Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/01/2024
Le pistole sparano da sole, nel capodanno fascista
Se poi c’è anche la recidiva il dubbio che siano stati affidati ruoli che pesano sulla vita del paese a gente – diciamo così – “inadeguata” – diventa una certezza.
Il sottosegretario alla giustizia Delmastro – protagonista insieme a Giovanni “Minnie” Donzelli della provocazione parlamentare contro quattro colleghi del Pd che erano andati a visitare il carcere di Bancali, dove Alfredo Cospito stava facendo lo sciopero della fame – aveva scelto di passare il capodanno nella sede della Pro Loco di Rosazza, un paese della provincia di Biella dove è sindaca la sorella, Francesca Delmastro.
Naturalmente, essendo un quasi ministro ormai famoso, era anche lì protetto da una scorta, anche se alla festa erano stati invitati – pare – numerosi agenti di polizia penitenziaria, ossia uomini sottoposti alla sua direzione.
Non aveva però previsto che Emanuele Pozzolo, deputato 38enne vercellese di Fratelli d’Italia, già segretario locale di Azione Giovani, un “delmastriano della prima ora”, anche lui invitato alla festa, avrebbe tirato fuori la pistola, come un qualsiasi guagliuncello dei quartieri abituati a sparare botti e pistolettate per salutare l’anno nuovo.
Il problema è che quella pistola ha sparato, colpendo ad una gamba il giovane genero di uno degli agenti della sua scorta.
Doppia fortuna, perché la pistola era anche di piccolo calibro – un revolver miniaturizzato North American Arms, una 22 che si può portare in tasca apparendo disarmati – e quindi meno devastante di quelle di ordinanza.
Fin qui si poteva chiuderla con le classiche scuse (dovute), sopportando pazientemente l’ironia (dovuta) per una coppia di parlamentari neofascisti che si comportano a casa loro – anzi, in un locale pubblico – proprio come quei deficienti che il governo, ogni anno e qualunque sia il governo, indica al pubblico ludibrio per inciviltà e irresponsabilità. Contro cui, immancabilmente, si chiede un aumento delle pene una lunga carcerazione... sotto la supervisione dei Delmastro & friends.
Una pessima figura, certo, ma non sarebbero mancate né le giustificazioni di rito (le libagioni eccessive, ecc.), né i giornali pronti ad accoglierle.
E invece no. I due parlamentari neofascisti hanno deciso di superare di slancio le colonne d’ercole del ridicolo.
Pozzolo ha diramato una nota per la stampa in cui dichiara “Confermo che il colpo di pistola, da me detenuta regolarmente, che ha ferito uno dei partecipanti alla festa è partito accidentalmente, ma non sono stato io a sparare”.
Da un forzuto difensore della legalità ci si attenderebbe che a questa dichiarazione seguisse immediatamente anche l’indicazione dell’autore dello sfortunato sparo, sicuramente involontario ma non per questo meno grave (c’è un ferito, poteva andare peggio).
E invece niente. I carabinieri lo hanno interrogato a lungo, hanno provato ad applicargli lo stub (il vecchio “guanto di paraffina” per individuare le tracce della polvere da sparo), ma si sono visti opporre il diritto all’immunità parlamentare, anche di fronte alla richiesta di eseguire la stessa prova anche sui vestiti.
Ai malpensanti qualche illazione verrebbe...
Delmastro, dal canto suo, si è calato nella parte del “non c’ero, non so, non ho visto”: “Mi trovavo fuori nel piazzale quando è avvenuto il fatto. Stavo ritirando alcune borse con generi alimentari che ci eravamo divisi. Quando sono tornato mi hanno raccontato. Mi sono sincerato che fossero stati chiamati i soccorsi, la mia scorta mi ha consigliato di andare, ma non correvo alcun pericolo e sono rimasto”.
Subito dopo, però, riflettendoci sopra, ha imboccato la via dello scaricabarile: «Io sono basito. Gli ho detto di venire, ma mai avrei immaginato che portasse una pistola. E poi poteva andare in ventimila posti e invece è venuto proprio lì... Se l’avessi immaginato gli avrei detto di non venire».
Al momento, dunque, abbiamo il “mistero” di una pistola che spara da sola nel bel mezzo di una festa animata da difensori “della legge e dell’ordine”, sia in veste politica che per professione (la scorta e i secondini invitati). Senza che nessuno abbia visto ufficialmente niente...
E siccome l’ironia della storia ci vede benissimo, la rete ha subito restituito un vecchio tweet del parlamentare Pozzolo: “Per Obama è sempre colpa delle armi, eppure io non ho mai visto una pistola sparare da sola”.
Un malpensante chioserebbe: “e allora la prima è la tua?”
Il silenzio assoluto di tutti i presenti – imposto o consigliato dalla Procura – aumenta la sensazione che molte menti siano al lavoro per “trovare una quadra” tra tutti i pezzi del puzzle, partorendo infine una versione per salvare capra e cavoli (oltre a garantire un congruo risarcimento, non solo morale, al ferito).
L’episodio è in sé minore, ma – appunto – dimostra la minorità di una classe politica di imbarazzante pochezza e straripante senso di impunità, che fa il contrario di quel che predica contando sulla forza del potere per raccontare cazzate.
Viene alla mente il caso del capogruppo al Parlamento europeo del partito di Orbàn (allora gemello di Fratelli d’Italia), feroce fustigatore del femminismo e dell’omosessualità in pubblico, sorpreso a fuggire nudo da una festino gay, in quel di Bruxelles, lungo una canna fumaria.
Insomma, vien da chiedersi: ma dove li avete trovati, personaggi così? Ci sono diversi slogan sui fascisti che potrebbero aiutare a rispondere...
Fonte
15/03/2023
Peggio che fascisti...
Le cronache registrano impietosamente gaffe, cadute di stile, strafalcioni istituzionali e geopolitici, restituendo l’immagine di una congrega raffazzonata alla bell’e meglio, pescando tra conoscenze non vaste e laureati all’università del Sottobosco.
Vabbè, so’ fascisti, cosa ci potevamo aspettare...
