ladri” non gli puoi dare torto. Perfino i consiglieri regionali e comunali rubano. Allora perché io lo devo chiamare “uomo politico”? Lo chiamo ladro, perché i ladri sono quelli che rubano.
Una politica che cambia casacca nel giro di ventiquattro ore è politica?
In Sicilia si dice: u porco pa’ coda e l’omo pe’ a palora. Il porco si riconosce perché ha la coda a tortiglione. E l’uomo si riconosce per la parola data. Dicono: “Non faremo mai il governo con Berlusconi”, allora i cittadini li votano. Dopo un giorno, fanno il governo con Berlusconi. Tu non sei un uomo politico, sei un truffatore. Perché dovremmo avere fiducia in una corporazione che non fa altro che difendersi?
A cosa pensa?
Do un esempio, incontrovertibile. La Camera nega l’autorizzazione a procedere per Cosentino. Appena lui decade, se ne va in galera. Allora, io ho fiducia nella politica. Non ho fiducia in questa cosa oscena che ci spacciano per politica.
I partiti sono la vera antipolitica?
Non c’è dubbio. Sono la negazione della politica. Dicono che in politica tutto è possibile. Non è vero. In politica sono possibili più cose, ma non “tutto”. Altrimenti è un bordello, non politica. La politica è un patto che va continuamente rispettato tra gli elettori e coloro che vengono votati per rappresentare i cittadini. Ma è tradito dal fatto che questa legge elettorale fa sì che l’uomo politico non rappresenti un cazzo, perché è stato nominato dalle segreterie dei partiti e non votato. L’uomo politico, se lo possiamo chiamare così, è sempre più negato ai suoi doveri. Non solo: proprio questo porta a non rispettare le regole interne, vedi i 101 che votano contro Prodi.
Che pensa di Grillo?
Non so che pensarne. Una volta dissi: probabilmente i suoi grillini sono migliori di lui, più concreti. Lui è un capopopolo, un trascina folle. Poi quando si arriva al concreto della politica probabilmente lì in mezzo c’è qualcuno che è capace di fare la buona politica: hanno voglia di fare l’interesse dell’Italia. Non sono ridotti come la stragrande maggioranza dei politici italiani a fare il proprio interesse, o quello del partito.
Oltre i Cinque Stelle?
La Boldrini è una donna che si è occupata di profughi e rifugiati. Ebbene, ha accettato la candidatura di Sel e alla Camera ha tenuto un discorso estremamente politico, anzi di bella politica. Finalmente.
C’è un’ondata di rivalutazioni della Prima Repubblica. Lei ne ha nostalgia?
Ma per carità! La Prima Repubblica è stata una prova generale andata male. La Seconda non è andata meglio, la Terza sta andando peggio. Però non mi va di essere pessimista: gli elementi buoni a un certo punto si stancheranno di starsene tranquilli. Mi ricordo una frase bellissima di Alberto Savinio. Dicevano: “Dio riconoscerà i suoi”. E Alberto Savinio chiosava: “A fiuto”, perché una volta i cattolici non si lavavano per non commettere peccato mortale toccandosi le parti intime. Ecco, quelli giusti si riconosceranno a fiuto, indipendentemente dal partito cui appartengono.
Una rivoluzione?
Fino a oggi il popolo italiano ha dimostrato una pazienza e una resistenza psicologica notevoli. Basta pensare alla disoccupazione dilagante, alla difficoltà delle famiglie. Grillo ha ragione quando dice di aver incanalato un malcontento che avrebbe potuto anche essere violento.
La politica, compreso il governo tecnico, ha dimostrato un sostanziale disinteresse verso il disagio sociale.
Questi qui vivono in un ventre di balena! Non hanno nessun contatto con la gente, perché non sono stati più eletti. Il Papa tedesco è stato allevato sempre dentro la Chiesa, questo nuovo ci fa un’enorme impressione perché la sua origine è in mezzo ai poveri. Anche se pure lui… Va benissimo ricordare don Puglisi, ma si è ben guardato da ricordare Don Gallo. Quello sì che rompeva veramente i cabasisi… E così il Pd ha cominciato a morire quando ha perso il contatto con la base, con i lavoratori. Ma perché il Pd dovrebbe occuparsi dei lavoratori?
Forse perché è un partito di sinistra?
S’illude, cara. Di lavoro si occupa Sel, se ne occupa Landini. Che infatti ormai sembra un marziano.
Fonte
Quasi impeccabile l'analisi di Camilleri, che però mostra il fianco quando va a esprimersi sulla rete (che non è affatto uno strumento di comunicazione non mediato, basta vedere nella cosiddetta new economy quanti sono quelli che comandano) e su SEL/Landini che di lavoro si occupano sì, ma restando nella più totale compatibilità col capitalismo che il lavoro l'ha distrutto (insieme a molto altro).
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