Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/08/2021

[Contributo al dibattito] - Ostaggi in Assurdistan, ovvero: il lasciapassare e noi / Prima puntata

di Wu Ming

0. Introduzione

Questa è una miniserie da leggere con lentezza. «Chi è veloce si fa male», cantava Enzo Del Re. «Se non vale la pena impiegare tanto tempo per dire, e ascoltare, una qualsiasi cosa, noi non la diciamo», dice Barbalbero.

Nelle settimane scorse abbiamo ospitato o segnalato contributi critici sul cosiddetto «green pass», posizioni e analisi altrui che non coincidevano in toto con la nostra.

La nostra posizione l’abbiamo espressa solo tra i commenti, esplicitandola e rifinendola man mano, il che va bene, ma anche sparpagliandola, il che va male. Mancava un testo in cui, sul «green pass» e su questa fase dell’emergenza pandemica, dicessimo come la pensiamo in modo dettagliato e dal principio alla fine.

L’occasione di scriverlo ce l’ha data l’imminente ritorno all’attività on the road. Ci attendono presentazioni all’aperto, presentazioni al chiuso, reading, spettacoli... Volenti o nolenti, col «green pass» avremo a che fare. Ma appunto, che fare?

In questa prima puntata spieghiamo perché secondo noi il «green pass», detta come va detta, è una merda.

A partire dal nome che gli hanno affibbiato, a rigore ufficioso ma usato onnipervasivamente sui media e dagli stessi governanti e amministratori. È lo stesso anglicorum di «Jobs Act», «spending review» e altre nefandezze. È l’inglese usato come dolcificante artificiale, per far sembrare nuovi e “smart” provvedimenti che invece sono abbastanza vecchi da avere un nome nella lingua di Dante. Se il governo Renzi l’avesse chiamata semplicemente «Legge sul lavoro» sarebbe sembrata meno “innovativa”. In effetti, la libertà dei padroni di licenziare in tronco non è poi questa grande innovazione…

Nel caso del «green pass», la parola che già esiste è lasciapassare. Un lasciapassare definito «green», cioè verde, come il semaforo verde, in opposizione alle zone rosse. Ma anche qui l’inglese «green» viene preferito in quanto è l’aggettivo del momento, l’aggettivo che dà un salvacondotto a qualunque politica voglia spacciarsi per ambientalista e quindi al passo coi tempi: è il cosiddetto greenwashing. Tanto per autocitarci: «Nel mondo in cui il vero della devastazione ecologica e climatica diviene un momento del falso del tran tran capitalistico, ogni schifezza va definita “green”, anche provvedimenti come il pass sanitario, che con l’ecologia non ha alcun legame diretto.»

Nella seconda puntata, tra qualche giorno, ragioneremo da lavoratori della cultura e dello spettacolo quali in effetti siamo, esporremo a lettrici e lettori i problemi che abbiamo di fronte, e si capirà bene il perché del titolo.

Prendiamo a prestito le parole da un recente comunicato dei Cobas Scuola di Bologna, che definisce il lasciapassare «uno strumento prima di tutto inefficiente ed illogico in relazione alle pratiche di contenimento della pandemia e della sicurezza nelle scuole in genere […], che contiene sia nella sua definizione che nel prospettare una serie di sanzioni pesantissime, spropositate e ingiustificate, un forte profilo di incostituzionalità, configurandosi, nei fatti, come una sorta di implicito obbligo vaccinale, imposto surrettiziamente e senza alcuna assunzione di responsabilità, che sarebbe doverosa, da parte delle autorità che impongono tale pratica».

Questa problematizzazione si può facilmente estendere dalla scuola alla società in generale. È quanto faremo, sviluppando le tre principali ragioni della nostra critica al lasciapassare:

1. È incongruo e inutile ai fini dichiarati – o dati per intesi – da chi lo ha introdotto.
2. È l’ennesimo diversivo che serve a scaricare verso il basso le responsabilità della malagestione della pandemia.
3. È presentato come “liberatorio” ma in realtà è restrittivo, discriminatorio, invasivo.

1. Il lasciapassare quel che dice non lo fa (e quel che ti fa non lo dice)

All’osso, i fini del lasciapassare dichiarati – o dati per intesi – dal governo sono:
■ ridurre numero e frequenza dei contagi (il lasciapassare come strumento di profilassi);
■ convincere la gente a vaccinarsi (il lasciapassare come nudge, “spintarella” persuasiva);
■ garantire al maggior numero possibile di persone il diritto al lavoro e alla socialità in sicurezza (il lasciapassare come garanzia che «non si tornerà a chiudere»).

Cerchiamo di procedere con ordine.

Come strumento di profilassi il lasciapassare è una presa in giro

Il lasciapassare non può funzionare allo scopo di ridurre i contagi per la plateale incongruenza e incoerenza degli utilizzi prescritti. Le diverse disposizioni per diversi contesti e diversi comportamenti in diverse giurisdizioni sembrano buttate giù dal Cappellaio Matto e dalla Lepre Marzolina durante una gara di rutti al party di non-compleanno di Walter Ricciardi. Una cosa è certa: il criterio di fondo non è, non può essere sanitario.

Da oggi il lasciapassare viene richiesto per i treni a lunga percorrenza – «Frecce, Intercity, Intercity notte, EC, EN, Freccialink», come si legge sul sito di Trenitalia  – ma non sui treni locali. Peccato che i primi siano usati da una piccola minoranza di viaggiatori, mentre sui secondi si ammassa ogni giorno la gente che va a lavorare. Secondo il Rapporto Pendolaria 2021, nel 2019 «il numero di coloro che ogni giorno prendevano il treno per spostarsi su collegamenti nazionali era di circa 50mila persone sugli Intercity e 170mila sull’alta velocità, [mentre] sui treni regionali e metropolitani […] superano i 6 milioni ogni giorno».

E una volta che ci sei arrivato, al luogo di lavoro? Riprendiamo da una chat su Telegram l’utile riassunto di un compagno della Wu Ming Foundation:

«Al lavoro per accedere alla mensa devi avere il green pass (ma per bagni e docce no, e immagino la disinfezione degli spazi in un’azienda a fine turno) mentre in albergo, sia per soggiornare che per mangiare se sei ospite non è richiesto. Se lavori in trasferta e quindi la tua mensa è il ristorante dell’hotel non hai nessun obbligo, se te ne stai in sede invece ne hai (e in trasferta spesse volte ci stai con dipendenti di altri millemila appaltatori o sub, mandando in vacca qualsiasi possibilità di tracciamento). Al bar prima si poteva stare solo seduti ora seduti al chiuso obbligo di green pass, al bancone (il luogo più a rischio) no […]»

Ancora: il lasciapassare è richiesto per entrare in musei, cinema, teatri, ristoranti al chiuso, mense aziendali, spogliatoi sportivi. In altri luoghi dove la gente si addensa tanto quanto o di più, come shopping mall e supermercati, il lasciapassare non è richiesto, perché intralcerebbe il flusso delle merci e del denaro in settori che il governo vuole tutelare. Né è richiesto per assistere alla messa nelle parrocchie, perché dopo il «lockdown» dell’anno scorso, che ha interferito addirittura con la celebrazione della Pasqua, la Chiesa cattolica deve aver fatto capire a chi di dovere che non sopporterà altre interferenze col culto.

Un ulteriore ginepraio di assurdità lo scopriremo dando un’occhiata a come funzionano eventi artistici e culturali. Tempo al tempo.

La gente si stava vaccinando anche senza lasciapassare

Poiché quella in corso è una pandemia, è logico che se parliamo di immunità collettiva da raggiungere mediante vaccinazione la popolazione di riferimento è quella mondiale. Se ci tocca parlare della percentuale nazionale di vaccinati è perché un lasciapassare sanitario agganciato alla campagna vaccinale è stato introdotto in pochissimi paesi oltre al nostro, e con queste caratteristiche c’è solo da noi.

Nonostante tutti gli intoppi – la gestione certo non brillante dell’uomo dei fiori prima e dell’uomo in mimetica dopo, le dosi che arrivano in base a tempi e capricci delle multinazionali farmaceutiche… – tutti i dati dicono che la campagna vaccinale procedeva spedita già prima del 6 agosto, data di introduzione del lasciapassare. Se non sembra è perché un’informazione terroristica urla «ALLARME!!! 10% di NO VAX!!!11» quando il 90% dei lavoratori di un settore risulta vaccinato. Ora, checché se ne dica, la campagna è praticamente alla volata finale.

L’obiettivo non è vaccinare il 100% della popolazione italiana. Dal totale vanno esclusi gli italiani sotto i 12 anni, cioè più o meno sei milioni di persone, ergo circa il 10% della popolazione. Poi c’è chi non può vaccinarsi per motivi di salute, ci sono persone guarite che prima di vaccinarsi preferiscono aspettare, e c’è una percentuale di refrattari inconvincibili che alcune fonti stimano tra il 3 e il 6%. Poiché non è possibile una stima più accurata, di norma si fa coincidere la popolazione vaccinabile con l’intera popolazione over 12.

Quando abbiamo cominciato a scrivere questo post, cinque giorni fa, risultava completamente vaccinato – due dosi + monodose + dose unica per i guariti – il 61,6% della popolazione totale. In attesa di seconda dose – «parzialmente protetto» – era l’8,7% della popolazione totale, corrispondente al 9,6% della popolazione vaccinabile. Il che significa che potevamo già dare per acquisito il 70,3% della popolazione totale, corrispondente al 78% della popolazione vaccinabile. Alla data in cui terminiamo l’impaginazione, 1 settembre, risulta vaccinato il 71,9% della popolazione vaccinabile e «parzialmente protetto» il 79,8%. E ricordiamo che stiamo approssimando la popolazione vaccinabile per eccesso: la percentuale reale è certamente già di alcuni punti sopra l’80%. Insomma, la stragrande maggioranza dei vaccinabili è già vaccinata.

Dice: ma forse dopo il 6 agosto il lasciapassare ha avuto un effetto benefico. In realtà ad agosto il flusso delle somministrazioni è calato drasticamente. Dalle oltre 500.000 al giorno di fine luglio si è arrivati alle 50.000 di Ferragosto. È successo per vari motivi ricostruiti qui, il punto è che
1) la stragrande maggioranza dei vaccinati di oggi lo era già prima dell’introduzione del lasciapassare;
2) chi parla di un «effetto green pass» non sa quel che dice oppure ciurla nel manico. Anche senza la presunta “spintarella”, la campagna andava spedita.

Ma come spedita? Non era sabotata dai malvagi No Vax?

L’invenzione delle emergenze «medici no vax» e «insegnanti no vax»

L’estate che sta finendo non ha avuto un tormentone musicale degno di questo nome. In compenso ha avuto la campagna allarmistica sui «medici no vax» – e più in generale i «sanitari no vax» – e gli «insegnanti no vax»: giorni e giorni di terrorismo, titoli horror, numeri sparati ad altezza d’uomo, minacce antisindacali…

Partiamo dal settore sanitario. Due settimane fa uno di noi commentava:

«Perché proprio tra chi ha una formazione medica/clinica e cura le persone, stando a quanto si legge, è così diffuso il dissenso sulle mosse del governo? […] L’anno scorso chiunque lavorava nella sanità era un “eroe”, questa – anche solo applicando la legge dei grandi numeri – è la stessa gente del 2020 ma nel 2021 è stata scelta come public enemy e nessuno sembra interessato ad ascoltarla […] Se i professionisti della sanità che i media descrivono in blocco come “novax” sono tanti come dice questa campagna d’allarme, è stupido se non criminoso non chiedersi come mai ciò avvenga proprio nella sanità; se invece sono pochi, è stupido e criminoso accettarli come capri espiatori, rovesciando su di loro le colpe della situazione.»

