Il World Economic Forum cominciato ieri a Davos, punta la sua attenzione alla “collaborazione in un mondo frammentato” e si svolge “nel contesto geopolitico ed economico più complesso degli ultimi decenni”, secondo quanto affermato in apertura da Borge Brende, presidente del Wef. In pratica darà voce e ribalta alle serissime preoccupazioni della borghesia mondiale sulla regressione in corso delle magnifiche e progressive sorti dell’Occidente capitalista.
L’agenda di Davos in questi ultimi decenni è stata l’agenda della globalizzazione capitalista del mondo ma, secondo IlSole24Ore, proprio i problemi globali “spingono però Stati e opinioni pubbliche a complicate risposte nazionali, mentre i forum internazionali fanno sempre più fatica a trovare soluzioni condivise per problemi planetari”.
Il Wef è il punto di incontro della élite planetaria, il posto ideale per misurare lo stato di salute di una mondializzazione a trazione Usa ormai assediata su tutti i fronti e per molti versi costretta alla ritirata. “Viviamo in un’era di shock multipli, potremmo essere a un punto di svolta per l’economia globale”, commenta l’economista Kenneth Rogoff, professore dell’Università di Harvard e frequentatore abituale del Wef.
Il mondo disegnato e imposto dalla borghesia mondiale a Davos, quello della libera circolazione delle merci e dei capitali e quello dello sviluppo tecnologico funzionale ad essi, si è scontrato con una nuova realtà. Qualcuno si ricorda ancora dell’esistenza e della vigenza del WTO?
Il mondo e l’economia globale oggi si sono divisi tra un blocco euroatlantico (con i suoi presidi locali in Giappone, Corea del Sud, Australia) e l’eterogeneo blocco dei paesi emergenti in Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa. Una sintesi un po’ schematica ma potabile definisce tutto questo come mondo multipolare.
Ma l’economia mondiale fondata sul Modo di Produzione Capitalista – comune ad entrambi i blocchi – oggi annaspa dentro le contraddizioni da esso stesso create (dalla ripresa dell’inflazione all’emergenza climatica) e produce fratture, prima fra tutti la tendenza di gran parte dei paesi emergenti a “sganciarsi” dal dollaro come unica moneta per gli scambi internazionali. Una frattura incentivata dal ripetuto, ossessivo ricorso alle sanzioni da parte di USA ed Unione Europea contro i paesi emergenti e quelli considerati rivali.
Nel resto del mondo “esterno” all’Occidente e al blocco euroatlantico cresce la tendenza a sganciarsi dalla loro egemonia, avviando una tendenza che alcuni osservatori non angloeuropei definiscono come de-occidentalizzazione.
E di fronte alla fine della mondializzazione capitalista così come l’abbiamo conosciuta – e subìta – nei decenni scorsi, arrivano anche i rimpianti rancorosi dei corifei della borghesia mondiale. È il caso di Pierre Haski su Internazionale, secondo cui: “L’ultima iniziativa rilevante di Davos passerà alla storia come un errore. Parlo del tappeto rosso steso davanti al numero uno cinese Xi Jinping nel 2017, presentato come salvatore del libero scambio”.
Per Haski il covid e le rivalità geopolitiche hanno avuto la meglio su un certo modello della globalizzazione. “Davos ha accompagnato l’espansione della Cina “fabbrica del mondo” ma non ha compreso l’esigenza crescente di una regionalizzazione della produzione e di una separazione dalla Cina nel campo delle tecnologie”.
Sullo sfondo è ben visibile l’incapacità dei paesi a capitalismo avanzato di superare le conseguenze dell’ultima crisi: quella del 2007/2008 e della pandemia di Covid. Consultati dal Chief Economists Outlook i due terzi degli economisti, raddoppiati rispetto allo scorso settembre, considerano una recessione globale “estremamente probabile”. Tutti gli economisti intervistati si aspettano una crescita debole o molto debole in Europa, ma il 91% avanza la stessa valutazione anche per gli Usa.
Ma anche i Ceo (amministratori delegati) vedono nero. Tre su quattro sono convinti che l’economia globale andrà in negativo nei prossimi 12 mesi, mentre il 40% teme per l’impatto delle sfide del prossimo decennio. A suonare l’allarme è la 26esima Annual Global Ceo Survey curata dalla PricewaterhouseCoopers. Si tratta di un’indagine condotta fra 4.410 Ceo in 105 Paesi e resa pubblica in apertura del Forum di Davos. “Un’economia volatile, inflazione ai massimi da decenni, la conflittualità geopolitica hanno contribuito a portare un livello di pessimismo fra i Ceo che non si vedeva da un decennio”, commenta Bob Moritz, global chairman di PwC.
In un contesto come quello descritto da tante e tali fonti, l’aver provocato e alimentato una guerra in Europa contro la Russia, dimostra non solo l’avventurismo ma anche i rischi nel continuare ad affidare le sorti dell’umanità a quelli che si riuniscono annualmente sulle montagne svizzere per cercare di mantenere a tutti i costi la loro visione e la loro “presa” su un mondo assai più grande e articolato di quanto sia il blocco euroatlantico.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/01/2016
Fuga dalle borse, ma scarseggiano i porti sicuri...
Le borse tremano, tutte insieme. Le paure solo sempre le stesse, si sommano e si moltiplicano come i boatos nel passaggio di bocca in bocca: Cina, petrolio, rialzo dei tassi, crisi degli “emergenti”, crescita inesistente...
