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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/01/2022

“Una piccola imposta sulla ricchezza finanziaria per assumere 1 milione di giovani”

Pubblichiamo l’appello al governo di un gruppo di accademici dell’università di Torino che propone di finanziare con una patrimoniale sulla sola ricchezza finanziaria l’assunzione di giovani laureati in tutti i comparti nella pubblica amministrazione. Un piano neokeynesiano che mira a ridurre la disoccupazione giovanile e allargare al tempo stesso la base imponibile.

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Sette miliardi sono tanti o pochi?

Si sta discutendo molto sull’uso di sette miliardi stanziati per la riduzione delle tasse. Sette miliardi sono una cifra enorme: un miliardo sarebbe sufficiente per pagare uno stipendio di 3.000 euro lordi al mese per un anno a più di 25.000 lavoratori, o se preferite a pagare quello stipendio per l’intera vita lavorativa a più di 600 lavoratori. Basta moltiplicare queste cifre per sette per capire cosa significano sette miliardi.

Al tempo stesso, sette miliardi sono ben poca cosa se paragonati alla ricchezza finanziaria (quindi senza considerare gli immobili e gli oggetti di valore) delle famiglie italiane: sono infatti solo l’1,5 per mille di tale ricchezza.

Se il governo decidesse di ottenere quei sette miliardi mediante un’imposta su tale ricchezza, il danno per il contribuente sarebbe impercettibile persino se l’imposta fosse proporzionale (sarebbe ovviamente meglio che le aliquote fossero progressive): chi avesse sul conto in banca una giacenza media di 10.000 euro pagherebbe in un anno un’imposta di 15 euro.

Secondo i nostri calcoli, un’imposta sulla ricchezza finanziaria dell’1% con una quota esente di 100.000 euro fornirebbe le risorse necessarie ad assumere stabilmente un milione di giovani. Con un’imposta di poco superiore all’1% la quota esente potrebbe raggiungere i 300.000 euro.

Di fronte a cifre simili viene spontaneo domandarsi: esistono obiezioni valide all’introduzione di una piccola imposta sulla ricchezza finanziaria?

Ci occupiamo di questo problema da alcuni anni, e possiamo rispondere fondatamente di no. Esistono invece moltissimi argomenti a favore, che qui è inutile ricordare perché ce ne è uno che di per sé è risolutivo: gli enormi benefici che la società può ottenere a fronte di un costo minuscolo per i contribuenti.

La risposta alla domanda del titolo è allora: sono tanti e anche pochi. Sette miliardi sono una cifra cospicua dal lato della spesa; sono una cifra piccolissima rispetto alla disponibilità finanziaria esistente in Italia.

Perché il governo rifiuta di prendere in considerazione l’imposta qui suggerita?

Non lo sappiamo. Può essere per una scelta politica, e può essere per un altro motivo che non conosciamo. Ci permettiamo di chiederlo al governo mediante questo intervento.

Filippo Barbera, Università di Torino

Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale

Giancarlo Cerruti, Università di Torino

Bruno Contini, Università di Torino

Federico Dolce, direttore del Centro Studi Argo di Torino

Antonio Graziosi, già all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Ginevra

Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale

Francesco Pallante, Università di Torino

Francesco Scacciati, Università di Torino

Andrea Surbone, scrittore

Pietro Terna, Università di Torino

Dario Togati, Università di Torino

Willem Tousijn, Università di Torino


Fonte

06/02/2017

Piccola risposta ai 600 accademici preoccupati

Seicento illustri professori universitari e presunti tali (nell’elenco compaiono anche degli “infiltrati”, privi di qualsiasi affiliazione accademica) hanno indirizzato una breve lettera – pubblicata sul sito del Gruppo di Firenze – a Governo, MIUR e Parlamento per denunciare la fragilità sintattica e ortografica dei giovani studenti universitari. La responsabilità? Ovviamente del sistema scolastico, che appare reagire in modo blando e inadeguato di fronte a strafalcioni grammaticali e proposizioni involute.

Solo due piccole osservazioni per le autorevoli personalità che hanno denunciato il caso.

