Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica.
Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.
Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).
Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino.
Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.
Lo scoop del data-leak: quando l’élite della privacy rivela la password
C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo.
Ebbene, questo tempio dell’inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable (una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.
La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker Maia Arson Crimew. Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale.
Divenuta famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima.
Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che avrebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!
I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”.
A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione.
Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice, no?
Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra
Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore.
Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista...
“Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.
“Battlefield Technologies” (Tecnologie da campo di battaglia): Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.
“Bring Back Nuclear” (Tornare al nucleare): Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.
“It’s Fun to Be in Charge” (È divertente essere al comando): Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.
“Build-a-Cult” (Costruire un culto): Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come Pray.com.
L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.
I VIP presenti
Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale. Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico.
Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della “sinistra liberal”, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes; l’ex segretario al Tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare?) il genero di Trump, Jared Kushner.
Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington.
Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford, consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull’Intelligenza Artificiale.
E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati
In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.
Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.
Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica.
I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.
Una vittoria della Società Civile
Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie.
Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.
Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.
Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra.
La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.
Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.
Fra qualche giorno ne sapremo di più.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/08/2026
Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”
22/01/2026
A Davos la foto di un sistema al collasso
Quest’anno il World Economic Forum di Davos riunisce quasi 3.000 partecipanti tra manager, banchieri, finanzieri e politici provenienti da oltre 130 Paesi. Tra questi ci sono circa 400 leader politici, tra cui quasi 65 capi di Stato e di governo.
Il presidente Usa Trump è arrivato ieri con grande clamore e già se ne sente il protagonista ma, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare gli ormai fragili rapporti multilaterali nel mondo capitalista che il Wef di Davos ha sempre rivendicato come propria caratteristica.
La rivista dei ricchi – Forbes – elenca i temi al centro del World Economic Forum di quest’anno in ordine di importanza: la geopolitica e la sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa. Al centro delle discussioni ci saranno anche le guerre commerciali e la geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche. Non mancheranno dossier strategici come energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico.
Ma la stessa Forbes sottolinea come nell’agenda siano scomparsi o ridimensionati temi come clima, inclusione e cooperazione multilaterale che pure erano stati centrali nelle edizioni precedenti.
A differenza dagli anni scorsi, infatti non risulta in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica ma solo la promessa di affrontare “le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta”. Passati dunque completamente in secondo piano i temi come l’emergenza ambientale, sparite anche le sessioni dedicate negli anni scorsi a ‘diversity’, equa tassazione, anti-corruzione, eguaglianza di genere e giustizia sociale.
L’arrivo di Donald Trump al World Economic Forum ha animato le strade di Davos con centinaia di manifestanti che sono scesi in piazza per contestare la presenza del presidente statunitense, facendo salire le tensioni sociali e politiche intorno al Forum.
I cortei, organizzati da movimenti ambientalisti, sindacali e reti no-global, denunciano apertamente le politiche di Trump in materia di dazi, clima, geopolitica e rapporti con l’Europa. Slogan contro l’unilateralismo americano, striscioni contro il “potere delle élite” e richieste di giustizia sociale hanno accompagnato le proteste, mentre le misure di sicurezza sono state rafforzate in tutta l’area del Forum.
Le manifestazioni e le contestazioni nelle strade si inseriscono in un contesto già segnato da forti tensioni diplomatiche: dalla minaccia di nuovi dazi statunitensi contro Paesi europei alle tensioni su Groenlandia, e poi Ucraina e Medio Oriente.
“Non voglio rompere la Nato, ho fatto tantissimo per la Nato” ha affermato Trump nel suo intervento a Davos. Gli Stati Uniti stanno cercando di avviare “negoziati immediati” per discutere l’acquisizione della Groenlandia, ha assicurato il presidente Usa. “Tutto quello che vogliamo dalla Danimarca è questo grande pezzo di ghiaccio dove costruiremo il più grande Golden Dome di sempre, per difendere anche il Canada, che ha avuto tante cose gratis da noi. Non voglio usare la forza, quello che voglio è la Groenlandia”. Gli Usa vogliono “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia” e “se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto” e “se diranno di no, ce lo ricorderemo”.
Poi, dopo un breve incontro riservato con Mark Rutte, segretario pro forma della Nato (che non si capisce a quale titolo possa decidere dei territori di un paese europeo diverso dal suo), il cambiamento di umore a 180 gradi: «Sulla base di un incontro molto proficuo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, abbiamo definito la struttura di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d’America e per tutte le nazioni della Nato».
A completare la pochade arriva poi lo stesso Rutte a garantire che della sovranità della Groenlandia “non si è parlato”.
Riferendosi poi ai partner europei Trump aveva iniziato dichiarando che “Amo l’Europa ma deve uscire dalla cultura in cui si è infilata negli ultimi dieci anni, si stanno distruggendo da soli”, per poi proseguire affermando che “vogliamo alleati forti, vogliamo che l’Europa sia forte” ma ha rivendicato di aver evitato all’America la “catastrofe energetica” avvenuta in Europa a causa della “grande truffa green, la più grande truffa della storia”.
A fotografare un clima politico ed economico non certo lusinghiero è stato lo stesso Chief Economists’ Outlook, pubblicato alla vigilia del Forum, secondo il quale “Il 53% dei capi economisti interpellati prevede un peggioramento delle condizioni economiche globali nel 2026. Gli Stati Uniti mostrano prospettive in miglioramento, con il 69% che si aspetta una crescita moderata e l’11% ‘forte’, l’Asia sudorientale corre trainata dall’India, la Cina resta in una zona grigia. L’Europa appare l’anello più debole: una guerra dei dazi con gli Usa, ha avvertito il cancelliere tedesco Merz, danneggerebbe tutti”.
Il World Economic Forum si è aperto in un contesto geopolitico assai “più complesso dal secondo dopoguerra, con guerre aperte ai confini dell’Europa, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crisi dell’ordine multilaterale, la frammentazione degli scambi e delle catene del valore” scrive un esperto osservatore internazionale come Ennio Remondino.
In questi giorni a Zurigo, Berna e nelle strade che portano a Davos, si segnalano proteste e contestazioni di movimenti ambientalisti, antimilitaristi e giovanili. Il fatto che – a differenza degli anni dei movimenti no global – i mass media le ignorino non significa affatto che abbiano torto. I leader riuniti a Davos sono i responsabili del piano inclinato sul quale sta venendo trascinata l’umanità.
Fonte
Il presidente Usa Trump è arrivato ieri con grande clamore e già se ne sente il protagonista ma, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare gli ormai fragili rapporti multilaterali nel mondo capitalista che il Wef di Davos ha sempre rivendicato come propria caratteristica.
La rivista dei ricchi – Forbes – elenca i temi al centro del World Economic Forum di quest’anno in ordine di importanza: la geopolitica e la sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa. Al centro delle discussioni ci saranno anche le guerre commerciali e la geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche. Non mancheranno dossier strategici come energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico.
Ma la stessa Forbes sottolinea come nell’agenda siano scomparsi o ridimensionati temi come clima, inclusione e cooperazione multilaterale che pure erano stati centrali nelle edizioni precedenti.
A differenza dagli anni scorsi, infatti non risulta in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica ma solo la promessa di affrontare “le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta”. Passati dunque completamente in secondo piano i temi come l’emergenza ambientale, sparite anche le sessioni dedicate negli anni scorsi a ‘diversity’, equa tassazione, anti-corruzione, eguaglianza di genere e giustizia sociale.
L’arrivo di Donald Trump al World Economic Forum ha animato le strade di Davos con centinaia di manifestanti che sono scesi in piazza per contestare la presenza del presidente statunitense, facendo salire le tensioni sociali e politiche intorno al Forum.
I cortei, organizzati da movimenti ambientalisti, sindacali e reti no-global, denunciano apertamente le politiche di Trump in materia di dazi, clima, geopolitica e rapporti con l’Europa. Slogan contro l’unilateralismo americano, striscioni contro il “potere delle élite” e richieste di giustizia sociale hanno accompagnato le proteste, mentre le misure di sicurezza sono state rafforzate in tutta l’area del Forum.
Le manifestazioni e le contestazioni nelle strade si inseriscono in un contesto già segnato da forti tensioni diplomatiche: dalla minaccia di nuovi dazi statunitensi contro Paesi europei alle tensioni su Groenlandia, e poi Ucraina e Medio Oriente.
“Non voglio rompere la Nato, ho fatto tantissimo per la Nato” ha affermato Trump nel suo intervento a Davos. Gli Stati Uniti stanno cercando di avviare “negoziati immediati” per discutere l’acquisizione della Groenlandia, ha assicurato il presidente Usa. “Tutto quello che vogliamo dalla Danimarca è questo grande pezzo di ghiaccio dove costruiremo il più grande Golden Dome di sempre, per difendere anche il Canada, che ha avuto tante cose gratis da noi. Non voglio usare la forza, quello che voglio è la Groenlandia”. Gli Usa vogliono “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia” e “se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto” e “se diranno di no, ce lo ricorderemo”.
Poi, dopo un breve incontro riservato con Mark Rutte, segretario pro forma della Nato (che non si capisce a quale titolo possa decidere dei territori di un paese europeo diverso dal suo), il cambiamento di umore a 180 gradi: «Sulla base di un incontro molto proficuo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, abbiamo definito la struttura di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d’America e per tutte le nazioni della Nato».
A completare la pochade arriva poi lo stesso Rutte a garantire che della sovranità della Groenlandia “non si è parlato”.
Riferendosi poi ai partner europei Trump aveva iniziato dichiarando che “Amo l’Europa ma deve uscire dalla cultura in cui si è infilata negli ultimi dieci anni, si stanno distruggendo da soli”, per poi proseguire affermando che “vogliamo alleati forti, vogliamo che l’Europa sia forte” ma ha rivendicato di aver evitato all’America la “catastrofe energetica” avvenuta in Europa a causa della “grande truffa green, la più grande truffa della storia”.
A fotografare un clima politico ed economico non certo lusinghiero è stato lo stesso Chief Economists’ Outlook, pubblicato alla vigilia del Forum, secondo il quale “Il 53% dei capi economisti interpellati prevede un peggioramento delle condizioni economiche globali nel 2026. Gli Stati Uniti mostrano prospettive in miglioramento, con il 69% che si aspetta una crescita moderata e l’11% ‘forte’, l’Asia sudorientale corre trainata dall’India, la Cina resta in una zona grigia. L’Europa appare l’anello più debole: una guerra dei dazi con gli Usa, ha avvertito il cancelliere tedesco Merz, danneggerebbe tutti”.
Il World Economic Forum si è aperto in un contesto geopolitico assai “più complesso dal secondo dopoguerra, con guerre aperte ai confini dell’Europa, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crisi dell’ordine multilaterale, la frammentazione degli scambi e delle catene del valore” scrive un esperto osservatore internazionale come Ennio Remondino.
In questi giorni a Zurigo, Berna e nelle strade che portano a Davos, si segnalano proteste e contestazioni di movimenti ambientalisti, antimilitaristi e giovanili. Il fatto che – a differenza degli anni dei movimenti no global – i mass media le ignorino non significa affatto che abbiano torto. I leader riuniti a Davos sono i responsabili del piano inclinato sul quale sta venendo trascinata l’umanità.
Fonte
21/01/2026
Davos - Oxfam parla di “proteggere la libertà dal potere dei miliardari”
Come ogni anno, il Davos Economic Forum si apre con il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze economiche. E quest’anno il titolo appare quasi come un programma politico, più che un’analisi delle ricchezze private: “Resisting the Rule of the Rich. Defending Freedom Against Billionaire Power”, ovvero “Resistere al dominio dei ricchi. Difendere la libertà dal potere dei miliardari”.
