Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/11/2025

Uno sguardo su Pier Paolo Pasolini attraverso il film “Uccellacci e uccellini”

Mi piace ricordare Pasolini rileggendo questo mio commento ad “Uccellacci e uccellini”, uno dei suoi capolavori. La didascalia del film che leggiamo sulla prima inquadratura riassume uno dei temi di “Uccellacci e uccellini”: è una sintesi ironica di una celebre intervista a Mao, ovvero a una delle icone e a uno dei principali riferimenti ideologici di quel ’68 che esploderà appena due anni dopo “Uccellacci e uccellini”. Un’intervista riassunta in questi termini: “dove va l’umanità? Boh!”.

Il film ci indica quindi sin dal suo inizio il tema del futuro, ovvero del senso del cammino o della storia dell’umanità. Non a caso la didascalia è sovrapposta all’immagine in campo lungo di una strada sul cui orizzonte scorgiamo appena, piccolissimi, i due protagonisti del film che conosceremo qualche attimo dopo. La strada è appunto la metafora visiva, chapliniana della storia come cammino dell’umanità.

Subito dopo conosciamo i due personaggi del film, finalmente inquadrati da vicino: un padre e un figlio, interpretati da Totò e Ninetto Davoli, in realtà interpreti di se stessi, i quali percorrono quella strada di periferia, apparentemente senza un motivo o una precisa direzione: di nuovo un tema che precorre il ’68, quello del conflitto tra le generazioni, tra la vecchia Italia cattolica e contadina, quella appunto dei padri, e la nuova Italia dei giovani, uscita profondamente trasformata dal boom economico e dai radicali processi di modernizzazione che lo hanno accompagnato.

Il bar di periferia in cui vediamo fermarsi i due protagonisti è la prima stazione del loro viaggio, il cui svolgimento in forma poetica più che narrativa sarà appunto il film. Allegro e sorridente, Ninetto si aggiunge ad un gruppo di ragazzi che ballano davanti al bar: una sequenza che sembra volerci restituire attraverso il movimento e il ritmo frenetico di quei giovani corpi e della loro danza, lo slancio vitale, il prepotente impulso di cambiamento che anima le giovani generazioni nell’Italia appena uscita dal boom della fine degli anni ’60.

La corsa improvvisa di quei giovani verso un autobus interrompe bruscamente il loro ballo e il cammino dei due vagabondi riprende così in una sterminata periferia, in uno spazio deserto quasi beckettiano. E del resto vagamente beckettiano appare pure lo stesso personaggio di Totò, di cui Pasolini esalta i tratti grotteschi e assurdi della sua maschera triste, in contrasto con l’infantile allegria e l'innocente vitalità da angioletto del figlio Ninetto.

Le insegne stradali che scandiscono il cammino senza meta dei due personaggi indicano città e paesi di continenti diversi e così la periferia e la campagna romane finiscono per mutarsi nella periferia e nella campagna del mondo. I campi lunghi e lunghissimi, dentro i quali Totò e Ninetto sembrano perdersi, disegnano uno spazio che si fa metafora di un mondo che si è dilatato, oggi diremmo globalizzato, privo ormai di quella stabile e rassicurante distinzione tra centri e periferie che lo ha per un lunghissimo periodo storico strutturato.

Si direbbe allora che il deserto della periferia sia l’immagine di una realtà assurda, svuotata ma anche l’immagine di una apertura di spazi, di nuove possibilità storiche. Non sappiamo dove vada l’umanità come ci dice Mao all’inizio del film, ma sappiamo che c’è un cammino nello spazio di un mondo che è infinitamente più vasto e aperto di quello che abbiamo conosciuto sino ad ora. Di qui il senso di libertà dei due personaggi e del loro vagabondare per le strade del mondo.

Pasolini esalta la semplicità e lo slancio della loro ingenua vitalità proletaria, l’essenziale autenticità dei loro istinti primordiali che si esprime negli impulsi della fame e del sesso, privati però adesso di quei tratti di aggressività e di violenza che li connotavano nei suoi film precedenti. Di qui il tono favolistico del film, il suo tocco di comica leggerezza quasi chapliniano. Nei titoli di testa esso viene definito “un triste girotondo” e insieme un “lieto girotondo”.

Totò e Ninetto ci appaiono come l’espressione immediatamente fisica di una vitalità proletaria che non ha tuttavia più niente della collera e della violenta disperazione del sottoproletariato delle borgate romane di Accattone. Nessuna aperta o consapevole ribellione esprime la loro, povera, nuda esistenza: e tuttavia quest’ultima si impone come una oggettiva negazione dell’ordine fondato sulla proprietà privata e la sua violenza, sebbene l’esplicita ribellione ad esso si manifesterà soltanto nell’atto del defecare sul terreno di un proprietario e poi nella fuga per sfuggire alle sue fucilate.

Il cinema di poesia sembra risolversi qui nel linguaggio non-verbale dei corpi di Totò e Ninetto, nella poetica grazia e nella sublime semplicità dei loro gesti: nello splendido apologo degli “uccellacci e degli uccellini” i due protagonisti, nei panni di due frati francescani del Duecento, troveranno il modo di comunicare con gli uccelli nel puro linguaggio dei gesti, l’unico in grado di comunicare ad essi la religione della pace e dell’Amore. Nella misura in cui esso libera il gesto, il cinema di poesia si pone dunque come ritorno e recupero del cinema muto. Esso non è più soltanto la “lingua scritta della realtà” ma anche la lingua proletaria del corpo.

Ma proprio l’ironico ricorso alle caratteristiche didascalie del cinema muto consente a Pasolini di esplicitare i contenuti politici ed ideologici del suo film e insieme di sottoporli ad una spietata e dolorosa riflessione autocritica. La comicità di Totò come “uomo umano” si impone infatti come la loro critica implicita. La maschera ilare e triste, ingenua e folle dell’attore napoletano, massima espressione della vitalità e dell’“umanità” dell’uomo si contrappone alla razionalità ossessiva e disperata del corvo marxista che come un insopportabile grillo parlante accompagna i due vagabondi in tutto il corso del loro cammino.

Il corvo definisce “religione” la “ forza che un passo dopo l’altro” fa muovere i due pellegrini “lungo una strada che nessuno sa”, quella in cui crede siano destinate a convergere tutte le altre. Una religione che li rende “beati”, espressione di una forza inattingibile per lui, i cui genitori sono non a caso il “Dubbio” e la “Coscienza”. Ma qui “passione” e “ideologia” si intrecciano e insieme si contraddicono. L’apologo francescano che viene recitato dagli stessi Totò e Ninetto è tuttavia raccontato dal corvo.

Esso non è quindi tanto l’espressione di quella “religione” immanente nella vitalità proletaria dei due pellegrini quanto della concezione della religione propria dell’intellettuale marxista, ovvero della religione che si nasconde nella sua ideologia e che viene esplicitata nello splendido discorso di Francesco d’Assisi: la profezia di quest’ultimo, dell’avvento di una sorta di Messia marxista, quindi la rivendicazione di una religione fondata sull’impegno politico quotidiano contro l’oppressione e la diseguaglianza tra le classi come condizione per l’avvento di un mondo all’insegna dei valori evangelici di amore e di pace sembra intrecciare e conciliare una prospettiva religiosa e apocalittica con una concezione della storia come graduale progresso della coscienza.

L’incontro tra il corvo e i due pellegrini è allora la metafora di quello tra la concezione della religione che il corvo rende esplicita nel discorso di Francesco e quella “religione” che è lo stesso cammino senza meta dei due vagabondi, ovvero la metafora del disperato tentativo dell’intellettuale marxista di portare al livello della coscienza e della storia come narrazione di lotta di classi la vitalità proletaria, al di qua o al di là della storia, che si incarna in Totò e Ninetto.

Ma al corvo che gli chiede dove stiano andando, Totò risponde semplicemente “laggiù, in fondo”: il suo senso della vita è proprio il contrario di una prospettiva finalistica. Perciò il suo unico senso è la morte in cui la vita si compie, di contro ad ogni dimensione storica. Significativo in questo senso il dialogo tra Totò e Ninetto sulla vita e la morte: quando uno muore, dice Totò – rispondendo ad una ingenua domanda del figlio su come si passi dalla vita alla morte – vuol dire che tutto quello che doveva fare lo ha fatto. Una didascalia ci informa che il corvo “è un intellettuale marxista di prima della morte di Togliatti”.

E qui Pasolini introduce un altro elemento essenziale per definire la dimensione storica del film. I giovani che danzano all’inizio del film, come il paesaggio urbano e le industrie che di tanto in tanto scorgiamo nella campagna sterminata ci dicono che siamo appunto nell’Italia “di dopo la morte di Togliatti”. La splendida sequenza dei funerali, montata con soli documenti di repertorio è una delle più grandi pagine del cinema di Pasolini. La morte di Togliatti è la fine di una certa Italia contadina e proletaria, quella che ha vissuto le lacerazioni terribili del fascismo e della guerra ma anche le grandi speranze di rinnovamento e di trasformazione radicale della società del dopoguerra, della Resistenza e degli anni ’50, il decennio in cui si svolge la formazione politica e ideologica di Pasolini. La sua fine Pasolini la racconta attraverso il pianto, il dolore e la disperazione di una folla sterminata che nel film si fa immagine di una comunità, ovvero di un popolo che attraverso il partito si è dato una coscienza.

È forse tra tutte le sequenze dei suoi film quella in cui meglio Pasolini ha saputo risolvere nel cinema la sua poesia civile e l’ideologia populista che vi si esprime. Si direbbe che qui “passione” e “ideologia” per una volta, si confondono completamente, di là dal loro lacerante conflitto che scandisce la poesia e il cinema di Pasolini, di là da quello “scandalo del contraddirmi” che Pasolini confessava a Gramsci davanti alla sua tomba, in versi celebri del poemetto Le ceneri di Gramsci. Non più soltanto “estetica passione” come lo stesso Pasolini la definiva in quei versi, qui la visione “sacrale” del popolo, tutta figurativamente risolta nelle immagini di repertorio dei funerali, riassume e condensa, infatti, la stessa passione politica di Pasolini. L’ideologia si fa passione.

Ciò non toglie tuttavia che questa identificazione avvenga nel segno della morte, del dolore, della “passione” intesa anche in senso cristologico: i pugni chiusi dei proletari che sfilano davanti al feretro di Togliatti sembrano scandire un rito religioso, come le stesse bandiere rosse a lutto sotto le quali si compone e raccoglie il popolo fattosi comunità politica. Se la morte di Togliatti è la fine di un’epoca storica, essa ne è anche il compimento, racchiudendone il senso. Ancora una volta, secondo le parole di Totò che citavamo prima, la vita si compie nella morte.

Nel film tuttavia a questo motivo se ne accompagna e intreccia un altro, apparentemente opposto: quello dell'identità tra vita e morte intesa nel senso del ciclo, ovvero l’idea della morte come rinascita della vita. Ancora una volta si tratta di un motivo che in Pasolini non è esente da tratti cristologici. La morte del corvo, mangiato da Totò e Ninetto è appunto la metafora di questa potenza della vita che si incarna nei due vagabondi. La concezione della vita e del mondo espressione di un epoca storica ormai compiutasi viene digerita e quindi assimilata da Totò e Ninetto.

È lo stesso Pasolini a suggerire didascalicamente questa interpretazione nella citazione ironica di una frase del grande filologo Giorgio Pasquali: “i professori vanno mangiati sempre in salsa piccante, perché chi se li mangia diventa un po’ professore anche lui”. Io credo che qui il registro ironico sia fondamentale per capire la conclusione del film, se di una vera e propria conclusione possiamo parlare e il suo stesso senso e quindi il senso della sua poesia.

Per un verso l’immagine delle ceneri del corvo, inquadrate in primo piano da Pasolini, forse evocative di quelle di Gramsci, sono in questo senso anche l’immagine-simbolo del martirio: l’intellettuale mangiato dai due sottoproletari si fa martire e la sua vita e il suo impegno acquistano il loro senso in questa fine. Ma per un altro verso questo compimento si configura nello stesso tempo come l’inizio di una nuova storia e di una nuova vita. Perciò l’intellettuale marxista non può che finire mangiato.