Eppure questo commento consolatorio è profondamente insipido. Il “fascismo storico” – il regime del Ventennio, insomma – nonostante la sua ferocia e l’uso del manganello come argomento politico principale, era stato capace di selezionare decisamente meglio gli uomini cui affidare ruoli di responsabilità.
Si può benissimo criticare radicalmente la filosofia di Giovanni Gentile, e giustificarne l’esecuzione durante la Resistenza, ma di certo la sua riforma della scuola – in vigore, in pratica, fin dopo il ‘68 – aveva una capacità formativa dello “spirito critico” di alto livello e ha consentito anche ai poveri “purché meritevoli” di accedere all’Università.
Non ci sono certo paragoni rispetto agli attuali titolari del “suo” ministero, nel frattempo scorporato: il tristemente noto Giuseppe Valditara e la silente Anna Maria Bernini...
La mancanza di idee originali è comunque imbarazzante. Il discorso che Claudio Anastasio, presidente della “tre I” – società ideata per gestire il software di Inps, Inail e Istat, non proprio tre istituti secondari – ha inviato per mail al Cda ne è una dimostrazione: una replica pari pari della rivendicazione dell’omicidio Matteotti, fatta da Mussolini in Parlamento.
Al di là di ogni considerazione storico-politica, una persona “normale” si chiede quali similitudini ci possano essere tra il gestire una società informatica e massacrare un oppositore politico. Che c’azzecca, insomma...
Solo il giorno prima il ministro della difesa ed ex “piazzista delle armi”, Guido Crosetto, s’era lanciato in una spericolata accusa al “gruppo Wagner” – tristissimo esercito di contractor russi – per la nuova ondata di immigrati che arrivano sulle coste italiane. Subito seguito dal solitamente più cauto Tajani, che pure da ministro degli Esteri dispone certo di informazioni migliori della media.
Il debunking applicato alle affermazioni di entrambi non lascia spazio ad interpretazioni diverse: questi due ministri provano a “coprire” le defaillance di altri due (Piantedosi e Salvini), sotto botta per la strage di Cutro e, più in generale, per una gestione dell’immigrazione non solo “inumana” (lo è, ovviamente), ma soprattutto non rispondente alle esigenze del padronato italiano (che ha sempre bisogno di braccia a buon mercato e senza alcun diritto).
L’elenco delle “sfortunate esternazioni”, in appena cinque mesi, è praticamente infinito e vede protagonisti quasi tutti i componenti dell’esecutivo.
Cercando come al solito di “buttarla in tribuna”, Giorgia Meloni ha sostenuto di “non essere stata fortunata” a entrare a Palazzo Chigi in questo frangente storico, definito come il “momento forse più complesso dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale”.
In molti hanno fatto notare come ciò non sia vero, anche se certamente questo è un periodo storico molto denso di problemi complessi, alla confluenza di almeno tre crisi globali (economica, ambientale, di egemonia imperialista).
E quindi quel suo “non faccio in tempo a risolvere un problema che ne arriva un altro” (che prova a imitare una massaia con molti figli...) può agevolmente essere tradotto come un “sono circondata da incapaci che non solo non sanno risolvere i problemi per cui sono stati nominati, ma me ne portano continuamente altri prodotti da loro”.
Nessuna compassione, però. Al contrario della stampa mainstream noi non pensiamo che Meloni sia “brava” (copyright di Enrico Letta, PD), perché al di là delle capacità attoriali – sgranare gli occhi, agitare le mani al ritmo “ma de che?”, ecc. – non vediamo grandi doti all’opera.
E proprio la sua “squadra di governo” – anche scontando le inevitabili mediazioni tra alleati, al momento della formazione – ne è la dimostrazione. Se sono incapaci, impresentabili, ciclotimici, si travestono da Minnie, ecc., eppure stanno in posizioni di comando, la colpa principale è proprio sua.
C’è almeno una possibilità – non usiamo la parola “speranza” – che questa nave dei folli finisca presto sugli scogli liberandoci della sua presenza?
Alcuni segnali – dall’establishment, da Confindustria, dall’Unione Europea, da qualche altra parte – sembrerebbero andare in questa direzione. Anche il consenso elettorale, scaduti i classici 100 giorni di “luna di miele”, sembra essere in calo, o comunque aver toccato il limite.
Un traguardo concreto saranno le scadenze del PNRR, da cui dipendono le nuove tranche di prestiti miliardari. Fin qui Meloni ha ricopiato e confermato l’”agenda Draghi”, senza spostarsi granché da quel solco (quando lo ha fatto, come sulle concessioni balneari, ha sbattuto subito il muso...).
Ma le prossime scadenze saranno inevitabilmente frutto del suo sacco. O meglio, di quel che avranno messo nel sacco quel gruppo di incapaci che ha portato al governo, malamente condizionati da “tecnici” che devono sempre tenere in equilibrio i comandamenti europei e l’umana necessità di non contraddire troppo il ministro temporaneamente incollato alla poltrona.
Nell’insieme, insomma, quelli attuali sono una “classe deprimente”, che non regge neanche il paragone con il ventennio più buio della recente storia italiana.
L’unico tratto in comune è il tic di volerci trascinare, come allora, in una guerra disastrosa.
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21/12/2020
12/11/2020
Una chiusura al giorno toglie il lockdown di torno...
Tutti dicono di non volere il lockdown completo, tutti lamentano che nei Dpcm sono state inserite misure “poco drastiche” prima di esser prese ma che diventano “esagerate” quando si decide di stringere una vite qua, un bullone là, un po’ a casaccio.
Di fatto, si va verso un lockdown morbidissimo per le aziende maggiori, molto duro per la popolazione, drammatico per le piccole attività commercial-turistiche (che non hanno alle spalle né grande liquidità, né un occhio di riguardo da parte delle banche, ma rappresentano una grande quota dell’occupazione reale, quasi sempre precaria o “in nero”).
Niente di nuovo rispetto a marzo-aprile, semmai qualcosa in meno. Anche a Palazzo Chigi avvertono l’insofferenza sociale per misure che distruggono la vita e i rapporti, ma che non servono a combattere il virus.
La “strategia” regional-governativa – al netto dei protagonismi individuali di mezze figure in campagna elettorale perenne – è quasi trasparente: evitare che esplodano gli ospedali, in primo luogo le terapie intensive e subintensive. Passato il momento critico, si cerca di tornare alla “normalità” il prima possibile...
