Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Federica Guidi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Federica Guidi. Mostra tutti i post

11/05/2016

Renzi e il ritorno italiano al Cairo

Nel puzzle della politica i tasselli talvolta vengono a mancare, soprattutto se qualcuno si perde per inciampi di via. L’importante è sostituirli. Il destino dell’ex ministra dello Sviluppo economico Guidi, figlia imprenditrice di Guidalberto che fu vicepresidente di Confindustria, era a sua insaputa legato all’Egitto. Fu durante una sua visita al Cairo nei primi del febbraio scorso (si doveva discutere di contratti milionari da lanciare fra il governo Renzi e quello del presidente golpista Al Sisi) che fu rinvenuto il cadavere martoriato di Giulio Regeni. Imbarazzo e immediato rientro in patria della delegazione composta dallo staff del ministro e da imprenditori nostrani. Seguiva una crescente tensione fra i due Paesi per le versioni devianti sulla fine del ricercatore e l’assenza di collaborazione degli inquirenti egiziani con la Procura italiana. Il passo più significativo compiuto da Palazzo Chigi e dalla Farnesina davanti alla sfrontatezza di Al Sisi, Ghaffar, Shourky e magistrati locali è stato il ritiro dell’ambasciatore Massari. Una mezza crisi diplomatica che diceva: “Non ci facciamo deridere, vogliamo una seria inchiesta sull’omicidio”. Ma la politica nazionale, che in tutto il mondo è sempre più importante di quella estera, ha fatto inciampare la ministra Guidi in affari ben poco etici con aiutini al fidanzato, speculatore di sentimenti oltre che di contratti favoriti dagli emendamenti fatti inserire dalla responsabile del dicastero dello Sviluppo nella legge di stabilità. Una normale anomalìa italiana.

Quindi dimissioni ‘suggerite’ da Renzi e caselle vuote da riempire. Ora il tassello di sostituzione viene trovato. E’ Carlo Calenda, anche lui figlio d’arte, il papà Fabio economista, la mamma Cristina (Comencini, a sua volta figlia di cinepresa) formatosi nel clan Ferrari fino a diventare assistente di Luca Cordero di Montezemolo. Un uomo dal pedigree corazzatissimo, come si chiede al management rampante in carriera politica. Già vice ministro allo Sviluppo economico nel governo Letta, Calenda viene dirottato da Renzi all’Unione Europea come rappresentante permanente, nomina a gennaio diventata esecutiva il 21 marzo scorso. Neanche il tempo di sistemarsi in loco che il giro di giostra delle nomine lo riporta a Roma, in via Veneto. Al suo posto finisce l’ex ambasciatore Massari, che aveva speso una voce risoluta per illustrare le violenze subìte dal povero Regeni nelle mani dei sequestratori-torturatori-assassini. E nell’impasse che comunque su questa vicenda Italia ed Egitto continuano a registrare, giunge la notizia che il nostro premier, nel suo giocare coi tasselli del puzzle, invita il ministro degli Esteri a nominare una nuova feluca in Egitto. Sarà Giampaolo Cantini, già direttore della Cooperazione, che nel curriculum diplomatico sfoggia un’esperienza nel mondo arabo con il servizio di ambasciatore ad Algeri e di console a Gerusalemme. Ciascuno al suo posto, dunque.

Ma la nomina di un ambasciatore al Cairo lascia presagire che l’uomo non resterà in qualche stanzuccia della Farnesina. Fra poco potrà con tanto di staff assumere al Cairo il ruolo per il quale viene incaricato. E i magheggioni del regime egiziano già sorridono, perché la melina giocata può dare i frutti sperati: polvere del deserto sul caso dello studioso friulano della cui morte si continua a incolpare la banda di criminali comuni sterminata a colpi di mitra alcune settimane fa. Gli investigatori e i responsabili dei servizi cairoti insistono con questa tesi, sebbene la sorella di una delle vittime abbia dichiarato a quel che resta della libera stampa del suo Paese le manovre con cui la polizia ha fabbricato la tesi del sequestro che incolpavano il congiunto prima di liquidarlo assieme a quattro compari. Il ministro Gentiloni, il premier Renzi avevano promesso di non recedere d’un passo dal sostenere le richieste dei familiari di Giulio, affinché tutti i depistaggi per nascondere ciò che appare come un omicidio di Stato venissero alla luce, assieme a responsabili e mandanti. Un’assicurazione solenne che con la nomina di un ambasciatore già inizia a sbiadirsi. Lasciare quel posto vacante avrebbe avuto l’impatto indignato della prim’ora. Avrebbe gridato all’anomalia del regime di Sisi, pronto a repressione, tortura, assassinio come ricordano i graffittari di Mohamed Mahmoud street, che disegnando in queste ore sui muri il volto di Giulio ribadiscono: era come noi, perciò l’hanno ucciso.