Pochi mesi fa molti laureati italiani hanno partecipato ai concorsi a cattedra per diventare docenti di scuola secondaria. In alcune classi di concorso hanno superato la prova scritta molti candidati in meno rispetto ai posti messi a bando. Interrogati sulla ragione di questa durezza nella selezione, i commissari hanno semplicemente risposto che gran parte degli aspiranti docenti non solo non erano in grado di scrivere correttamente nella lingua italiana, ma avevano lasciato in bianco alcuni quesiti (tra l’altro assai generici) o addirittura avevano dato prova di profonda ignoranza nel proprio settore disciplinare.

Alcuni docenti universitari si sono sentiti accusati di aver attribuito il titolo di dottore a chiunque, dimostrando una certa leggerezza, di aver creato negli anni dei percorsi formativi troppo facili e privi di effettivi “sbarramenti”, consentendo anche ai meno preparati di completare gli studi. Alcuni docenti universitari, per difendere il proprio operato, hanno reagito duramente con lettere aperte o accusando il MIUR di aver elaborato delle cattive prove concorsuali.

Ma quanti studenti vengono respinti negli esami universitari? Quanti “diciotto” vengono attribuiti? E quanti “trenta”? Specialmente in alcune facoltà, la selettività accademica è andata smarrita, e non solo perché gli studenti sono meno preparati in “ingresso”, ma per ragioni di opportunità, per far decollare le iscrizioni ai corsi di laurea, per la concorrenza al ribasso che si è innescata tra gli atenei, ma pure per l’abbassamento del livello culturale del corpo docente. Lo stesso, purtroppo, accade nel mondo della scuola. Il processo è ormai avanzato, e lo denunciamo da anni. Tutti hanno il diritto di criticare la scuola, perché la scuola è di tutti. Ma forse i docenti universitari possono permetterselo meno degli altri.

Oggi i nostri accademici scaricano sulla scuola la responsabilità di un sistema formativo illanguidito, ma è una responsabilità che condividono, e non mi pare facciano alcuno sforzo per capirne le ragioni profonde.

La vogliamo provare una volta tanto a fare un’analisi delle difficoltà incontrate in Italia per mettere in piedi un sistema per l’istruzione di massa? A parte lamentarsi dell’ovvio, da un docente universitario ci si attenderebbe in primo luogo una discreta lucidità nel decifrare processi ed eventuali fallimenti della scuola di massa. Credono davvero che sia sufficiente – come propongono – aumentare i momenti di verifica delle competenze linguistiche? La loro denuncia non si misura affatto sulle difficoltà concrete delle scuole nei territori complessi. La normativa sui BES ha tanti difetti, e in generale le politiche inclusive oggi non riescono a riequilibrare una buona politica scolastica, andando a indebolire spesso la qualità di alcune azioni didattiche, e abbassando in parte il livello generale. Ma questo accade soprattutto per ragioni finanziarie, perché nella scuola italiana non si investono risorse sufficienti.

Eppure nemmeno i soldi risolverebbero completamente il problema, poiché profonda è l’influenza di altre agenzie educative nella formazione dei linguaggi. E anche su questo, ci sarebbe molto da dire e da ragionare.

Forse i nostri studenti non sanno come scrivere, ma i nostri professori, purtroppo, non sanno cosa scrivere.

Fonte

26/10/2016

‘Clima generalizzato di paura’, è iniziata la grande fuga dalla Turchia

Nuova ondata repressiva in Turchia, in queste ore. I due sindaci di Diyarbakir, la maggiore città a maggioranza curda del Sud-est della Turchia (che i curdi chiamano Amed), sono stati arrestati nell'ambito di un'indagine legata al "terrorismo". L'arresto di Gultan Kisanak e Firat Anli è avvenuto con un imponente dispositivo di polizia attorno al municipio della città, considerata la "capitale" curda e teatro di uno scontro prolungato fra le forze di sicurezza turche e i guerriglieri del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. L'arrivo delle truppe turche ha provocato la reazione di centinaia di manifestanti, tra questi una deputata yazida che è stata arrestata, che sono stati dispersi con la violenza dalla polizia, con idranti e lacrimogeni. Le autorità hanno deciso di sospendere 'temporaneamente' l'accesso ad internet e alla telefonia mobile nelle province curde di Diyarbakir, Mardin, Batman,Siirt, Van, Elazığ, Dersim, Antep, Şanlıfurfa e Kilis.

