Il recente provvedimento del governo di Xi Jinping, ossia la sanzione-record di 18,2 miliardi di yuan (2,8 miliardi di dollari) nei confronti del gigante finanziario Alibaba, è l’ultimo atto di un conflitto che si sta protraendo da almeno due anni a questa parte.
La multa è stata a comminata dall’Amministrazione Statale per il Controllo del Mercato, ossia l’antitrust cinese, per sfruttamento della posizione di monopolio da parte del colosso dell’e-commerce.
Questo provvedimento si inserisce nel tentativo, da parte del governo di Pechino, di limitare lo strapotere che ha acquisito la società Alibaba e il suo proprietario, il multimiliardario Jack Ma, considerato il Jeff Bezos (padrone di Amazon n.d.a.) cinese. Un potere che spazia dall’e-commerce alle realtà multimediali, al sistema finanziario, dato che Alibaba possiede il colosso finanziario Ant.
A tal proposito, Xi Jinping tenta di costringere Alibaba a cedere le sue partecipazioni nel mondo dei mass-media ed in modo particolare del South China Morning Post. Al governo, infatti, non sfuggono le enormi ed inquietanti potenzialità che il controllo, da parte del colosso Alibaba, sui dati di centinaia di milioni di cinesi, sommato a quello mediatico, potrebbero conferire al magnate in questione.
La “guerra” che il governo di Pechino sta conducendo contro Alibaba e Jack Ma per limitarne il potere e tenerlo sotto controllo è solo una parte dell’attività che Xi Jinping sta svolgendo per tentare di mettere freno a tutti quegli imperi economici, i quali rischiano di acquisire un potere economico e mediatico – e quindi potenzialmente anche politico – talmente smisurato, da sfuggire al controllo dello Stato. Un altro di questi colossi presi di mira dal governo, è Tencent (che possiede tra l’altro Tik Tok) e altri ancora.
Il braccio di ferro che vede protagonisti da una parte il governo cinese, e, dall’altra, grandi capitalisti come Jack Ma, è indicativo di una realtà, come la Cina, che in effetti conosciamo assai poco e sulla quale sarebbe necessario approfondire l’analisi.
Ci sarebbe intanto da rilevare come una simile politica non ha alcun riscontro in nessun paese occidentale. Anzi, da noi accade, semmai, il contrario: sono le gigantesche multinazionali a frenare – per lo più con successo – qualunque Stato che provi a fare una politica in qualche modo di contrasto agli interessi di questi colossi. Non solo: esse riescono spesso ad imporre ai vari governi le politiche economiche che fanno comodo a loro, ma anche le politiche internazionali, non escluse quelle che portano alle guerre.
A questo ci sarebbe da aggiungere, poi, il fatto che il Dragone nei decenni scorsi ha portato avanti una politica di rafforzamento del mercato interno, che si è tradotta in un costante aumento del salario complessivo di tutta la popolazione cinese e nella forte riduzione della povertà (stiamo parlando di centinaia di milioni di persone). Povertà che in Occidente, al contrario, grazie alle politiche liberiste, è in costante aumento.
Non intendo entrare qui su questioni teoriche, ossia, sul fatto se la Cina possa considerarsi o meno un paese “socialista” (che, detto così, è forse un’astrazione poco utile), quanto limitarmi a constatare come intanto questo paese sia di fatto molto diverso dai tipici paesi a capitalismo avanzato. In Cina, infatti, vi è senz’altro il capitalismo, e anche molto sviluppato, ma, a differenza di ciò che accade da noi, la grande borghesia finanziaria appare molto lontana dal riuscire ad egemonizzare il potere politico. Anzi, a volte, come vediamo, lo subisce.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Alibaba. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alibaba. Mostra tutti i post
20/04/2021
22/01/2021
La dissolvenza del capitalismo cinese
Fabienne: Whose motorcycle is this?
Butch: it’s a chopper, baby.
Fabienne: Whose chopper is this?
Butch: it’s Zed’s.
Fabienne: Who’s Zed?
Butch: Zed’s dead, baby. Zed’s dead.
Pulp Fiction
Butch: it’s a chopper, baby.
Fabienne: Whose chopper is this?
Butch: it’s Zed’s.
Fabienne: Who’s Zed?
Butch: Zed’s dead, baby. Zed’s dead.
Pulp Fiction
Dopo tre mesi di assenza ed una discreta quantità di illazioni sulla sua sorte, Jack Ma, il multimiliardario cinese e quarto uomo più ricco della Repubblica Popolare, è riapparso mercoledì di questa settimana in un video.
Era “scomparso”, se così si può dire, il 24 ottobre, da quando aveva apertamente criticato i regolatori finanziari cinesi in un forum a Shanghai.