Si tratta di interventi, insomma, fatti per “distanziare la fila”, per non superare i limiti, per “limitare il danno” o rinviare il collasso. Non per estirpare il coronavirus, ormai diffuso dovunque nel Paese.
È il risultato di una scelta fatta fin dal primo momento, in Italia, in Europa e nel resto del mondo occidentale: convivere con il virus, continuare con la produzione.
Ma se devono stare aperte le grandi aziende, oltre alla marea di attività indispensabili (alimentari, energia, rifiuti, sanità, ecc.), il traffico e gli assembramenti sono inevitabili. Dannosissimi, specie in una stagione in cui si deve stare in luoghi chiusi.
Non poteva funzionare, non ha funzionato, non funzionerà.
Con questa scelta governo e regioni hanno realizzato il disastro totale: il virus fa strage dappertutto (e non solo di “vecchietti non indispensabili allo sforzo produttivo”), e l’economia inchioda per la seconda volta in pochi mesi, moltiplicando i danni.
E continuerà così per molti mesi ancora, tra un allentamento natalizio a fini psico-microeconomici e una “terza ondata” dal peso imprevedibile, fin quando un vaccino non sarà disponibile nei quantitativi necessari per una popolazione di 60 milioni di abitanti.
E anche in quel caso, sentiremo addosso l’incredibile inefficienza di un sistema semi-privatizzato e regionalizzato in cui, in questo momento, mancano all’appello 15 milioni di dosi di vaccino antinfluenzale. Quello “normale”, di tutti gli anni, che si conserva quasi a temperatura ambiente e non ai -75°C della promessa di Pfizer.
Ma è quasi inutile prendersela con una classetta politica indecente – a livello regionale e nazionale – che prende decisioni sulla base delle telefonate che riceve dagli “imprenditori del territorio”, come avvenuto questa estate in Sardegna. Ma in Val Seriana, a marzo, non è che sia andata diversamente...
Perché, come andiamo ripetendo da mesi, la vera scelta non è tra “lockdown duro” e “lasciar perdere”, tra “allarmismo” e “nagazionismo”, ma tra il nulla attuale e il fare un lockdown serio il tempo necessario a testare tutta la popolazione, e poi isolare i contagiati fino a guarigione mentre si riprende a vivere normalmente.
Decidere chiusure temporanee e non fare un tubo per tracciare la popolazione significa solo rimandare il problema, alla “io speriamo che me la cavo”.
In tutto l’Occidente capitalistico le cose vanno però nello stesso modo, o anche peggio (Usa, Brasile, Regno Unito, Francia...). E allora il problema è di sistema, non del primo pirla che passa su una poltrona da cui si decide. O meglio: le decisioni vere sono prese da altri, non dalla “politica”.
E lo si capisce guardando gli Usa, la superpotenza mondiale dove un presidente in carica viene ormai quotidianamente censurato da media in mano a società private. Se lo merita, certamente, perché è un infame suprematista nazistoide. Ma non può passare in secondo piano il fatto che siano dei privati a silenziarlo, e non i “contrappesi di potere” tipici di ogni architettura istituzionale “democratica”.
Significa appunto che “il potere vero”, quello che determina decisioni e “svolte”, non sta più nel processo democratico e nei suoi riti.
Comanda l’impresa privata, non l’interesse pubblico.
Chiunque sia al governo, naturalmente.
Tutt’altro accade in quelle “dittature” così crudeli da porre la salute dei propri cittadini al di sopra della “libertà delle imprese”. E che – ma guarda un po’ che strano – ottengono due risultati completamente opposti: il minimo di contagiati e morti, il massimo di crescita economica dopo un semestre di recessione.
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07/11/2020
La battaglia contro il Covid si vince “prima” di arrivare in ospedale
Personalmente oltre un mese fa, alla data del 21 Settembre, ho detto che la seconda ondata era arrivata e noi tutti, ancora una volta ci siamo trovati impreparati a dover sopperire alle carenze organizzative del Servizio Sanitario Nazionale e dei vari Sistemi Regionali.
Eppure siamo noi operatori che garantiamo la Salute, in condizioni difficili, stressanti, e con mancanza di rispetto dalle stesse Istituzioni. Siamo stati definiti eroi, ma da “eroi”, ”angeli”, in un attimo si è passati all’insulto, se non addirittura alla denuncia perchè le persone facilmente scambiano le responsabilità che sono tutte in capo alla politica, con la responsabilità degli operatori sanitari, che fanno quello che possono, ben oltre il loro dovere, mi creda, con quello che hanno a disposizione, che è soprattutto il loro “sapere”. Questo ovviamente riguarda tutti gli operatori, nessuno escluso, dagli ospedalieri, agli specialisti ambulatoriali, ai Medici di Medicina Generale, agli infermieri e OSS.
Un capitolo a parte merita il 118. Come vicepresidente area Centro-Italia, di una società Scientifica quale è la SIS 118, vorrei sottolineare poi che il nostro sapere di “ambulanzieri” come qualcuno si ostina a definirci, senza precisare che siamo professionisti con tanto di specializzazione, è quanto mai concreto, noi siamo coloro che arrivano ovunque, laddove altri non arrivano o non vogliono arrivare, siamo quelli che entrano nelle case delle persone, siamo quelli che hanno un contatto stretto coi pazienti, sempre, in condizioni difficili e siamo chiamati spesso a risolvere situazioni a dir poco imbarazzanti, oltre a quelle per cui siamo nati come 118.
Il Sistema 118 doveva essere la quarta gamba del Servizio Sanitario Nazionale, doveva servire da cerniera fra Ospedale e territorio, doveva garantire la tempestività d’intervento nelle patologie Tempo-Dipendenti, e ora, oltre a tutto ciò che ci è stato chiesto di fare negli anni (TSO, Constatazioni di Decesso, Liti familiari, codici verdi trattabili a domicilio a qualsiasi ora del giorno o della notte), siamo stati coinvolti a pieno regime nell’Epidemia da Sars2-Covid-19 e noi non ci siamo tirati indietro, anzi.
