Nell’annuncio della rinuncia all’incarico di premier Ahmet Davutoğlu ha usato tutta la diplomazia di cui la carriera accademica, prima di quella politica da ministro degli Esteri, l’ha dotato. Non s’è tolto nessun sassolino dalle scarpe, non ha manifestato malumori nei confronti dell’ingrato ‘capo’ che ne ha progettato l’abbandono anticipato, non ha lanciato invettive (non è nel suo stile e forse ne teme le conseguenze) contro il potentissimo presidente. Eppure, nonostante il pacificatorio annuncio nel quale ha riferito di “necessità” della politica e della nazione, oltre che del partito, ad attuare il passo compiuto, vari commentatori turchi sostengono come anche il fedelissimo professore avesse sollevato perplessità attorno alla fregola con cui Erdoğan cerca soluzioni per decretare il passaggio a una Repubblica presidenziale. La grande ripresa dell’Akp nelle ultime elezioni di novembre, rispetto alle precedenti di giugno, non aveva prodotto l’agognata maggioranza assoluta con cui il partito di governo può modificare da solo la Carta Costituzione. Del resto proprio il presidente aveva vanificato ogni tentativo di accordo anche nel formare una coalizione che dotasse il Paese di un esecutivo transitorio per giungere a quel dibattito.
Erdoğan visto anche il clima di caos interno – in parte subìto in parte fomentato dal regime – ha puntato tutto sullo scontro elettorale, acuendo i conflitti con gli oppositori (comunità kurda, giovani antagonisti delle metropoli, sindacalismo e sinistra), polarizzando lo scontro con la stessa componente conservatrice e reazionaria del kemalismo nazionalista. A quest’ultima ha scippato un pezzo di elettorato, consolidando la posizione del partito islamico presentato come unico garante del futuro. Ha ottenuto l’ennesimo successo ribadendo un enorme potere personale. E la sua ambizione non vuol recedere da questo punto, sebbene l’asso nella manica, che nella partita elettorale era stato il tema della sicurezza interna, continua a subìre i colpi degli avversari armati (fondamentalisti e guerriglia del Pkk) che ripetono sanguinosi attentati. Forse il sacrificio dell’ex sodale, che in ogni caso si presta rinunciando alla doppia leadership di governo e di partito, non si concluderà né col battibecco, comunque contenuto, che Erdoğan ebbe con l’amico Gül, critico delle sue scelte interne ed estere su Gezi park e ribelli siriani. E neppure con lo scontro aperto registrato verso un altro alleato dei tempi felici, Fetullah Gülen. Ma quel che apertamente il ‘sultano’ sembra cercare è un cortigiano che ricopra l’incarico di primo ministro ridotto a suo segretario particolare, una sorta di coordinatore del presidente factotum.
Insomma ciò che ancora non riesce a ottenere con un cambio delle normative costituzionali Erdoğan vorrebbe introdurlo snaturando il ruolo del premier. L’opposizione, soprattutto repubblicana, ha definito la scelta delle dimissioni di Davutoğlu un “colpo alla democrazia” perché spiazza esecutivo, parlamento, finanche il partito di governo con una scelta che sembra piovuta dal cielo perché il premier non è incorso in nessun passo falso. Anzi negli ultimi tempi ha riservato alla nazione un buon trattamento dell’Unione Europea sulla questione dei profughi e per i visti di trasferimento dei propri concittadini. I leader repubblicano Kılıçdaroğlu e democratico del popolo Demirtaș hanno espressamente criticato la malcelata ingerenza presidenziale verso il collega. Eppure le manovre interne nel partito della Giustizia e dello Sviluppo parlano di uno schieramento schiacciate (47 su 50) a sostegno delle dimissioni dell’ormai ex segretario; mentre tutti gli occhi sono rivolti al possibile nuovo esponente che occuperà, come previsto dalla consuetudine, i due incarichi ma soprattutto dovrà servire il ‘sultano’. Due i nomi in corsa: gli attuali ministri dei Trasporti Yıldırım e dell’Energia Albayrak. Vinca il più fedele.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/05/2016
05/05/2016
Turchia: il sultano Erdogan scarica Davutoğlu
Per anni gli ha fatto da spalla, sosteneva che un buongoverno si faceva non avendo problemi coi vicini. Ahmet Davutoğlu era il professore di scienze politiche e relazioni internazionali prestato a un progetto diventato tutt’uno con la scalata al partito, al governo, al potere di Recep Erdoğan. Dal canto suo l’ex sindaco di Istanbul personalizzava l’Islam politico come un proprio modello da esportare. Un modello, si diceva moderato, rispetto ai fondamentalismi che, strumentalizzando il Corano, infiammano il mondo. Ma il soggettivismo di chi ha sponsorizzato la carriera di Davutoğlu, dal 2009 ministro degli Esteri e dall’agosto 2014 premier di una Turchia plasmata per un uomo solo, ha deciso di troncargliela. L’incontro di un’ora e mezza avvenuto ieri fra il presidente e il primo ministro di Turchia è solo l’ufficializzazione di decisioni già prese nelle stanze che contano delle mille di cui il ‘sultano’ s’è dotato nel Palazzo di Ankara. Le note affidate alle agenzie ufficiali riferiscono anche di un congresso entro un mese del partito della Giustizia e dello Sviluppo che può eleggere un nuovo leader. Il ricambio del premier giunge in una fase delicatissima nella quale sono aperti molti fronti militari e politici per la Turchia. Il governo sta cercando di arginare, con non poche difficoltà, gli attentati che l’Isis ha condotto nel cuore della capitale.
E’, inoltre, impegnato in una lotta senza quartiere contro il Pkk nei territori del sud-est, per quanto l’instabilità abbia toccato molti altri centri, soprattutto le metropoliti di Ankara e Istanbul dove egualmente si sono ripetuti attentati di un fronte combattente kurdo. La repressione militare ha pesantemente colpito la comunità kurda privandola di decine di militanti, attivisti, cittadini uccisi in un rinnovato conflitto strisciante condotto sin dentro le proprie case con assedi di settimane. Sul piatto della politica istituzionale c’è anche la delicata partita che Ankara ha in corso con l’Unione Europea riguardo allo strabordante numero di profughi presenti sul proprio territorio (tre milioni) che potrebbero ulteriormente aumentare, perché la crisi siriana è tutt’altro che risolta e decine di migliaia di persone cercano solo la fuga. Ma la Turchia, e Davutoğlu in prima persona, che già avevano ottenuto il cospicuo finanziamento europeo per la gestione dei campi profughi con un raddoppio dell’iniziale cifra pattuita per l’accoglienza (tre miliardi di euro) si ritrovavano in queste ore a festeggiare anche la liberalizzazione dei visti verso l’Unione per i cittadini del proprio Paese. Visti un tempo negati e limitati a seguito del clima dittatoriale presente nella vita interna, frutto dei regimi militari. Un clima che tanti attivisti e osservatori internazionali affermano sia ritornato e riportano all’attenzione della comunità internazionale i comportamenti autoritari al limite dell’illegalità dell’attuale establishment, di fatto lo staff erdoğaniano.
Da tre anni l’opposizione interna e la stessa cittadinanza sono sottoposte a uno stillicidio di norme restrittive riguardo a diritti, libertà di espressione, manifestazione, dissenso, di cui si lamentano anche intellettuali di spessore come il Nobel della letteratura Pamuk. L’ultimo bersaglio è il saggista Belge, accusato di insulti alla figura del presidente solo per aver pubblicato articoli critici sul suo operato. Una repressione che nel caso del fedele Davutoğlu s’abbatte anche sulla sua persona e sui ripetuti servigi, intellettuali e diplomatici, cui s’era finora prestato. Qualcuno sostiene che lo scarico dell’ex sodale salverebbe Erdoğan dalle critiche che riguardano l’intera leadership nazionale, ma anche all’interno dell’Akp solo i più ciechi galoppini, o i soci in affari col presidente, non distinguono quelli che sono esclusivi personalismi autoritari. La stampa d’area liberale (Hurryiet) sostiene che nei giorni scorsi Davutoğlu avesse rivolto un intervento ai vertici del partito, sostenendo una totale estraneità a interessi personali nella vita politica. Probabilmente a irritare ‘il capo’ sono state queste affermazioni del primo ministro: il progetto presidenzialista non ha motivo per essere accelerato, né si può tenere i giornalisti in uno stato pre-detentivo. Iniziative su cui, al contrario, Erdoğan aveva espresso necessità impellenti rivolgendosi a parlamentari e magistrati. Se Davutoğlu giunge al capolinea, le alternative potrebbero giungere da Berat Albayrak, giovane ministro dell’Energia ma soprattutto genero del ‘sultano’. Così la cosa turca diventa sempre più affare di casa.
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E’, inoltre, impegnato in una lotta senza quartiere contro il Pkk nei territori del sud-est, per quanto l’instabilità abbia toccato molti altri centri, soprattutto le metropoliti di Ankara e Istanbul dove egualmente si sono ripetuti attentati di un fronte combattente kurdo. La repressione militare ha pesantemente colpito la comunità kurda privandola di decine di militanti, attivisti, cittadini uccisi in un rinnovato conflitto strisciante condotto sin dentro le proprie case con assedi di settimane. Sul piatto della politica istituzionale c’è anche la delicata partita che Ankara ha in corso con l’Unione Europea riguardo allo strabordante numero di profughi presenti sul proprio territorio (tre milioni) che potrebbero ulteriormente aumentare, perché la crisi siriana è tutt’altro che risolta e decine di migliaia di persone cercano solo la fuga. Ma la Turchia, e Davutoğlu in prima persona, che già avevano ottenuto il cospicuo finanziamento europeo per la gestione dei campi profughi con un raddoppio dell’iniziale cifra pattuita per l’accoglienza (tre miliardi di euro) si ritrovavano in queste ore a festeggiare anche la liberalizzazione dei visti verso l’Unione per i cittadini del proprio Paese. Visti un tempo negati e limitati a seguito del clima dittatoriale presente nella vita interna, frutto dei regimi militari. Un clima che tanti attivisti e osservatori internazionali affermano sia ritornato e riportano all’attenzione della comunità internazionale i comportamenti autoritari al limite dell’illegalità dell’attuale establishment, di fatto lo staff erdoğaniano.
Da tre anni l’opposizione interna e la stessa cittadinanza sono sottoposte a uno stillicidio di norme restrittive riguardo a diritti, libertà di espressione, manifestazione, dissenso, di cui si lamentano anche intellettuali di spessore come il Nobel della letteratura Pamuk. L’ultimo bersaglio è il saggista Belge, accusato di insulti alla figura del presidente solo per aver pubblicato articoli critici sul suo operato. Una repressione che nel caso del fedele Davutoğlu s’abbatte anche sulla sua persona e sui ripetuti servigi, intellettuali e diplomatici, cui s’era finora prestato. Qualcuno sostiene che lo scarico dell’ex sodale salverebbe Erdoğan dalle critiche che riguardano l’intera leadership nazionale, ma anche all’interno dell’Akp solo i più ciechi galoppini, o i soci in affari col presidente, non distinguono quelli che sono esclusivi personalismi autoritari. La stampa d’area liberale (Hurryiet) sostiene che nei giorni scorsi Davutoğlu avesse rivolto un intervento ai vertici del partito, sostenendo una totale estraneità a interessi personali nella vita politica. Probabilmente a irritare ‘il capo’ sono state queste affermazioni del primo ministro: il progetto presidenzialista non ha motivo per essere accelerato, né si può tenere i giornalisti in uno stato pre-detentivo. Iniziative su cui, al contrario, Erdoğan aveva espresso necessità impellenti rivolgendosi a parlamentari e magistrati. Se Davutoğlu giunge al capolinea, le alternative potrebbero giungere da Berat Albayrak, giovane ministro dell’Energia ma soprattutto genero del ‘sultano’. Così la cosa turca diventa sempre più affare di casa.
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08/02/2016
Turchia - Davutoglu "Vi presento il mio Kurdistan"
| Soldati turchi in rastrellamento a Cizre |
Le notizie di uccisioni, coprifuoco, assedi, che arrivano dal Kurdistan turco sono ormai un fiume in piena. Ogni giorno le agenzie kurde indipendenti tentano un monitoraggio faticoso, mentre gli attivisti sui social network provano a rompere il muro di silenzio sulla brutale campagna militare in corso nel sud est della Turchia.