L’atto del mangiare è nello stesso tempo l’espressione della eterna Fame dei due vagabondi e insieme un rinnovato ma laico rito eucaristico: mangiando il corvo, Totò e Ninetto ne digeriscono e assimilano alcuni essenziali “insegnamenti” impliciti nelle sue parole e diventano almeno un po’ come lui. Dunque la morte come compimento e insieme passaggio ad un “al di là” storico e terrestre. La morte del corvo, ovvero quella di Pasolini acquista non a caso un senso liberatorio che non ha quella di Togliatti nella sequenza dei funerali. Ci si libera della “ideologia” solo assimilandola. “Il cammino è appena iniziato, ma il viaggio è già finito”, dice il corvo, all’inizio del film.

Ma in fondo se un cammino può ancora darsi è proprio perché il viaggio è finito. In realtà ogni “viaggio” è sempre già finito, il suo “fine” dandosi infatti in esso come già predeterminato nel suo inizio, come “compimento” di quest’ultimo. Se allora la morte di Togliatti sembra volerci dire che la storia è finita, quella del corvo ci suggerisce, invece, che è finita una certa concezione finalistica della storia, di là dalla quale propria la storia potrà continuare sebbene non verso uno scopo o un fine predeterminato ma verso quel “laggiù” indicato da Totò e che non conosciamo ancora.

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02/05/2025

La vita di un partigiano per comprendere una generazione politica

Con il termine “lunga Resistenza” si designa il periodo storico che vide impegnati molti militanti antifascisti, soprattutto comunisti, che inizia con l’esilio all’estero, prosegue con la guerra di Spagna, la detenzione nei campi dei reduci delle Brigate Internazionali in Francia e il confino in Italia per concludersi con la Resistenza nel 1943-'45. Si tratta di una vicenda storica importante, di cui abbiamo già avuto modo di trattare su Contropiano in occasione dell’uscita di un bel documentario interattivo disponibile in rete realizzato dall’AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna): La lunga Resistenza: dalla guerra di Spagna all’Italia.

La guerra di Spagna, a cui parteciparono, nelle forze repubblicane, circa cinquemila italiani, fu il momento fondamentale di formazione militare per coloro che avrebbero costituito in seguito gran parte del gruppo dirigente della Resistenza. Per questo possiamo dire oggi che la Resistenza italiana non avrebbe avuto lo stesso sviluppo senza la guerra di Spagna.

Tuttavia, se la militanza nelle Brigate Internazionali costituì una decisiva formazione militare, non si deve trascurare la scuola politica che avvenne nei lunghi anni seguenti, tra la prigionia che il governo francese riservò ai reduci della Spagna e in seguito, al rientro in Italia, al confino, soprattutto a Ventotene.

In quelle condizioni di detenzione gli antifascisti riuscirono a organizzare comunque dei corsi di politica, di economia, di storia che affiancarono la formazione culturale a quella militare. In tutte queste vicende si forgiò un gruppo consistente di militanti comunisti che presero parte alla Resistenza in ruoli dirigenti.

Proprio su questi aspetti della storia resistenziale ma anche, in seguito, della storia italiana s’incentra un libro uscito recentemente presso Derive e Approdi: I fascisti tradirono l’Italia, di Anello Poma (a cura di Italo Poma e Alberto Zola, pp. 95, €14), che della “lunga Resistenza” fu uno dei protagonisti. Si tratta di un libro di un centinaio di pagine, ma è importante per riprendere alcuni aspetti della Resistenza e dei primi anni della Repubblica italiana attraverso la testimonianza e la biografia di Poma.

Anello Poma era nato nel 1914 a Biella e sin da giovanissimo iniziò la sua militanza nel PCd’I. Tuttavia, anche per ragioni generazionali, non arrivò alla guerra di Spagna attraverso l’esilio, ma in un modo più curioso. Sentendo fortissima la motivazione di aderire alle Brigate Internazionali, partì per Parigi nell’agosto 1937 approfittando di una gita dopolavoristica organizzata per visitare l’Esposizione Internazionale.

Nella capitale francese si dileguò dal gruppo e si mise in contatto con compagni che organizzarono il suo viaggio verso la Spagna. In seguito fu appunto detenuto in Francia, confinato a Ventotene e comandante partigiano nel biellese con il nome di battaglia di Italo.

La prima parte del libro è costituita dalla trascrizione di un intervento di Anello Poma, che dà anche il titolo al libro, I fascisti tradirono l’Italia tenuto nel giugno del 1996 in una scuola media. Si tratta di un testo in cui Poma chiarisce quali siano i principi della guerra di guerriglia, diversi dalla guerra tradizionale tra eserciti e tocca la delicata questione di come considerare i giovani che si erano arruolati nelle brigate nere della RSI.

Una questione che nel 1996 era di bruciante attualità per le sciagurate affermazioni del Presidente della Camera, Violante, sulla necessità di comprendere le ragioni dei giovani che si arruolarono con la Repubblica di Salò.

La posizione di Anello Poma è molto chiara e distingue chi si arruolò volontario nelle brigate fasciste che, si badi, furono destinate esclusivamente alla lotta antipartigiana e chi, della classe 1925 o '26, per paura di rappresaglie o per ignoranza subì l’arruolamento nell’esercito della RSI.

È evidente che si tratta di due situazioni diverse, tanto che se verso i primi l’unica parola d’ordine fu “arrendersi o perire”, per i secondi i partigiani tentarono spesso azioni di recupero che videro molti giovani cambiare campo. Tuttavia, in ogni caso non si può accettare lo schierarsi con l’occupante tedesco e la discriminante storica e politica della questione è chiara.

Non è un caso, purtroppo, che anche in occasione dell’ottantesimo della Liberazione molti esponenti della destra, anche di matrice MSI, abbiano rispolverato il discorso di Luciano Violante.

All’intervento di Anello Poma segue un saggio dello storico Alberto Zola che si incentra su due questioni controverse nella storia dei comunisti italiani: la svolta di Salerno e l’amnistia Togliatti, traendo spunto da questi fatti per analizzare alcuni aspetti del dibattito interno al PCI negli anni successivi alla Liberazione e come fu vissuto dalla generazione resistenziale di cui faceva parte Anello Poma.

Secondo Zola, la svolta di Salerno fu concepita da Togliatti per ottenere l’accettazione del Partito Comunista come partito nazionale (non più della classe operaia e della rivoluzione) che avesse anche funzioni di direzione ma che divenne incompatibile con la politica fondata sul CLN come fondamento del nuovo stato. In terzo luogo, Zola individua nel seguito della svolta di Salerno il percorso che portò il Partito dalla concezione della democrazia di tipo nuovo che realizza misure di carattere socialista verso una democrazia semplicemente rappresentativa e borghese.

Il Partito aveva avuto, in quel periodo, due centri dirigenti, uno a Milano e uno a Roma. Il centro di Milano era legato all’esperienza partigiana con un costante confronto con la classe operaia e la lotta di classe mentre quello romano, dopo i lunghi anni di clandestinità, viveva l’esigenza di collaborare strategicamente con le tradizionali forze borghesi mettendo di fatto in secondo piano il ruolo rivoluzionario. Un contrasto che è stato simbolicamente rappresentato con il vento del nord e il vento del sud.

Quanto all’amnistia Togliatti, Zola ricorda che il suo effetto fu quello di vedere uscire di galera molti fascisti, responsabili anche di stragi e di torture. Inoltre, nel maggio del 1945 i tribunali militari alleati iniziarono a imputare a partigiani, soprattutto garibaldini, azioni avvenute in guerra ma considerate illegittime. Con la ricostituzione della magistratura repubblicana, in cui erano presenti giudici del vecchio regime, i partigiani si trovarono a passare da liberatori a imputati mentre i fascisti scamparono alla giustizia.

Anello Poma dopo la Liberazione fu per poco tempo dirigente di partito a Vercelli, ma ben preso fu chiamato a Roma, per collaborare con Secchia alla commissione organizzazione, vivendo ospite di Mauro Scoccimarro di cui aveva sposato la figlia con un singolare rito partigiano. Tuttavia non si ambientò mai a Roma: la mancanza del lavoro operaio, del contatto diretto con la lotta di classe lo portarono a tornare a Biella dove svolse ancora attività di dirigente di partito e di giornalista.

Entrò nel comitato regionale piemontese del PCI, ma fu progressivamente emarginato dai ruoli dirigenti sinché nel 1968 venne sollevato da tutti gli incarichi, insieme ad alcuni altri funzionari che si erano battuti perché il PCI si aprisse alle istanze dei movimenti giovanili. Da quel momento la vita di Poma fu soprattutto dedicata all’attività storica.

Al di là dei giudizi sulla svolta di Salerno, che sono ancora oggi oggetto di dibattito storico, la vita di Anello Poma illustra quella che fu la storia di una generazione di militanti comunisti e in parte anche del dibattito all’interno del PCI sino al termine degli anni sessanta. Tali militanti e dirigenti, che si erano formati sin dai tempi della guerra di Spagna, furono progressivamente emarginati dai ruoli dirigenti, parallelamente a colui che ne era, in buona parte, il punto di riferimento: Pietro Secchia.

In maniera troppo sbrigativa la questione è stata spesso ridotta a quella dello stalinismo, ma in realtà si trattava di divergenze significative che riguardavano il rapporto del partito con la classe operaia e con le istituzioni della repubblica liberale. Divergenze che sono ben evidenti rileggendo oggi gli scritti di Pietro Secchia che però non si esplicitarono mai completamente, non solo per disciplina di partito ma anche perché per tutti quei militanti il Partito aveva rappresentato, per decenni, la ragione di vita e anche, in qualche modo, l’unica protezione quasi in forma familiare.

Lo stesso Secchia riteneva che la scelta migliore fosse quella di restare comunque nel Partito, e i casi milanesi come quelli di Giuseppe Alberganti “Cristallo” e Raffaellino De Grada che invece lo abbandonarono verso il Movimento Studentesco furono eccezionali.

Oggi possiamo rileggere molti documenti che testimoniano l’apertura di Secchia verso i movimenti giovanili del 1968 e anche prima il suo interesse per la rivoluzione cinese. Secchia fu anche un punto di riferimento ideale per vari movimenti della nuova sinistra post-sessantotto; basti ricordare la commemorazione che avvenne alla Statale di Milano al momento della sua morte, nel 1973. Proprio a Secchia è dedicato l’ultimo capitolo del libro I fascisti tradirono l’Italia, in cui Anello Poma sostiene l’opportunità di recuperare e ristudiare il contributo politico e storico di Secchia.

Questo piccolo libro, ricostruendo la vita e il pensiero di un protagonista della Resistenza come Anello Poma, permette anche di tratteggiare almeno a grandi linee non solo alcune vicende problematiche dell’Italia resistenziale, ma anche la biografia politica di una generazione di comunisti che vissero i momenti storici seguenti alla Liberazione avendo un punto di vista diverso da quello della maggioranza togliattiana del PCI.

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08/06/2024

Una disciplinata guerra di posizione

Di Ottone Ovidi

Alessandro Barile, Una disciplinata guerra di posizione. Studi sul Pci, Franco Angeli, Milano, 2024, euro 33,00.

È possibile comprendere la storia generale di un paese attraverso la storia particolare di un partito politico? È da questa sollecitazione gramsciana che parte Alessandro Barile nella sua ultima opera per ricostruire la fisionomia della cultura politica del Partito comunista italiano (Pci) e la sua politica culturale, a partire dalla Liberazione e fino all’esplosione del lungo Sessantotto. L’autore lo fa presentandoci una serie di episodi e questioni particolari accomunate dalla centralità della relazione tra politica e cultura nel comunismo italiano. Non una vera e propria storia del Pci, quindi, ma piuttosto una rilettura del partito attraverso la lente del rapporto tra comunismo, cultura e società italiana. Un rapporto, evidenzia l’autore, che mutò rapidamente negli anni del miracolo economico, entrando di fatto in crisi e lasciandoci in eredità numerosi interrogativi aperti che esulano la dimensione prettamente partitica dello studio: come ripensare i rapporti democratici tra politica e cultura al di fuori della separazione liberale? Quale la dimensione democratica della cultura “nazional-popolare”?

Furono proprio questi interrogativi, ricostruisce l’autore, a guidare i tentativi di politica culturale del Pci nei decenni considerati: “il tentativo di fuoriuscire dai vincoli della separatezza senza per questo cadere nella sterile dimensione autoritativa dello ždanovismo. Il tentativo di organizzare fattivamente la gramsciana ‘guerra di posizione’, stabilendo alleanze politico-ideologiche senza disperdere, con ciò, il carattere di ‘guerra’, cioè di battaglia di civiltà che abbia, come posta in gioco, non la semplice alleanza di governo ma il superamento dei rapporti di produzione capitalistici” (pp. 9-10).

