Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/11/2016

Leopolda 2016, corso motivazionale in stile Herbalife

La Leopolda 2016 è stata una sorta di kermesse motivazionale in stile Herbalife. L’unica differenza è il prodotto: non pillole dimagranti ma insegnare a vendere il Sì al referendum. La cosa che colpisce in maniera sempre più netta però è il totale staccamento dal reale di questa sorta di setta religiosa renziana, perché altro ormai non è. Il guru qui dimentica di essere premier e segretario di partito. Dal palco lancia strali contro i critici e il “popolo della Leopolda” (sì, lo chiamano così) risponde alzando la voce. Pier Luigi Bersani si è schierato per il No al referendum? Renzi lo attacca dal palco e dal popolo della Leopolda si leva un grido all’unisono: “Fuori, fuori”. Riferito a Bersani, ovviamente, e ai critici. Alla minoranza. Che proprio per sua natura un partito che si chiama democratico e che dovrebbe essere l’erede naturale della sinistra italiana dovrebbe tutelare. No. Le minoranze non vengono tutelate. Se non sono d’accordo col capo. Il dissenso non è previsto.

Dopo la settima Leopolda cui assisto (sì, le ho viste tutte) credo di potermi permettere il lusso di sostenere quanto sia cambiata l’aria, il clima, i metodi: il capo. È ormai palese ai più che le sue siano solo parole alle quali mai seguono i fatti. Ma colpisce la violenza verbale, la corporatività, l’esser diventato non un movimento politico con istanze concrete e valori condivisi, ma appunto una setta: raccontarsi una realtà falsata, piegata al proprio desiderio e instillarla come fossero i dieci comandamenti da ripetere all’esterno. Ho visto dei robot. Più che degli uomini. Sotto quel palco. Ho visto persone arrivare normali venerdì pomeriggio e uscire invasate domenica. Con gli occhi spiritati, una rabbia malcelata che si è poi sfogata per lo più sui social contro chi sostiene le ragioni del No. A colpi di menzogne, ovviamente. Perché tutto qui è menzogna. Come se la realtà si potesse cambiare a colpi di menzogne. A insegnare c’è lui, il guru. Si può organizzare un dibattito per smontare le ragioni del No al referendum senza nessun rappresentante del No al referendum? Può essere credibile? Sabato sono riusciti a farlo.

È stata l’autocelebrazione dell’io renziano. L’esaltazione dell’appartenenza a un gruppo che si ritiene superiore a tutto e tutti. Il guru dice “noi siamo democratici e la Leopolda è aperta a tutti, noi siamo per il confronto”. E lo ripete, lo grida, lo scandisce tra gli applausi di centinaia di adepti chiusi in una stazione circondata da oltre mille agenti delle forze dell’ordine, con controlli ferrei all’entrata e senza confronto neanche con i giornalisti. È credibile? No. Ovviamente.

La genesi della Leopolda ricorda alla perfezione la trama della Fattoria degli animali di George Orwell. Un testo che spiega moltissimo di questo renzismo. La storia di Orwell è ambientata in una fattoria nella quale gli uomini sfruttano gli animali e non li tengono in assoluta considerazione. Così i maiali organizzano la protesta e riescono a cacciare l’uomo dalla fattoria e organizzarsi in autogestione. Scrivono anche dieci regole fondamentali, tra cui: “Tutti gli animali sono uguali”. Questa era la prima Leopolda, la rottamazione. Le prime Leopolde. Quelle della meritocrazia, del rispetto degli ultimi, del taglio agli sprechi. Insomma: delle cose belle e giuste da dire ma che chi era al potere proprio non voleva fare. Se ci fossero stati loro allora sì che sarebbe andato tutto meglio.

Finalmente nel 2014 il potere è arrivato. Come i maiali di Orwell, cacciato l’uomo dalla fattoria, ne hanno occupato la casa. Per poi diventare come loro. Se non peggio. Fino ad arrivare a cambiare i dieci comandamenti, in particolare il più importante, quel “tutti gli animali sono uguali”, aggiungendo “ma alcuni sono più uguali degli altri”. Ecco, la Leopolda ormai serve a questo: a dirsi quanto sono bravi a gestire il Paese. Lo fanno chiusi in una stazione blindata dalle forze dell’ordine per tenere lontani i truffati da banca Etruria, i professori deportati dalla buona scuola, i terremotati, le mamme contrarie all’inceneritore, le vittime del Jobs Act. E molte altre realtà del Paese. Quello vero.