L'ultimo sassolino ce l'ha messo il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che ha rivisto al ribasso – per la terza volta consecutiva – le stime sulla crescita globale per l'anno in corso: +3,4%, uno 0,2 in meno rispetto a tre mesi fa. Sembra poco, ma è appunto la terza riduzione, che somma così a oltre mezzo punto complessivamente. Non basta. Quel +3 è in fondo quasi tutto merito della Cina (+6,9%, nonostante il rallentamento in corso), dell'India e di pochi altri. Ex emergenti (a cominciare da Brasile e Turchia), Russia, Usa, Unione Europea presentano tutti previsioni in ribasso o stabili, ma in negativo.
La domanda è sempre la stessa: se neanche sei anni di denaro a costo zero e due di petrolio in calo sono riusciti a rivitalizzare l'economia mondiale, cosa sta succedendo al “nostro sistema di vita”?
Gli operatori sui mercati finanziari si pongono la domanda in modo più prosaico e immediato: come faccio a tutelare quel che ho accumulato e non perdere tutto? Flight to liquidity, recita il consiglio dei vecchi guru. E quindi tutti vendono – contemporaneamente – e portano i soldi sulle monete più sicure (dollaro, yen, sterlina, ma anche l'euro, nonostante i patimenti di questo inizio anno), o sull'oro.
Da inizio anno Piazza Affari ha perso oltre il 10%, così come il Dax di Francoforte (quasi il 15%), Parigi (idem). Appena meno peggio Londra (-8%), che guarda più agli Stati Uniti (-10% il Dow Jones, -14% il Nasdaq). Sulla stessa falsariga il Nikkei giapponese (-14%). Ce n'è abbastanza per dare ragione a chi vede un anno di “bear market”, con perdite medie intorno al 20% (in alcune piazze minori questo limite è già stato superato, in quelle principali è molto vicino).
Non c'è in genere nulla di più stucchevole delle speculazioni geometriche degli “analisti” che studiano le curve per trarne conclusioni quasi mai azzeccate. Fa eccezione, per una volta, Marko Kolanovic, soprannominato ormai “Gandalf” per aver previsto il crollo estivo delle borse cinesi (ripreso anch'esso in questi giorni), il quale ci dà almeno alcune cifre su cui ragionare, riprese da IlSole24Ore:
Non siamo dei maghi delle curve statistiche, ma se si esce da una fase “toro” insolitamente lunga e redditizia, ne deriva logicamente l'ingresso in una fase “orso” altrettanto insolitamente lunga e disastrosa. La velocità con cui, in appena 20 giorni, è volato via dai mercati un 10-15% di capitali sembra qualcosa più di un segnale di sofferenza. E sembra quindi confermare appieno l'allarme lanciato alcuni giorni fa da Bank of Scotland ai propri operatori: “vendete tutto, meno i titoli di stato sicuri” (tradotto: bond Usa e Bund tedeschi).
Il -3%, all'incirca, che stamattina penalizza le piazze europee (dopo il disastro anche più ampio delle borse asiatiche nella notte) è dovuto in primo luogo alle perdite del settore petrolifero e di quello bancario, sempre strettamente intrecciati. Per quanto riguarda il piccolo teatrino italiano, va aggiunto il “faro” acceso dalla Bce sui crediti deteriorati delle banche italiane (come sempre, grandi assicurazioni sul fatto che “stiamo meglio degli altri”, ma non ci crede nessuno). E qualche schifezza commessa in proprio. MontePaschi, per esempio, “non riesce a fare prezzo”. Un modo algido di dire che le sue azioni, ormai, non se le compra più nessuno...
Ah, già, dimenticavamo: è una banca toscana, nel cuore del potere Pd, come quell'altra... Etruria, no?
Fonte
L'ultimo sassolino ce l'ha messo il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che ha rivisto al ribasso – per la terza volta consecutiva – le stime sulla crescita globale per l'anno in corso: +3,4%, uno 0,2 in meno rispetto a tre mesi fa. Sembra poco, ma è appunto la terza riduzione, che somma così a oltre mezzo punto complessivamente. Non basta. Quel +3 è in fondo quasi tutto merito della Cina (+6,9%, nonostante il rallentamento in corso), dell'India e di pochi altri. Ex emergenti (a cominciare da Brasile e Turchia), Russia, Usa, Unione Europea presentano tutti previsioni in ribasso o stabili, ma in negativo.
La domanda è sempre la stessa: se neanche sei anni di denaro a costo zero e due di petrolio in calo sono riusciti a rivitalizzare l'economia mondiale, cosa sta succedendo al “nostro sistema di vita”?
Gli operatori sui mercati finanziari si pongono la domanda in modo più prosaico e immediato: come faccio a tutelare quel che ho accumulato e non perdere tutto? Flight to liquidity, recita il consiglio dei vecchi guru. E quindi tutti vendono – contemporaneamente – e portano i soldi sulle monete più sicure (dollaro, yen, sterlina, ma anche l'euro, nonostante i patimenti di questo inizio anno), o sull'oro.
Da inizio anno Piazza Affari ha perso oltre il 10%, così come il Dax di Francoforte (quasi il 15%), Parigi (idem). Appena meno peggio Londra (-8%), che guarda più agli Stati Uniti (-10% il Dow Jones, -14% il Nasdaq). Sulla stessa falsariga il Nikkei giapponese (-14%). Ce n'è abbastanza per dare ragione a chi vede un anno di “bear market”, con perdite medie intorno al 20% (in alcune piazze minori questo limite è già stato superato, in quelle principali è molto vicino).