Difendere la libertà dal potere dei miliardari ha un significato ben preciso, perché Oxfam fa notare che l’iniqua distribuzione della ricchezza va di pari passo con una iniqua distribuzione del potere, con una chiara crisi di quelle che si millantano per “democrazie” quando sono in realtà evidenti plutocrazie, per quanto riguarda la fascia di popolazione che è dominante, e democrature per quanto riguarda le forme di mediazione politica e di gestione del conflitto sociale.
In breve, il rapporto Oxfam riconosce che il 2025 è stato un anno d’oro per i super-ricchi. Per la prima volta nella storia, il numero di miliardari in dollari, nel mondo, ha superato quota 3 mila. La loro ricchezza collettiva ha raggiunto la cifra astronomica di 18,3 trilioni di dollari, crescendo del 16% solo nell’ultimo anno, un ritmo tre volte superiore alla media dell’ultimo quinquennio.
Dal 2020 a oggi, il patrimonio dei miliardari è aumentato dell’81%. Parallelamente, la realtà per il resto della popolazione mondiale è invece drammatica: una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare e quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà.
L’incremento di ricchezza dei tremila miliardari nell’ultimo anno, pari a 2,5 trilioni di dollari, equivale alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità, cioè oltre 4 miliardi di persone. Si tratta di una cifra che, da sola, sarebbe bastata a eradicare la povertà estrema per 26 volte.
Gli Stati Uniti hanno il maggior numero di miliardari – 932, 116 in più solo nell’ultimo anno – e “l’uomo più ricco al mondo”, Elon Musk. Nel Regno Unito, appena 56 individui detengono una ricchezza superiore a quella di 27 milioni di cittadini messi insieme (il 39% della popolazione). Secondo Oxfam, un miliardario britannico medio “guadagna” in media altri 231 milioni di sterline all’anno.
Per quanto riguarda l’Italia, Oxfam afferma che “nonostante i salari costituiscano il 38% del PIL italiano contro il 50% dei profitti [...], fatto 100 il totale delle entrate fiscali e contributive, 49 sono le risorse che arrivano dai salari, mentre il contributo dei profitti si ferma a 17”. Con la finanziaria del 2025, il ritocco marginale dell’IRPEF andrà a favorire ancora i più abbienti, con “la metà delle risorse allocate a favore dell’8% dei percettori di redditi più elevati, superiori a 48.000 euro”.
Il rapporto Oxfam non si limita ai dati economici, ma lancia un monito sullo stato di salute delle “democrazie”. L’organizzazione stima che un miliardario ha oggi 4mila volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto a un cittadino comune. Questo si traduce ovviamente in un’influenza sproporzionata sulle leggi che regolano l’economia e la società.
Inoltre, la concentrazione del potere passa anche per il controllo dell’informazione. Da Jeff Bezos a Elon Musk, i miliardari controllano oltre la metà delle principali testate giornalistiche mondiali e tutte le piattaforme social dominanti.
“L’enorme influenza che i super-ricchi hanno sui nostri politici, sulle nostre economie e sui nostri media ha aggravato la disuguaglianza e ci ha portato molto lontano dalla lotta alla povertà”, ha detto Amitabh Behar, Direttore Esecutivo di Oxfam International. “I governi stanno facendo scelte sbagliate per assecondare l’élite e difendere la ricchezza, mentre reprimono i diritti delle persone e la rabbia per il fatto che molte delle loro vite stanno diventando inaccessibili e insopportabili”.
Per spezzare questo ciclo, Oxfam esorta i governi ad agire su tre fronti: tassazione sui grandi patrimoni; rafforzamento delle regole contro il lobbismo e i finanziamenti elettorali opachi; garanzie contro le ritorsioni autoritarie nei confronti delle manifestazioni della società civile e dei sindacati.
Bisogna aggiungere un’ultima postilla. La ricchezza che è aumentata a dismisura nell’ultimo anno è il segnale dell’esponenziale crescita di una ricchezza fittizia, che non ha corrispettivo nel circuito economico al di fuori dei listini di borsa. È ricchezza in forma finanziaria, con una bolla che si fa sempre più grande e instabile. Un ulteriore pericolo per l’intera popolazione mondiale, che sarebbero sempre i più poveri a pagare.
A meno che, appunto, non si resista al potere dei miliardari, come dice anche Oxfam, ormai.
Fonte
Difendere la libertà dal potere dei miliardari ha un significato ben preciso, perché Oxfam fa notare che l’iniqua distribuzione della ricchezza va di pari passo con una iniqua distribuzione del potere, con una chiara crisi di quelle che si millantano per “democrazie” quando sono in realtà evidenti plutocrazie, per quanto riguarda la fascia di popolazione che è dominante, e democrature per quanto riguarda le forme di mediazione politica e di gestione del conflitto sociale.
In breve, il rapporto Oxfam riconosce che il 2025 è stato un anno d’oro per i super-ricchi. Per la prima volta nella storia, il numero di miliardari in dollari, nel mondo, ha superato quota 3 mila. La loro ricchezza collettiva ha raggiunto la cifra astronomica di 18,3 trilioni di dollari, crescendo del 16% solo nell’ultimo anno, un ritmo tre volte superiore alla media dell’ultimo quinquennio.
Dal 2020 a oggi, il patrimonio dei miliardari è aumentato dell’81%. Parallelamente, la realtà per il resto della popolazione mondiale è invece drammatica: una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare e quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà.
L’incremento di ricchezza dei tremila miliardari nell’ultimo anno, pari a 2,5 trilioni di dollari, equivale alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità, cioè oltre 4 miliardi di persone. Si tratta di una cifra che, da sola, sarebbe bastata a eradicare la povertà estrema per 26 volte.
Gli Stati Uniti hanno il maggior numero di miliardari – 932, 116 in più solo nell’ultimo anno – e “l’uomo più ricco al mondo”, Elon Musk. Nel Regno Unito, appena 56 individui detengono una ricchezza superiore a quella di 27 milioni di cittadini messi insieme (il 39% della popolazione). Secondo Oxfam, un miliardario britannico medio “guadagna” in media altri 231 milioni di sterline all’anno.
Per quanto riguarda l’Italia, Oxfam afferma che “nonostante i salari costituiscano il 38% del PIL italiano contro il 50% dei profitti [...], fatto 100 il totale delle entrate fiscali e contributive, 49 sono le risorse che arrivano dai salari, mentre il contributo dei profitti si ferma a 17”. Con la finanziaria del 2025, il ritocco marginale dell’IRPEF andrà a favorire ancora i più abbienti, con “la metà delle risorse allocate a favore dell’8% dei percettori di redditi più elevati, superiori a 48.000 euro”.
Il rapporto Oxfam non si limita ai dati economici, ma lancia un monito sullo stato di salute delle “democrazie”. L’organizzazione stima che un miliardario ha oggi 4mila volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto a un cittadino comune. Questo si traduce ovviamente in un’influenza sproporzionata sulle leggi che regolano l’economia e la società.
Inoltre, la concentrazione del potere passa anche per il controllo dell’informazione. Da Jeff Bezos a Elon Musk, i miliardari controllano oltre la metà delle principali testate giornalistiche mondiali e tutte le piattaforme social dominanti.
“L’enorme influenza che i super-ricchi hanno sui nostri politici, sulle nostre economie e sui nostri media ha aggravato la disuguaglianza e ci ha portato molto lontano dalla lotta alla povertà”, ha detto Amitabh Behar, Direttore Esecutivo di Oxfam International. “I governi stanno facendo scelte sbagliate per assecondare l’élite e difendere la ricchezza, mentre reprimono i diritti delle persone e la rabbia per il fatto che molte delle loro vite stanno diventando inaccessibili e insopportabili”.
Per spezzare questo ciclo, Oxfam esorta i governi ad agire su tre fronti: tassazione sui grandi patrimoni; rafforzamento delle regole contro il lobbismo e i finanziamenti elettorali opachi; garanzie contro le ritorsioni autoritarie nei confronti delle manifestazioni della società civile e dei sindacati.
Bisogna aggiungere un’ultima postilla. La ricchezza che è aumentata a dismisura nell’ultimo anno è il segnale dell’esponenziale crescita di una ricchezza fittizia, che non ha corrispettivo nel circuito economico al di fuori dei listini di borsa. È ricchezza in forma finanziaria, con una bolla che si fa sempre più grande e instabile. Un ulteriore pericolo per l’intera popolazione mondiale, che sarebbero sempre i più poveri a pagare.
A meno che, appunto, non si resista al potere dei miliardari, come dice anche Oxfam, ormai.
Fonte
22/01/2025
A Davos i cocci dell’Unione Europea
Stavolta il vertice economico di Davos è il regno dell’incertezza. E, come spiegano tutti gli analisti, l’incertezza è il peggior nemico dell’economia...
Ma il motore principale di tutta questa incertezza è decisamente politico: cosa farà l’America di Trump, come reagiranno Cina e Russia, che fine farà la guerra in Ucraina, e soprattutto che ne sarà di una Unione Europea “vaso di coccio” tra contendenti molto meglio attrezzati.
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione (teoricamente “il governo” dell’UE), è ricomparsa dopo settimane di malattia ma non è riuscita ad andare molto al di là della semplice fotografia di una crisi.
“L’ordine mondiale cooperativo che abbiamo immaginato 25 anni fa non si è trasformato in realtà. Al contrario, siamo siamo entrati in una nuova era di dura competizione geostrategica. Dall’IA alle tecnologie pulite, dall’Artico al Mar Cinese Meridionale: la gara è aperta”, ha sottolineato.
Il problema evidente è che nessuno dei comparti trainanti lo sviluppo tecnologico ed economico ha una presenza significativa in Europa. Che al contrario vive lo sfaldamento della sua industria core – la meccanica, con filiere produttive rigorosamente allineate in funzione della produzione tedesca – come un dramma anche sociale, al momento irrimediabile. Il fantasma della rust belt statunitense, che ha vissuto la stessa tragedia nell’ultimo trentennio, è lì davanti.
Quanto alle aree di crisi geopolitica, questa stessa UE è riuscita nel capolavoro di farsi imporre una guerra in casa per soddisfare gli interessi statunitensi, mentre ora – con Trump – quello stesso “padrone” intende chiaramente scaricare problemi e costi su un Vecchio Continente legato ad un letto di contenzione fabbricato con le proprie stesse mani.
Tagliate le forniture di gas russo a prezzo basso (un quarto, in media, di quello acquistato ora), interrotte forse definitivamente sia le infrastrutture che le relazioni politiche con l’Est, resi problematici i rapporti con Cina e Iran, fuori da tutti i giochi che contano. E con una struttura istituzionale fondata sull’ipotesi irrealistica di una “stabilità perenne”, funzionante secondo le norme inventate dai manuali di macroeconomia liberista, così che bastava fabbricare un “pilota automatico” con inserita la marcia corta dell’austerità e il freno della riduzione del debito pubblico, per andare avanti nel migliore dei modi possibili.
Un’idiozia strategica, una condizione che non si è mai realizzata. In nessun momento della storia recente.
L’idea che bastasse lasciar fare al capitale privato, soprattutto multinazionale, e che “la politica” si dovesse occupare soltanto di “creare le migliori condizioni possibili per l’iniziativa privata”, ha congelato per trenta anni la stessa crescita capitalistica, favorendo soltanto quei paesi più attrezzati (Germania e poco altro) a ricavare il massimo con il minimo sforzo dal “mercantilismo del 2000”.
Zero sviluppo tecnologico vero (si è lavorato a “reinventare la ruota”, con piccoli efficientamenti, non a inventare nuove tecnologie), zero unità politica e diplomatica, zero esercito unico, giusto un po’ di intelligence poliziesca condivisa per meglio monitorare e reprimere gli inevitabili focolai di malcontento interno.
