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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/05/2026

Israele espande l’occupazione a Gaza, nel silenzio dei paesi “democratici”

Israele sta riscrivendo la geografia della zona orientale della Striscia di Gaza, dove un tempo c’erano i campi coltivati dei palestinesi e oggi regna il grigio delle macerie e dell’occupazione sionista. Che continua a espandersi, parola delle stesse IDF, ben oltre i limiti della linea gialla tracciata col cessate il fuoco dello scorso ottobre, nel silenzio dei governi “democratici” (si fa per dire...) occidentali.

È il rumore incessante delle ruspe a scandire il ritmo di una metamorfosi che preannuncia una nuova ondata di colonizzazione. Secondo i dati diffusi da Galei Zahal, la radio ufficiale delle forze armate israeliane, l’area sotto il controllo diretto di Tel Aviv è passata dal 53% della Striscia, nello scorso autunno, all’odierno 59%.

Ogni giorno, i blocchi gialli di cemento che delimitano la “linea gialla”, l’area sotto occupazione, vengono spostati un po’ verso ovest, e questo confine che doveva essere temporaneo viene trasformato in una demarcazione permanente. Il quotidiano Haaretz riferisce della costruzione di 32 postazioni militari e di una barriera di terra lunga 17 chilometri.

Intanto, la zona occupata viene liberata dalle macerie e livellata. Come vengono rasi al suo i villaggi libanesi, impedendo il ritorno dei legittimi abitanti e portando avanti, dunque, una vera e propria pulizia etnica (mentre le armi sioniste continuano a sparare, nonostante il cessate il fuoco), la stessa operazione continua anche a Gaza.

Alcuni analisti parlano di un’espansione dell’occupazione per usare la terra come moneta di scambio in una nuova fase di negoziazioni con Hamas. Ma basta ascoltare le parole dei ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir per capire quale sia il vero obiettivo: i due esponenti dell’estrema destra sionista spingono per un controllo diretto e per la promozione di nuovi progetti di colonizzazione.

Per di più, il primo ministro Benjamin Netanyahu vuole sfruttare il mantenimento di una costante iniziativa militare per compattare l’elettorato in vista delle prossime elezioni e per avere sempre a portata di mano una qualche motivazione per bloccare i processi a suo carico, alimentando inoltre la percezione di una minaccia perenne.

Questa ennesima fase del genocidio dei palestinesi si consuma nel silenzio dei vertici occidentali, che continuano a farsi paladini di diritti umani e pace, mentre sostengono, finanziano e guadagnano dai crimini israeliani. Mentre nell’area di Gaza rimasta sotto il controllo dei palestinesi le condizioni continuano a essere critiche.

Sempre Haaretz riporta che ci sarebbero ancora 8 mila palestinesi sotto le macerie, mentre secondo un funzionario rimasto anonimo del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), sarebbe meno dell’1% la percentuale dei detriti rimosso dalla Striscia: con questa velocità ci vorranno almeno sette anni per completare le operazioni, rendendo Gaza di fatto inabitabile per i gazawi.

La mancata denuncia di questa situazione, programmata dalle autorità israeliane con la compiacenza di quelle statunitensi, significa farsi complici di altre forme attraverso cui la pulizia etnica viene portata avanti.

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20/12/2024

Siria - Un’occasione per Israele e per l’immagine di Netanyahu

Il Golan è diventato il set fotografico preferito dal Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che divide ormai la sua presenza pubblica tra le aule del tribunale (nelle quali è presente come imputato per crimini di corruzione) e il monte Jamal al-Sheikh (monte Hermon). Le immagini dalle Alture occupate del Golan rimbalzano su tutti i media. “La sua ossessione di controllare lo specchio attraverso il quale è percepito”, scrive il quotidiano israeliano Haaretz, “lo ha portato sul banco degli imputati in tribunale ed è al centro della sua testimonianza come incriminato in tre casi di corruzione”. Sono immagini di vittoria, con la bandiera israeliana che sventola sempre vispa alle spalle del premier sorridente, che tentano di sovrascrivere la memoria del fallimento del 7 ottobre 2023, della sconfitta dei servizi segreti e dell’incapacità del governo di prevenire l’attacco di Hamas.

E la strategia pare funzionare. L’immagine di una Israele vincente, guidata da un leader spregiudicato che conduce i suoi soldati attraverso i confini, bombarda e occupa Stati e territori (Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria), completamente immune alla legge internazionale e alle conseguenze etiche delle proprie azioni, rinsalda la fiducia interna e stringe il popolo intorno al primo ministro. Perché non si tratta più del solo desiderio di vendetta, già soddisfatto con l’uccisione dei leader del movimento di Hamas e di quelli di Hezbollah. Si tratta ora di cogliere l’occasione per ottenere di più. Di più in termini di sicurezza, di controllo, di territorio, di accordi politici ed economici. Si tratta di ottenere l’alienazione di tutti i propri nemici, diretti e indiretti, isolarli e indebolirli per decenni, dai palestinesi ai libanesi, fino ad arrivare all’Iran.