Il fondatore del colosso digitale Alibaba, che secondo le stime controlla il 55% dei pagamenti digitali in Cina in un regime di duopolio de facto, aveva mosso critiche piuttosto dure che devono avere indisposto la dirigenza del Partito Comunista Cinese perché mettevano in discussione, in primis, la governance del settore bancario, che è totalmente in mano pubblica.
Tra l’esponente di spicco della borghesia monopolistica cinese e le autorità politiche della Repubblica Popolare vi era una netta contrapposizione che esprimeva due punti di vista difficilmente conciliabili: da un lato lo sviluppo delle innovazioni finanziarie, di cui Ma è promotore, senza alcun calcolo del rischio che comportano, dall’altro la necessità di prevenire e annullare i rischi che i mercati finanziari strutturalmente producono.
Puro buon senso, potremmo aggiungere, quello delle autorità cinesi, considerati gli effetti nefasti che le crisi finanziarie hanno provocato anche in Cina – da quella asiatica della seconda metà degli anni '90 alla tracollo della borsa cinese nel 2015.
Vediamo lo scambio in dettaglio, così come è riportato nell’articolo del Financial Times qui tradotto:
“Innovare senza correre rischi è strangolare l’innovazione”, disse Ma. “Non c’è nulla di meno rischioso dell’innovazione. Molto spesso, il tentativo di minimizzare il rischio a zero è il rischio più grande”.
Jack Ma pronunciava queste parole nello stesso forum in cui Wang Qishan, il potente vice-presidente ed ex zar dell’anti-corruzione, poneva l’accento sull’importanza della stabilità del sistema finanziario:
“I nostri sforzi dovrebbero essere volti a prevenire e minimizzare i rischi finanziari... la sicurezza deve essere al primo posto”. disse Wang. “Al tempo stesso, le nuove tecnologie finanziarie hanno aumentato l’efficienza, portato convenienza, ma i rischi finanziari sono cresciuti”.
Più che uno scambio di vedute, si trattava di uno scontro di classe su due orientamenti divergenti. Un contraddizione immanente nell’uso del modo di produzione capitalistico, che produce lo scontro tra due linee, così potremmo dire, in lotta.
10 giorni dopo le autorità avevano cancellato la IPO di Ant – l’ex divisione finanziaria di Alibaba. Un lancio della quotazione in borsa, previsto contemporaneamente ad Hong Kong e Shanghai, che avrebbe dovuto segnare un nuovo record mondiale.
Il 24 dicembre, poi, le autorità che regolano il mercato hanno aperto una inchiesta su Alibaba, la creatura di Jack Ma.
In generale, il clima è quello di una stretta piuttosto rigorosa sulle storture prodotte dai demoni del mercato, con contromisure robuste anche contro gli apprendisti stregoni visibilmente stra-cresciuti nel digitale, impattando poi settori più sensibili nella visione dell’attuale dirigenza, come il credito ed il controllo dei big data; per affermare un benchmark di controllo sullo sviluppo economico privato in buona, anzi cattiva compagnia, con il complesso di interessi cresciuto attorno al trittico rendita fondiaria/speculazione edilizia/investimenti finanziari.
Da una parte i bit dell’e-commerce, dall’altra il mattone, a discapito egli interessi dei più.
La cosa sembra una bestemmia agli idolatri del mercato finanziario, ma la seconda economia del mondo – l’unica che è cresciuta nel 2020 e quella destinata a crescere ancora di più nel 2021 – nonché seconda piazza internazionale dopo Wall Street, decide di mettere “lacci e lacciuoli” allo strapotere di fatto che alcune piattaforme digitali hanno conferito ad alcuni uomini d’affari.
Il tutto mentre in Occidente andava in onda lo spettacolo delle big tech nord-americane che decidevano di “censurare” il loro Presidente uscente, apripista per un generale giro di vite che afferma il primato del capitale privato sul potere politico.
Una cosa non troppo dissimile da Elon Musk, che con Space X domina la scena della nuova scommessa spaziale nord-americana, o da Amazon che si offre di aiutare Biden nella distribuzione del vaccino contro il Covid-19.
La fase crepuscolare del capitalismo mostra lo strapotere delle corporation o, con una espressione più retrò, la dittatura del capitale monopolistico.
Ma torniamo a Jack Ma...
Con il video di Jack Ma, uno storytelling di successo per l’innovazione finanziaria si è trasformato quasi in una sessione di auto-critica costruttiva un po’ vintage, quasi una riscoperta delle origini di questo ex insegnante. Il miliardario afferma che grazie allo studio e alla riflessione è diventato più devoto alla “educazione ed al bene pubblico”.