Eppure tutti i nostri sforzi, tutto il nostro sapere, viene vanificato riducendoci a meri esecutori di ordini calati dall’alto. Non veniamo mai convocati per ascoltare il nostro parere, il nostro Presidente Nazionale Mario Balzanelli ha proposto per primo, tramite i media, l’uso di un saturimetro gratuito per monitorare la Saturazione dei pazienti sospetti a domicilio, adesso a distanza di mesi ne parlano tutti, come elemento necessario per valutare i primi sintomi respiratori. Abbiamo presentato al Senato, grazie alla Senatrice Castellone del M5S, delle proposte ben precise sul riordino del 118, ma il disegno di legge è fermo, pur trovando appoggi trasversali, quali quelli dell’Onorevole Fassina alla Camera, dove ha cercato di incardinarlo in calendario. Nel contempo però tutti hanno voluto dire la loro su tale proposta e sono in genere persone che non hanno mai lavorato in strada, ma che pretenderebbero di governare il Sistema.
Abbiamo partecipato alle discussioni cliniche e scientifiche nel “gruppo dei 100.000 medici” con nostre proposte, e in quella occasione almeno il Ministro Speranza ha risposto, devo riconoscerlo... Ma intanto noi stiamo sempre in prima fila a soccorrere le persone e fra queste soprattutto le persone “fragili” che stanno nelle RSA/Case di Riposo, dove ci si chiede di portarli in Ospedale, anche contro il loro parere, appena risultano positivi ad un tampone, pur essendo asintomatici o paucisintomatici.
Ma non sarebbe più semplice attrezzare la RSA con stanze di isolamento, o addirittura interi piani di isolamento, con equipe Medico-Infermieristica e personale ausiliario h24, adatto a seguire i pazienti stessi, in quella che ormai, volente o nolente queste persone considerano la loro “Casa”? La violenza di un ulteriore strappo alle loro già fragili radici, deontologicamente è inaccettabile.
Così come è inaccettabile che stiano ore e ore sulle nostre barelle, per mancanza di posti letto e di spazi in Ospedale, assistiti dal personale del 118, che oltretutto rimanendo bloccati col paziente a bordo, non possono andare a soccorrere altre persone, per altre patologie (che non sono miracolosamente scomparse, ma che esistono e si rischia di non arrivare in tempo) come si è verificato in questi giorni, in tutta Italia.
Ecco, “l’uovo di colombo”, tutto il personale medico-infermieristico-ausiliario, che si è generosamente offerto per fare le USCA, potrebbe in parte essere deviato ad assistere i pazienti nelle loro “Case”, oppure si potrebbe utilizzare tutto il personale dichiarato “non abile” al Servizio attivo al 118, riservando un eventuale trasferimento in Ospedale solo ai casi gravi.
Tutti ormai sanno e sostengono che il trattamento precoce per bloccare la cascata infiammatoria abnorme scatenata dal virus, si può fare al proprio domicilio, l’importante è riconoscerlo, indipendentemente dall’esito del tampone, che magari arriva tardi, e il riconoscimento della fase precoce attiene prettamente alla clinica.
Non mi stancherò mai di ripeterlo ed esorto i miei Colleghi tutti ad esercitarla la Cinica Medica, l’abbiamo studiata tanto, la pratichiamo tanto, abbiamo il polso della situazione, ma sempre dall’alto ci viene calato tutto, adesso è ora di ascoltare l’esperienza di chi vive insieme ai pazienti tutti i disagi non solo di questa epidemia, ma anche derivanti dalla carenza di organico, di posti letto, di territorio lasciato allo scoperto, di dipartimenti di Igiene e Prevenzione, pressoché scomparsi, di 118 che non è composto di semplici “ambulanzieri”.
di Francesca Perri, Dirigente Medico 118, Vicepresidente Area Centro Italia SIS 118, tavolo salute di Potere al Popolo
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04/11/2020
Un DPCM ridicolo, per prendere tempo
Se per combattere una pandemia servono velocità, decisioni prese su basi scientifiche, serietà assoluta, poche eccezioni alle regole... beh, questa classe politica decisamente non ha come priorità quella di sconfiggere il virus.
Ci sono voluti giorni di furibonde riunioni per arrivare alla firma del nuovo Dpcm (decreto della presidenza del consiglio dei ministri). Intorno ai tavoli si affannavano i più vari “portatori di interesse” – industriali, commercianti, albergatori, ristoratori, ecc – ognuno con i suoi parlamentari o ministri di riferimento.
A un secondo livello c’è stato poi il contenzioso con i presidenti di regione, i quali – indipendentemente dal partito di teorica appartenenza – sono portatori degli stessi interessi, sintetizzati in maniera diversa a seconda della struttura produttiva e sociale dei rispettivi territori.
Sul piatto un solo assillo: chi si assume la responsabilità di apparire come autore di decisioni comunque impopolari?
Una lunga discussione, insomma, tra vigliacchi in perenne campagna elettorale, preoccupati solo di poter restare in sella (persino quelli appena eletti o rieletti!) e chissenefrega della salute della popolazione e ancor meno del “futuro del Paese”.
Da quest’orgia è venuto fuori un testo che sarà bene riassumere nei dettagli fondamentali, prima di esprimere un giudizio.
I provvedimenti
Il governo più “indecisionista” degli ultimi decenni ha tirato infine fuori, se non altro per necessità, il criterio minimo che dovrebbe animare un esecutivo nazionale: qui comando io.
Ha quindi sancito una “cornice nazionale” uguale per tutto il territorio, dividendo poi il Paese tra regioni “rosse”, “arancioni” e “verdi” a seconda delle curve epidemiologiche locali.
Di fatto, ha assegnato a ogni regione un codice comportamentale minimo, che i sedicenti “governatori” (la legge li chiama “presidenti”, e c’è un perché) possono solo implementare in senso restrittivo.
Questo per rimuovere il principale ostacolo istituzionale – la “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni, esaltata specialmente sulle questioni sanitarie, affidate appunto alle Regioni – che rischiava di rendere inutile ogni decreto. Se, infatti, ogni regione potesse davvero decidere per sé, diventerebbe impossibile raggiungere persino l’obbiettivo minimo di questo e altri Dpcm: tenere la curva dei contagi e dei ricoveri entro i limiti della “governabilità”.