Tel Aviv non avrebbe mai potuto perdere l’occasione siriana, inserendosi con velocità e scaltrezza nel vuoto lasciato dalle forze governative di Assad e non ancora riempito dai nuovi capi, molto timidi nei rapporti con lo stato ebraico. Non avrebbe potuto perderla per varie ragioni. Per la sicurezza delle zone a nord di Israele, per il ritorno dei cittadini che sono stati evacuati dall’inizio degli scontri con il movimento sciita libanese, per ottenere ciò che tutti i leader del passato hanno provato a ottenere, per trattare da un punto di forza con il nuovo governo siriano, per far ripartire e allargare l’economia del turismo verso gli impianti sciistici (ora chiusi) nel Golan occupato e per rafforzare l’immagine della sua vittoria.

Dalla caduta di Bashar al Assad ad oggi, in poco più di dieci giorni, i militari israeliani hanno preso il controllo di circa 440 chilometri quadrati di territorio siriano. Hanno abbondantemente superato le linee dell’armistizio e sono arrivati a 20 chilometri dalle campagne a sud di Damasco e poi giunti a soli 12 chilometri dalla strada internazionale che collega proprio la capitale siriana a Beirut. Ma non solo, si sono spinti in diversi villaggi, fino alla zona di Quneitra. Diverse testimonianze raccontano che in più occasioni gli abitanti siriani sono stati costretti dai militari di Tel Aviv a consegnare armi e documenti e a rispettare un coprifuoco. Ci sono segnalazioni di interrogatori e della presenza, insieme ai soldati, di archeologi specializzati che stanno mappando il territorio. Nella tarda mattinata di oggi, fonti siriane hanno fatto sapere che una trentina di soldati israeliani, con veicoli blindati e bulldozer, sono entrati in un’area militare a ovest di Al-Rafid, nella campagna a sud di Quneitra, abbattendo alberi e recinzioni.

All’inizio dell’avanzata, probabilmente per rassicurare i partner internazionali, il premier Netanyahu ha parlato di una “operazione temporanea” che si sarebbe chiusa con un nuovo accordo da sottoscrivere con i gruppi che controllano Damasco. La necessità di un patto “nuovo” è stata motivata dichiarando nullo l’accordo di disimpegno del 1974 perché il firmatario siriano non era più disponibile e i suoi soldati avevano abbandonato le postazioni di confine. Il registro è presto cambiato, con l’approvazione di un piano da circa 11 milioni di dollari per lo sviluppo demografico del Golan. “Rimarremo sul Golan fino alla fine del 2025” ha detto alle sue truppe, che mentre preparano rifugi-fortezza, si insinuano sempre più in profondità nel territorio siriano.

La narrazione dello stato ebraico, presentata sui più importanti media interni, è quella già utilizzata in passato per una parte della popolazione drusa che voleva abbandonare la Siria per ottenere la cittadinanza israeliana. Un desiderio che, secondo Tel Aviv, esprimono non solo i drusi del versante israeliano delle Alture del Golan ma anche quelli del versante siriano, ben oltre la buffer zone demilitarizzata che separa i due confini. Le televisioni hanno fatto circolare video che mostrerebbero alcune persone dei villaggi siriani consegnare volontariamente vecchie armi dei militari di Assad all’esercito israeliano e alcuni drusi, definiti dai media “leader dei villaggi”, dichiarare che si sentono più israeliani che siriani. La narrazione araba è prevedibilmente diversa. I cittadini dei paesi del versante siriano del monte Jamal al-Sheikh, che definiscono quella di Tel Aviv una occupazione, hanno dichiarato per bocca dei propri capivillaggio di essere stati costretti dai militari a consegnare le armi e che non accetterebbero mai la cittadinanza israeliana perché si sentono e sono siriani. In fondo, la popolazione drusa di Israele è stata quella che ha pagato di più, in termini di vittime, per lo scontro tra Tel Aviv ed Hezbollah. Il numero di cittadini israeliani appartenenti a minoranze uccisi dai missili in 14 mesi di guerra, sproporzionato rispetto alle vittime ebree israeliane, dimostra l’incapacità o la poca volontà del governo di fornire protezione adeguata ai propri cittadini drusi, arabi e beduini.

L’avanzata israeliana in Siria, accompagnata da centinaia di bombardamenti che hanno distrutto centri di ricerca, depositi di armi, strutture statali ed altro, non rincorre però semplicemente la posizione dei villaggi ai piedi del monte. Segue l’acqua. Almeno tre fonti idriche tra le più importanti della regione sarebbero state raggiunte dai militari: Sheikh Hussein, Sahm Al Golan, Al Bakar Al Gharbi. Si tratta spesso di bacini o corsi d’acqua che garantiscono l’approvvigionamento in zone che soffrono di siccità non solo in Siria ma anche in Paesi di confine, come la Giordania.

Anche in Libano, nonostante il cessate il fuoco, Tel Aviv continua la sua avanzata. Dal 27 novembre, giorno della tregua con Hezbollah, i militari sono entrati in diversi villaggi, allargando e rendendo più stabile la propria linea di occupazione lungo tutto il confine libanese. Secondo fonti vicine al gruppo sciita, l’esercito in meno di un mese avrebbe aumentato almeno di un terzo l’area occupata, attraverso i bombardamenti, la demolizione degli edifici e l’appiattimento delle macerie.