Non c'è in genere nulla di più stucchevole delle speculazioni geometriche degli “analisti” che studiano le curve per trarne conclusioni quasi mai azzeccate. Fa eccezione, per una volta, Marko Kolanovic, soprannominato ormai “Gandalf” per aver previsto il crollo estivo delle borse cinesi (ripreso anch'esso in questi giorni), il quale ci dà almeno alcune cifre su cui ragionare, riprese da IlSole24Ore:
L’analisi di “Gandalf” parte dagli ultimi cinquant’anni di analisi sull’indice S&P500. Dei 19 cicli identificati, i dieci al rialzo sono durati in media 4,3 anni regalando ritorni del 90%, mentre le nove fasi di ribasso hanno avuto una vita media di 1,1 anni con perdite del 33%. «L’attuale fase di rialzo ha ormai 6,5 anni di vita e ha portato a ritorni pari al 205% circa», nota Kolanovic, aggiungendo che solo una volta nell’ultimo mezzo secolo si è assistito a un ciclo più lungo. E’ stato quello verificatosi tra il 1990 e il 1998: una lunga fase “toro” terminata, guarda caso, con una crisi di Asia e Paesi emergenti e un drastico calo dei prezzi del petrolio.Veniamo insomma da una “fase “rialzista” straordinariamente lunga (il 50% in più della media) e straordinariamente profittevole per i grandi manovratori di borsa (profitti pari al 205%, invece del “normale” 90%). Una fase immotivata, a guardare le cifre dell'economia reale (una lunga alternanza di recessione, deflazione, piccoli rimbalzi, ecc.), ma spiegabilissima con i sei anni di tassi di interesse a zero garantiti dalla Federal Reserve statunitense e dall'abbondante innaffiata di quantitative easing. Denaro fresco di stampa in cambio di titoli dal valore dubbio o inesistente, che però non ha preso – come sperato dai banchieri centrali – la via del finanziamento degli investimenti e dei consumi, ma quella tutta speculativa delle borse e dei titoli di debito, statali o privati. Unica eccezione, tragica in prospettiva, la bolla dello shale oil, ormai prossima all'esplosione violenta.
Non siamo dei maghi delle curve statistiche, ma se si esce da una fase “toro” insolitamente lunga e redditizia, ne deriva logicamente l'ingresso in una fase “orso” altrettanto insolitamente lunga e disastrosa. La velocità con cui, in appena 20 giorni, è volato via dai mercati un 10-15% di capitali sembra qualcosa più di un segnale di sofferenza. E sembra quindi confermare appieno l'allarme lanciato alcuni giorni fa da Bank of Scotland ai propri operatori: “vendete tutto, meno i titoli di stato sicuri” (tradotto: bond Usa e Bund tedeschi).
Il -3%, all'incirca, che stamattina penalizza le piazze europee (dopo il disastro anche più ampio delle borse asiatiche nella notte) è dovuto in primo luogo alle perdite del settore petrolifero e di quello bancario, sempre strettamente intrecciati. Per quanto riguarda il piccolo teatrino italiano, va aggiunto il “faro” acceso dalla Bce sui crediti deteriorati delle banche italiane (come sempre, grandi assicurazioni sul fatto che “stiamo meglio degli altri”, ma non ci crede nessuno). E qualche schifezza commessa in proprio. MontePaschi, per esempio, “non riesce a fare prezzo”. Un modo algido di dire che le sue azioni, ormai, non se le compra più nessuno...
Ah, già, dimenticavamo: è una banca toscana, nel cuore del potere Pd, come quell'altra... Etruria, no?
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13/01/2016
La spia del petrolio segnala crisi nera
Funziona tutto al contrario, abbiamo scritto alcuni giorni fa. E guardando alla dinamica del prezzo del petrolio – materia prima fondamentale dell'economia, fonte privilegiata di energia per la mobilità e la produzione industriale, merce che entra nella formazione del prezzo di tutte le altre (come solo il lavoro umano fa) – la conferma esplode davanti agli occhi di tutti. Di quelli che vogliono vedere, almeno.
In effetti non c'è mai stato un momento di guerra guerreggiata in Medio Oriente, addirittura all'interno e fra produttori di greggio, in cui la tensione non si sia scaricata sui prezzi, facendoli innalzare a livelli paurosi. Qui sta avvenendo da oltre un anno l'opposto. Il petrolio è calato di oltre il 70% rispetto al luglio 2014 e di circa il 20% nell'ultimo mese, quello in cui sono cresciute fino al punto di rottura le paure di un possibile conflitto tra Arabia Saudita e Iran, le due più grandi potenze – anche petrolifere – del Golfo.
Qualcuno tra i “previsori” di professione – una categoria sfortunata, in genere; non ci azzeccano quasi mai – arriva ad ipotizzare un prezzo vicino ai 20 dollari.
Se vogliamo aggiungere elementi, non c'è mai stato così tanto petrolio disponibile sul mercato – a prezzi stracciati – a dispetto del fatto che le riserve di idrocarburi vanno scemando rapidamente (pur nell'incertezza di dati che spesso costituiscono un segreto di stato ben protetto). Responsabilità in primo luogo dell'Arabia Saudita, che ha aumentato di proposito i quantitativi estratti, rompendo anche l'unità dell'Opec, nel tentativo di mettere fuori mercato sia la Russia che l'Iran (nemici storici per ragioni diverse), oltre che le società statunitensi dello shale oil; che hanno inondato a loro volta il mercato con idrocarburi di diversa qualità, ma che devono affrontare costi di estrazione medi oscillanti tra i 40 e gli 80 dollari al barile.