Poi si è appurato che i numeri erano gonfiati. Come ha scritto Isver in un commento del 24 agosto:

«I lavoratori della sanità non vaccinati sono 35.691 su 1.958.461 totali, ovvero l’1,82%. Al di là delle questioni di principio […] risulta davvero difficile pensare a una situazione ingestibile. Ricordo ancora che si ragionava concretamente di messa in sicurezza del sistema sanitario ben prima che i vaccini comparissero all’orizzonte, anche se adesso pare che quei protocolli non interessino più a nessuno.

Va detto poi che quello sopra è il numero dei non vaccinati, non di quelli che non vogliono vaccinarsi. Perché ci sono anche lavoratori della sanità che non possono vaccinarsi avendo a loro volta problemi di salute. Era uno dei motivi per cui gli ordini professionali ridimensionavano il fenomeno, anche se non il principale.

Nel totale di quasi due milioni di lavoratori della sanità, sono comprese anche le professioni non strettamente sanitarie, come gli OSS.

Stando al presidente di FNOMCEO – Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri – i medici che non si sono vaccinati ad esempio sarebbero circa lo 0,2% del totale e forse anche meno. In regioni come Lombardia, Liguria e Puglia, dice, si contano singoli casi di ricorsi al TAR contro l’obbligo vaccinale da parte di medici. Singoli casi.»

E nella scuola?

A fine luglio appaiono sui giornali dati allarmanti sui non vaccinati nella scuola. Diverse realtà del mondo della scuola fanno notare che i conti non tornano. Il commissario Figliuolo intima alle regioni di fare chiarezza entro il 20 agosto, ma c’è chi non aspetta, non può aspettare, non ce la fa proprio: il 14 agosto l’immunologo superstar Roberto Burioni – per noi l’antropomorfosi di tutto quel che non funziona nella comunicazione scientifica e nell’informazione sulla pandemia – tuona in un tweet:

«Gli insegnanti che senza motivo rifiutano il vaccino mettendo a rischio i loro studenti (che dovrebbero proteggere e formare con il buon esempio) non dovrebbero essere tamponati gratuitamente ma licenziati immediatamente. Vergogna per i sindacati che li difendono.»

Si alza un polverone, e soprattutto si alzano strida giustizialiste contro i nemici pubblici, gli insegnanti No Vax. Ma il 20 agosto escono i dati aggiornati, e si vede che i non vaccinati nella scuola sono molti meno di quanto si diceva. Sul Fatto Quotidiano si spiega qual era uno degli equivoci [spoiler] il casino l’aveva fatto Figliuolo, passando all’improvviso dalla vaccinazione per settori professionali a quella per fasce anagrafiche [/spoiler]:

«la cifra stimata dei docenti ancora in attesa di prima dose era pari a 220mila persone (15%). In realtà è il risultato di una sovrapposizione. Fino al 10 aprile scorso il personale scolastico che si presentava a fare l’iniezione era registrato come categoria. L’11 aprile un’ordinanza firmata dal Commissario ha imposto come priorità di vaccinazione l’età e non più la per professione. Il personale del mondo dell’istruzione perciò ha continuato a farsi vaccinare ma è stato catalogato senza l’indicazione del ruolo.»

Il 28 agosto nuovo aggiornamento, ecco cosa si legge in un articolo su Il manifesto:

«I dati sulle vaccinazioni del personale scolastico e universitario si vanno aggiornando. A una settimana dalla scadenza data dal commissario Figliolo alle regioni per verificare i numeri, incrociando le banche dati per età con quella degli addetti, viene fuori che il 90,45% ha avuto almeno una dose o la dose unica […] Eppure è un mese che il personale scolastico viene additato come un fortino di no vax. La docente Gloria Ghetti, fra le fondatrici del movimento Priorità alla Scuola: “È stata buttata via un’altra estate, dopo quella passata a parlare di banchi a rotelle. Ancora una volta non sono stati affrontati i problemi veri come le classi pollaio, le strutture fatiscenti e l’implementazione del personale docente”. Di diverso c’è che è stato introdotto il green pass obbligatorio per i dipendenti: “Quella dei docenti è la categoria più vaccinata – prosegue – quindi mi chiedo perché solo a noi? Sembra quasi un accanimento. Personalmente vaccinerei tutti ma quello del pass mi sembra un grande specchietto per le allodole per evitare di affrontare i problemi veri”.»

Insomma, a giudicare da titoli di giornali on line, servizi tv e campagne social, i «no vax» ci terrebbero praticamente sotto assedio. Guardando i numeri, sia per settore sia totali, si vede bene che ciò è falso.

Il nemico pubblico`«no vax» è un capro espiatorio. «I NOVAX!!!» è l’ennesima falsa risposta data dal sistema alla domanda: «Perché non siamo ancora usciti dall’emergenza?».

«No vax», nemici pubblici e nuclei di verità

Detto ciò, nel paese un’area di esitazione/opposizione vaccinale esiste, e se non costituisce il pericolo descritto (pompato) dai media, è comunque da tenere in considerazione. Nel senso che noi – inteso come noi anticapitalisti – dovremmo tenerla in considerazione.

Intanto, una declaratio terminorum. Dovremmo saper riconoscere l’ideologia contenuta nelle parole che il potere usa con entusiasmo. «No Vax» è un’espressione apparentemente inglese che però esiste solo in Italia ed è di conio giornalistico recentissimo, nata nella seconda metà del decennio scorso come calco di «No Tav» per descrivere una fantomatica «Italia dei no» popolata di ignoranti: «Non se ne può più di tutti questi No Tav No Triv No Vax ecc.»

Oggi, come «negazionista» nel 2020, «no vax» è il nome separatore [1] usato per annullare ogni sfumatura e criminalizzare il dissenso. Il complesso politico-social-mediatico chiama «no vax» anche chi, come noi, ritiene utile il vaccino contro il Covid, ma critica il lasciapassare e alcuni aspetti della vaccinazione, ovvero della «politica attraverso cui attivamente si producono, distribuiscono ed inoculano i vaccini». Il nome separatore non solo non aiuta a indagare e comprendere quel che sta accadendo, ma dà proprio una grossa mano a occultare, mistificare, omologare posizioni diverse e alimentare l’idea di un tentacolare nemico pubblico: il «no vax», contro cui bisogna «difendere la società».

Stiamo parlando di un fenomeno composito, pieno di differenze al proprio interno: quello che, tagliando con l’accetta, abbiamo a volte definito «antivaccinismo». Oggi nemmeno quest’espressione rende l’idea, perché mette insieme semplice scetticismo, riluttanza, timori fondati e infondati, fantasie di complotto e discorsi più sensati, e mette insieme tutti i vaccini e qualunque circostanza.

Se esistono soggetti ideologicamente contrari a qualunque vaccino in qualunque circostanza, non sono la maggioranza di quelli che il sistema chiama «no vax». La maggior parte delle persone sono contrarie o quantomeno scettiche o anche soltanto titubanti di fronte ad alcuni vaccini somministrati in certe condizioni. Inoltre, da quando esistono i vaccini antiCovid le presunte schiere dell’«antivaccinismo» si sono ingrossate con l’afflusso di persone storicamente favorevoli a tutti i vaccini precedenti ma esitanti nei confronti di questi qui.

Nessuno dovrebbe stupirsi dell’esitazione/rigetto nei confronti dei vaccini anti-Covid, stante la comunicazione incoerente e sensazionalistica con cui il governo e i media mainstream ne hanno accompagnato l’arrivo e la somministrazione, e stante che problemi ne sono venuti fuori eccome: si va dal merdaio planetario riguardante AstraZeneca – che oggi,  per dirla con Repubblica, «nessuno vuole più» – al ritiro di 1,6 milioni di dosi di Moderna in Giappone. E sul medio-lungo periodo potrebbero venire fuori altre magagne (da vaccinati e da persone che hanno a cuore le sorti dell’umanità, speriamo ovviamente di no).

Semmai, dovremmo stupirci del fatto che, tutto sommato, tale esitazione/rigetto, pur rilevante e da interrogare, nel Paese rimanga minoritaria.

Noi Wu Ming ci siamo vaccinati [2] e non abbiamo mai subito l’incanto di sirene antivacciniste. Tuttavia, nelle discussioni su Giap e più compiutamente nel libro La Q di Qomplotto argomentiamo che l’antivaccinismo non ci si può limitare a “smontarlo”: ne vanno compresi i nuclei di verità, cioè va riconosciuto l’anticapitalismo – a volte esplicito, più spesso inarticolato e inconsapevole – che vi si esprime, per provare a prevenire la “cattura” di quel malcontento da parte del cospirazionismo, il suo essere incanalato in fantasie di complotto.

Che, “a sinistra”, allo sviluppo di quest’abbozzo di strategia si preferisca l’arrogante «blastaggio» – quando non la vera e propria criminalizzazione – per noi è una tragedia, una débâcle politica e umana. Tanto più in quest’emergenza, quando i suddetti nuclei di verità sono parecchio grossi e nessuno che si dica anticapitalista dovrebbe fingere di non vederli.

I «nuclei di verità» [kernels of truth] – espressione che riprendiamo dalle riflessioni di vari psicoterapeuti e in particolare da Gregory Bateson – non sono punti di arrivo, cioè asserzioni e conclusioni che possiamo condividere, ma punti di partenza: premesse generali, intuizioni monche nate da malcontenti anche vaghi, da collere poco o punto elaborate, e in generale dal mal di vivere nella società capitalistica.

Nell’antivaccinismo si trovano gli stessi nuclei di verità da cui in passato si sono sviluppati nobili filoni di critica alla medicina capitalistica, da Ivan Illich alla coppia Ongaro & Basaglia, da Michel Foucault all’SPK tedesco, da Félix Guattari agli antipsichiatri inglesi, fino a certi smontaggi del sapere medico-clinico in chiave femminista.

Subordinazione della salute alla ricerca del profitto; rapporto morboso tra medicina e mercato; dipendenza della ricerca medico-farmaceutica da imprese ad altissima concentrazione di capitale; crescente burocratizzazione e spersonalizzazione della cura; sfiducia nell’industria sanitaria dopo una lunga sfilza di scandali... A tutto questo dobbiamo aggiungere nuclei di verità più specifici, formatisi nell’ultimo anno e mezzo: tutte le fandonie raccontate, tutto il terrore seminato, tutti i “doppi legami”, tutta l’informazione tanto più urlata quanto più incoerente che ha accompagnato la campagna vaccinale... Ce n’è persino d’avanzo.

Ma perché da questi nuclei di verità si sviluppano così spesso fantasie di complotto? Perché quelle narrazioni diversive funzionano così bene?

La nostra risposta è: perché non ne trovano altre a contrastarle. Dov’è oggi la critica sensata, su basi di classe, alla medicina capitalistica? Se quel terreno era quasi spopolato già prima, dall’inizio della pandemia è rimasto presocché deserto, perché la maggior parte delle compagne e dei compagni ha sposato la «Fiducia nella Scienza», che significa poi: fede nello scientismo. Si fa riferimento a una Scienza unica, neutra e universale nei suoi assunti e paradigmi, casomai (ma proprio casomai) si ritiene criticabile il rapporto tra scienza e politica in certe sue contraddizioni secondarie.