Dopo una prima smentita, l’esercito israeliano ha dovuto ammettere che decine di coloni hanno attraversato la frontiera entrando nel territorio del Libano del sud per reclamarlo come proprio, montando tende e strutture. Si tratterebbe soprattutto di estremisti del Movimento Ori HaTzafon (Pelli del Nord). Le foto ritraggono coloni esibire striscioni che mostrano l’albero di cedro, simbolo del Libano, inscritto nella stella di David. A settembre lo stesso gruppo ha messo in vendita, attraverso il proprio sito web, proprietà nel sud del Libano al costo di partenza di 80.000 dollari.

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05/03/2024

«È tutto nostro». Primo avamposto della destra messianica nella Striscia

Giovedì, mentre i palestinesi contavano i morti della strage in via Rashid e trasportavano i feriti in ospedali privi di tutto, a ridosso di ciò che resta del valico settentrionale di Erez, circa 200 coloni ed estremisti di destra israeliani allestivano un loro avamposto all’interno di Gaza.

Una di loro, Mechi Fendel, ha spiegato in inglese con accento newyorkese che lei (giunta dagli Usa) ha il dovere religioso di (ri)portare sotto il controllo ebraico la Striscia di Gaza sulla quale, ha precisato, i palestinesi che pure ci vivono da secoli non hanno alcun diritto.

Solo dopo alcune ore, i soldati rimasti sino a quel momento a guardare, sono intervenuti e hanno sgomberato i coloni.

È passato un mese dalla mega «Conferenza per la vittoria di Israele» tenuta a Gerusalemme dal movimento dei coloni, con la presenza di 10 ministri e 27 deputati, per chiedere la colonizzazione di Gaza, e la destra messianica torna a segnalare la sua forza ed influenza oltre alla ferma intenzione di ricostruire gli insediamenti smantellati ed evacuati nel 2005 per ordine dello scomparso premier Ariel Sharon.

Quello del 29 febbraio è stato il tentativo più significativo dal 7 ottobre di ristabilire colonie ebraiche nella Striscia. E con ogni probabilità verrà ripetuto. Una parte dei coloni è entrata per centinaia di metri nel territorio di Gaza. Altri 20 sono penetrati nello spazio tra i due muri che ingabbiano la Striscia e hanno iniziato a erigere due strutture utilizzando i materiali che avevano portato con loro: assi e pali di legno e lamiere di ferro per i tetti.

Avevano già pronto il nome della colonia, Nuovo Nisanit, dal nome di uno degli insediamenti evacuati nel 2005. Solo più tardi i militari hanno riportato indietro i giovani che sono stati accolti dagli applausi di tutti gli altri coloni e attivisti di destra. Poi la folla ha cominciato a scandire «È tutto nostro», in riferimento a Gaza.

Presi dalle notizie drammatiche che arrivavano dal luogo della strage alla periferia di Gaza City, i media internazionali hanno minimizzato o ignorato l’accaduto a Erez. Eppure, quanto si è visto dimostra che, forte dell’appoggio silenzioso del governo, l’idea di colonizzare Gaza non è affatto morta, anzi. «Il governo – ha detto Ariel Pozen, uno dei presenti – deve comprendere quello che la maggioranza degli ebrei (israeliani) ha già capito: siamo qui ed è tutto nostro. Non esiste ostacolo politico o internazionale. Non dobbiamo considerare nessun altro. È una questione interna. Dobbiamo andare a Gaza, distruggere tutto il terrore lì e costruire lì».

Molti dei presenti appartenevano alle stesse organizzazioni che nelle ultime settimane hanno tentato – spesso con successo – di impedire l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza. Ai loro occhi, esiste un legame tra lo stop degli aiuti ai palestinesi e il ripristino degli insediamenti a Gaza: entrambi sono visti come necessari per una «vittoria» decisiva.

Leggere l’accaduto come un «atto simbolico» sarebbe un errore. In Cisgiordania molte colonie sono state erette proprio dopo questi blitz di pochi «giovani delle colline». Ed è quello che accadrà a Gaza se il governo di destra religiosa al potere deciderà di lasciar fare, incurante delle pressioni internazionali.

Non è un caso che l’anziano colono Baruch Marzel, giunto giovedì da Hebron, abbia detto che l’azione compiuta a Gaza gli ricorda il «primo insediamento a Sebastia». Cinquant’anni fa un gruppo di coloni del movimento Gush Emunim divenne celebre quando tentò di stabilire un insediamento ebraico: resistette agli ordini di sgombero del governo finché non l’ebbe vinta.

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11/11/2023

Perché è necessario difendere e rilanciare la lingua italiana

La proposta di rendere obbligatorio all’università l’insegnamento delle discipline in lingua inglese fu giustamente definita, a suo tempo, un atto di servilismo da Claudio Magris, uno dei pochi esponenti lucidi e sensibili di un mondo della cultura, qual è quello italiano, che sembra aver ormai rinunciato, in larga parte, ad esercitare una funzione, non dico di orientamento ma anche solo di vigilanza, nei confronti dell’opinione pubblica nazionale.