Nell'offensiva saudita i calcoli sbagliati sono stati certamente molti, a cominciare dalla capacità di resistenza del comparto shale, che continua a estrarre in perdita ma può contare – per ora – su finanziamenti poderosi reperiti sui mercati statunitensi, nella speranza di incontrare il prima possibile un rialzo sostanzioso e duratura del prezzo. Non è strano, in ambito capitalistico: faccio debiti ma difendo quote di mercato, poi vediamo...
Anche Russia e Iran, per quanto ammaccati sul piano delle entrate, hanno messo a punto nell'ultimo anno diversi successi politico-diplomatici assumendo – spesso anche di concerto – un ruolo centrale nel conflitto in “Siraq”, che doveva essere nelle intenzioni saudite una specie di “cortile di casa”.
Ma cambiare strategia in corsa non è facile. Quindi per ora si continua a pompare – da parte di tutti i produttori – a più non posso.
Il che provoca molti problemi sia nell'economia reale che nella finanza internazionale, perché il petrolio e tutto ciò che ci gira intorno (titoli, future, swaps, prodotti finanziari derivati di ogni tipo, ecc.) ha un peso devastante su qualsiasi equilibrio possibile.
In questo momento prevalgono i timori finanziari, accentuati dalla scelta della Federal Reserve statunitense di aumentare gradualmente i tassi di interesse. Del resto, tra le cose che vanno al contrario, non si può certo sottovalutare il dato per cui – per oltre sette anni – su molti mercati il costo del denaro da prestito è stato pari a zero o addirittura negativo. E, in regime capitalistico, vi sembra normale che il capitale non possa programmaticamente ottenere un profitto sul proprio impiego?
Il rialzo dei tassi Usa comporta comunque un apprezzamento del dollaro, che è contemporaneamente unità di misura dei prezzi delle materie prime (commodities) e moneta utilizzata per molti titoli di debito. La contemporanea, robusta, frenata della Cina, diventata da due decenni almeno la manifattura del mondo, implica di fatto una discesa contemporanea di tutte le materie prime (se si produce meno, c'è meno domanda).
Subito questi problemi diventano “reali”, perché molti paesi emergenti sono appunto produttori di commodities (quindi hanno davanti ancora un lungo periodo di prezzi bassi e in discesa), ma anche indebitati in dollari (sette anni di denaro a tasso zero, soprattutto negli Usa, avevano favorito la domanda di prestiti per investire in miniere e infrastrutture per l'estrazione e per il trasporto). Una condizione esplosiva, come sa chi va in cassa integrazione o in mobilità e vede salire il costo del mutuo...
Non basta. Un quarto di secolo di globalizzazione aveva creato una divisione internazionale del lavoro che sembrava accontentare tutti. Alcuni “emergenti” diventavano paesi industrializzati per produrre una enorme varietà di manufatti (dai giocattoli agli smartphone), deindustrializzando al contempo i paesi più avanzati, che andavano concentrandosi sui servizi e sui prodotti a più alto valore aggiunto, a tecnologia avanzata.
Sembrava l'uovo di Colombo. “Loro” producevano per noi tutta quella minutaglia (in senso lato) che non era più conveniente produrre qui. Mentre “noi” continuavamo a produrre macchinari ad alta tecnologia da vendere a “loro”. In questo modo si poteva dare anche una mazzata stordente ai lavoratori e alle loro rappresentanze sindacali e politiche, riducendo salari e cancellando istituti storici del welfare occidentale (sanità, pensioni, istruzione) e ristabilire condizioni “ottocentesche” nei rapporti di forza tra le classi. I più bassi salari “laggiù” mantenevano bassissimi i prezzi delle merci che andavano comprate “qui”, anche da chi si ritrovava con un salario bloccato o in discesa. Che pacchia...
Il ballo del prezzo del petrolio, prima salito fino a 147 dollari al barile – nelle settimane precedenti l'esplosione del ciclone Lehmann Bothers, nel 2008 – poi crollato a 30, quindi risalito alla media dei 100-110 dollari al barile, tra il 2010 e la metà del 2014, infine ricaduto ai livelli attuali, sembra aver spezzato quel "circolo virtuoso". O, almeno, ha registrato la rottura di equilibri stabili per quasi 70 anni.
La crisi degli “emergenti” significa per i paesi industrializzati la crisi delle esportazioni proprio mentre il basso prezzo del greggio potrebbe favorire la produzione – laggiù – di merci a prezzo ancora più basso. Uno scenario deflattivo niente affatto virtuoso, perché i prezzi in discesa bloccano gli investimenti, oltre che i salari. E allontanano qualsiasi ipotesi di “crescita” dell'economia globale.
Il blocco degli investimenti avverrebbe – sta già avvenendo – anche e soprattutto nel comparto delle estrazioni di greggio. Il che pregiudica, a medio termine, la possibilità di mantenere gli attuali alti livelli di produzione ed anche la possibilità di affrontare un eventuale rialzo della domanda.