Davanti alla disinvoltura finanziaria e militare Usa, alla potenza produttiva cinese (ora anche di qualità superiore), ai missili ipersonici russi (per ora senza competitor), le chiacchiere “europeiste” risultano patetiche. È la fine dell’ordoliberismo europeo, prima o poi toccherà prenderne atto.
Evidente, tutto ciò, quando von der Leyen descrive il “nuovo mondo”.
“Il mondo oggi è ancora quasi connesso come non mai. Ma ha anche iniziato a frammentarsi lungo nuove linee. Da un lato, dall’anno 2000, il volume del commercio globale è raddoppiato, sebbene il commercio all’interno dei blocchi regionali si stia ora espandendo più velocemente del commercio tra di loro.
È comune che un chip venga progettato negli Stati Uniti, costruito a Taiwan con macchine europee, confezionato nel sud-est asiatico e assemblato in Cina. D’altro canto, solo lo scorso anno le barriere commerciali globali sono triplicate in valore. Le istituzioni commerciali internazionali hanno spesso lottato per affrontare le sfide poste dall’ascesa di economie non di mercato che competono con un diverso insieme di regole”.
L’unica presenza europea di valore, in questo vortice, sono appunto “le macchine [olandesi] per costruire chip”. Ma le pressioni Usa hanno da tempo limitato le vendite alla Cina, mentre altri soggetti hanno ovviamente iniziato a progettarne di proprie.
Von der Leyen ha proseguito: “L’innovazione continua a prosperare, con progressi nell’intelligenza artificiale, nell’informatica quantistica e nell’energia pulita pronti a cambiare il nostro modo di vivere e lavorare, ma anche i controlli tecnologici sono quadruplicati negli ultimi decenni. Le nostre dipendenze dalla catena di fornitura sono a volte trasformate in armi, come dimostra il ricatto energetico della Russia, o esposte come fragili quando gli shock globali, come la pandemia, emergono senza preavviso. E proprio gli interconnettori che ci uniscono, come i cavi dati sottomarini, sono diventati obiettivi, dal Mar Baltico allo Stretto di Taiwan”.
Se poi, com’è avvenuto per il gasdotto North Stream, si fa finta di non vedere che gli “interconnettori vitali” vengono interrotti dai “nostri alleati” (ucraini e statunitensi), la frittata è assicurata.
E “la soluzione” non può che essere un deja vu: “Per sostenere la crescita nel prossimo quarto di secolo, l’Europa deve cambiare marcia. Per questo ho chiesto a Draghi una relazione sulla competitività Ue. Su questa base, la prossima settimana la Commissione presenterà la nostra tabella di marcia”. Un altro “rapporto Draghi”, da citare e tenere in un cassetto perché arriva comunque troppo tardi, con troppi nemici (anche dentro la UE), senza risorse (c’è di nuovo l’austerità, non dimentichiamolo) e senza un know how continentale per realizzarne almeno una parte.
A Davos sono risultate perciò quasi insultanti le parole dell’attore prestato alla presidenza dell’Ucraina, fin qui sostenuto ben oltre le intenzioni e le possibilità della UE.
“Ora non è nemmeno certo se l’Europa avrà un posto al tavolo quando finirà la guerra in Ucraina. Donald Trump ascolterà l’Europa [ultimo avamposto della guerra “fino alla vittoria”, ndr] o negozierà con la Russia e la Cina? L’Europa deve fare di più”, ha affermato Zelenskij. “L‘Europa deve iniziare a prendersi cura di se stessa” e deve “spendere di più per la sicurezza. Se serve il 5%, che sia il 5%”.
È bellissimo vedere come si può essere grandiosi, con i soldi degli altri...
Ma il fatto nuovo, e spiazzante per la UE, anche in questo caso c’è. Solo pochi mesi fa, Kiev era terrorizzata all’idea che una seconda presidenza di Donald Trump l’avrebbe costretta a capitolare davanti a Vladimir Putin. Oggi, invece, ripone le sue speranze su Trump, sperando che metta fine a tre anni di carneficina.
Ora la mancanza di uomini è tale da rendere una barzelletta qualsiasi sogno di “riconquistare” il Donbass e la Crimea. Quindi il “pragmatismo”, l’imprevedibilità, lo stesso autoritarismo disinvolto di Trump e Musk potrebbero tornare utili per superare – tra gli ucraini – le ultime resistenze contro un accordo di pace che non prevede recuperi territoriali né l’adesione alla Nato.
Come diceva ieri Tymofiy Mylovanov, presidente della Kyiv School of Economics, passeggiando tra i corridoi di Davos, Trump “Potrebbe non essere un bene, ma sarà molto meglio che sotto Biden”. Più precisamente: “Biden ha gestito la guerra come una crisi. Pensava che, resistendo abbastanza a lungo, la tempesta sarebbe passata. Ma non sta passando. Trump parte dal presupposto che dobbiamo fermare la tempesta. Non gli importa come sarà fermata”.
Morto un presidente, viva il nuovo... È la regola dei cortigiani, no?
E intanto qui ancora si votano aiuti militari a Kiev...
Fonte
Ma il motore principale di tutta questa incertezza è decisamente politico: cosa farà l’America di Trump, come reagiranno Cina e Russia, che fine farà la guerra in Ucraina, e soprattutto che ne sarà di una Unione Europea “vaso di coccio” tra contendenti molto meglio attrezzati.
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione (teoricamente “il governo” dell’UE), è ricomparsa dopo settimane di malattia ma non è riuscita ad andare molto al di là della semplice fotografia di una crisi.
“L’ordine mondiale cooperativo che abbiamo immaginato 25 anni fa non si è trasformato in realtà. Al contrario, siamo siamo entrati in una nuova era di dura competizione geostrategica. Dall’IA alle tecnologie pulite, dall’Artico al Mar Cinese Meridionale: la gara è aperta”, ha sottolineato.
Il problema evidente è che nessuno dei comparti trainanti lo sviluppo tecnologico ed economico ha una presenza significativa in Europa. Che al contrario vive lo sfaldamento della sua industria core – la meccanica, con filiere produttive rigorosamente allineate in funzione della produzione tedesca – come un dramma anche sociale, al momento irrimediabile. Il fantasma della rust belt statunitense, che ha vissuto la stessa tragedia nell’ultimo trentennio, è lì davanti.
Quanto alle aree di crisi geopolitica, questa stessa UE è riuscita nel capolavoro di farsi imporre una guerra in casa per soddisfare gli interessi statunitensi, mentre ora – con Trump – quello stesso “padrone” intende chiaramente scaricare problemi e costi su un Vecchio Continente legato ad un letto di contenzione fabbricato con le proprie stesse mani.
Tagliate le forniture di gas russo a prezzo basso (un quarto, in media, di quello acquistato ora), interrotte forse definitivamente sia le infrastrutture che le relazioni politiche con l’Est, resi problematici i rapporti con Cina e Iran, fuori da tutti i giochi che contano. E con una struttura istituzionale fondata sull’ipotesi irrealistica di una “stabilità perenne”, funzionante secondo le norme inventate dai manuali di macroeconomia liberista, così che bastava fabbricare un “pilota automatico” con inserita la marcia corta dell’austerità e il freno della riduzione del debito pubblico, per andare avanti nel migliore dei modi possibili.
Un’idiozia strategica, una condizione che non si è mai realizzata. In nessun momento della storia recente.
L’idea che bastasse lasciar fare al capitale privato, soprattutto multinazionale, e che “la politica” si dovesse occupare soltanto di “creare le migliori condizioni possibili per l’iniziativa privata”, ha congelato per trenta anni la stessa crescita capitalistica, favorendo soltanto quei paesi più attrezzati (Germania e poco altro) a ricavare il massimo con il minimo sforzo dal “mercantilismo del 2000”.
Zero sviluppo tecnologico vero (si è lavorato a “reinventare la ruota”, con piccoli efficientamenti, non a inventare nuove tecnologie), zero unità politica e diplomatica, zero esercito unico, giusto un po’ di intelligence poliziesca condivisa per meglio monitorare e reprimere gli inevitabili focolai di malcontento interno.
Davanti alla disinvoltura finanziaria e militare Usa, alla potenza produttiva cinese (ora anche di qualità superiore), ai missili ipersonici russi (per ora senza competitor), le chiacchiere “europeiste” risultano patetiche. È la fine dell’ordoliberismo europeo, prima o poi toccherà prenderne atto.
Evidente, tutto ciò, quando von der Leyen descrive il “nuovo mondo”.
“Il mondo oggi è ancora quasi connesso come non mai. Ma ha anche iniziato a frammentarsi lungo nuove linee. Da un lato, dall’anno 2000, il volume del commercio globale è raddoppiato, sebbene il commercio all’interno dei blocchi regionali si stia ora espandendo più velocemente del commercio tra di loro.
È comune che un chip venga progettato negli Stati Uniti, costruito a Taiwan con macchine europee, confezionato nel sud-est asiatico e assemblato in Cina. D’altro canto, solo lo scorso anno le barriere commerciali globali sono triplicate in valore. Le istituzioni commerciali internazionali hanno spesso lottato per affrontare le sfide poste dall’ascesa di economie non di mercato che competono con un diverso insieme di regole”.
L’unica presenza europea di valore, in questo vortice, sono appunto “le macchine [olandesi] per costruire chip”. Ma le pressioni Usa hanno da tempo limitato le vendite alla Cina, mentre altri soggetti hanno ovviamente iniziato a progettarne di proprie.
Von der Leyen ha proseguito: “L’innovazione continua a prosperare, con progressi nell’intelligenza artificiale, nell’informatica quantistica e nell’energia pulita pronti a cambiare il nostro modo di vivere e lavorare, ma anche i controlli tecnologici sono quadruplicati negli ultimi decenni. Le nostre dipendenze dalla catena di fornitura sono a volte trasformate in armi, come dimostra il ricatto energetico della Russia, o esposte come fragili quando gli shock globali, come la pandemia, emergono senza preavviso. E proprio gli interconnettori che ci uniscono, come i cavi dati sottomarini, sono diventati obiettivi, dal Mar Baltico allo Stretto di Taiwan”.
Se poi, com’è avvenuto per il gasdotto North Stream, si fa finta di non vedere che gli “interconnettori vitali” vengono interrotti dai “nostri alleati” (ucraini e statunitensi), la frittata è assicurata.
E “la soluzione” non può che essere un deja vu: “Per sostenere la crescita nel prossimo quarto di secolo, l’Europa deve cambiare marcia. Per questo ho chiesto a Draghi una relazione sulla competitività Ue. Su questa base, la prossima settimana la Commissione presenterà la nostra tabella di marcia”. Un altro “rapporto Draghi”, da citare e tenere in un cassetto perché arriva comunque troppo tardi, con troppi nemici (anche dentro la UE), senza risorse (c’è di nuovo l’austerità, non dimentichiamolo) e senza un know how continentale per realizzarne almeno una parte.
A Davos sono risultate perciò quasi insultanti le parole dell’attore prestato alla presidenza dell’Ucraina, fin qui sostenuto ben oltre le intenzioni e le possibilità della UE.
“Ora non è nemmeno certo se l’Europa avrà un posto al tavolo quando finirà la guerra in Ucraina. Donald Trump ascolterà l’Europa [ultimo avamposto della guerra “fino alla vittoria”, ndr] o negozierà con la Russia e la Cina? L’Europa deve fare di più”, ha affermato Zelenskij. “L‘Europa deve iniziare a prendersi cura di se stessa” e deve “spendere di più per la sicurezza. Se serve il 5%, che sia il 5%”.
È bellissimo vedere come si può essere grandiosi, con i soldi degli altri...