Secondo l’autore, infatti, questo superamento rimaneva l’obiettivo politico del partito togliattiano, da collocare, però, all’interno del costante tentativo di tenere insieme socialismo e democrazia. Questa fu una delle caratteristiche originali del marxismo italiano. Un marxismo storicista, sottolinea l’autore, che tentava di unificare il materialismo marxiano con le correnti democratiche della storia italiana, a partire da Croce, ma per mettersi al servizio del rinnovamento e della modernizzazione, ancora incompiuta, del paese e per superare la “crisi di civiltà borghese” manifestatasi compiutamente con le guerre mondiali. Per questo motivo, il Pci togliattiano tentò di portare avanti una politica che conciliasse gli interessi delle classi lavoratrici con quelli della nazione. Ed è qui, nella contraddizione irrisolvibile tra la matrice ideologica rivoluzionaria del partito e l’integrazione della classe operaia nello stato e nella società civile, che Barile inserisce anche l’analisi dei rapporti tra comunismo italiano, intellettuali e cultura.

Nel tentativo di governare questo processo, il Pci togliattiano agì su diversi livelli di articolazione dell’azione politica. Da una parte, il confronto con lo storicismo italiano, mediato da Gramsci, grazie a cui relazionarsi con una parte importante del mondo intellettuale dell’epoca. Dall’altra, il marxismo-leninismo di stampo stalinista, grazie a cui mantenere il legame con la base militante del partito. Si tratta di quella che è stata definita “doppia lealtà” del togliattismo. Secondo l’autore, per il Pci si trattava di accettare la politica democratica, intendendola però come una fase transitoria verso obiettivi che non si concludevano in essa. Una doppia lealtà che, quindi, non andava intesa come un sinonimo di trucco o di tattica, ma anzi come il risultato della parabola storica del comunismo italiano passato attraverso le vicende della Guerra di Spagna e della Resistenza, in cui la dirigenza comunista aveva elaborato l’idea che non fosse possibile riproporre la rivoluzione bolscevica nel paese. Il risultato, però, evidenzia ancora l’autore, fu di fatto una politica di controverso riformismo, un riformismo debole, figlio anche della rassegnata impossibilità di fatto a governare, a causa dell’interdipendenza delle vicende nazionali con la dimensione internazionale della Guerra fredda.

Questo precario equilibrio impostato dal partito funzionò nel corso del primo dopoguerra e poi fino ai primi anni Sessanta, contribuendo alla vasta opera di alfabetizzazione e nazionalizzazione delle masse ed agendo, a tutti gli effetti, come elemento di modernizzazione del paese. Il Pci riuscì anche, in mancanza di alternative di peso, a portare nel partito molte delle aspirazioni politiche e culturali che si opponevano alla Democrazia cristiana, ad aggregare consensi diffusi, non solo direttamente di classe, interessati alla redistribuzione della ricchezza prodotta. Tutto ciò entrò in crisi con il dispiegarsi degli effetti della crescita economica, dello sviluppo industriale del paese e dell’esplosione del consumismo di massa, anche culturale. Il Pci si trovò impreparato ad affrontare i cambiamenti che stavano avvenendo nella società italiana, esplicitati soprattutto dalle rivendicazioni delle nuove generazioni – consumo privato, tempo libero, produzione culturale – passando da un ruolo di modernizzazione nella società a posizioni passive e difensive. Il boom economico e i consumi di massa avevano trasformato profondamente la società italiana, mettendo in crisi le strutture di socializzazione di massa – politiche e religiose – a favore di nuove identità individuali che il partito non era più in grado di gestire e di comprendere.

L’esplosione del Sessantotto e del conflitto sociale diffuso portarono il Pci sempre di più verso lo stato e le sue istituzioni, mettendo fine definitivamente alla politica togliattiana della doppiezza, da una parte portando alla divaricazione tra il partito, incapace di ricalibrare la sua azione politico-culturale, e la società e, dall’altra parte, creando lo scontro tra partito e protesta giovanile. Con la fine della doppiezza venne meno anche lo spirito di superamento del capitalismo che aveva, seppure con tante contraddizioni, fino a quel momento animato l’azione del Pci, di fatto ponendo le basi per lo scioglimento del partito avvenuto due decenni più tardi.

Cosa rimane oggi della lunga storia del comunismo italiano? Non molto sembra dirci l’autore. E non tanto per l’assenza di studi e ricerche sul tema – nell’ultimo capitolo del libro viene effettuata un’attenta ricognizione delle pubblicazioni uscite in occasione del centenario della fondazione del Pci nel 2021 – quanto per l’assenza di prospettive politiche da parte della pubblicistica sull’argomento. Insomma, il Pci “non sembra più costituire un possibile modello a cui tendere” (p. 171) ma, nonostante “la disconnessione tra ricerca storica e proiezione politica” (p. 172) le questioni alla base del lavoro di Barile sono ancora tutte da sciogliere.

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16/07/2023

Pietro Secchia, la degenerazione del PCI e il “centrismo”

Cinquant’anni fa, moriva in circostanze ancor oggi non chiarite un grande dirigente comunista: si chiamava Pietro Secchia, era piemontese e apparteneva alla seconda generazione di “costruttori del partito”, quella che aveva operato nella lotta clandestina contro il fascismo, nella resistenza armata contro il nazifascismo e nelle dure lotte sociali e politiche del secondo dopoguerra.

Secchia era infatti uno dei giovani più attivi e motivati fra quelli che aderirono al nuovo partito comunista, e assieme a Luigi Longo fu dirigente di spicco della Federazione giovanile comunista.

Alla fine degli anni Venti la «svolta» della III Internazionale in direzione di un inasprimento della lotta contro le socialdemocrazie, con la previsione di una situazione a breve insurrezionale, vide premiato il radicalismo dei giovani, ed essi saranno i protagonisti della ripresa di una diffusa attività clandestina nell’Italia fascista.

Una scelta, questa, che si rivelò molto costosa sul piano degli esiti con la cattura di gran parte dei dirigenti inviati nella penisola, benché sempre rivendicata a posteriori dai protagonisti (non solo Secchia, ma anche Giorgio Amendola) come errore ‘provvidenziale’ che aveva riportato l’organizzazione clandestina del PCd’I in Italia, ponendo le basi per la futura esplosione di massa nella Resistenza.

In questo frangente Secchia rivelò le sue doti di «ferreo organizzatore» (che avrebbe confermato nel periodo della Resistenza) e maturò quel profilo del «rivoluzionario di professione» che è stato una figura importante e centrale della politica novecentesca.

La cattura da parte dei fascisti gli procurò un lungo periodo di prigionia, dall’aprile del 1931 all’agosto del 1943, e gli impedì di prender parte all’esperienza dei Fronti Popolari e della guerra civile spagnola.

Furono però per Secchia anni di studio, dedicati alla lettura di Clausewitz e di altri classici del pensiero militare, insieme con l’aggiornamento sugli sviluppi della politica sovietica nel periodo della costruzione del socialismo. Quando i tempi saranno maturi, la resistenza armata contro il nazifascismo coinciderà perciò con l’ascesa politica, ideologica e militare di Secchia nel movimento comunista e partigiano.

Fermo restando l’incondizionato apprezzamento per lo stile etico-politico rigoroso e per una sensibilità di classe più elevata rispetto a quella di altri dirigenti storici del PCI, va detto che le differenze rispetto alla linea togliattiana riguardavano il ruolo politico e strategico attribuito ai CLN rispetto all’impianto costituzionale fondato sulla democrazia parlamentare, che il PCI stava realizzando nel Sud.

Limitando l’esame al periodo della Resistenza, occorre rammentare che la valutazione della politica di unità nazionale che fu data dai dirigenti del PCI al Nord poneva l’accento su aspetti diversi da quelli sottolineati da Togliatti al Sud. In effetti, mentre al Sud la partecipazione del partito al governo Badoglio si situava all’interno di un gabinetto che andava dai monarchici ai comunisti sotto l’occhiuta tutela del governo militare anglo-americano, la presenza del PCI al Nord, nel CLNAI, era invece una presenza massiccia ed egemonica, degna di una vera avanguardia della lotta antifascista. Sennonché proprio l’abilità e il prestigio dei quadri centrali che dirigevano il partito al Nord (mi riferisco ovviamente a Pietro Secchia e a Luigi Longo) spingeranno le masse, nel momento dell’insurrezione, a credere che la politica di unità nazionale fosse la prima tappa di una rivoluzione ininterrotta verso il socialismo/comunismo.

Ma la sostanza era ben diversa, ed emerge senza attenuazioni e perifrasi da una nota, risalente al 24 giugno 1945, del “Promemoria autobiografico”, in cui Secchia scrive:
«Gli “alleati” erano i veri padroni, il governo italiano contava poco, eppure era tutto un indaffararsi di carattere governativo ed anche i nostri da un anno erano ormai inseriti in questo lavoro ministeriale-parlamentare, nei mercati delle vacche e in tutti gli intrighi e le cucine dei diversi ministeri e relativi sottobanchi, tutti volti a problemi ben diversi da quelli che costituivano l’attività quotidiana nel Nord... Fui assai amareggiato da queste situazioni. Compresi che per la seconda volta eravamo stati fregati».
In realtà, come era già accaduto nel biennio 1919-1920, il freno maggiore del processo rivoluzionario era da individuare, ancora una volta, nel ‘centrismo’, consistente, per quanto riguarda il comportamento politico-ideologico di Secchia, nella oscillazione tra l’egemonia togliattiana di chiara impronta revisionista e un radicalismo rivoluzionario incapace di fuoriuscire dal quadro strategico della ‘via italiana al socialismo’.

Per contro, Togliatti fu sempre molto chiaro nell’illustrare i contenuti, le modalità e i fini della sua prospettiva revisionista.

Il ruolo centrista svolto da Serrati nel ‘biennio rosso’ sarà così assolto da Secchia, il quale, malgrado la disincantata lucidità del suo sguardo, deciderà di ‘coprire’ a sinistra Togliatti vanificando la spinta rivoluzionaria delle masse del Nord con l’illusione politico-ideologica della politica del ‘doppio binario’, cioè con la prospettiva di un’azione che avrebbe mirato, nel momento opportuno, ad obiettivi rivoluzionari.

Il paradosso storico fu pertanto che il lavoro organizzativo di tipo leninista svolto da Secchia e da Longo aveva creato, sia sul terreno militare sia sul terreno della lotta di massa, una serie di strutture che, una volta ampliate e rafforzate, avrebbero potuto sostenere un processo di rivoluzione ininterrotta anche di lunga durata. Ma quelle strutture furono completamente abbandonate non appena l’Italia fu liberata dai tedeschi.

Estendendo il discorso da fare in questa sede alla parabola del revisionismo italiano, occorre chiarire che è del tutto infondato il giudizio storico-politico secondo cui il revisionismo, cioè l’abbandono, nei fatti, di una prospettiva rivoluzionaria e la sua sostituzione con una strategia riformista, sarebbe cominciato nel periodo della direzione di Berlinguer, mentre il periodo precedente (1945-1970) sarebbe stato un periodo immune dal virus revisionista.

Al contrario, un’analisi storica non superficiale basta a dimostrarci che la degenerazione revisionista risale perlomeno al 1945, ossia alla gestione semi-opportunista della “svolta di Salerno”, laddove la ‘svolta’ fu una scelta giusta, poiché la contraddizione centrale era in quel momento la contraddizione tra il fascismo e la Resistenza, e l’errore di Togliatti, all’inizio minima deviazione angolare, destinata a diventare poi una forbice sempre più ampia nei cinque lustri successivi, fu quello di trasformare una scelta tattica in una prospettiva strategica di collaborazione con la borghesia.

Perché questo processo involutivo è potuto avvenire? Per rispondere a questa cruciale domanda occorre ribadire che, al netto dell’azione di contrasto esplicata, con l’appoggio di Stalin, da Secchia e da una frazione minoritaria formalmente antirevisionista, la trasformazione del PCI in “partito operaio borghese” (secondo la classica definizione di Engels e di Lenin), prima della sua finale liquidazione ad opera di Occhetto e di Napolitano, non è stata semplicemente l’opera soggettiva di un gruppo di dirigenti revisionisti (quasi che il PCI fosse un ‘corpo sano’ con una ‘testa malata’).