La proposta era l’esatto corrispettivo, in campo linguistico e culturale, della crescente alienazione di sovranità nazionale, della subordinazione economica e della tendenziale vanificazione dell’indipendenza politica, che segnano questa fase infelice della storia del Bel Paese.

Così, la condizione della nostra lingua di fronte all’avanzata di quel bulldozer della globalizzazione linguistica che è il “basic english” fa venire in mente, per analogia, la tragica sorte di quello sventurato popolano che, nel romanzo «La pelle» di Curzio Malaparte, viene travolto e schiacciato da un carro armato americano, mentre festeggia l’arrivo delle truppe alleate in una città dell’Italia centro-meridionale.

Una sorte che sembra replicarsi anche per la nostra stessa lingua, specie in un paese che, a tutti i livelli (ivi compreso quello governativo), ha battuto ogni primato di infingardaggine, oltre che di servilismo, adottando espressioni, acronimi e termini tratti di peso dalla lingua inglese e trasferiti pari pari nella nostra.

Basti pensare che, per designare l’“intelligenza artificiale” si è fatto ricorso alla stessa sigla di due lettere usata nei paesi dell’area anglosassone, cioè AI (“Artificial Intelligence”), ignorando l’esempio di altri paesi, come la Francia e la Spagna, che usano correttamente la sigla, anch’essa di due lettere, conforme alle lingue dell’area neolatina, cioè IA, laddove questo malcostume vale per una miriade di altre locuzioni prelevate dall’inglese e trapiantate in italiano (si pensi al “Jobs Act” renziano, brutale ma coerente trasposizione in chiave ‘western’ di quella che nella nostra lingua sarebbe una “legge sul lavoro”).

Ma come si spiega la progressiva colonizzazione linguistica, culturale e antropologica, che è stata progressivamente attuata nel nostro paese, così come in altri paesi non anglosassoni dell’Occidente?

A distanza di ottant’anni dal cosiddetto “discorso-manifesto di Harvard”, in cui Winston Churchill (in occasione della laurea ‘honoris causa’) spiegò, durante la seconda guerra mondiale, i piani volti all’affermazione di un imperialismo “per via linguistica”, ossia basato sulla capillare diffusione dell’inglese, non vi possono essere più dubbi sul carattere strategico di quel progetto e sulle sue conseguenze per quanto riguarda la nostra nazione: il genocidio dell’italiano.

Non è infatti esagerato affermare che, sin dal 1943, americani e inglesi puntarono alla dominazione linguistica, più che all’antica e screditata pratica dell’occupazione coloniale. Ma diamo la parola allo stesso Churchill. Proprio mentre si avvia alla conclusione del suo discorso, egli si compiace di menzionare il grande Otto von Bismarck.

Secondo il “Cancelliere di ferro” tedesco, il fattore più potente nella società umana, verso la fine del XIX secolo, fu il fatto che i popoli britannici e americani parlassero la stessa lingua. Da qui il commento del politico inglese, secondo il quale il dono di una lingua comune costituisce un’eredità inestimabile.

Il discorso di Churchill prosegue segnalando la proposta, inoltrata al governo britannico, di costituire un comitato di ministri per studiare e riferire sull’‘inglese basic’ (acronimo che equivale a ‘britannico americano scientifico internazionale commerciale’): «Eccovi il piano, composto da un totale di circa 650 nomi e 200 verbi o altre parti del discorso – non più, comunque, di quello che può essere scritto su un lato di un singolo foglio di carta».

Una volta presentato il nuovo strumento di colonizzazione, descritto come “un potente fertilizzante e il fiume dell’eterna giovinezza”, Churchill così conclude: «Questi piani offrono guadagni ben migliori che portando via le terre o le province agli altri popoli, o schiacciandoli con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono gli imperi della mente».

E proprio di questi “imperi della mente” siamo oggi noi tutti gli schiavi consenzienti. Prova ne sia che diverse università italiane, prima fra tutte il Politecnico di Milano, sia pure fra contrasti e riserve, stanno svolgendo i loro corsi in inglese.

Veniamo ora ai nostri giorni. Polemizzando a suo tempo con quella genìa di neo-barbari, da lui ben definiti come “talebani dell’inglese”, che avrebbero voluto estromettere di forza l’italiano dall’uso delle università e sostituirlo con la lingua inglese nei relativi corsi di laurea, il professor Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, massima istituzione del nostro paese in campo linguistico, dopo aver plaudito alle sentenze della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato sulla obbligatorietà dell’italiano come lingua di insegnamento nell’università, ebbe a ricordare molto opportunamente l’esempio dell’Accademia di Architettura di Mendrisio.

Si tratta di un esempio che dimostra come l’italiano svolga, per l’appunto, una funzione di grande utilità in un’ottica internazionale. Marazzini citava infatti il caso estremamente istruttivo di Fulvio Irace, professore ordinario di Storia dell’architettura proprio nel Politecnico di Milano.

Irace, uno dei professori che accettarono di passare all’inglese nel Politecnico, dove insegnava, in un articolo sulla pagina della “Repubblica” spiegava che a Milano faceva lezione in inglese, ma all’Accademia di Architettura di Mendrisio, in Svizzera (centro di eccellenza rinomato a livello internazionale), gli veniva espressamente richiesto, come accade tuttora, di tenere in italiano i corsi rivolti a un pubblico internazionale.

