Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2026

La Bolivia del “vivir bien” prima della destra

di Evo Morales

Il Presidente Paz continua la sua campagna per screditare la gestione del Processo di Cambiamento sotto la mia presidenza. È necessario chiarire, per lui e per il popolo boliviano, che tra il 2006 e il 2019 la Bolivia ha registrato uno dei maggiori investimenti pubblici della sua storia.

Sanità: sono stati investiti oltre 2 miliardi di dollari, sono state costruite 1.061 strutture sanitarie, sono stati creati 18.550 posti di lavoro ed è stato lanciato il Piano Ospedali per la Bolivia, il più grande programma ospedaliero del Paese, con 49 ospedali previsti nei nove dipartimenti.

Istruzione: sono stati investiti 2,15 miliardi di dollari in 4.800 unità scolastiche nuove, ampliate o ristrutturate.

Edilizia abitativa: sono stati stanziati 1,15 miliardi di dollari e sono state consegnate 153.229 unità di edilizia sociale.

Strade: sono stati completati 5.983 chilometri e 3.500 chilometri sono ancora in costruzione.

Teleferica di La Paz: sono stati investiti 700 milioni di dollari e rese operative 10 linee.

Ferrovia metropolitana di Cochabamba: sono stati investiti 470 milioni di dollari in 12 treni elettrici.

Infrastrutture sportive: è stato investito circa 1 miliardo di dollari.

Le nostre politiche statali hanno trasformato le condizioni di vita della popolazione boliviana, sollevando 3 milioni di persone dalla povertà e rendendo la Bolivia il Paese con la crescita maggiore nella regione per sei anni consecutivi.

Inoltre, il processo costituente ha permesso l’inclusione di tutti i cittadini (popolazioni indigene, contadini, operai, donne e giovani), oltre a incorporare la dichiarazione dei diritti umani più completa in un testo costituzionale (diritti civili e politici; diritti economici, sociali e culturali; diritti collettivi delle popolazioni indigene; diritti ambientali; e diritti speciali per i gruppi vulnerabili).

Nella lotta al narcotraffico, l’eradicazione concertata, pacifica e con la salvaguardia dei diritti umani e la protezione dell’ambiente, hanno ridotto la coltivazione della coca a solo l’8% della Regione.

Analogamente, l’istituzione del Centro Regionale di Ricerca Antidroga (CERIAN) ha portato alla cattura di oltre venti pesci grossi del narcotraffico, tra cui sei dei dieci più ricercati dall’Interpol, con risultati eccezionali e riconosciuti dalle organizzazioni internazionali e dalla comunità internazionale.

Infine, sul piano internazionale, abbiamo assunto la Presidenza del G77+ Cina, la Presidenza pro tempore della CELAC e dell’UNASUR, e abbiamo ospitato e presieduto vertici internazionali come il Vertice per i Diritti di Madre Terra, tenutosi a Tiquipaya, nonché incontri bilaterali con presidenti e governi di diversi paesi della regione, svoltisi in otto dei nove dipartimenti della Bolivia.

Le menzogne non potranno mai cambiare i fatti, né cancellarci dalla memoria del popolo boliviano. Durante il processo di cambiamento in Bolivia, si sentiva la stabilità e il “vivir bien”!

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08/06/2025

Fondi Covid dirottati verso la guerra, la nuova trovata della Commissione UE

In una comunicazione della Commissione Europea al Parlamento di Strasburgo e al Consiglio dell’Unione Europea, trasmessa lo scorso mercoledì, i vertici esecutivi della UE hanno informato i propri colleghi che l’intenzione è quella di reindirizzare i fondi stanziati per la pandemia Covid-19 per finanziare ulteriormente la difesa europea.

Bruxelles vorrebbe dunque trovare il modo di permettere ai membri della comunità europea di spendere almeno una parte dei 335 miliardi rimasti nel Recovery and Resilience Facility (RRF) per lo European Defence Industry Programme (EDIP). Questo programma è pensato per incoraggiare accordi di approvvigionamento militare comune tra più paesi.