Sui siti “di sinistra”, quando va bene, si trovano discorsi al cui confronto il programma di Gotha criticato da Marx era all’avanguardia, cioè critiche tutte sul versante della distribuzione. Persino la sacrosanta polemica contro la proprietà intellettuale di farmaci e vaccini è articolata solo su quel piano. C’è pochissima critica della produzione di cura, dell’ideologia che orienta la clinica e ancor prima la definizione di malattia, del fatto che un paradigma epistemologico non è neutro ma plasmato da rapporti di produzione, di proprietà, di potere ecc.

Inutile girarci attorno: nel loro modo sballato e con tutti i bias cognitivi che vogliamo (e che vanno esposti e criticati con durezza), quelli che il mainstream  e la “sinistra” perbene chiamano «no vax» sono tra i pochi a tentare una critica alla scienza medica sul versante della produzione, dei rapporti di proprietà, della non-neutralità della scienza una volta vista dentro tali rapporti ecc. Nel loro confusionismo, alcuni di loro sono istintivamente più “marxisti” di certi eredi del marxismo smarritisi nello scientismo.

Sinceramente, con chi non riesce ad andare oltre la facciata dell’antivaccinismo, vedere tutto questo e ripartire da tutto questo, noi fatichiamo anche solo a discutere, perché viene a mancare proprio il terreno comune. Per questo battiamo tanto su questo chiodo.

In sintesi, noi siamo per scavalcare la trappola dicotomica vaccinismo / antivaccinismo perché:

1. Non è necessario essere contro i vaccini per essere contro la strumentalizzazione che ne fa il governo.

2. È necessario parlare ogni volta che è possibile con chi manifesta «esitazione vaccinale» o opposizione ai vaccini, e farlo senza burionismi, perché quelle posizioni si sviluppano a partire da nuclei di verità che dobbiamo saper riconoscere e perché va scongiurata la “cattura” di quel malcontento da parte di cospirazionismi vari.

3. Oggi molte persone che non sono mai state contro i vaccini sono additate come «novax», perché il «novax» è il nemico pubblico più facile da additare, il capro espiatorio dei fallimenti e delle porcherie della classe dirigente, e per quanto possibile dovremmo difendere le persone di cui sopra da questo mobbing politico-mediatico.

In quest’anno e mezzo è successo qualcosa, un cambiamento pesante nella testa delle persone. Governo e mass media ci hanno fatto credere e fare cose assurde, senza senso, scaricandoci addosso il peso morale di tutto pur di sottrarsi all’evidenza dell’inettitudine politica e del disastro sistemico. Ancora una volta: suona strano che ci sia gente che non si fida più, o che ha paura, o che pensa a un complotto? È gente che è stata vittima di un trattamento scriteriato e oggi non vuole più subire alcun trattamento, nemmeno sanitario. Soprattutto dopo essere stati trattati come cretini e delinquenti dalle autorità per diciassette mesi, sentirsi dare dei cretini e delinquenti non smuoverà di un millimetro chicchessia.

Da qualche giorno la colpevolizzazione sta raggiungendo il parossismo, con Repubblica in prima fila ad accusare in blocco i «no vax» di qualunque cosa: minacce, aggressioni, attentati, «escalation di violenza», tutto è gettato nel calderone e attribuito in maniera indiscriminata.

Simili campagne «d’opinione» sono sempre preludio a orrori concreti. E così, ecco l’aberrante annuncio dell’assessore alla sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato: i «no vax» che si ammaleranno dovranno pagarsi la terapia intensiva (1500 euro al giorno).

Ovviamente non può trattarsi di un’iniziativa individuale, questa trovata da flame sui social devono averla discussa in giunta regionale. E nella “sinistra” di questo paese molti si dicono d’accordo. E magari tra chi si dice d’accordo c’è qualcuno che fuma, e se un giorno si pigliasse un canchero non vorrebbe mai pagarsi la chemioterapia.

La verità è che costoro, nonostante sproloquino incessantemente di «bene comune», la sanità come servizio pubblico e universale non hanno proprio idea di cosa sia.

Del resto, come potrebbero, se ormai subordinano l’appartenenza stessa al consesso umano a una certificazione su base etica da parte dello Stato?

E in fondo, non sono proprio loro quelli che la sanità l’hanno aziendalizzata, tagliata con la mannaia, privatizzata e semi-smantellata, con le conseguenze che abbiamo visto l’anno scorso?

2. Il lasciapassare ti convince che la colpa è tua, o meglio: del tuo prossimo

Il lasciapassare è lo strumento con cui il governo prosegue la strategia adottata fin dall’inizio della pandemia, quella di metterci tutti sul chi vive gli uni contro gli altri. In questo caso potremmo dire: “sul chi merita di vivere” e chi invece deve stare chiuso in casa «come un sorcio».

Deviare l’attribuzione di responsabilità verso il basso e disperderla in orizzontale è ciò che ha fatto la classe dirigente fin dai primi di marzo del 2020.

Prima il nemico pubblico era chi faceva la «corsetta» o anche solo la passeggiata. Ricordiamo bene la volta in cui il sindaco di Bologna Virginio Merola paragonò le persone che continuavano a fare due passi o fare jogging a «sacche di resistenza» da sgominare, aggiungendo: «Ci sono ancora alcune zone, in particolare nelle periferie, dove il richiamo del verde è molto forte.»

Questo, rammentiamolo, mentre le fabbriche di Confindustria restavano aperte e treni e bus giravano carichi di pendolari.

Oggi è assodato che il divieto di camminare nei parchi e in generale di stare all’aperto non aveva il minimo fondamento scientifico. Qui citiamo il New York Times:

«There is not a single documented Covid infection anywhere in the world from casual outdoor interactions, such as walking past someone on a street or eating at a nearby table».

Poi c’è stata la campagna – forse la più demenziale – contro... i «furbetti di Pasquetta», gente che progettava di commettere gravi crimini come fare una gita in collina o raggiungere la propria casa delle vacanze.

Poi si è sferrato l’attacco alla «movida», termine spagnolo ma che si usa così solo in Italia. Ancora una volta gente che stava all’aperto, nelle piazze, fuori dalle rotte reali del contagio.

Poi è stato il turno degli stronzi irresponsabili che erano andati in ferie, molti dei quali... usando il «Bonus vacanze» dato loro dal governo.

Nel frattempo c’era la voga del dare a chiunque del «negazionista».

Poi c’è stato l’obbligo di mascherina all’aperto, e chiunque dicesse che era insensato – cioè dicesse la pura verità – era un «no mask», altro esempio di anglicorum di regime.

E mica li abbiamo elencati tutti, i diversivi e i capri espiatori.

Ogni volta si è trovato un modo di scaricare su bersagli implausibilissimi le colpe del governo e dei padroni, al fine da continuare a gestire l’emergenza in modo capitalistico, facendo leva sulla pandemia per un’enorme ristrutturazione.

Ora è il turno dei «no vax», e ormai viene chiamato così chiunque non abbia il lasciapassare, e persino chi ce l’ha ma non lo descrive in modo encomiastico.

A illustrare al meglio come funziona la deresponsabilizzazione, l’amore di Confindustria per il lasciapassare.

I lavoratori nelle aziende sanno bene che il rischio calcolato sulla loro pelle durante i picchi pandemici del 2020 è stato altissimo. Quante mense aziendali sono state chiuse per focolai Covid l’anno scorso? Nemmeno ne è giunta notizia. Se uno studente trovato positivo implicava il tampone per tutta la classe e la sospensione delle lezioni in presenza in attesa degli esiti, per gli operai non è mai stato così, o almeno nessuno ha controllato che lo fosse.

Nella maggior parte dei casi il lavoratore positivo al tampone veniva messo a casa in malattia per due settimane e amen. In malattia, non per infortunio come previsto dall’art. 42 del D.L. n. 18/2020. La differenza non è da poco: se sei in malattia l’Inail non riceve alcun avviso, tutto si ferma lì, i tuoi colleghi non vengono tamponati e la produzione non subisce stop né rallentamenti. È grazie a quest’escamotage che i focolai nelle fabbriche sono rimasti invisibili. Nel mondo sindacale lo sanno tutti, è un segreto di Pulcinella.

Massimo rischio per i lavoratori, minimo rischio per l’azienda.

Ora quegli stessi lavoratori si ritrovano appeso all’ingresso dello stabilimento un bel cartello del padrone che dice che chi non ha il lasciapassare per entrare a mensa deve fare il tampone rapido ogni 72 ore – cioè due tamponi a settimana – al costo di €25 cada uno, duecento euro al mese che verranno addebitati in busta paga. Non c’è bisogno di essere «no vax» per incazzarsi. Basta pensare che lo stesso padrone che prima se ne fotteva della tua salute, ora ti costringe ad assumerti la responsabilità che lui non ha mai voluto assumersi, sotto il ricatto di una penalizzazione salariale.

Ma l’amore di Confindustria – e Confapi, il suo corrispettivo per la piccola e media impresa – si è fatto ancora più forte. I padroni premono sui sindacati confederali e sul governo per ottenere – unici in Europa – l’obbligo vaccinale per gli operai. Chi non ha il lasciapassare non deve proprio poter lavorare.

Il lasciapassare degli operai è in realtà un salvacondotto per i padroni. Anche se la situazione dovesse peggiorare, la produzione non correrà mai il rischio di fermarsi.

Il lasciapassare è una garanzia che, qualunque cosa accada, si proseguirà coi diversivi.

3. Il lasciapassare non estende l’area del possibile, anzi, la restringe

Dal punto di vista dei comportamenti il lasciapassare non cambia nulla: rimane la mascherina al chiuso, rimane il distanziamento ecc. Viene però introdotta una discriminazione, in base alla quale certe persone potranno fare meno cose di quante ne potevano fare prima. Ancora una volta citiamo Isver:

«Prima fai di tutto per convincermi che in assenza di vaccini le regole di comportamento fanno la differenza. Poi arrivano i vaccini. Quindi per convincermi che sono i vaccini a fare realmente la differenza, metti in discussione l’utilità delle regole di comportamento. Ma non nelle condizioni di prima. Prima era prima. Le regole di comportamento non bastano più… adesso! Adesso che più di [sette] italiani su dieci sono vaccinati. Quindi in sostanza bisogna vaccinare tutti per ripristinare le condizioni di sicurezza di quando non c’erano i vaccini. Non fa una piega.

in assenza di vaccini, erano tutti assolutamente certi che per azzerare la circolazione del virus fossero sufficienti [portare la mascherina, lavarsi le mani e restare distanziati]. Adesso, con la maggioranza assoluta delle persone vaccinata, uno si aspetterebbe che a dover rispettare quelle sacre regole fosse la minoranza non vaccinata. E invece no! Sono i vaccinati a doverle rispettare, mentre per i non vaccinati non bastano più nemmeno quelle. Fra un po’ non potranno più nemmeno lavorare, quando appunto un anno fa era essenziale che rischiassero la vita anche per produrre cazzi di gomma.

Ora, a me sta benissimo che se prima nessuno poteva andare allo stadio, per dire, adesso possa andarci solo chi ha il green pass. È una condizione per la riapertura di uno spazio altrimenti chiuso. Quello che non mi sta bene è che adesso possa prendere il treno solo chi ha il green pass, quando prima lo potevano prendere tutti indistintamente. Questa per me è discriminazione e basta.