"Ancora una volta ci troviamo di fronte a una situazione illegale. Questi sindaci son stati eletti dal nostro popolo e sono stati arrestati come fossero dei fuorilegge", ha detto Sahabat Tuncer, copresidente del Partito Democratico delle Regioni, una costola del Partito Democratico dei Popoli operante solo nei territori a maggioranza curda della Turchia. "Da quasi un anno e mezzo il nostro partito è oggetto di una politica speciale – ha aggiunto – Lo Stato fa del terrorismo contro i nostri partiti. Arresta i nostri dirigenti, confisca ciò che il popolo ha guadagnato con grandi sacrifici. Semina il caos nelle nostre città", ha concluso la leader del DBP. Nell’ultimo anno ben 2500 dirigenti, amministratori e militanti del Partito Democratico delle Regioni sono stati arrestati e incarcerati, tra questi il co-presidente, decine di co-sindaci e consiglieri comunali. Finora sono state ben 26 le municipalità amministrate dal DBP che sono state commissariate dal governo centrale dopo aver inabilitato i sindaci regolarmente eletti, e quattro membri del partito sono stati uccisi dall’esercito turco durante il feroce assedio di Cizre e Silopi.

Dal fallito colpo di stato militare del 15 luglio scorso, secondo i dati diffusi dal ministro della Giustizia di Erdogan, Bekir Bozdag, le persone arrestate sono state più di 35 mila, quelle indagate più di 82 mila; altre 3907 persone sarebbero ancora ricercate e altre 26 mila sarebbero state rilasciate sotto “controllo giudiziario” e dopo che nei loro confronti è stato aperto un procedimento penale. Per non parlare di più di 100 mila persone che sono state cacciate o sospese dal loro posto di lavoro nell’esercito, nella polizia, nella magistratura, nella scuola, nell’Università, nelle amministrazioni pubbliche, nei media ed in altri settori.

A proposito delle purghe repressive scatenate dal regime dopo il fallito putsch di luglio, l’organizzazione umanitaria internazionale Human Rights Watch, basata negli Stati Uniti, ha denunciato recentemente che molte delle persone arrestate sono state "torturate e maltrattate". Secondo il rapporto di 47 pagine redatto da HRW, lo stato d’emergenza proclamato dal regime concede di fatto "carta bianca" ai poliziotti per commettere abusi nei confronti dei detenuti. Privazione del sonno, percosse e minacce di violenza sono tra i principali maltrattamenti documentati da HRW che riferisce di aver intervistato 40 persone, tra cui avvocati, specialisti di medicina legale ed ex detenuti. Un uomo, Eyup Birinci, ha dichiarato al procuratore della Repubblica di Antalya che i poliziotti "lo avevano picchiato sulle piante dei piedi e sulla pancia" e minacciato di "castrarlo". L'organizzazione denuncia quello che definisce un "clima generalizzato di paura" instaurato dal regime.

Le maxi purghe, la violazione sistematica dei più basilari diritti democratici, la persecuzione delle opposizioni e degli intellettuali dissidenti, la chiusura di centinaia di media critici nei confronti del regime stanno causando un vero e proprio esodo dalla Turchia. A scappare non sono solo i dissidenti sui quali pende un mandato di cattura, ma anche molti studiosi e docenti, avvocati, giornalisti, medici finiti nel target del partito islamo-nazionalista che ha rapidamente occupato tutti i gangli del potere. Una ‘grande fuga’ simile a quella che seguì i colpi di stato fascisti realizzati dall’esercito nel 1971 e poi di nuovo nel 1980. Solo che stavolta è il ‘contro-golpe’ erdoganiano a provocarlo approfittando del maldestro tentativo da parte di settori militari irresponsabilmente imbeccati da Washington e da Bruxelles.

Negli ultimi 3 mesi oltre 4.200 accademici sono stati sospesi dal loro incarico, mentre più di 2.300 sono stati espulsi dalle università in cui lavoravano. Centinaia di docenti sono rimasti disoccupati a seguito della chiusura di 15 università private, legate al movimento di Fethullah Gulen, che il governo di Ankara accusa di aver organizzato il tentato golpe.

"Sono rimasta disoccupata e senza casa, per strada, nel giro di una notte", spiega la docente Maya Arakon (che lavorava alla Facoltà di relazioni internazionali dell'Università Suleyman Sah, uno degli istituti chiusi) in un'intervista alla BBC turca, specificando che la notte del tentato golpe si trovava negli Stati Uniti e che dopo quella data ha continuamente posticipato la data del rientro, per poi decidere di non partire affatto. “Avevo immaginato che avrebbero commissariato l'università, ma chiuderla completamente mi sembra una follia. Tra chi ci è andato di mezzo ci sono persone e studenti che come me non c'entrano niente con il movimento gulenista”, aggiunge Arakon.