Un fiume in piena: Cizre arriva a 55 giorni di coprifuoco ininterrotto, Sur – dove restano 20mila residenti dei 70mila originari – supera i 60. A cadere sono spesso donne e bambini: secondo l’agenzia kurda AnfEnglish, ieri una 22enne incinta, Zerin Uca, è morta per un attacco di cuore perché l’ambulanza è stata bloccata dall’esercito turco. Che – aggiunge il sito – a chilometri di distanza, al confine con la siriana Rojava, uccideva una bambina di 9 anni con due colpi di pistola.
Una soluzione, dice il governo turco, c’è: quello che venerdì il premier Davutoglu ha presentato è un nuovo Kurdistan, represso e costretto al silenzio dalla violenza di Stato. Il primo ministro ha svelato i dieci punti del piano di azione per «ristrutturare» il sud est del paese, devastato da sei mesi di conflitto. «Che nessuno si preoccupi – ha esordito Davutoglu – Non importa dove siate, a Diyarbakir, a Mardin, a Silopi: sarete risarciti delle vostre perdite dovute al terrorismo. Questi miliziani hanno aperto il fuoco, ma noi faremo crescere un giardino di rose al posto del fuoco».
Il giardino di rose immaginato dal governo turco si fonderà su «l’eliminazione delle differenze tra nazione e Stato, sull’unità e l’integrazione». Parole che al popolo kurdo ricordano gli anni terribili della negazione della propria identità, lingua, cultura, della trasformazione fisica e demografica del territorio, dell’espulsione di massa dei contadini e la confisca delle terre.
Il piano di azione costerà 9 milioni di dollari e servirà a sradicare «le azioni terroristiche, che vengano dall’Isis o dal Pkk», a dare vita ad un sistema di comunicazione e consultazione, a ristabilire l’ordine pubblico, ad attuare riforme democratiche e a creare spazi di mobilitazione sociale.
La Turchia sa che è il momento di agire, che la copertura fornitagli dalla minaccia dello Stato Islamico è la perfetta giustificazione alla campagna contro il Partito Kurdo dei Lavoratori. Va sconfitto ora, prima che i venti di autonomia di Rojava (che all’ideologia del leader Ocalan si richiama) “contagino” definitivamente il Kurdistan turco. Ora Ankara gode del sostegno della Nato in chiave anti-russa e del silenzio della Ue che ha bisogno che blocchi le frontiere ai profughi in continua fuga.
Per questo prosegue le operazioni militari a sud est, dove dispiega forze armate come se stesse combattendo una guerra reale contro un altro esercito. E per questo continua a bombardare il nord dell’Iraq, le montagne di Qandil, dove si nascondono combattenti del Pkk: questa settimana l’aviazione turca ha lanciato una dura offensiva aerea guidata da droni di sorveglianza e portata avanti dai jet F-16. Secondo l’esercito, sarebbero stati colpiti circa 150 target.
L’operazione ha scatenato le proteste del governo iracheno, già furioso per la presenza di truppe turche nella base militare di Bashiqa, alle porte di Mosul. Il Ministero della Difesa di Baghdad è tornato ad accusare Ankara di violazione della sovranità irachena e chiesto l’immediato ritiro.
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02/01/2016
Erdoğan: anno nuovo, vecchi crimini
“La Repubblica di Turchia ha le risorse e la determinazione per vincere l’organizzazione terrorista (kurda, ndr). Le nostre forze di sicurezza stanno continuando a ripulire montagne e città dalla presenza terrorista e continueranno a farlo”. E’ l’augurio di fine anno che il presidente Recep Tayyip Erdoğan lancia alla sua gente, a tutti i turchi anche repubblicani e lupi grigi che approvano, annuiscono o comunque guardano altrove in queste settimane in cui il grilletto poliziesco è stato premuto talmente tanto che ha fatto tremila e cento morti. Terroristi, secondo l’Atatürk islamista. Fra questi ci sono indubbiamente combattenti del Partito kurdo dei lavoratori, tornati dallo scorso agosto ad azioni armate che hanno fatto oltre duecento vittime fra poliziotti e soldati; ci sono anche semplici cittadini oppure attivisti dell’Hdp freddati come fossero guerriglieri. Il Capo dello stato e del governo ripetono ossessivamente quest’equazione: ogni kurdo è un potenziale terrorista che va estirpato perché con la su presenza mette in pericolo l’integrità della nazione.
Un ritorno al passato oscuro della Turchia, quella della dittatura assassina in mimetica, supportata dalle squadracce fasciste. “Il nostro Paese non ha ambizioni territoriali su altre nazioni, vogliamo che le popolazioni della regione, che sono storicamente e culturalmente nostri fratelli, vivano in pace e sicurezza. La Turchia non è responsabile degli sviluppi che si registrano in Egitto, Libia, Palestina e Siria. Non abbiamo altro scopo che vivere in pace con i fratelli che vivono nella regione” ha concluso il presidente che evidentemente non annovera i kurdi fra gli storici abitanti delle terre del sud-est anatolico oppure, accanto alla sanguinosa repressione, ha abbracciato la vecchia teoria che bollava quest’ultimi come “turchi della montagne”, ma pur sempre negletti, gente che può essere uccisa senza dover dar conto a chi che sia del criminale operato. Così facevano i generali quarant’anni fa, così lo Stato forte dell’attuale partito-regime torna a fare, per un presunto “bene nazionale”.
Frattanto la stampa turca ancora non asservita, offre una carrellata d’immagini della città di Diyarbakır posta sotto la tutela dell’esercito, l’eufemismo con cui commentatori compiacenti definiscono il coprifuoco che a singhiozzo soffoca e taglia le vite di quei cittadini da settimane. Assediata, ma non piegata visto che anche stamane ci sono stati flash mob di persone d’ogni età che si rifiutano di vivere in un territorio diventato prigione a cielo aperto. Dal canto loro due sigle del sindacato giornalisti, rappresentate da decine d’iscritti, hanno deciso di attendere l’arrivo dell’anno nuovo davanti al carcere di Silivri dove sono rinchiusi alcuni loro colleghi. Attualmente trenta reporter sono imprigionati in tutto il Paese, parecchi restano in celle d’isolamento. L’Unione dei giornalisti sostiene che la categoria userà ogni strumento di lotta a disposizione per difendere la libertà di esercitare la professione basata sul diritto di cronaca e di opinione.
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Un ritorno al passato oscuro della Turchia, quella della dittatura assassina in mimetica, supportata dalle squadracce fasciste. “Il nostro Paese non ha ambizioni territoriali su altre nazioni, vogliamo che le popolazioni della regione, che sono storicamente e culturalmente nostri fratelli, vivano in pace e sicurezza. La Turchia non è responsabile degli sviluppi che si registrano in Egitto, Libia, Palestina e Siria. Non abbiamo altro scopo che vivere in pace con i fratelli che vivono nella regione” ha concluso il presidente che evidentemente non annovera i kurdi fra gli storici abitanti delle terre del sud-est anatolico oppure, accanto alla sanguinosa repressione, ha abbracciato la vecchia teoria che bollava quest’ultimi come “turchi della montagne”, ma pur sempre negletti, gente che può essere uccisa senza dover dar conto a chi che sia del criminale operato. Così facevano i generali quarant’anni fa, così lo Stato forte dell’attuale partito-regime torna a fare, per un presunto “bene nazionale”.
Frattanto la stampa turca ancora non asservita, offre una carrellata d’immagini della città di Diyarbakır posta sotto la tutela dell’esercito, l’eufemismo con cui commentatori compiacenti definiscono il coprifuoco che a singhiozzo soffoca e taglia le vite di quei cittadini da settimane. Assediata, ma non piegata visto che anche stamane ci sono stati flash mob di persone d’ogni età che si rifiutano di vivere in un territorio diventato prigione a cielo aperto. Dal canto loro due sigle del sindacato giornalisti, rappresentate da decine d’iscritti, hanno deciso di attendere l’arrivo dell’anno nuovo davanti al carcere di Silivri dove sono rinchiusi alcuni loro colleghi. Attualmente trenta reporter sono imprigionati in tutto il Paese, parecchi restano in celle d’isolamento. L’Unione dei giornalisti sostiene che la categoria userà ogni strumento di lotta a disposizione per difendere la libertà di esercitare la professione basata sul diritto di cronaca e di opinione.
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29/11/2015
Diyarbakır, assassinato Elçi l’avvocato dei diritti
Muoiono manifestanti, oppositori, avvocati, giornalisti e con loro muore la democrazia nella Turchia erdoğaniana. Stamane Tahir Elçi, notissimo giurista dei diritti civili della comunità kurda e presidente di Diyarbakır Bar Association, stava parlando in strada nell’omonima località, una conferenza stampa all’aperto sul clima repressivo che nelle terre nell’est e nell’intero Paese è diventata da mesi una tragica realtà, quando sono partiti colpi d’arma da fuoco. Un’azione mirata a seminare morte. Dopo secondi di panico, immagini di cameramen mostrano l’avvocato a terra in un lago di sangue. Chi ha ucciso Elçi? Un killer prezzolato, un fanatico che odia gli oppositori, un agente dei servizi, un poliziotto in borghese come quelli presenti che si vedono sparare nelle riprese televisive? La magistratura indaga: da un’auto sono partiti dei colpi contro un poliziotto che crolla, segue una fitta sparatoria che lascia senza vita l’avvocato e un agente. La dichiarazione del premier Davutoğlu “colpita è la Turchia” è una realtà che nasconde il losco piano governativo di continuare a cavalcare un clima di paura e di difesa della sicurezza della nazione proprio mentre s’incentiva il terrore di Stato.
Perché di fronte a quest’ennesimo ‘omicidio di regime’ il premier e il ministro dell’interno Ala, intervenuto anch’egli sostenendo investigazioni a tutto campo, una responsabilità totale ce l’hanno, non riuscire a garantire la vita a queste categorie di cittadini: attivisti d’opposizione, giornalisti, avvocati, operatori dei diritti e popolazione kurda. Da una preliminare autopsia Elçi risulta colpito al collo e alla schiena, ma un membro dell’Hdp (Ömer Taştan) presente sul luogo afferma d’aver visto un colpo diretto alla testa, mentre un video mostra degli sparatori che puntano le armi automatiche sul gruppo di persone in cui c’era l’avvocato. Ben undici operatori dell'associazione sono rimasti feriti. Recenti dichiarazione di Elçi a favore del Pkk, che a suo dire non poteva essere considerato un gruppo terrorista, avevano sollevato forti polemiche, nell’ottobre scorso l’avvocato era stato anche fermato e condotto in galera. Immediate proteste sono montate a Diyarbakır, dove centinaia di persone si sono riversate per strada per condannare l’omicidio e sono state disperse con idranti e gas urticanti. Manifestazioni anche in altre province ad alta concentrazione kurda e a Istanbul, tutte duramente represse. Mentre il Partito Democratico del Popolo ha denunciato un piano per assassinare Elçi; “Ma noi saremo tutti Tahir, lavoreremo e lotteremo come lui per ottenere giustizia” afferma un comunicato emesso in serata.
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Perché di fronte a quest’ennesimo ‘omicidio di regime’ il premier e il ministro dell’interno Ala, intervenuto anch’egli sostenendo investigazioni a tutto campo, una responsabilità totale ce l’hanno, non riuscire a garantire la vita a queste categorie di cittadini: attivisti d’opposizione, giornalisti, avvocati, operatori dei diritti e popolazione kurda. Da una preliminare autopsia Elçi risulta colpito al collo e alla schiena, ma un membro dell’Hdp (Ömer Taştan) presente sul luogo afferma d’aver visto un colpo diretto alla testa, mentre un video mostra degli sparatori che puntano le armi automatiche sul gruppo di persone in cui c’era l’avvocato. Ben undici operatori dell'associazione sono rimasti feriti. Recenti dichiarazione di Elçi a favore del Pkk, che a suo dire non poteva essere considerato un gruppo terrorista, avevano sollevato forti polemiche, nell’ottobre scorso l’avvocato era stato anche fermato e condotto in galera. Immediate proteste sono montate a Diyarbakır, dove centinaia di persone si sono riversate per strada per condannare l’omicidio e sono state disperse con idranti e gas urticanti. Manifestazioni anche in altre province ad alta concentrazione kurda e a Istanbul, tutte duramente represse. Mentre il Partito Democratico del Popolo ha denunciato un piano per assassinare Elçi; “Ma noi saremo tutti Tahir, lavoreremo e lotteremo come lui per ottenere giustizia” afferma un comunicato emesso in serata.