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07/11/2016

La Leopolda dell’apocalisse

Se si potesse ancora credere che le vicende terrene abbiano un corrispettivo nelle manifestazioni della Natura, la settima Leopolda verrebbe inquadrata in uno scenario da apocalisse. Mentre Matteo Renzi stava salendo sul palco per il suo show finale è saltata la luce. A poche centinaia di metri l'Arno arrivava a livelli da esondazione stile 1966, in inquietante coincidenza con l'anniversario. Il resto d'Italia fa i conti con i tornado sulla costa laziale, i terremoti continui nell'umbro-marchigiano, l'economia bloccata, la disoccupazione crescente, i salari da fame (tra i voucher e Foodora...), la fuga dei giovani, nuovi emigranti in cerca di fortuna, i pestaggi polizieschi di Firenze, Roma, Pavia (su un presidio dell'Anpi...).

Fortunatamente, l'unica tragedia che si è consumata fino in fondo riguarda soltanto i rapporti interni al Pd, tra la vecchia “ditta” di lontane ascendenze socialdemocratiche e i nuovi barbari cortigiani del premier. Toni e argomenti sono stati da ultima spiaggia, in una kermesse costruita apposta per giungere al crucifige piazzaiolo dei vecchi dirigenti, con il coro da stadio (”fuori, fuori”) che legittima la purga prima ancora che sia stata formalmente richiesta. I toni apocalittici ("derby tra la rabbia e la speranza", "un treno che passa ora o non ripasserà mai più", ecc.) non lasciano alcuno spazio ad altre discussioni, a ripensamenti, emendamenti, revisioni o compromessi. Tutto o niente, qui si obbedisce, non si discute.

Proprio nel momento del trionfo interno al Pd, la subcultura renziana si rivela torva, debole, isolazionista, incapace di egemonia. Anche l'ultimo saltello opportunista dell'evanescente Cuperlo è stato gestito con modi e toni per cui la resa di uno giustifica l'ordalia di tutti i suoi ex sodali. Non una ricucitura vincente, insomma, ma la semplice sottrazione di una faccia allo schieramento avverso, per poterlo più agevolmente annichilire.

Giustamente anche gli opinionisti meno allineati dei media mainstream si sono preoccupati: “Un brutto spettacolo, inutilmente rancoroso e fortemente autoreferenziale. Soprattutto per una kermesse che ha la giusta ambizione di parlare al Paese, non a se stessa”. Chi ha esperienza delle modalità della lotta politica, anche estrema e durissima (persino armata, in alcuni casi), sa che nulla è più importante della vittoria. Ma che proprio nella vittoria il vero condottiero dalla visione lungimirante sa offrire un terreno di conciliazione – subordinata, ci mancherebbe... – agli sconfitti. Qui non c'è un condottiero che cerca di costruire un impero, ma un corsaro che si prende il bottino per intero.

Il “brutto spettacolo” andato in scena sul palco della Leopolda era stato preparato con cura già dal finto “dibattito” sulla controriforma costituzionale, da quelle scenette alla Homer Simpson in cui alle obiezioni di merito proposte dai costituzionalisti e dai media del “fronte del NO” si rispondeva con battute, freddure, frescacce e sorrisetti di compatimento. Persino il gruppetto di “costituzionalisti per il sì” portati sul palco ha preferito adeguare il proprio stile a quello indecente della platea, ben sapendo – forse – che qualsiasi colpo d'ala intellettuale sarebbe stato accolto come una stonatura nel karaoke leopoldesco. A dimostrazione che non esiste un “merito” di cui discutere, ma solo un risultato da portare a casa. A qualsiasi prezzo.

