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03/03/2017

Ma che mischia è questa? Spunti su tattica e istituzioni dall’Italia del rugby

Domenica 26 febbraio si è giocata una partita di rugby che certamente rimarrà negli annali, con l'Italrugby (squadra di modesta capacità e con un curriculum più di sconfitte che di vittorie) che è riuscita effettivamente a contendere la vittoria all'Inghilterra (che si combatte il primo posto nel ranking mondiale con la Nuova Zelanda), per poi capitolare soltanto negli ultimi 15 minuti. Quello che ha sorpreso di più però non è stata tanto la nuova capacità anche offensiva dell'Italia (fino a ieri quasi assente) che aveva anche portato all'intervallo in vantaggio sugli avversari, ma un'innovativa tattica difensiva che, dopo avere sconvolto sul campo la squadra inglese, da giorni regna come argomento di discussione unico su tutte le riviste specialistiche, oltre che su tutti i giornali del Regno Unito. E quello che è diventato il chiodo fisso di tutti i rugbisti può dare degli spunti interessanti anche a chi non è appassionato direttamente di questo sport (o addirittura potrebbe farlo appassionare).

La regola

Per spiegare molto brevemente ciò che è successo, senza entrare in eccessivi tecnicismi: il rugby (da non confondere con il football americano, quello con le armature) è uno sport di contatto in cui la regola fondamentale, e per i non addetti la più bizzarra, è che il pallone si può passare soltanto all'indietro. Questo comporta un complicato sistema di regole sul fuorigioco quando si formano le mischie, cioè assembramenti di giocatori delle due squadre che spingono per contendersi il pallone, con gli altri giocatori che devono stare dalla propria parte del campo: da una parte gli attaccanti pronti a giocare quando la palla viene passata dalla mischia ai giocatori fuori, dall'altra parte i difensori pronti a correre avanti per placcare gli avversari.

La partita

Che qualcosa non funzionasse i tifosi inglesi lo capirono presto, accorsi come al solito in massa allo stadio di Twickenham, “il Tempio del Rugby”, già gustandosi l'attesa mattanza dei giocatori azzurri: durante una “ruck” (una mischia con giocatore attaccante e pallone a terra, e non in piedi) il mediano italiano supera la mischia e va a disturbare il mediano inglese, che non riesce a fare uscire la palla dalla mischia per passarla ai trequarti. Il pubblico rumoreggia contro l'arbitro gridando al fuorigioco, i giocatori inglesi non capiscono cosa sta succedendo e si perdono per il campo. Anche molti tifosi italiani pensano di avere sbagliato canale e di stare guardando un altro sport, quando vengono svegliati dalla voce squillante di Vittorio Munari, storico ed espertissimo commentatore di rugby: “Non è ruck! Non c'è il fuorigioco!”. Cosa stava succedendo? I giocatori italiani dopo il placcaggio non cercavano di contendere il pallone andando a spingere, ma si schieravano subito in difesa, evitando così di formare la ruck, per cui non formandosi nessuna linea del fuorigioco, potevano superarla.


I giocatori inglesi hanno impiegato quasi tutta la partita a capire una regola ovvia, andando ripetutamente a chiedere spiegazioni all'arbitro, fino alla conversazione che rimarrà nella storia del rugby, tra il capitano (l'unico giocatore a cui è permesso di parlare) Haskell e il referee francese Romain Poite.

H: “Sir, posso capire una cosa? Sulla cosa della ruck, cosa dobbiamo fare per fare sì che sia una ruck?”

P: “Non posso dirlo, io sono l'arbitro, non sono un allenatore. Probabilmente troverete la soluzione con il vostro allenatore che è più portato di me a dirvi cosa dovete fare”.

Haskell: "Sir, can I just get some clarity? On the ruck thing, what do we need to do for it to be a ruck?"

Poite: "I can't say, I'm the referee, I'm not a coach. You will probably find the solution with your coach who is more able to tell you what you have to do than I am."

Haskell: "We just want to know what the actual rule is."

Poite: "If there's no ruck, there is just an area around the tackle on the ground."

La partita è poi finita 36-15 per l'Inghilterra, ma che soddisfazione vedere la nazione che ha inventato il rugby andare a chiedere spiegazioni sul regolamento. E con questa faccia:


Reazioni e i commenti

“Se questo è rugby posso andare in pensione, ma questo non è rugby” e “Io preferirei stare a casa piuttosto che giocare partite come questa”: questi i commenti evidentemente risentiti dell'allenatore inglese Eddie Jones nella conferenza stampa post-partita.