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06/11/2015
Erdoğan, l’incompiuta del presidenzialismo
Superati i festeggiamenti da ‘mondiale calcistico’ dei sostenitori orgogliosi della rivincita politica; archiviata l’ufficialità del risultato nel proscenio da ‘mille e una notte’ del Lavish Palace; assestato l’ennesimo schiaffo repressivo a quella devianza che è il giornalismo d’informazione considerato d’opposizione, il presidente turco rilancia il suo desiderio primario: riscrivere la Costituzione. Apprendiamo che il primo ministro Davutoğlu vorrebbe consultare sul tema i leader degli altri gruppi (Chp, Mhp, Hdp), ma Erdoğan ha già aperto i microfoni del suo portavoce: “Per un tema di così grande importanza il dibattito non può essere considerato a se stante dalla nazione. Il tema non riguarda il destino del presidente perché lui è già al potere, è un leader possente entrato nella Storia”. La questione riguarda la nazione, la popolazione, il bene collettivo perché la vulgata è questa: il presidenzialismo offrirà benefici al Paese. Le regole tuttora in vigore prevedono comunque dei passi istituzionali; la formazione d’un governo è il primo, quanto nuovo si vedrà. Forse il nome di qualche ministro cambierà, non quello del premier.
Davutoğlu e il suo gruppo già operano per attuare in cento giorni una parte delle promesse elettorali, quelle economiche innanzitutto, con cui acquietare alcuni ceti che hanno rilanciato l’Akp. Occorre rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici, sostenere pensionati, agricoltori e studenti accrescere il welfare che porta consenso. Sono previsti: incremento a 1300 lire turche (circa 420 euro) per il salario minimo, rinnovo dei contratti e aumenti per forze dell’ordine e militari, sussidi per i coltivatori. Per discutere di una nuova Costituzione si dovrà attendere l’ingresso nel Meclis di tutti gli eletti. Tekin, segretario del Chp, s’è dichiarato favorevole a rilanciare la riflessione su una Carta costituzionale rinnovata, escludendo però l’accettazione del sistema presidenzialista. Per i repubblicani i primi quattro articoli fondanti della nazione turca non si possono toccare. Dall’Akp gli ribattono che se il potere esecutivo è centralizzato, mentre controllo e bilancio risultano deboli, tale situazione danneggia negativamente la stessa qualità del pluralismo democratico.
Alchimie, la partita non è affatto scontata. L’Akp ha ottenuto 317 seggi su 550, lontano il sogno dei 367 che consentirebbero una trasformazione unilaterale della Costituzione, diverso è recuperare i tredici voti utili a ottenere il referendum consultivo. Si potrebbero pescare consensi negli altri schieramenti che, però, appaiono coesi e refrattari ai tradimenti, tanto cari al panorama nostrano. Ancor meno sarà prevedibile una “campagna acquisti”, a meno che la globalizzazione non introduca questo costume in voga nel parlamenti italico. Dopo le consultazioni del 2011 s’era creata una Commissione composta da membri dei quattro partiti presenti nell’Assemblea (Akp, Chp, Mhp, Bdp) finalizzata alla riscrittura della Carta. Il Chp era un possibile partner del partito di maggioranza, nel 2002-2004 i due soggetti collaborarono con emendamenti condivisi e strumenti legislativi per armonizzarsi con la Ue. Ci furono accordi su ben 60 articoli, poi la Commissione si sciolse proprio perché non riusciva appunto a superare lo scoglio della proposta presidenzialista. Oggi una nuova struttura pare improponibile visto che i nazionalisti si rifiutano di partecipare a qualsivoglia gruppo di lavoro preveda la presenza di deputati kurdi
Il nodo resta: Erdoğan non è disposto a cedere sulla Repubblica presidenziale, i repubblicani (ma anche i nazionalisti) temono un ridimensionamento del ruolo parlamentare e dei partiti politici.
Un’ipotesi di possibile compromesso non ha trovato una formula giuridico-amministrativa plausibile. Il dibattito sul tema impazza sulla stampa “normalizzata”, mentre omesse o in secondo piano risultano le vicende della censura e della repressione, affrontate solo dai media d’opposizione. Millet è tornato in edicola, ma la repressione dell’informazione continua a galoppare. All’attacco al gruppo editoriale İpek, posto sotto tutela governativa, ne è seguito un altro a Nokta che ha registrato l’arresto di direttore e manager (Cevheri Güven e Murat Çapan). Il Comitato di difesa dei giornalisti ha sollevato l’ennesima, inascoltata, protesta. I due s’aggiungono alla ventina di cronisti incarcerati e a chi è impossibilitato a proseguire la professione perché destituito o licenziato dai nuovi padroni. Ovviamente acquiescenti alle desiderate del Palazzo. Ancor minore spazio nell’informazione embedded trova la condizione dei diritti umani, rammentata solo da taluni organismi internazionali, ma inascoltata dalle Istituzioni turche.
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Davutoğlu e il suo gruppo già operano per attuare in cento giorni una parte delle promesse elettorali, quelle economiche innanzitutto, con cui acquietare alcuni ceti che hanno rilanciato l’Akp. Occorre rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici, sostenere pensionati, agricoltori e studenti accrescere il welfare che porta consenso. Sono previsti: incremento a 1300 lire turche (circa 420 euro) per il salario minimo, rinnovo dei contratti e aumenti per forze dell’ordine e militari, sussidi per i coltivatori. Per discutere di una nuova Costituzione si dovrà attendere l’ingresso nel Meclis di tutti gli eletti. Tekin, segretario del Chp, s’è dichiarato favorevole a rilanciare la riflessione su una Carta costituzionale rinnovata, escludendo però l’accettazione del sistema presidenzialista. Per i repubblicani i primi quattro articoli fondanti della nazione turca non si possono toccare. Dall’Akp gli ribattono che se il potere esecutivo è centralizzato, mentre controllo e bilancio risultano deboli, tale situazione danneggia negativamente la stessa qualità del pluralismo democratico.
Alchimie, la partita non è affatto scontata. L’Akp ha ottenuto 317 seggi su 550, lontano il sogno dei 367 che consentirebbero una trasformazione unilaterale della Costituzione, diverso è recuperare i tredici voti utili a ottenere il referendum consultivo. Si potrebbero pescare consensi negli altri schieramenti che, però, appaiono coesi e refrattari ai tradimenti, tanto cari al panorama nostrano. Ancor meno sarà prevedibile una “campagna acquisti”, a meno che la globalizzazione non introduca questo costume in voga nel parlamenti italico. Dopo le consultazioni del 2011 s’era creata una Commissione composta da membri dei quattro partiti presenti nell’Assemblea (Akp, Chp, Mhp, Bdp) finalizzata alla riscrittura della Carta. Il Chp era un possibile partner del partito di maggioranza, nel 2002-2004 i due soggetti collaborarono con emendamenti condivisi e strumenti legislativi per armonizzarsi con la Ue. Ci furono accordi su ben 60 articoli, poi la Commissione si sciolse proprio perché non riusciva appunto a superare lo scoglio della proposta presidenzialista. Oggi una nuova struttura pare improponibile visto che i nazionalisti si rifiutano di partecipare a qualsivoglia gruppo di lavoro preveda la presenza di deputati kurdi
Il nodo resta: Erdoğan non è disposto a cedere sulla Repubblica presidenziale, i repubblicani (ma anche i nazionalisti) temono un ridimensionamento del ruolo parlamentare e dei partiti politici.
Un’ipotesi di possibile compromesso non ha trovato una formula giuridico-amministrativa plausibile. Il dibattito sul tema impazza sulla stampa “normalizzata”, mentre omesse o in secondo piano risultano le vicende della censura e della repressione, affrontate solo dai media d’opposizione. Millet è tornato in edicola, ma la repressione dell’informazione continua a galoppare. All’attacco al gruppo editoriale İpek, posto sotto tutela governativa, ne è seguito un altro a Nokta che ha registrato l’arresto di direttore e manager (Cevheri Güven e Murat Çapan). Il Comitato di difesa dei giornalisti ha sollevato l’ennesima, inascoltata, protesta. I due s’aggiungono alla ventina di cronisti incarcerati e a chi è impossibilitato a proseguire la professione perché destituito o licenziato dai nuovi padroni. Ovviamente acquiescenti alle desiderate del Palazzo. Ancor minore spazio nell’informazione embedded trova la condizione dei diritti umani, rammentata solo da taluni organismi internazionali, ma inascoltata dalle Istituzioni turche.
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03/11/2015
Turchia, modello erdoğaniano: quale futuro
Della rivincita del ‘sultano’ e del rilancio del suo piano per la nuova Turchia sono piene le pagine della stampa internazionale. Al di là della coda di polemiche su possibili brogli che avrebbero gonfiato la rinascita del partito di maggioranza – e soprattutto su pressioni e impedimenti avvenuti in taluni paesini del sud est, i cui abitanti notoriamente vicini al partito filo kurdo sono stati ostacolati nel raggiungere seggi allontanati di decine di chilometri “per ragioni di sicurezza” – tutti i commenti convergono sul cavallo di battaglia della campagna elettorale dell’Akp risultato vincente: l’attacco alla nazione turca. Un richiamo irresistibile che ha cementato il consenso dei fedeli al progetto erdoğaniano che, come affermava la gente intervistata per via, ha portato giustizia e sviluppo (sono i sostantivi con cui si denomina il partito islamico). In più ha riconquistato voti in uscita anche d’una fetta della comunità kurda, ovviamente quella non politicizzata, e un congruo numero di nazionalisti attratti dal piglio autoritario e paternalista con cui sempre più il presidente si presenta ai cittadini. Un Atatürk in versione riveduta, che accantona la laicità per un secolarismo adeguato islamicamente.
Proprio sul panorama dell’uso dell’Islam e di un modello autoritario diversi politologi studiano i passi compiuti dagli uomini dell’Akp. Se Erdoğan risulta il padre-padrone e padrino, viste le implicazioni tangentizie di certe operazioni nelle quali sono implicati suoi uomini e familiari, anche il premier Davutoğlu viene monitorato nei pensieri e nelle azioni conseguenti. Diviso fra un’immagine di stratega, con la politica dello “zero problemi coi vicini” quand’era ministro degli Esteri, e un ruolo di comparsa dietro cui si cela il signore della politica turca (Erdoğan) capace di direzionarlo a piacimento, Davutoğlu viene presentato dal professor Behlül Özkan, studioso di scienze politiche nel dipartimento di relazioni internazionali della Marmara University intervistato dal quotidiano Today’s Zaman, come un uomo che vive in un mondo di sogno. Magari il prof. sarà un detrattore del premier, che dopo il successo dell’Akp dovrebbe ricevere nuovamente l’incarico, però offre riflessioni interessanti. Sentite. Sul concetto neo Ottomano da applicare all’attuale modello del proprio partito Davutoğlu sorriderebbe. Il termine è frutto di elaborazioni giornalistiche ed è scorretto perché gli Ottomani contrapponevano alle riforme occidentalizzanti una visione multietnica e strutturalmente religiosa.
Nei maggiori lavori di Davutoğlu (“Profondità strategica” è il più noto) non ci sono riferimenti a visioni islamiste, fattore che magari ricorre nei pensieri di Erdoğan e anche di Gül, seppure con una prassi ben diversa fra i due. Tranciante la valutazione sul ruolo riformista dell’Akp, che promuove uno sviluppo sociale secondo meccanismi tipici del capitalismo conservatore. Ma – afferma Özkan – non siamo di fronte a un partito di centro-destra, bensì di estrema destra. La sospensione dei diritti dei cittadini che manifestano, come nel caso di Gezi Park, o l’autoritarismo rivolto agli aspetti normali d’una democrazia borghese, quali la dialettica dei media, starebbero a dimostrarlo. L’avvicinamento di elettori di stampo fascista e razzista, tuttora presenti in Turchia e orbitanti nell’area politica dei Lupi grigi, sembra compiersi proprio con la campagna lanciata in questi mesi di opposizione al caos delle bombe (creato da chi?), al terrorismo kurdo, alla difesa dei valori turchi cui può tendere esclusivamente la mano ferma (e ferrea) di quel leader solitario che Erdoğan pretende di essere. Un conducator acclamato, in ogni caso, a suon di voti.