Questi dirigenti infatti erano l’espressione di una precisa realtà sociale, rappresentata dal crescente predominio, all’interno di quel partito, dell’aristocrazia operaia, della burocrazia sindacale, della piccola borghesia e degli intellettuali borghesi e piccolo-borghesi: predominio dovuto alla politica di corruzione dei quadri comunisti praticata dai ceti dirigenti del capitalismo sul piano sia economico che ideologico.

«Oggi – scriveva Lenin già nel 1916 – il “partito operaio borghese” è inevitabile e tipico di tutti i paesi imperialisti... Nella lotta fra queste due tendenze – continuava Lenin riferendosi alla lotta fra il revisionismo di cui è portatore il “partito operaio borghese” e il marxismo rivoluzionario di cui sono portatori i comunisti – si svolgerà ora inevitabilmente la storia del movimento operaio, poiché la prima tendenza non è casuale, ma economicamente determinata».

Evidentemente, come rivela l’involuzione delle formazioni comuniste create e poi sciolte in questo ultimo decennio, non è né facile né semplice liberarsi dal retaggio identitario, opportunista e revisionista, del PCI, se non si fanno i conti con quella che è stata a suo tempo felicemente definita come l’ideologia della “rivoluzione senza rivoluzione” e, più in generale, con il gramscismo.

Una lezione che certamente Secchia meditò negli ultimi anni della sua parabola politica, quando fu colpito dal movimento studentesco, nel quale ravvisò somiglianze col ribellismo della propria generazione, ma che interpretò sempre facendolo rientrare nei canoni leninisti della sua formazione teorica.

Frutto di questa simpatia e, in particolare, dei legami stretti con il Movimento Studentesco di Milano fu la sua collaborazione con l’editore Giangiacomo Feltrinelli, che si tradusse nella cura della rivista “Annali” e in quel libro sulla “Guerriglia in Italia” (1969) al quale si deve la grande influenza esercitata nella formazione del mito postumo del suo autore.

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07/01/2023

[Contributo al dibattito] - Sulla crisi del movimento comunista in Italia

di Carlo Formenti

Un anno e mezzo fa (maggio 2021) spiegavo su questa pagina le ragioni per cui, dopo qualche decennio in cui, pur non avendo mai smesso di professarmi comunista, non ho svolto militanza attiva, sentivo l'esigenza di impegnarmi concretamente in un progetto politico. A sollecitare tale scelta, scrivevo, era lo spettacolo degli effetti che quarant'anni di controrivoluzione liberale hanno prodotto in termini di degrado della qualità della vita e dei livelli di coscienza civile e politica di miliardi di esseri umani. Dopodiché esprimevo la convinzione che, per cambiare le cose, non occorresse ricostruire una "sinistra", termine che ha perso ogni valenza positiva agli occhi delle masse popolari, ma rilanciare l'obiettivo del superamento della società capitalista verso il socialismo.

Nello stesso post analizzavo le ragioni del fallimento delle esperienze ascrivibili all'area dei populismi e sovranismi di sinistra, un'area che, per motivi che ho descritto in alcuni miei libri, mi era parsa più vitale delle formazioni neo/post comuniste residuate dal tracollo del PCI prima e di Rifondazione Comunista poi (1). Infine, interrogandomi su quali requisiti minimi avrebbe a mio avviso dovuto avere una formazione politica all'altezza delle sfide del nostro tempo, ne elencavo cinque:

1) un forte impegno nella ricostruzione dell’unità del proletariato distrutta da decenni di guerra di classe dall’alto, a partire dal lavoro teorico di ridefinizione del concetto stesso di classe finalizzato ad analizzare le nuove forme dell’oppressione e dello sfruttamento capitalistici, ma soprattutto non fine a sé stesso ma alla ricostruzione del partito di classe;

2) una radicale presa di distanza dalle sinistre liberali e/o presunte “radicali”, a partire dal ripudio dell’ideologia antistatalista e antipolitica che è il tratto distintivo della cultura dei movimenti post sessantottini – un'ideologia demenziale che rinuncia alla lotta per il potere politico (bollato come l'incarnazione del male) e sogna di poter cambiare il mondo “a partire da sé”;

3) una chiara consapevolezza della incompatibilità fra quel cosmopolitismo borghese che è oggi la cifra del progressismo di sinistra, e l’internazionalismo proletario da intendere come rapporto di solidarietà attiva fra proletari e popoli oppressi e sfruttati, il che implica che la sovranità popolare e la democrazia non possono prescindere dalla sovranità nazionale, perché nessun popolo privato della sua sovranità può decidere liberamente del proprio futuro (l'opposizione più radicale alla UE è corollario imprescindibile di tale punto);

4) una coerente posizione antimperialista che identifichi negli Stati Uniti il nemico principale, in quanto superpotenza incapace di gestire il proprio declino egemonico e di accettare un mondo multipolare, e disposta, onde evitare tale declino, a scatenare una nuova guerra mondiale contro Cina, Russia e tutti i Paesi che non accettano i diktat occidentali. Nessuna aggressione imperialista – motivata con la difesa dei "diritti umani" da parte di potenze che quei diritti hanno sempre calpestato – contro qualsiasi Paese può essere tollerata. Ciò vale per la Russia, l’Iran, la Siria, che socialisti non sono, ma vale a maggior ragione per i Paesi socialisti come Cuba, il Vietnam, la Bolivia, il Venezuela e – soprattutto – quella Cina che le sinistre liberal progressiste considerano un Paese autoritario e neocapitalista (dal punto in questione deriva, da un lato, una chiara presa di posizione in favore della Russia nello scontro in corso con il regime neonazista ucraino e il rilancio della parola d'ordine dell'uscita dell'Italia dalla Nato, dall'altro lato una ridefinizione del concetto stesso di transizione al socialismo a partire dall'esperienza cinese e dagli insegnamenti che essa offre in merito alle ragioni del fallimento dell'URSS);

5) il rifiuto di assumere una posizione “codista” nei confronti del movimento femminista (e più in generale della cultura del politicamente corretto) nella misura in cui del femminismo anticapitalista delle origini è rimasto poco o nulla, laddove l'attuale femminismo mainstream mette al centro della propria agenda politica il riconoscimento dei diritti individuali ed è divenuto parte integrante dell'establishment neoliberale (2).

Concludevo scrivendo che il Partito Comunista guidato da Marco Rizzo mi sembrava la formazione politica che più si avvicinava a soddisfare i requisiti appena elencati. Dopodiché in un post pubblicato pochi giorni dopo, annunciavo di avere accettato di presentarmi come capolista del PC alle elezioni comunali di Milano.

Dopo diciannove mesi, molta acqua politica è passata sotto i ponti. Sul piano internazionale, abbiamo assistito allo scoppio della guerra in Ucraina e alla sua rapida degenerazione nel prodromo della Terza guerra mondiale, con gli Stati Uniti, l'Europa e la Nato direttamente impegnati al fianco del regime neonazista di Kiev (mentre la tensione nei mari prospicienti la Cina è pericolosamente aumentata). Abbiamo avuto la più clamorosa conferma del ruolo subalterno della UE nei confronti degli Usa: pur pagando il prezzo più alto della guerra tanto in termini di contraccolpi economici, quanto in termini di ridimensionamento del proprio ruolo geopolitico (con Germania e Francia ridotte a muoversi al traino del blocco anticomunista e russofobo dei Paesi est europei), l'Europa non è stata capace di ritagliarsi il minimo margine di autonomia nei confronti degli Stati Uniti, mentre i suoi media e i suoi partiti di destra, centro e sinistra (a partire da quelli di casa nostra) sono più impegnati di quelli d'oltreoceano ad alimentare una forsennata campagna bellicista. Sul piano nazionale, il governo "tecnico" del proconsole atlantista Draghi (remake ancora più ferocemente antidemocratico di quello di Monti) ha lasciato il posto al governo Meloni, il primo governo dichiaratamente di destra radicale dalla fine della Seconda guerra mondiale (che incarna una sorta di neoliberalismo in salsa Thatcher de noantri più che un regime neofascista, come una certa retorica di "sinistra" va predicando). Ciò è avvenuto dopo una tornata elettorale anticipata che ha visto, a destra il trionfo della Meloni a spese di Salvini e Berlusconi, a "sinistra" il tracollo del PD e una timida ripresa dell'M5S. E all'estrema sinistra?

Purtroppo ho avuto ragione – contro l'infondato ottimismo di alcuni amici e compagni – nel prevedere che la somma di tutti i partitini neo comunisti (camuffati dietro sigle para populiste/para sovraniste o neo arcobaleno) non avrebbe raggiunto il 3%. Ma il punto non è questo, almeno per chi come il sottoscritto da tempo va predicando che compito principale di un partito comunista nell'attuale contesto storico dovrebbe essere impegnare le sue esigue risorse nell'affondare radici nel corpo di classe, invece di sprecarle in velleitarie campagne elettorali. Il vero punto è il marasma teorico e ideologico che ha accomunato tutti i protagonisti di questa poco nobile gara. Sorvolo su ciò che resta di Rifondazione, su Unione Popolare e sul Partito Comunista Italiano guidato da Alboresi, ultime incarnazioni della deriva inarrestabile in cui sono affondati i resti del PCI negli ultimi vent'anni. Mi preme invece accennare ai motivi della mia profonda delusione nei confronti del PC di Rizzo, nel quale avevo riposto qualche speranza per le ragioni sopra esposte. In due post usciti sul mio profilo Facebook ho espresso la mia radicale perplessità in merito all'operazione Italia Sovrana e Popolare: mi è parsa sbagliata la scelta di sacrificare l'identità simbolica del partito a una mini-coalizione che, non solo ha riproposto la fallimentare logica delle liste arcobaleno, ma lo ha fatto alleandosi con una forza dagli ambigui connotati ideologici; mi è parso sbagliato il tentativo di intercettare i confusi fermenti di scontento di strati piccolo borghesi, con la motivazione che oggi sono i soli ad agitarsi mentre le classi lavoratrici sonnecchiano, per tacere della motivazione ancora peggiore – frutto di uno scoraggiante pressapochismo teorico che rinuncia a priori a qualsiasi serio tentativo di analisi di classe – secondo cui questi strati sarebbero oggi compiutamente "proletarizzati" (3); mi è parso sbagliato proseguire su questa strada ignorando lo sfascio organizzativo che ha provocato, causando la fuoriuscita di molti compagni; mi è parso sbagliato "annacquare" quei temi di politica internazionale che mi avevano indotto a vedere in quel partito un'alternativa credibile agli altri "cespugli"; mi è infine parso sbagliato compiere l'ennesimo infruttuoso investimento di tutte le energie sul terreno elettorale invece di concentrarle sulla costruzione del partito di classe. 

Non è mio costume esprimere il dissenso con dichiarazioni e gesti "teatrali", che servirebbero solo a esacerbare i rapporti con compagni nei confronti dei quali continuo a nutrire amicizia e rispetto, mi limito quindi a formalizzare la mia decisione di defilarmi rispetto a qualsiasi organizzazione pretenda di rappresentare il nucleo di un nuovo partito comunista. D'ora in poi il mio impegno sarà rivolto a contribuire ai difficili, faticosi ma indispensabili tentativi di costruire una rete di relazioni fra gli spezzoni della diaspora comunista che lo sfascio degli ultimi anni si è lasciato alle spalle. Non si tratta di fondare un ennesimo partitino, né tanto meno un ennesimo mini cartello elettorale, ma di gettare le basi di un lungo, paziente lavoro di costruzione di un'avanguardia di classe. Nelle pagine che seguono trovate un estratto di alcune pagine dell'ultima parte del secondo volume di Guerra e rivoluzione (il primo sarà in libreria il prossimo 27 gennaio per i tipi di Meltemi) nelle quali abbozzo un'analisi delle radici lontane della crisi del movimento comunista italiano (in questa anticipazione ho effettuato alcuni tagli, segnalati dai puntini di sospensione fra parentesi, cambiato alcune brevi frasi rispetto al testo originale e introdotto due titoli di paragrafo che nel libro non esistono).