Sembra che questo cambio di rotta, che era comunque già nell’aria, sia stato spinto dal fatto che più di un governo abbia tentato di usare quei fondi per le spese belliche, piuttosto che per sostenibilità, digitalizzazione, servizi pubblici e in generale finalità sociali e civili. A fine maggio la UE aveva già dato il via libera in questo senso per alcune voci del piano di ripresa nazionale polacco.

L’EDIP era già stato criticato per l’esiguità dei fondi destinati, che avrebbe reso difficile per tale strumento diventare un volano del riarmo europeo. Il dirottamente dei fondi pandemici mostra quel che già era stato denunciato tante volte: le promesse sulla tutela sanitaria e sulla transizione ecologica erano solo di facciata, e servivano semmai a distribuire sussidi alle grandi aziende.

Bisogna sottolineare come il RRF era stato inizialmente dotato di 650 miliardi di euro, quando venne creato nel 2021. Il che significa che nemmeno la metà è stata spesa fino a ora. Eppure, la presidente della Commissione Europea ha trovato il tempo e il modo di fare un favore alla multinazionale tedesco-statunitense Pfizer.

Oggi che gli indirizzi strategici portano l’Europa sulla strada della guerra, per far fronte alla competizione globale e alla crisi industriale interna con la transizione verso un’economia di guerra, allora la Commissione permette ai membri UE di inserire anche i progetti legati alla difesa per l’erogazione di prestiti e sovvenzioni del RRF, in scadenza nell’agosto 2026.

È bene sottolineare che, inizialmente, il 37% dei fondi RRF doveva essere destinato alla lotta al cambiamento climatico e il 20% alla digitalizzazione. La difesa nemmeno era menzionata nell’elenco delle possibili aree di investimento. Ora è chiaro che ci sarà una corsa a presentare programmi militari da sostenere tramite i 335 miliardi rimanenti.

Questa vicenda mostra in maniera plastica come l’impegno economico nel settore militare toglierà inevitabilmente risorse alle spese di cui abbiamo veramente bisogno, ovvero quelle sociali. Senza considerare l’ulteriore ghigliottina imposta dai vincoli di bilancio. Intanto, la condizione della sanità pubblica in vari paesi, in primis l’Italia, rimane tragica.

La UE, invece di imporre la spesa dei fondi stanziati in occasione di un’emergenza sanitaria per la tutela della salute, concede di indirizzarli verso strumenti di morte. Del resto, se l’obiettivo è quello di mandarci a morire in guerra, che bisogno c’è di curare le persone? Questi sono i valori di civiltà di cui la comunità europea si fregia.

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08/06/2023

USA - Più spesa militare, meno spesa sociale

Parole Proibite, 1 giugno 2023 – L’accordo tra Democratici e Repubblicani sul tetto al debito USA determinerà tagli al welfare e rilancio della spesa militare. Gianni Dragoni intervista Emiliano Brancaccio (link alla trasmissione completa qui).


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29/12/2016

Da LCTM a MPS, elementi di un buco nero che sta aspirando i servizi sociali in Italia

L'Italia è un paese che da più di 20 anni si fonda sulla scommessa sui fondi speculativi. Con pessimi risultati che si ripercuotono su welfare, diritti e servizi sociali

Non c’è bisogno di fare grandi astrazioni. Basta guardarsi attorno. L’analisi specialistica sanitaria che tarda mesi, le prestazioni pensionistiche congelate, i posti letto in ospedale scomparsi, la spesa e la qualità del servizio per educazione e istruzione compresse. Le infrastrutture decadenti, gli investimenti bloccati. Per non parlare dell’assenza di un reddito di cittadinanza di fronte alla disoccupazione tecnologica (tema che, comunque, ancora oggi viene considerato una favola) E infine: i comuni senza reali strumenti di indirizzo economico del territorio.
 