Gliene basta il 50% più uno, poiché incentivando la polarizzazione offre anche una sponda democratica alla sua supremazia, che magari abolisce la stampa e il pensiero critico, non tutti i partiti (almeno finora). In tal senso l’Akp è un modello più che mediorientale simile a quelli dell’estrema destra europea. Dove il comune sentire dei pensieri di Davutoğlu e i progetti erdoğaniani hanno un unico denominatore è la visione espansionistica, una sorta di Labensraum applicato alla Turchia. Özkan sottolinea che quel termine accademico divenne popolare nella Germania fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso e indicava come il territorio statale non fosse sufficiente e necessitasse d’espansione. Tale bisogno d’allargare i confini, secondo il professore, orienta l’attuale politica turca verso aree d’influenza dove la propria struttura ideologico-politica possa attecchire. Le primavere arabe e il blocco della Fratellanza Musulmana operante in Egitto, Tunisia, Iraq, Yemen ha costituito, pur fra le molteplici contraddizioni della geopolitica, il sogno di un’unione islamica guidata da Ankara. Certo, il panorama s’è anche arricchito di soluzioni vecchie, il ritorno al passato egiziano, e nuove, il Califfato dell’Isis fomentatore d’instabilità da protrarre nel tempo. La Turchia ‘islamica’ gioca comunque la sua partita.
Il punto debole individuato dal professore è la velleità di Ankara di pensare a un suo potere globale, almeno su un certo mondo, invece di constatare la dimensione media della propria azione. L’establishment dell’Akp, ridotto di fatto a pochi soggetti (Gül è emarginato, Gülen è diventato un acerrimo nemico) si riempie di ‘yes men’ che non aiutano a riflettere né a elaborare. I think tank sono funzionali alle scelte dell’uomo al comando e dei pochi fedelissimi. Ovviamente il panorama è in movimento, il crollo della stabilità siriana, la possibile uscita di scena di Asad, l’incertezza futura, la disgregazione di due nazioni confinanti, il dramma dei profughi, insistono sulla scena internazionale e condizionano quella interna turca. Il modello, che alcuni analisti considerano fallito, e che invece viene rilanciato da Erdoğan e sembra il salvagente al quale s’aggrappa la maggioranza della nazione votante, può essere ancora un interlocutore affidabile per la gestione statunitense dell’ampia area di crisi mediorientale e probabilmente anche per le pretese russe. La contropartita richiesta dal presidente che vuole tutto è la mano libera in casa: col Pkk, gli oppositori, i disturbatori mediatici e non.
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Proprio sul panorama dell’uso dell’Islam e di un modello autoritario diversi politologi studiano i passi compiuti dagli uomini dell’Akp. Se Erdoğan risulta il padre-padrone e padrino, viste le implicazioni tangentizie di certe operazioni nelle quali sono implicati suoi uomini e familiari, anche il premier Davutoğlu viene monitorato nei pensieri e nelle azioni conseguenti. Diviso fra un’immagine di stratega, con la politica dello “zero problemi coi vicini” quand’era ministro degli Esteri, e un ruolo di comparsa dietro cui si cela il signore della politica turca (Erdoğan) capace di direzionarlo a piacimento, Davutoğlu viene presentato dal professor Behlül Özkan, studioso di scienze politiche nel dipartimento di relazioni internazionali della Marmara University intervistato dal quotidiano Today’s Zaman, come un uomo che vive in un mondo di sogno. Magari il prof. sarà un detrattore del premier, che dopo il successo dell’Akp dovrebbe ricevere nuovamente l’incarico, però offre riflessioni interessanti. Sentite. Sul concetto neo Ottomano da applicare all’attuale modello del proprio partito Davutoğlu sorriderebbe. Il termine è frutto di elaborazioni giornalistiche ed è scorretto perché gli Ottomani contrapponevano alle riforme occidentalizzanti una visione multietnica e strutturalmente religiosa.
Nei maggiori lavori di Davutoğlu (“Profondità strategica” è il più noto) non ci sono riferimenti a visioni islamiste, fattore che magari ricorre nei pensieri di Erdoğan e anche di Gül, seppure con una prassi ben diversa fra i due. Tranciante la valutazione sul ruolo riformista dell’Akp, che promuove uno sviluppo sociale secondo meccanismi tipici del capitalismo conservatore. Ma – afferma Özkan – non siamo di fronte a un partito di centro-destra, bensì di estrema destra. La sospensione dei diritti dei cittadini che manifestano, come nel caso di Gezi Park, o l’autoritarismo rivolto agli aspetti normali d’una democrazia borghese, quali la dialettica dei media, starebbero a dimostrarlo. L’avvicinamento di elettori di stampo fascista e razzista, tuttora presenti in Turchia e orbitanti nell’area politica dei Lupi grigi, sembra compiersi proprio con la campagna lanciata in questi mesi di opposizione al caos delle bombe (creato da chi?), al terrorismo kurdo, alla difesa dei valori turchi cui può tendere esclusivamente la mano ferma (e ferrea) di quel leader solitario che Erdoğan pretende di essere. Un conducator acclamato, in ogni caso, a suon di voti.
Gliene basta il 50% più uno, poiché incentivando la polarizzazione offre anche una sponda democratica alla sua supremazia, che magari abolisce la stampa e il pensiero critico, non tutti i partiti (almeno finora). In tal senso l’Akp è un modello più che mediorientale simile a quelli dell’estrema destra europea. Dove il comune sentire dei pensieri di Davutoğlu e i progetti erdoğaniani hanno un unico denominatore è la visione espansionistica, una sorta di Labensraum applicato alla Turchia. Özkan sottolinea che quel termine accademico divenne popolare nella Germania fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso e indicava come il territorio statale non fosse sufficiente e necessitasse d’espansione. Tale bisogno d’allargare i confini, secondo il professore, orienta l’attuale politica turca verso aree d’influenza dove la propria struttura ideologico-politica possa attecchire. Le primavere arabe e il blocco della Fratellanza Musulmana operante in Egitto, Tunisia, Iraq, Yemen ha costituito, pur fra le molteplici contraddizioni della geopolitica, il sogno di un’unione islamica guidata da Ankara. Certo, il panorama s’è anche arricchito di soluzioni vecchie, il ritorno al passato egiziano, e nuove, il Califfato dell’Isis fomentatore d’instabilità da protrarre nel tempo. La Turchia ‘islamica’ gioca comunque la sua partita.
Il punto debole individuato dal professore è la velleità di Ankara di pensare a un suo potere globale, almeno su un certo mondo, invece di constatare la dimensione media della propria azione. L’establishment dell’Akp, ridotto di fatto a pochi soggetti (Gül è emarginato, Gülen è diventato un acerrimo nemico) si riempie di ‘yes men’ che non aiutano a riflettere né a elaborare. I think tank sono funzionali alle scelte dell’uomo al comando e dei pochi fedelissimi. Ovviamente il panorama è in movimento, il crollo della stabilità siriana, la possibile uscita di scena di Asad, l’incertezza futura, la disgregazione di due nazioni confinanti, il dramma dei profughi, insistono sulla scena internazionale e condizionano quella interna turca. Il modello, che alcuni analisti considerano fallito, e che invece viene rilanciato da Erdoğan e sembra il salvagente al quale s’aggrappa la maggioranza della nazione votante, può essere ancora un interlocutore affidabile per la gestione statunitense dell’ampia area di crisi mediorientale e probabilmente anche per le pretese russe. La contropartita richiesta dal presidente che vuole tutto è la mano libera in casa: col Pkk, gli oppositori, i disturbatori mediatici e non.
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13/09/2015
Turchia. Ragazzo condannato a 11 mesi di carcere: "ha offeso Erdogan"
Un ragazzo di 17 anni è stato condannato a 11 mesi di carcere per aver offeso il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Il tribunale di Konya, località nota per il suo estremo conservatorismo, lo ha ritenuto colpevole di "oltraggio del capo di stato". La pena è stata ridotta da tre anni a nove mesi grazie al "buon comportamento dell'imputato durante il processo", scrive l'agenzia stampa turca Dogan.
Nel dicembre 2014, l'allora 16enne Mehmet aveva preso la parola nel corso di un dibattito pubblico accusando Erdogan e il partito Akp di corruzione. Pochi giorni dopo è stato prelevato dalla sua classe a scuola e rinchiuso in carcere.
A marzo un altro studente, Aykutalp Avsar, è stato condannato a 14 mesi di prigione per aver definito un "dittatore" il presidente Erdogan. Diverse centinaia di persone sono state fermate e denunciate negli ultimi tre anni in Turchia per avere espresso le loro opinioni sul capo di stato su Twitter.
Intanto il premier turco, Ahmet Davutoglu, è stato rieletto trionfalmente alla guida del Partito Giustizia e Sviluppo ed ha promesso ai suoi sostenitori di riconquistare la maggioranza assoluta alle legislative anticipate del 1 novembre, convocate dopo che l'Akp ha perso dopo 12 anni la maggioranza assoluta in parlamento alle elezioni del 7 giugno scorso.
"Il futuro della Turchia nei prossimi dieci o venti anni sarà garantito se, se Dio vuole, un nuovo governo sarà formato sulle fondamenta delle idee dell'Akp", ha detto Davutoglu davanti a migliaia di militanti del partito della destra islamista turca. "Per combattere il terrorismo e far fronte alle sfide economiche è necessario un governo monopartitico".
Il presidente Erdogan non ha partecipato al congresso dell'Akp, ma in prima fila sedevano entrambe le sue figlie, Esra e Sumeyye, la cui presenza politica assume sempre maggiore rilevanza.
Fonte
Nel dicembre 2014, l'allora 16enne Mehmet aveva preso la parola nel corso di un dibattito pubblico accusando Erdogan e il partito Akp di corruzione. Pochi giorni dopo è stato prelevato dalla sua classe a scuola e rinchiuso in carcere.
A marzo un altro studente, Aykutalp Avsar, è stato condannato a 14 mesi di prigione per aver definito un "dittatore" il presidente Erdogan. Diverse centinaia di persone sono state fermate e denunciate negli ultimi tre anni in Turchia per avere espresso le loro opinioni sul capo di stato su Twitter.
Intanto il premier turco, Ahmet Davutoglu, è stato rieletto trionfalmente alla guida del Partito Giustizia e Sviluppo ed ha promesso ai suoi sostenitori di riconquistare la maggioranza assoluta alle legislative anticipate del 1 novembre, convocate dopo che l'Akp ha perso dopo 12 anni la maggioranza assoluta in parlamento alle elezioni del 7 giugno scorso.
"Il futuro della Turchia nei prossimi dieci o venti anni sarà garantito se, se Dio vuole, un nuovo governo sarà formato sulle fondamenta delle idee dell'Akp", ha detto Davutoglu davanti a migliaia di militanti del partito della destra islamista turca. "Per combattere il terrorismo e far fronte alle sfide economiche è necessario un governo monopartitico".
Il presidente Erdogan non ha partecipato al congresso dell'Akp, ma in prima fila sedevano entrambe le sue figlie, Esra e Sumeyye, la cui presenza politica assume sempre maggiore rilevanza.
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10/09/2015
Erdogan scatena i pogrom: linciaggi e assalti alle sedi curde. Truppe turche in Iraq
Si complica e si aggrava ulteriormente la situazione in Turchia. Ai sanguinosi attacchi della guerriglia curda contro la polizia e l’esercito di Ankara, il regime risponde intensificando da una parte le operazioni militari nel Nord dell’Iraq, dall’altra fomentando veri e propri pogrom di massa contro i militanti del Partito Democratico dei Popoli ma anche contro semplici appartenenti alla numerosa comunità curda, fomentando il radicato razzismo di vasti settori della popolazione turca.
L’altro ieri le forze speciali turche sono penetrate via terra in territorio iracheno, dopo i massicci bombardamenti dei giorni scorsi contro le postazioni del Pkk ed alcuni villaggi che hanno causato decine di morti. L’incursione di terra è stata giustificata con la necessità di catturare o uccidere i guerriglieri che alcune ore prima avevano colpito un minibus delle forze di sicurezza uccidendo 14 poliziotti. E’ la prima volta dal 2008 che truppe turche sconfinano in territorio iracheno a caccia di combattenti del Pkk.