Il video mostra anche una sequenza in cui Ma visita una scuola rurale nei dintorni di Hangzhou, che la fondazione a suo nome ha ricostruito, parlando del “dovere e della responsabilità della nostra generazione di operatori economici” di sostenere gli insegnati rurali e l’istruzione. Perfettamente in linea con il ribilanciamento dello sviluppo delle zone agricole rispetto ai poli di crescita urbana ed al gigantesco programma di uscita dalla povertà rurale impostato dal PCC.
Certo non si tratta di “acquisire una mentalità proletaria attraverso il lavoro manuale” in una comune agricola, con sessioni di lettura dei testi di Mao come durante la Rivoluzione Culturale, ma sarebbe miope non vedere che a Pechino non vogliono più sentir parlare di possibili oligarchi e, come dire, te lo fanno capire un po’ con la moral suasion, un po’ toccandoti nel portafoglio.
Ne convincono uno, per educarne cento...
Un altro aspetto da indagare, tra i molti di cui abbiamo tentato una prima ricognizione attraverso il forum dedicato alla “Cina nel mondo multipolare” e che cerchiamo da tempo di seguire con attenzione, come sanno bene i lettori del nostro giornale.
Di seguito abbiamo tradotto un articolo del Financial Times che, dal suo punto di vista, si preoccupa del futuro del business privato in Cina. A noi sta molto più a cuore il destino di quei cinque miliardi e mezzo di uomini e donne che con i loro sforzi quotidiani stanno danno probabilmente un’altra possibilità all’umanità su una serie di questioni su cui è ormai tabù parlare in Occidente dalla lotta alla pandemia alla transizione ecologica, per esempio.
Probabilmente in una antologia cinese del bestiario del capitalismo occidentale il nostro ridotto nazionale avrebbe numerose citazioni: Toti, Guzzini ed ora la Moratti sarebbero eccellenze italiane, loro sì da educare attraverso il duro lavoro nei campi, pasti frugali ed intense sessioni di auto-critica...
Buona lettura
*****
Jack Ma vs Xi Jinping: il futuro del business privato in Cina
Jack Ma vs Xi Jinping: il futuro del business privato in Cina
Il giro di vite su Alibaba e Ant Group comporta una stretta senza precedenti sull’onnipresente impero dell’ecommerce.
Tom Mitchell, Yuan Yang, Ryan McMorrow, 12 gennaio 2021
Quattro anni fa, quando il principale fondo di mercato monetario di Ant GroupFour stava raggiungendo un picco superiore ai 260 miliardi di dollari di valore complessivo delle attività gestite, molte delle banche di stato cinesi e i loro regolatori iniziarono ad agitarsi. In una serie di chiamate e incontri con Jack Ma, fondatore di Ant’s Group, i dirigenti delle banche ed i funzionari chiesero che si ponesse un freno al suo fondo Yu’E Bao.
“Yu’E Bao stava prendendo molti soldi dalle banche”, dice una persona vicina a questi incontri. “Le banche erano preoccupate per l’impatto sulla propria liquidità e volevano che Ant prendesse misure per ridurre l’impatto. Le discussioni erano piuttosto tese”.
Alla fine, Ma dovette cedere e YU’E Bao impose dei vincoli relativi a quanto le persone potessero depositare.
Tra marzo e dicembre 2018, il fondo delle sue attività calò di un terzo, a 168 miliardi di dollari, per poi crescere a 183 nello scorso settembre.
Lo scontro si sarebbe mostrato come il preludio di un confronto molto più grande, che ora pone il Partito Comunista Cinese e il Presidente Xi Jinping non solo contro Ant, ma anche contro Alibaba, il gruppo di e-commerce fondato da Ma.
Lo stallo, innescato dalla speculazione rampante sula posizione di Ma, potrebbe segnare un momento decisivo per il futuro del business privato nella Cina di Xi.
Il 24 dicembre, il regolatore di mercato cinese annunciò l’inizio di una inchiesta dell’antitrust nei confronti di Alibaba e mandò investigatori a Hangzhou, vero quartier generale della Cina orientale per la compagnia e città natale di Ma. L’annuncio arrivò solo due settimane dopo le affermazioni del politburo, che sosteneva la necessità di contrastare i monopoli per evitare “l’espansione disordinata del capitale”.
La mossa su Alibaba, inoltre, arrivò due mesi dopo che i regolatori finanziari avevano clamorosamente cancellato la già programmata offerta al pubblico da 37 miliardi, che sarebbe stata la più ampia al mondo. Prese insieme, le misure costituiscono una stretta senza precedenti su un impero economico la cui onnipresenza è centrale per il funzionamento della pionieristica economia online cinese.
Ant, come si evince dalla sua app di pagamento Alipay, è regolarmente usata da 700 milioni di persone – metà della popolazione cinese e da 80 milioni di venditori, e ha processato pagamenti per il valore di 118 mila miliardi di Yuan (18.200 miliardi di dollari) nello scorso anno finanziario del gruppo.