In dettaglio. Su tutto il territorio nazionale e quindi nelle “regioni verdi”:
– coprifuoco dalle 22 alle 5. Dopo le 22 si potrà uscire solo per lavoro, necessità e salute, e sarà necessario provarlo (tornano le autocertificazioni e la “liberatoria” del datore di lavoro o equivalenti);
– nelle scuole diventa obbligatoria la didattica a distanza al 100% per gli istituti superiori; le scuole elementari e medie, nonché i servizi all’infanzia, andranno avanti con l’attività in presenza, ma diventa obbligatorio l’uso delle mascherine (salvo che per i bimbi al di sotto dei 6 anni);
– i centri commerciali e anche le “medie strutture di vendita” resteranno chiuse nei weekend e nei festivi, ad eccezione di farmacie, generi alimentari, tabaccherie ed edicole;
– i trasporti pubblici potranno essere riempiti massimo al 50% (ma chi controlla?);
– bar e ristoranti dovranno chiudere alle 18 ma avranno la possibilità di restare aperti per il pranzo della domenica, come già stabilito dal precedente Dpcm;
– sospesi i concorsi pubblici e privati, “a esclusione dei casi in cui la valutazione dei candidati sia effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica”;
– chiudono i “corner scommesse e giochi” nei bar e nelle tabaccherie;
– barbieri e parrucchieri restano aperti, ma devono ricevere i clienti su appuntamento;
– sospese mostre e servizi museali.
Differenze regionali a seconda del grado di contagiosità
Nelle “zone rosse” (Lombardia, Piemonte, Calabria, Valle d’Aosta, provincia di Bolzano) per almeno 15 giorni è imposto lo stop a ogni spostamento in entrata e in uscita dalla Regione e anche all’interno del territorio stesso (salvo “necessità e urgenza”, ossia lavoro, spesa, cure mediche). Vengono chiusi anche i negozi al dettaglio, tranne alimentari, farmacie, edicole; chiusi i mercati di generi non alimentari (elettronica, auto, ecc).
Vengono chiusi bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie. È consentita però la consegna a domicilio, nonché la ristorazione con asporto fino alle ore 22.
Vietate anche le attività sportive, anche nei centri sportivi all’aperto. Resta invece possibile fare jogging o passeggiare, ma nei pressi della propria abitazione, individualmente.
Resta l’attività scolastica in presenza per scuola dell’infanzia, elementare e prima media.
Nelle “regioni arancioni” (Campania, Puglia, Liguria, forse Veneto; ma continua su questo lo “scontro” tra “governatori” e governo), ristoranti, bar, gelaterie e pasticcerie resteranno chiusi sempre e non più solo dopo le 18, ma saranno consentite le consegne dei prodotti a domicilio o le vendite dirette per asporto.
Sono vietati gli spostamenti in un comune diverso da quello di residenza o domicilio, salvo le comprovate ragioni di lavoro, studio, salute.
Previste inoltre tutte le altre regole istituite per le zone verdi: 50% di capienza sui mezzi pubblici, didattica a distanza integrale alle superiori, stop ai musei e coprifuoco dalle 22.
L’opposizione parlamentare
Nulla da registrare, se non una lunga serie di dichiarazioni inutili, contraddittorie, smentite pochi minuti dopo da altre dichiarazioni parimenti inutili.
Si capisce perfettamente che anche i vari Salvini, Meloni, Tajani, non hanno la minima idea di come andrebbe gestita una situazione del genere. Ma cercano solo di ricavarsi uno spazio mediatico dicendo qualcosa che sembri diversa da quelle che spara il governo.
Il senso dei provvedimenti
Il giudizio sull’efficacia antivirus di queste misure deve essere oggettivo, dunque impietoso: non servono a molto. Un altro lockdown finto, insomma, che penalizza alcuni settori e non altri, senza cambiaremodificare in nulla il dispositivo sanitario per renderlo adeguato al problema.
Da quello che ci spiegano da mesi epidemiologi, infettivologi e virologi seri – quelli che non cambiano opinione da un talk show all’altro – il contagio avviene soprattutto negli assembramenti e nei luoghi chiusi.
Il Dpcm elimina una certa parte di queste occasioni di contagio (genericamente e come sempre quelle relative al “tempo libero” o alla cura di sé), ma ne lascia attive decine di altre: prime fra tutte le attività produttive e fra queste, in primo luogo, le attività manuali, che non si possono fare in smart working. Gli operai, i facchini della logistica, ecc. insomma, potranno continuare allegramente a contagiarsi sul lavoro e portare a casa il virus.
Così come i bambini delle elementari, medie inferiori – le scuole primarie, nelle motivazioni del governo, restano aperte come “parcheggio” indispensabile per i genitori che devono andare a lavorare – e tutti coloro che debbono spostarsi con i trasporti pubblici.
Su quest’ultimo punto, neanche questa volta si è minimamente pensato ad aumentare temporaneamente il numero dei mezzi in circolazione. Eppure si potrebbero facilmente “precettare” i pullman turistici fermi nelle rimesse – il turismo era fermo anche prima del Dpcm – con relativi autisti in cassa integrazione. La spesa per “l’affitto” dei mezzi sarebbe in totale irrisoria, e anche l’integrazione dello stipendio (già lo Stato versa la cassa integrazione...) non costituirebbe un problema insormontabile.
Dunque il senso profondo di questo Dpcm è “prendere tempo”, abbassare un po’ la curva epidemiologica in modo tale da non intasare totalmente gli ospedali e soprattutto i posti di terapia intensiva.
Nelle pieghe dei ragionamenti a contorno, infine, si capisce che “il progetto” prevede di alleggerire queste misure in prossimità delle vacanze di Natale, per un fine esclusivamente di consenso sociale-elettorale. Per poi riprendere, inevitabilmente, con un mezzo lockdown simile di fronte alla “terza ondata” di pandemia che dovrebbe manifestarsi in febbraio.
Prendere tempo in attesa di un vaccino efficace, “convivere con il virus” tenendo d’occhio i posti in ospedale, sperare che le cose non evolvano (troppo) in tragedia. Nulla di più.