Di tutt'altro avviso sono le dichiarazioni rilasciate dall'allenatore irlandese dell'Italia Conor O'Shea e, soprattutto dell'allenatore sudafricano della difesa Brendan Venter, il vero stratega della tattica “no-ruck-no-fuorigioco”, galvanizzati dall'avere quasi sfiorato l'impresa di battere l'Inghilterra a casa sua, se solo “non avessero finito il gas” nell'ultima parte del match.

Anche l'Economist ha dedicato un lungo articolo sulla vicenda dal titolo “A rucking mess” (gioco di parole con “a fucking mess”: un fottuto casino). Ma quasi tutti gli articoli e commenti più o meno specialistici si sono concentrati a dare una lettura di questa particolare tattica come se si fosse riusciti a sfruttare una “zona grigia” all'interno del regolamento del rugby che, data la sua complessità, consente e spesso incoraggia innovazioni e pensieri “outside the box”: d'altra parte, la nascita stessa di questo sport avviene quando il giovane universitario William Webb Ellis della cittadina di Rugby durante una partita di football prende il pallone in mano, e incomincia a correre.

“Cavillo giuridico”, tattica o strategia?

Ma quanto è corretta la lettura sulla zona grigia del regolamento, che gli inglesi, palesemente feriti nell'orgoglio, chiedono già di andare a sistemare per evitare che questa tattica si ripeta, rovinando l'antico e nobile gioco del rugby? Solo pochi articoli hanno spostato l'accento dall'interpretazione del regolamento a una profonda analisi della tattica stessa della ruck. Il discorso è molto semplice: se la difesa non fa la mischia, sia il giocatore placcato a terra sia tutta la squadra in attacco dietro di lui hanno tutta la libertà di riprendere il pallone e continuare sulla stessa linea di attacco, proprio visto che in quel punto la difesa manca! L'Inghilterra ha capito questa banalità molto tardi, in tempo certo per vincere la partita, ma non abbastanza per evitare di subire una lezione da novellini in mondovisione. Se infatti avessimo visto applicare questa tattica su quei campi di provincia dove i ragazzi incominciano a giocare (la vera bellezza del rugby) qualunque giovane pilone non ci avrebbe pensato due volte a recuperare il pallone e andare – come si dice – dritto per dritto!

Perché dunque a una delle squadre più forti del mondo sono occorsi ben 60 minuti per reagire a una sorta di “tattica del caos” a cui non avrebbe abboccato nessun giocatore under-15?

Evidentemente una squadra così avanzata e tecnica come l'Inghilterra (ma probabilmente sarebbe successo a quasi qualunque altra squadra) si allena e gioca dando per scontate le reazioni degli avversari, e in questo senso hanno affrontato la ruck non come un vero contendersi il pallone, ma come una fase di gioco all'interno della loro tattica di attacco più che come una dinamica reale della partita. In questo senso la ruck inglese è un'istituzione vuota: va fatta perché normalmente è così che si fa, è così che si è imparato a fare, e non perché ce ne sia veramente bisogno.

Alle accusa mosse all'Italia si può rispondere proprio guardando alla storia dell'Inghilterra nel periodo di Johnny Wilkinson, il mediano di apertura con il superpotere di non sbagliare un calcio piazzato (altro modo nel rugby per fare punti oltre alla meta): i calci di Wilkinson guidarono l'Inghilterra per diversi anni, con l'apice nella vittoria della Coppa del Mondo del 2003, la prima vinta da una squadra europea, o meglio, la prima non vinta da una delle “three nations” Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. Wilkinson in quel mondiale segnò il record di ben 113 punti tutti al piede (tra conversioni, punizioni e drop) senza segnare nemmeno una meta; l'intera squadra giocava intorno a lui, evitando che si esponesse nel gioco aperto per preservarlo, e spostando l'azione in zone del campo da cui lui poteva segnare calciando (cioè più o meno da ogni punto della metà campo avversaria). Così si cambiava radicalmente l'impostazione di gioco, che per natura di questo sport è totalmente corale, e il cui obiettivo primo è segnare la meta, per impostare l'intera strategia al servizio del piede di Wilkinson. Per dare un'idea, nel torneo l'Inghilterra segnò “solo” 36 mete, rispetto alle 43 dell'Australia (sconfitta in finale) e addirittura alle 52 della Nuova Zelanda. Insomma, per tutto il tempo di grazia in cui l'Inghilterra poteva contare sul monopolio dell'incredibile arma di Wilkinson, aveva cambiato completamente la sua visione strategica di gioco, finalizzata non a segnare mete ma calci, in un gioco non più centrato sulla squadra ma su un unico giocatore. Al tempo molti puristi storsero il naso per questa strategia, ma a nessuno venne in mente di cambiare le regole sui punteggi.