Ma il fatto nuovo, e spiazzante per la UE, anche in questo caso c’è. Solo pochi mesi fa, Kiev era terrorizzata all’idea che una seconda presidenza di Donald Trump l’avrebbe costretta a capitolare davanti a Vladimir Putin. Oggi, invece, ripone le sue speranze su Trump, sperando che metta fine a tre anni di carneficina.
Ora la mancanza di uomini è tale da rendere una barzelletta qualsiasi sogno di “riconquistare” il Donbass e la Crimea. Quindi il “pragmatismo”, l’imprevedibilità, lo stesso autoritarismo disinvolto di Trump e Musk potrebbero tornare utili per superare – tra gli ucraini – le ultime resistenze contro un accordo di pace che non prevede recuperi territoriali né l’adesione alla Nato.
Come diceva ieri Tymofiy Mylovanov, presidente della Kyiv School of Economics, passeggiando tra i corridoi di Davos, Trump “Potrebbe non essere un bene, ma sarà molto meglio che sotto Biden”. Più precisamente: “Biden ha gestito la guerra come una crisi. Pensava che, resistendo abbastanza a lungo, la tempesta sarebbe passata. Ma non sta passando. Trump parte dal presupposto che dobbiamo fermare la tempesta. Non gli importa come sarà fermata”.
Morto un presidente, viva il nuovo... È la regola dei cortigiani, no?
E intanto qui ancora si votano aiuti militari a Kiev...
Fonte
22/01/2023
18/01/2023
Il Forum di Davos prova a esorcizzare la fine della mondializzazione capitalista
Il World Economic Forum cominciato ieri a Davos, punta la sua attenzione alla “collaborazione in un mondo frammentato” e si svolge “nel contesto geopolitico ed economico più complesso degli ultimi decenni”, secondo quanto affermato in apertura da Borge Brende, presidente del Wef. In pratica darà voce e ribalta alle serissime preoccupazioni della borghesia mondiale sulla regressione in corso delle magnifiche e progressive sorti dell’Occidente capitalista.
L’agenda di Davos in questi ultimi decenni è stata l’agenda della globalizzazione capitalista del mondo ma, secondo IlSole24Ore, proprio i problemi globali “spingono però Stati e opinioni pubbliche a complicate risposte nazionali, mentre i forum internazionali fanno sempre più fatica a trovare soluzioni condivise per problemi planetari”.
Il Wef è il punto di incontro della élite planetaria, il posto ideale per misurare lo stato di salute di una mondializzazione a trazione Usa ormai assediata su tutti i fronti e per molti versi costretta alla ritirata. “Viviamo in un’era di shock multipli, potremmo essere a un punto di svolta per l’economia globale”, commenta l’economista Kenneth Rogoff, professore dell’Università di Harvard e frequentatore abituale del Wef.
Il mondo disegnato e imposto dalla borghesia mondiale a Davos, quello della libera circolazione delle merci e dei capitali e quello dello sviluppo tecnologico funzionale ad essi, si è scontrato con una nuova realtà. Qualcuno si ricorda ancora dell’esistenza e della vigenza del WTO?
Il mondo e l’economia globale oggi si sono divisi tra un blocco euroatlantico (con i suoi presidi locali in Giappone, Corea del Sud, Australia) e l’eterogeneo blocco dei paesi emergenti in Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa. Una sintesi un po’ schematica ma potabile definisce tutto questo come mondo multipolare.
Ma l’economia mondiale fondata sul Modo di Produzione Capitalista – comune ad entrambi i blocchi – oggi annaspa dentro le contraddizioni da esso stesso create (dalla ripresa dell’inflazione all’emergenza climatica) e produce fratture, prima fra tutti la tendenza di gran parte dei paesi emergenti a “sganciarsi” dal dollaro come unica moneta per gli scambi internazionali. Una frattura incentivata dal ripetuto, ossessivo ricorso alle sanzioni da parte di USA ed Unione Europea contro i paesi emergenti e quelli considerati rivali.
Nel resto del mondo “esterno” all’Occidente e al blocco euroatlantico cresce la tendenza a sganciarsi dalla loro egemonia, avviando una tendenza che alcuni osservatori non angloeuropei definiscono come de-occidentalizzazione.
E di fronte alla fine della mondializzazione capitalista così come l’abbiamo conosciuta – e subìta – nei decenni scorsi, arrivano anche i rimpianti rancorosi dei corifei della borghesia mondiale. È il caso di Pierre Haski su Internazionale, secondo cui: “L’ultima iniziativa rilevante di Davos passerà alla storia come un errore. Parlo del tappeto rosso steso davanti al numero uno cinese Xi Jinping nel 2017, presentato come salvatore del libero scambio”.
Per Haski il covid e le rivalità geopolitiche hanno avuto la meglio su un certo modello della globalizzazione. “Davos ha accompagnato l’espansione della Cina “fabbrica del mondo” ma non ha compreso l’esigenza crescente di una regionalizzazione della produzione e di una separazione dalla Cina nel campo delle tecnologie”.
Sullo sfondo è ben visibile l’incapacità dei paesi a capitalismo avanzato di superare le conseguenze dell’ultima crisi: quella del 2007/2008 e della pandemia di Covid. Consultati dal Chief Economists Outlook i due terzi degli economisti, raddoppiati rispetto allo scorso settembre, considerano una recessione globale “estremamente probabile”. Tutti gli economisti intervistati si aspettano una crescita debole o molto debole in Europa, ma il 91% avanza la stessa valutazione anche per gli Usa.
Ma anche i Ceo (amministratori delegati) vedono nero. Tre su quattro sono convinti che l’economia globale andrà in negativo nei prossimi 12 mesi, mentre il 40% teme per l’impatto delle sfide del prossimo decennio. A suonare l’allarme è la 26esima Annual Global Ceo Survey curata dalla PricewaterhouseCoopers. Si tratta di un’indagine condotta fra 4.410 Ceo in 105 Paesi e resa pubblica in apertura del Forum di Davos. “Un’economia volatile, inflazione ai massimi da decenni, la conflittualità geopolitica hanno contribuito a portare un livello di pessimismo fra i Ceo che non si vedeva da un decennio”, commenta Bob Moritz, global chairman di PwC.
In un contesto come quello descritto da tante e tali fonti, l’aver provocato e alimentato una guerra in Europa contro la Russia, dimostra non solo l’avventurismo ma anche i rischi nel continuare ad affidare le sorti dell’umanità a quelli che si riuniscono annualmente sulle montagne svizzere per cercare di mantenere a tutti i costi la loro visione e la loro “presa” su un mondo assai più grande e articolato di quanto sia il blocco euroatlantico.
Fonte
L’agenda di Davos in questi ultimi decenni è stata l’agenda della globalizzazione capitalista del mondo ma, secondo IlSole24Ore, proprio i problemi globali “spingono però Stati e opinioni pubbliche a complicate risposte nazionali, mentre i forum internazionali fanno sempre più fatica a trovare soluzioni condivise per problemi planetari”.
Il Wef è il punto di incontro della élite planetaria, il posto ideale per misurare lo stato di salute di una mondializzazione a trazione Usa ormai assediata su tutti i fronti e per molti versi costretta alla ritirata. “Viviamo in un’era di shock multipli, potremmo essere a un punto di svolta per l’economia globale”, commenta l’economista Kenneth Rogoff, professore dell’Università di Harvard e frequentatore abituale del Wef.
Il mondo disegnato e imposto dalla borghesia mondiale a Davos, quello della libera circolazione delle merci e dei capitali e quello dello sviluppo tecnologico funzionale ad essi, si è scontrato con una nuova realtà. Qualcuno si ricorda ancora dell’esistenza e della vigenza del WTO?
Il mondo e l’economia globale oggi si sono divisi tra un blocco euroatlantico (con i suoi presidi locali in Giappone, Corea del Sud, Australia) e l’eterogeneo blocco dei paesi emergenti in Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa. Una sintesi un po’ schematica ma potabile definisce tutto questo come mondo multipolare.
Ma l’economia mondiale fondata sul Modo di Produzione Capitalista – comune ad entrambi i blocchi – oggi annaspa dentro le contraddizioni da esso stesso create (dalla ripresa dell’inflazione all’emergenza climatica) e produce fratture, prima fra tutti la tendenza di gran parte dei paesi emergenti a “sganciarsi” dal dollaro come unica moneta per gli scambi internazionali. Una frattura incentivata dal ripetuto, ossessivo ricorso alle sanzioni da parte di USA ed Unione Europea contro i paesi emergenti e quelli considerati rivali.
Nel resto del mondo “esterno” all’Occidente e al blocco euroatlantico cresce la tendenza a sganciarsi dalla loro egemonia, avviando una tendenza che alcuni osservatori non angloeuropei definiscono come de-occidentalizzazione.
E di fronte alla fine della mondializzazione capitalista così come l’abbiamo conosciuta – e subìta – nei decenni scorsi, arrivano anche i rimpianti rancorosi dei corifei della borghesia mondiale. È il caso di Pierre Haski su Internazionale, secondo cui: “L’ultima iniziativa rilevante di Davos passerà alla storia come un errore. Parlo del tappeto rosso steso davanti al numero uno cinese Xi Jinping nel 2017, presentato come salvatore del libero scambio”.
Per Haski il covid e le rivalità geopolitiche hanno avuto la meglio su un certo modello della globalizzazione. “Davos ha accompagnato l’espansione della Cina “fabbrica del mondo” ma non ha compreso l’esigenza crescente di una regionalizzazione della produzione e di una separazione dalla Cina nel campo delle tecnologie”.
Sullo sfondo è ben visibile l’incapacità dei paesi a capitalismo avanzato di superare le conseguenze dell’ultima crisi: quella del 2007/2008 e della pandemia di Covid. Consultati dal Chief Economists Outlook i due terzi degli economisti, raddoppiati rispetto allo scorso settembre, considerano una recessione globale “estremamente probabile”. Tutti gli economisti intervistati si aspettano una crescita debole o molto debole in Europa, ma il 91% avanza la stessa valutazione anche per gli Usa.
Ma anche i Ceo (amministratori delegati) vedono nero. Tre su quattro sono convinti che l’economia globale andrà in negativo nei prossimi 12 mesi, mentre il 40% teme per l’impatto delle sfide del prossimo decennio. A suonare l’allarme è la 26esima Annual Global Ceo Survey curata dalla PricewaterhouseCoopers. Si tratta di un’indagine condotta fra 4.410 Ceo in 105 Paesi e resa pubblica in apertura del Forum di Davos. “Un’economia volatile, inflazione ai massimi da decenni, la conflittualità geopolitica hanno contribuito a portare un livello di pessimismo fra i Ceo che non si vedeva da un decennio”, commenta Bob Moritz, global chairman di PwC.
In un contesto come quello descritto da tante e tali fonti, l’aver provocato e alimentato una guerra in Europa contro la Russia, dimostra non solo l’avventurismo ma anche i rischi nel continuare ad affidare le sorti dell’umanità a quelli che si riuniscono annualmente sulle montagne svizzere per cercare di mantenere a tutti i costi la loro visione e la loro “presa” su un mondo assai più grande e articolato di quanto sia il blocco euroatlantico.
Fonte
17/01/2023
A Davos incombono le preoccupazioni del grande capitale
A Davos, sulle montagne svizzere, comincia oggi la 53esima edizione del World Economic Forum. L’incontro di quella che può essere definita come l’assise esclusiva della borghesia mondiale durerà fino a venerdi. E’ prevista la partecipazione di circa 2.500 tra banchieri, amministratori delegati, studiosi, ministri, capi di stato provenienti da 130 Paesi.
Tra gli invitati al Forum Economico Mondiale risutano esserci l’inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per il clima, John F. Kerry, il direttore del Federal Bureau of Investigation (FBI), Christopher Wray, la direttrice della US National Intelligence, Avril Haines, la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus e il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, Ngozi Okonjo-Iweala.