Nel frattempo il premier turco Ahmet Davutoglu è tornato a promettere che presto “La Turchia sarà ripulita dai terroristi. Non importa come”.“L’obiettivo è chiaro: ristabilire l’ordine pubblico e il legittimo controllo delle forze di sicurezza in ogni angolo e centimetro della Turchia” ha spiegato il premier transitorio.
Neanche un cenno allo Stato Islamico, che pure qualche giorno fa, secondo notizie poi lasciate cadere, avrebbe rapito un soldato turco al confine con la Siria. D’altronde nel corso di un'intervista alla Cnn statunitense il presidente Erdogan ha di nuovo ricordato che “il Pkk rappresenta una minaccia primaria mentre l’Is è solo secondaria”.
Dichiarazioni che sembrano aver rappresentato il via libera ad una massiccia ondata di attacchi nei confronti di centinaia di sedi del Partito Democratico dei Popoli – sinistra curda più alcune organizzazioni della sinistra turca – in tutto il paese.
A Nigde un gruppo di quasi 500 “manifestanti”, per lo più militanti del partito di estrema destra nazionalista Mhp ha attaccato la sede locale dell’Hdp con pietre e bastoni. Stesso scenario a Manavgat, Antalya, Mersin, Sakarya, Çorlu, Kayseri e altre località. Ma anche case abitate da curdi, centri culturali e associativi hanno subito assalti e aggressioni in diverse città, compresa Izmir, Malatya, Kocaeli, Ankara, Konya ecc. In tutto sarebbero centinaia le sedi assaltate e devastate, alcune delle quali sono state incendiate e interamente distrutte. A Corlu, nella provincia settentrionale di Tekirdag, la responsabile locale dell'Hdp, Sehnaz Kaya, è stata sottratta all’ultimo istante alla folla di fanatici che voleva linciarla. Ad Ankara circa 200 persone hanno attaccato alcune abitazioni e bruciato automobili nel quartiere Zafer, dove risiedono molti lavoratori stagionali curdi. Nella capitale turca la sede centrale dell’Hdp è stata completamente devastata. Secondo l‘ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) in 48 ore 315 sedi del Hdp sono state attaccate, 35 persone sono state linciate, 15 sono state ferite e 19 rappresentanti politici curdi sono stati fermati dalla polizia. Ma il bilancio potrebbe essere anche più grave.
“Centinaia di civili curdi sono stati feriti durante gli attacchi di questi fascisti, e un numero imprecisato di persone sono state assassinate. Centinaia di curdi in varie città turche sono bloccati negli uffici dell’HDP, dove hanno cercato riparo dal linciaggio. Le squadre di fascisti hanno rotto le finestre, scandito slogan anti-curdi e anti-HDP, mentre la polizia locale non è intervenuta per fermare questo terrorismo di massa” denunciava ieri in un comunicato il Congresso Nazionale Curdo (Knk) che continua: “Dall’inizio della guerra turca contro i curdi 32 anni fa, questa è la prima volta che tali violenze si sono verificate su così larga scala. Erdogan e l’AKP stanno direttamente, in modo esplicito, e volutamente provocando scontri razziali e attacchi da parte dei nazionalisti. Due giorni fa Erdogan ha dato l’ordine ufficiale alle forze di polizia di sparare a vista ai civili se ritenuti una “minaccia”. Egli ha anche invitato l’opinione pubblica a informare di civili che avessero ritenuto agire in maniera “sospetta”. Questo è un tentativo di dividere la società e promuovere un conflitto interno tra gruppi etnici, e stimolare il razzismo anti-curdo”.
“I gruppi fermano gli autobus locali che viaggiano tra le città e controllano le carte d’identità della gente per determinare chi è curdo o meno. Quando i conducenti di autobus hanno tentato di scappare per sfuggire alla folle inferocite, la polizia è intervenuta e ha fermato gli autobus causando ulteriori attacchi contro gli autobus, i conducenti e i passeggeri. In alcuni casi, la polizia ha partecipato agli attacchi con i gruppi fascisti contro i civili curdi” denuncia ancora il Knk che fa appello a una più che distratta comunità internazionale affinché intervenga presso il governo di Ankara per fermare i pogrom.
Ma i gruppi di fascisti e di nazionalisti islamici sono scatenati in tutto il paese. Le stesse agenzie di stampa raccontano di come anche ad Istanbul un gruppo riunito a Besiktas – militanti dell’Mhp e dell’Akp – abbia a lungo gridato slogan tra i quali "Non vogliamo operazioni, vogliamo un massacro". Al di là degli assalti contro le sedi politiche curde, in tutta la Turchia operai, studenti, agricoltori sono stati aggrediti, feriti e uccisi per il solo fatto di essere curdi. Un uomo è stato accoltellato alla schiena, un altro picchiato e obbligato a baciare la statua di Ataturk (“il padre della patria” venerato dai nazionalisti turchi).
Il leader dell'Hdp, Selahattin Demirtas, ha affermato che gli attacchi alle sedi del suo partito sono opera di "agitatori coordinati dall'Akp e dai servizi segreti" ed ha rivolto un appello alla popolazione: "Mi rivolgo ai cittadini coscienziosi della Turchia. Quelli che cercate di ardere vivi sono le persone che fino a ieri chiamavate 'fratello'. Questo è il momento di dimostrare la fratellanza".
La segreteria della coalizione di sinistra ha affermato, cercando di assumere una posizione superpartes e distinguendosi quindi dalle organizzazioni curde impegnate in una vera e propria guerriglia diffusa contro le forze di sicurezza, che “entrambe le parti del conflitto – le forze di sicurezze e il Pkk – devono allontanare il dito dal grilletto e devono giungere ad un cessate il fuoco in una atmosfera di dialogo necessaria per compiere le negoziazioni”.
Uno scenario allo stato fantascientifico e irrealizzabile. Appare evidente che Erdogan, dopo aver perso le elezioni del 7 giugno, non si fa scrupoli a fomentare una guerra civile su vasta scala additando all’opinione pubblica interna il Pkk e l’Hdp – e i curdi in generale – come nemico da eliminare per ristabilire una stabilità persa in realtà a causa dello spregiudicato sostegno del regime islamista ai jihadisti dello Stato Islamico.
Non sono solo i curdi a essere presi di mira in questi giorni dalle aggressioni organizzate a tavolino. La sede del quotidiano Hurriyet, di proprietà del gruppo Dogan, influente holding mediatica critica nei confronti del regime, è stata assaltata per la seconda volta nel giro di 48 ore da parte di simpatizzanti del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) che hanno attaccato la palazzina gridando "Allah è grande". Domenica un gruppo di 200 persone guidate dal giovane parlamentare Akp Abdurrahim Boynukaln, aveva realizzato la prima irruzione. In quell'occasione il deputato aveva detto che "da ora in poi l'Hdp, il Pkk, il quotidiano Zaman [appartenente al gruppo di Fethullah Gulen] e Aydin Dogan [proprietario del gruppo] non sono più distinti. Sono tutti dei gruppi terroristici. Loro dicono che il Capo di Stato è responsabile di quanto sta accadendo perché non è riuscito a diventare presidente [a instaurare un sistema presidenzialista]. E allora noi diciamo: qualunque sia l'esito delle elezioni del primo novembre, noi faremo in modo che tu [Erdogan] diventi presidente".
Sebbene il premier Davutoglu e il vice-preier Numan Kurtulmus abbiano condannato gli attacchi, assicurando maggiore protezione ai gruppi mediatici aggrediti, la campagna denigratoria condotta dai media pro-governativi contro il gruppo Dogan non sembra cessare. Nel suo editoriale di ieri Ibrahim Karagul, direttore della testata Yenisafak, descrive Aydin Dogan quale "un problema per la sicurezza nazionale perchè ha apertamente sostenuto il Pkk". Un apparente controsenso, se si considera che il quotidiano Hurriyet è famoso per il suo logo nazionalista, che recita "la Turchia è dei turchi". Un controsenso che tuttavia indica ancora una volta che nel percorso verso le elezioni del 1 novembre il fronte pro-Akp è pronto a tutto pur di ottenere di nuovo il potere assoluto.
Fonte
L’altro ieri le forze speciali turche sono penetrate via terra in territorio iracheno, dopo i massicci bombardamenti dei giorni scorsi contro le postazioni del Pkk ed alcuni villaggi che hanno causato decine di morti. L’incursione di terra è stata giustificata con la necessità di catturare o uccidere i guerriglieri che alcune ore prima avevano colpito un minibus delle forze di sicurezza uccidendo 14 poliziotti. E’ la prima volta dal 2008 che truppe turche sconfinano in territorio iracheno a caccia di combattenti del Pkk.
Nel frattempo il premier turco Ahmet Davutoglu è tornato a promettere che presto “La Turchia sarà ripulita dai terroristi. Non importa come”.“L’obiettivo è chiaro: ristabilire l’ordine pubblico e il legittimo controllo delle forze di sicurezza in ogni angolo e centimetro della Turchia” ha spiegato il premier transitorio.
Neanche un cenno allo Stato Islamico, che pure qualche giorno fa, secondo notizie poi lasciate cadere, avrebbe rapito un soldato turco al confine con la Siria. D’altronde nel corso di un'intervista alla Cnn statunitense il presidente Erdogan ha di nuovo ricordato che “il Pkk rappresenta una minaccia primaria mentre l’Is è solo secondaria”.
Dichiarazioni che sembrano aver rappresentato il via libera ad una massiccia ondata di attacchi nei confronti di centinaia di sedi del Partito Democratico dei Popoli – sinistra curda più alcune organizzazioni della sinistra turca – in tutto il paese.
A Nigde un gruppo di quasi 500 “manifestanti”, per lo più militanti del partito di estrema destra nazionalista Mhp ha attaccato la sede locale dell’Hdp con pietre e bastoni. Stesso scenario a Manavgat, Antalya, Mersin, Sakarya, Çorlu, Kayseri e altre località. Ma anche case abitate da curdi, centri culturali e associativi hanno subito assalti e aggressioni in diverse città, compresa Izmir, Malatya, Kocaeli, Ankara, Konya ecc. In tutto sarebbero centinaia le sedi assaltate e devastate, alcune delle quali sono state incendiate e interamente distrutte. A Corlu, nella provincia settentrionale di Tekirdag, la responsabile locale dell'Hdp, Sehnaz Kaya, è stata sottratta all’ultimo istante alla folla di fanatici che voleva linciarla. Ad Ankara circa 200 persone hanno attaccato alcune abitazioni e bruciato automobili nel quartiere Zafer, dove risiedono molti lavoratori stagionali curdi. Nella capitale turca la sede centrale dell’Hdp è stata completamente devastata. Secondo l‘ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) in 48 ore 315 sedi del Hdp sono state attaccate, 35 persone sono state linciate, 15 sono state ferite e 19 rappresentanti politici curdi sono stati fermati dalla polizia. Ma il bilancio potrebbe essere anche più grave.
“Centinaia di civili curdi sono stati feriti durante gli attacchi di questi fascisti, e un numero imprecisato di persone sono state assassinate. Centinaia di curdi in varie città turche sono bloccati negli uffici dell’HDP, dove hanno cercato riparo dal linciaggio. Le squadre di fascisti hanno rotto le finestre, scandito slogan anti-curdi e anti-HDP, mentre la polizia locale non è intervenuta per fermare questo terrorismo di massa” denunciava ieri in un comunicato il Congresso Nazionale Curdo (Knk) che continua: “Dall’inizio della guerra turca contro i curdi 32 anni fa, questa è la prima volta che tali violenze si sono verificate su così larga scala. Erdogan e l’AKP stanno direttamente, in modo esplicito, e volutamente provocando scontri razziali e attacchi da parte dei nazionalisti. Due giorni fa Erdogan ha dato l’ordine ufficiale alle forze di polizia di sparare a vista ai civili se ritenuti una “minaccia”. Egli ha anche invitato l’opinione pubblica a informare di civili che avessero ritenuto agire in maniera “sospetta”. Questo è un tentativo di dividere la società e promuovere un conflitto interno tra gruppi etnici, e stimolare il razzismo anti-curdo”.