Ovviamente i talebani dell’inglese hanno ignorato questo esempio molto significativo, dal quale si evince che l’italiano sta di casa meglio in Svizzera che in Italia.

Del resto, in Svizzera è lingua nazionale, in Italia no, poiché, come è noto, la stessa Costituzione non sancisce che esso sia la lingua nazionale della Repubblica: è già tanto se lo si accetta come lingua ufficiale.

È questo un autentico paradosso italiano, che si spiega con la campagna di ‘snazionalizzazione’ del nostro Paese posta in opera nel secondo dopoguerra in funzione antifascista.

Una campagna che oggi, facendo leva su un piano generalizzato di formazione linguistica degli immigrati, deve invertire la sua direzione e tendere, senza farsi condizionare da complessi di colpa fuori luogo o da nazionalismi di stampo esclusivistico, a preservare la diversità linguistica, in quanto bene essenziale dell’umanità, dall’avanzata del rullo compressore omologante di una globalizzazione imperialistica che parla, e mira ad imporre come lingua veicolare, unicamente il ‘basic english’.

Occorre invece pensare ad un contro-progetto di rilancio e di rafforzamento della lingua italiana, poiché solo se sapremo mantenere e sviluppare la nostra specifica e prestigiosa identità di cultura nazionale (identità che in un corretto e generalizzato uso della lingua ha il suo principale strumento) potremo contribuire, non da gregari o da satelliti ma da protagonisti e su una base di effettiva parità, alla costruzione di una cultura veramente universale, affrancata da qualsiasi forma di imperialismo culturale e linguistico.

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12/09/2018

Meridione: nuova “Florida” o terra di maquiladoras?

Sul Meridione aleggia lo spettro delle ZES, le Zone Economiche Speciali. Le ZES sono aree geografiche circoscritte nelle quali viene applicata una legislazione economica diversa e più vantaggiosa per le imprese rispetto a quella applicata nel resto del Paese. In queste aree sono previsti incentivi a beneficio delle aziende, che si traducono in agevolazioni fiscali/finanziarie, condizioni salariali diversificate e semplificazioni amministrative. In pratica delle maquiladoras (1).

In Italia, le prime sperimentazioni verso questo modello sono state effettuate dalla Regione Campania e Calabria dove sono stati approvati i primi decreti riguardanti l’istituzione delle ZES.

Sul nostro giornale abbiamo già suonato da tempo l’allarme per quella che appare come la reintroduzione delle gabbie salariali e che prevede, a parità di lavoro, salari differenziati tra il Meridione e il nord del paese. Le ZES sono la testa d’ariete di questo progetto, teso ad acutizzare la crescente – e pesante – asimmetria economico/sociale che sta riportando l’Italia ad una visione “sabauda” (dunque ottocentesca) della coesione e delle disuguaglianze sociali/territoriali. Oggi le ZES sono parte integrante del programma dell’attuale governo sul Mezzogiorno, ma sarebbe disonesto ritenere che sia una ingannevole furbata solo di questo esecutivo.

Il 4 Maggio scorso, all’Università Aldo Moro di Bari, si è svolto il convegno “Le Zone Economiche Speciali, aspetti applicativi”. Il presidente dell’Autorità Portuale di Bari, Ugo Patroni Griffi, ha ammesso che “Le ZES sono dei laboratori, sono nate come laboratori e in queste zone testeremo nuove formule economiche”. Non solo, ha anche precisato: “Per l’Adriatico meridionale ci sono duemilaquattrocento ettari sapientemente distribuiti favorendo gli investimenti nella logistica, nella retroportualità e per attirare gli investimenti stranieri. Mancano solo due provvedimenti amministrativi, quello della Regione Puglia che suggelli con una delibera il lavoro fatto e poi il Ministero riconosca con un decreto la ZES dell’Adriatico meridionale. Siamo alla soglia di una rivoluzione culturale, gli investitori vanno dove c’è immediatezza, coerenza e tempi certi, tante qualità che noi non siamo in grado di offrire”.

Due giorni fa invece il direttore dello Svimez, Luca Bianchi, sull’Huffington Post, ha riportato alla memoria l’evocazione di fare del Meridione una “nuova Florida”. Bianchi liquida giustamente le proposte della Lega che ipotizza il Sud come l’area di ricovero per l’inverno di pensionati mitteleuropei (facendo così concorrenza al Portogallo, ndr),“Una sorta di nuova Florida Mediterranea che non considera l’inadeguatezza dei servizi assistenziali e sanitari che proprio nelle Regioni Meridionali rendono più difficile la vita degli anziani”.

Questa visione del Meridione come nuova Florida, non è però un parto dell’attuale governo. E’ un inganno che ha le origini proprio negli albori del centro-sinistra.

Quando il primo governo dell’Ulivo vinse le elezioni (1996), Prodi e Veltroni promisero di fare del Meridione una “nuova Florida”. I fatti si sono incaricati di dirci che ne è venuta fuori una sorta di territorio/maquiladoras, ovvero un’area per insediamenti industriali a bassi salari, funzionali alla competizione sul mercato internazionale del lavoro e all’attrazione di investimenti esteri.