Tra i leader politici saranno presenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz, la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, il premier spagnolo, Pedro Sanchez, e quello greco, Kyriakos Mitsotakis. Ma anche il primo ministro belga, Alexander De Croo, il presidente della Colombia, Gustavo Francisco Petro Urrego, il premier olandese, Mark Rutte, il presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos, quello polacco, Andrzej Duda, quello del Congo, Felix Tshisekedi, oltre ai primi ministri marocchino e tunisino, rispettivamente Aziz Akhannouch e Najla Bouden. Saranno inoltre presenti 19 governatori di banche centrali.
Fra i big boss italiani figurano i top manager Paolo Dal Cin di Accenture, Paolo Merloni del gruppo Ariston, Michele Crisostomo e Francesco Starace di Enel, Lucia Calvosa di Eni, Alexander Stubb del European University Institute, Mario Moretti Polegato di Geox, Andrea Illy di Illycaffè, Carlo Messina di Intesa Sanpaolo, Nerio Alessandri e Erica Alessandri di Technogym, Andrea Orcel e Pier Carlo Padoan di Unicredit, Matteo Laterza di Unipol Gruppo, Arnold Puech Pays d’Alissac della World Farmers’ Organization. Per i giornalisti saranno presenti Federico Fubini del Corriere della Sera e Marco Zatterin de La Stampa. Il governo spedirà invece il solo ministro dell’istruzione Valditara.
Di cosa discuteranno e soprattutto cosa preoccupa i rappresentanti delle èlite che da oggi si riuniscono a Davos? Indubbiamente il fatto che il mondo sia cambiato sotto i loro occhi e che l’Occidente – dunque l’area a capitalismo avanzato – ha scoperto di essere meno egemone sul resto del mondo di quanto lo sia stato dai primi anni Novanta dello scorso secolo in poi.
La mondializzazione che ha assicurato l’espansione capitalistica a guida Usa dei decenni scorsi si è spezzata, interrotta, trasformata in competizione aperta e frontale tra il blocco euroatlantico e i paesi emergenti nel resto del mondo.
Nei materiali preparatori del Forum di Davos, uno degli analisti ha individuato nero su bianco il pericolo della frammentazione dell’economia mondiale.
“In un mondo assediato da sfide complesse e interconnesse, si registra una preoccupante tendenza alla divisione. Negli ultimi anni, i livelli di collaborazione globale sono diminuiti, e i due fattori scatenanti della pandemia di COVID-19 e della crisi ucraina hanno accelerato questa tendenza. Secondo il Global Risks Report 2023 del World Economic Forum, realizzato in collaborazione con Zurich e Marsh, quattro esperti su cinque di una rete internazionale diversificata hanno dichiarato di prevedere una volatilità costante nei prossimi due anni. Come possiamo quindi arginare questa marea di frammentazione? Dobbiamo metterci al lavoro, subito”, ha scritto Mirek Dusek del Managing Board del World Economic Forum.
L’altra preoccupazione è indubbiamente l’inceppamento dell’economia mondiale. “Nei prossimi mesi il mondo dovrà affrontare un percorso in salita per l’economia, poiché l’inflazione elevata, la bassa crescita e l’alto debito minacciano i posti di lavoro e le imprese” – afferma Dusek nel suo report preparatorio per il Forum – “Un recente rapporto del Forum ha rilevato che più di due terzi delle piccole e medie imprese (PMI) e delle aziende di medie dimensioni stanno lottando per la sopravvivenza. Nel contempo, l’aumento della crisi del costo della vita sta trascinando nella povertà milioni di persone in tutto il mondo”.
È evidente come anche per la borghesia mondiale la posta in gioco nel “nuovo mondo” si stia facendo altissima, in qualche modo anche per loro la pacchia è finita.
Fonte
Tra gli invitati al Forum Economico Mondiale risutano esserci l’inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per il clima, John F. Kerry, il direttore del Federal Bureau of Investigation (FBI), Christopher Wray, la direttrice della US National Intelligence, Avril Haines, la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus e il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, Ngozi Okonjo-Iweala.
Tra i leader politici saranno presenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz, la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, il premier spagnolo, Pedro Sanchez, e quello greco, Kyriakos Mitsotakis. Ma anche il primo ministro belga, Alexander De Croo, il presidente della Colombia, Gustavo Francisco Petro Urrego, il premier olandese, Mark Rutte, il presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos, quello polacco, Andrzej Duda, quello del Congo, Felix Tshisekedi, oltre ai primi ministri marocchino e tunisino, rispettivamente Aziz Akhannouch e Najla Bouden. Saranno inoltre presenti 19 governatori di banche centrali.
Fra i big boss italiani figurano i top manager Paolo Dal Cin di Accenture, Paolo Merloni del gruppo Ariston, Michele Crisostomo e Francesco Starace di Enel, Lucia Calvosa di Eni, Alexander Stubb del European University Institute, Mario Moretti Polegato di Geox, Andrea Illy di Illycaffè, Carlo Messina di Intesa Sanpaolo, Nerio Alessandri e Erica Alessandri di Technogym, Andrea Orcel e Pier Carlo Padoan di Unicredit, Matteo Laterza di Unipol Gruppo, Arnold Puech Pays d’Alissac della World Farmers’ Organization. Per i giornalisti saranno presenti Federico Fubini del Corriere della Sera e Marco Zatterin de La Stampa. Il governo spedirà invece il solo ministro dell’istruzione Valditara.
Di cosa discuteranno e soprattutto cosa preoccupa i rappresentanti delle èlite che da oggi si riuniscono a Davos? Indubbiamente il fatto che il mondo sia cambiato sotto i loro occhi e che l’Occidente – dunque l’area a capitalismo avanzato – ha scoperto di essere meno egemone sul resto del mondo di quanto lo sia stato dai primi anni Novanta dello scorso secolo in poi.
La mondializzazione che ha assicurato l’espansione capitalistica a guida Usa dei decenni scorsi si è spezzata, interrotta, trasformata in competizione aperta e frontale tra il blocco euroatlantico e i paesi emergenti nel resto del mondo.
Nei materiali preparatori del Forum di Davos, uno degli analisti ha individuato nero su bianco il pericolo della frammentazione dell’economia mondiale.
“In un mondo assediato da sfide complesse e interconnesse, si registra una preoccupante tendenza alla divisione. Negli ultimi anni, i livelli di collaborazione globale sono diminuiti, e i due fattori scatenanti della pandemia di COVID-19 e della crisi ucraina hanno accelerato questa tendenza. Secondo il Global Risks Report 2023 del World Economic Forum, realizzato in collaborazione con Zurich e Marsh, quattro esperti su cinque di una rete internazionale diversificata hanno dichiarato di prevedere una volatilità costante nei prossimi due anni. Come possiamo quindi arginare questa marea di frammentazione? Dobbiamo metterci al lavoro, subito”, ha scritto Mirek Dusek del Managing Board del World Economic Forum.
L’altra preoccupazione è indubbiamente l’inceppamento dell’economia mondiale. “Nei prossimi mesi il mondo dovrà affrontare un percorso in salita per l’economia, poiché l’inflazione elevata, la bassa crescita e l’alto debito minacciano i posti di lavoro e le imprese” – afferma Dusek nel suo report preparatorio per il Forum – “Un recente rapporto del Forum ha rilevato che più di due terzi delle piccole e medie imprese (PMI) e delle aziende di medie dimensioni stanno lottando per la sopravvivenza. Nel contempo, l’aumento della crisi del costo della vita sta trascinando nella povertà milioni di persone in tutto il mondo”.
È evidente come anche per la borghesia mondiale la posta in gioco nel “nuovo mondo” si stia facendo altissima, in qualche modo anche per loro la pacchia è finita.
Fonte
28/05/2022
Ucraina, il pragmatismo di Kissinger
Quando quella di Henry Kissinger è tra le voci più ragionevoli dell’Occidente, è molto probabile che le prospettive per l’Europa e gli Stati Uniti siano ancora più cupe di quanto già si tema. In un intervento al tradizionale summit del World Economic Forum di Davos, l’ex segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Nazionale di Richard Nixon ha infatti invitato il regime ucraino e i suoi sponsor a mostrare maggiore “saggezza” e, in sostanza, a fare pesanti concessioni alla Russia per mettere fine al conflitto in corso ed evitare ulteriori “conseguenze disastrose”.
Kissinger ha in larga misura rispolverato uno dei principi geo-politici cardine della politica estera americana, quello cioè che impone di evitare il consolidarsi di una solida alleanza tra Russia e Cina in grado di esercitare il controllo sull’area euro-asiatica a discapito degli interessi e dell’egemonia globale di Washington. Questa prospettiva è vista con orrore dalla classe dirigente USA, ma si sta rapidamente materializzando proprio a causa delle politiche implementate a partire almeno dall’amministrazione Obama e dall’accelerazione impressa da Biden dopo l’inizio delle operazioni militare russe in Ucraina.
In maniera estremamente lucida nonostante i suoi quasi 99 anni, Kissinger ha ricordato il ruolo fondamentale della Russia negli equilibri strategici europei, spiegando che l’unica via d’uscita che eviti un conflitto rovinoso per l’Occidente è in pratica l’accordo per una Ucraina neutrale. Prosegue ancora Kissinger: “i negoziati devono iniziare nei prossimi due mesi, prima che si creino tensioni e sconvolgimenti difficili da superare. L’ideale sarebbe tornare allo status quo ante”. Per Kissinger, “proseguire la guerra oltre questa soglia non avrebbe più nulla a che fare con la libertà dell’Ucraina, ma diventerebbe una guerra contro la Russia”.
Il pacifismo non è evidentemente al centro del pensiero di Kissinger. L’avvertimento a fermare la follia anti-russa che ha contagiato le élite occidentali serve piuttosto a prospettare una via d’uscita che eviti il precipitare nel baratro, sia sul fronte economico sia su quello militare. Il riferimento allo status quo ante implica inoltre l’accettazione da parte dell’Ucraina della cessione di parte del proprio territorio alla Russia, a cominciare dalla Crimea. La realtà sul campo ha peraltro già superato gli auspici di Kissinger, tanto che Kiev dovrà con ogni probabilità dire addio definitivamente anche alle repubbliche di Donetsk e Lugansk.
L’intervento di Kissinger ha causato sbigottimento e rabbia tra molti di coloro che in passato lo avevano celebrato come un insuperabile “statista” o una sorta di oracolo della geo-politica americana. Il fatto che uno degli uomini maggiormente coinvolti nei peggiori crimini commessi dagli Stati Uniti su scala globale nel secondo dopoguerra sia oggi una delle pochissime voci moderate in Occidente la dice lunga sul clima che si respira in Europa e negli Stati Uniti.
Anche se in molti si sono scagliati contro l’ex segretario di Stato, alcuni addirittura auspicandone apertamente la morte, lo stesso invito a parlare pubblicamente a Davos è forse un altro segnale del crescente diffondersi di inquietudini e malumori tra i potenti in Occidente per la china che ha imboccato la guerra in Ucraina. Dietro l’apparente compattezza, ostentata sempre nella cittadina svizzera con l’immancabile intervento in videoconferenza di Zelensky, sembrano esserci parecchi timori per le conseguenze di un conflitto interamente evitabile e provocato dai governi occidentali.
Se appare difficile una marcia indietro a questo punto, c’è almeno da sperare che prese di posizione come quelle di Kissinger contribuiscano a rompere il fronte dei guerrafondai e a offrire una via d’uscita diplomatica in tempi brevi. Per quanto riguarda il tentativo di impedire il consolidarsi della partnership strategica russo-cinese, il consiglio di Kissinger sembra essere invece fuori tempo massimo. A questo proposito è interessante citare un’intervista all’ex alto ufficiale dell’intelligence militare russa, Dmitry Trenin, pubblicata proprio nei giorni scorsi dal network russo RT.