Un “brutto spettacolo” che riproduce in piccolo – e a livelli da bassifondi – quel che avviene un po' dappertutto nel conflitto politico interno alle classi dirigenti dell'Occidente e che ha come cifra – sorprendente, almeno in apparenza – la delegittimazione reciproca, l'introduzione di una conflittualità esplicitamente bellica tra fazioni che hanno fin qui marciato insieme (contro i lavoratori, il loro residuo peso politico, le loro condizioni di vita e lavoro).

Qualcosa di simile era avvenuto anche un centinaio di anni fa, con il sorgere del fascismo storico. E non per caso anche quello era incubato nella frazione “modernista” del riformismo classico (allora il Psi, oggi il Pd). Certo, molto è cambiato. Il fascismo mussoliniano aveva alle spalle il capitalismo familiare italico e il latifondo, non la finanza e le imprese multinazionali; esprimeva la necessità di far fuori il movimento operaio e allo stesso tempo promuovere la costruzione di uno Stato più complesso, efficiente, pervasivo, capace di intervento economico diretto nella produzione, cosa che la vecchia sovrastruttura sabauda non poteva proprio fare. Quel fascismo poteva contare sulla forza militare di centinaia di migliaia di reduci della prima guerra mondiale, rimandati a casa e divorati dalla disoccupazione; gente abituata ad agire militarmente e disponibile a molto per una mercede adeguata, una valorizzazione personale, una carriera nella milizia o in qualche ente statale.

Quel fascismo, insomma, gestiva militarmente l'oppressione cavalcando una classica “ripresa post bellica”, spazzando via il movimento operaio e modernizzando autarchicamente il paese.

Questo non ha invece altro orizzonte che svendere questo stesso paese al minor offerente, in cambio della propria cooptazione al servizio del capitale multinazionale. Deve usare le forze di polizia (non toccati né dalla “riforma Fornero” né dal blocco degli stipendi in atto nel pubblico impiego da sette anni) perché la pur grande massa di disoccupati non ha alcuna dimestichezza con le prassi militari; quindi deve “mettere la faccia” e la firma su ogni episodio repressivo, senza poterlo demandare più di tanto ai miserabili nostalgici del fascismo storico.

Non ha insomma un blocco sociale articolato alle proprie spalle, disposto a supportarlo in cambio di politiche che lo avvantaggiano rispetto al resto della popolazione. Solo una temporanea legittimazione dall'alto, da organismi sovranazionali e consigli di amministrazione, che il termine Troika riassume in modo fin troppo sintetico.

La banda renziana è dunque consapevole di essere uno strato sottile, decisamente precario e instabile. Proprio per questo non possono prendere in considerazione nessuna tattica o strategia di lungo periodo, nessun disegno egemonico articolato. Il futuro, nella loro bocca, è una parola buona per sembrare “innovativi”, ma non può trovare alcuna declinazione che abbia un minimo di fascino. Basta guardare ai fatti: alla “buona scuola”, al jobs act, ai voucher, al mutuo per andare in pensione un po' prima, alla perenne presa per il culo dei “ggiovani”...

Devono spendere battute, perché di argomenti e progetti non ci può esser traccia.

Per questo il referendum del 4 dicembre – ammesso che si voti – è di nuovo “personalizzato”. Alla Leopolda è stato tolto di mezzo qualsiasi ragionamento sul “merito”, che tanto abbaglia i perbenisti del NO. La partita – dimostra proprio Renzi – è se vince quella banda oppure no. Il resto non conta nulla, nemmeno se è davvero importante, come i princìpi fondamentali di una Costituzione. Il 4 dicembre si vota pro o contro Renzi, pro o contro un assetto istituzionale in cui “il popolo” non conterà più niente e per sempre (tranne sommovimenti rivoluzionari, è ovvio), in cui la “sovranità” è definitivamente consegnata a qualcun altro, altrove. Così in alto dei cieli che risulta difficile persino conoscerne i nomi...

Dal nostro punto di osservazione, la Leopolda ci consegna una sola buona nuova: la rottamazione finale del vecchio ceto politico del centrosinistra. Senza più una visione, senza più audience né nei poteri europei né presso il proprio “popolo”, senza base sociale e senza vere entrature nei "salotti buoni". Da loro non potrà rinascere nessun “insieme” coagulante le macerie di un modo finito di intendere la politica e la “sinistra” (anche se ci proveranno, per qualche giorno...).