Stiamo parlando di un percorso cominciato negli anni ’90, con il crollo della lira del 1992 e le politiche dei tagli del governo Amato. Percorso che, oggi, tocca livelli di asfissia sociale e che è destinato, se le cose rimangono queste, a peggiorare. Ci sono molte cause, e molte discipline critiche con le quali avvicinarsi al problema. In una dimensione di futuro incerto dove il calo degli investimenti, nell’ultimo quinquennio, è palese. E questo specie quando i dati parlano chiaro: l’Italia, strutturalmente spende meno della media degli altri paesi Ue, per spesa sociale. In un contesto dove, nell’ultimo decennio, la percentuale di incidenza della spesa sociale rispetto al Pil è aumentata ma solo perchè il prodotto interno lordo è diminuito a causa della crisi. Non manca certo, come sempre in questi casi, il capro espiatorio: la spesa pensionistica. Indicata come troppo alta, iniqua, improduttiva. Andiamo invece a vedere, per spiegare la contrazione della spesa sociale e degli investimenti di questo paese, due elementi di un fenomeno dai contorni oscuri, un vero buco nero. Quello del peso dell’intreccio tra comportamenti bancari ed istituzionali. Perché si tratta di un buco nero lo capiremo presto: si tratta in un intreccio che tende, per natura, a non far capire la propria composizione, a incidere sul reale rimanendo oscuro. Quanto pesi, nella contrazione della spesa sociale e degli investimenti pubblici, lo vedremo, come dire, in automatico.

Cominciamo con una storia che, all’epoca, faceva anche sorridere. Dopo la secessione della Slovenia e della Croazia, alla Jugoslavia di Milosevic rimase un solo vero patrimonio. Si trattava della banca centrale jugoslava che, come narrano molte cronache dell’epoca, si trasformò in una sorta di grande hedge-fund in grado di speculare sul mercato dei cambi. Un po' grazie alla nascente globalizzazione, un po' grazie alla rete di informazione dei servizi, un po' grazie alla abilità del presidente della banca centrale. Così la Jugoslavia di Milosevic ottenne, almeno per un quadriennio, respiro finanziario dalle vere e proprie scommesse sul mercato del governatore della propria banca centrale. Sicuramente sono in molti nel nostro paese, dall’altra parte dell’Adriatico, a sorridere rispetto a una vicenda del genere che sa un po' di operetta: un ultraottantenne presidente della banca centrale costretto a speculare sui cambi per mantenere in piedi uno stato che, come gli altri dei Balcani, in mezzo ad un bagno di sangue trova il tempo di riesumare simboli e nomi degni di un remake della vedova allegra.

E’ ora invece di capire che anche l’Italia nello stesso periodo, si è comportata in modo simile. Il nostro paese ha infatti investito nell’hedge fund più spettacolare, e più clamorosamente fallito degli anni ’90: LCTM. Una vecchia storia, che in Italia nessuno si è mai preoccupato davvero di chiarire, che è molto utile anche per l’oggi. Specie quando l’opacità del comportamento avuto dalle istituzioni italiane su LCTM è la stessa che sta emergendo con MPS. Ma andiamo per gradi.
 
LCTM. Non si tratta di un nome qualsiasi. Ma della crisi finanziaria che ha anticipato, nelle modalità di contagio, il grande botto di Lehman Brothers. Il salvataggio di LCTM, in poche parole la sua chiusura per evitare danni all’intera finanza ed economia globali, fu coordinato dalla Federal Reserve, grazie ad un fondo dove parteciparono le più grandi entità finanziarie americane. La storia di LCTM è da film. Fondato nel 1994, dopo aver macinato utili record per un triennio, e prodotto un premio nobel per l’economia (Merton nel 1997), LCTM fu un fondo speculativo chiuso nel 1998. In gran fretta per impedire che la finanza globale facesse lo stesso botto che, alla fine, fece nel 2008. Insomma in soli quattro anni di vita LCTM stava per far fallire la finanza globale.

L’italianità di LCTM. Già la storia sembra tutta americana, da Gordon Gekko degli anni ’90. Eppure la vicenda di LCTM, e di un crack che sinistrò il pianeta, è anche molto italiana. Questo aspetto fu tenuto, dalle nostre parti, nella massima discrezione. Tanto che nella voce italiana di Wikipedia dedicata a LCTM, probabilmente per scarsa informazione, viene omesso il fatto che, invece c’è, nella corrispondente voce in inglese: ovvero che tra gli investitori in LCTM vi era la banca centrale italiana. Il governatore della banca centrale all’epoca era Fazio, poi celeberrimo ispiratore dei “furbetti del quartierino”, l’Italia entrò come investitore istituzionale in un hedge fund di primo piano, di quelli che rischiò di far sinistrare il pianeta, e di questa vicenda vi è veramente traccia solo su testi americani.