Cosa bisognerebbe fare
Il “piano Crisanti” non è più stato applicato, dopo il successo di Vò Euganeo. Ma è grosso modo quello che hanno fatto i cinesi e che ha permesso a quel paese di eliminare sostanzialmente l’epidemia – resta alto il livello d’allarme di pronto intervento, anche per un singolo caso di contagio “di importazione” – consentendo anche una rapida ripresa dell'attività economica.
In barba alle stronzate di Confindustria, ripetute in “leghese stretto” da un oscuro parlamentare per miracolo, tale Borghi, che si è messo a pontificare sul “diritto costituzionale al lavoro” che verrebbe prima di quello alla “salute”. Come se da morti o intubati si producesse egualmente...
Non vorremmo annoiare i lettori ripetendoci, ma se toccasse a noi governare faremmo così:
Bisogna testare tutta la popolazione, nel periodo di lockdown, altrimenti il blocco temporaneo di alcune attività produttive o commerciali non servirà a niente. Giusto una pausa, per poi ripiombare nell’incubo.Fonte
Cosa serve?
– un numero altissimo di tamponi, che vanno prodotti senza attendere che “il mercato” ce li metta a disposizione a un prezzo altissimo (più forte è la domanda, più sale, come da manuale); per questo, come in guerra, si riconvertono d’autorità alcune linee produttive nelle aziende del settore;
– un numero corrispondente di medici e infermieri, precettando anche quelli della sanità privata, per il periodo necessario; giorni, non mesi...
– reagenti e laboratori per processare quei tamponi (non sono stati potenziati, in otto mesi di pandemia, “aspettando il mercato”);
– risorse e reddito per tutti quelli che dovranno stare fermi (per giorni, non mesi).
Costa troppo? NO. Costa infinitamente meno di quanto si è già speso fin qui, infinitamente meno di quanto si è perso finora in termini di produzione, commercio, turismo, ecc.
01/11/2020
Se il potere è irresponsabile...
quando critico il governo Conte, ciò che intendo è molto chiaro: ha commesso molti errori, alcuni dei quali tragici. Che tu lo creda o no, è la storia della pandemia a ratificarlo.
Ti confesso – così, per onestà – che la tua difesa del governo è, talvolta, arrogante; anche le frasi più innocue tradiscono la prepotenza di chi pensa di essere superiore.
Non importa, resto vicino alla gentilezza.
Io, inoltre, per disciplina etica, non voglio convincere nessuno: il proselitismo non mi si addice; e dunque non mi preme farti cambiare idea. Sei convinto che il governo abbia operato bene? Che la vita ti sorrida comunque,,,
Un’unica cosa ti chiedo: impara a distinguere le responsabilità.
Diventi insopportabile quando dici una frase tipo questa: «Vorrei vedere te al loro posto»; oppure tipo quest’altra: «Invece di criticare, perché non dici cosa fare?». Insopportabile e, per l’appunto, arrogante e – permettimi, te lo dico con affetto – pure ignorante, giacché non spetta al cittadino trovare le soluzioni.
Il cittadino è concime.
Ogni vero agricoltore sa che la responsabilità del raccolto è solo sua: terreno, sementi, acqua, tempo, quantità... Prendersela con il concime perché brucia le radici è – consentimi – puerile; stupido, proprio. Un governo è, in definitiva, una sorta di agricoltore – un agricoltore di comunità. Solo sua è la responsabilità di cosa fiorisce.
Ciò che stai per dire è prevedibile.
Ti anticipo: anche il cittadino ha le sue responsabilità. Nel caso del contenimento della pandemia, comportarsi responsabilmente vuol dire fare attenzione all’altro (igiene personale, distanziamento, mascherina); e vuole anche dire, ovvio, seguire le raccomandazioni del governo e applicare le sue decisioni.
Non dico che deve obbedire, perché il verbo mi fa schifo.
Dico proprio: applicare le decisioni.
Ma le decisioni hanno un unico responsabile: il governo.
Se le cose non vanno come dovrebbero, il colpevole è uno solo: il governo. Anche la situazione di «panico generalizzato» – che è tangibile, non puoi negarlo – è colpa del governo. Piove, governo ladro...
Quel che ho visto è, al contempo, ciò che il governo non ha fatto, o che ha fatto molto male, e ciò che dovrebbe fare: 1) una strategia di tracciamento efficace; 2) mettere i trasporti in sicurezza affinché le scuole restino aperte; 3) rendere i dati epidemiologici disponibili; 4) rafforzare il sistema sanitario pubblico (medicina di base, cure domiciliari, ecc.; anche requisendo strutture e risorse al privato)...
E altro che certo mi sfugge, giacché io sono solo io – e non posso certo pensare alla stregua di un governo.
I soldi non sono un problema. Una tassa sui patrimoni, ad esempio; oppure il blocco delle spese militari; o magari il sequestro immediato dei beni di chi ha evaso negli ultimi cinque anni e possiede ricchezze immense... Oppure, meglio ancora, tutte queste cose insieme, così che ognuno abbia un reddito garantito dignitoso e l’emergenza possa essere affrontata con positività.
Essere cittadino significa essere, a un tempo, responsabile e critico. Laddove la seduzione ti impedisce di cogliere la verità, l’unico argomento che ti resta è il disprezzo dell’altro – e l’arroganza di chi pensa di essere superiore...
Un’ultima nota.
Il confinamento è la chiave dei disperati.
Vedi, amico, il problema è proprio questo: che il confinamento è una chiave che apre un abisso, o comunque un ignoto – nessuno ha la certezza che il confinamento serva a debellare la pandemia, mentre è invece certo il rischio di un crollo economico senza precedenti.
E allora ti chiedo: dopo il confinamento?
È questione più di convivenza – col virus – che di sconfitta – del virus. A meno che il virus, come per magia, non decida di cambiare, il confinamento, che non potrà essere eterno, non farà altro che rimandare la sua azione. Ed è proprio per questo che ritengo fondamentale cambiare strategia.
La soluzione appartiene ormai più al futuro che al presente.
Accetterò, anche se a malincuore, il confinamento – che vivrò come un’imposizione che poteva essere evitata.