Si ha ormai la netta impressione che nella sfida della ipercompetizione sul mercato mondiale, si punti alla costituzione del Meridione italiano come una sorta di “periferia interna” in cui concentrare investimenti esteri e nazionali creando le condizioni idonee per la “competitività” giocata sui bassi salari, la defiscalizzazione e la decontribuzione per le imprese.

Questa intuizione era già stata espressa anni addietro in un seminario tenutosi a Bologna e dedicato al rapporto tra capitalismo italiano e delocalizzazione. Nella relazione si indicava chiaramente il progetto di “convertire il Meridione in un’area a bassi salari non solo per fare pressione sui lavoratori del Nord e del Centro che già oggi hanno un costo del lavoro superiore, ma anche per competere con l’Europa dell’Est o il Maghreb, scambiando un costo del lavoro un po' più alto con i vantaggi derivanti dalla qualificazione della forza lavoro, dalla vicinanza dei mercati ricchi e dalle agevolazioni fiscali”.

Nello stesso periodo in cui Prodi e Veltroni parlavano del Meridione come “nuova Florida”, il prof. Viesti (università di Bari, area Pd, ex collaboratore di Bassolino al Ministero del Lavoro) insieme al dott. Bodo (dirigente della formazione Fiat), scrissero apertamente che occorreva rendere il costo del lavoro e la sua flessibilità nel Meridione “competitivi con gli altri paesi a basso salario per attirare investimenti nell’area”. Si tratta dello stesso prof. Viesti, oggi prima firma di una petizione che denuncia la sottrazione dei fondi regionali al Sud verso le regioni del Nord. Petizione rispettabile ma ci permettiamo di dissentire dall’approccio con cui anche i settori piddini guardano al Meridione.

Due studiosi della Banca d’Italia, L.Federico Signorini e Ignazio Visco (oggi governatore della Banca d’Italia), sostennero questa tesi come soluzione ai problemi storici del Mezzogiorno italiano, invocando la fine della contrattazione nazionale e l’introduzione della “contrattazione locale in considerazione delle circostanze speciali” del Sud. Succo di questa elaborazione nel Meridione ”si dovrebbe essere preparati ad accettare divari salariali inizialmente anche ampi”.

Il laboratorio di questa maquiladorizzazione del Meridione d’Italia per tutto un periodo è stata la Puglia. Del resto, era stato proprio il comprensorio a cavallo tra Puglia e Basilicata ad essere stato scelto dalla Fiat nei primi anni `90 per avviare la sperimentazione della fabbrica a “qualità totale” ossia Melfi, uno stabilimento in cui le differenziazioni salariali con gli operai degli stabilimenti del Nord, sono state superate solo nel 2004.

Nel 1994, la Fiat affidò infatti al Censis una ricerca sul comprensorio di Melfi, un bacino di forze da lavoro per lo stabilimento SATA che comprendeva le province di Avellino, Foggia, Bari e Potenza, per testare l’atteggiamento rispetto alla “innovazione” e al lavoro (ritenendo se stessa portatrice sana di entrambi). I risultati – nonostante registrassero nelle due province pugliesi le resistenze più forti al modello di innovazione fatto proprio dalla Fiat, vennero ritenuti soddisfacenti ma insufficienti se oltre alla Fiat non ci fosse stato “altro”, in modo particolare gli incentivi pubblici, l’imposizione di una cultura “innovativa” sul lavoro alle comunità locali, la creazione di un ambiente idoneo alle attività imprenditoriali. La “chiamata” della Fiat alle autorità statali – come sappiamo – non è rimasta inevasa. Anzi, è diventato sempre più necessario inserire forti dosi di “altro”, perchè l’illusione della fabbrica a qualità totale a Melfi si è esaurita ben presto.

Ed ecco che vecchi e nuovi governi, di centro-sinistra, di centro-destra o “a due colori”, non riescono a pensare al Meridione se non come un serbatoio di forza lavoro a basso prezzo e un territorio da “colonizzare” con infrastrutture devastanti (che altro sono il Tap o le trivellazioni selvagge in Basilicata?). Una condizione “coloniale” per rendere attraenti investimenti vantaggiosi ai soliti prenditori privati, italiani o multinazionali che siano.

Note:
(1) Le maquiladoras sono stabilimenti industriali posseduti o controllati da soggetti stranieri, in cui avvengono trasformazioni o assemblaggi di componenti temporaneamente esportati da paesi maggiormente industrializzati in un regime di regole specifiche, bassi salari, scarsissima agibilità sindacale ed esenzione fiscale. Sono dilagate in Messico e America Centrale in funzione delle industrie multinazionali, statunitensi ma non solo.

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08/09/2018

“Il Sud non è figlio di una storia minore”. Una replica di Camilleri ai luoghi comuni

Una lettera aperta dello scrittore Andrea Camilleri replica al giornalista de “La Repubblica” Francesco Merlo, autore del video “Da Genova a Messina, le differenze di un’Italia flagellata“.