Qualche protagonista. LCTM contava anche su una diretta partecipazione dell’Ufficio Italiano Cambi che aveva affidato al fondo LTCM almeno 250 milioni di dollari a partire dal 1994. Il Sole 24 Ore del 2 ottobre 1998 aveva spiegato che l’italiano referente dell’Ufficio Italiano Cambi era lì come “uno dei più accreditati “Draghi boys” che formano il comitato di esperti al Ministero del Tesoro dall’inizio degli anni‘90”. Insomma, mentre la Jugoslavia di Milosevic speculava sui cambi per sopravvivere nei sottoscala della finanza globale, l’Italia era entrata, insieme all’ufficio cambi, direttamente nel club della grande speculazione globale. Con Fazio, allora governatore della banca d’Italia, Draghi, allora direttore generale del tesoro. Ma quanto costò quell’operazione? Inutile speculare su operazioni opache. Il costo di certe parcelle però è salato. Nel 2012 Monti pagò un future, contratto da Draghi all’epoca LCTM, oltre 3 miliardi di euro. Il costo, per gli italiani, del ripristino dell’IMU in un anno. O dei tagli, all’epoca alla sanità, a scelta.
 
– A questo punto una domanda è d’obbligo. Ma con uno stato che si fa hedge-fund quale è il livello di trasparenza delle operazioni pubbliche nel settore della finanza di rischio? E’ praticamente lo stesso delle piattaforme di borsa, private, nelle quali si opera senza sapere oscillazioni di prezzo, volumi di vendite ed acquisti. Ovvero qualcosa che, a livello di trasparenza, si avvicina allo zero. E, soprattutto, questa discrezione è una pratica che dagli anni ’90 arriva fino a noi. Nel quadriennio 2011-15, si stima che il governo abbia scommesso, è la parola tecnicamente giusta, circa 17 miliardi di euro in derivati. Nello stesso periodo prima il governo Renzi ha valutato di mettere il segreto di stato, come per le stragi, sulla vicenda di questi derivati. E si parla di prodotti finanziari ad alto rischio, soldi degli italiani scommessi nella finanza globale. Infine, il tuttora ministro Padoan non ha mai risposto, ad interrogazioni formali sui derivati, sullo stato che scommette con gli hedge-fund ripetendo questa formula, riportata da l’Espresso l’accesso agli atti dei derivati può essere negato senza invocare il segreto di Stato”. E così, dall’epoca del grande crack LCTM in poi, lo stato italiano si è disposto come hedge fund e come scommettitore a rischio. Ovvero come un soggetto che investe, come avviene nelle piattaforme borsistiche private (chiamate Dark Pool ed è tutto un dire) senza rendere conto che alla propria disponibilità di fondi per scommettere. Poche informazioni, nessuna precisazione, o documenti forniti di fronte ad una richiesta pubblica.

– Insomma, cominciando dal 1995, anno d’oro di LCTM a oggi, le istituzioni italiane avrebbero, il condizionale è d’obbligo, acceso derivati, titoli quindi a rischio, per circa 160 miliardi di euro. Il condizionale è d’obbligo in presenza di una reticenza che, al momento, non si riesce a scalfire. Ma è proprio quella reticenza, quel buco nero, che garantisce avventure finanziarie in grado di ingoiarsi ampie fette di stato sociale e di servizi. Le banche ovviamente non parlano, sono state zitte (“per rispetto del cliente”) Merryl Linch, Morgan Stanley, Deutsche Bank, JP Morgan (che ha incassato almeno un milione di euro di consulenza per far fallire Monte dei Paschi). Ma anche l’attuale successore di Draghi, direttore generale del tesoro, secondo la stampa si è trincerato, di fronte a precise richieste di parlamentari, dietro la seguente frase: un grado così elevato di trasparenza potrebbe farci perdere in termini di competitività”. Quindi nessuna informazione sullo stato che si fa hedge fund sostenendo che, questa dimensione, è quella dei contratti “tra due parti private”. Peccato che una di queste parti, sia pubblica e scommetta soldi di tutti. E così lo stato, lungo un ventennio si fa hedge-fund, fondo speculativo. Prendendo le stesse abitudini dei fondi speculativi: assoluta assenza di trasparenza.