[...] Come abbiamo fatto a mettere in sicurezza gli ospedali e gli ambulatori prima che gli operatori sanitari avessero la possibilità di immunizzarsi? Eppure l’abbiamo fatto. Adesso però, col [70]% di popolazione vaccinata e il [99]% di operatori vaccinati, [descrivono] la situazione [come se fosse] peggiorata, anziché migliorare.»

Chi ha il lasciapassare può fare ciò che prima poteva fare anche senza. Chi non ce l’ha, non può più fare ciò che prima poteva fare purché con mascherina e distanziato.

L’asticella dei requisiti per poter vivere, lungi dall’abbassarsi, si è alzata. Senza alcun peggioramento della situazione da poter addurre a “giustificazione”.

4. Controllo padronale, invasione della privacy, discriminazione

Il lasciapassare è uno strumento di discriminazione dei lavoratori che facilita il controllo padronale, i licenziamenti, le vessazioni.

Chi può esserne esentato per motivi di salute – c’è gente che non può oggettivamente vaccinarsi – o non si vaccina per resistenze personali – giuste o sbagliate che siano, comunque legittime – oltre a dover restare fuori da certi luoghi sarà tenuto a giustificarsi con il datore di lavoro, ovvero a dargli una serie di informazioni private sulla propria salute o sulle proprie convinzioni che resteranno nella disponibilità di quest’ultimo e che potrebbero esporre il lavoratore all’ostracismo dei colleghi (come sta avvenendo in certe fabbriche).

Fabbriche dove il lasciapassare alimenterà cultura del sospetto e della delazione. Come ha scritto in una discussione qui su Giap Ibnet:

«In questo ormai lunghetto periodo pandemico [...] ne abbiamo vissute di tutte, tra gente armata nelle strade, balcodelazioni incoraggiate via TG, gogne social, fabbriche aperte vs cimiteri chiusi. Quello che il green pass spinge al livello successivo è la possibilità di ogni lavoratore, in scuole, uffici, ristorazione, fabbriche, di essere nominato dai padroni come responsabile del controllo di colleghi e clienti. Controllo di adesione a raccomandazioni governative, tutte emanate in stato di emergenza continuo senza alcun controllo (quello che ci piace) popolare verso i dirigenti. Controllo effettuato da gente non preparata e che non ha mai scelto di fare il controllore.»

Più in generale, come ha ricordato l’ex-magistrato Livio Pepino:

«Gli effetti a lungo termine dell’erosione di un principio o di un diritto fondamentale [...] sono imprevedibili. Ed è per questo che la normativa europea (a cui pure la legislazione nazionale dovrebbe uniformarsi) è drastica nell’escludere la possibilità di strumenti siffatti. Il punto 36 del regolamento UE 953/2021 prevede, infatti, che “è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che [...] hanno scelto di non essere vaccinate” e ad esso si affianca la risoluzione n. 2361/2021 del Consiglio d’Europa, che, nei punti 7.3.1 e 7.3.2, prescrive di “assicurare che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è politicamente, socialmente o altrimenti sottoposto a pressioni per farsi vaccinare” (punto 7.3.1) e di “garantire che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato o per non voler essere vaccinato” (punto 7.3.2).»

E d’altro canto, anche l’OMS sostiene una posizione molto simile, quando sconsiglia l’introduzione dell’obbligo vaccinale [3].

5. «Tanto verrà applicato all’Italiana» e altre belle obiezioni (e benaltrismi)

– Ma sì, tanto sarà applicato a cazzo di cane, si risolverà in una cialtronata, non merita di occuparsene!

Il fatto che la gestione della pandemia sia cialtrona dovrebbe farci preoccupare di più, non di meno.

Non solo perché la cialtroneria – soprattutto in Italia – non è in antitesi con l’autoritarismo, anzi, ne è una caratteristica fondamentale (cosa c’era di più cialtrone del fascismo?). No, c’è di più di questo. Di mossa cialtrona in mossa cialtrona – regolarmente sottovalutata perché tanto è cialtrona – si stabiliscono precedenti via via più gravi.

Lo ha detto bene Wolf Bukowski: «I provvedimenti/sparate del governo sono random, ma quelli che sopravvivono, cioè diventano effettuali, sono quelli che mostrano maggiore adattabilità rispetto al sistema di governo e all’emergenza.»

– Ma perché vi scaldate tanto? Anche la patente è un documento senza il quale non puoi fare certe cose...

Ha già risposto perfettamente Livio Pepino:

«l’abilitazione alla guida (così come quella all’esercizio di una professione) riguarda l’esistenza o la mancanza dei requisiti tecnico-professionali per svolgere una specifica attività e pone una differenza di trattamento solo con riferimento a quella attività e non a una generalità (potenzialmente indeterminata) di situazioni.»

– Invece di perdere tempo col green pass che è un diversivo perché non parlate del fatto che la sanità è messa come prima se non peggio, della ristrutturazione, dei licenziamenti, delle devastazioni…?

Insomma, tu spieghi che il lasciapassare è un diversivo, e che anche grazie al lasciapassare il capitale potrà continuare a ristrutturare, licenziare, devastare e continuare a privatizzare la sanità; loro ribattono che... è tutta una perdita di tempo perché mentre noi parliamo del lasciapassare il capitale ristruttura, licenzia, devasta...

Logica ineccepibile.

Fine della prima puntata / 1 di 2
Aggiornamento 09/09/2021: la seconda puntata è qui.

N.B. I commenti saranno attivati solo con la pubblicazione della seconda puntata, che avverrà nei prossimi giorni (e includerà il calendario dei nostri appuntamenti pubblici da settembre a novembre 2021).

NOTE

1. Sul concetto di «nomi separatori» si veda qui.

2. Qui un interessante dibattito sulla questione: ha senso o no un tale disclaimer?

3. Il documento ufficiale «COVID-19 and mandatory vaccination: Ethical considerations and caveats» spiega perché in generale l’obbligo è raramente una buona idea, sia sotto vari aspetti concernenti l’etica e la bioetica, sia per quanto riguarda la sua efficacia. Va letto tutto, ma in sintesi si afferma che se un determinato fine di salute pubblica «can be achieved with less coercive or intrusive policy interventions (e.g., public education), a mandate would not be ethically justified, as achieving public health goals with less restriction of individual liberty and autonomy yields a more favourable risk-benefit ratio.»

Fonte

06/01/2021

Crisi sistemica - Le contraddizioni del sistema capitalista si fanno sempre più ingovernabili

Un altro tipo di società è possibile, dice Stephanie Kelton, autrice di «Il mito del Deficit», Fazi Editore, un libro di economia che spacca, un libro alla portata di tutti, semplice, dirompente, chiaro, che inchioda i politici e i Governatori delle Banche centrali alle proprie responsabilità.

Investire nella sanità, nell’istruzione e nelle infrastrutture è possibile. Non abbiamo niente da perdere, se non i vincoli che ci siamo auto-imposti.

Per non cedere all’invito ad aumentare a piacere la spesa pubblica, ci siamo lasciati incatenare al nostro destino di disoccupati e di sottoccupati o di lavoratori poveri.

Spendendo, potevamo vivere all’altezza delle nostre possibilità. E invece abbiamo chinato la testa. Siamo andati avanti. Abbiamo creduto alle analisi degli economisti mainstream e dei politici che ci dicevano:

1) che il bilancio dello Stato è un secchio che bisogna prima riempire con nuove tasse, e che bisogna svuotare con parsimonia (riduzione delle spese), se non si vuole rimanere a secco;

2) che quando si rimane a secco bisogna imporre nuove tasse e tagliare le spese, e non chiedere altri soldi in prestito al mercato;

3) che i prestiti chiesti al mercato formeranno un mare nel quale annegheranno i nostri figli e i nostri nipoti;

4) che drenare denaro dal mercato significa sottrarlo alle aziende che ne hanno bisogno per fare investimenti e assumere lavatori;

5) che a prestarci i soldi sono soprattutto stati esteri, per esempio la Cina, che stanno diventando il nostro bancomat, e che quando decideranno di chiudere lo sportello saranno guai seri;

6) che tutto ciò spingerà verso una crisi fiscale dello Stato, e dunque verso uno sfacelo inimmaginabile, fatto di miseria, fame, suicidi di massa e desolazione, al confronto del quale la crisi della Grecia apparirà come un pranzo di gala.

Stephanie Kelton è un’importante economista di scuola MMT (Teoria Monetaria Moderna), è stata consulente economico di Joe Biden e Bernie Sanders, ed ex economista-capo per i democratici nella Commissione bilancio del Senato. Qui non c’è spazio per riassumere gli argomenti che Kelton produce e che mostrano come i sei punti siano costruiti intorno ad un mito principale, secondo cui il Bilancio dello Stato funziona come quello di una famiglia, e che per spendere bisogna prima avere incassato.

Lo Stato, dice Kelton, non ha bisogno di incassare per spendere. Lo Stato ha il potere di stampare moneta. Per comprare è sufficiente stampare una certa quantità di moneta e metterla nelle mani delle persone in grado di esprimere una domanda effettiva. E queste persone sono i lavoratori, ai quali questi soldi fiat, cioè creati dal nulla, permetterebbero di avere lavori ben pagati, e non lo schifo di quasi piena occupazione che si è avuta sotto l’amministrazione Trump, dove una fetta prossima al 40% della popolazione non percepisce una paga sufficiente per comprare un’assicurazione pensionistica e sanitaria.

Attenzione! Non si tratta di un dato macroeconomico americano. Si tratta di un dato macroeconomico che l’America di Clinton ha esportato in tutti i paesi OCSE – Italia compresa, dove circa il 40% dei lavoratori di aziende private (gente che si alza tutte le mattine e che “fa andà i man”!) guadagna un reddito annuo lordo inferiore ai 14 mila euro.

Si tratta di un dato macroeconomico – statistico – non c’entra con la sfiga, con il livello di formazione personale, eccetera. Non è (NON È) un destino individuale.

Voglio ricordare un mito, tutto italico, che Stephanie Kelton non tratta direttamente, ma che il suo libro contribuisce a smontare. Leggere per credere! È il mito secondo cui all’Estero un giovane italiano, con un titolo di studio di primo livello, è immediatamente assunto e ricoperto di fama, gloria e soldi.

Ogni tanto in televisione viene mostrato uno di questi giovani baciato dalla fortuna. Basta una “fuitina” negli States per vedere le Conglomerate dello S&P 500 ai suoi piedi.

Si tratta di un mito, sostenuto dalla logica esemplare con la quale funziona il mezzo di informazione – la televisione, soprattutto. Il cinema-azione (Deleuze) ci ha educati a percepire un concatenamento senso-motorio, una linea o una fibra che tiene l’universo, che prolunga gli avvenimenti gli uni negli altri, o assicura il raccordo delle percezioni di spazio. Se hai una laurea, non puoi fare lo spazzino. Se fai lo spazzino e sfogli un libro nella pausa pranzo, non sei regolare. In te c’è qualcosa che non va. Ti hanno seviziato da piccolo.

Se in televisione vedi un laureato italiano che in America viene coperto di soldi, mentre tu in Italia fai il cameriere con laurea in Agraria, in te c’è qualcosa che non va, e c’è qualcosa che non va con l’Università e le Imprese, dove i posti ci sarebbero, se a comandare non fosse la Mafia o il Patriarcato, e dove si entra solo se affiliati.