Esponendo gli obiettivi strategici di Mosca nel perseguire le operazioni militari in Ucraina, Trenin spiega tra l’altro come lo sguardo del suo paese sia sempre più a est e agli sviluppi di una realtà globale impostata al multipolarismo. Nella creazione di un nuovo modello per l’ordine mondiale, racconta Trenin, gli orientamenti russi vanno verso la “cooperazione con potenze come Cina e India, così come Brasile, e con attori regionali come Turchia, i paesi ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico], i paesi del Golfo [Persico], Iran, Egitto, Algeria, Israele, Sudafrica, Pakistan, Argentina, Messico” e altri ancora.
Fonte
Kissinger ha in larga misura rispolverato uno dei principi geo-politici cardine della politica estera americana, quello cioè che impone di evitare il consolidarsi di una solida alleanza tra Russia e Cina in grado di esercitare il controllo sull’area euro-asiatica a discapito degli interessi e dell’egemonia globale di Washington. Questa prospettiva è vista con orrore dalla classe dirigente USA, ma si sta rapidamente materializzando proprio a causa delle politiche implementate a partire almeno dall’amministrazione Obama e dall’accelerazione impressa da Biden dopo l’inizio delle operazioni militare russe in Ucraina.
In maniera estremamente lucida nonostante i suoi quasi 99 anni, Kissinger ha ricordato il ruolo fondamentale della Russia negli equilibri strategici europei, spiegando che l’unica via d’uscita che eviti un conflitto rovinoso per l’Occidente è in pratica l’accordo per una Ucraina neutrale. Prosegue ancora Kissinger: “i negoziati devono iniziare nei prossimi due mesi, prima che si creino tensioni e sconvolgimenti difficili da superare. L’ideale sarebbe tornare allo status quo ante”. Per Kissinger, “proseguire la guerra oltre questa soglia non avrebbe più nulla a che fare con la libertà dell’Ucraina, ma diventerebbe una guerra contro la Russia”.
Il pacifismo non è evidentemente al centro del pensiero di Kissinger. L’avvertimento a fermare la follia anti-russa che ha contagiato le élite occidentali serve piuttosto a prospettare una via d’uscita che eviti il precipitare nel baratro, sia sul fronte economico sia su quello militare. Il riferimento allo status quo ante implica inoltre l’accettazione da parte dell’Ucraina della cessione di parte del proprio territorio alla Russia, a cominciare dalla Crimea. La realtà sul campo ha peraltro già superato gli auspici di Kissinger, tanto che Kiev dovrà con ogni probabilità dire addio definitivamente anche alle repubbliche di Donetsk e Lugansk.
L’intervento di Kissinger ha causato sbigottimento e rabbia tra molti di coloro che in passato lo avevano celebrato come un insuperabile “statista” o una sorta di oracolo della geo-politica americana. Il fatto che uno degli uomini maggiormente coinvolti nei peggiori crimini commessi dagli Stati Uniti su scala globale nel secondo dopoguerra sia oggi una delle pochissime voci moderate in Occidente la dice lunga sul clima che si respira in Europa e negli Stati Uniti.
Anche se in molti si sono scagliati contro l’ex segretario di Stato, alcuni addirittura auspicandone apertamente la morte, lo stesso invito a parlare pubblicamente a Davos è forse un altro segnale del crescente diffondersi di inquietudini e malumori tra i potenti in Occidente per la china che ha imboccato la guerra in Ucraina. Dietro l’apparente compattezza, ostentata sempre nella cittadina svizzera con l’immancabile intervento in videoconferenza di Zelensky, sembrano esserci parecchi timori per le conseguenze di un conflitto interamente evitabile e provocato dai governi occidentali.
Se appare difficile una marcia indietro a questo punto, c’è almeno da sperare che prese di posizione come quelle di Kissinger contribuiscano a rompere il fronte dei guerrafondai e a offrire una via d’uscita diplomatica in tempi brevi. Per quanto riguarda il tentativo di impedire il consolidarsi della partnership strategica russo-cinese, il consiglio di Kissinger sembra essere invece fuori tempo massimo. A questo proposito è interessante citare un’intervista all’ex alto ufficiale dell’intelligence militare russa, Dmitry Trenin, pubblicata proprio nei giorni scorsi dal network russo RT.
Esponendo gli obiettivi strategici di Mosca nel perseguire le operazioni militari in Ucraina, Trenin spiega tra l’altro come lo sguardo del suo paese sia sempre più a est e agli sviluppi di una realtà globale impostata al multipolarismo. Nella creazione di un nuovo modello per l’ordine mondiale, racconta Trenin, gli orientamenti russi vanno verso la “cooperazione con potenze come Cina e India, così come Brasile, e con attori regionali come Turchia, i paesi ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico], i paesi del Golfo [Persico], Iran, Egitto, Algeria, Israele, Sudafrica, Pakistan, Argentina, Messico” e altri ancora.
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29/01/2021
Pareggio (di bilancio)? No, sconfitta!
La rubrica degli “interventi” accoglie, come nel titolo, contributi provenienti dal altre fonti, visioni, aree politiche. Ma che risultano interessanti o importanti per segnalare o comprendere le dinamiche del reale. Non è necessario condividerne ogni virgola per sottoporli alla lettura.
In questo eccellente scritto di Gianluca Cicinelli, per esempio, persiste una residua illusione nella capacità della “sinistra europea” di fare ammenda per la propria pluridecennale sbornia governista e dunque neoliberista, andando a “pescare nuovi soggetti politici all’interno dei movimenti di lotta che già dieci anni fa avevano previsto il collasso del sistema“. Da quel che vediamo tutti i giorni, proprio questo è quel che viene escluso con fermezza.
Speranza a parte, però, qui si coglie la novità del tempo nel fallimento di una sistema – e di un “pensiero unico” – che ha dominato negli ultimi 30 anni portando le popolazioni d’Europa e dell’Occidente tutto sull’orlo del baratro.
The times they are changing, astenersi da commenti non pensati...
In questo eccellente scritto di Gianluca Cicinelli, per esempio, persiste una residua illusione nella capacità della “sinistra europea” di fare ammenda per la propria pluridecennale sbornia governista e dunque neoliberista, andando a “pescare nuovi soggetti politici all’interno dei movimenti di lotta che già dieci anni fa avevano previsto il collasso del sistema“. Da quel che vediamo tutti i giorni, proprio questo è quel che viene escluso con fermezza.
Speranza a parte, però, qui si coglie la novità del tempo nel fallimento di una sistema – e di un “pensiero unico” – che ha dominato negli ultimi 30 anni portando le popolazioni d’Europa e dell’Occidente tutto sull’orlo del baratro.
The times they are changing, astenersi da commenti non pensati...
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Ed eccoli lì gli scatenati trotzkisti, i pasdaran dei centri sociali, i no tutto, i nemici del cielo liberista, i comunisti superstiti all’attacco del sistema che contestano l’idolatria del pareggio di bilancio: «Il freno al debito non si può rispettare nemmeno per gli anni a venire, è ragionevole stabilizzare le spese sociali fino al 2023 ed evitare un aumento delle tasse».
Aspetta però: la dichiarazione è di Helge Braun, fedelissimo di Angela Merkel, Cdu, democratico-cristiani tedeschi, responsabile della Cancelleria. Chissà, forse guardando meglio potremo riconoscerlo in vecchi filmati del 1917 a 24 fotogrammi per secondo, dal pulpito di un comizio di strada mentre incita i bolscevichi a Mosca, muovendo seccamente le braccia per invitare alla presa del Palazzo d’Inverno.
Della fine del mito del pareggio di bilancio non ne parlano soltanto i politici disgraziati di un’Italia disgraziata, da sempre nel ruolo spiacevole di questuante alla corte dei ricchi. Ne parlano in un Paese ricco come la Germania, spiazzato anch’esso dalla crisi economica generata dal covid, veloci a capire che persino per chi ritiene il Capitalismo una fede rafforzata dal fallimento di altri sistemi è venuta l’ora di rivedere i meccanismi del suo funzionamento.
Farebbe ridere, se non fosse tragico, questo cambio di visione a Davos, dove è andato in scena il World Economic Forum e la creme de la creme del capitalismo mondiale ha cercato di tappare le falle del sistema liberista accentuate dal covid. Naturalmente a spartire il bottino con noi miserabili non ci pensano proprio, ma il segnale è importante.
Il pareggio di bilancio, con cui i tecnocrati di Bruxelles ci hanno tenuto in ostaggio per due decenni, significa che nel corso di un anno le spese dello Stato devono essere uguali alle entrate conseguite, evitando situazioni di deficit che comporterebbero indebitamento.
I paesi aderenti alla Ue sono stati costretti per anni a tagliare tutte le spese sociali per non “sforare” oltre il 3%, pena l’esclusione dall’Unione stessa. Essendo il nostro e gli altri Paesi indebitati fino al collo, per raggiungere il pareggio di bilancio, fittizio oltretutto, negli anni sono state sempre più tagliate le spese sociali, l’assistenza, l’istruzione, la sanità, la giustizia, la ricerca e molto altro.
Dimenticavo: le spese militari, al contrario, sono costantemente cresciute. È l’Europa che ce lo chiede, la frase coniata per giustificare i tagli, resterà negli annali della storia come ciò che ha fatto diventare odiosa la Ue ai cittadini e prodotto i fenomeni più retrivi di populismo e anti europeismo con cui siamo costretti a convivere nel nostro tempo.
Persino il presidente francese Emmanuel Macron, “banchiere d’affari” prima di rimediare questo lavoretto da statista, uno tra i più estatici ammiratori del liberismo, ha tuonato dal palco di Davos chiedendo umanità nell’economia e sostenendo che il capitalismo non funzionerà più bene finché non si mette mano alle crescenti diseguaglianze.
Così come un’altra insospettabile creatura del neoliberismo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, estende la sua critica al contributo che i social hanno dato alla creazione di piattaforme di diseguaglianza ed è arrivata ad affermare che «il modello di business delle piattaforme online impatta non solo la libera e leale concorrenza, ma le nostre democrazie».
Saremmo pazzi naturalmente a prendere per oro colato le loro parole.
Loro cercano riparazioni mentre il mondo ha bisogno di essere completamente rigenerato. Loro vedono soltanto adesso i danni del capitalismo, nel momento in cui si manifestano i sintomi nelle ricche città e nazioni occidentali, dove le persone nonostante il clima autoritario diffuso votano ancora, facendo finta d’ignorare che hanno comportato la devastazione di enormi aree del mondo, lontane dagli occhi della stampa e dei benpensanti: non c’è niente di riformabile in chi ritiene le morti per fame e malattie, già scomparse da questa parte del pianeta, come un danno collaterale ma sopportabile del sistema capitalistico nell’altra parte del mondo.
Però è indubbio che siamo in una congiuntura storica inimmaginabile fino a due anni fa.
Adesso che è chiara anche a loro l’insostenibilità di un sistema ragionieristico di guida dello Stato, manca purtroppo dall’altra parte una visione, mancano i partiti socialisti europei a dirla tutta, che ricollochi la lotta politica nella sua dimensione di servizio all’umanità.
Al di fuori delle organizzazioni che in questi anni hanno tenuto alta l’idea che un altro mondo è possibile, a cominciare da quelle solidali con gli ultimi a quelle ambientaliste contro i mutamenti climatici, posizioni che chiamano in causa l’intero modo di produzione, manca infatti un modo alternativo da percorrere per approfittare della congiuntura.