Per chi lavora al cambiamento radicale è un problema in meno, una responsabilità in più.

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05/11/2016

Firenze. Cariche della polizia contro il corteo per il NO

Il corteo per il No nel referendum del 4 dicembre vietato dalla Questura, ha provato lo stesso a muoversi oggi pomeriggio da piazza San Marco ma si è trovato subito la strada sbarrata dalla polizia in assetto antisommossa. Obiettivo del corteo era avvicinarsi alla Leopolda ormai blindata da mercoledì dove è in corso la kermesse dei renziani per il Si. Quando lo striscione di apertura è arrivato a ridosso dello sbarramento è partita la prima di diverse cariche da parte della polizia che si sono susseguite più volte. Sullo striscione la scritta : "No alla Leopolda del Si e al mostro di Firenze".

Dopo le cariche il corteo si è ricomposto e sta sfilando nelle strade di Firenze anche se su un percorso diverso da quello richiesto e vietato dalla Questura. La gente rimane in corteo che alle 17.00 era arrivato in piazza Massimo D'Azeglio evitando di disperdersi. L'aria si è riempita del fumo dei lacrimogeni.

Sulla pagina facebook di Contropiano sono visibili diversi video delle cariche e del corteo.


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Il riformismo del manganello.

13/12/2015

Firenze. Leopolda assediata dai manifestanti. La kermesse di Renzi fa i conti con la realtà


La Leopolda, sede della kermesse di Renzi e dei suoi "followers",  è finita sotto assedio. “Scuola, Jobs act e privatizzazioni: queste riforme sono da cialtroni” è uno degli slogan della manifestazione contro “Renzi e le politiche di devastazione e sfruttamento del governo e del Pd”, organizzata oggi pomeriggio da numerose sigle e realtà della sinistra fiorentina in contemporanea con il secondo giorno di lavori della Leopolda. Il corteo – a quanto riporta l’Ansa – al quale prendono parte alcune centinaia di manifestanti, è partito da piazza San Lorenzo attraversando il centro cittadino per concludersi in via Prato, in quanto non è stata concessa ai manifestanti l’autorizzazione per portare la loro contestazione direttamente davanti ai cancelli dell’ex stazione Leopolda.

Ma i manifestanti – aggiunge l’Ansa – hanno superato il blocco delle transenne e in questo momento sono arrivati vicini al cordone delle forze dell’ordine che ha impedito loro di avvicinarsi alla Leopolda. In assetto antisommossa le forze dell’ordine hanno cercato in ogni modo di evitare che il corteo proseguisse verso la zona dove è in corso di svolgimento la kermesse renziana. Ieri sempre a Firenze, Renzi aveva dovuto rinunciare a partecipare ad un convegno all'ateneo di Novoli per le contestazioni annunciate dai collettivi universitari.

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12/12/2015

La Leopolda del "salvabanche" si blinda e si svuota


Un segnale che prova con certezza la caduta verticale della credibilità di un politico è la sua improvvisa necessità di nascondersi, limitare le uscite in pubblico “non protette”, centellinare le occasioni per mostrarsi subordinandole al “successo programmato”. Il segnale è ancora più potente se questa necessità di nascondersi si manifesta addirittura nella “sua” città.

E questa settimana Firenze ha aperto la caccia a Matteo Renzi, convincendolo – prima – a rinunciare alla sua apparizione all'università, in quel di Novoli, dove nugoli di studenti e altri protagonisti dell'istruzione pubblica si erano preparati ad accoglierlo degnamente. E subito dopo con la convocazione della protesta dei risparmiatori truffati dalle quattro banche appena “salvate” dal governo, con ovviamente al centro i toscani di Banca Etruria, se non altro per questioni di prossimità.

E dire che doveva essere la settimana della sesta Leopolda, l'occasione fuori dagli schemi per celebrare “le idee” partorite dal nuovo (si fa per dire...) blocco sociale dominante, compattato intorno al giovane leader...