Una sua collega, la linguista Necmiye Alpay, con la quale stava collaborando ad un libro, si trova attualmente agli arresti, accusata di terrorismo. Nonostante siano diversi i docenti che trovandosi all'estero a luglio hanno deciso di non rientrare in Turchia, una tale scelta non è alla portata di tutti.
A parte i problemi per l'ottenimento del visto, gli spostamenti degli accademici restano attualmente vincolati ai permessi speciali dei rettori delle università, accordati solo in caso di inviti ad hoc per convegni o seminari. E molte persone, accademici inclusi, si sono anche visti annullare il passaporto per diversi motivi.

Anche se mancano delle statistiche sul numero dei "cervelli" che hanno lasciato la Turchia recentemente, alcune organizzazioni come il “Fondo per salvare gli studiosi”, fondato dall'Istituto di educazione internazionale (IIE) a settembre riferiva di avere ricevuto 65 domande di accademici turchi che esprimevano "timore di essere perseguitati politicamente e, in alcuni casi, di essere imprigionati e di subire violenze". Al numero di domande "senza precedenti" giunti all'organizzazione statunitense si accompagna quello delle richieste presentate presso il Consiglio per gli accademici a rischio (CARA), una organizzazione britannica che sottolinea come le domande dei ricercatori turchi siano passate dai 4-5 a settimana dell'anno scorso alle 15-20 dell'ultimo periodo.

Dal gennaio 2016, quando un gruppo di accademici – i cosiddetti "accademici per la pace" – ha firmato una petizione contro gli interventi armati dello stato nella Turchia sudorientale chiedendo alle autorità di fermare la selvaggia repressione contro la comunità curda, gli accademici non allineati con il governo hanno iniziato ad essere perseguitati. Molti dei docenti firmatari della petizione hanno perso il loro posto nel corso delle epurazioni seguite al fallito golpe.

Fonte

26/07/2016

Turchia: retata di giornalisti e accademici, epurazioni nella Sanità

Se qualcuno pensava che l’ondata di epurazioni ed arresti in Turchia avesse toccato il culmine rimarrà deluso. Ogni giorno si allunga la lista dei membri delle forze armate e di sicurezza, dell’apparato statale e di altri settori della società turca colpiti dai provvedimenti punitivi adottati dal regime dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio scorso.

Ieri le autorità turche hanno emesso un mandato d’arresto nei confronti di 42 giornalisti; stamattina la maggior parte erano stati eseguiti, anche se alcuni dei lavoratori dell’informazione nel mirino sono riusciti a rendersi irreperibili e in alcuni casi a riparare all’estero. Tra i giornalisti arrestati ci sono nomi noti, alcuni dei quali colpiti già in passato da provvedimenti giudiziari. Come Nazli Ilicak, 72 anni, ex parlamentare della destra islamista, commentatrice televisiva e collaboratrice di numerosi quotidiani, che dopo anni di sostegno ad Erdogan ha iniziato a criticarlo in maniera molto dura. Ilicak era stata già licenziata nel 2013 dal quotidiano filo-governativo Sabah, per aver criticato alcuni ministri coinvolti in uno scandalo di tangenti che secondo il governo era stato orchestrato sempre da Gulen.

Nel mirino del regime anche l’ex responsabile dei contenuti digitali del quotidiano Hurriyet, Bulent Mumay, vicino alle correnti dell’opposizione liberale.
Sempre ieri sono stati arrestati 31 docenti universitari, accusati di far parte delle rete guidata da Fethullah Gulen, l’imam/magnate esule negli Stati Uniti trasformatosi a partire dal 2013 nel principale avversario di Erdogan dopo averne favorito l’ascesa al potere.