E non sarebbe una follia che quel che rimane della sinistra europea cominciasse a pescare nuovi soggetti politici all’interno dei movimenti di lotta che già dieci anni fa avevano previsto il collasso del sistema dimostrandosi molto più concreti e analitici degli economisti schiacciati sulle posizioni delle banche centrali.
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28/01/2021
Davos - Macròn mette in guardia sul capitalismo, Xi Jinping dalla nuova guerra fredda
Il 25 gennaio scorso a Davos ha preso il via l’annuale World Economic Forum che riunisce capi di stato, manager, banchieri e influencer dell’establishment internazionale. Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte era atteso per ieri 27 gennaio, con un suo intervento, ma la crisi di Governo lo ha costretto a rinunciare. In queste giornate ci sono stati o sono previsti gli interventi di Angela Merkel, Ursula von der Layen, Xi Jinping, Emanuelle Macròn, Vladimir Putin, Banjamin Netaniyahu, Bill Gates ed altri pezzi da novanta. Debole invece la presenza della nuova amministrazione statunitense.
L’agenda dei lavori dal 25 al 29 gennaio si occuperà di 7 temi come salvare la Terra; rendere più eque le economie; sviluppare la tecnologia; costruire la società e il lavoro del futuro; migliorare il mondo del business; migliorare i sistemi sanitari; incentivare il multilateralismo.
Insomma, come nelle scorse edizioni, il World Economic Forum è sempre lastricato di buone intenzioni. Il problema sono sempre le declinazioni delle soluzioni alle emergenze e alle disuguaglianze del pianeta. Tra queste il socialismo non è certo previsto come alternativa possibile. È evidente però come nell’edizione di quest’anno, su tutte le discussioni sia stato incombente il convitato di pietra che ha spazzato via ipotesi consolidate e scombinato tutte le agende delle relazioni economiche e internazionali: la pandemia globale di Covid-19.
Ieri, da remoto come la gran parte degli ospiti, è intervenuto Putin affermando che la pandemia “ha accelerato i cambiamenti strutturali nella sfera economica, sociale e politica del mondo intero, che già erano presenti prima”, aggiungendo che il mondo “rischia di scivolare nella distopia” a meno che non verranno affrontate “le sfide politiche, economiche, sociali e tecnologiche che la terza decade del 21esimo secolo pone”. L’intesa tra Mosca e Washington per estendere per cinque anni il trattato New Start è “un passo nella giusta direzione” per ridurre le tensioni globali, ha sostenuto Putin. “Sicuramente è un passo nella giusta direzione, ma, tuttavia, le divergenze continuano ad avvitarsi in quella che viene chiamata una spirale”.
Martedì la scena è stata invece dal presidente francese Macròn che ha sorpreso molti affermando che il “Modello capitalista non può più funzionare”. Secondo Macròn “Il capitalismo e l’economia di mercato non si possono certo liquidare in fretta, dal momento che hanno tirato fuori dalla povertà molti milioni di persone e offerto accesso a beni e servizi in un modo senza precedenti, allo stesso tempo, però, ha espulso dal ciclo produttivo altre centinaia di milioni di cittadini che hanno dovuto subire shock economici legati alle delocalizzazioni, hanno perso il lavoro e sentono di aver perso la loro utilità”. Macròn ha poi sottolineato che: “Abbiamo creato un sistema a due pilastri, i produttori e i consumatori, che però hanno schiacciato i lavoratori. Questo ha creato danni gravissimi all’ambiente e ha alimentato la crisi della democrazia”.
Le considerazioni “illuminate” di Macròn al Forum di Davos, vanno lette però alla luce di quelle del suo Ministro dell’Economia Le Maire il quale sostiene che i “buoni propositi” hanno bisogno di diventare impero ed imperialismo europeo per pesare dentro le relazioni internazionali di questo burrascoso scorcio del XXI Secolo. Insomma siamo all’incubazione dell’imperialismo “dal volto umano”, una sorta di riedizione della divaricazione del passato tra il “modello renano” europeo e quello del liberismo brutale anglosassone. Resta solo da aspettare al varco gli eterni sostenitori del meno peggio che non tarderanno a celebrarne i fasti e le opportunità.
Lunedì, invece, era stato il presidente cinese Xi Jinping a tenere banco con il suo intervento. In un momento in cui la pandemia di Covid-19 “non è ancora finita”, la via d’uscita dai problemi attuali “è un rafforzamento del multilateralismo” ha sostenuto Xi Jinping. “Bisogna rafforzare il coordinamento macroeconomico globale” sottolineando che “la ripresa globale rimane traballante”.
Il rafforzamento del multilateralismo e, di conseguenza, dell’economia globale secondo il presidente cinese va di pari passo con il miglioramento delle politiche sulla sicurezza sanitaria globale. “La governance della sicurezza sanitaria pubblica globale deve essere rafforzata. Nessun problema globale può essere risolto da un Paese solo. Dobbiamo dare campo libero all’Organizzazione Mondiale della Sanità in modo che possa costruire una comunità globale per la salute di tutti noi“, ha detto Xi Jinping, sottolineando come la comunità internazionale dovrebbe essere guidata “in accordo con le regole e con il consenso di tutti i Paesi, anziché con uno o più Paesi che danno ordini”.
Il presidente cinese ha anche posto l’accento sulla “nuova guerra fredda” che può solo portare a “un vicolo cieco”. Senza mai nominare gli Stati Uniti, Xi si è atteggiato a difensore di multilateralismo e globalizzazione, come aveva già fatto quattro anni fa, appena prima che Donald Trump salisse al potere. Meno di una settimana dopo che Joe Biden è arrivato alla Casa Bianca, il presidente mette in guardia quest’ultimo contro una continuazione della politica anti cinese del suo predecessore che aveva fatto della Cina il suo rivale numero uno, soprattutto in termini commerciali e tecnologici. “Chi crea clan o inizia una nuova guerra fredda, chi rifiuta, minaccia o intimidisce gli altri, chi impone l’allontanamento tra popoli, o interrompere le catene di appalti con le sanzioni, al fine di indurre l’isolamento, sta solo spingendo il mondo alla divisione e persino allo scontro”, ha avvertito Xi Jinping.
Il complesso, tumultuoso e disarticolato mondo del secondo decennio del XXI Secolo è sul tavolo e nessun big dell'occidentale sembra avere le idee chiare su cosa fare per affrontarne le profonde contraddizioni che si sono prodotte. Anche perchè il loro perimetro politico, ideologico, filosofico rimane quello del capitalismo cioè della causa principale delle disuguaglianze sociali e dell’infarto ecologico del pianeta. E così non esiste meno peggio che tenga... e non si va da nessuna parte.
Fonte
L’agenda dei lavori dal 25 al 29 gennaio si occuperà di 7 temi come salvare la Terra; rendere più eque le economie; sviluppare la tecnologia; costruire la società e il lavoro del futuro; migliorare il mondo del business; migliorare i sistemi sanitari; incentivare il multilateralismo.
Insomma, come nelle scorse edizioni, il World Economic Forum è sempre lastricato di buone intenzioni. Il problema sono sempre le declinazioni delle soluzioni alle emergenze e alle disuguaglianze del pianeta. Tra queste il socialismo non è certo previsto come alternativa possibile. È evidente però come nell’edizione di quest’anno, su tutte le discussioni sia stato incombente il convitato di pietra che ha spazzato via ipotesi consolidate e scombinato tutte le agende delle relazioni economiche e internazionali: la pandemia globale di Covid-19.
Ieri, da remoto come la gran parte degli ospiti, è intervenuto Putin affermando che la pandemia “ha accelerato i cambiamenti strutturali nella sfera economica, sociale e politica del mondo intero, che già erano presenti prima”, aggiungendo che il mondo “rischia di scivolare nella distopia” a meno che non verranno affrontate “le sfide politiche, economiche, sociali e tecnologiche che la terza decade del 21esimo secolo pone”. L’intesa tra Mosca e Washington per estendere per cinque anni il trattato New Start è “un passo nella giusta direzione” per ridurre le tensioni globali, ha sostenuto Putin. “Sicuramente è un passo nella giusta direzione, ma, tuttavia, le divergenze continuano ad avvitarsi in quella che viene chiamata una spirale”.
Martedì la scena è stata invece dal presidente francese Macròn che ha sorpreso molti affermando che il “Modello capitalista non può più funzionare”. Secondo Macròn “Il capitalismo e l’economia di mercato non si possono certo liquidare in fretta, dal momento che hanno tirato fuori dalla povertà molti milioni di persone e offerto accesso a beni e servizi in un modo senza precedenti, allo stesso tempo, però, ha espulso dal ciclo produttivo altre centinaia di milioni di cittadini che hanno dovuto subire shock economici legati alle delocalizzazioni, hanno perso il lavoro e sentono di aver perso la loro utilità”. Macròn ha poi sottolineato che: “Abbiamo creato un sistema a due pilastri, i produttori e i consumatori, che però hanno schiacciato i lavoratori. Questo ha creato danni gravissimi all’ambiente e ha alimentato la crisi della democrazia”.
Le considerazioni “illuminate” di Macròn al Forum di Davos, vanno lette però alla luce di quelle del suo Ministro dell’Economia Le Maire il quale sostiene che i “buoni propositi” hanno bisogno di diventare impero ed imperialismo europeo per pesare dentro le relazioni internazionali di questo burrascoso scorcio del XXI Secolo. Insomma siamo all’incubazione dell’imperialismo “dal volto umano”, una sorta di riedizione della divaricazione del passato tra il “modello renano” europeo e quello del liberismo brutale anglosassone. Resta solo da aspettare al varco gli eterni sostenitori del meno peggio che non tarderanno a celebrarne i fasti e le opportunità.
Lunedì, invece, era stato il presidente cinese Xi Jinping a tenere banco con il suo intervento. In un momento in cui la pandemia di Covid-19 “non è ancora finita”, la via d’uscita dai problemi attuali “è un rafforzamento del multilateralismo” ha sostenuto Xi Jinping. “Bisogna rafforzare il coordinamento macroeconomico globale” sottolineando che “la ripresa globale rimane traballante”.
Il rafforzamento del multilateralismo e, di conseguenza, dell’economia globale secondo il presidente cinese va di pari passo con il miglioramento delle politiche sulla sicurezza sanitaria globale. “La governance della sicurezza sanitaria pubblica globale deve essere rafforzata. Nessun problema globale può essere risolto da un Paese solo. Dobbiamo dare campo libero all’Organizzazione Mondiale della Sanità in modo che possa costruire una comunità globale per la salute di tutti noi“, ha detto Xi Jinping, sottolineando come la comunità internazionale dovrebbe essere guidata “in accordo con le regole e con il consenso di tutti i Paesi, anziché con uno o più Paesi che danno ordini”.
Il presidente cinese ha anche posto l’accento sulla “nuova guerra fredda” che può solo portare a “un vicolo cieco”. Senza mai nominare gli Stati Uniti, Xi si è atteggiato a difensore di multilateralismo e globalizzazione, come aveva già fatto quattro anni fa, appena prima che Donald Trump salisse al potere. Meno di una settimana dopo che Joe Biden è arrivato alla Casa Bianca, il presidente mette in guardia quest’ultimo contro una continuazione della politica anti cinese del suo predecessore che aveva fatto della Cina il suo rivale numero uno, soprattutto in termini commerciali e tecnologici. “Chi crea clan o inizia una nuova guerra fredda, chi rifiuta, minaccia o intimidisce gli altri, chi impone l’allontanamento tra popoli, o interrompere le catene di appalti con le sanzioni, al fine di indurre l’isolamento, sta solo spingendo il mondo alla divisione e persino allo scontro”, ha avvertito Xi Jinping.