Ti chiedo però di non insistere troppo con la tua morale: libero di continuare ad applaudire il governo, non sarò certo io a impedirtelo; evita però i balconi, il tricolore, le frasi stupide, gli inviti alla repressione, la caccia agli untori...
Perché vedi, amico mio, la pandemia può essere «un’eccellente scuola di fraternità» solo a due condizioni: 1) che chi governa adempia al suo ruolo con competenze e trasparenza; 2) che il cittadino faccia il suo senza criminalizzare chi la pensa diversamente.
Insomma, in attesa del nuovo confinamento, e facendo tesoro del precedente, ti chiedo ciò: svuotati della tua stronza arroganza e apriti all’altro, perché i sacrifici e le rinunce saranno vissute – da milioni di persone – come un fuoco che opprime.
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24/10/2020
La protesta di Napoli svela la contraddizione da risolvere
I fatti di Napoli hanno strappato lo schermo e messo tutti di fronte alla contraddizione con cui stiamo facendo i conti.
Abbiamo sostenuto in questi giorni della seconda ondata della pandemia le cose che avevamo sostenuto già ai primi di marzo: per bloccare la diffusione del virus era necessario procedere ai lockdwn nelle zone rilevate come a maggiore contagio e procedere allo screening di massa della popolazione una volta fermate tutte – e sottolineiamo tutte – le attività per un periodo determinato.
Le autorità dovevano intervenire con misure di emergenza ad assicurare alle famiglie il reddito e i servizi necessari alla sopravvivenza nel periodo di lockdown. Lì dove è stato fatto, il virus è stato contenuto e ridotto in attesa di un vaccino capace di sconfiggerlo.
Andava fatto a marzo in Lombardia e nel nord e andrebbe fatto adesso nelle aree a maggiore diffusione quindi Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio e Campania, o almeno nelle grandi aree metropolitane dove il virus viaggia con numeri e velocità superiori.
Questo non è stato fatto a marzo – dove per non chiudere la sola Lombardia hanno chiuso l’intero paese, anche lì dove il virus era scarsamente presente – ed anche oggi. Perché? Perché Confindustria e Partito Trasversale del Pil si sono messi di traverso allora e si mettono di traverso adesso. E il governo gli è andato dietro allora e gli va dietro in questi giorni della seconda ondata del virus.
Chiudere tutte le attività produce risultati nella lotta contro la diffusione del virus? SI. Ha effetti sull’economia? SI.
Ha ragione chi chiede di apprestare prima le risorse per far sopravvivere economicamente la gente e poi chiudere? SI.
Ci sono i tempi per far coincidere le due emergenze? SI, ma occorre decidere e soprattutto attuare rapidamente. Sono stati persi quattro mesi in cui il virus ha dato tregua – da maggio a settembre – per prepararsi a questo... ma non è stato fatto.
E allora questa volta Conte deve andare in televisione e dire che ha fatto il decreto per assegnare un reddito di emergenza per le popolazioni che andranno sotto lockdown tutto il tempo necessario a fare lo screening di massa con tamponi alla popolazione medesima. Le risorse si stornano da altri capitoli di spesa oggi inutili (spese militari o missioni militari all’estero per dirne una) e si convogliano sul reddito di emergenza.
Se si continua con questa dolorosa ipocrisia per cui non si fermano le attività e si ammucchia la gente sui trasporti pubblici perché la Confindustria non vuole – ma anche perché tanti esercenti temono di veder precipitare le proprie condizioni di vita – e ci si accanisce solo sui comportamenti individuali introducendo inefficaci e odiosi coprifuoco, alla fine questa ipocrisia e questa contraddizione non può che esplodere come avvenuto a Napoli, dove alla contraddizione si aggiunge l’insopportabile protervia di un governatore come De Luca.
Non possiamo negare che la percezione della pandemia è diversa tra chi in qualche modo è garantito sul piano economico e chi invece è vulnerabile economicamente. E qui non si tratta solo di famiglie che vivono nell’economia marginale ma anche di cuochi, camerieri, baristi, operatori turistici, operatori sportivi, ossia di gente che un lavoro ce l’aveva e che adesso o lo ha perso o sopravvive con ammortizzatori sociali troppo deboli per essere credibili e dare sicurezza.
A Napoli è esploso questo lato della contraddizione. I compagni napoletani hanno fatto bene a farsi trovare presenti a questo appuntamento. Chi lo nega o accetta la lettura sui camorristi, i fascisti, etc, non è diverso dai negazionisti del Covid: entrambi negano un dato reale. Esiste il Covid ed esistono anche le contraddizioni sociali che ne derivano.
Quindi, volendo mettere in fila le “nostre soluzioni” sosteniamo che:
a) i lockdown vanno fatti nei territori che lo richiedono;
b) va introdotto subito il reddito d’emergenza in forme congrue e credibili per chi deve fermare la propria attività lavorativa o commerciale;
c) vanno fatti i tamponi di massa sulle popolazioni, a cominciare dalle zone che vanno in lockdown, il che significa che personale e strutture sanitarie vanno rafforzate con questo scopo.
Napoli è stato allora un segnale positivo e uno scrollone necessario? Altroché!
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Ora il lockdown è inevitabile
È inutile girarci intorno. I cento scienziati che hanno scritto a Mattarella e a Conte chiedendo misure drastiche hanno ragione. Con la crescita esponenziale dei contagi, dei malati gravi, dei ricoveri e delle terapie intensive, il sistema italiano è di nuovo FALLITO di fronte al COVID-19.
Non c’è alcuna giustificazione per questo fallimento, tutta la classe politica e dirigente deve essere chiamata a risponderne. Sono passati 9 mesi dall’inizio ufficiale della pandemia in Italia e NON È STATO FATTO NIENTE per prevenire, organizzare, reagire.
Bisognava assumere, investire soldi pubblici nella sanità e nei trasporti, nella tutela sociale. Soprattutto bisognava cominciare ad organizzare una vita diversa, garantendo davvero a tutte e a tutti il reddito ed il lavoro. Insomma si doveva pianificare e regolare il paese per il ritorno del contagio, imparare da chi aveva fatto meglio.