Merlo è nato al Sud ma emigrato al Nord, e ora sostiene tra l’altro che “... È molto pericoloso aiutare il Sud...”. Francesco Merlo, così come altri editorialisti e ideologi de La Repubblica e del Corriere della Sera, stanno collaborando attivamente a quella che abbiamo definito la secessione reale del paese. E Andrea Camilleri non gliele manda a dire.
Lettera a Francesco Merlo

“Ciccio, ti scrivo a nome di tanti siciliani

e ti chiamo Ciccio perché anche tu sei siciliano essendo nato a Catania

Lo so che ti da fastidio, perché - avendo lavorato per 19 anni al Corriere della Sera e scrivendo da 10 anni per La Repubblica - probabilmente non ti piace essere chiamato “Ciccio”

Magari, dopo tanti anni al Corriere, parli pure milanese e Ciccio in milanese non suona bene

Ma io continuerò lo stesso a chiamarti Ciccio ok?

Dunque, Ciccio, voglio dirti che qui noi siamo indignati. Lo so che, proprio in questi ultimi tempi, è un termine inflazionato ma non ne trovo uno migliore per manifestarti il nostro sdegno per quello che hai detto nel tuo servizio sull’alluvione nel messinese

Qui l’acqua avrebbe portato via il “mattone selvaggio e l’accozzaglia di laterizi”, mentre... dalle tue parti la natura malvagia avrebbe distrutto “i centri storici, lo spazio pubblico celebrato, la bellezza di città che sono storicamente costruite per piacere, per aiutare l’uomo a vivere e non a sopravvivere”

Ciccio, ma che dici? La storia della tua terra (quella d’origine, intendo: la Sicilia) te la ricordi?

Ciccio, anche i nostri paesi hanno un centro storico: centri di antica tradizione, come Saponara: ti ricordi di Saponara, vero?

A Saponara l’acqua ha mandato giù un costone roccioso che ha sotterrato una casa, e - con la casa - ha sotterrato anche tre persone, e fra queste tre persone c’era un angioletto biondo di appena dieci anni

Ah... dimenticavo: quella casa non era abusiva: era una casa come la tua, forse meno ricca della tua, ma era comunque una casa

insomma una casa normale

non un’accozzaglia di laterizi

A proposito del nostro bimbo annegato nel fango... ecco, qui voglio ringraziarti per aver detto che “i bambini affogati sono uguali” Almeno questo ce lo hai riconosciuto, Ciccio...

i nostri non sono figli di un dio minore

almeno quando affogano nel fango

Grazie, grazie davvero

“La forza dell’acqua distrugge sviluppo e sottosviluppo”. Naturalmente, lo sviluppo sta al Nord e il sottosviluppo è il nostro.

Ciccio, vuoi che partiamo da lontano?

E allora, mi permetto di ricordarti che nell’anno 1100, mentre dalle tue parti si brancolava nel buio del Medioevo, i Siciliani avevano il primo Parlamento della storia, il primo parlamento d’Europa.

Facciamo un bel salto e arriviamo al 1861.

In quegli anni - esattamente nel 1856 - in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi, Il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo Inghilterra e Francia.

Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano, una flotta che era la quarta del mondo. Il Sud era il primo produttore in Italia di materia prima e semi-lavorati per l’industria. Avevamo circa 100 industrie metalmeccaniche che lavoravano a pieno regime (era attiva la più grande industria metalmeccanica d’Italia). Avevamo industrie tessili, manifatturiere, estrattive

Avevamo distillerie, cartiere. Avevamo la prima industria siderurgica d’Italia. Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare. La prima nave italiana che arrivò nel 1854, dopo 26 giorni di navigazione, a New York, era meridionale, e si chiamava - guarda un po’! - “Sicilia”. La bilancia commerciale con gli Stati Uniti era fortemente in attivo e il volume degli scambi era quasi il quintuplo del Piemonte

Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo d’Italia per grandezza e importanza.

Ancora: il tasso di sconto praticato dalle banche era pari al 3%, il più basso della Penisola; una “fede di credito” rilasciata dal Banco di Napoli era valutata sui mercati internazionali fino a quattro volte il valore nominale. Il Regno Napoletano, fra tutti gli Stati italiani, vantava il sistema fiscale con il minor numero di tasse: ve ne erano soltanto cinque.

Tu, Ciccio, potresti dirmi: “acqua passata”. Potresti chiedermi come ci siamo ridotti così, oggi... sottosviluppati

Bene... ti spiego: fin dal primo anno di unificazione, il neonato Stato italiano introdusse ben 36 nuove imposte ed elevò quelle già esistenti.

In appena quattro anni, la pressione fiscale aumentò dell’87%, ed il costo della vita ebbe un incremento del 40% rispetto al 1860, i salari persero il 15% del potere d’acquisto.

Dopo l’unificazione d’Italia, l’industria meridionale e persino l’agricoltura furono letteralmente abbandonate e penalizzate con una politica economica che favorì il Nord a danno del Sud, come risulta da un’inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato voluta da Francesco Saverio Nitti (non l’abbiamo pagato noi... giuro)

Per diversi decenni si verificò un continuo drenaggio di capitali dal meridione al Nord dovuto proprio ad una scelta di politica economica dello Stato, mentre sul piano delle imposte il Mezzogiorno e la Sicilia contribuivano in maniera di gran lunga superiore alle regioni del Nord

Non andò meglio per i lavori pubblici, in quanto gran parte delle spese furono fatte nell’Italia Settentrionale e Centrale.