Sull'eredità eurocomunista

Ciò che più colpisce della galassia dei partitini nati dalla dissoluzione del PCI (...) è il loro scarso, per non dire inesistente, impegno nell’indagare le cause di un evento sorprendente: come mai il più grande partito comunista occidentale ha potuto trasformarsi, praticamente dalla sera alla mattina, nemmeno in un partito socialdemocratico, bensì direttamente in un partito liberale? Al posto delle riflessioni ci sono state rabbia, delusione, risentimento, accuse di tradimento nei confronti del gruppo dirigente. Ma quali fattori politico culturali hanno favorito la selezione di quel gruppo dirigente? A confermare che su ciò si è ragionato poco o nulla è il fatto che, discutendo con i compagni, capita di ascoltare nostalgici panegirici di un leader come Enrico Berlinguer, vale a dire dell’uomo che ha officiato il compromesso storico con la DC; che, dopo avere proclamato l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre, ha dichiarato di sentirsi al sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO; che, prima di presentarsi ai cancelli della Fiat nell’80, quando la battaglia era già persa, aveva benedetto la svolta opportunista di Lama – svolta che nei decenni successivi è divenuta aperta resa nei confronti di tutte le “riforme” volute dai padroni e dai loro rappresentanti politici.

Se non si riesce a fare i conti con la figura del fondatore dell’eurocomunismo, figurarsi se ci si possono aspettare riflessioni critiche nei confronti dell’eredità teorico politica del “migliore”. Eppure la discutibile interpretazione del concetto gramsciano di “nazional popolare” elaborata da Palmiro Togliatti, è senza dubbio alla radice di molti errori successivi. Per decenni la base del partito si è illusa che la tesi della “lunga marcia attraverso le istituzioni” fosse un diversivo tattico. In realtà si trattava di una svolta che cambiava le regole del gioco rispetto allo storico dibattito sull’alternativa riforme-rivoluzione (...). Per contestualizzare tale dibattito nell’attuale fase storica, occorre chiarire che il punto non è l’alternativa fra rivoluzione violenta e presa del potere attraverso le elezioni, bensì è il seguente: si va al potere per governare il sistema esistente, sia pure “democratizzandone” certi dispositivi, oppure perché lo si concepisce come il primo passo verso un cambiamento sistemico? Rivoluzioni come quelle venezuelana e boliviana sono del secondo tipo, come confermano le Costituzioni alle quali hanno dato vita; l’ascesa al potere del PCI immaginata da Togliatti, prevedeva viceversa una cogestione con i partiti borghesi (a partire dalla DC), che mai avrebbe consentito di avviare un cambio di sistema (ritenuto impossibile anche a causa della collocazione geopolitica del Paese (...). Si tratta di capire come e perché quel riformismo, che non metteva in discussione la natura, le funzioni e gli obiettivi di questo Stato, limitandosi a rivendicare un’applicazione più rigorosa dei principi della Costituzione, abbia ispirato infiniti compromessi con il nemico di classe (...). 

Questo mix di elettoralismo ed opportunismo è il marchio indelebile che i partitini neocomunisti hanno ereditato dal PCI. A mano a mano che perdevano voti ed iscritti, riducendosi a “cespugli”, secondo l’ironica definizione degli avversari, cresceva il loro spasmodico impegno per conquistare uno straccio di deputato, senatore, consigliere regionale o municipale. Le scarse risorse organizzative ed economiche venivano spese per realizzare tale obiettivo, piuttosto che per ricostruire il partito di classe. Questa ossessione, associata alle piccole ambizioni di un personale politico di qualità decrescente, in quanto non più forgiato dal fuoco delle lotte, ha innescato la competizione che ha alimentato la frammentazione, fino all’esito grottesco della pletora di marchi con la falce e il martello che ci siamo abituati a vedere sulle schede elettorali. Inutile aggiungere che l’abbassamento del livello culturale di quadri e gruppi dirigenti ha fatto sì che, oltre a ereditare i difetti del vecchio PCI, queste formazioni non hanno mai avviato una seria riflessione sul rinnovamento teorico del marxismo, sulle ragioni del crollo sovietico e del successo cinese, sull’evoluzione del sistema capitalistico globale, sulla sua crisi, né tanto meno, sulle trasformazioni sociali e culturali subite dalle classi lavoratrici occidentali.

In una certa misura, anche i partitini della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta, poi confluiti nei movimenti “post politici” dei decenni successivi, sono il prodotto della svolta eurocomunista. Dopo averla contrastata riproponendo pappagallescamente i principi del marxismo leninismo (in forme che Lenin avrebbe liquidato come estremismo infantile), e dopo essere stati asfaltati dal riflusso delle lotte operaie e dalla controffensiva capitalista, si sono convertiti a loro volta al neoliberalismo, sia pure in versione “progressista” (...). Una parabola che si sovrappone in buona parte a quella di Rifondazione comunista, esperienza politica che, non fosse oggi ridotta a un patetico e ininfluente residuo, meriterebbe una riflessione ad hoc, nel senso che rappresenta un originale (qui l’aggettivo non ha connotati elogiativi) tentativo di far confluire in un unico calderone i peggiori difetti del vecchio PCI (elettoralismo e tatticismo opportunistico) con i peggiori difetti del movimentismo postsessantottino (estremismo parolaio, individualismo, democraticismo piccolo borghese, autoreferenzialità delle classi medie “riflessive”).

Partito di massa/partito di quadri 

Se è vero che costruzione della classe e costruzione del partito dovrebbero essere processi intrecciati, mi sembra chiaro che porre la questione del blocco sociale rivoluzionario prima che questi due processi abbiano raggiunto un adeguato livello di maturazione è sbagliato e controproducente, in quanto rischia di regalare l’egemonia agli strati superiori di classe media, creando le condizioni per una rivoluzione passiva. Il successo delle rivoluzioni socialiste realizzate da alcuni movimenti populisti latinoamericani sembrerebbe smentire tale tesi. La contraddizione è però apparente, in quanto i movimenti in questione sono il prodotto di condizioni socioeconomiche, culturali e storiche ben diverse dalle nostre. In particolare:

1) si tratta di rivoluzioni antiliberiste, antimperialiste e di emancipazione nazionale e razziale, realizzate in contesti regionali che hanno favorito la convergenza di interessi fra masse contadine di etnia india, classe operaia e sottoproletariato urbani, piccola e media borghesia progressiva su obiettivi radicali di riforma costituzionale, redistribuzione della ricchezza e cambiamento di matrice produttiva;

2) a guidarle sono stati leader rivoluzionari di grande capacità politica come Chávez; Morales e Linera, temprati da lunghe e dure esperienze di lotta, i quali hanno saputo innovare creativamente la teoria socialista e mobilitare avanguardie politiche altrettanto esperte e affidabili;

3) infine il processo rivoluzionario ha potuto usufruire di strutture di democrazia diretta e partecipativa sorte nel corso di lotte precedenti. Per inciso: i partiti comunisti locali, caratterizzati da posizioni teoriche e ideologiche dogmatiche, sono stati incapaci di assumere un ruolo egemonico, finendo per venire assorbiti e integrati in nuovi partiti rivoluzionari come il PSUV venezuelano e il MAS boliviano.

Il progetto di replicare queste esperienze nei Paesi a capitalismo avanzato messo in atto da movimenti populisti di sinistra come Podemos, è fallito perché ispirato al tentativo del filosofo argentino Ernesto Laclau di “universalizzare” il modello delle rivoluzioni latinoamericane: si è puntato a “costruire un popolo”, cioè un blocco sociale rivoluzionario, prima di lavorare all’unificazione delle classi lavoratrici e alla costruzione d’un partito rivoluzionario radicato nel sociale; si è tentato di egemonizzare i movimenti di massa contro le politiche neoliberiste attraverso l’uso dei nuovi media e non reclutandone e organizzandone politicamente le avanguardie; si è mirato a ottenere in tempi brevi una maggioranza elettorale in grado di conquistare il governo, senza capire che la guida del governo in assenza di un progetto di mutamento sistemico sarebbe stata di breve durata, né avrebbe consentito di modificare i rapporti di forza fra le classi.

Questa linea politica, oltre a produrre gravi compromessi su temi strategici, come l’atteggiamento nei confronti del blocco atlantico e delle sue guerre imperialiste e la mancata tutela degli interessi nazional popolari nei confronti delle politiche neoliberiste della UE, ha progressivamente eroso il consenso delle masse popolari fino ad azzerare le velleità maggioritarie. Anche in questo e altri casi, i comunisti organizzati nei partiti tradizionali hanno svolto un ruolo marginale, muovendosi a rimorchio dei populisti.

In Italia, a fronte della riduzione delle sinistre nella migliore delle ipotesi a opposizione del re nella peggiore a agenti diretti degli interessi delle élite dominanti, lo spazio politico liberato dal loro fallimento è stato per alcuni anni occupato da un movimento come l’M5S, il quale, più che una sinistra populista è stato, sul piano organizzativo il collettore delle velleità “sovversive” di strati piccolo borghesi vecchi e nuovi, penalizzati dalla crisi e in stato di agitazione permanente fin dai tempi di Tangentopoli, sul piano elettorale e dell’opinione pubblica, un megafono della rabbia delle classi subalterne schiacciate dalla crisi. Allorché questa falsa alternativa si è ridimensionata a causa delle sue grottesche contorsioni di linea politica, nella galassia dei partitini neo comunisti sì è diffusa l’illusione di poterne ereditare l’effimero consenso popolare. 

Suggestionata dalle sirene populiste, frammentata sul piano organizzativo e penalizzata dal mancato rinnovamento teorico, la piccola famiglia dei comunisti italiani tenta di mettere il carro davanti ai buoi, punta cioè alla costruzione di un blocco sociale prima di avere avviato la ricostruzione della classe e del suo partito; spera di utilizzare la base elettorale dei grillini come scorciatoia per bypassare i tempi necessari a selezionare le avanguardie presenti nei fronti di lotta, formarle come quadri politici, riunificare le disiecta membra del movimento comunista, elaborare un programma rivoluzionario e forgiare gli strumenti per metterlo in atto. Tornano i soliti vizzi – opportunismo, elettoralismo, codismo, demagogia, ecc. – aggravati dall’urgenza imposta dalla crisi economica e geopolitica mondiali. Così si gratta la pancia al movimento No Vax, evitando di depurare la sacrosanta rabbia che lo alimenta dalle scorie complottiste e dai deliri pseudoscientifici di alcuni esponenti; si strizza l’occhio ai movimenti sovranisti, senza storcere il naso di fronte ad alcune componenti chiaramente di destra; si tessono intese elettorali con reduci dell’M5S in cerca di sponde per riconquistare un seggio. Confondendo questi frammenti semi organizzati di ceto politico con i sentimenti di frustrazione e di rabbia delle masse popolari che costoro pretendono di rappresentare, si crede di poter costruire su simili fragili fondamenta un partito di massa, senza “perdere tempo” a costruire un partito di quadri. 

Note 

[1] I libri in cui mi sono occupato delle potenzialità politiche del populismo e del sovranismo di sinistra sono Utopie letali (Jaka Book, Milano 2013); La variante populista, (DeriveApprodi, Roma 2016) e Il socialismo è morto. Viva il socialismo (Meltemi, Milano 2019) . Quanto alle esperienze di militanza cui mi riferivo nel post in questione si trattava di Eurostop, propaggine della Rete dei Comunisti riassorbita, di fatto, in Potere al Popolo e nel cartello elettorale di Unione Popolare, ma soprattutto del progetto politico di Nuova Direzione che, dopo avere lasciato Eurostop in disaccordo con la scelta di confluire in PaP, avevo contribuito ad avviare assieme ad altri amici e compagni, scommettendo sull'esistenza di uno spazio politico per un movimento populista/sovranista di ispirazione esplicitamente socialista che si è rivelato inesistente.  

[2] La letteratura sulla confluenza del femminismo mainstream nell'area del liberalismo "progressista" è ormai ampia: si vedano, in proposito, gli scritti di un'autrice come Nancy Fraser.

[3] Le tesi sulla cosiddetta proletarizzazione dei ceti medi riemergono ciclicamente. Si pensi al successo che ottennero fra la fine dei Sessanta e l'inizio dei Settanta, quando i movimenti della sinistra extraparlamentare le cavalcavano per legittimare il presunto ruolo rivoluzionario dei movimenti studenteschi (da cui proveniva la grande maggioranza dei loro militanti). La storia si è poi incaricata di dimostrare come la schiacciante maggioranza di quei "nuovi proletari" – esaurito il ciclo di lotte cui avevano partecipato – sia prontamente rientrata nei ranghi di una piccola media borghesia fatta di nuove professioni e nuovi strati tecnico-impiegatizi, se non addirittura manageriali, ben integrati nei valori, nei principi e nelle regole nell'emergente sistema neoliberista (vedasi in proposito L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014). Oggi si tenta di riproporla, associandola all'effervescenza dei ceti medi impoveriti, impossibilitati a svolgere ruoli e mansioni all'altezza delle competenze professionali acquisite, o titolari di attività produttive messe a rischio dalla crisi economica, dagli effetti della pandemia del Covid19 e/o della guerra russo-ucraina, il tutto senza considerare che tali effervescenze sono motivate dalla speranza di riacquisire i propri privilegi più che dalla comprensione delle cause politico-economiche delle proprie paure, disagi e frustrazioni che non vengono attribuite al sistema neoliberale bensì al fatto che a tale sistema viene impedito di esercitare i suoi effetti benefici da politici disonesti e corrotti.