Il capitalismo, dove funziona, “fa il suo dovere”. Nel Mondo c’è un ordine. Non siamo (saremmo) persi in una casa degli specchi, non siamo naufraghi nello sciabordio universale, dove non ci sono assi, né centro, né destra né sinistra, né alto né basso, in un piano di immanenza, in un delirio spinoziano.

Gli americani abbastanza fortunati da vivere nelle aree dove i posti di lavoro sono in crescita, dice Kelton, spesso sono comunque obbligati ad accettare occupazioni peggiori di quelle che avevano prima. Questo fenomeno – per cui le persone vengono licenziate da lavori a buona retribuzione ma riescono a ritrovare solo lavori a basso salario non commisurati alle loro competenze e ai loro livelli di istruzione – rientra in quella che gli economisti chiamano sottoccupazione.

Lisa Casino-Schuetz, ad esempio, madre di due figli, ha un master post-laurea e aveva un posto di lavoro stabile con uno stipendio a sei cifre. Il suo impiego è scomparso e ha dovuto accettare un lavoro in un’azienda di servizi medico-sportivi a 15 dollari l’ora. Poi l’hanno licenziata anche da quel lavoro e ha trovato un impiego al servizio clienti di Amazon. Dopodiché anche quel contratto è svanito. «Ti chiedi: perché io? Cosa ho fatto di sbagliato?».

Perché io?

Ecco il risvolto psico-drammatico della logica esemplare. Se lui ce l’ha fatta, se è una questione personale tra lui e il lavoro, tra opportunità che ci sono e che lui sa cogliere, e che, al contrario, io non so cogliere, vuol dire che io sono uno sfigato, un incapace, una vergogna per amici e parenti, uno scarafaggio, una bestia che non merita di vivere.

O no?

Fonte

30/11/2020

Il cittadino criminale e il “grande internamento” del lockdown: adesso più che mai è necessario rileggere Foucault

Per descrivere i più svariati fenomeni di tipo sociale e politico che avvengono nella società è utile, in alcuni casi, rivolgersi al pensiero di studiosi e filosofi, che funziona come una vera e propria lente di ingrandimento, come un filtro attraverso il quale possiamo leggere la realtà che ci circonda. Michel Foucault è sicuramente uno di questi: egli stesso considerava le sue opere come una vera e propria “cassetta degli attrezzi” che metteva a disposizione per chi volesse avviarsi sulle piste di ricerca da lui iniziate. I suoi studi sulle dinamiche attraverso le quali il potere si insinua negli interstizi della società moderna e contemporanea rappresentano un importante strumento che non dovremmo mai dimenticare. Adesso più che mai è necessario riprenderlo in mano per tentare di analizzare, in modo lucido e disincantato, i fenomeni sociali e politici scaturiti dall’emergenza della pandemia da Covid-19.

Da più parti, durante il lockdown di marzo-aprile, è stato richiamato il concetto di “criminalizzazione del cittadino”. Adesso, che vengono nuovamente messe in atto pratiche più o meno restrittive della libertà individuale sull’intero territorio nazionale, è interessante recuperare questo concetto. Perché criminalizzazione o, detto altrimenti, colpevolizzazione? Perché – si diceva – gli organi di governo, invece di mettere il dito sulla piaga di un sistema sanitario inefficiente e ridotto al collasso da una cattiva gestione nel corso di lunghi anni[1], colpevolizzavano diffusamente i cittadini indisciplinati che ‘si assembravano’ e assumevano dei comportamenti sbagliati. Il principale responsabile della pandemia era il comportamento irresponsabile delle persone. Sembra che, adesso, nulla sia cambiato sotto il sole. Provvedimenti restrittivi sono nuovamente scattati e, per alcune regioni, un vero e proprio nuovo lockdown. È interessante analizzare un fenomeno di questo tipo per mezzo della “cassetta degli attrezzi” offerta da Foucault. Se non abbiamo del tutto disimparato a pensare siamo anche in grado di astrarre il nostro pensiero, per un po’, dalla causa scatenante di tale fenomeno e, cioè, la diffusione del virus. E, nel caso non ne fossimo capaci, possiamo sempre chiederci se, prima di arrivare a un provvedimento di questo tipo, sarebbe stato possibile intervenire in altro modo. Comunque, il fenomeno c’è e non possiamo negarlo: un’intera popolazione costretta agli arresti domiciliari, esposta al controllo poliziesco e alla punizione (niente di diverso, in sostanza, dalla dinamica del “sorvegliare e punire” messa in luce dallo stesso Foucault) se esce per strada ‘senza alcun motivo valido o necessario’. Se ci astraiamo per un attimo dalla causa scatenante – la pandemia – possiamo arrivare tutti a ritenere che si tratta di una cosa gravissima. E, anche se non ci astraiamo, possiamo comunque arrivare a pensare che, a causa del virus, qualsiasi principio democratico e costituzionale, qualsiasi diritto del cittadino, sia d’improvviso venuto meno. Cosa gravissima è, e cosa gravissima rimane.

Sia il lockdown di marzo-aprile che quello attuale assumono delle caratteristiche simili al “grande internamento” dei folli descritto da Foucault nella sua Storia della follia nell’età classica. I cittadini, considerati ‘folli’, “insensati”, irresponsabili, vengono sottoposti a un processo di internamento, di reclusione manicomiale. L’internamento, dalla metà del XVII secolo, investe non solo i folli ma tutta una popolazione ‘diversa’ e marginale: “Strana base ed estensione delle misure d’internamento. Sifilitici, dissoluti, dissipatori, omosessuali, bestemmiatori, alchimisti, libertini: tutta una popolazione variopinta si trova d’un tratto, nella seconda metà del XVII secolo, rigettata al di là di una linea di separazione, e rinchiusa in asili che erano destinati a diventare, dopo un secolo o due, i campi chiusi della follia” (SFEC, p. 144). Del resto – ricorda lo studioso – già la stultifera navis, la “nave dei folli” rinascimentale, nell’iconografia del XV secolo, ha a bordo personaggi astratti, tipi morali: “il ghiotto, il sensuale, l’empio, l’orgoglioso” (SFEC, p. 146), coloro che, per motivi morali, devono essere allontanati. Foucault ricorda che il folle era colui che era “escluso per quattro volte: dal lavoro, dalla famiglia, dal discorso e dal gioco”, “l’errante per eccellenza” (AF 3, pp. 70-71). Il malato di mente sarà poi una evoluzione del folle all’interno della società capitalistica: egli assume “lo statuto di malato, di individuo che deve essere guarito per essere nuovamente immesso nel circuito del lavoro ordinario, del lavoro normale, cioè del lavoro obbligatorio” (AF 3, p. 83).

I cittadini irresponsabili diventano dei criminali che devono essere internati e allontanati. La delinquenza, la presenza di piccoli criminali è un fenomeno accettabile e auspicabile da parte degli stati, perché essa serve a rendere accettabile a sua volta il sistema di controllo: “L’esistenza di un piccolo pericolo interno permanente è una delle condizioni che rende accettabile il sistema di controllo: con questo si spiega perché, in tutti i paesi del mondo, senza nessuna eccezione, i giornali, la radio e la televisione diano tanto spazio alla criminalità, come se ogni giorno si trattasse di un fatto nuovo” (AF 3, p. 166). Attenzione: nel nostro caso, il pericolo interno non è rappresentato dal virus in sé (che non è certo un fenomeno creato dal sistema di controllo) ma dal cittadino che ‘sgarra’, che non rispetta le regole. Ecco che la presenza di questo personaggio irresponsabile, che mette a rischio la propria salute e quella degli altri, giustifica e rende accettabile il sistema di controllo (il lockdown) e di punizione (le varie sanzioni penali). E tale personaggio fa parte di un nucleo più ampio, chiamato “popolazione”. “Con la scoperta dell’individuo e la scoperta del corpo addestrabile, la scoperta della popolazione è l’altro grande nucleo tecnologico intorno a cui si sono trasformati i procedimenti politici dell’Occidente. È stata inventata quella che chiamerei, in opposizione all’anatomo-politica di cui parlavo prima, la bio-politica” (AF 3, p. 164). E, continua Foucault, “adesso ci sono dei corpi e delle popolazioni. Il potere è diventato materialista. Ha smesso di essere giuridico. Deve trattare cose reali, come il corpo e la vita” (AF 3, p. 165). La popolazione, di fronte al pericolo, non esita ad accettare in silenzio qualsiasi provvedimento limitante della propria libertà e non esita a denunciare chi potrebbe rappresentare, a sua volta, un possibile pericolo.

Leggiamo cosa prevede il Dpcm per le zone “rosse”: “è vietato ogni spostamento, anche all’interno del proprio Comune, salvo che per motivi di lavoro, necessità e salute”. Ecco che lo sguardo del potere riporta alla razionalità il cittadino irrazionale e irresponsabile: ci si può spostare solo per motivi seri e necessari. Il folle cittadino errante, che si sposta senza motivo, per una passeggiata o per piacere, deve essere ricondotto alla ragione con una tirata d’orecchie. All’interno del sistema capitalistico è ammesso solo lo spostamento per lavoro. Come nota Foucault, nel corso del XVII secolo il folle diventa intollerabile perché la società sta iniziando ad organizzarsi secondo le dinamiche politiche e statuali capitalistiche: “in una simile società, l’esistenza di una massa di oziosi diventa letteralmente impossibile e intollerabile” (AF 3, p. 79). Il lavoro, la salute e la necessità non rientrano all’interno del piacere: chi se ne va a fare una passeggiata è il nuovo folle, il nuovo insensato, un vero e proprio criminale irrazionale e irresponsabile (“il folle è la verità irresponsabile”, dice Foucault), un ozioso per il quale non c’è spazio nella società capitalistica basata sul lavoro[2].

Insieme agli individui vengono colpevolizzati e sottoposti all’internamento anche determinati spazi, non ritenuti ‘seri’ e necessari: i cinema, i teatri, i musei, i bar, i ristoranti, le scuole. Ebbene sì, anche le scuole. Cinema, teatri, musei, bar, ristoranti sono, seppure in modo diverso, luoghi deputati allo svago e al piacere. E comunque, se diamo uno sguardo più approfondito, si scopre che, in definitiva, anche la scuola appartiene alla sfera del piacere. La parola “scuola” deriva infatti dal latino schola, il quale deriva a sua volta dal greco scholé, che significa “ozio”, “riposo”. La scholé era il tempo in cui ci si riposava dalle fatiche della vita quotidiana per dedicarsi allo studio, al ragionamento. Presso i latini, la scholé diventa poi il tempo dell’otium, contrapposto al negotium: il momento di un riposo costruttivo, dedicato a se stessi e allo studio, alla scrittura, alla lettura, lontano dagli impegni lavorativi della vita pubblica. Anche il tempo viene colpevolizzato e internato: il cosiddetto “coprifuoco”, infatti, colpisce il momento della giornata maggiormente dedicato all’ozio, al riposo, al piacere, cioè la sera dopo le 22. Il momento della giornata maggiormente improduttivo, estraneo alle dinamiche del lavoro e della riproduzione del capitale. Infine, ad essere colpevolizzata è anche una particolare fascia sociale, quella dei ragazzi e dei giovani, rappresentati come improduttivi e irresponsabili sfaccendati che si aggirano per le strade a qualsiasi ora incuranti della propria salute e di quella dei propri cari. Non a caso, è stata chiusa la scuola, il luogo (non particolarmente legato ad un immediato ritorno economico) dove si riversa il maggior numero di giovani in una fascia oraria non sospetta: quella produttiva del mattino.