Fonte

12/04/2016

17 aprile: un ‘si’ contro le trivelle e il governo Renzi

Per ammissione degli stessi commentatori, analisti e giornalisti che hanno finora contribuito a tenere in sordina il dibattito sul referendum del 17 aprile, le vicende che hanno visto recentemente protagonista il governo Renzi rendono l’appuntamento di domenica prossima assai più ‘pesante’ e importante dal punto di vista dei possibili riflessi sulla situazione politica generale.

Le dimissioni del ministro Guidi – sacrificata da Renzi per evitare che lo scandalo coinvolgesse anche il resto dell’esecutivo – ha evidenziato per l’ennesima volta le storture di un sistema che fa della corruzione e dell’imposizione degli interessi dei comitati d’affari, delle lobby e delle multinazionali la sua priorità.

Apparentemente, il referendum di domenica prossima affronta un aspetto in qualche maniera secondario. Se dovesse vincere il ‘si’, le trivelle delle società petrolifere – come quella Total che oliava gli ambienti politici ed economici locali e nazionali per poter realizzare il suo business – potrebbero comunque continuare ad estrarre il greggio entro le 12 miglia di mare dalla costa fino alla scadenza della concessione, ma non fino all’esaurimento totale del giacimento come deciso dal governo contro il parere di molto dei suoi stessi amministratori locali. Di fatto il referendum è stato convocato per volontà di quasi metà delle regioni italiane che hanno così voluto contestare il provvedimento dell’esecutivo che con un colpo di mano ha imposto gli interessi della lobby petrolifera.

Ma se la vittoria del ‘si’ avrà formalmente degli effetti limitati sul piano della devastazione ambientale e della limitazione degli appetiti delle imprese energetiche e dei comitati d’affari ad esse connesse, sul piano politico le conseguenze potrebbero essere assai maggiori: la vittoria dei ‘no Triv’ al referendum del 17 aprile potrebbe diventare il primo vero schiaffo al governo Renzi ed alla sua tracotanza da quando l’ex sindaco di Firenze è stato cooptato alla guida dell’esecutivo.

Basta vedere la foga con cui lo stesso premier si è impegnato a sabotare il raggiungimento del quorum, invitando gli elettori ad “andare al mare” come avevano fatto prima di lui Bettino Craxi e Silvio Berlusconi rispettivamente nel 1991 e nel 2011. Contando sulla complicità della grande stampa, di un sistema televisivo sempre a disposizione del blocco di potere e sull’assenza di mobilitazione da parte del mondo politico in generale, Matteo Renzi spera che domenica la consultazione fallisca per ‘rimettersi una costola’ sperando di superare il brutto momento che sta attraversando. La convocazione della consultazione popolare disgiunta dal voto amministrativo di giugno oltre che a provocare un inutile spreco di soldi mira esplicitamente a tenere a casa gli elettori: lo stato maggiore del Pd e gli ambienti economici ad esso connessi sanno bene che se la gente va a votare nella stragrande maggioranza dei casi è per votare contro la distruzione delle nostre coste in nome di uno sviluppo che in realtà significa devastazione ambientale, arricchimento di ristrette lobby e malaffare.

Il meccanismo di boicottaggio sembrava funzionare abbastanza bene, fino a qualche giorno fa. Ma l’emergere dello scandalo sulle pericolose relazioni del ministro Guidi – e, per stessa sua ammissione, del premier Renzi – con la Total, ha costretto i media e il sistema politico a riaccendere i riflettori sulle scorrerie delle multinazionali energetiche nei nostri territori provocando un aumento dell’interesse sul referendum e una politicizzazione dello stesso.

Domenica occorre andare a votare non solo contro le trivellazioni in mare e un sistema che premia le fonti energetiche non rinnovabili e inquinanti a danno della ricerca di fonti alternative e dell’utilizzo nel frattempo di energie rinnovabili. Votare ‘si’ il 17 aprile significherà mandare un chiaro segnale contro le lobby economiche dominanti e le collusioni con un governo corrotto e prono agli interessi dei poteri forti. La vittoria dei ‘si’ costituirebbe un segnale incoraggiante per tutti quei comitati e popolazioni – dalla Val di Susa alla Terra dei Fuochi – che da anni si battono coraggiosamente contro l’imposizione di scelte antieconomiche, inquinanti e autoritarie da parte degli esecutivi nazionali e dell’Unione Europea.

Se domenica dovesse affermarsi il ‘si’ – al di là, come già detto, del carattere specifico del quesito – i movimenti di lotta di questo paese saranno un po’ più forti. Più la partecipazione sarà consistente, più il segnale contro Renzi e il suo comitato d’affari giungerà forte e chiaro.

Fonte

11/04/2016

Tempa Rossa, la guerra tra bande prima delle prove vere

La vicenda delle indagini su Tempa rossa, che ha portato all’arresto del compagno della ormai ex ministro Federica Guidi, va ben contestualizzata. Sia per capire l’inchiesta che per comprendere cosa è questo governo e quali sono le sue prospettive.