In sostanza il bottino dei Savoia fu veramente enorme, se si considera che il danaro trafugato dalle casse del “Regno delle Due Sicilie” ammontava a 443 milioni di lire oro, vale a dire due volte superiore a quello di tutti (dico tutti) gli Stati preunitari della penisola messi insieme; lo Stato savoiardo ne possedeva solo 20 milioni.

Questa è storia Ciccio, dunque non volercene se una politica assassina ci ha ridotto come siamo adesso

Non dirci che siamo “sottosviluppati”, non ce lo meritiamo. Perché - vedi - la cultura siciliana non è da meno rispetto a quella dell’ormai “tuo” Nord

Anzi... a giudicare dal numero e dall’importanza dei cervelli che mandiamo a lavorare dalle tue parti, potrei osare di più, ma non mi va

L’acqua, qui, porta via centri storici e persone esattamente come a Genova e come nelle Cinque Terre.

E a Barcellona i torrenti sono “tombinati” esattamente come a Genova.

Sai, Ciccio, i giornali arrivano anche qui, e noi li leggiamo

E, se proprio la vogliamo dire tutta, anche a Genova c’erano case costruite nei greti dei torrenti: le abbiamo viste tutti in televisione: anche lì, dunque, “mattone selvaggio” e “accozzaglia di laterizi”?

Ascoltami, Ciccio: nella prossima estate, torna in Sicilia. Non ti chiedo di starci molto: quindici giorni a pensione completa

Fatti un giro, magari anche nella città che ti ha visto bimbo meridionale: Catania

Scoprirai cose nuove

Scoprirai che i siciliani non sono affatto rassegnati, sono incazzati neri

E’ diverso

Scoprirai che “le persone per bene” che pensano che il Sud sia solo violento-imprevedibile-inaffidabile-sprecone-confusionario-corrotto-mafioso-camorristico (come dici tu in una sorta di crescendo rossiniano), in realtà non sono persone per bene: sono degli idioti. Oppure dei delinquenti

E mi dispiace se fra loro dovessero esserci amici tuoi: sempre idioti restano o delinquenti che hanno interesse ad affossarci ancora di più

Perché - vedi - se qui i mafiosi portano ancora la coppola, mentre al Nord portano la cravatta e magari hanno l’auto blu e la scorta, per noi non fa molta differenza

Ripeto, i giornali li leggiamo anche qua

... E quella “pietà diversa” di cui parli, Ciccio: ma ti sei ascoltato?

“La disgrazia di Genova fece esplodere gli animi e mettere mano al portafoglio”, mentre qui le disgrazie sarebbero solo

“il prolungamento della normalità”

Qui è meglio “non dare perché elemosiniere ed elemosinato rischiano di fare la stessa fine”

E, quindi, “aiutare il Sud potrebbe risultare pericoloso, fortemente pericoloso”

No, Ciccio, ti sbagli

La nostra normalità non è questa che dici tu

La nostra “normalità” ci è stata tolta proprio da quelle “persone per bene” di cui parli

quelle stesse che oggi vorrebbero farci “il ponte sullo Stretto” per finire di fregarci il poco che ci è rimasto

Noi non siamo affatto rassegnati, Ciccio, e vogliamo riprendercela la nostra normalità

La nostra normalità ha nome e cognome, anzi... nomi e cognomi, come Antonello da Messina, Vincenzo Bellini, Francesco Maurolico, Finocchiaro Aprile, Alessandro Scarlatti, Filippo Juvara, Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Lucio Piccolo, Tommaso Cannizzaro, Bartolo Cattafi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Renato Guttuso, Ettore Majorana, Vittorio Emanuele Orlando, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Vann’Antò’

La nostra normalità ha luoghi che si chiamano Mozia, Segesta, Selinunte, Piazza Armerina, Naxos, Siracusa, Monreale, Taormina, Erice, Agrigento, Noto: tutti con i loro “centri storici” come Messina, e - perché no - come Barcellona e come Saponara.

Noi conserviamo la cultura dei nostri padri

Noi conserviamo le tradizioni di questi luoghi

Non siamo rassegnati, siamo orgogliosi (oltre che incazzati).

E se i nostri Gattopardi sono stati sbranati dalle iene e dagli sciacalli, come aveva previsto il Principe di Lampedusa in tempi non sospetti beh... verrà il momento del riscatto

Noi ci crediamo, dobbiamo crederci

E, per tornare alla tua “pietà diversa”, sappi che questo tipo di pietà non ci interessa

Noi vogliamo solo difendere i nostri diritti vogliamo solo il nostro, quello che ci spetta

Siamo noi che abbiamo pietà, pietà per gli oppressi, per i vinti, pietà per chiunque soffra

E siamo ancora noi che abbiamo, legittimamente, dei pregiudizi

Da oggi nutriamo pregiudizi anche nei tuoi confronti e nei confronti del tuo giornale

E se non riesci a fartene una ragione, se non riesci a pensare di dovere chiedere scusa

allora davvero hai voluto rinnegare le tue origini, le tue radici, la tua storia

Ciao “Ciccio”

Andrea Camilleri
Fonte

Potentissimo!