Dopo aver pesantemente colpito l’esercito, la magistratura e il mondo della scuola e dell’università, con migliaia di istituzioni scolastiche chiuse per decreto perché collegate alla confraternita diretta da Gulen, ieri ben 5 mila dipendenti del Ministero della Salute sono stati sospesi dal governo, così come 211 dipendenti della compagnia di bandiera Turkish Airlines. In una nota, la compagnia ha spiegato che i contratti dei dipendenti sono stati interrotti per “necessità operative, inefficienza, scarso rendimento e sostegno al movimento del religioso indicato come il capo di un vero e proprio ‘stato parallelo’. Sorte analoga per 198 lavoratori e dirigenti della compagnia delle telecomunicazioni a capitale pubblico Turk Telecom.

Continua intanto la caccia ai militari accusati di aver partecipato alla sollevazione o di averla comunque sostenuta. Ieri sera sono stati arrestati sette soldati accusati di aver preso parte al blitz contro un albergo di Marmaris, sull’Egeo, dove il presidente Erdogan stava soggiornando al momento del golpe. I sette militari sono stati arrestati durante una massiccia operazione di ricerca nell’area intorno a Marmaris. Sempre ieri sono stati catturati anche 40 militari di un’accademia di Istanbul. Secondo l’agenzia Anadolu gli arresti sono stati eseguiti dall’unità antiterrorismo della polizia, che ha circondato i sospetti nell’accademia, che si trova nel quartiere Besiktas, sul lato europeo di Istanbul. Nei giorni scorsi erano già stati arrestati altri militari dell’accademia e per 15 ufficiali la detenzione in carcere è stata confermata dai giudici.

Da parte sua il premier islamo-nazionalista Binali Yildirim aveva affermato in un’intervista televisiva che la Guardia presidenziale turca verrà sciolta. Nei giorni scorsi 283 membri di questo corpo di sicurezza speciale sono stati arrestati. Inoltre il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha annunciato in un intervento alla tv Haberturk anche un’operazione di ‘pulizia’ all’interno del corpo diplomatico con l’epurazione di numerosi ambasciatori e addetti di varie rappresentanze diplomatiche.

Sul fronte finanziario, l’organismo turco per la supervisione degli istituti bancari (Bddk) ha revocato ieri la licenza all’istituto di credito Bank Asya accusato di legami con la confraternita ‘Hizmet’. Bank Asya era in realtà già stata commissariata lo scorso anno e posta sotto il controllo del Fondo statale di garanzia dei depositi (Tmsf).

Nel frattempo, nel tentativo di cavalcare l’ondata reazionaria provocata dall’azzardato e fallito putsch del 15 luglio, il regime ha deciso di intitolare ai ‘martiri del 15 luglio’, ai quali è stata dedicata anche una festività nazionale lo stesso giorno, uno dei ponti sul Bosforo a Istanbul.

Ovviamente il regime sta rimpiazzando alcuni dei membri epurati con figure fedeli al governo: 342 nuovi giudici e pubblici ministeri sono stati nominati ieri dalla Corte di Giustizia di Ankara allo scopo di riempire in parte il vuoto lasciato dai circa 2100 arresti compiuti tra magistrati e procuratori.

Fonte

23/05/2016

Referendum. Servi fedeli per cavalieri in difficoltà

Sono passati solo pochi giorni dal momento in cui Renzi ha deciso di cambiare l’ordine del discorso circa il referendum costituzionale autunnale, spostando il campo di gioco da quello del plebiscito personale a quello dei contenuti della riforma, e subito il mondo accademico bolognese è corso in aiuto del premier in difficoltà.
 
Dopo la recente campagna in difesa di Panebianco, contestato dagli studenti per i suoi editoriali guerrafondai, questa settimana una cinquantina di professori dell’Unibo ha nuovamente utilizzato lo strumento dell’appello pubblico in soccorso al regime, questa volta per schierarsi a favore del sì al referendum. Le scarne motivazioni della scelta, a dire il vero molto poco “accademiche” nei toni e nella superficialità che ne traspare, evidenziano la preoccupazione di questi autorevoli personaggi per la governabilità del paese, eletta a stella polare della controriforma costituzionale necessaria per mantenere il controllo sulla società della crisi.
 