Il primo filone di indagine riguarda l'impianto Eni di Viggiano (Potenza). Questa parte dell'indagine riguarda la gestione dei rifiuti. Ed è qui che l’ipotesi di reato è quella di disastro ambientale. Quella che Renzi ha liquidato in tv con la battuta “ma quale disastro ambientale qui non è mai stata estratta una goccia di petrolio”. Il problema è che non siamo al Bagaglino: l’accusa al centro oli dell’Eni di Viggiano non è roba da bar è cosa piuttosto precisa. E’ quella di aver smaltito rifiuti speciali pericolosi come se fossero non pericolosi. Per questo sono state sequestrate, dal Noe, migliaia di cartelle cliniche della Basilicata per studiare l’incidenza della mortalità per tumore in quella complessiva del territorio. Nell’ipotesi di disastro ambientale ci sta anche quella di ampio sforamento dei limiti di inquinamento dell’aria e, siamo citando Avvenire, l’accusa di nascondere “la causa dei malori [dei lavoratori] evitando addirittura d’aprire la procedura d’infortunio sul lavoro”. Tutto questo è stato nascosto, per quanto possibile, dall’ombrello mediatico renziano (che ha inondato lo schermo delle battute del premier) e minimizzato dai media amici. Tra l’altro in Italia ci sarebbe anche un ministro dell’ambiente, quello che aspettava la pioggia quando le metropoli soffocavano o l’autodenuncia della Volkswagen i giorni dello scandalo della casa tedesca, che stavolta ha preferito il silenzio.

Il secondo filone di indagine, ha al centro l'iter che ha portato all'autorizzazione del giacimento Tempa Rossa della Total. Gli indagati sono 23, l’ex compagno della Guidi, mentre sono scattate le manette nei confronti dell'ex sindaco di Corleto, Rosaria Vicino, esponente del Pd lucano. Secondo l'accusa, l’ex compagno della Guidi "sfruttando la relazione di convivenza che aveva col ministro allo Sviluppo economico – si legge dalle carte dei magistrati messe a disposizione in rete – indebitamente si faceva promettere e otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total" le qualifiche necessarie per entrare nella "bidder list delle società di ingegneria" della multinazionale francese, e "partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l'impianto estrattivo di Tempa Rossa". Inoltre amministratori locali chiedevano e ottenevano dalle società che stavano lavorando al progetto Tempa Rossa assunzioni e altri tipi di utilità. Questo è lo scandalo che è finito sui media, più di quello ambientale, e che ha fatto saltare la poltrona della ministro Guidi.

A questi primi due filoni si è poi aggiunto un terzo fronte, che per competenza potrebbe lasciare la procura di Potenza e approdare in Sicilia: si tratta dell'indagine sul porto di Augusta. Qui è indagato anche il capo di Stato maggiore della marina, Giuseppe De Giorgi, e riguarda un sistema "do ut des", silenzio sulle modalità di trasporto di materiali in cambio di uno sblocco di 5,4 miliardi di fondi alla Marina, in grado oltretutto di assicurare, secondo gli inquirenti, "vantaggi convergenti" ai componenti della presunta associazione a delinquere: De Giorgi, il compagno dell'ex ministro Guidi, Gianluca Gemelli, il capo ufficio bilancio della Difesa e consulente del ministero per lo Sviluppo Economico, Valter Pastena, e il facilitatore Nicola Colicchi. E qui siamo ai clan che si incrociano con i clan, in una alleanza per la spoliazione delle risorse. Ad esempio la famiglia dell'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, esprime il figlio Gabriele collaboratore del sottosegretario dell'Interno Domenico Manzione e allo stesso tempo finanziatore della Fondazione Big Bang del segretario del Pd nel 2014: (1.050 euro registrati sul sito). E la famiglia de Giorgi si tocca con la famiglia Manzione, perché la sorella Antonella è a capo del dipartimento Affari giuridici e legislativi della presidenza del consiglio, portata da Firenze nel 2014 proprio da Renzi. Il potere renziano, mostra quindi una struttura clanica che non dovrebbe lasciare indifferente chi studia il potere politico o chi vuole contrastarlo. Ma la ricerca e il conflitto hanno spesso modelli di rappresentazione del potere o schematici o troppo romantici. Non è certo la prima volta che il potere politico è in mano a dei clan che si scontrano o si alleano.