Infine, il ripetersi di attacchi “terroristici” (è ormai il tempo di smettere di utilizzare questo termine per indicare gli episodi di una guerra inter-imperialista asimmetrica, dunque combattuta da una parte con i cacciabombardieri, dall'altra con bombardieri umani a caccia di “turisti”) sta lucidamente definendo una linea di frattura tra il mondo industrializzato occidentale e i paesi sunniti (non genericamente “islamici”). Una separazione di fatto – fisica – che pone le basi per un conflitto più palese tra un mondo dipendente dal petrolio (fieramente diviso tra blocchi niente affatto reciprocamente amichevoli: Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina) e quella parte di mondo che ne custodisce, sottoterra, i due terzi delle riserve. Una separazione che, quanto meno, mette fortemente rischio la circolazione complessiva: di capitali e merci, certamente, mentre centrifuga intere popolazioni in fuga dalla guerra verso gli ex paradisi occidentali.
Se ci fosse un “progetto”, a governare quel che accade, ci si potrebbe quasi sentire tranquilli. Ma non ce né alcuno. Solo una crisi globale che macina gli equilibri esistiti, senza apparentemente avere alcuna idea circa quali equilibri possano sostituirli.
Tutto funziona al contrario, appunto...
Fonte
In effetti non c'è mai stato un momento di guerra guerreggiata in Medio Oriente, addirittura all'interno e fra produttori di greggio, in cui la tensione non si sia scaricata sui prezzi, facendoli innalzare a livelli paurosi. Qui sta avvenendo da oltre un anno l'opposto. Il petrolio è calato di oltre il 70% rispetto al luglio 2014 e di circa il 20% nell'ultimo mese, quello in cui sono cresciute fino al punto di rottura le paure di un possibile conflitto tra Arabia Saudita e Iran, le due più grandi potenze – anche petrolifere – del Golfo.
Qualcuno tra i “previsori” di professione – una categoria sfortunata, in genere; non ci azzeccano quasi mai – arriva ad ipotizzare un prezzo vicino ai 20 dollari.
Se vogliamo aggiungere elementi, non c'è mai stato così tanto petrolio disponibile sul mercato – a prezzi stracciati – a dispetto del fatto che le riserve di idrocarburi vanno scemando rapidamente (pur nell'incertezza di dati che spesso costituiscono un segreto di stato ben protetto). Responsabilità in primo luogo dell'Arabia Saudita, che ha aumentato di proposito i quantitativi estratti, rompendo anche l'unità dell'Opec, nel tentativo di mettere fuori mercato sia la Russia che l'Iran (nemici storici per ragioni diverse), oltre che le società statunitensi dello shale oil; che hanno inondato a loro volta il mercato con idrocarburi di diversa qualità, ma che devono affrontare costi di estrazione medi oscillanti tra i 40 e gli 80 dollari al barile.
Nell'offensiva saudita i calcoli sbagliati sono stati certamente molti, a cominciare dalla capacità di resistenza del comparto shale, che continua a estrarre in perdita ma può contare – per ora – su finanziamenti poderosi reperiti sui mercati statunitensi, nella speranza di incontrare il prima possibile un rialzo sostanzioso e duratura del prezzo. Non è strano, in ambito capitalistico: faccio debiti ma difendo quote di mercato, poi vediamo...
Anche Russia e Iran, per quanto ammaccati sul piano delle entrate, hanno messo a punto nell'ultimo anno diversi successi politico-diplomatici assumendo – spesso anche di concerto – un ruolo centrale nel conflitto in “Siraq”, che doveva essere nelle intenzioni saudite una specie di “cortile di casa”.
Ma cambiare strategia in corsa non è facile. Quindi per ora si continua a pompare – da parte di tutti i produttori – a più non posso.
Il che provoca molti problemi sia nell'economia reale che nella finanza internazionale, perché il petrolio e tutto ciò che ci gira intorno (titoli, future, swaps, prodotti finanziari derivati di ogni tipo, ecc.) ha un peso devastante su qualsiasi equilibrio possibile.
In questo momento prevalgono i timori finanziari, accentuati dalla scelta della Federal Reserve statunitense di aumentare gradualmente i tassi di interesse. Del resto, tra le cose che vanno al contrario, non si può certo sottovalutare il dato per cui – per oltre sette anni – su molti mercati il costo del denaro da prestito è stato pari a zero o addirittura negativo. E, in regime capitalistico, vi sembra normale che il capitale non possa programmaticamente ottenere un profitto sul proprio impiego?
Il rialzo dei tassi Usa comporta comunque un apprezzamento del dollaro, che è contemporaneamente unità di misura dei prezzi delle materie prime (commodities) e moneta utilizzata per molti titoli di debito. La contemporanea, robusta, frenata della Cina, diventata da due decenni almeno la manifattura del mondo, implica di fatto una discesa contemporanea di tutte le materie prime (se si produce meno, c'è meno domanda).
Subito questi problemi diventano “reali”, perché molti paesi emergenti sono appunto produttori di commodities (quindi hanno davanti ancora un lungo periodo di prezzi bassi e in discesa), ma anche indebitati in dollari (sette anni di denaro a tasso zero, soprattutto negli Usa, avevano favorito la domanda di prestiti per investire in miniere e infrastrutture per l'estrazione e per il trasporto). Una condizione esplosiva, come sa chi va in cassa integrazione o in mobilità e vede salire il costo del mutuo...
Non basta. Un quarto di secolo di globalizzazione aveva creato una divisione internazionale del lavoro che sembrava accontentare tutti. Alcuni “emergenti” diventavano paesi industrializzati per produrre una enorme varietà di manufatti (dai giocattoli agli smartphone), deindustrializzando al contempo i paesi più avanzati, che andavano concentrandosi sui servizi e sui prodotti a più alto valore aggiunto, a tecnologia avanzata.