Mentre tutto l’establishment politico mediatico, da Trump a Gabanelli, inveiva contro la Cina, in Italia ed in Europa non si è fatta la sola cosa giusta : bisognava IMPARARE DALLA CINA e non dal presidente USA.
Ora siamo al disastro, non hanno messo la salute al primo posto per salvare l’economia, ora abbiamo devastate sia la salute che l’economia. Questo succede quando la politica sanitaria del paese la decide la Confindustria, a cui tutti i nostri governanti obbediscono.
Il lockdown, più o meno mirato a seconda delle dimensioni del contagio, è ora inevitabile e la confusione e il silenzio di Conte e del governo comportano adesso ritardi criminali.
Le bare di Bergamo non hanno insegnato niente, alla fine i terrapiattisti che le presentavano come una invenzione hanno avuto più ascolto di chi ammoniva che, non facendo niente, quella strage sarebbe tornata.
Ora in Lombardia già cominciano a essere sature le terapie intensive, Milano è come Lodi a marzo e di nuovo i medici non sono più in grado di garantire il tampone a chi manifesta i sintomi del male. In Campania e in altre zone del paese è pure peggio.
Tutto questo poteva e doveva essere evitato, se dopo maggio non ci fosse stato lo sconsiderato “liberi tutti” che c’è stato, mentre illustri scienziati andavano in tv a dire che era tutto finito, e non hanno ancora chiesto scusa.
Ora il lockdown torna ad essere il solo strumento di sopravvivenza di un sistema fallito che deve essere rovesciato nella vergogna.
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Fontana adesso si preoccupa e vuole chiudere (quasi) tutto
Ora Fontana parla di situazione “drammatica”, per cui s’ipotizza un inasprimento del “coprifuoco” notturno, con la sua anticipazione alle 21. Inoltre, ed è molto grave, Fontana decreta anche il ritorno alla didattica a distanza per le scuole.
Naturalmente, nessun provvedimento riguarda le attività produttive e lavorative, perché non si deve danneggiare l’economia. Come se le fabbriche e tutti i luoghi di lavoro non fossero possibili focolai di contagio, specie se nessuno li controlla e si devono raggiungere viaggiando su mezzi di trasporto affollati e non adeguatamente sanificati. In questo modo si è arrivati a 5.400 casi in Lombardia di cui 2.300 nella provincia di Milano.
Com'è noto, siamo contro i negazionisti, ben coscienti dell’importanza di rispettare le precauzioni necessarie. Tuttavia crediamo anche sia ora di dire basta a una giunta che ci considera bestie da produzione che devono rischiare la vita per accondiscendere ai desideri di Confindustria, lavorando in luoghi insicuri e prendendo trasporti pericolosi per poi tornare a rinchiudersi a casa.
Perché il Covid, secondo Fontana e la Confindustria, è “pigro” e “non ama” fabbriche e uffici, ma si scatena a contagiare solo nei bar, nei teatri, nelle piscine e nelle scuole. In pratica, il messaggio della giunta è “sgobba ma non chiedere di avere una vita sociale (e ci mancherebbe altro, politica)”.
La giunta lombarda, da marzo a oggi, non ha fatto nulla per potenziare la sanità, anzi ha premiato i “manager” che hanno ridotto, per ragioni di bilancio, i posti Covid negli ospedali, si è dimenticata delle USCA – unità speciali di continuità territoriale – che sono solo 40 sulle 200 preventivate, che impegnavano, a maggio, 70 medici che ora sono rimasti soltanto 12.
La cattedrale nel deserto dell’Ospedale Fiera sta ripartendo con personale sottratto ad altri ospedali, che resteranno senza terapia intensiva. Inoltre, dal punto di vista dell’efficienza, ci si dimentica totalmente che il lavoro delle terapie intensive richiede un alto livello di intesa e di rapidità decisionale, non facile da raggiungere da parte di personale messo insieme in fretta e furia, anche se competente.
I medici di base sono, come sempre, abbandonati a se stessi e dichiarano che ancora oggi non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino antinfluenzale per la campagna vaccinale che, in questa situazione, sarà comunque molto difficile se non impossibile da organizzare.
Sembra che qualcuno, paradossalmente, si sia infettato negli assembramenti dovuti alle lunghe attese per avere il tampone, dato che non si è nemmeno pensato che tale esame si dovrebbe organizzare per appuntamento.
Quanto alla definizione di “zone rosse” (e probabilmente Milano dovrebbe essere dichiarata tale), Fontana demanda tale competenza ai sindaci, scaricando su di loro le responsabilità che, peraltro, il governo ha delegato alle regioni. Un pericoloso scaricabarile per non inimicarsi Confindustria, che ha già provocato una strage in Val Seriana nella scorsa primavera.
Rispetto a tale strage, proprio ieri la Procura di Bergamo ha incriminato i dirigenti della sanità territoriale bergamasca, Locati e Cosentina, per epidemia colposa aggravata dalla morte di persone. Infatti, l’ospedale di Alzano Lombardo, dove si erano verificati dei casi di Covid, non sarebbe stato sanificato prima della riapertura.
Per la questione Alzano-Nembro sono stati incriminati anche l’ex direttore della sanità lombarda, Cajazzo, e i suoi stretti collaboratori Salmoiraghi e Andreassi.
Ci chiediamo quando alle incriminazioni dei tecnici seguiranno quelle degli amministratori politici che sono i responsabili principali per la loro linea di smobilitazione sanitaria e per aver privilegiato il profitto sulla salute dei cittadini.
Infine, la coppia Fontana e Gallera dovrebbe essere denunciata anche per il danno che sta provocando alla scuola, con una chiusura che poteva essere evitata con provvedimenti adeguati. La scuola, come sempre, non è considerata attività “produttiva” e può essere riaperta e richiusa a piacimento della giunta, con un danno incalcolabile alla formazione non solo culturale, ma anche umana e sociale dei giovani e alla loro vita di relazione.
Inoltre, la chiusura delle scuole, causata soprattutto dall’insipienza della giunta regionale, è un enorme affronto agli sforzi che docenti e amministrativi hanno profuso dal 14 settembre a oggi per garantire sicurezza e serenità in condizioni di difficoltà estrema, di carenza di personale, di spazi, di mezzi e di indicazioni chiare.
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