Niente male per quello che viene definito il Texas italiano: ipotesi di disastro ambientale, pieno coinvolgimento del ministero dello sviluppo, e di quello dei rapporti col parlamento (già coinvolto nello scandalo Banca Etruria), del capo di stato maggiore della Marina. Abbastanza perchè il premier sia stato costretto a intervenire, assumendosi la responsabilità politica di quanto accaduto, occupando i media, e urlando ai quattro venti che le multinazionali del petrolio se investono “fanno bene all’Italia”. Certo, la retorica dell’energia verde, delle rinnovabili a Renzi piace. Ma la realtà è fatta di inchieste su tangenti, favori alle multinazionali e disastri ambientali. Tra l’altro non è mancata la polemica sulla magistratura. A differenza del periodo aureo berlusconiano, dove si accusavano i giudici “comunisti” (sic) di ogni cosa, dall’esistenza dei buchi neri a quella della jella, Renzi è stato chiassoso nelle forme e sottile nei contenuti. Il punto è che il potere del petrolio, una commodity che ha perso 100 dollari di valore a barile in un anno e mezzo, è ancora in grado di condizionare vicende ed equilibri dei governi. Specie nelle strutture claniche di potere dove gli scandali servono per registrare i rapporti di potere favorendo vecchi o nuovi soggetti rispetto all’equilibrio politico in corso. E qui, con le rivelazioni fatte filtrare attraverso la Guidi, sul tipo di bande presenti nel governo e su come si fronteggiano, di materia per uno scontro tra clan ce n’è quanta se ne vuole.

Ma sarà la vicenda Tempa Rossa a far cadere il governo? Certo, se per Renzi c’è il rischio che il quorum al referendum del 17 aprile (semplicemente mai apparso sui media, e qui si capisce come funziona la democrazia...) venga toccato non è forse quello, per il governo, il problema più grande. Perchè il referendum di ottobre, sulle riforme istituzionali, rischia di essere una Waterloo per Matteo Renzi. Ma il punto vero, quello su cui un governo indebolito dagli scandali rischia sul serio, è legato al tipo di potere che non si esprime tramite elezioni ma tramite moneta. Stiamo parlando delle banche, istituto che oltretutto sta ricevendo ristrutturazioni paragonabili solo a quelle che ha subito la grande fabbrica fordista. La borsa di Milano, per adesso, sta prezzando positivamente l’ipotesi di accordo tra governo e banche private sul futuro del sistema bancario stesso. Se il governo tiene su questo, e sugli sgravi al bilancio ottenuti da Bruxelles, allora per Renzi Tempa Rossa e affini possono passare in secondo piano. Avrebbe ottenuto qualcosa di serio per una parte importante del capitalismo italiano, con la benedizione di Bruxelles e Francoforte. Altrimenti la guerra tra bande nel governo farà da preludio ad un meritato cupio dissolvi di un governo comico dagli effetti tragici. Certo, le parole di Draghi, sul rischio di nuovi choc finanziari, non incoraggiano. Ma in politica, come dire, un problema alla volta.

Redazione, 9 aprile 2016

05/04/2016

Caso Guidi: è solo l’inizio del temporale?

Bella grana per Renzi questa del caso Guidi, proprio sotto referendum sulle trivelle e ad un passo dalle amministrative. Intanto, l’episodio fa capire bene perché il governo ci tiene tanto a far fallire il referendum… Pour cause. Da un punto di vista penale la situazione non è ancora chiara, soprattutto per la definizione dell’eventuale reato (corruzione? Interessi privati? Abuso innominati in atti d’ufficio? Agiottaggio? Disastro ambientale colposo o doloso?) vedremo, per ora non ne sappiamo abbastanza. Quello che invece è chiaro è il disastro sul piano d’immagine.

Che il governo Renzi non fosse esattamente un fulgido esempio di virtù civiche lo avevamo intuito già dal primo caso Etruria (gennaio 2015), poi è venuto l’attacco alla magistratura inquirente che aveva un vago sentore berlusconiano, quindi il pasticciaccio del salvabanche. Insomma, non è che il caso, in sé, ci abbia colti impreparati, ma qui le cose vanno oltre, in primo luogo per la sfacciata evidenza del conflitto di interessi ma soprattutto per i riflessi più generali contenuti nella frasetta della ministra (orrore linguistico, ma adattiamoci al linguaggio politicamente corretto) che tira in causa la Boschi. Non si capisce bene che competenza specifica avesse la ministra per le riforme istituzionali sul tema in questione, ma forse il riferimento è alla sua delega all’attuazione del programma.

Comunque stiano le cose, è un fatto che diverse fra le questioni più scabrose di questo ministero portino a lei (prima il decreto sulle fondazioni bancarie e la fuga di notizie connessa, poi il bail in ed il salva banche, ora le trivelle in Lucania) e fanno suonare sinistramente la frase del Sen. Mineo che parlò della dipendenza di Renzi da una donna bella e potente. Già: potente. E la Procura potentina ha deciso di sentire le due ministre che, peraltro, non essendo parlamentari, non godono dell’immunità prevista dalla Costituzione e devono stare attente a non incorrere in qualche omissione o reticenza…

Insomma, anche se la Guidi si è doverosamente dimessa, non è detto che le cose finiscano così a tarallucci e vino. Persino Scalfari (che, per difendere il fiorentini, osa fare parallelismi fra Renzi e Giolitti: vecchiaia canaglia!) scrive che se il padre della Boschi fosse rinviato a giudizio per il caso Etruria, la posizione di Elena diventerebbe “insostenibile”. Direi…