"Chi viene per parlare di correnti può restare a casa", ha esordito Renzi nella prima giornata, sempre concentrato sull'obiettivo di annientare quel che resta nel Pd con una provenienza “sospetta”, insomma bersaniani e soci.

Chi invece è arrivato a Firenze per parlare di conti correnti verrà tenuto a distanza dalla polizia. Il permesso della questura li confina infatti ad almeno 500 metri dalla convention, con adeguato schieramento di agenti per convincerli a non accorciare le distanze.

Chi nella Leopolda è riuscito a entrarci riferisce di una composizione sociale molto deludente, tanti 40-50enni, pochissimi “ggiòvani”, soprattutto poltronisti duri e puri impegnatissimi nello spartirsi posti (futuri) nei vari consigli di amministrazione su cui i renziani sanno di poter mettere le mani.

Scomparsa, insieme ai risparmi di Banca Etruria, anche la madrina per antonomasia, Maria Elena Boschi, improvvisamente passata da icona da mostrare in ogni luogo a catalizzatrice di tutte le sfighe che stanno colpendo di questi tempi il cerchio magico renziano.

Anche le guardie del corpo mediatiche del renzismo – Repubblica e Corriere della Sera – hanno dovuto ammettere che sul decreto salvabanche il loro protetto ha combinato pasticci in quantità industriale, tanto da essere praticamente indifendibile. Persino Saviano è stato riesumato dalla tomba per crocifiggere l'ultra evidente "conflitto di interesse" nella squadra di governo. Di più, Renzi ha aperto un conflitto con l'Unione Europea – attribuendo soltanto alle sue “regole” la contorta formula del salvataggio – che non può esser vinto. Scoprendosi oltretutto su un fronte sociale pericoloso come quello dei “risparmiatori”, definizione confusa e interclassista, ma che aveva fin qui permesso di tenere insieme pezzi di “ceto medio”, piccoli imprenditori di provincia, lavoratori anziani e pensionati, tutti in fila dietro il soggetto trainante dell'ultimo decennio: la finanza.

Il problema è che anche la finanza non è un soggetto unitario. C'è quella grande e multinazionale, che indica le regole che l'Unione Europea deve fissare, che fa il buono e cattivo tempo sugli scenari globali accumulando profitti e rischi incalcolabili; e c'è quella piccola, accattona, provinciale, abituata a lucrare sulla piccola clientela e sul piccolo cabotaggio, e che quando ha provato ad alzare la testa sul big business è stata ricacciata indietro con perdite devastanti (prima delle quattro banchette locali era toccato a Monte Paschi, con dirigenti che volavano dalle finestre).

La soluzione escogitata da Renzi e Padoan, dunque, è stata un misto ingestibile di “regole europee” (il bail in che ha espropriato i piccoli correntisti trasformati in audaci obbligazionisti), furberie all'italiana (la garanzia pubblica posta sulle cifre che il sistema bancario privato impegna nel “salvataggio”), tentativi di mettere una pezza (come l'annunciato piccolo rimborso ai correntisti truffati, con benestare della Ue all'”arbitrato” della Consob), ambiguità non sciolte sui futuri assetti proprietari (di chi saranno quelle banche, una volta “salvate”?). Per non dire dell'incredibile impunità – in sede penale e civile – che sembra proteggere ancora adesso gli amministratori delle banche fallite (padre del ministro Boschi compreso, dunque).

Renzi stavolta ha pestato una deiezione e quanti gli stanno intorno hanno dovuto fare un mezzo passo indietro. È presto per dire che questo possa rappresentare l'inizio della fine del suo non entusiasmante ciclo. Certo è che, come prima per Berlusconi, certe “carriere” sono possibili solo se si passa di successo in successo, a passo di carica (“andremo avanti anche da soli, se serve”), trasformando sistematicamente gli ostacoli in trampolini. Se la corsa si arresta, se si inciampa o si scivola, l'aura dell'invincibilità scompare. E tutti vedono che non sei più “il prescelto”...