Le quote di Alibaba sono scese di oltre il 30% dall’ultima resa dei conti cominciata alla fine di ottobre, segnando un grosso colpo per il business di Mr. Ma che non è stato notato dal pubblico sino ad ora.
Nello stesso periodo la sua fortuna è passata da 62 miliardi di dollari a 49, secondo Bloomberg Data. La Hurun China Rich List ha stimato che Ma è stato l’uomo più ricco del paese sino al 20 ottobre, mentre ora è stimato essere il quarto, visto che al primo posto è passato a Zhong Shanshan, tycoon delle bottiglie di plastica.
Il risultato dello scontro dirà molto sulle sorti dell’economia che la Cina sta sviluppando. Se Ant e Alibaba sono limitate dai regolatori – o il suo fondatore è un obiettivo fondamentale degli investigatori – ciò segnerà un momento emblematico nell’incostante relazione del partito con il settore privato, benché, ironicamente, Ma sia lui stesso un membro del partito.
Da quando Deng Xiaoping ha lanciato l’era della “riforma e dell’apertura” quarant’anni fa, il partito è diventato più dipendente dalle compagnie del settore privato per la crescita economica, la creazione di posti di lavoro e il gettito fiscale. Ma la fissazione del partito per il controllo, specialmente da quando Xi ha acquisito sempre più potere, dieci anni fa, ha portato a periodiche azioni repressive sul settore e sugli imprenditori più importanti.
Tuttavia c’è un altro potenziale esito che potrebbe indicare una relazione meno tesa tra il partito-stato e il business. Gli accertamenti su Ant e Alibaba potrebbero portare a una sorta di accordi non dissimili da quelli tra Stati Uniti e Unione Europea contro i grandi gruppi finanziari e tecnologici. Questo potrebbe lasciare a Ma due compagnie di bandiera depotenziate ma ancora formidabili e campionesse del profitto nazionale.
Tuttavia, un messaggio politico molto forte è stato mandato. “I magnati cinesi di internet possono ancora godere del loro prospero business e delle loro enormi fortune se sono in grado di convincere le più alte cariche della loro fedeltà”, dice Chen Long al Plenum. “Le più alte cariche vogliono assicurarsi che né Ma né nessun altro superi mai la linea rossa cercando ancora di esercitare la propria influenza personale sulle politiche di governo. Almeno non pubblicamente. Il governo li supporterà a condizione che servano in prima battuta l’interesse nazionale”.
Rivoluzione di Fintech
Ma non è apparso in pubblico dal 24 ottobre, dopo aver tenuto un discorso di alto profilo, critico nei confronti delle banche di Stato con cui si è scontrato riguardo la rapida crescita di Yu’E Bao, e critico nei confronti dei regolatori, che sacrificano l’innovazione sull’altare della stabilità. Secondo le persone coinvolte nell'evento, quel discorso fece infuriare Xi, che prese la decisione finale di fermare l’Ipo (collocazione in borsa, ndt) di Ant.
“Innovare senza correre rischi è strangolare l’innovazione”, disse Ma. “Non c’è nulla di meno rischioso dell’innovazione. Molto spesso, il tentativo di minimizzare il rischio a zero è il rischio più grande”.
Ma teneva il suo discorso nello stesso forum in cui Wang Qishan, il potente vice-presidente ed ex zar dell’anti-corruzione, poneva l’accento sull’importanza della stabilità del sistema finanziario:
“I nostri sforzi dovrebbero essere volti a prevenire e minimizzare i rischi finanziari... la sicurezza deve essere al primo posto”. disse Wang. “Al tempo stesso, le nuove tecnologie finanziarie hanno aumentato l’efficienza, portato convenienza, ma i rischi finanziari sono cresciuti”.
In uno scontro pubblico senza precedenti nei confronti di Ant, due mesi dopo, il 26 dicembre la Banca Centrale Cinese criticò Ant per il suo elogio del rischio finanziario e per essersi avvantaggiato delle scappatoie finanziarie. Ma per quanto i regolatori finanziari potessero essere frustrati da Ant, non potevano ignorare i benefici portati alla Cina dalla rivoluzione finanziaria.
Il vice-presidente della Banca Popolare Cinese Pan Gongsheng ammise nella sua critica che comunque “Ant Group ha giocato un ruolo decisivo nello sviluppo della tecnologia finanziaria e nell’efficienza e inclusività dei servizi finanziari”. La banca centrale, aggiunse ammiccando agli imprenditori più tesi, era anche “irremovibile” nel suo impegno a tutela dei diritti di proprietà e “nella promozione dell’imprenditoria”.