Sotto le mentite spoglie di una scelta neutrale, ancora una volta ammantata dell’intoccabilità che si cerca di conferire al sapere “tecnico”, traspare chiaramente il servilismo intellettuale ed il funzionalismo ideologico rispetto a quelli che oggi sono i centri di potere dominanti: la centralizzazione autoritaria del potere ed una procedura più spedita di approvazione delle leggi, che elimini ogni possibile rallentamento in un parlamento già svuotato, realizzano la necessità di approvare decisioni calate dall’alto (Bruxelles, Francoforte e Berlino), nella maniera più veloce possibile. Come recentemente dimostrato anche in Francia, l’autoritarismo liberale non necessita più del dibattito parlamentare e di quei presidi democratici fissati dalla lotta di liberazione antifascista, recintati e distorti sin dal dopoguerra, ma oggi definitivamente soggetti all’eliminazione auspicata nella famosa dichiarazione della banca d’affari internazionale JP Morgan già nel 2013. Per il governo ogni sostenitore è buono per essere tirato sul carro in questa decisiva operazione, e la spaccatura tessuta dal PD proprio a Bologna tra le fila di un notoriamente ambiguo ANPI è stata nei giorni scorsi una buona rappresentazione di questa corsa alla coscrizione. Mentre sempre più il progetto del Partito della Nazione vede convergere attorno a sé gli interessi dei poteri forti lungo la penisola, allo stesso tempo si sta ampliando la forbice che lo separa dal consenso di massa, come confermano le contestazioni sistematicamente represse che accompagnano le visite di Renzi in ogni città. Pertanto anche la possibilità di apporre al taschino la spilletta dei valori partigiani torna in soccorso di chi ha bisogno del maggior consenso possibile per portare a termine le decisioni del governo più autoritario della recente storia italiana. In tal senso si comprende cosa abbia spinto il ministro Boschi a non provare imbarazzo quando nei giorni scorsi ha accostato tutti gli oppositori del PD ai fascisti di Casapound.
 
Tra i vari firmatari dell’appello degli accademici bolognesi, una menzione speciale merita l’ormai purtroppo celebre costituzionalista Andrea Morrone, delfino di Barbera (affiliato PD ed ora presidente della Corte Costituzionale), le cui scelte politiche sembrano più dettate dall’ansia di apparire mediaticamente e di garantirsi una posizione di potere dentro l’Università, piuttosto che da una linea di pensiero precisa. L’illustre professore, passato negli anni con scioltezza dalla partecipazione ai comitati a favore della scuola pubblica alla difesa di “Re Giorgio” Napolitano e ora in prima linea per il fronte del sì, si è dimostrato fortemente critico nei giorni scorsi di fronte al rischio anche solo annunciato che ai gruppi fascisti non fossero concesse piazze nel comune di San Lazzaro. Il tutto in occasione di una delibera annacquata con cui amministrazione dell’hinterland bolognese ha dimostrato ancora una volta l’evanescenza e la pochezza di proposte che si pongano nel campo antifascista mantenendo la compatibilità con l’attuale arco istituzionale. Il professore, proponendo una lettura neutra della Costituzione (oggi di gran moda tra i costituzionalisti) che riduce tutte le ideologie a semplici e legittime manifestazioni del pensiero, promuove una interpretazione della carta costituzionale non solo molto discutibile, ma soprattutto funzionalizzata in maniera servile rispetto alle esigenze di governance del potere attuale.
 
Di fronte a queste prese di posizione, ben consapevoli dell’importante occasione di mobilitazione offerta dal referendum autunnale e del carattere eminentemente politico di una controriforma che ci vorrebbero descrivere come tecnica e migliorativa, non troveranno certo il modello di studente acritico che tanto cercano di promuovere. A partire dalla nostra comune condizione specifica, inviteremo gli studenti e i precari a smascherare il ruolo decisivo di certi loro professori nel sostenere e promuovere l’accelerazione autoritaria che si vuole imprimere definitivamente anche alle nostre latitudini e che concederebbe ulteriori spazi all’attacco dall’alto praticato oggi dal capitale globale in guerra. Non lo faremo certamente nell’ottica di preservare l’insufficienza dell’esistente, ma per metterlo ulteriormente in discussione e per costruire il nostro futuro a partire dalle fratture che oggi possono essere estese solo con processi conflittuali organizzati.
 
Questo è lo spirito con cui ci approcciamo alla manifestazione nazionale contro il Governo prevista per il weekend precedente alla scadenza referendaria autunnale e lanciata ieri dalla Piattaforma Sociale Eurostop al termine di un’intensa giornata di confronto intellettuale e militante, nella cornice napoletana del convegno nazionale “Italexit”.
 
Una sfida tutta aperta e a cui ci accostiamo con entusiasmo.
 
Campagna Noi Restiamo