“I gruppi fermano gli autobus locali che viaggiano tra le città e controllano le carte d’identità della gente per determinare chi è curdo o meno. Quando i conducenti di autobus hanno tentato di scappare per sfuggire alla folle inferocite, la polizia è intervenuta e ha fermato gli autobus causando ulteriori attacchi contro gli autobus, i conducenti e i passeggeri. In alcuni casi, la polizia ha partecipato agli attacchi con i gruppi fascisti contro i civili curdi” denuncia ancora il Knk che fa appello a una più che distratta comunità internazionale affinché intervenga presso il governo di Ankara per fermare i pogrom.
Ma i gruppi di fascisti e di nazionalisti islamici sono scatenati in tutto il paese. Le stesse agenzie di stampa raccontano di come anche ad Istanbul un gruppo riunito a Besiktas – militanti dell’Mhp e dell’Akp – abbia a lungo gridato slogan tra i quali "Non vogliamo operazioni, vogliamo un massacro". Al di là degli assalti contro le sedi politiche curde, in tutta la Turchia operai, studenti, agricoltori sono stati aggrediti, feriti e uccisi per il solo fatto di essere curdi. Un uomo è stato accoltellato alla schiena, un altro picchiato e obbligato a baciare la statua di Ataturk (“il padre della patria” venerato dai nazionalisti turchi).
Il leader dell'Hdp, Selahattin Demirtas, ha affermato che gli attacchi alle sedi del suo partito sono opera di "agitatori coordinati dall'Akp e dai servizi segreti" ed ha rivolto un appello alla popolazione: "Mi rivolgo ai cittadini coscienziosi della Turchia. Quelli che cercate di ardere vivi sono le persone che fino a ieri chiamavate 'fratello'. Questo è il momento di dimostrare la fratellanza".
La segreteria della coalizione di sinistra ha affermato, cercando di assumere una posizione superpartes e distinguendosi quindi dalle organizzazioni curde impegnate in una vera e propria guerriglia diffusa contro le forze di sicurezza, che “entrambe le parti del conflitto – le forze di sicurezze e il Pkk – devono allontanare il dito dal grilletto e devono giungere ad un cessate il fuoco in una atmosfera di dialogo necessaria per compiere le negoziazioni”.
Uno scenario allo stato fantascientifico e irrealizzabile. Appare evidente che Erdogan, dopo aver perso le elezioni del 7 giugno, non si fa scrupoli a fomentare una guerra civile su vasta scala additando all’opinione pubblica interna il Pkk e l’Hdp – e i curdi in generale – come nemico da eliminare per ristabilire una stabilità persa in realtà a causa dello spregiudicato sostegno del regime islamista ai jihadisti dello Stato Islamico.
Non sono solo i curdi a essere presi di mira in questi giorni dalle aggressioni organizzate a tavolino. La sede del quotidiano Hurriyet, di proprietà del gruppo Dogan, influente holding mediatica critica nei confronti del regime, è stata assaltata per la seconda volta nel giro di 48 ore da parte di simpatizzanti del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) che hanno attaccato la palazzina gridando "Allah è grande". Domenica un gruppo di 200 persone guidate dal giovane parlamentare Akp Abdurrahim Boynukaln, aveva realizzato la prima irruzione. In quell'occasione il deputato aveva detto che "da ora in poi l'Hdp, il Pkk, il quotidiano Zaman [appartenente al gruppo di Fethullah Gulen] e Aydin Dogan [proprietario del gruppo] non sono più distinti. Sono tutti dei gruppi terroristici. Loro dicono che il Capo di Stato è responsabile di quanto sta accadendo perché non è riuscito a diventare presidente [a instaurare un sistema presidenzialista]. E allora noi diciamo: qualunque sia l'esito delle elezioni del primo novembre, noi faremo in modo che tu [Erdogan] diventi presidente".
Sebbene il premier Davutoglu e il vice-preier Numan Kurtulmus abbiano condannato gli attacchi, assicurando maggiore protezione ai gruppi mediatici aggrediti, la campagna denigratoria condotta dai media pro-governativi contro il gruppo Dogan non sembra cessare. Nel suo editoriale di ieri Ibrahim Karagul, direttore della testata Yenisafak, descrive Aydin Dogan quale "un problema per la sicurezza nazionale perchè ha apertamente sostenuto il Pkk". Un apparente controsenso, se si considera che il quotidiano Hurriyet è famoso per il suo logo nazionalista, che recita "la Turchia è dei turchi". Un controsenso che tuttavia indica ancora una volta che nel percorso verso le elezioni del 1 novembre il fronte pro-Akp è pronto a tutto pur di ottenere di nuovo il potere assoluto.
Fonte
28/07/2015
Erdogan e il fronte siriano
di Michele Paris
La decisione adottata lo scorso fine settimana dal governo turco di prendere parte attiva alla campagna bellica guidata dagli Stati Uniti ufficialmente contro lo Stato Islamico (ISIS) rappresenta una svolta strategica significativa e potenzialmente in grado di cambiare le sorti del conflitto in Siria. Ankara rimane però prigioniera delle contraddizioni prodotte dalla sua stessa politica estera, mentre le conseguenze delle proprie azioni potrebbero facilmente portare a un’ulteriore destabilizzazione dell’intero Medio Oriente.
Dopo i primi bombardamenti condotti dai jet turchi contro le basi dell’ISIS nel nord della Siria nella giornata di venerdì, le incursioni oltre confine si sono ripetute nella notte di domenica. In questo caso, come era parzialmente successo due giorni prima, le bombe hanno però colpito postazioni del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) nel nord dell’Iraq, in risposta a una serie di attentati registrati in Turchia nei giorni scorsi e, da ultimo, un attacco nella serata di domenica risoltosi in due soldati turchi uccisi nella località di Diyarbakir.
La nuova intraprendenza turca è scaturita dall’accordo siglato sempre la settimana scorsa con gli Stati Uniti, da tempo impegnati a convincere il governo del presidente, Recep Tayyip Erdogan, e del primo ministro, Ahmet Davutoglu, a partecipare all’azione contro l’ISIS in territorio iracheno e siriano. Washington ha inoltre ottenuto l’utilizzo di almeno due basi militari in Turchia, tra cui quella di Incirlik, da dove prenderanno il volo gli aerei da guerra impegnati nella campagna contro i fondamentalisti islamici.
Gli aspetti cruciali dell’intesa sembrano essere però le concessioni fatte dall’amministrazione Obama al governo di Ankara, anche se non ancora riconosciute ufficialmente, come la riapertura delle ostilità con il PKK dopo la tregua che durava dal 2012. Gli Stati Uniti hanno appoggiato pubblicamente l’iniziativa della Turchia, citando il diritto di questo paese all’autodifesa e ricordando come anche Washington consideri il PKK un’organizzazione terrorista.
Il crollo del processo di pace tra il governo turco e il PKK ha tuttavia delle implicazioni ben più ampie, visto che questa organizzazione armata curda ha stretti legami con il Partito dell’Unione Democratica (PYD) curdo-siriano e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (YPG). Sia il PYD sia l’YPG sono stati finora in prima linea nella lotta contro l’ISIS in Siria, fungendo di fatto da alleati della coalizione guidata dagli USA.
Gli sviluppi di questi giorni suggeriscono perciò che la Turchia abbia ottenuto il via libera dagli americani per colpire la presunta minaccia curda oltre i propri confini meridionali in cambio dell’impegno - la cui intensità sarà tutta da verificare - di partecipare all’offensiva contro l’ISIS. Ankara, d’altra parte, vede con maggiore nervosismo la formazione di un fronte unitario curdo che non l’espansione dell’ISIS in Siria, la cui avanzata è stata anzi sostenuta più o meno attivamente per favorire la caduta di Bashar al-Assad.
Proprio la fine del regime di Damasco è senza dubbio al centro dei pensieri di Erdogan e Davutoglu, come conferma l’altra importante concessione con ogni probabilità fatta dagli Stati Uniti ad Ankara. La Turchia avrebbe cioè ottenuto l’OK per la creazione di una “zona di sicurezza” lungo il proprio confine in territorio siriano.
Da quello che hanno riportato i giornali americani e turchi, l’amministrazione Obama intende evitare di chiamare quest’area con il proprio nome - “no-fly zone” - visto che ciò renderebbe fin troppo evidente come il vero obiettivo della campagna condotta da quasi un anno in Siria sia il regime di Assad. Quindi, Ankara e Washington parleranno di “area di sicurezza” o “area protetta”, anche se il risultato sarà comunque quello di istituire un territorio da assegnare al controllo dell’opposizione siriana “moderata” per organizzare non tanto la battaglia contro l’ISIS ma contro le forze di Damasco.
Con una certa ironia quasi certamente involontaria, domenica il Washington Post ha ricordato come gli Stati Uniti e la Turchia abbiano però pareri differenti circa i gruppi armati di opposizione in Siria da considerare “moderati”, alla luce soprattutto della spregiudicata politica di Ankara a favore di organizzazioni jihadiste violente, utilizzate come forza d’urto per cercare di rovesciare Assad.
In
ogni caso, l’impatto di un impegno diretto della Turchia in Siria
minaccia di produrre una frattura nella coalizione nominalmente
anti-ISIS, poiché i leader curdi siriani, i quali non senza ragioni
accusano da tempo Erdogan di appoggiare questa stessa organizzazione,
hanno espresso preoccupazione per il possibile ingresso delle truppe di
Ankara in Siria. Un eventuale scontro tra la Turchia e le forze dell’YPG
metterebbe nelle mani di Washington una nuova questione spinosa sul
fronte siriano, sia pure anche in questo caso derivante dalla dissennata
politica estera americana.
Che le intenzioni di Erdogan siano quelle di colpire principalmente i curdi sul proprio territorio è comunque evidente anche dalla netta prevalenza dei militanti appartenenti a questa minoranza tra le centinaia di arresti in varie operazioni di polizia condotte negli ultimi giorni.
Anche se ufficialmente motivata dall’attentato suicida di una settimana fa nella città di Suruç, commesso da un membro dell’ISIS, e dalle azioni del PKK, la svolta strategica e militare di Ankara a cui si sta assistendo era in preparazione da tempo.
Una serie di fattori sembra avere contribuito alla svolta decisa da Erdogan e Davutoglu, tutti più o meno riconducibili alla crisi politica del loro partito (AKP) e al ridimensionamento della posizione della Turchia sullo scacchiere regionale, ugualmente conseguenza delle politiche del governo.
Innanzitutto, la decisione di partecipare in maniera diretta alla guerra contro l’ISIS, come dimostra anche l’enorme interesse suscitato tra i media di tutto il mondo, consente in qualche modo alla Turchia di tornare a svolgere un ruolo di primo piano nelle vicende mediorientali.
Se Ankara aveva partecipato attivamente alla guerra clandestina per abbattere Assad, appoggiando fin dall’inizio del conflitto in Siria i gruppi armati fondamentalisti, l’esplosione e l’avanzata in Iraq dell’ISIS avevano finito per produrre una coalizione tra gli USA, i paesi arabi sunniti e le formazioni curde irachene e siriane, a discapito appunto di una Turchia rimasta relativamente isolata.
La partecipazione tardiva alla campagna anti-ISIS e l’offensiva contro il PKK sono così il tentativo di recuperare una certa influenza in Medio Oriente, coerentemente con le ambizioni da potenza regionale nutrite dal governo dell’AKP.
L’altro fattore, in parte collegato al precedente, ha a che fare invece con la situazione politica interna turca. Com’è noto, l’AKP ha perso per la prima volta da quando è al potere la maggioranza assoluta in Parlamento nelle elezioni dello scorso mese di maggio, soprattutto a causa della conquista per la prima volta di un certo numero di seggi da parte della formazione curda HDP.
Vista la difficoltà nel mettere assieme un gabinetto di coalizione che, in ogni caso, ridurrebbe gli spazi di manovra di Erdogan e Davutoglu, i due leader dell’AKP puntano a nuove elezioni tra pochi mesi per tornare a governare in autonomia. A questo scopo, il presidente e il primo ministro intendono alimentare i sentimenti nazionalisti e anti-curdi in Turchia, così da recuperare una parte dei consensi finiti all’HDP nell’ultima tornata elettorale.
Ugualmente,
colpendo o dando l’impressione di colpire l’ISIS, il governo turco
proverà a neutralizzare le accuse che molti anche sul fronte interno gli
rivolgono di avere sostenuto l’organizzazione fondamentalista o, quanto
meno, di avere tollerato le operazioni e il transito verso la Siria dei
suoi membri, con il risultato di avere destabilizzato la stessa
Turchia.