L’internamento e il controllo, come quello che agisce sui folli, colpisce anche la sfera sessuale (Foucault ricorda che, insieme ai folli, venivano internati anche gli ammalati di malattie veneree): i giovani, sottoposti a internamento, non possono incontrarsi col fidanzato o la fidanzata poiché il Dpcm prescrive che non ci si debba incontrare con persone non congiunte o non conviventi. I meccanismi di potere, grazie ai vari lockdown, sorvegliano, controllano e puniscono anche la sessualità degli individui e dei giovani in particolare. Sembra che stia agendo un meccanismo per cui lo spazio reale diventa colpevole mentre lo spazio virtuale diventa virtuoso, e non è solo un gioco di parole. La realtà viene allontanata nella rappresentazione della realtà, nel suo spettacolo, nella sua icona digitale e spettrale, verso il più totale annientamento dei corpi e dei loro bisogni (la DAD al posto della scuola ne è un triste esempio).

I colpevoli, i folli e irresponsabili trasgressori delle regole e del lockdown, saranno sottoposti a controlli di polizia e a rigide sanzioni. La polizia, secondo Foucault, è infatti strettamente connessa al meccanismo dell’internamento: “La comparsa di queste grandi case d’internamento è stata contemporanea ed è connessa all’insediamento di un’istituzione che in seguito, sfortunatamente, ha fatto parlare di sé e della quale ci capita di essere le vittime: la polizia” (AF 3, p. 81).

Come abbiamo visto, tutte queste dinamiche sottese alla logica del lockdown – la colpevolizzazione, l’internamento, il controllo, la punizionenon sono state magicamente generate dall’emergenza pandemica. Esse, al contrario, erano già esistenti nella società occidentale e capitalistica, fin dai tempi in cui nasce il “grande internamento” della follia, messo in luce dalla lucidità delle ricerche foucaultiane. Tali dinamiche, poi, nel mondo digitalizzato, agivano e funzionavano nei più sottili interstizi della società, nelle maglie delle relazioni fra svariati poteri. Il virus è stato solo il meccanismo che le ha fatte emergere allo scoperto, che le ha rese visibili. Per cui, se critichiamo una situazione di questo tipo, non facciamo altro che criticare l’acutizzarsi di sottili dinamiche di controllo preesistenti; non neghiamo certo l’esistenza del virus, ci mancherebbe altro. Mettiamo bensì in discussione un intero sistema di controllo e di coercizione preesistente al virus, nascosto e invisibile nelle sue parvenze spettrali, e che quest’ultimo ha reso visibile, come una cartina di tornasole. Perciò, è quanto mai doveroso, perlomeno, mettere in discussione tale sistema e porsi delle domande su quanto sta accadendo intorno a noi. Altrimenti, oltre ad aver buttato definitivamente nel cesso il nostro cervello, avremmo rifiutato e dimenticato per sempre la preziosa “cassetta degli attrezzi” che ci ha offerto e continua ad offrirci Michel Foucault.

Guy van Stratten

Riferimenti bibliografici:

AF 3: Michel Foucault, Estetica dell’esistenza, etica, politica. Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985, Feltrinelli, Milano, 2020.

SFEC: Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano, 1978.

Fonte

Note di redazione

[1] Cattiva gestione? la sanità è collassata per 37 miliardi di tagli... che sono qualcosa di più della semplice cattiva gestione.

[2] Basata sullo sfruttamento del lavoro...

24/10/2020

Diffusione del Covid. Ma è davvero colpa nostra? Cambiare il corso delle cose


C’è un’aria pesante, gravida di ansia e di paura. C’è una sensazione di disagio, come quando ti inducono a pensare che hai qualche responsabilità in ciò che sta accadendo e però qualcosa non ti torna.

Davvero è colpa nostra? Di noi cittadini e lavoratori? Ci fanno andare a lavorare come se non ci fosse alcun pericolo, ci fanno prendere treni, autobus e metrò che sono pieni da scoppiare, altro che distanziamento. Ci obbligano a stare a casa dalla sera alla mattina presto ma non rinunciano ai turni nelle fabbriche e nei magazzini dove il male prolifica e si moltiplica, basta autocertificarsi.

Gli occhi e le orecchie incollate ai tg di televisioni di ogni fatta e orientamento trasmettono ai nostri cervelli solo una musica ossessiva e ripetitiva che non lascia scampo, tutto dipende da noi, dai nostri comportamenti individuali.

I giovani a casa la notte, gli operai in fabbrica a produrre, i facchini nei magazzini a smistare quegli acquisti sottratti al negoziante sotto casa che vengono ammantati di modernità ma che rispolverano lo stesso sfruttamento di sempre.

Ma noi, che c’entriamo? Che colpa abbiamo? Siamo noi che abbiamo costruito una società senza solidarietà? Una sanità senza letti e infermieri? Siamo noi che abbiamo chiuso ospedali e presidi territoriali? Siamo noi che abbiamo deciso il numero chiuso nelle facoltà di medicina? Siamo noi ad aver privatizzato il trasporto pubblico, ad averlo sconquassato e ridotto ai minimi termini lasciandolo si veicolo, ma di infezione e di morte?

E torna quell’angoscia che dice non posso fare nulla se non farmi carico, io, non la società, di sconfiggere questo assurdo, inatteso, stupefacente male che nessuno mai avrebbe immaginato di dover combattere.

E tutto si risolve nella quotidiana terribile contabilità moltiplicata di contagiati e di morti che ti toglie il respiro e ti getta in pensieri bui di convivenza con lo spettro della morte che fino ad oggi non avevi mai frequentato.

Non è la mia storia nè la mia grammatica. Io non ci sto. Non solo voglio vivere, e per questo mi proteggo nel fisico e nella mente, ma voglio imparare una lezione semplice ma indispensabile che questo scorcio di vita ci impone, non è colpa mia, non è il mio comportamento soggettivo ed individuale la chiave di volta per venirne fuori, è la lotta per cambiare il corso delle cose che ci può ridare vita e speranza. E io ho voglia di vivere e sperare e so che questo può avvenire solo se ci mettiamo assieme. Perchè insieme siamo imbattibili.

Fonte

15/10/2020

Francia - Torna lo Stato d’emergenza, coprifuoco a Parigi e in altre città

Ieri sera (14 ottobre), il Presidente francese Emmanuel Macron è tornato in televisione per fare il punto sulla situazione dell’epidemia in Francia, dopo il suo ultimo intervento lo scorso 27 maggio, in un’intervista più simile ad un monologo e trasmessa da TF1 e France2.

Ma prima ancora che il Presidente prendesse la parola, è stata diffusa dalle agenzia di stampa la decisione di resuscitare – con un decreto – lo Stato d’emergenza sanitaria, terminato il 10 luglio e che tornerà in in vigore da sabato 17 ottobre sull’intero territorio nazionale.

Lo Stato d’emergenza sanitaria, presentato ed adottato dal Parlamento a fine marzo, costituisce un quadro giuridico ad hoc per consentire una serie di misure da adottare “in caso di disastro sanitario, compresa un’epidemia che minacci, per la sua natura e la sua gravità, la salute della popolazione”.

Questo autorizza il Primo Ministro “a emanare, con decreto preso sulla relazione del Ministro della Salute, misure generali che limitino la libertà di circolazione, la libertà d’impresa e la libertà di riunione e che consentano la requisizione di tutti i beni e servizi necessari”.

Tali misure devono essere “proporzionate ai rischi connessi e adeguate alle circostanze del momento e del luogo”. Tuttavia, come scrivevamo mesi fa, sotto il velo della lotta all’epidemia di Coronavirus, lo Stato d’emergenza sanitaria nascondeva pericolose insidie per i diritti dei lavoratori: dall’aumento dell’orario di lavoro settimanale in alcuni settori alla riduzione dei congedi retribuiti.

Di fronte a quella che è a tutti gli effetti una seconda ondata di Coronavirus – così come annunciata da diversi studi e virologi già alla fine del lockdown primaverile – il discorso del Presidente Macron è stato caratterizzato dalla sua solita ipocrisia, dal completo distacco dalla realtà sociale e dall’incapacità di dare risposte politiche concrete.

Secondo i dati della Santé publique France, da inizio settimana si sono registrati già 44.000 casi positivi, con 600 nuovi pazienti affetti da Covid-19 ricoverati in rianimazione. Nei reparti di terapia intensiva, sono attualmente (14 ottobre) ricoverati 1.673 pazienti su un totale di circa 5.000 posti letto disponibili.

Nella settimana dal 5 all’11 ottobre, i positivi erano stati 121.078 su un totale di 994.786 test virologici (PCR) realizzati, con tasso di positività di circa il 12%, in aumento rispetto al 9% della settimana precedente (79.266 positivi su 866.342 test effettuati).

Giudicando come “sproporzionata” una nuova chiusura totale, il Presidente Macron ha annunciato l’entrata in vigore di un coprifuoco dalle ore 21 della sera fino alle ore 6 della mattina in Ile-de-France (la regione di Parigi) e in altre otto città (Grenoble, Lille, Lione, Marsiglia, Montpellier, Rouen, Saint-Etienne e Tolosa).

Il governo ha deciso di decretare questo coprifuoco per una durata di quattro settimane a decorrere da questo sabato (17 ottobre), ma già con l’intenzione di prolungarlo fino al 1° dicembre – ha affermato Macron – e con la possibilità che venga esteso a nuove “zone di allerta massima”.

L’ordinamento giuridico francese prevede la possibilità di instaurare un coprifuoco in caso di “disordini dell’ordine pubblico” – come al tempo delle grandi rivolte del 2005 in diversi quartieri popolari – o di emergenza sanitaria. In quest’ultimo caso, si tratta di una misura già adottata in diverse città, specialmente nel sud della Francia, tramite decreti municipali o di prefetti al tempo della prima ondata di contagio.

Nelle città e nei comuni sottoposti a questo nuovo coprifuoco, cinema, teatri, ristoranti e altre attività commerciali chiuderanno alle ore 21. Tuttavia, saranno possibili eccezioni “per tutti coloro che tornano dal lavoro dopo le 21 o che lavorano di notte” o “per tutti coloro che hanno un’emergenza sanitaria”.

Come ha ribadito Macron, “non ci sarà nessun divieto di movimento, ma una rigida limitazione” nell’orario del coprifuoco, rinviando alla conferenza stampa di oggi (giovedì) da parte del Primo Ministro Jean Castex per tutti i dettagli su queste autorizzazioni.

Il mancato rispetto del coprifuoco verrà punito con una multa di 135 euro, la stessa cifra prevista per il non utilizzo della mascherina, con controlli accentuati da parte delle forze dell’ordine. Come durante il periodo di confinamento, il rischio di abusi e multe discrezionali da parte della polizia, in particolare nei quartieri popolari e nelle banlieues, è tangibile, in linea con la visione di controllo sociale e repressivo di questo governo.

Circa la metà dei clusters attivi, ovvero quelli riconosciuti come veri e propri focolai di contaminazione per l’elevata circolazione del virus, riguardano scuole, università e luoghi di lavoro. Tuttavia, il governo francese e il Presidente Macron decidono di adottare una misura del tutto inefficace nel contrastare la propagazione dei contagi.