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06/01/2023

La morte di Antonio Pallante, eroe dell’Italia di oggi

14 luglio 1948, ore 11,30: il segretario del PCI Palmiro Togliatti, accompagnato da Nilde Jotti, esce dalla Camera dei Deputati dall’uscita secondaria che dà su Via della Missione. Un giovane vestito di blu si avvicina e spara quattro colpi di pistola, tre dei quali colpiscono Togliatti alla nuca, alla schiena e al costato. Si tratta di Antonio Pallante, un siciliano venticinquenne che dopo l’arresto dichiara di aver voluto colpire l’elemento più pericoloso della politica italiana, agente di una potenza straniera. Nella sua camera d’albergo verrà ritrovata una copia del Mein Kampf di Hitler.

Togliatti si salverà, ma nel frattempo in tutta Italia sono scoppiati violenti scontri tra polizia e manifestanti che provocheranno la morte di una trentina di persone e alcune centinaia di feriti.

A sinistra, dopo la pesante sconfitta elettorale del 18 aprile, si pensa che l’attentato faccia parte di una strategia diretta a restaurare in Italia un regime autoritario di stampo fascista. A destra la rivolta viene considerata la dimostrazione dell’esistenza di un immaginario piano insurrezionale (il cosiddetto “piano K”) con il quale i comunisti vogliono impadronirsi del potere. E da qui si scatenerà una durissima repressione che si protrarrà per tutti gli anni ’50, con arresti, denunce, licenziamenti ai danni dei militanti della sinistra e del sindacato.

Ma l’attentato è stato il gesto individuale di un fanatico o esisteva effettivamente un complotto? L’organo del PCI ”L’Unità” incaricò il giornalista Umberto Jacoviello di realizzare un’inchiesta. I sospetti erano giustificati dal clima dell’epoca: in Grecia era in corso una terribile guerra civile nella quale furono massacrati decine di migliaia di sostenitori della sinistra, mentre in Colombia, appena tre mesi prima, era stato assassinato l’esponente “progressista” Julio Eliecer Gaitán e il Paese era finito una spirale di violenza che sarebbe durata decenni.

Dall’inchiesta di Jacoviello però non emersero prove di una trama eversiva, anche se sicuramente Pallante faceva parte degli ambienti della destra neofascista, che già a tre anni dalla Liberazione si era riorganizzata ed era protagonista, insieme a servizi segreti italiani e stranieri, criminalità organizzata, logge massoniche occulte e apparati repressivi dello Stato, di quella strategia della tensione che sarebbe culminata nelle stragi degli anni ’70-’80.

Pallante, l’uomo che “aveva portato l’Italia sull’orlo di una guerra civile” scontò in tutto poco più di cinque anni di galera e non fu interdetto dai pubblici uffici. È morto nel luglio scorso alla veneranda età di quasi 99 anni, ma la notizia è circolata solo pochi giorni fa.

Repubblica lo definisce “giovane animato dall’amor di patria” e riporta che secondo il parroco che ha officiato i funerali “la Chiesa era piena”.

Negli ultimi anni, la stampa italiana aveva riscoperto il personaggio omaggiandolo di interviste celebrative. Nel 2003 Pallante aveva dichiarato sempre a Repubblica “Non sono un killer a pagamento (…) Il mio era un gesto patriottico che voleva vendicare tutti gli italiani uccisi dai partigiani nel nord. Il mio era un sentimento nazionalista, puramente italiano”. “E non si è mai pentito”, sottolinea Il Secolo d’Italia “Ho pensato che fosse la cosa giusta da fare per salvare il Paese”. All’ADN Kronos, nel 2021, aveva ribadito: “C’era in ballo la sorte della mia patria: la libertà contro la dittatura (...) Avevo davanti dei modelli, modelli che hanno illuminato tutta la mia vita e che ancora adesso mi riempiono di entusiasmo”.

Sicuramente leggendo il Mein Kampf in albergo, prima di sparare a Togliatti, il suo amore per la libertà e il suo entusiasmo per certi modelli si saranno enormemente rafforzati. E chissà che non abbia letto, in vecchiaia, pure i libri di Pansa sul “sangue dei vinti”.

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11/07/2021

Il “Mondo Nuovo”: la repressione nella democrazia tecno-liberista

Le immagini del video – circolato nei giorni scorsi su media, stampa, social – che ritraggono le guardie penitenziarie di Santa Maria Capua Vetere accanirsi, con sadico piacere di aguzzini, sui detenuti di quel carcere (finanche su quelli costretti in sedia a rotelle) che avevano protestato, lo scorso anno, per il logico timore che si potesse verificare una rapida diffusione del Covid – sono la rappresentazione plastica di Corpi di Polizia sempre più fuori controllo.

Sempre più pervasivi e dunque concepibili quali gangli indispensabili della governance occidentale e neoliberista che disciplina, ormai, ogni settore delle nostre esistenze.

Corpi di Polizia, dunque, sempre più dotati di potere autonomo e discrezionale, sempre più impuniti ed esenti dal rispondere a un supposto vertice politico sulla catena del comando.

E peraltro sempre pronti a coprire ogni nefandezza...

Corpi di Polizia, dunque, per molti versi assimilabili a squadroni della morte di stampo fascista.

Sono immagini, quelle viste nel carcere sammaritano, che evocano e possono benissimo sovrapporsi a quelle delle brutalità compiute dalla Dina cilena di Pinochet, dalla Tripla A durante la dittatura della Junta in Argentina, dalla Falange del Maggiore D’Aubuisson in Salvador, dai Contras in Nicaragua.

O da qualunque altro corpo speciale creato, a fini repressivi, da uno Stato che rilasci un assegno in bianco alle forze dell’ordine e su cui la cifra e l’intensità delle violenze e delle torture venga costantemente aggiornata al rialzo.

Sono immagini che ricordano, alla vigilia del ventennale del G8 di Genova, la macelleria messicana della Diaz o il massacro dei diritti e dei corpi dei compagni nella caserma Bolzaneto.

Non a caso presidiata proprio dalla Polizia Penitenziaria, medici compresi...

Immagini che confermano, insomma, la natura perversa, violenta e vendicativa dell’ideologia punitiva e del controllo capillare, legata alle logiche disciplinatrici del Capitale.

La stessa natura di quelle strutture carcerarie che, con il reinserimento e la rieducazione a fini sociali, nulla più hanno a che vedere; ma molto hanno, invece, a che fare con l’annientamento della persona umana e con le più feroci forme di vessazione dell’individuo.

La stessa natura, infine, di una classe dominante, liberal-borghese e perbenista che, nell’autodifesa del proprio privilegio ritiene esserci una parte della società che difetti di qualità propriamente umane.

Ovviamente, quella costituita dalle classi subalterne, dai ceti popolari, ancor peggio se immigrati, e da coloro che non si uniformano al dettato politico-economico imposto dalle élite.

Quella che sopravvive o si pone volontariamente ai margini del consesso civile, “aggiustandosi” ai margini della sfera produttiva e della sua conseguente “legalità”.

Malthusiane tipologie di minus habens che, nell’ottica dei ceti dominanti, vanno rinchiuse in carceri, manicomi o in altri perimetri “rieducativi”. Nei quali comprimere sempre più gli spazi, a maggior ragione quelli mentali.

Luoghi dove poter “raddrizzare“ questi ampi settori sociali con isolamenti, manganelli, botte, torture, elettrodi e waterboarding. O, se donne, casomai, con qualche stupro.

Luoghi, insomma, dove poter editare in forma “tecno” la versione liberista del bastone e della carota di mussoliniana memoria.

E nulla conta, sul piano almeno della coerenza, se la stessa società liberal-borghese insorge poi indignata, gridando alla violazione dei diritti umani, quando un mafioso di Miami o un nazista ucraino vengono arrestati a Cuba o in Bielorussia.

È lo stesso establishment che definisce “antidemocratica e violenta” la polizia venezuelana, costretta a fronteggiare squadre di killer sovvenzionate dagli Usa, per seminare il panico nelle strade di Caracas e fomentare un golpe contro il governo bolivariano di Maduro.

Insomma, il più classico esempio dell’ipocrisia democraticista a geometria variabile.

Purtroppo, da quelle logiche punitive, securitarie, repressive e violente non sono stati e non sono esenti molti “sinceri comunisti”.

L’ideologia del carcere, della caserma a cielo aperto e della rieducazione col manganello appartiene, di fatto – ci piaccia o no – anche a molte esperienze ascrivibili al socialismo reale.

Ed è stata tenacemente propugnata, soprattutto in Italia, da molti cosiddetti compagni.

Il Pci ne ha costituito il campione più fulgido.

Con Togliatti che, dopo la guerra, faceva arrestare quei partigiani che non volevano posare le armi e il cui obiettivo era combattere contro la restaurazione della democrazia borghese, fino alla creazione di una Repubblica Italiana dei Soviet.

O con l’ineffabile Berlinguer, che ha sostenuto lager come l’Asinara, la deriva securitaria delle carceri speciali, la torsione incostituzionale della legislazione emergenziale – con l’istituzione dapprima dell’articolo 90, successivamente sostituito da quel 41bis contro cui si sono più volte sollevate eccezioni di incostituzionalità – e addirittura la tortura sui prigionieri politici delle Brigate Rosse e di altre formazioni combattenti per il comunismo, negli anni ’70/’80.

Sussunti nel dogma della statolatria e avviluppati nelle spire del modello produttivo mercantile da difendere ad ogni costo; sedotti dal potere personale; o anche pervicacemente legati ad una rigorosa applicazione di principi dottrinari, molti, troppi autoproclamatisi comunisti hanno assunto il punto di vista della giustizia borghese in materia di diritto e di legalità.

Finendo spesso con lo sposare la diarchia della Legge e dell’Ordine.

D’altra parte, fu proprio uno di costoro, il “compagno” Oliviero Diliberto, che – in qualità di Ministro di Grazia e Giustizia durante il Governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema – istituì, nel 1999, il corpo speciale dei Gom (Gruppo Operativo Mobile) che risponde direttamente al Capo del Dipartimento della Polizia Penitenziaria.

Confermando la vocazione securitaria e repressiva di una non irrilevante schiera di cosiddetti comunisti democratici. Quantomeno qui in Italia.

Proprio quei Gom, guarda caso, che si sono resi protagonisti della mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Del resto, il controllo sociale, la repressione di qualunque forma di conflitto e la censura imposta a qualsivoglia voce dissonante col pensiero unico dominante o a qualsiasi vagito di cultura antagonista – fattori che hanno attraversato, come una costante, questi ultimi quarant’anni, subendo poi un’accelerazione negli ultimi venti, dalle Torri Gemelle in poi – hanno visto in prima linea ampi strati della indecorosa “sinistra” italiana.

Che ha finito col rincorrere – soprattutto attraverso il suo legame con uomini e pezzi fondamentali della Magistratura, spesso addirittura candidati alle elezioni – la destra più reazionaria, giustizialista ed estrema sui temi della “legalità”.

Riuscendo, ed è storia presente, persino ad anticiparne le pulsioni forcaiole, con il famigerato Decreto Minniti in materia di sicurezza. Come se una normativa parafascista, fatta da un “partito di sinistra”, fosse in qualche misura meno infame e grave.

Una deriva coercitiva, censoria e normalizzatrice, sul piano sociale e culturale, che non solo non sembra trovare fine, ma che si perfeziona e inasprisce giorno dopo giorno.

Quanto successo, ad esempio, circa un mese fa, al compagno e amico Paolo Persichetti è qualcosa che va ben oltre il perimetro concettuale della semplice repressione.