E che succederebbe se, in piena campagna elettorale, arrivasse un avviso di garanzia ad uno dei candidati sindaci del Pd? Qualche ragione per temerlo ci sarebbe. Come si sa, i magistrati sono persone di grande autorevolezza, grande memoria e poca propensione a dimenticare le offese subite.
Anche sul fronte dei “poteri forti” si avverte una certa perplessità verso il governo e la sofferta elezione del nuovo presidente di Confindustria lo conferma: lo scontro si è in buona parte giocato sulla questione del metodi di governo di Renzi che sistematicamente bypassa Sindacati e Confindustria. Al di là della persona prescelta, resta il fatto che non era mai successo che il presidente degli industriali fosse eletto con un margine così risicato con una associazione spaccata esattamente a metà ed anche dal mondo delle grandi banche si avvertono segni di crescente freddezza.

Decisamente il referendum del 17 aprile prossimo e le amministrative di giugno saranno un test decisivo per capire quanto sia ancora forte la presa del Presidente del Consiglio o quanto si sia indebolita. Come avvertì il Principe di Salina “Noi fummo i gattopardi dopo di noi verranno gli sciacalli e le iene”.

La classe dominante italiana, sicuramente, conta pochi leopardi e moltissimi sciacalli che non hanno pietà per i perdenti. Perdere è l’unica colpa imperdonabile e quando arriva l’ora della sconfitta, una una sola frase: “Chi un sopruso patì, sel ricordi”.

E di gente che ha motivi per regolare i conti con Renzi ce n’è in abbondanza.

04/04/2016

Un bugiardo Total

La performance di Renzi davanti a Lucia Annunziata ha fatto registrare il solito profluvio di chiacchiere e menzogne, ma sotto il manto di un nervosismo palese. Di notevole, sul piano strettamente politicista, c’è il “mettere la faccia” sull’emendamento che ha portato alle dimissioni Federica Guidi e, presto, davanti ai magistrati la sua fedelissima Mariaele Boschi: «Il provvedimento l’ho voluto io». Con chiarissima sfida ai magistrati : «Io rispondo per me e dico che stiamo talmente cambiando questo Paese che se i magistrati vogliono interrogarmi su quello che stiamo facendo, non solo su Tempa Rossa, mi possono interrogare su tutto il resto. La Salerno-Reggio Calabria, la Napoli-Bari, la Variante di valico? Anche oggi pomeriggio».

Un lungo elenco di opere, sia pubbliche che private, alcune indispensabili (la Salerno-Reggio Calabria è uno scandalo che dura da mezzo secolo), altre che servono solo alle imprese che le vogliono fare.

Che senso ha mischiare tutto quanto nello stesso calderone? Anche la solitamente puntuta Lucia Annunziata non se l’è sentita di inchiodare il premier alla più evidente menzogna ripetuta più volte: “questo è un progetto utile alla collettività”, per ridurre la dipendenza energetica del paese dalle “importazioni dalla Russia o dai paesi arabi”.

La menzogna è lampante: il petrolio e il gas della Basilicata sono indubbiamente sul suolo italiano (tralasciamo qui solo per brevità i problemi ambientali), ma la concessione è affidata a una multinazionale francese, la Total. Dunque, una volta in produzione, cosa accadrà?

Che la Total pagherà allo Stato italiano una percentuale chiamata royalties, così come accade per qualsiasi investimento multinazionale nei confronti di un paese “produttore”, ma venderà quel petrolio e gas sul mercato. Ossia a chiunque, e per proprio esclusivo vantaggio. Potrà venderlo qui o in Grecia, o in Spagna o dovunque voglia. Per risparmiare sui noli di trasporto, molto probabilmente, lo venderà quasi tutti qui. Ma come un fornitore estero qualsiasi.

“L’Italia”, insomma, non ci guadagna quasi nulla, giusto una rendita petrolifera che raggiunge una frazione del valore di quanto verrà estratto. Tutto il profitto va alla Total. Punto.

Diverso sarebbe se l’estrazione fosse fatta da un’impresa pubblica italiana che fosse anche impegnata a commercializzare il prodotto all’interno del paese (viste le quantità, è da escludersi che l’Italia possa diventare un paese esportatore di greggio o gas). Allora sì, tutto il vantaggio sarebbe per il paese (minori importazioni, maggiori entrate pubbliche, ecc).

Ma così è una semplice svendita di una risorsa collettiva a una multinazionale (italiana o straniera, non cambierebbe nulla).

Renzi ovviamente lo sa benissimo. E mente.