Questo “coprifuoco notturno anti-Covid” dovrebbe – secondo Macron – far sì che “i 20.000 nuovi casi al giorno di oggi scendano a 3.000-5.000 casi giornalieri” e che i pazienti affetti da Covid-19 rappresentino solo “dal 10% al 15% dei posti di rianimazione rispetto al 32% di oggi”.

Nathan Peiffer-Smadja, infettivologo dell’ospedale Bichat di Parigi, ha reagito all’annuncio del coprifuoco da parte di Macron dicendo di aver “paura che questo non sia una misura radicale per modificare la curva epidemica” perché, oltre a bar e ristoranti, “ci sono altri luoghi dove la trasmissione è importante e rimarrà attiva”, come i clusters che esistono in “molte fabbriche, università e scuole”.

Pertanto, stiamo parlando di un’assurdità (per non essere più espliciti...). Imporre un coprifuoco notturno quando di giorno ci si può continuare ad ammassare tranquillamente sui mezzi pubblici per andare a lavorare, in luoghi in cui il distanziamento è praticamente impossibile, o a scuola e in università, dove persistono situazioni di classi/aule-pollaio.

Il messaggio di Macron è in sostanza simile al modo di dire francese “metro, boulot, dodo”, ovvero “metro, lavoro, piumone”, che fa riferimento ad una routine dove, oltre al lavoro e all’isolamento individuale, non è previsto altro spazio di socialità e convivialità.

Si sta passando da quella formula abusata per cui bisogna abituarsi a “convivere con il virus” ad ormai dover solo “lavorare con il virus”. Anche qui a dettare legge è il MEDEF, l’organizzazione padronale francese, verso la quale Macron si è dimostrato più volte accondiscendente e servile, tanto negli interessi sociali quanto in quelli economici.

“Più impegnato ad offrire pezzi della nostra industria ai suoi amici che a pianificare di testare, tracciare, isolare e sostenere il personale sanitario ‘a qualunque costo’, Macron limita le poche ore di libertà che i francesi hanno a disposizione. Il virus scompare al mattino”, ha commentato il deputato e coordinatore de La France insoumise Adrien Quatennens.

Inoltre, anche il Presidente Macron si allinea all’insensata “regola dei 6” convitati per gli aperitivi, le cene o le serate private in casa. La logica è più che chiara: colpevolizzare il comportamento dei singoli individui, pur di non riconoscere quelle che sono le gravi mancanze e i fallimenti nella gestione politica dell’attuale epidemia da parte del governo.

Infatti, nonostante le previsioni di una seconda ondata di contagi e gli allarmi sulla situazione negli ospedali da parte del personale, sia in primavera che dalla fine di agosto, il governo francese non ha fatto nulla di concreto per impedire un nuovo collasso della sanità pubblica.

Tant’è che, nel suo discorso di ieri sera, il Presidente Macron non ha fatto neanche un minimo accenno alle risorse supplementari richieste dal personale sanitario per fronteggiare lo stato di pressione dei pronto-soccorsi e delle terapie intensive.

Nonostante ciò, il Presidente Macron è stato costretto ad ammettere che “i nostri servizi ospedalieri sono in un’emergenza più preoccupante” che in primavera, “il nostro personale sanitario è molto affaticato”, ma che “non abbiamo riserve nascoste” nei reparti di terapia intensiva.

Gli errori di previsione, preparazione e di gestione della prima ondata di Coronavirus non sono serviti minimamente da lezione.

Non una parola sull’annuncio del ministro della Sanità, Olivier Véran, di predisporre un pacchetto di 50 milioni di euro destinato all’apertura di 4.000 posti letto negli ospedali “da dicembre e anche prima se necessario”. Posti letto che però non riguardano esclusivamente le unità di terapia intensiva che, secondo le previsioni della Santé publique France, rischiano di arrivare a saturazione all’inizio di novembre in diverse regioni.

In Ile-de-France, dove il tasso di occupazione dei posti letto in rianimazione ha già superato il 40%, il rischio è che questo limite venga raggiunto entro la fine del mese.

A dicembre potrebbe essere decisamente troppo tardi, sempre se la promessa di Véran si dovesse poi concretizzare realmente. Infatti, già a luglio il ministro aveva annunciato la possibilità di rendere disponibili in autunno fino a 12.000 posti letto in rianimazione. Ad oggi, nulla di tutto questo è stato implementato negli ospedali, dove il personale sanitario continua a denunciare la mancanza di risorse, attrezzature ed effettivi, lanciando l’ennesimo allarme che rischia di rimanere inascoltato.

Immancabile poi, come sempre nei suoi discorsi, l’ipocrisia classista che caratterizza Macron sin dal suo insediamento all’Eliseo e che ha raggiunto elevate vette durante il periodo di confinamento. Fiumi di lacrime di coccodrillo quando afferma che “i più precari sono le prime vittime”, ignorando che le sue politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro e di smantellamento dello Stato sociale hanno contribuito in maniera determinante all’incremento del numero di poveri, tanto che oggi più di 9,3 milioni di persone vivono in condizioni di povertà relativa.

Ieri sera, Macron ha annunciato un aiuto eccezionale di 150 euro per le fasce più fragili e precarie, ovvero i beneficiari del Revenu de Solidarité Active (RSA, reddito minimo percepito in cambio dell’obbligo di cercare un lavoro o di seguire un progetto professionale formativo) e dell’Aide Personnalisée au Logement (APL, aiuto finanziario per ridurre l’importo dell’affitto in base alla situazione economica).

Praticamente briciole per quei settori popolari precarizzati ed impoveriti dalla crisi sociale scatenatasi già durante la prima ondata; per giunta una misura una tantum visto che, come ha detto Macron, “preferisco questo aiuto eccezionale e massiccio piuttosto che una trasformazione dei minimi sociali”.

Anche nel piano economico “France relance” – dall’importo complessivo mostruoso di 100 miliardi di euro – per i settori più poveri e precari non sono previsti che 800 milioni, ovvero meno dell’1%, mentre più di 20 miliardi sono stanziati per aiuti alle imprese e riduzione delle imposte sulla produzione.

Non c’è da stupirsi che Macron sia considerato da sempre il “Presidente dei ricchi” e, di recente, soprattutto degli ultra-ricchi. Infatti, come emerge da un rapporto del Comitato di valutazione delle riforme fiscali, sotto l’egida dell’istituzione France Stratégie, vicina al Primo Ministro, l’abolizione della Impôt Sur la Fortune (ISF, patrimoniale francese) e l’instaurazione di una flat tax del 30% sui rendimenti da capitale finanziario hanno fatto aumentare i redditi della sottilissima fascia dello 0,1% dei più ricchi in Francia, grazie soprattutto alla crescita dei dividendi, passati da 14,3 miliardi nel 2017 a 23,2 miliardi nel 2018.

In conclusione del suo discorso, Macron ha affermato che “siamo una Nazione di cittadini solidali; non possiamo andare avanti se tutti non fanno il loro compito, non mettono la loro parte”. Peccato che la sua tanto amata e fedele “teoria dello sgocciolamento” sta dimostrando che chi sta in alto prende tutto e che neanche più le briciole cadono verso il basso.

Fonte

20/08/2020

COVID-19 tra movida, turismo e interessi economici

Per quanto non sia più il centro della pandemia e vi siano paesi (come gli Stati Uniti o il Brasile) dove il contagio rimane tuttora molto alto, l’Europa non ha passato un bel Ferragosto. Se Francia e Spagna si ritrovano con circa 3000 casi COVID giornalieri a testa e la Germania oscilla fra sopra o sotto i mille casi negli ultimi giorni, l’Italia si ritrova in una situazione migliore, ma non si sa per quanto ancora. Se in luglio i contagi giornalieri oscillavano sulla cifra di 200, da inizio agosto si è visto un graduale aumento che ha portato il livello giornaliero oscillante sui 500 contagiati (solo a Ferragosto, in particolare, si sono contati 629 nuovi casi, col picco in Veneto con +120[1]).

Di fronte al pericolo di un nuovo picco pandemico, il governo ha deciso di varare nuove misure, fra cui la chiusura delle discoteche al chiuso o all’aperto e l’obbligo di mascherina, dalle 18 alle 6, anche nei luoghi all’aperto dove è più facile il crearsi di assembramenti – un chiaro riferimento alle zone della movida[2]. Tutto questo avviene a non molte settimane dalla prevista riapertura delle scuole, su cui ora vengono posti dubbi e paure: come afferma Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’OMS distaccato a Roma, vi è il rischio di «arrivare a ridosso della riapertura delle scuole con un numero di casi che la renderebbero pericolosissima. Perché è matematico che la curva col ritorno in aula salirebbe ancora. Allora o azioniamo il freno o andiamo a sbattere. L’Italia per incidenza di nuovi casi è ancora in coda rispetto ai grandi Paesi europei. Guardiamo cosa succede in Francia e Spagna. Però rispetto a qualche settimana fa il nostro Paese mostra una sequenza di tanti, troppi piccoli focolai che tengono alta la circolazione del virus»[3].

Andrea Crisanti, professore di microbiologia dell’Università di Padova, noto per il suo ruolo nella gestione della pandemia in Veneto, non si astiene, come molti altri, dall’evidenziare le sue preoccupazioni: «Non sono ottimista, mi pare evidente che nel giro di 10-20 giorni arriveremo ad almeno mille casi positivi giornalieri. Quello che non si riesce a spiegare è che più i nuovi positivi aumentano, più crescono le possibilità di avere pazienti in terapia intensiva. E di vedere un incremento dei decessi, purtroppo». Ciò che preferisce non fare, però, è addossare la colpa sui singoli che vanno in discoteca – come spesso fatto da svariati media[4]: le discoteche non andavano semplicemente aperte, essendo luoghi che impossibilitano un reale distanziamento sociale e dove sono facilitate le infezioni, causando il ballo un aumento della respirazione. Aprirle significava in automatico dare il via libera pubblicamente ad un’attività che avrebbe favorito il diffondersi dei contagi; motivo per cui addossare la colpa esclusivamente sugli individui significa letteralmente non evidenziare quelle scelte politiche che hanno promosso determinati comportamenti. Ciò che andava fatto per Crisanti, invece, era spingere per raggiungere entro l’estate il numero di zero contagi, tramite anche azioni come un maggiore controllo sui rientri: «non parlo degli immigrati, che sono una parte molto marginale, penso a chi torna ad esempio dalle vacanze in altri paesi d’Europa. Bisognava attivare i controlli prima, predisporre dei protocolli»[5]. Anche a livello aeroportuale, invece, ci si è trovati di fronte a ritardi e alla mancata preparazione ottimale dei principali scali italiani per l’effettuazione dei tamponi[6].