Sembrava l'uovo di Colombo. “Loro” producevano per noi tutta quella minutaglia (in senso lato) che non era più conveniente produrre qui. Mentre “noi” continuavamo a produrre macchinari ad alta tecnologia da vendere a “loro”. In questo modo si poteva dare anche una mazzata stordente ai lavoratori e alle loro rappresentanze sindacali e politiche, riducendo salari e cancellando istituti storici del welfare occidentale (sanità, pensioni, istruzione) e ristabilire condizioni “ottocentesche” nei rapporti di forza tra le classi. I più bassi salari “laggiù” mantenevano bassissimi i prezzi delle merci che andavano comprate “qui”, anche da chi si ritrovava con un salario bloccato o in discesa. Che pacchia...
Il ballo del prezzo del petrolio, prima salito fino a 147 dollari al barile – nelle settimane precedenti l'esplosione del ciclone Lehmann Bothers, nel 2008 – poi crollato a 30, quindi risalito alla media dei 100-110 dollari al barile, tra il 2010 e la metà del 2014, infine ricaduto ai livelli attuali, sembra aver spezzato quel "circolo virtuoso". O, almeno, ha registrato la rottura di equilibri stabili per quasi 70 anni.
La crisi degli “emergenti” significa per i paesi industrializzati la crisi delle esportazioni proprio mentre il basso prezzo del greggio potrebbe favorire la produzione – laggiù – di merci a prezzo ancora più basso. Uno scenario deflattivo niente affatto virtuoso, perché i prezzi in discesa bloccano gli investimenti, oltre che i salari. E allontanano qualsiasi ipotesi di “crescita” dell'economia globale.
Il blocco degli investimenti avverrebbe – sta già avvenendo – anche e soprattutto nel comparto delle estrazioni di greggio. Il che pregiudica, a medio termine, la possibilità di mantenere gli attuali alti livelli di produzione ed anche la possibilità di affrontare un eventuale rialzo della domanda.
Infine, il ripetersi di attacchi “terroristici” (è ormai il tempo di smettere di utilizzare questo termine per indicare gli episodi di una guerra inter-imperialista asimmetrica, dunque combattuta da una parte con i cacciabombardieri, dall'altra con bombardieri umani a caccia di “turisti”) sta lucidamente definendo una linea di frattura tra il mondo industrializzato occidentale e i paesi sunniti (non genericamente “islamici”). Una separazione di fatto – fisica – che pone le basi per un conflitto più palese tra un mondo dipendente dal petrolio (fieramente diviso tra blocchi niente affatto reciprocamente amichevoli: Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina) e quella parte di mondo che ne custodisce, sottoterra, i due terzi delle riserve. Una separazione che, quanto meno, mette fortemente rischio la circolazione complessiva: di capitali e merci, certamente, mentre centrifuga intere popolazioni in fuga dalla guerra verso gli ex paradisi occidentali.
Se ci fosse un “progetto”, a governare quel che accade, ci si potrebbe quasi sentire tranquilli. Ma non ce né alcuno. Solo una crisi globale che macina gli equilibri esistiti, senza apparentemente avere alcuna idea circa quali equilibri possano sostituirli.
Tutto funziona al contrario, appunto...
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07/01/2016
Crolla Shangai, e la Banca Mondiale vede nero per la crescita globale
Non sarà una giornata facile per le piazze finanziarie globali. Del resto, non c'è una sola notizia di rilievo che possa dare “fiducia” nel prossimo futuro (checché prometta quel contafrottole di Palazzo Chigi).
A dare il via a vendite da panico è stata ancora una volta la borsa di Shangai, dove le contrattazioni sono state sospese per eccesso di ribasso dopo appena mezz'ora dall'apertura delle stesse. Un record temporale negativo, che ha provocato – per la seconda volta in appena quattro giorni – l'intervento del nuovo meccanismo previsto dalle autorità cinesi (chiusura degli scambi quando si raggiunge il -7%).
Pesa in questo caso sia il rallentamento severo dell'economia del Celeste Impero (anche se può far ridere, qui da noi, che ci si spaventi per una crescita “solo” del 6,5%, comunque la minima da oltre venti anni), nonché la recentissima svalutazione dello Yuan. Ma anche l'esplosione nucleare nordcoreana, proprio al confine nord del paese, che lascia prevedere un indurirsi del confronto internazionale anche ai confini cinesi.
Ma anche Tokyo ha perso oltre il 2%, dopo il -3% di inizio anno (il 4 gennaio, per motivi di calendario). In parte per le stesse ragioni, che implicano una prevedibile diminuzione dell'export verso Pechino, in parte anche maggiore per le previsioni della Banca Mondiale, rese pubbliche ieri sera.
E sono stime depressive, che abbassano dello 0,4% il tasso di crescita mondiale previsto per il 2016. La parte del leone, in negativo, la fanno le economie ex emergenti, che avevano fin qui trainato il pianeta nonostante il sostanziale arretramento dei paesi più industrializzati dopo il 2008. Ma anche la previsione per il Giappone è delle stesse dimensioni, segno che il Sol Levante non riesce a risollevarsi da una depressione più che ventennale nonostante l'abenomics, ovvero le gigantesche immissioni di liquidità decise dal premier reazionario Shinzo Abe.
Inevitabile, dunque, un effetto trascinamento al ribasso anche per le borse europee, che devono fra l'altro scontare – oltre ad una stima al ribasso dell'export verso l'Asia e gli altri paesi emergenti (a cominciare dal Brasile, in piena recessione) – anche le tensioni mediorientali e gli effetti delle sanzioni reciproche con la Russia.