02/04/2016

Lo Stato al soldo dei petrolieri. Indagato anche il capo della Marina Militare

Mentre l’ex ministro dello sviluppo economico, l’imprenditrice Federica Guidi, protesta sui giornali di “non aver voluto favorire mio marito” (facendo passare l’emendamento che gli avrebbe procurato un subappalto con la Total), l’inchiesta della Procura di Potenza si rivela molto più consistente del previsto.

Con l’iscrizione nel registro degli indagati di Giuseppe De Giorgi, capo di Stato maggiore della Marina, e di Valter Pastena, dirigente della Ragioneria dello Stato, altri pezzi consistentissimi della struttura istituzionale e di potere finiscono sotto inchiesta. Anche per loro l’accusa è di associazione per delinquere, abuso d’ufficio e traffico di influenze. Per inciso, è la stessa imputazione rivolta a carico di  Gianluca Gemelli, convivente della Guidi.

Per capire il clima di questo disgraziato paese, però, andrebbero letti attentamente alcuni tweet “populisti” e “anticasta” che lo stesso Gemelli aveva messo in rete, e che mostrano come l’attuale “classe imprenditoriale” italica sia capace di giocare tutte le parti in commedia:
A tutti i politici… il governo ha carta bianca per tartassare i cittadini, ma non può abbassare gli stipendi dei parlamentari… BUFFONI!!!

Ai politici... Se non adeguate i vs stipendi a quelli europei non potete permettervi di chiedere sacrifici. La gente è stanca di voi!!!

Perché Francia e Germania hanno fatto l’accordo con la Svizzera e da noi tartassano sempre gli stessi???

E’ avvilente dover constatare che non abbiamo offerta politica credibile, l’Italia ha perso l’occasione Renzi!!!
Un vero campionario di frasi fatte apposta per la rete e che dimostra quanto questo imprenditore – che pure aveva un ministro in casa, da cui avrebbe preteso emendamenti a suo favore, e che quindi era, insieme alla ministra-imprenditrice, a tutti gli effetti un membro della “casta” – sia pronto a cavalcare qualsiasi cavallo. Oggi (qualche giorno fa; l’ultimo di questi tweet è di febbraio, poche settimane dopo aver incassato l’emendamento petrolifero che ha inchiodato sua “moglie”) a palazzo Chigi c’è ancora Renzi, ma se domani dovessero arrivare fascio-leghisti o grillini, lui sarebbe prontissimo ad esibire un curriculum “anticasta”. E a chiedere altri emendamenti, ovvio…

Inutile dire che, con queste nuove conferme, la tempesta che Renzi aveva provato ad arginare non potrà che crescere di potenza. Anche perché uno dei pilastri della “comunicazione” filorenziana – la corazzata Repubblica – sembra non voler fare più troppi sconti a un governicchio partito per “innovare” e in via di decomposizione per vicende da salumieri… Vedi qui.

Col passare delle ore, del resto, la pressione dell’inchiesta sul governo si fa più diretta. I pubblici ministeri di Potenza, infatti, hanno deciso di “ascoltare” il ministro per i Rapporti con il Parlamento, miss Maria Elena Boschi, e l’ormai ex dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Naturalmente, come avviene spesso in questi casi, saranno i magistrati ad andare a Roma e non viceversa. Se non altro per non sentirsi rinviare all’infinito l’appuntamento per “sopravvenuti impegni istituzionali” (che la Guidi, comunque, non ha più...).

Fonte

01/04/2016

Cade la Guidi, a quando tutto il governo?

La ministra di Confindustria si è dimessa. Ci aveva anche provato, a resistere. Ma il gelo intorno è stato totale. A cominciare da chi l’aveva messa a capo dello “sviluppo economico” (sorvolando sui risultati in termini di crescita).

È stato chiaro a tutti, immediatamente, che o lei si dimetteva o il governo rischia la pelle. Lo si legge quasi esplicitamente su tutti i giornali governativi, assolutamente compatti sulla linea “una decisione che non aveva alternative” (titolo del Corriere della Sera).

Il più esplicito è stato il retroscenista ufficiale della ex via Solferino, Francesco Verderami:

“La Guidi doveva dimettersi. E prima del tg delle venti. Ogni giorno in più al dicastero sarebbero valsi almeno un paio di punti percentuali di cittadini pronti a far la fila alle urne per il referendum contro le trivelle (e contro Renzi). La Guidi doveva lasciare. E in prime-time televisivo.”

La testa degli italiani doveva essere occupata dal gesto delle dimissioni, più che dalle cause per cui venivano date. Il danno era ormai fatto, si poteva cercare solo di limitarne la portata il più possibile, cercando di dare un’immagine immediata di “rigore”. Anche per salvare l’altra ministra coinvolta direttamente dalla Guidi nell’affaire, Maria Elena Boschi, che in quanto addetta ai Rapporti con il Parlamento, ha il compito di vagliare e selezionare la marea di emendamenti che si scaricano su ogni legge di iniziativa governativa. La ragazza, così come aveva fatto nel caso del decreto “salva banche” (a favore di Banca Etruria, di cui il padre era vicepresidente e lei azionista), aveva già provato a sfilarsi dalla collega giurando di non sapere nulla, neanche “che la Guidi avesse un fidanzato”.