In conclusione, Crisanti afferma: «è stato sbagliato non prevedere riaperture graduali, differenti da regione a regione. Inoltre, ci si è calati le braghe di fronte alle esigenze dell’industria turistica». C’è stata, da parte del governo e delle regioni, un’eccessiva permissività alle richieste del mondo del turismo, la realtà economicamente più colpita dalla crisi sanitaria, vivendo questa proprio sugli spostamenti sia nazionali che internazionali. Una permissività non esclusivamente presente verso questo settore economico – basti pensare alle tantissime deroghe alla chiusura a complessi aziendali pure nei momenti peggiori della pandemia in Italia[7] – ma che aumenta ancora di più i rischi in questo caso: senza dimenticare i numerosi focolai dei mesi scorsi avvenuti nelle fabbriche[8], un’enorme apertura allo spostamento e agli assembramenti, con regole di sicurezza troppo lasche, nelle differenti zone del Paese e in Stati esteri dove la situazione è anche più grave, può portare e sta portando ad una situazione che causerebbe un secondo picco pandemico, con esiti sanitari ed economici disastrosi. L’apertura sconsiderata del settore turistico potrebbe causare, poi, una chiusura e nuovi lockdown, parziali o meno, anche di altri settori economici.
Insomma, il calo di contagi, che dopo maggio ha toccato il minimo fra giugno e luglio, ha spinto il governo ad accettare fin troppo le richieste del comparto turistico, quando ora ci si ritrova con un aumento di contagi che preoccupa e che porta, ormai in ritardo, a prendere caute misure precauzionali, nella speranza che l’aumento dei casi non continui.
Ci si ritrova così in una situazione di evidente scontro fra interessi economici di differenti settori – che possono finire per cozzare anche fra di loro o per provocare disastri a lungo termine a causa della ricerca immediata di profitti – e la necessità di un programma di sicurezza e prevenzione che tuteli da un nuovo aumento dei casi COVID. A livello statale e regionale si vedono così forze politiche e di governo che, pressate da realtà come Confindustria, non hanno mai praticato pienamente e in tempo quelle misure sanitarie necessarie per evitare il più possibile l’emergenza sanitaria – fra cui la reale chiusura delle attività aziendali non fondamentali durante il lockdown e un utilizzo diffuso dei tamponi, oltre a problematiche di lungo termine fra cui i continui tagli alla sanità che ora si fanno sentire[9]. Una situazione che fa riflettere, specie se paragonata ad altri Stati come il Vietnam, il quale si ritrova, fino ad ora, ad aver avuto solo 964 casi di infetti, 456 ricoveri e 24 morti dopo 7 mesi dal primo caso riscontrato, a fronte di una popolazione di circa 95 milioni di abitanti.

Senza entrare ora in un’analisi approfondita sul sistema politico e sociale vietnamita, è curioso concentrarsi su quanto è stato fatto a livello sanitario: innanzitutto è stata proclamata l’emergenza sanitaria al sesto caso riscontrato nel Paese. L’approccio immediatamente successivo è stato quello di creare un contesto d’azione pubblica diffusa ed efficiente: un alto numero di test tramite tamponi a livello nazionale e per tutti quelli che tornavano dall’estero, forti campagne pubblicitarie di sensibilizzazione tramite cartelloni e via social, sistemi di igienizzazione e decontaminazione in luoghi pubblici, la garanzia della consegna a domicilio dei beni essenziali alle persone in quarantena, la distribuzione nei luoghi pubblici di riso gratuitamente a chiunque ne necessitava[10]. Non è mancato tra l’altro l’invio di forniture sanitarie e mascherine in vari Paesi, fra cui l’Italia e gli Stati Uniti. Al contempo, dato il contesto d’azione preventiva promosso, è stata fondamentale la partecipazione attiva e consapevole dei singoli, che informati dei pericoli della pandemia in corso hanno mostrato consenso e partecipazione attiva alle linee guida promosse a livello statale.

L’immediata risposta vietnamita – che ha ottenuto il plauso dell’ONU e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – ha permesso di avere tra fine maggio e fine luglio un livello quasi pari a 0 di nuovi casi, salvo poi avere una ripresa a fine luglio/inizio agosto per un focolaio nella città di Danang, che è stato subito affrontato, evitando così lo svilupparsi di un picco epidemico[11] (se il 31 luglio c’è stato il picco di 82 casi, il numero giornaliero si è gradualmente abbassato fino a 12 casi il 16 agosto).

In conclusione, la situazione italiana ed esempi come il Vietnam fanno ragionare su come vada affrontata con cautela la questione dell’emergenza sanitaria. Soprattutto, quando la colpevolizzazione individuale, spesso spinta dai media nostrani, presenti forti lacune, fra cui l’incapacità di comprendere quanto il modo d’agire di un singolo sia influenzato dal contesto sociale, politico ed economico in cui si trova. Più si è in balia di una società che invia messaggi contraddittori, a seconda del crescere della crisi pandemica o delle pressioni di Confindustria, più inevitabilmente i singoli saranno spinti ad agire in modo problematico. Col rischio che, a forza di non muoversi adeguatamente a livello collettivo, si ritorni ad un secondo picco pandemico.

Francesco Pietrobelli

Note

[1] https://www.ilmessaggero.it/salute/focus/coronavirus_italia_bollettino_oggi_15_agosto_2020-5407029.html.

[2] https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2020/08/17/discoteche-movida-mascherine-nuove-regole_o8myTVHXYWOYOrISSaxqJN.html.

[3] https://www.orizzontescuola.it/coronavirus-per-loms-laumento-dei-casi-e-un-pericolo-per-la-scuola/.

[4] Si veda ad esempio il caso del TG1 che ha cercato con un servizio di mostrare l’irrazionalità di giovani che si lanciano nelle discoteche, incuranti di tutto: https://www.youtube.com/watch?v=gS-n2RI6LCw. Oltre al ragionamento errato per cui si intervista una persona e quella dovrebbe rappresentare i giovani presenti nel loro complesso, è interessate come la risposta palesemente goliardica della ragazza sull’assenza di Covid (che è una citazione presa da un video che girava sui social) venga recepita e trasmessa a livello televisivo dalla giornalista come una risposta seria, trascurando così in toto il contesto in cui viene detta.

[5] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Crisanti-Crescita-contagi-costante-non-ci-sara-alternativa-ai-lockdown-locali-5fa8b26c-54b7-4031-bf40-06e1eecce612.html?refresh_ce.

[6] https://www.lastampa.it/cronaca/2020/08/16/news/caos-sui-tamponi-negli-aeroporti-al-rientro-nessun-controllo-atterrati-in-lombardia-1.39200053.

[7] Per approfondire: https://www.lordinenuovo.it/2020/04/06/potere-alle-deroghe-migliaia-di-imprese-riaprono/.

[8] Per avere un esempio di focolai scoppiati a livello aziendale, tanto in Italia quanto all’estero, si veda: https://www.lordinenuovo.it/2020/07/05/dagli-usa-alla-bartolini-bologna-profitto-prima-di-tutto/.

[9] Per approfondire: https://www.lordinenuovo.it/2020/04/06/covid-19-cronaca-di-un-disastro-sanitario-annunciato/.

[10] https://www.youtube.com/watch?v=C3HCVygP1-M.

[11] https://www.bbc.com/news/world-asia-53690711.

Fonte

19/08/2020

Il problema non è solo la pandemia, è il sistema

Prima erano i runner o i bagnanti solitari, ora i giovani frequentatori di discoteche o chi rientra da Grecia, Spagna, Croazia e Malta (e perché non dalla Germania o Stati Uniti visto il vertiginoso aumento di contagi in questi Paesi?)

Tutta la gestione dell’emergenza sanitaria, dalla sua annunciata esplosione ad oggi è stata orientata lungo due direttrici:

- anteporre il profitto e le ragioni della lobby economiche alla tutela della salute;

- scaricare sui comportamenti individuali la responsabilità di scelte politiche scriteriate e criminogene.

Lo abbiamo plasticamente verificato in Val Seriana dove, sotto la spinta di una Confindustria sempre più aggressiva e sprezzante del diritto alla salute, le fabbriche hanno continuato a produrre a pieno ritmo fino al 23 marzo e circa un 50 per cento di esse non è stata minimamente intaccata nemmeno dal lockdown, mentre su tutto il territorio nazionale si perseguitava grottescamente chi si sgranchiva le gambe in qualche luogo isolato.

Lo abbiamo verificato in questa estate in cui la scelta politica di piegarsi ai diktat dell’industria del turismo e del divertimento è stata derubricata ad “irresponsabilità dei giovani”, rei di ammassarsi in discoteca, luogo che per definizione non può che determinare assembramenti.

D’altronde non sarà sfuggito a nessuno il repentino cambio di narrazione: dall’allarmismo che accompagnava il lockdown (che comunque faceva salve le ragioni della produzione a tutti i costi) alla colpevole superficialità, fuori da ogni evidenza scientifica, con cui governo ed amministratori locali garantivano che il peggio era oramai alle spalle ed esortavano a trascorrere le vacanze nelle proprie regioni, senza aver predisposto alcun controllo o piano di prevenzione.

Il provvedimento con il quale il governo – tardivamente – chiude le discoteche ed impone in maniera confusa l’uso delle mascherine dalle 18 in poi, è esattamente interno alla logica con la quale sin dall’inizio è stata affrontata l’emergenza sanitaria: agire in maniera randomica, con provvedimenti spot, ed assunti sempre dopo l’esplosione del problema.

Non occorreva essere virologi per immaginare che la totale riapertura delle attività, la piena mobilità tra Stati e tra Regioni, e soprattutto una narrazione tutta protesa ad esaltare il “modello italiano” per minimizzare gli effetti del virus (d’altronde, come attirare turisti in Italia se non fornendo una narrazione rassicurante?) avrebbe prodotto un rimescolamento di larghe fasce di popolazione, con inevitabile aumento della curva dei contagi.

E non occorreva essere virologi per comprendere che un rientro ordinato e prudente alla normalità avrebbe dovuto essere necessariamente accompagnato da un piano e da una seria programmazione a tutela della salute, per scongiurare la “seconda ondata” di contagi.

Per non cedere al ricatto di Confindustria & company, e per non sbandare pericolosamente tra diverse narrazioni à la carte, occorre in primo luogo non abboccare al tranello della individualizzazione delle responsabilità: d’altronde è davvero difficile pretendere comportamenti individuali “virtuosi” dinanzi a narrazioni ufficiali così strumentalmente altalenanti.

Occorre invece puntare il dito contro un modello economico e sociale che non arresta la sua spietatezza e sudditanza alle ragioni dell’economia nemmeno dinanzi alla pandemia. Un modello incarnato senza distinzione da tutta la classe politica che oggi siede in Parlamento, ma le cui leve decisionali principali sono state trasferite a Bruxelles.

E qui l’emergenza sanitaria si intreccia con quella economica e sociale: come pensare di garantire davvero il diritto alla salute senza investire risorse ingenti sulla sanità (non la trappola del MES!), e più in generale stanziando tutto ciò che è necessario per assicurare la continuità del reddito a chi, in conseguenza della pandemia ha perso il lavoro, nonché un reddito dignitoso a chi non lo ha mai avuto?

E come farlo senza sfidare la brutalità di una Confindustria che invoca ed ottiene (con un piccolo posticipo) libertà di licenziamento “per non pietrificare l’intera economia”? Oppure senza rompere con quella governance europeista che, attraverso il tanto osannato Recovery Fund, in realtà impone condizionalità e sorveglianza economica ed utilizza l’emergenza sanitaria per rafforzare la gerarchia all’interno dei paesi europei?

Possiamo declinarlo come vogliamo e preferiamo, ma il punto vero è che il problema principale non è solo la pandemia quanto il capitalismo, la cui crisi ha assunto anche la forma dell’emergenza sanitaria.

Ed inevitabilmente la soluzione non può che essere il superamento di quel modello, per non continuare in questo mortifero incubo senza fine.

Fonte