Jack Ma ha beneficiato a lungo del supporto di funzionari del rango di Ministri del Consiglio di Stato, così come dei regolatori finanziari, che apprezzavano i contributi di Ant, Alibaba e i loro concorrenti, i quali hanno trasformato l’economia cinese e l’hanno resa leader del settore dei servizi online.
Quando il suo ruolo di membro del partito è stato confermato, due anni fa, era nel contesto di una ricompensa che stava ricevendo dal Comitato Centrale del Partito per “rendere la Cina un attore di primo piano nell’industria dell’e-commerce internazionale, della finanza online e del cloud computing”.
Il commercio di Alibaba e Ant e i servizi di pagamento online erano ancora più indispensabili al culmine della battaglia della Cina contro il Coronavirus, dal momento che fornivano servizi essenziali a milioni di persone, bloccate da lockdown draconiani.
“Ci sono diverse linee di pensiero tra i regolatori”, dice Chen. “Finché il discorso sulla crescita di Ma ha avuto la meglio. Ma Xi pensò che quel discorso fosse davvero troppo e una seconda linea di pensiero contraria al rischio prese forza. Se non avesse fatto quel discorso, tutto sarebbe andato bene”.
Le sparizioni sono inusuali per Ma, che pure ha mancato la finale di novembre del suo reality show africano – Africa’s Business Heroes. Regolarmente era solito fare delle performance musicali agli eventi di Alibaba e bere in compagnia di capi di Stato e di governo.
Come imprenditore di grandissimo successo in Cina gode di uno statuto unico. Il suo inglese fluente lo ha reso una celebrità internazionale nel circuito delle conferenze, a un punto insuperato dai suoi pari del settore privato. Quando Xi tenne ad Hangzou nel 2016 il G20, alcuni dei suoi ospiti andarono a visitare Mr Ma – cosa che irritò moltissimo il presidente cinese, secondo un diplomatico e altre persone familiari a queste questioni.
Tra i contatti più in vista di Ma vi erano il presidente indonesiano Joko Widodo, il primo ministro canadese Justin Trudeau e il primo ministro italiano Matteo Renzi. I ministri stranieri avevano a disposizione un tempo limitato e il ministro degli esteri cinese era spesso tagliato fuori dagli incontri.
Nelle indiscrezioni degli ultimi giorni sulla posizione di Ma, si dice che Ma abbia abbandonato preventivamente la Cina, controllato attentamente dai canali dei social media, mentre le testate giornalistiche interne hanno ricevuto serie misure di censura sulle storie che possono o non possono raccontare sui problemi di Ant e Alibaba con i regolatori.
Molti amici di Ma suggeriscono risposte controverse sul fatto che egli non si trovi in nessun guaio giudiziario o tantomeno in fuga. “È in Cina e non viaggia a causa del Covid, nient’altro. Ora sta riposando”, dice un amico di Ma.
Un altro amico che comunica regolarmente con Ma aggiunge: “Tutti si chiedono se sia in pericolo, ma non lo è. Risponde ai messaggi e alle chiamate e sembra di buon umore. Le discussioni con i regolatori sono ancora lunghe e lui non deve far altro che stare tranquillo finché non si saranno risolte”.
I passi falsi della leadership
Gli amici aggiungono che, benché Ma potrebbe ora pentirsi del suo discorso del 24 ottobre, egli crede ancora fermamente in quello che sosteneva e crede ancora appassionatamente nel progetto di Ant di trasformare la fornitura di servizi finanziari nella seconda maggiore economia globale.
Yu’E Bao ovvero “account balance treasure”, progetto lanciato nel 2013, permise a chiunque in Cina, dallo staff di un ristorante ai giovani ambiziosi che se ne servono, di depositare anche un solo Rmb (15 centesimi di dollaro) in un fondo di mercato e guadagnare più interessi di quanto avrebbero potuto affidandosi a qualsiasi altro fondo di risparmio cinese.
Solo quattro anni dopo divenne il più grande fondo di mercato azionario del mondo, sorpassando il fondo governativo degli USA JPMorgan. Il successo del fondo fu una drammatica dimostrazione del potenziale di Ant. Ma era anche una minaccia per i più potenti gruppi cinesi legittimi – le banche di Stato e i funzionari che le regolano.
La banca centrale stessa era preoccupata. Nel suo rapporto annuale sulla stabilità finanziaria della fine del 2018 il PBoC scrisse che avrebbe rafforzato i regolamenti per i fondi di investimento sistematicamente più importanti, senza menzionare Yu’E Bao per nome.
“Quando un autista di taxi può depositare un renminbi in un fondo di investimento e ricevere interessi, questo è sconvolgente”, dice un ex dirigente di Alibaba. “Jack sente che Ant sta facendo del bene per questa società”. Le compagnie di Ma si sono riprese molto bene dalle dispute regolatorie precedenti, tuttavia Ant e Alibaba non hanno mai affrontato un esame così attento in precedenza.