Ma più ancora della sua salvezza, Renzi aveva a che fare con un problema assai più rilevante:

“non c’è dubbio che l’intreccio accusatorio in cui viene chiamato in causa l’Eni, dentro un contesto che richiama a un comitato d’affari prossimo al governo e che evoca il conflitto di interessi a Palazzo Chigi, contribuirà comunque ad alzare il quorum nelle urne il 17 aprile”

Già. Un referendum tranquillamente avviato verso il fallimento, per mancanza di quorum, improvvisamente diventa un appuntamento rischioso. La telefonata tra la Guidi e il convivente rivela una normalità impossibile da negare: si fanno leggi per favorire gli affari privati di compagnie multinazionali, società italiane, imprese locali e persino per un miserabile subappalto da 2,5 milioni di euro. Roba che avrebbe portato un guadagno personale, a Gianluca Gemelli, di forse nemmeno 200-250.000 euro.

Un governo di venditori di risorse pubbliche per guadagni privatissimi, addirittura “familiari”, al servizio della compagnie petrolifere (le trivellazioni di Tempa Rossa, in Basilicata, sono della Total). Anzi “a disposizione” di queste ultime, come ripete più volte Gemelli nelle telefonate con il dirigente della multinazionale francese.

“A disposizione”, come rispondono gli affiliati semplici agli ordini di un boss mafioso.

Ora il problema che abbiamo tutti è di non permettere a Renzi di uscire salvo dalla peggiore trappola in cui si è andato ad infilare nei due anni da primo ministro non eletto. Il voto al referendum del 17 aprile contro le trivelle deve diventare una sfiducia di massa. E sarà bene accompagnarlo con robuste iniziative di piazza, perché il giudizio negativo non può essere affidato solo ad un voto comunque difficile (il quorum del 50% degli aventi diritto è un ostacolo di grandi dimensioni).

Il governo della Troika – il terzo, dopo Monti e Letta, insediato direttamente da Unione Europea, Bce e Fmi – è vacillante e screditato, ma di sua volontà non se ne andrà mai. È il momento di dargli una spintarella e metterlo fuori gioco.

Fonte

31/03/2016

Il ministro Guidi e l’emendamento per gli affari del fidanzato

L’interesse privatissimo come criterio guida per la politica. Quel che sembrava un fatto indiscutibile, ma dimostrabile solo facendo illazioni con prove soltanto logiche, emerge come uno sbocco di liquami dalle intercettazioni tra il ministro dello sviluppo economico – Federica Guidi, figlia di Guidalberto per una vita vicepresidente di Confindustria, lei stessa in carriera come presidente dei giovani industriali – e il suo fidanzato e convivente, Gianluca Gemelli.

L’indagato, per conto della procura di Potenza, era lui. Gemelli. Il suo nome è uscito nell’inchiesta per “traffico di influenze illecite” che ha portato a cinque arresti, stamattina, nell’impianto Eni di Viggiano, in Basilicata. I cinque sono funzionari e dipendenti del centro oli dell’Eni, il cuore estrattivo dei giacimenti petroliferi della Val d’Agri.

Il capo di imputazione redatto dal procuratore è però molto più interessante: Gemelli è accusato di aver “sfruttato la relazione di convivenza che aveva col Ministro allo Sviluppo Economico […] indebitamente si faceva promettere e otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total le qualifiche necessarie per entrare nella “bidder list delle società di ingegneria” della multinazionale francese, e partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l’impianto estrattivo di Tempa Rossa”.

Ed è questo progetto – sbloccato dal governo Renzi, a dicembre del 2014, tramite un emendamento alla legge di stabilità (la ex “finanziaria”) – al centro dell’indicibile scambio di favori tra il ministro e il fidanzato. Un progetto di sfruttamento del giacimento petrolifero situato nell’alta valle del Sauro, in piena Basilicata, che prevede l’apertura di otto pozzi – cinque nel comune di Corleto Perticara (PZ), un sesto nel comune di Gorgoglione e altri due pozzi da individuare a seconda delle autorizzazioni. A regime la Total prevedeva che l’impianto avrebbe una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 m³ di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo.

Inutile aggiungere che l’opposizione a questo progetto era stata subito fortissima, tale da bloccare a lungo le autorizzazioni all’estrazione.

Poi arriva il governo Renzi, con la Guidi nel posto chiave – allo sviluppo economico – ed ecco arrivare il classico “sblocca Italia”, con un emendamento scritto su misura per la Total e Gemelli, che si era già accordato con la compagnia francese per ottenere, una volta messa in moto la pratica, appalti per due milioni e mezzo a favore delle sue aziende (è un imprenditore anche lui, ci mancherebbe…).