– Se questo è il contesto di lungo periodo, cominciato con LCTM, andiamo al presente, ad alcune questioni che hanno un solo nome: Monte dei Paschi. Si guardi il titolo di finanza.com “Mps: Bce chiede 8,8 miliardi di aumento, vuole trattamento alla greca”. Ma come, si dirà, prima di Natale i fondi pubblici necessari, per la ricapitalizzazione di MPS, erano 5 e ora sono quasi nove?

E’ solo una parte del problema come è solo una parte del problema il fatto che questi soldi sono sottratti ai servizi, alla sanità e alla spesa sociale. Come è solo una parte del problema quanto ci rimetteranno i risparmiatori di MPS, gente come noi. Il problema più grosso, lo si capisce subito, è quel “alla greca”. Vediamo se dalle parole di Varoufakis si intuisce qualcosa. Ecco come il popolare economista commenta il complesso dell’operazione di salvataggio delle banche greche su eunews.it “malgrado le iniezioni di capitale [soldi dei greci, ndr] per circa 47 miliardi di euro (..) la quota del patrimonio netto dei contribuenti [il peso del settore pubblico nelle banche] è passata da oltre il 65 per cento a meno del 26 per cento,mentre gli hedge fund e gli investitori stranieri (ad esempio, John Paulson, Brookfield, Fairfax, Wellington e Highfields) si sono accaparrati il 74 per cento del patrimonio bancario [greco] investendo appena 5,1 miliardi di euro”.
 
Così si capisce cosa significa alla greca. Noi investiamo, in soldi altrimenti destinati a uno stato sociale che ne ha bisogno,la maggioranza dei soldi per salvare MPS (mangiata dal PD tra l’altro). Mentre i grandi investitori esteri, con la minoranza dei soldi, si beccano il controllo facendo il bello e il cattivo tempo nelle politiche bancarie. Avendo così peso, come in Grecia, per chiedere ulteriori privatizzazioni.

Insomma se l’Italia corre il rischio di favorire il passaggio di banche strategiche come MPS a fondi speculativi, come avvenuto in Grecia, con fondi pubblici (destinabili allo stato sociale e agli investimenti) è anche vero che le istituzioni italiane vestono l’abito dell’Hedge Fund da un ventennio. Ed è questo il buco nero, dai contorni indefiniti e caratterizzato da assenza di trasparenza, che sta aspirando ingenti risorse altrimenti destinate alla società. Via scuole, ospedali, assistenza, educazione, strade, investimenti in qualche speculazione persa con Merryll Lynch, Goldman Sachs (che ha avuto come consulenti Monti, Prodi e Draghi) o Deutsche Bank. Davvero, a partire dalla vicenda LCTM, la storia della politica italiana, la sua stessa centrale ragion d’essere, va riscritta. Lo stato ha cambiato natura: è attore della finanza di rischio nella rete delle borse globali e sui mercati, chiamiamoli, informali. Ed è questo lo stato che dovrebbe regolare il mercato.

Lo stato che si fa hegde fund, che intreccia la propria esistenza, ma soprattutto la propria natura, con quella dei fondi speculativi, è una novità della politica contemporanea. Certo, il fenomeno non riguarda solo l’Italia, e nemmeno la breve vita della Jugoslavia di Milosevic ma tocca non solo gli stati ma fino al livello delle banche centrali. Basta vedere quanto la Bce è esposta verso ordigni come Deutsche Bank per capire che chi rischia di esplodere trascina con se, nei propri comportamenti, anche chi dovrebbe fare da elemento regolatore.

Questo buco nero, che assume l’apparenza dello stato, è un qualcosa dai contorni indefiniti che pratica l’assenza di trasparenza, che assorbe le risorse dello stato sociale, e degli investimenti pubblici, si riproduce alimentando finanza di rischio. Anzi, come abbiamo visto nel caso LCTM addirittura alimentando i fattori di rischio della finanza. Queste sono le istituzioni, mutazione finanziaria della Repubblica del ’48, il resto è chiacchiera.

Per Senza Soste, nique la police
29 dicembre 2016