Lo scontro tra Ant, le banche e i regolari su Yu E’ Bao per esempio, ha ostacolato ben poco il suo business e la sua influenza complessiva. Il servizio di credito di Ant è cresciuto così tanto che ora agevola circa un decimo di tutti i crediti al consumo cinesi non ipotecari.
Il gruppo ha inoltre allineato i suoi interessi con quelli degli investitori più potenti. La prima ricerca di finanziamenti nel 2015 ha portato a una serie di azionisti ben connessi, ciascuno dei quali è destinato a essere generosamente ricompensato nell’IPO. Il fondo governativo cinese per la sicurezza sociale e un gruppo di compagnie assicurative statali detengono partecipazioni in Ant, valutate rispettivamente del valore di 48 miliardi di Yuan e 45 al prezzo IPO.
Le azioni appartenenti a un veicolo di investimento messo insieme da Boyu Capital, i cui dirigenti hanno incluso il nipote dell’ex presidente cinese Jiang Zemin, erano valutati 15 miliardi di Yuan. Anche la Televisione Centrale Cinese, l’emittente nazionale, detiene azioni di Ant per un valore di 3 miliardi di valuta cinese.
“I regolatori finanziari si sono preoccupati dell’accresciuto potere di Ant e della sua abilità di sfuggire a ogni tentativo di portarla sotto controllo”. Dice un consigliere governativo cinese. “Il precedente tentativo di sottoporre Ant a un maggior controllo non ha funzionato perché Ant era troppo grande e potente. Questo è un passaggio davvero drammatico”.
Bill Deng, un ex executive di Ant e cofondatore di XTransfer, una piattaforma di pagamento transfrontaliero, sostiene che Mr. Ma sarebbe diventato troppo sicuro di sé. “Per molto tempo i regolatori hanno lasciato espandere Ant e penso che l’amministrazione sia diventata troppo sicura di sé – dice Bill Deng – Se ci sono migliaia di persone che ti elogiano, si può diventare troppo ottimisti. Le politiche di riduzione della leva finanziaria sono state un trend per parecchi anni e ora il governo è estremamente cauto quando si tratta di finanza”.
Una crescita sana
La cancellazione dell’IPO di Ant ha provocato una cascata di critiche nei confronti del gruppo Fintech. I regolatori hanno fatto capire chiaramente di volere che il gruppo spostasse molti dei suoi affari – inclusi pagamenti, prestiti, assicurazioni e gestioni patrimoniali – in un nuovo, ristretto e controllato, veicolo finanziario. Questo aumenterà i requisiti di capitale di Ant e abbasserà la sua valutazione. Le autorità vedono nel modello della holding un modo per frenare i grossi conglomerati finanziari e aumentare la loro trasparenza.
Inoltre vogliono che Ant condivida l’immenso tesoro dei dati dei consumatori con la banca centrale – cosa che era stata rifiutata precedentemente.
Dover aspettare per un ritorno ridimensionato, che li ha quasi bloccati qualche mese fa, potrebbe deludere molti investitori, ma ci sono ipotesi peggiori. “Il governo cinese non intende uccidere Ant, ma accertarsi che cresca in modo sano”, dice Deng. “Ant può superare i problemi che ci sono ora. Se hanno pazienza, torneranno di nuovo a crescere”.
Come per le indagini dell’antitrust su Alibaba una via di uscita ragionevole per il Gruppo potrebbe comprendere la fine degli accordi esclusivi che vincolano i venditori a non poter vendere sulle piattaforme rivali.
Alibaba potrebbe anche incappare in sanzioni considerevoli – il cui massimo ammonterebbe al 10% del fatturato dell’anno precedente – se verrà considerata colpevole di aver violato le norme cinesi contro i monopoli.
“Le discussioni sull’esclusività sono andate avanti per anni, è un mercato competitivo”, dice l’ex executive di Alibaba. “Non penso che Alibaba stia per fallire. È solo che i metodi con cui confrontarsi sul mercato saranno più regolamentati”.
Fonte
31/10/2020
2020: l’Anno del Dragone
Due giorni dopo l’Election Day negli Stati Uniti, in due borse cinesi inizierà contemporaneamente il più grande collocamento di una new entry – IPO, Initial Pubblic Offering – mai vista sul mercato mondiale.
Si tratta di Ant Group, il “braccio finanziario” di Alibaba, fondata dal miliardario cinese Jack Ma poco meno di 20 fa. Si è recentemente ritirato dal management di Alibaba (non dal’azionariato), e possiede ora anche Alipay, la maggiore azienda di pagamento digitale della Repubblica Popolare.