Qui di seguito la telefonata registrata che inchioda entrambi, oltre al rappresentante della Total:
Guidi: “Dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se… è d’accordo anche Mariaelena la… quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte. Alle quattro di notte… Rimetterlo dentro alla legge… con l’emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempa Rossa… ehm… dall’altra parte si muove tutto!“.

Gemelli le chiede se la cosa riguardasse i suoi amici.

Il ministro: “Eh certo, capito? Per questo te l’ho detto“.

Subito dopo Gemelli chiama un rappresentante della Total.

Gemelli: “La chiamo per darle una buona notizia... ehm... si ricorda che tempo fa c’è stato casino..che avevano ritirato un emendamento…ragion per cui c’erano di nuovo problemi su tempa rossa … pare che oggi riescano ad inserirlo nuovamente al senato..ragion per cui..se passa…e pare che ci sia l’accordo con Boschi e compagni…(…) se passa quest’emendamento… che pare… siano d’accordo tutti…perché la Boschi ha accettato di inserirlo… (…) è tutto sbloccato! (ride ndr)…volevo che lo sapesse in anticipo! (…) e quindi questa è una notizia…“.
Lo è certamente. Anche “di reato”. Quale sia l’arco dei reati contestabili al ministro (e alla Boschi, chiamata in causa dalla collega), lo deciderà la Procura. Si va ovviamente dall’interesse privato in atti di governo (non solo “di ufficio”) alla corruzione, e chi più ne ha più ne metta.

Sul piano politico, però, non c’è da attendere indagini della magistratura: questo governo deve scomparire dalla scena, immediatamente. Non c’è neanche da indicare un ordine di priorità (prima la Guidi e la Boschi, ecc). Tutti, subito, prima che questo paese crolli sotto il peso di affari sporchi travestiti dal “rinnovamento”, prima che il cosiddetto premier metta a capo della security e dei servizi segreti il suo ex padrone di casa, Carrai. Prima, insomma, che le intercettazioni le faccia soltanto lui.

Questa è volta buona, Matteo!

Fonte

05/07/2014

Il fondo del barile 2. Il ministro Guidi, il petrolio, il profitto

Tempo addietro abbiamo commentato una notizia riportata da Contropiano relativa alla domanda presentata dall’ Enel per lo sfruttamento del petrolio greco ed alle mirabolanti dichiarazioni del ministro dell’Ambiente Maniatis: adesso, e con una sincronia davvero notevole, la Ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi (quella del “non bisogna criminalizzare il profitto”) ha rilasciato delle dichiarazioni che non hanno davvero nulla da invidiare a quelle del collega greco.

La dichiarazione della Ministra suona così:

«Riprendere le esplorazioni di idrocarburi è un passaggio a cui non possiamo rinunciare per arrivare ad una bolletta energetica più leggera e sostenibile» aggiungendo poi che «il nostro Paese vanta il rispetto dei più elevati standard internazionali sulla tutela ambientale.
Ma non possiamo neanche permettere che intransigenze ambientaliste o resistenze locali blocchino esigenze nazionali di questa portata». Già a questo punto ci sarebbero molte cose da dire sulla sostenibilità della nostra bolletta energetica, concetto che nella mente della Ministra deve avere un’interpretazione particolarissima: basti ricordare che nel nostro paese si discute da tempo la reintroduzione del carbone come possibile fonte di energia e che se questo non è avvenuto è stato anche grazie alle “resistenze locali” e alle “intransigenze ecologiste”.

Un discorso equivalente sarebbe doveroso anche per il rispetto degli standard di tutela ambientale,ampiamente disattesi in Italia: a questo proposito sarebbe auspicabile un cambio di domicilio della Ministra dalla sua residenza romana al quartiere Tamburi, a Porto Marghera, a Terzigno o anche in quella parte della Valpadana che ha il discutibile record europeo di inquinamento atmosferico (si veda a questo proposito il report 2012 di Legambiente intitolato significativamente Mal’aria di città).

Molto probabilmente la Ministra deve aver dato ascolto alle risultanze di uno studio pubblicato di recente, il quale afferma che non esisterebbe «alcuna comprovata correlazione negativa tra attività mineraria e i settori dell’agricoltura, della pesca e del turismo. Nonostante una diffidenza generalizzata verso il settore dell’oil&gas, queste attività possono coesistere con successo in uno stesso territorio«.

In effetti, a pensarci bene chissà come mai c’è questa generalizzata diffidenza verso il settore oil&gas, che potrebbe benissimo interagire con la pesca e con il turismo (chi avesse dei dubbi può andare a chiedere ai pescatori ed agli albergatori del Golfo del Messico quali siano state le conseguenze del disastro generato dalla piattaforma Deepwater Horizon).

Ma poi si scopre chi è stato a commissionare lo studio che deve aver fatto capire tutto alla Ministra: Assomineraria, un pezzo di Confindustria, a sua volta noto gruppo di fanatici dell’ecologia.