Milano e Francoforte hanno aperto con un crollo verticale di oltre il 3%, con la prima che provava successivamente a ridurre le perdite (-2% alle 9.40), mentre la piazza tedesca – che non accenna a risollevarsi – rifaceva materialmente i conti con la marea di affari che l'industria nazionale perderà sicuramente sia in Medio Oriente che in Cina.
Se qualcuno ha notizie che possano stimolare la “fiducia” si sbrighi a comunicarle. Astenersi se di Rignano sull'Arno...
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A dare il via a vendite da panico è stata ancora una volta la borsa di Shangai, dove le contrattazioni sono state sospese per eccesso di ribasso dopo appena mezz'ora dall'apertura delle stesse. Un record temporale negativo, che ha provocato – per la seconda volta in appena quattro giorni – l'intervento del nuovo meccanismo previsto dalle autorità cinesi (chiusura degli scambi quando si raggiunge il -7%).
Pesa in questo caso sia il rallentamento severo dell'economia del Celeste Impero (anche se può far ridere, qui da noi, che ci si spaventi per una crescita “solo” del 6,5%, comunque la minima da oltre venti anni), nonché la recentissima svalutazione dello Yuan. Ma anche l'esplosione nucleare nordcoreana, proprio al confine nord del paese, che lascia prevedere un indurirsi del confronto internazionale anche ai confini cinesi.
Ma anche Tokyo ha perso oltre il 2%, dopo il -3% di inizio anno (il 4 gennaio, per motivi di calendario). In parte per le stesse ragioni, che implicano una prevedibile diminuzione dell'export verso Pechino, in parte anche maggiore per le previsioni della Banca Mondiale, rese pubbliche ieri sera.
E sono stime depressive, che abbassano dello 0,4% il tasso di crescita mondiale previsto per il 2016. La parte del leone, in negativo, la fanno le economie ex emergenti, che avevano fin qui trainato il pianeta nonostante il sostanziale arretramento dei paesi più industrializzati dopo il 2008. Ma anche la previsione per il Giappone è delle stesse dimensioni, segno che il Sol Levante non riesce a risollevarsi da una depressione più che ventennale nonostante l'abenomics, ovvero le gigantesche immissioni di liquidità decise dal premier reazionario Shinzo Abe.
Inevitabile, dunque, un effetto trascinamento al ribasso anche per le borse europee, che devono fra l'altro scontare – oltre ad una stima al ribasso dell'export verso l'Asia e gli altri paesi emergenti (a cominciare dal Brasile, in piena recessione) – anche le tensioni mediorientali e gli effetti delle sanzioni reciproche con la Russia.
Milano e Francoforte hanno aperto con un crollo verticale di oltre il 3%, con la prima che provava successivamente a ridurre le perdite (-2% alle 9.40), mentre la piazza tedesca – che non accenna a risollevarsi – rifaceva materialmente i conti con la marea di affari che l'industria nazionale perderà sicuramente sia in Medio Oriente che in Cina.
Se qualcuno ha notizie che possano stimolare la “fiducia” si sbrighi a comunicarle. Astenersi se di Rignano sull'Arno...
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06/01/2016
Inizio d'anno da paura per le borse globali
In una situazione incerta, ogni notizia è potenzialmente negativa. Se poi si tratta della bomba atomica in mano a qualcuno che prima non l'aveva (la Corea del Nord ne ha fatta esplodere una per un test, e asserisce che fosse all'idrogeno) e che soprattutto nessuno controlla, allora qualche scossone alle borse sembra inevitabile.
Col passare delle ore, lo spavento sembrava rientrato, e solo Tokyo – nel frattempo chiusa – aveva lasciato sul terreno qualcosa di tangibile (appena l'1%, però), mentre tutte le piazze europee, pur partendo in rosso, avevano rapidamente recuperato livelli più tranquilli. Al dunque, sembrava prevalere una considerazione di buon senso: anche con l'atomica la Nord Corea non preoccupa troppo il mondo reale, al massimo agita le redazioni giornalistiche e la propaganda governativa (unanimemente contro).
Sullo sfondo, le preoccupazioni della finanza globale sono ben altre. E ben presto queste ultime hanno riportato in negativo le quotazioni sul Vecchio Continente.
Il rallentamento dell'economia cinese è consistente, così come la volatilità delle sue due piazze finanziarie interne (Shangai e Shenzen). E certo non ha tranquillizzato affatto la decisione della Banca centrale di Pechino di svalutare nuovamente lo yuan, indicando il tasso di riferimento a 6,5314 per un dollaro. Meno che nell'aprile 2011. L'impressione generale è che la Cina stia "accompagnando" la discesa della moneta nazionale, nel tentativo di evitare quanto occorso tempo fa al rublo russo. Ma è chiaro che si tratta anche di una risposta alla "guerra delle monete" in atto ormai da diversi anni.
Ma è tutto il fronte dei paesi un tempo “emergenti” (una quindicina quelli principali, dal Brasile alla Turchia, alla Thailandia) a far segnare performance generalmente negative.
E qui l'intreccio di contraddizioni all'apparenza irrisolvibili – senza grossi dolori, almeno – si fa veramente inestricabile. Questi paesi, in appena cinque anni, e mentre tutto l'Occidente sviluppato arretrava o restava fermo (+6%), sono cresciuti mediamente del 48%. Un gigantesco balzo in avanti finanziato ricorrendo al debito, grazie anche ai tassi zero praticati a lungo dalla Federal Reserve statunitense, dalla Boj giapponese e infine dalla Bce. Conseguenza: circa il 70% di questo indebitamento è denominato in dollari, e ora sta subendo una prima rivalutazione in seguito alla scelta della Fed, a dicembre, di cominciare a rialzare i tassi di interesse.