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02/11/2014

I concetti della Leopolda

E’ il caso, considerato il gigantesco livello di mistificazione che pervade la comunicazione di massa al riguardo delle vicende politiche in Italia, di cercare d'andare a fondo circa il fenomeno più attuale: quello dell’assunzione di potere da parte di una corrente politica che fa capo al potere personale del Presidente del Consiglio e Segretario del PD Matteo Renzi.

Non si tratta di farne un “caso” personale bensì di scavare su qual è l’ideologia di fondo che ha animato il disegno della cosiddetta “rottamazione” e, di seguito, l’assunzione di un ruolo di governo da parte di un gruppo che sta costruendo una situazione del tutto inedita nel dopoguerra italiano e definibile – come c’è già capitato tante volte di scrivere – di drastica riduzione degli spazi di democrazia.

Insomma: su quali basi teoriche e rispetto a quali riferimenti storico – politici si è discusso alla Leopolda?

I personaggi politici del passato citati sono quasi sempre democristiani: nel suo discorso conclusivo lo stesso Renzi ha citato Adenauer e De Gasperi. Ma queste citazioni sembrano essere fatte più per vezzo di infiorettatura del discorso che per riferimento a uno studio effettivo dell’opera dell’uomo politico citato.

Insomma, per prima cosa si avverte molta superficialità e approssimazione.

Andando però nel merito si constata quanto segue:

1) Alla base di tutto c’è l’individualismo. L’individualismo più sfrenato, quello “competitivo” rispetto agli altri in tutti i campi e non solo in politica. Certo: in politica questo fenomeno assume dimensioni vistose, sia nell’idea della personalizzazione, sia del rapporto con l’avversario che non viene misurato per la diversità delle idee ma soltanto perché il confronto “dà fastidio” e mette dubbi, laddove dubbi sull’affermazione della propria personalità non dovrebbero essercene;

2) Sul piano dei contenuti politico – programmatici si affermano elementi contraddittori come quelli di una sorta di ritorno al nazionalismo e, insieme, all’atlantismo. Roba da anni ’50 in sostanza, anche perché il sottofondo è quello dell’iperliberismo assunto in toto (salvo le venature populistiche sull’austerità), in perfetta linea con l’idea “competitiva”. Pur citando i democristiani non risulta inoltre alcun accenno alla dottrina sociale della Chiesa;

3) L’essenza di tutta la prospettiva politica è però contenuta nell’idea del potere. Una prospettiva politica che ha finito con il far degenerare nell’ossessione del potere quel concetto di “governabilità” quale fine esaustivo dell’azione politica di cui tanto si è discusso negli anni scorsi. Tutta l’azione politica è finalizzata non tanto e non solo all’esercizio del potere ma anche alla sua continua esternazione fino a far assumere ai protagonisti atteggiamenti, già un po’ ridicoli, da vecchio “regime” nell’assunzione di simboli davvero demodè;

4) La mistificazione più colossale riguarda però l’assunzione di un criterio di stampo quasi arditesco e futurista nell’idea “giovanilista” della presa del potere (quasi come se una qualsiasi elezione primaria diventasse una sorta di “impresa fiumana”). Mistificazione perché dietro questa facciata si nasconde invece, al di là dell’età e dei precedenti, la voracità famelica di un gruppo (che via via va ingrossandosi considerato il vizio italico del salire sul carro del vincitore) di accaparratori trasformisti (si veda la nomina più recente: quella del Ministro degli Esteri).

In sostanza la faccenda si può riassumere in questo modo: politica da anni ’50 (jobs act e manganellamento degli operai esempi classici di questo tipo di politica); logica di “clan” per l’acquisizione di posizioni di privilegio; individualismo “competitivo” esercitato anche rispetto a coloro che sul piano delle idee potrebbero essere considerati vicini e invece sono valutati sempre e comunque quali ingombranti avversari; lotta per il potere quale unica prospettiva dell’azione politica; grande mistificazione anche negli stessi, pur reclamati, riferimenti generazionali; subalternità ossequiosa ai grandi poteri dell’economia e della finanza.

Insomma, un grande inganno e un grande pericolo per ciò che rimane della nostra democrazia.

A sinistra: quando arriveremo a valutare compiutamente questo drammatico stato di cose?

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