La perquisizione della sua abitazione, il conseguente sequestro di tutto il materiale archivistico-documentale, dei libri, del corpus di carte necessario per la sua ricerca storica, in uno con la confisca di ogni dispositivo – Pc, smartphone, tablet – in cui sono contenute non solo le tracce del suo lavoro di storico e ricercatore, ma persino i frammenti intimi della sua vita, personale e familiare (non dimentichiamo che Paolo ha un figlio tetraplegico, e anche tutta la documentazione afferente alla malattia del bambino è finita sotto sequestro) nonché le susseguenti accuse di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva a fini di terrorismo, confermate – ed è l’aspetto più grave – dal Tribunale del Riesame, spalancano scenari terrificanti, e disegnano nuovi e ben più asfissianti confini per quelle che, oramai sempre più solo teoricamente, si possono definire “libertà democratiche”.

Come se la ricerca storiografica e l’accertamento della verità possano rappresentare un pericolo per la collettività e per lo Stato.

Una simile assurdità la può concepire, diciamolo chiaramente, solo un governo autoritario.

E quest’Italia, quest’Europa e questo Occidente, a trazione neoliberista, somigliano sempre più ad un regime, nel quale il principio di legalità assoluto è divenuto un Moloch cui informare non solo la norma “socialmente accettabile”; ma addirittura il paradigma su cui declinare un’etica di ispirazione metafisico-statuale, da cui espungere qualunque ratio democratica di giustizia, conformata sui canoni del tanto decantato diritto liberale.

Per tacere di auspicabili e non più rintracciabili barlumi di sentimento umano e collettivo.

Ricordo, d’altronde, che il mio professore di Filosofia del diritto, spiegandoci la differenza tra Stato di legalità e Stato di diritto, portava ad autorevole esempio del primo lo Stato Nazionalsocialista!

Potremmo dunque definire il principio di legalità assoluto, un cancro in proliferante metastasi nel corpo della democrazia occidentale.

Basti pensare, d’altro canto, all’irrazionale torsione compiuta, sul piano del linguaggio, dalla comunicazione social.

Piazza virtuale dove impera la logica binaria e il giudizio assoluto e assiomatico, ostile al reale e alla sua complessità problematica, plasmato proprio sulle più diverse esegesi del principio di legalità, nell’affrontare temi di carattere politico-sociale.

Esegesi, evidentemente, rispondenti sempre ad individuali visceralità e a sovradeterminate pulsioni, mescolate a guazzabugli ideologici che poco o nulla attengono a reali culture politiche, e con cui alimentare derive sempre più destrorse.

Una sete di manette, forca e sangue che tracima da ogni bacheca.

Fomentata, vieppiù, proprio dall’algoritmo di Facebook, che addirittura invita gli utenti a denunciare chiunque sia in odore di... estremismo. Come se fosse un’ideologia “in sé”, anziché un’assolutizzazione di una qualunque visione del mondo o addirittura passione (certi tifosi di calcio, diciamocelo, non vi sembrano proprio degli invasati estremisti? Si scherza, certo, ma di passo in passo ci si può arrivare...)

Ciò che però rende il tutto grottesco o, peggio, terrorizzante, è la motivazione sentimentale che sottende questo nuovo dispositivo.

In pratica, l’algoritmo agirebbe a fin di bene, consentendo, a chi sia preoccupato per la sbandata estremista presa da un amico o un familiare, di riportarlo sulla retta via. Denunciandolo!

L’infamità della delazione dai contorni amorevoli. Lo spionaggio elevato a sistema relazionale “positivo”...

Ma Facebook va addirittura oltre, mettendo a disposizione contatti con eventuali comunità di recupero. Per intossicati dall’”estremismo”.

In poche parole, una specie di San Patrignano per il reindirizzo ideologico. Ma di quali ideologie parliamo?

Bisogna riconoscere che la cosa, al di là dei suoi aspetti allarmanti, o ridicoli, ha un che di geniale. Sebbene non molto originale.

Chiusi, infatti, in un Panopticon virtuale dove tutti spiano tutti, viviamo ormai una realtà concentrazionaria coartiva e angosciosa che va ben oltre l’analisi foucaultiana sulla microfisica del potere.

Trovano concretezza le più attuali analisi, elaborate dal filosofo sud coreano Byung-chul Han, sulla psicopolitica e le nuove tecniche del potere neoliberista.

La distopia, in definitiva, è diventata la nostra attualità. Il nostro presente supera di una spanna la romanzesca narrazione orwelliana.

Siamo all’alba di quel Mondo Nuovo, mirabilmente descritto da Aldous Huxley, il cui motto era “Comunità, Identità, Stabilità”.

E nel quale la produzione in serie – intesa non solo come organizzazione del lavoro in fabbrica ma anche come possibilità di selezione e ottimizzazione umana – il controllo mentale, l’eugenetica, le tecnologie riproduttive, erano dispositivi usati per forgiare un nuovo modello di società.

Huxley faceva riferimento a quella società fordista che, negli anni di uscita del libro, stava mutando significativamente non solo i parametri del Modo di Produzione Capitalistico, ma persino il profilo socio-culturale del ‘900.

Ebbene, noi possiamo dire di trovarci in una società postfordista in cui tutto, finanche il singolo individuo, è ridotto a merce.

Mentre la nuova frontiera del controllo psicopolitico non si impone con divieti e non ci obbliga al silenzio. Anzi.

Essa ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a esprimere opinioni e desideri, a raccontare la nostra vita.

Ci seduce con un volto amichevole. Mappa la nostra psiche e la quantifica attraverso i big data. Ci stimola all’uso di dispositivi di automonitoraggio. Ci costruisce un profilo stabile, e lo vende a molti offerenti...

Nel panottico digitale del nuovo millennio – con internet e gli smartphone – non si viene torturati, ma twittati o postati.

Il soggetto e la sua psiche diventano produttori di masse di dati personali costantemente monetizzati e commercializzati.

Siamo, insomma, immersi nell’epoca di un’aporia ontologica.

Dove alla più totale pornografia culturale fa da contraltare una violenta autocensura del pensiero critico. Un paradosso perfetto!

Usando un’immagine allegorica, potremmo dire che siamo nudi robot erotomani che galleggiano tra gli scarti della Storia e dell’Umanità.

Macchine controllate da algoritmi.

E in questo mondo nuovo, dominato dal turbocapitalismo schizofrenico e paranoide, vittimista e guerrafondaio, avido e famelico di corpi e di menti da ingurgitare, la cessione della propria libertà, della propria indipendenza, della propria soggettività alle necessità della governance tecnocratica, è divenuta un obbligo.

Le libertà democratiche e costituzionali, nate con l’Illuminismo e il diritto borghese – che pure come comunisti intendiamo superare, in quanto presupposti giuridico-filosofici di forme di governo liberali, piegate alle esigenze di mercato, proprietà privata e individualismo – rappresentano ormai solo un simulacro. Cui non si inchinano più neanche i fedeli dichiarati.

Un alibi per i detentori del Potere che ne evocano la copertura, un giorno sì e l’altro pure, ad esclusiva tutela dei propri interessi economici, politici e intellettuali.

Ma di cui si può evidentemente fare a meno quando a reclamarne la validità e la vigenza sono i ceti subalterni. O quegli intellettuali liberi che non praticano l’ossequio all’omologazione nella circolazione delle idee.

Ceti sociali e intellettuali, più o meno organici a quella classe, cui non è concesso contestare misure politiche o dispositivi di controllo che mettano a rischio la sopravvivenza materiale delle persone, ne violino sistematicamente i diritti o ne impediscano la piena libertà di espressione.

È così che il pregevole lavoro di decostruzione e ricostruzione storica, rigoroso e puntiglioso, portato avanti da Paolo Persichetti sugli anni ’70, la lotta armata e soprattutto sulle Brigate Rosse, con la pubblicazione di articoli e libri, diventa un lavoro che, palesemente, costituisce un “pericolo” per chi detiene qualche piccola leva del potere.

Per chi, cioè, ha tutto l’interesse che quella Storia rimanga sepolta sotto un cumulo di menzogne.

Ci riferiamo, ovviamente, innanzitutto agli eredi di quella Dc e di quel Pci che, già all’indomani del rapimento di Aldo Moro, si misero all’opera per la creazione di un’architettura narrativa che controvertisse la veridicità materiale degli eventi e della Storia.

Quarant’anni durante i quali, prima il Pci e la Dc, e successivamente i loro eredi, hanno inquinato fatti, alterato testimonianze, mistificato eventi, prodotto teoremi e narrazioni surreali sul conflitto sociale che ebbe luogo in Italia negli anni ’70.

Quarant’anni durante i quali – contemporaneamente – lo Stato ha assolto sé stesso per le stragi compiute con l’ausilio di manovalanza mafiosa e fascista.

Quarant’anni durante i quali si è preteso di occultare il fatto che in Italia ci fu una guerra civile a bassa intensità.

Una guerra civile dichiarata innanzitutto dalla concentrazione di potere allora esistente contro il movimento operaio, contro i ceti subalterni, contro le organizzazioni comuniste extraparlamentari e antagoniste (che peraltro, nel 1969, ancora non avevano prodotto particolari forme organizzative considerabili “pericolose”).

Quarant’anni durante i quali si è costruita una narrazione tossica e di comodo su quel contesto e quegli eventi, raggirando i cittadini.

Sono quarant’anni che, soprattutto ex esponenti del Pci e qualche mestatore attirato dal guadagno, rimestano in un torbido che è solo la proiezione della loro cattiva coscienza.

Un filone complottista sbugiardato da una storiografia seria e puntuale, prodotta da storici di vaglia che sembrano a volte i veri bersagli dell’”avvertimento” sperimentato su Persichetti.

Questo Mondo Nuovo non ci piace. E noi siamo qui per lottare e sovvertirlo!

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29/09/2020

Rossana Rossanda: una “comunista italiana” molto particolare

È stato naturale ed oltremodo giusto che nei primi giorni successivi alla scomparsa di Rossana Rossanda si sommassero attestati di stima e ricordi collettivi verso una importante figura del movimento comunista del nostro paese.

Non sono mancati, però, i necrologici interessati e fuorvianti che hanno visto attivi quanti – a vario titolo – negli ultimi 30/40 anni hanno sempre osteggiato Rossanda e la sua azione culturale e politica.

Ha brillato, con un alto tasso di ipocrisia, l’attuale direzione del quotidiano il Manifesto la quale – sia dalle pagine del giornale, sia nella commemorazione svolta a Piazza Santi Apostoli a Roma – ha dato spazio e voce ai peggiori arnesi dell’anticomunismo e della più generale operazione di dissoluzione dell’esperienza comunista nel nostro paese.

Veramente una squallida operazione di triste trasformismo storico e politicista, che stride con ogni canone di corretta narrazione a cui un quotidiano – sulla cui testata ancora stranamente campeggia la dizione “comunista” – dovrebbe scrupolosamente attenersi!

Questa condotta non ci ha stupiti! Da tempo il Manifesto è la voce di una sbiadita “sinistra” sempre più compatibilizzata e normalizzata che, non a caso, circa 10 anni fa mise ai margini Rossanda e gli altri compagni a lei politicamente legati emarginandoli ed espellendoli, di fatto, da ogni funzione nel “quotidiano comunista” diretto da Norma Rangeri.

“Comunisti italiani” a fine corsa

Passati alcuni giorni è utile tornare criticamente su alcuni pezzi fondanti del pensiero politico di Rossanda che – volendo oggettivizzare, oltre la singola compagna – sono comuni a molti “comunisti italiani” i quali pur animando numerose esperienza della “nuova sinistra” (il primo gruppo del Manifesto rivista, le varie fasi del PdUP, le numerose intraprese editoriali negli anni novanta e successivamente), pur non condividendo la liquidazione politica del PCI e pur osservando e contribuendo alle varie “rifondazioni comuniste” non hanno preso atto – fino in fondo – delle nuove contraddizioni della nostra epoca iniziate a squadernarsi dopo il ciclo politico che, solo per comodità di esposizione, datiamo dal 1989 al 1991 ed oltre.

La fine del “socialismo reale”, le nuove forme della mondializzazione capitalistica a scala globale, l’emergere della competizione interimperialistica tra potenze e blocchi monetari, la nascita dell’Unione Europea e dell’Euro e – soprattutto – i nuovi ed originali processi politici che, seppur contraddittoriamente, si sono messi in movimento in America Latina, Asia e Africa sono stati interpretati da Rossanda e da tanti “comunisti italiani” con uno “sguardo politico” rivolto al passato e con un taglio teorico intriso di eurocentrismo e positivismo non adatto a cogliere le caratteristiche, profondamente inedite e maledettamente più complicate, della nuova fase strategica del capitalismo.