Questa scommessa non è tuttavia priva di rischi per Erdogan, visto che le decisioni dei giorni scorsi minacciano di trascinare ancor più la Turchia in un conflitto su due fronti – siriano e curdo – decisamente impopolare tra la popolazione. Gli ostacoli che si prospettano per il governo sono in definitiva di sua stessa creazione, essendo il rafforzamento dell’ISIS e delle formazioni curde la diretta conseguenza delle manovre messe in atto per indebolire il regime di Assad in Siria.
La Turchia, ad ogni modo, ha chiesto per martedì la convocazione di una riunione straordinaria della NATO, secondo il ministero degli Esteri di Ankara per “informare gli alleati sulle operazioni in corso contro l’ISIS in Siria e il PKK nel nord dell’Iraq”. Il vertice, in realtà, potrebbe essere l’occasione per dare una qualche legittimità alle incursioni iniziate nei giorni scorsi e per ottenere l’appoggio alla creazione di una no-fly zone a tutti gli effetti in territorio siriano.
Fonte
La decisione adottata lo scorso fine settimana dal governo turco di prendere parte attiva alla campagna bellica guidata dagli Stati Uniti ufficialmente contro lo Stato Islamico (ISIS) rappresenta una svolta strategica significativa e potenzialmente in grado di cambiare le sorti del conflitto in Siria. Ankara rimane però prigioniera delle contraddizioni prodotte dalla sua stessa politica estera, mentre le conseguenze delle proprie azioni potrebbero facilmente portare a un’ulteriore destabilizzazione dell’intero Medio Oriente.
Dopo i primi bombardamenti condotti dai jet turchi contro le basi dell’ISIS nel nord della Siria nella giornata di venerdì, le incursioni oltre confine si sono ripetute nella notte di domenica. In questo caso, come era parzialmente successo due giorni prima, le bombe hanno però colpito postazioni del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) nel nord dell’Iraq, in risposta a una serie di attentati registrati in Turchia nei giorni scorsi e, da ultimo, un attacco nella serata di domenica risoltosi in due soldati turchi uccisi nella località di Diyarbakir.
La nuova intraprendenza turca è scaturita dall’accordo siglato sempre la settimana scorsa con gli Stati Uniti, da tempo impegnati a convincere il governo del presidente, Recep Tayyip Erdogan, e del primo ministro, Ahmet Davutoglu, a partecipare all’azione contro l’ISIS in territorio iracheno e siriano. Washington ha inoltre ottenuto l’utilizzo di almeno due basi militari in Turchia, tra cui quella di Incirlik, da dove prenderanno il volo gli aerei da guerra impegnati nella campagna contro i fondamentalisti islamici.
Gli aspetti cruciali dell’intesa sembrano essere però le concessioni fatte dall’amministrazione Obama al governo di Ankara, anche se non ancora riconosciute ufficialmente, come la riapertura delle ostilità con il PKK dopo la tregua che durava dal 2012. Gli Stati Uniti hanno appoggiato pubblicamente l’iniziativa della Turchia, citando il diritto di questo paese all’autodifesa e ricordando come anche Washington consideri il PKK un’organizzazione terrorista.
Il crollo del processo di pace tra il governo turco e il PKK ha tuttavia delle implicazioni ben più ampie, visto che questa organizzazione armata curda ha stretti legami con il Partito dell’Unione Democratica (PYD) curdo-siriano e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (YPG). Sia il PYD sia l’YPG sono stati finora in prima linea nella lotta contro l’ISIS in Siria, fungendo di fatto da alleati della coalizione guidata dagli USA.
Gli sviluppi di questi giorni suggeriscono perciò che la Turchia abbia ottenuto il via libera dagli americani per colpire la presunta minaccia curda oltre i propri confini meridionali in cambio dell’impegno - la cui intensità sarà tutta da verificare - di partecipare all’offensiva contro l’ISIS. Ankara, d’altra parte, vede con maggiore nervosismo la formazione di un fronte unitario curdo che non l’espansione dell’ISIS in Siria, la cui avanzata è stata anzi sostenuta più o meno attivamente per favorire la caduta di Bashar al-Assad.
Proprio la fine del regime di Damasco è senza dubbio al centro dei pensieri di Erdogan e Davutoglu, come conferma l’altra importante concessione con ogni probabilità fatta dagli Stati Uniti ad Ankara. La Turchia avrebbe cioè ottenuto l’OK per la creazione di una “zona di sicurezza” lungo il proprio confine in territorio siriano.
Da quello che hanno riportato i giornali americani e turchi, l’amministrazione Obama intende evitare di chiamare quest’area con il proprio nome - “no-fly zone” - visto che ciò renderebbe fin troppo evidente come il vero obiettivo della campagna condotta da quasi un anno in Siria sia il regime di Assad. Quindi, Ankara e Washington parleranno di “area di sicurezza” o “area protetta”, anche se il risultato sarà comunque quello di istituire un territorio da assegnare al controllo dell’opposizione siriana “moderata” per organizzare non tanto la battaglia contro l’ISIS ma contro le forze di Damasco.
Con una certa ironia quasi certamente involontaria, domenica il Washington Post ha ricordato come gli Stati Uniti e la Turchia abbiano però pareri differenti circa i gruppi armati di opposizione in Siria da considerare “moderati”, alla luce soprattutto della spregiudicata politica di Ankara a favore di organizzazioni jihadiste violente, utilizzate come forza d’urto per cercare di rovesciare Assad.
Che le intenzioni di Erdogan siano quelle di colpire principalmente i curdi sul proprio territorio è comunque evidente anche dalla netta prevalenza dei militanti appartenenti a questa minoranza tra le centinaia di arresti in varie operazioni di polizia condotte negli ultimi giorni.
Anche se ufficialmente motivata dall’attentato suicida di una settimana fa nella città di Suruç, commesso da un membro dell’ISIS, e dalle azioni del PKK, la svolta strategica e militare di Ankara a cui si sta assistendo era in preparazione da tempo.
Una serie di fattori sembra avere contribuito alla svolta decisa da Erdogan e Davutoglu, tutti più o meno riconducibili alla crisi politica del loro partito (AKP) e al ridimensionamento della posizione della Turchia sullo scacchiere regionale, ugualmente conseguenza delle politiche del governo.
Innanzitutto, la decisione di partecipare in maniera diretta alla guerra contro l’ISIS, come dimostra anche l’enorme interesse suscitato tra i media di tutto il mondo, consente in qualche modo alla Turchia di tornare a svolgere un ruolo di primo piano nelle vicende mediorientali.
Se Ankara aveva partecipato attivamente alla guerra clandestina per abbattere Assad, appoggiando fin dall’inizio del conflitto in Siria i gruppi armati fondamentalisti, l’esplosione e l’avanzata in Iraq dell’ISIS avevano finito per produrre una coalizione tra gli USA, i paesi arabi sunniti e le formazioni curde irachene e siriane, a discapito appunto di una Turchia rimasta relativamente isolata.
La partecipazione tardiva alla campagna anti-ISIS e l’offensiva contro il PKK sono così il tentativo di recuperare una certa influenza in Medio Oriente, coerentemente con le ambizioni da potenza regionale nutrite dal governo dell’AKP.
L’altro fattore, in parte collegato al precedente, ha a che fare invece con la situazione politica interna turca. Com’è noto, l’AKP ha perso per la prima volta da quando è al potere la maggioranza assoluta in Parlamento nelle elezioni dello scorso mese di maggio, soprattutto a causa della conquista per la prima volta di un certo numero di seggi da parte della formazione curda HDP.
Vista la difficoltà nel mettere assieme un gabinetto di coalizione che, in ogni caso, ridurrebbe gli spazi di manovra di Erdogan e Davutoglu, i due leader dell’AKP puntano a nuove elezioni tra pochi mesi per tornare a governare in autonomia. A questo scopo, il presidente e il primo ministro intendono alimentare i sentimenti nazionalisti e anti-curdi in Turchia, così da recuperare una parte dei consensi finiti all’HDP nell’ultima tornata elettorale.
Questa scommessa non è tuttavia priva di rischi per Erdogan, visto che le decisioni dei giorni scorsi minacciano di trascinare ancor più la Turchia in un conflitto su due fronti – siriano e curdo – decisamente impopolare tra la popolazione. Gli ostacoli che si prospettano per il governo sono in definitiva di sua stessa creazione, essendo il rafforzamento dell’ISIS e delle formazioni curde la diretta conseguenza delle manovre messe in atto per indebolire il regime di Assad in Siria.
La Turchia, ad ogni modo, ha chiesto per martedì la convocazione di una riunione straordinaria della NATO, secondo il ministero degli Esteri di Ankara per “informare gli alleati sulle operazioni in corso contro l’ISIS in Siria e il PKK nel nord dell’Iraq”. Il vertice, in realtà, potrebbe essere l’occasione per dare una qualche legittimità alle incursioni iniziate nei giorni scorsi e per ottenere l’appoggio alla creazione di una no-fly zone a tutti gli effetti in territorio siriano.
Fonte
05/04/2015
Ankara grida al complotto per gli attacchi del Dhkp-C
Rimane pesante il clima in Turchia dopo gli attacchi che tra martedì e mercoledì si sono conclusi con la morte di tre militanti dell’organizzazione comunista Dhkp-C e il decesso del procuratore che indagava sull’uccisione del giovanissimo Berkin Elvan da parte di un poliziotto mai individuato. Nonostante quanto affermato da diversi esponenti politici e responsabili della sicurezza turchi, i proiettili che hanno raggiunto il giudice Kiraz in conseguenza del blitz delle teste di cuoio al sesto piano del palazzo di giustizia di Caglayan, a Istanbul, sono stati addirittura dieci e non quattro o cinque. Segno che l’obiettivo dei reparti speciali della polizia era, oltre che giustiziare i due militanti del Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo, uccidere anche il procuratore.
Intanto il primo ministro Ahmet Davutoğlu è tornato ad agitare lo spettro del ‘complotto’ a proposito dell’omicidio del giudice Mehmet Selim Kiraz, che però come è ormai evidente a tutti è da addebitare agli agenti di polizia e non ai rapitori che lo avevano preso in ostaggio per chiedere verità e giustizia per la famiglia dell’adolescente morto lo scorso anno dopo 269 giorni di coma. Secondo Davutoglu i militanti autori del blitz nel palazzo di giustizia di Istanbul avrebbero avuto non meglio precisati ‘contatti esterni’. Non è la prima volta che il governo di Ankara ricorre allo spettro del complotto esterno, indicando a volte esplicitamente e a volte implicitamente l’imam Fethullah Gulen oppure il governo siriano, per giustificare eventi dietro i quali si celano evidenti responsabilità dell’establishment turco. Riferendosi ai membri del Dhkp-C Şafak Yayla e Bahtiyar Doğruyol, Davutoglu ha detto nel corso di una conferenza stampa che “alcuni terroristi li hanno contattati dall’estero. La nostra intelligence sta lavorando. Troveremo i loro contatti”. Durante il suo intervento, il Primo Ministro ha anche difeso la scelta di indagare quattro importanti quotidiani turchi – tutti vicini all’opposizione – con l’accusa di ‘propaganda terrorista’ per aver pubblicato la foto di Kiraz mentre era in ostaggio dei due militanti della sinistra rivoluzionaria. Gli stessi quattro quotidiani che insieme a un’altra decina di giornali ed emittenti televisive sono stati esclusi dalla copertura mediatica dei funerali del giudice ucciso martedì.
Naturalmente i funerali dei tre militanti di sinistra uccisi martedì e mercoledì non hanno avuto alcuna copertura mediatica (nella foto quelli di Elif Sultan Kalsen), al contrario di quelli del magistrato celebrati in forma solenne e che il governo ha ampiamente strumentalizzato. Il 2 aprile alcuni nazionalisti turchi di estrema destra avevano attaccato lanciando pietre e gridando slogan razzisti i funerali a Giresun di Şafak Yayla, e ieri la casa della famiglia del militante ucciso è stata addirittura mitragliata da sconosciuti. Sul fronte della repressione da segnalare invece che finalmente ieri i componenti della band musicale antifascista Grup Yorum sono stati rilasciati dopo aver passato parecchie ore nelle celle di un commissariato dove erano stati condotti in seguito a una retata che aveva colpito il centro culturale Idil nel quartiere di Okmeydani a Istanbul. Ma le autorità stanno ora cercando di impedire il concerto della band – i cui componenti hanno di nuovo denunciato di aver subito torture durante l’arresto – previsto nel quartiere di Bakirköy il prossimo 12 aprile e alla quale è prevista la partecipazione della Banda Bassotti.