Insieme a WeChat, controllata da Tencent Holdings che detiene il 40% del mercato, Alipay è il leader – con il 55% – del pagamento “senza contanti” attraverso la lettura di un codice QR dal proprio smartphone.
Si possono fare acquisti che alle nostre latitudini solitamente vengono effettuati in contante strisciando il proprio cellulare su un quadrato bianco-nero stampato su un semplice pezzo di carta. Il sistema di pagamento attraverso le carte di credito è stato “saltato” dalla Cina, che è passata direttamente al digitale e ai relativi servizi, divenendone per quantità e qualità il leader mondiale.
Si può pagare con questa modalità un taxi, un pasto, l’affitto o le bollette...
Ant, attraverso le app da lei sviluppate, offre anche la possibilità di acquisti online, l’elargizione di prestiti ed investimenti “a basso rischio” – attentamente monitorati dalle istituzioni – e, dal 2018, anche servizi assicurativi.
Il suo bacino di utenza è attualmente di 730 milioni di persone al mese; ha creato in pratica un “ecosistema” economico per i beni di consumo affiancando il sistema bancario cinese a controllo pubblico, tendenzialmente indirizzato prevalentemente al finanziamento dell’industria statale e di progetti infrastrutturali.
Ripetiamo: 730 milioni di persone, cioè più del doppio di PayPal, che con 346 milioni pure gestisce “big data” di dimensioni impressionanti.
Durante l’ultima festa nazionale dell’acquisto – l’11 novembre – l’app è stata in grado di processare 459 mila pagamenti al secondo, mentre il picco di quelli possibili con Visa è di 65 mila. Non c’è partita.
Il valore dell’azienda, dopo l’IPO, probabilmente permetterà al colosso cinese di raggiungere la taglia di giganti finanziari come Mastercard e JPMorganChase, entrambe oltre i 300 miliardi di dollari.
Questo per dare una idea dell’ordine di grandezza di cui stiamo parlando.
Contemporaneamente, il 5 novembre, a Shanghai – nello Star Market specializzato in titoli tecnologici – ed ad Hong Kong inizieranno ad essere vendute tra il 10-15% delle azioni di Ant Financial Service Group, per un valore che potrebbe sfiorare i 40 miliardi di dollari se, come sembra, la richiesta andasse oltre le previsioni, “costringendo” ad aumentare l’offerta – annunciata a fine agosto – per 34 miliardi di dollari.
A livello retail la raccolta avviene tramite 5 fondi che operano attraverso la app, un metodo innovativo quanto discusso. Gli addetti ai lavori parlano in termini entusiastici di questo evento finanziario, in cui si stima che la quota “base” per potere sperare di aggiudicarsi le azioni è pari a 129.000 dollari, con “piccoli investitori” che fanno di tutto per indebitarsi e raccogliere prestiti per assicurarsi i titoli.
A cosa saranno destinati questi soldi che aumentano la capitalizzazione?
Il 40% in ricerca e sviluppo, il 30% per espandere la base di utilizzo e l’offerta di prodotto, ed un 10% per espandere il business internazionale, considerato che il giro d’affari per ora è concentrato al 95% in Cina, anche se, come sembra, pure il mercato indiano offre ottime prospettive nel settore.
Ci troviamo di fronte ad una operazione non meramente speculativa, perché mira a potenziare i margini di investimento, controllata fermamente da Alibaba, che mantiene 1/3 delle azioni.
Per avere un ordine di grandezza, il record precedente per una IPO era stato stabilito dalla quotazione alla borsa di New York dell’azienda della corona saudita Aramco, nel dicembre scorso, per un valore che sfiorava i 30 miliardi di dollari.
Prima dell’azienda saudita, il record apparteneva ad Alibaba, con i 25 miliardi di dollari di offerta che rappresentarono la migliore performance nel 2014.
Si tratta di un avvenimento in qualche misura “epocale” perché mostra come l’epicentro della finanzia mondiale si stia spostando sempre più verso la Cina, ora in grado di attirare gli investimenti dei big di Wall Street – Citigroup, JP Morgan e Morgan Stanley saranno tra i maggiori beneficiari dell’offerta – e di mettere direttamente sul mercato, ad Hong Kong o nella Cina continentale, alcuni “fiori all’occhiello” della propria economia, mettendo al riparo giganti digitali delle dimensioni di Netease o JD.com da eventuali ritorsioni sui mercati nord-americani.
Se, per la Repubblica Popolare, Hong Kong rimane uno degli hub finanziari strategici per drenare gli investimenti internazionali e la “seconda scelta” per molti titoli quotati anche a New York, lo Star Market diviene il fiore all’occhiello per quelle aziende tecnologiche destinate ad essere uno degli assi del futuro sviluppo economico cinese.