L'Italia ha fatto anche meno: non si è nascosta dentro una falla del sistema, ma bensì ha sfruttato l'eccesso di tecnicismo dell'Inghilterra che entrava in ruck senza nemmeno sapere perché.

Il gioco è bello quando dura poco, ma a volte si può usare la superiorità dell'avversario per batterlo. O almeno, per insegnargli una bella lezione.

Fonte 

20/11/2015

Adel e Jonah, placcati dalla morte

Non ce lo mostra neppure l’onnipresente Al Jazeera il volto di Adel, eroe e martire di Burj el-Barajneh – cintura sud di Beirut, quartiere sciita e una delle roccheforti di Hezbollah – dove nel tardo pomeriggio del 12 novembre due miliziani del Daesh hanno seminato morte e falciato 43 persone. Usavano i loro corpi come mine, muniti della cintura da kamikaze. Una strage orrenda, come sono le stragi di civili, che sarebbe risultata ancor più sanguinosa se Adel, allertato da una prima esplosione e con gli occhi ingombri degli strazianti effetti sui concittadini, non avesse intuito i movimenti d’un secondo attentatore che cercava di raggiungere la moschea a quell’ora zeppa di fedeli. Sono stati un attimo, e un gesto fulmineo, quello con cui è volato sull’uomo-bomba, placcandolo come fanno le seconde linee del rugby. Così gli ha impedito d’ingigantire il massacro nel luogo di culto. Non è riuscito a fermare anche l’esplosione e il suo corpo, probabilmente atletico, di certo giovane, s’è smembrato nella deflagrazione assieme al kamikaze. Attorno s’è fatto il vuoto, poi riempito dai poveri resti di passanti.

La faccia di Jonah era nota a molti, se non a tutti. Essere campione di rugby, anche fra i mitici All Blacks, non è come essere Maradona. Ma Lomu, l’inafferrabile pantera rientra nella leggenda di quella meravigliosa frivolezza che è lo sport di fronte ai drammi del mondo, godeva d’una fama e una stima immense. Era un mito, alla maniera di Mohammed Alì e di pochi altri che qui non menzioniamo. Evitava con leggerezza e forza centinaia di prese che sui suoi muscoli mollavano o venivano trascinate via. Poi ce n’è stata una implacabile, decisa dal destino: malattia degenerativa ai reni. A 28 anni, a carriera ancora apertissima. Placcaggio, un gesto naturale presente in certa caccia felina, normale ma improbabile per i più in un’esistenza ormai globalmente sedentaria. Un corpo che scatta rapido e un altro che gli salta addosso; centosettanta o duecentottanta libbre, roba da fratture. Ma non è questo ciò che conta. Per farlo, oltre a saper saltare e cadere, conta il coraggio, di fare, prevedere, rubare nanosecondi a chi porta una palla ovale o dell’esplosivo.

Non sono la stessa cosa, ma in questo parallelo eretico, sarà per la vicinanza degli eventi, sarà per la cinica sorte subìta e per quella gestualità altruista che nobilita uno sport quasi fosse una battaglia civile, però la faccia arcinota di Jonah Lomu e quella sconosciuta di Adel Termos s’uniscono, come le ha unite la morte. Dedicata al suo popolo dal trentenne libanese, che assieme alle altre vittime di Beirut la catena mediatica occidentale ha rimosso, s’è detto perché concentrata sulla successiva tragica e sanguinaria altra impresa dell’Isis a Parigi. Mah... Dedicata a una specialità – il rugby – che il breve e travagliato percorso agonistico della statuaria trequarti ala di Auckland ha segnato per sempre. Vita e morte sono anche questo, pur quando sono sferzate da lutti imprevisti e dunque più dolorosi. Un martire e un simbolo, difficili da dimenticare.

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