Questo significa dover pagare un “servizio del debito” più caro, proprio nel momento in cui – invece – la frenata cinese ha mandato fuori giri il mercato globale delle materie prime (di cui gli emergenti sono in genere forti produttori), facendo crollare i prezzi mediamente di un terzo come conseguenza diretta del calo della domanda di Pechino. E se ti crollano le entrate mentre crescono le uscite, è facilissimo andare in crisi, nonostante tutti questi paesi applichino normative decisamente friendly nei confronti dei capitali stranieri.
I quali hanno ben presto preso altre strade, dirigendosi in primo luogo verso quelle aree monetarie (dollaro e yen) in grado di fornire a breve rendimenti maggiori. L'Institute of International Finance calcola infatti che per la prima volta da oltre 25 anni i capitali in fuga dai paesi emergenti hanno superato quantitativamente quelli in ingresso.
Il circolo vizioso diventa così chiarissimo, perché la carenza di capitali da investimento trascina al ribasso la dinamica dell'economia reale di questi paesi mentre innalza il costo del debito in modo potenzialmente devastante.
E nonostante i giornali economici italiani siano pieni di “consigli per i piccoli investitori” per affrontare tempi tempestosi, gli “investitori istituzionali” – belli carichi di denaro liquido, dopo sette anni di quantitative easing – sono assai più incerti sulla direzione da prendere. E quindi, com'è quasi ovvio, per ora parcheggiano in quei porti che sentono più sicuri. Gli Usa.
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Col passare delle ore, lo spavento sembrava rientrato, e solo Tokyo – nel frattempo chiusa – aveva lasciato sul terreno qualcosa di tangibile (appena l'1%, però), mentre tutte le piazze europee, pur partendo in rosso, avevano rapidamente recuperato livelli più tranquilli. Al dunque, sembrava prevalere una considerazione di buon senso: anche con l'atomica la Nord Corea non preoccupa troppo il mondo reale, al massimo agita le redazioni giornalistiche e la propaganda governativa (unanimemente contro).
Sullo sfondo, le preoccupazioni della finanza globale sono ben altre. E ben presto queste ultime hanno riportato in negativo le quotazioni sul Vecchio Continente.
Il rallentamento dell'economia cinese è consistente, così come la volatilità delle sue due piazze finanziarie interne (Shangai e Shenzen). E certo non ha tranquillizzato affatto la decisione della Banca centrale di Pechino di svalutare nuovamente lo yuan, indicando il tasso di riferimento a 6,5314 per un dollaro. Meno che nell'aprile 2011. L'impressione generale è che la Cina stia "accompagnando" la discesa della moneta nazionale, nel tentativo di evitare quanto occorso tempo fa al rublo russo. Ma è chiaro che si tratta anche di una risposta alla "guerra delle monete" in atto ormai da diversi anni.
Ma è tutto il fronte dei paesi un tempo “emergenti” (una quindicina quelli principali, dal Brasile alla Turchia, alla Thailandia) a far segnare performance generalmente negative.
E qui l'intreccio di contraddizioni all'apparenza irrisolvibili – senza grossi dolori, almeno – si fa veramente inestricabile. Questi paesi, in appena cinque anni, e mentre tutto l'Occidente sviluppato arretrava o restava fermo (+6%), sono cresciuti mediamente del 48%. Un gigantesco balzo in avanti finanziato ricorrendo al debito, grazie anche ai tassi zero praticati a lungo dalla Federal Reserve statunitense, dalla Boj giapponese e infine dalla Bce. Conseguenza: circa il 70% di questo indebitamento è denominato in dollari, e ora sta subendo una prima rivalutazione in seguito alla scelta della Fed, a dicembre, di cominciare a rialzare i tassi di interesse.
Questo significa dover pagare un “servizio del debito” più caro, proprio nel momento in cui – invece – la frenata cinese ha mandato fuori giri il mercato globale delle materie prime (di cui gli emergenti sono in genere forti produttori), facendo crollare i prezzi mediamente di un terzo come conseguenza diretta del calo della domanda di Pechino. E se ti crollano le entrate mentre crescono le uscite, è facilissimo andare in crisi, nonostante tutti questi paesi applichino normative decisamente friendly nei confronti dei capitali stranieri.
I quali hanno ben presto preso altre strade, dirigendosi in primo luogo verso quelle aree monetarie (dollaro e yen) in grado di fornire a breve rendimenti maggiori. L'Institute of International Finance calcola infatti che per la prima volta da oltre 25 anni i capitali in fuga dai paesi emergenti hanno superato quantitativamente quelli in ingresso.
Il circolo vizioso diventa così chiarissimo, perché la carenza di capitali da investimento trascina al ribasso la dinamica dell'economia reale di questi paesi mentre innalza il costo del debito in modo potenzialmente devastante.
E nonostante i giornali economici italiani siano pieni di “consigli per i piccoli investitori” per affrontare tempi tempestosi, gli “investitori istituzionali” – belli carichi di denaro liquido, dopo sette anni di quantitative easing – sono assai più incerti sulla direzione da prendere. E quindi, com'è quasi ovvio, per ora parcheggiano in quei porti che sentono più sicuri. Gli Usa.
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