Dalla sfida per l’auto elettrica agli investimenti per colmare il gap nella produzione di semi-conduttori, la Cina si prepara ad avere un ruolo di leadership, nel mentre sta sperimentando su vasta scala la prima cripto-valuta digitale gestita da uno Stato, sviluppata anche sul modello di “portafogli digitali” di cui Alibaba e WeChat sono stati anticipatori.
È la quarta volta che il record mondiale per una IPO viene stabilito in Cina (4 sulle ultime sette volte).
Ma un altro “evento”, da lì a pochi giorni, potrebbe avere valore epocale. Si tratta del già citato 11 novembre, che sarà un banco di prova per comprendere la fiducia nei consumatori in un quadro di ripresa economica complessiva, che riguardo ai consumi interni ha già avuto un primo test positivo con la settimana di vacanza di inizio ottobre.
Insieme allo sviluppo tecnologico, e alla “transizione ecologica”, proprio i consumi interni dovrebbero essere uno dei perni dell’economia cinese.
L’11 novembre era già la più grande giornata di shopping on line al mondo – ha superato il Black Friday già nel 2013 – ed una fonte di guadagno per i due principali attori del commercio in linea: Alibaba che l’ha lanciata nel 2009 e JD.com che l’ha ripresa insieme ad altri attori, nel solco della tradizione di una giornata dedicata a “farsi un regalo”, “shuangshiyi”.
In 24 ore ha fatto guadagnare alla sola Alibaba 27 miliardi di euro. La giornata è una “vetrina” per quelli che sono stati definiti i “villaggi Taobao”, dal nome dei 4.000 centri situati prevalentemente nella Cina “rurale”, che hanno sviluppato una precisa specializzazione produttiva in seguito alla possibilità di vendere i propri prodotti on-line, senza ulteriori intermediazioni nella catena del valore.
Una caratteristica molto simile a quello che è il mercato agricolo, dove sono i piccoli produttori a vendere direttamente – su mercati giganteschi – a ristoratori o rivenditori, oppure attraverso una serie di “gruppi d’acquisto solidale”, in cui i lavoratori migranti delle campagne fanno da cerniera con gruppi di consumatori urbani. Tra l’altro in questo ambito di rapporti si va sviluppando un sistema di agriturismi e di fiere di campagna che contribuiscono a connettere questi due mondi.
Così, mentre gli USA saranno alle prese con un passaggio di poteri che si annuncia tutto meno che pacifico, e una disastrosa situazione sanitaria in via di peggioramento (81.457 nuovi contagi il 28 ottobre, 1.016 morti ed un sistema sanitario prossimo al collasso); con la “seconda ondata” di contagio che investe il Vecchio Continente senza che vi sia un minimo segnale di inversione di tendenza, con inevitabili conseguenze economiche catastrofiche a medio termine. la Cina ha invece sconfitto il virus, è in piena ripresa economica, ha raggiunto i suoi obiettivi di “società moderatamente prospera” e si candida ad essere il centro del mondo che sorgerà dopo il flagello pandemico.
Il 2020 rimarrà nella Storia come l’Anno del Dragone.
Fonte
19/09/2014
Alibaba. La Cina conquista Wall Street
Alibaba debutta a Wall Street e diventa la maggiore Ipo della storia. I titoli aprono a 92,20 dollari, al di sopra dei 68 dollari fissati nell'initial public offering. Il prezzo indicativo di apertura è stato rivisto più volte al rialzo, dalla cifra iniziale a 80-83 dollari fino a 92-93 dollari. La società vale così oltre 200 miliardi di dollari, più di alcune delle banche che l'hanno aiutata a quotarsi, inclusa JPMorgan.
L'Amazon o l'eBay dell'est, cosi' come viene definita Alibaba, è un 'bazaar' gigante che ha numeri che vanno al di là dei due colossi americani. Nel 2013 ha realizzato vendite per 248 miliardi di dollari, più di Amazon e eBay insieme. Il 'bazaar' cinese si descrive come un gruppo che ''combatte per i più piccoli'', in riferimento alle piccole e medie imprese che punta ad aiutare. E la sua quotazione a Wall Street si presenta come una sfida anche per il sistema normativo americano. Alibaba, infatti, ha una struttura societaria complessa, basata sulla 'partnership', e in base alla normativa cinese gli investitori stranieri non possono controllare direttamente asset strategici del Paese. Da qui il ricorso a una struttura conosciuta come 'entità a interesse variabile'. Chi acquisterà azioni Alibaba non acquisterà di fatto una piccola quota della società, ma le azioni di un'entità registrata alle Cayman che per contratto riceve profitti da Alibaba e dai suoi asset ma che non li controlla.
Fonte
Brutto dio, questi ci fanno il culo a strisce e nemmeno ce ne rendiamo conto.
Iscriviti a:
Post (Atom)