Certo Rossana Rossanda – assieme a Pietro Ingrao – nei primi anni della vulgata sulla “imperante globalizzazione neo/liberista” tentarono di ostacolare i cantori della “fine della Storia” e della “post/modernità imperante”, ma questa operazione si impantanò nelle pieghe del vizio di origine e nella vera e propria coazione a ripetere dei “comunisti italiani” e delle loro alchimie sul terreno politico.

Il testo “Appuntamenti di fine secolo” (Manifesto edizioni, 1995) propose una sistematizzazione teorica interessante che – come è sempre accaduto nella tradizione togliattiana, che costituiva l’humus teorica di Rossanda – ebbe, immediatamente, da parte degli autori e dei loro seguaci, una declinazione politica tutta rivolta ad una impossibile ed illusoria rivitalizzazione di ciò che residuava della storia politica piccista e, più complessivamente, di una “sinistra” piegata al dogma della governance a tutti i costi.

Da tale tracciato d’impostazione derivano i pesanti svarioni politici di Rossanda: l’invocazione dell’intervento umanitario in Bosnia (i bombardamenti NATO), l’accettazione dei vari “rospi” (il governo Dini, quello che aprì la strada alla controriforma delle pensioni), l’invocazione astratta di una “Europa sociale” (mentre veniva scopertamente avanti il processo di costruzione di un autentico polo imperialista) fino alla riduzione della lotta per il Socialismo ad un evanescente ed indistinto “orizzonte culturale” sempre lontano e completamente slegato dalle complesse dinamiche quotidiane del conflitto sociale.

Insomma Rossanda ha incarnato – anche con tratti di autentica innovazione – la migliore tradizione del “togliattismo” ma anche la sua sostanziale implosione.

L’attenzione di Rossanda alla Cina di Mao e alla Rivoluzione Culturale, lontana anni luce dal “volgare emmellismo” che fioriva in quegli anni, oppure il suo “garantismo giuridico” nella cupa stagione dei “processi politici” nei primi anni '80, sono aspetti non secondari di un tentativo di emancipazione teorico/pratico dalla ingessata chiesa madre di Via delle Botteghe Oscure. Che però è proceduto con la classica modalità “un passo in avanti e due indietro”, volendo parafrasare il buon Vladimir Ulianov.

La sua riflessione è riuscita a cogliere per tempo i prodromi delle “poderose trasformazioni capitalistiche”, ma non ha saputo/voluto intrecciare questi assunti teorici alle conseguenze politiche e di schieramento che ne derivavano, le quali – necessariamente – prevedevano strappi e rotture con un filone politico ben definito verso una “collocazione politica controcorrente” che comporta (ieri ed ancora di più oggi) condizioni di azione politica fuori da quello che Ingrao ebbe a definire come “il gorgo”.

Su tale aspetto, il giudizio di chi scrive esula dalla soggettività di Rossanda e si spalma a tutta una composizione di militanti che si è riprodotta in una tradizione organizzativa, comunque a ridosso del Partito Comunista Italiano di Togliatti, Longo e Berlinguer, ossia dei “comunisti italiani” cresciuti nel “partito nuovo”.

Insomma, la figura della compagna Rossana Rossanda è stata paradigmatica del corso politico del “comunismo italiano” e della sua importante funzione svolta, per un lungo arco temporale, nella società italiana.

Parimenti però, si è palesata l’incapacità strutturale di adeguare la sua ricerca – individuale e collettiva – alla nuova qualità della “posta in gioco” nella costruzione dell’alternativa di modello di società. Una divaricazione avvenuta in un momento in cui la contemporaneità capitalistica ha mostrato – a scala internazionale – nel passaggio di fase e nei primi decenni di questo ventunesimo secolo tratti di novità e una fenomenologia completamente inedita che occorre decodificare e, possibilmente, comprendere a tutto tondo.

Una sfida epocale – questa – ancora tutta da affrontare compiutamente e che, volendo tornare un attimo all’attualità, la vigenza della crisi pandemica globale continua drammaticamente a ricordarci.

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06/09/2020

Una cronaca di lotta proletaria dall’isola del ferro

di Sandro Moiso

Alessandro Pellagatta, Cronache rivoluzionarie a Portoferraio. I comunisti internazionalisti e la lotta del proletariato elbano contro lo smantellamento degli altiforni (1944-1951), Quaderni di Pagine Marxiste, Milano 2020, pp. 96, 8 euro

Non molti di coloro che oggi visitano l’isola d’Elba per una vacanza più o meno lunga possono sapere o anche soltanto lontanamente immaginare le lotte, nei settori minerario e siderurgico, e la composizione sociale proletaria che ne hanno caratterizzato la storia fin dall’Ottocento.

Tutti intenti a rimirare le sue spiagge oppure le ville napoleoniche, i turisti, anche quelli virtualmente di sinistra, ignorano una storia caratterizzata, dall’unità d’Italia in avanti fino agli anni Ottanta del XX secolo, prima, dallo sfruttamento della forza lavoro coatta dei detenuti nelle saline (nella rada di Portoferraio) e nelle miniere di ferro a cielo aperto (tra Rio Elba e Rio Marina) e, successivamente, di una forza lavoro “libera” seppur coatta, proveniente in gran parte sia dal Nord che dal Sud dell’Italia, nelle miniere di ferro della zona di Capoliveri e del suo monte Calamita e negli stabilimenti siderurgici dell’ILVA di Portoferraio.

Certo molti conoscono la storia “antica” dello sfruttamento del ferro elbano sia da parte degli Etruschi che dei Romani, ma nessuno (o quasi) ricorda un’epoca in cui la presenza anarchica e comunista segnò le politiche e le iniziative dal basso di una popolazione che per secoli ben poco ebbe a che fare con il mare e con il turismo. Turismo, prima di élite (negli anni Sessanta e Settanta) e poi di massa (a partire dagli anni Ottanta), che con il suo illusorio benessere ha stravolto non solo il paesaggio ma anche il tessuto sociale (e politico) della terza (per grandezza) delle isole mediterranee italiane.

Ricordare qui gli episodi che caratterizzarono le lotte a cavallo tra XIX e XX secolo, in particolare il lungo sciopero del 1911, oppure figure come quella di Pietro Gori e, successivamente, dei numerosi antifascisti elbani, sarebbe troppo lungo.

Per questo motivo la seconda edizione del testo di Pellagatta, riveduta e ampliata in maniera significativa rispetto a quella del novembre 2005, è già di per sé utile al fine di rammentare al lettore quelle vicende passate e i personaggi che ad esse contribuirono.

Ma il testo, che si dilunga particolarmente sul periodo 1945-1951, ha il suo punto di forza (e forse di attualità) proprio nel raccontare le lotte condotte nel secondo dopoguerra dal proletariato elbano per impedire la chiusura degli altiforni di Portoferraio che avevano costituito, dalla loro apertura fino alle distruzioni del secondo conflitto mondiale, una linea di produzione importante della società ILVA, che prendeva il nome (lo ricordino ancor oggi gli operai impegnati nelle lotte odierne negli stabilimenti della stessa società di Taranto e di Genova) proprio da quello più antico dell’isola più grande dell’arcipelago toscano.
“Dopo la fine del primo conflitto mondiale il mancato adeguamento degli impianti rilevati dalla società ILVA, le mutazioni della domanda interna, la crescente concorrenza di altri stabilimenti e gli scontri al vertice della borghesia industriale portarono a un declino lento ma costante degli altiforni di Portoferraio. I pesanti bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale contribuirono a rendere inutilizzabile il complesso industriale.

Nel 1945 l’attività industriale a Portoferraio è praticamente ferma. Se inizialmente ciò è dovuto principalmente agli effetti dei danneggiamenti bellici, questi poco a poco finiscono per rappresentare di fatto un alibi teso a rafforzare una serie di scelte politiche miranti allo smantellamento degli impianti siderurgici.”1
È proprio dalla volontà di smantellare definitivamente gli impianti che prende avvio un ciclo di lotte che, seppur sconfitte, ebbero almeno il merito di segnalare non solo la protervia imprenditoriale, sorda a qualsiasi domanda proveniente da maestranze già duramente provate dalla guerra e dalle politiche fasciste, ma anche la fine di qualsiasi possibilità di fare affidamento su una risoluzione governativa e parlamentare della crisi. Non solo, ma anche quello di far venire pienamente alla luce la politica sostanzialmente collaborazionista del PCI togliattiano e dei sindacati.

A svolgere la funzione della voce fuori dal coro fu appunto la rappresentanza significativa di militanti del Partito comunista internazionale, di tendenza bordighista, che tenne alto il vessillo dell’iniziativa proletaria e rivoluzionaria nei confronti dei padroni, dello Stato e dei suoi finti avversari democratici di sinistra. Ed è questa la parte del libo che oggi, come non mai, può far riflettere sulle voci disperse di una tradizione rivoluzionaria che sia il PCI di Togliatti sia la successiva sinistra extraparlamentare degli anni Settanta contribuirono a rimuovere dall’orizzonte del discorso politico e dell’iniziativa operaia in Italia.

Ma un altro discorso che è sotteso a quello principale è quello di un conflitto imperialista che, pur nelle ridotte dimensioni dell’isola, fu vissuto in tutte le sue sfaccettatura più infernali per la popolazione civile. Dall’affondamento di un traghetto di collegamento con l’isola ad opera di un sommergibile britannico, ai bombardamenti, prima anglo-americani e poi tedeschi dopo l’8 settembre, su Portoferraio e i suoi stabilimenti che causarono non solo la distruzione degli altiforni ma anche di una parte significativa del porto e del centro storico della ‘capitale’ elbana, con centinaia di morti tra i civili. Non ultimi, infine i morti, le violenze e gli stupri, che i si verificarono sull’isola dopo lo sbarco delle truppe ‘liberatrici’ francesi.

Fu in questo contesto di sofferenze che si sollevò la voce e la protesta dei lavoratori elbani e delle loro famiglie. Inascoltate e sconfitte, grazie anche ad un apparato politico e sindacale che già da tempo aveva scelto la via dell’unità e dell’interesse nazionale rispetto a quello proletario che avrebbe invece dovuto difendere. Unica voce diversa, appunto, quella di quei militanti che non avevano tradito la tradizione rivoluzionaria di Livorno nel 1921 e che ancora nei primi giorni dopo l’8 settembre avevano caratterizzato la stampa distribuita lungo il litorale tirrenico toscano, caratterizzata dagli evviva per il Pcd’I e Bordiga (volantini e fogli oggi conservati presso la Biblioteca Franco Serantini di Pisa), provenienti dalla base di un Partito che ancora doveva digerire la svolta di Salerno.

La vecchia Sinistra Comunista parlerebbe ancora oggi delle “lezioni delle controrivoluzioni” da cui apprendere gli insegnamenti per le lotte attuali e future. Basti appunto pensare alle lotte odierne all’ILVA di Taranto e alle speranza riposte in un suo salvataggio, riconversione o adeguamento alle norme sull’inquinamento industriale. Autentiche fanfaluche con cui i governi, i partiti politici e i sindacati asserviti continuano a riempire le orecchie e le teste degli operai coinvolti.

Ma infine anche un grido d’allarme per chi nella chiusura degli stabilimenti inquinanti crede di vedere la via principale per la risoluzione del problema ambientale.

L’isola d’Elba è lì a dimostrarlo, ancora oggi, con lo stravolgimento edilizio del suo panorama, con l’inquinamento del suo mare a causa di scarichi fognari insufficienti e sversamenti di navi e petroliere, con la velenosità dei fumi provenienti dalla vicina Piombino (dove gli stabilimenti e gli altiforni furono spostati per poi essere rivenduti in anni recenti a società di ogni nazionalità, risma e tipo di disonestà imprenditoriale) e molti altri problemi che ancora tradiscono, se analizzata da vicino e con più attenzione, la sua immagine da isola dei sogni.

Il testo di Pellagatta, ben documentato e attento, ci è d’aiuto ancora una volta sulla strada del disvelamento di un passato che, purtroppo, ancora non passa. L’eterno presente di un modo di produzione che è già morto ma che ancora cerca di riproporsi come unica soluzione possibile dei mali da esso stesso creati.

Note:

1) A. Pellagatta, Cronache rivoluzionarie a Portoferraio, pp. 31-32

Fonte