La repressione contro i movimenti di sinistra non si ferma e anche ieri tre persone sono state arrestate nel quartiere di Kadiköy, sulla sponda asiatica, e altre cinque nella zona di Istiklal Caddesi, sul versante europeo di Istanbul.
Intanto ha generato rabbia nei movimenti sociali e sindacali la morte di un insegnante, Halil Serkan Öz, che venerdì stava protestando contro il governatore che lo aveva redarguido per il suo ‘aspetto indecoroso’. Halil Serkan Öz, insegnante di matematica nella Termal Science High School nella provincia di Yalova, era stato pesantemente ripreso dal governatore della provincia, Selim Cebiroğlu, di fronte ai suoi studenti lo scorso 27 marzo. "Cosa sono questi capelli lunghi, questa barba? Che razza di insegnante sei? La gente che ti vede per la strada penserà che sei un barbone, un mendicante” aveva detto il burocrate rivolgendosi all’insegnante. Il sindacato degli insegnanti della provincia di Yalova aveva deciso di reagire collettivamente organizzando una marcia il 3 aprile contro gli insulti e l’intolleranza dimostrata dal capo dell’amministrazione locale. Ma l’uomo, mentre partecipava alla manifestazione, è stato improvvisamente stroncato da un infarto ed è morto mentre un’ambulanza lo trasportava all’ospedale di Bursa. Secondo i suoi colleghi e amici gli insulti del governatore lo avevano colpito profondamente, e l’insegnante appariva negli ultimi giorni molto depresso anche a causa di alcune vicende personali.
Fonte
24/03/2015
Turchia: curdi ed elezioni, è scontro tra Erdogan e Davutoglu
A meno di tre mesi dalle cruciali elezioni politiche previste il 7 giugno prossimo, per la prima volta da quando è al potere, cioè dal 2002, il ‘sultano’ Recep Tayyip Erdogan è contestato all'interno del suo stesso partito e in rotta di collisione con il governo dell'ex 'fedelissimo' e a lungo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu.
Diversi analisti da tempo evocavano l'irritazione crescente di Davutoglu, premier da quando Erdogan in agosto è diventato capo dello stato, davanti alle continue ingerenze del presidente negli affari di competenza dell’esecutivo. Ma ora lo scontro è diventato pubblico e rischia di minare la credibilità di un partito che già soffre una discesa nei sondaggi per la prima volta negli ultimi anni. Nel partito al potere le lacerazioni interne si fanno cosi sempre più forti, ha avvertito un editorialista vicino a Erdogan, Abdulkadir Selvi: "gli elettori votavano l'Akp perchè era simbolo di stabilità. Ora l'incantesimo è rotto".
Il vicepremier e portavoce del governo Bulent Arinc ha bollato come "reazioni emotive" e "opinioni personali" le critiche mosse da Erdogan all'esecutivo sul negoziato in corso sul futuro dello status del Kurdistan, comprese le trattative con il Pkk, e gli ha ricordato che "in Turchia c'è un governo". Parole quasi inaudite in un paese da 13 anni governato con pugno di ferro dal 'sultano' Erdogan. Il sindaco di Ankara Mehli Gokcek, un suo fedelissimo, ha chiesto le immediate dimissioni di Arinc, accusato di essere 'agli ordini' dell'imam Fetullah Gulen, l’imprenditore e imam a lungo alleato di Erdogan, la cui ascesa al potere ha favorito dal suo esilio dorato negli Stati Uniti, e da alcuni anni suo acerrimo competitore.
La crisi è sintomatica della preoccupazione crescente in seno al partito islamista e liberista Akp davanti ai sondaggi che danno il partito sotto il 40%, contro il 50% ottenuto nel 2011. Con il 39% delle intenzioni di voto il prossimo 7 giugno, il partito di Erdogan perderebbe la maggioranza assoluta in parlamento, e non sarebbe più in grado di governare da solo, e avrebbe anche difficoltà a trovare alleati consistenti. Sarebbe uno smacco enorme per il presidente che invece aspira a una maggioranza ancora più schiacciante di quella ottenuta alle scorse legislative che gli consenta di cambiare la costituzione della Turchia per trasformare il paese in una Repubblica Presidenziale.
Il presidente, in teoria super partes secondo la costituzione, è in piena campagna elettorale e ha chiesto agli elettori di dare al suo partito una ampia maggioranza assoluta per istituire un sistema super-presidenziale che per le opposizioni di destra e centrosinistra darebbe luogo a una vera e propria dittatura personale. I sondaggi indicano un'emorragia di voti dell'Akp verso i nazionalisti di destra del Mhp e la sinistra curda nazionalista del Hdp.
In occasione del Newroz il leader storico del Pkk, Abdullah Ocalan, ha lanciato sabato un nuovo appello ai guerriglieri affinché rinuncino alla lotta armata, sulla base di una piattaforma in 10 punti concordata con il governo Davutoglu. Ma Erdogan si è messo immediatamente di traverso: ha prima dichiarato che non c'è più un 'problema curdo' in Turchia, poi ha criticato la strategia di Davutoglu, compreso l'avvio di trattative dirette con il Pkk, avvertendo che prima di qualsiasi negoziato i ribelli devono deporre le armi, opzione che alcuni capi militari della guerriglia hanno già ovviamente scartato. Tutti chiari messaggi volti a recuperare il voto nazionalista.
Ma le tensioni fra il governo, che secondo la costituzione ha il potere esecutivo, e il capo dello stato, dal ruolo in teoria simbolico ma che vuole dirigere il paese, si fanno sempre più forti. Erdogan vuole anche imporre a Davutoglu, formalmente leader dell'Akp, i nomi dei candidati alle politiche, ha formato un suo 'governo ombra', attaccato la Banca Centrale facendo precipitare la lira già ai minimi storici da molti anni a questa parte, convocato e presieduto al posto del premier già due consigli dei ministri. Secondo il quotidiano Taraf, Erdogan teme che dopo il voto Davutoglu dichiari una 'autonomia politica', e "lo rinchiuda" nelle 1.150 stanze del suo nuovo faraonico palazzo neo-ottomano di Ankara.
Al quale ora Erdogan ha aggiunto anche il Savarona, lo yacht ufficiale del fondatore della Repubblica turca Mustafa Kemal Ataturk, che sarà utilizzato per ospitare capi di stato oltre che per scortare il presidente durante le visite ufficiali. Lo ha annunciato il ministero del Turismo e della Cultura, Omer Celik. Erdogan in realtà ha già ospitato a bordo del Savarona, il 4 marzo, Bakir Izetbegovic, presidente della Bosnia ed Erzegovina.
Lo yacht, che è lungo 136 metri e ha 17 suite di lusso, fu costruito nel 1931 per la figlia del capo ingegnere del ponte di Brooklyn, John A. Roebling. Fu in seguito venduto alla Turchia nel 1938 e presentato come dono ad Ataturk, che però poté trascorrere solo sei settimane a bordo prima della sua morte, il 10 novembre dello stesso anno.
Fonte
Diversi analisti da tempo evocavano l'irritazione crescente di Davutoglu, premier da quando Erdogan in agosto è diventato capo dello stato, davanti alle continue ingerenze del presidente negli affari di competenza dell’esecutivo. Ma ora lo scontro è diventato pubblico e rischia di minare la credibilità di un partito che già soffre una discesa nei sondaggi per la prima volta negli ultimi anni. Nel partito al potere le lacerazioni interne si fanno cosi sempre più forti, ha avvertito un editorialista vicino a Erdogan, Abdulkadir Selvi: "gli elettori votavano l'Akp perchè era simbolo di stabilità. Ora l'incantesimo è rotto".
Il vicepremier e portavoce del governo Bulent Arinc ha bollato come "reazioni emotive" e "opinioni personali" le critiche mosse da Erdogan all'esecutivo sul negoziato in corso sul futuro dello status del Kurdistan, comprese le trattative con il Pkk, e gli ha ricordato che "in Turchia c'è un governo". Parole quasi inaudite in un paese da 13 anni governato con pugno di ferro dal 'sultano' Erdogan. Il sindaco di Ankara Mehli Gokcek, un suo fedelissimo, ha chiesto le immediate dimissioni di Arinc, accusato di essere 'agli ordini' dell'imam Fetullah Gulen, l’imprenditore e imam a lungo alleato di Erdogan, la cui ascesa al potere ha favorito dal suo esilio dorato negli Stati Uniti, e da alcuni anni suo acerrimo competitore.
La crisi è sintomatica della preoccupazione crescente in seno al partito islamista e liberista Akp davanti ai sondaggi che danno il partito sotto il 40%, contro il 50% ottenuto nel 2011. Con il 39% delle intenzioni di voto il prossimo 7 giugno, il partito di Erdogan perderebbe la maggioranza assoluta in parlamento, e non sarebbe più in grado di governare da solo, e avrebbe anche difficoltà a trovare alleati consistenti. Sarebbe uno smacco enorme per il presidente che invece aspira a una maggioranza ancora più schiacciante di quella ottenuta alle scorse legislative che gli consenta di cambiare la costituzione della Turchia per trasformare il paese in una Repubblica Presidenziale.
Il presidente, in teoria super partes secondo la costituzione, è in piena campagna elettorale e ha chiesto agli elettori di dare al suo partito una ampia maggioranza assoluta per istituire un sistema super-presidenziale che per le opposizioni di destra e centrosinistra darebbe luogo a una vera e propria dittatura personale. I sondaggi indicano un'emorragia di voti dell'Akp verso i nazionalisti di destra del Mhp e la sinistra curda nazionalista del Hdp.
In occasione del Newroz il leader storico del Pkk, Abdullah Ocalan, ha lanciato sabato un nuovo appello ai guerriglieri affinché rinuncino alla lotta armata, sulla base di una piattaforma in 10 punti concordata con il governo Davutoglu. Ma Erdogan si è messo immediatamente di traverso: ha prima dichiarato che non c'è più un 'problema curdo' in Turchia, poi ha criticato la strategia di Davutoglu, compreso l'avvio di trattative dirette con il Pkk, avvertendo che prima di qualsiasi negoziato i ribelli devono deporre le armi, opzione che alcuni capi militari della guerriglia hanno già ovviamente scartato. Tutti chiari messaggi volti a recuperare il voto nazionalista.
Ma le tensioni fra il governo, che secondo la costituzione ha il potere esecutivo, e il capo dello stato, dal ruolo in teoria simbolico ma che vuole dirigere il paese, si fanno sempre più forti. Erdogan vuole anche imporre a Davutoglu, formalmente leader dell'Akp, i nomi dei candidati alle politiche, ha formato un suo 'governo ombra', attaccato la Banca Centrale facendo precipitare la lira già ai minimi storici da molti anni a questa parte, convocato e presieduto al posto del premier già due consigli dei ministri. Secondo il quotidiano Taraf, Erdogan teme che dopo il voto Davutoglu dichiari una 'autonomia politica', e "lo rinchiuda" nelle 1.150 stanze del suo nuovo faraonico palazzo neo-ottomano di Ankara.
Al quale ora Erdogan ha aggiunto anche il Savarona, lo yacht ufficiale del fondatore della Repubblica turca Mustafa Kemal Ataturk, che sarà utilizzato per ospitare capi di stato oltre che per scortare il presidente durante le visite ufficiali. Lo ha annunciato il ministero del Turismo e della Cultura, Omer Celik. Erdogan in realtà ha già ospitato a bordo del Savarona, il 4 marzo, Bakir Izetbegovic, presidente della Bosnia ed Erzegovina.
Lo yacht, che è lungo 136 metri e ha 17 suite di lusso, fu costruito nel 1931 per la figlia del capo ingegnere del ponte di Brooklyn, John A. Roebling. Fu in seguito venduto alla Turchia nel 1938 e presentato come dono ad Ataturk, che però poté trascorrere solo sei settimane a bordo prima della sua morte, il 10 novembre dello stesso anno.
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