Il complesso, tumultuoso e disarticolato mondo del secondo decennio del XXI Secolo è sul tavolo e nessun big dell'occidentale sembra avere le idee chiare su cosa fare per affrontarne le profonde contraddizioni che si sono prodotte. Anche perchè il loro perimetro politico, ideologico, filosofico rimane quello del capitalismo cioè della causa principale delle disuguaglianze sociali e dell’infarto ecologico del pianeta. E così non esiste meno peggio che tenga... e non si va da nessuna parte.
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20/01/2021
Il capitalismo a congresso. La prossima settimana il forum economico a Davos
Puntuale come la neve di inverno, la prossima settimana nella cittadina svizzera di Davos si riunirà il World Economic Forum che vedrà riuniti capi di stato, ministri, amministratori di multinazionali, mecenati del no profit, e opinion maker – insomma gente di potere vero – per discutere le sorti del mondo sulla base delle proprie chiavi di lettura.
Proprio in contrapposizione e in contemporanea a quello di Davos, nel gennaio 2001 nacque a Porto Alegre (Brasile) il Forum Sociale Mondiale che riunì per alcuni anni migliaia di attivisti sociali, sindacali, esponenti di partiti politici che diedero vita al movimento internazionale contro la globalizzazione. Un movimento importante ma che non tenne il passo e non resse all’impatto dei cambiamenti strutturali nelle relazioni internazionali, continuando a confondere la fase della globalizzazione capitalista con quella della competizione globale interimperialista che veniva maturando.
Inutile dire che anche le migliori intenzioni – l’ecologia, il clima, la pace, le disuguaglianze sociali – verranno indicate come problemi urgenti dal Word Economic Forum dei ricchi e dei potenti. Nel 2019 invitarono anche la giovanissima Greta Thurnberg a parlare di ambiente e riscaldamento globale. A dover preoccupare la nostra gente, come al solito, saranno le soluzioni che vedono il club di Davos contrapporsi ad ogni cambiamento di rotta che preveda la riduzione del loro potere e dei privilegi che ne derivano.
Nel documento preparatorio, i templari del liberismo rivendicano a sè di aver indicato già quindici anni fa i rischi legati ad una pandemia globale e i cui effetti – secondo il Global risks report 2021 del World Economic Forum – rischiano di pesare sul mondo delle imprese, del lavoro e sulle giovani generazioni sulle quali si sono abbattute due crisi economiche globali.
Il Wef avverte che la pandemia rischia innanzi tutto di ampliare le disparità d’accesso alle tecnologie e alle competenze digitali, e questo in futuro potrebbe “mettere in discussione la coesione sociale”. A pagarne gli effetti infatti saranno “in particolare i giovani di tutto il mondo, perché si trovano ad affrontare la seconda crisi globale della loro generazione, che li potrebbe escludere dalle opportunità del prossimo decennio”.
Il report sottolinea inoltre come le difficoltà finanziarie, di digitalizzazione e di reputazione derivanti dal Covid-19 minacciano anche la persistenza sul mercato di molte aziende e della loro forza lavoro, creando disparità che potrebbero causare una ulteriore “frammentazione della società”.
Ma i boss del business e della politica mondiale sono anche inquieti per le loro sorti. Nel medio periodo (3-5 anni) i ricchi e potenti uomini e donne del Forum di Davos, appaiono preoccupati per i rischi economici e tecnologici, come lo scoppio di bolle finanziarie, il crollo di infrastrutture informatiche, l’instabilità dei prezzi e la crisi del debito. Mentre nel lungo periodo (5-10 anni) si temono soprattutto le minacce derivanti da armi di distruzione di massa, collasso dello stato e perdita di biodiversità, come il progresso di tecnologie pericolose per l’uomo.
Ma il report individua anche una prospettiva geopolitica “sempre più tesa e fragile che ostacolerà la ripresa globale se le potenze di medie dimensioni non avranno un posto al tavolo globale”.
“Mentre i governi, le imprese e le società cominciano a emergere dalla pandemia, devono ora urgentemente plasmare nuovi sistemi economici e sociali che migliorino la nostra resilienza collettiva e la nostra capacità di rispondere agli shock, riducendo le disuguaglianze, migliorando la salute e proteggendo il pianeta”, ha affermato Saafia Zahidi, amministratore delegato del World Economic Forum, concludendo che “Per contribuire ad affrontare questa sfida, l’evento della prossima settimana, The Davos Agenda, mobiliterà i leader globali per dare forma ai principi, alle politiche e alle partnership necessarie in questo nuovo contesto”.
Di una cosa si può essere certi. Quest’anno al World Economic Forum, il gotha del capitalismo, dei suoi governi, dei suoi intellettuali, saranno costretti a discutere sul serio. Perché la crisi della civilizzazione capitalistica ormai è sotto gli occhi di tutti e non lascia più spazi ad una retorica universalista che è ormai piena dei morti, dei feriti e dei danni che costoro hanno inferto per decenni ai popoli e al pianeta. Ma alle sole parole alternativa oppure socialismo, “quelli di Davos” mettono mano la pistola.
Fonte
Proprio in contrapposizione e in contemporanea a quello di Davos, nel gennaio 2001 nacque a Porto Alegre (Brasile) il Forum Sociale Mondiale che riunì per alcuni anni migliaia di attivisti sociali, sindacali, esponenti di partiti politici che diedero vita al movimento internazionale contro la globalizzazione. Un movimento importante ma che non tenne il passo e non resse all’impatto dei cambiamenti strutturali nelle relazioni internazionali, continuando a confondere la fase della globalizzazione capitalista con quella della competizione globale interimperialista che veniva maturando.
Inutile dire che anche le migliori intenzioni – l’ecologia, il clima, la pace, le disuguaglianze sociali – verranno indicate come problemi urgenti dal Word Economic Forum dei ricchi e dei potenti. Nel 2019 invitarono anche la giovanissima Greta Thurnberg a parlare di ambiente e riscaldamento globale. A dover preoccupare la nostra gente, come al solito, saranno le soluzioni che vedono il club di Davos contrapporsi ad ogni cambiamento di rotta che preveda la riduzione del loro potere e dei privilegi che ne derivano.
Nel documento preparatorio, i templari del liberismo rivendicano a sè di aver indicato già quindici anni fa i rischi legati ad una pandemia globale e i cui effetti – secondo il Global risks report 2021 del World Economic Forum – rischiano di pesare sul mondo delle imprese, del lavoro e sulle giovani generazioni sulle quali si sono abbattute due crisi economiche globali.
Il Wef avverte che la pandemia rischia innanzi tutto di ampliare le disparità d’accesso alle tecnologie e alle competenze digitali, e questo in futuro potrebbe “mettere in discussione la coesione sociale”. A pagarne gli effetti infatti saranno “in particolare i giovani di tutto il mondo, perché si trovano ad affrontare la seconda crisi globale della loro generazione, che li potrebbe escludere dalle opportunità del prossimo decennio”.
Il report sottolinea inoltre come le difficoltà finanziarie, di digitalizzazione e di reputazione derivanti dal Covid-19 minacciano anche la persistenza sul mercato di molte aziende e della loro forza lavoro, creando disparità che potrebbero causare una ulteriore “frammentazione della società”.
Ma i boss del business e della politica mondiale sono anche inquieti per le loro sorti. Nel medio periodo (3-5 anni) i ricchi e potenti uomini e donne del Forum di Davos, appaiono preoccupati per i rischi economici e tecnologici, come lo scoppio di bolle finanziarie, il crollo di infrastrutture informatiche, l’instabilità dei prezzi e la crisi del debito. Mentre nel lungo periodo (5-10 anni) si temono soprattutto le minacce derivanti da armi di distruzione di massa, collasso dello stato e perdita di biodiversità, come il progresso di tecnologie pericolose per l’uomo.
Ma il report individua anche una prospettiva geopolitica “sempre più tesa e fragile che ostacolerà la ripresa globale se le potenze di medie dimensioni non avranno un posto al tavolo globale”.
“Mentre i governi, le imprese e le società cominciano a emergere dalla pandemia, devono ora urgentemente plasmare nuovi sistemi economici e sociali che migliorino la nostra resilienza collettiva e la nostra capacità di rispondere agli shock, riducendo le disuguaglianze, migliorando la salute e proteggendo il pianeta”, ha affermato Saafia Zahidi, amministratore delegato del World Economic Forum, concludendo che “Per contribuire ad affrontare questa sfida, l’evento della prossima settimana, The Davos Agenda, mobiliterà i leader globali per dare forma ai principi, alle politiche e alle partnership necessarie in questo nuovo contesto”.
Di una cosa si può essere certi. Quest’anno al World Economic Forum, il gotha del capitalismo, dei suoi governi, dei suoi intellettuali, saranno costretti a discutere sul serio. Perché la crisi della civilizzazione capitalistica ormai è sotto gli occhi di tutti e non lascia più spazi ad una retorica universalista che è ormai piena dei morti, dei feriti e dei danni che costoro hanno inferto per decenni ai popoli e al pianeta. Ma alle sole parole alternativa oppure socialismo, “quelli di Davos” mettono mano la pistola.
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30/01/2020
Davos: la sfilata dell’ipocrisia
Che il forum di Davos fosse un luogo dove REALMENTE si decidono cose utili alla maggior parte dell’umanità – quella non ricchissima, diciamo – non lo pensava nessuno di noi. Ma che almeno ci fosse la decenza di non prendere in giro chi si batte sul serio per questioni come la diseguaglianza sociale nel mondo ed il disastro ambientale imminente, quello magari sì. Ma il capitalismo d’assalto ed iperliberista che sta portando il mondo alla distruzione, in effetti, non è che si sia mai curato nemmeno della decenza. A meno che non fosse portatrice di profitto.
E quindi non sorprende che banche, fondi pensione, fondi di investimento ed altri big della finanza, presenti a Davos a discutere di cambiamento climatici e di buone pratiche, siano in affari con le più importanti aziende di combustibili fossili. A denunciarlo è un report di Greenpeace, che evidenzia come molte delle società che quest’anno erano presenti al meeting annuale del World Economic Forum siano esposti finanziariamente con le aziende di combustibili fossili per un valore di 1.400 miliardi di dollari.
Una cifra enorme, che porta con sé interessi altrettanto grandi. E davvero, questi amministratori delegati vorrebbero far credere al mondo di essere veramente interessati ad un drastico cambio di passo? Una modifica strutturale ai progetti di investimento che preveda di voltare le spalle a petrolio e gas? Eppure è così, a Davos erano presenti le cinque compagnie assicurative con i maggiori investimenti a copertura di impianti e infrastrutture legate al carbone, che è il peggior combustibile fossile. Lo denuncia chiaramente Greenpeace nel rapporto “It’s the finance sector, stupid”.
Il rapporto di Greenpeace
Il rapporto – citiamo direttamente il comunicato di Greenpeace – “denuncia come banche, fondi pensione e assicurazioni che prendono parte al Forum di Davos ne tradiscano di fatto, sia da un punto di vista ambientale che economico, l’obiettivo di “migliorare lo stato del mondo”. Il rapporto mostra anche come lobbisti e imprese di pubbliche relazioni stiano lavorando per conto di questi attori della finanza globale e dell’industria fossile contro gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”. “Le banche, i fondi pensione e le assicurazioni riuniti a Davos sono colpevoli per l’emergenza climatica. Nonostante i numerosi avvertimenti sia dal punto di vista ambientale che economico, questi colossi stanno alimentando un’altra crisi finanziaria globale continuando a sostenere l’industria dei combustibili fossili” , afferma Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Sono semplicemente degli ipocriti: dicono di voler salvare il Pianeta ma lo stanno uccidendo per fare profitti”.
Prendendo come riferimento il periodo che va dalla firma dell’accordo di Parigi al 2018, ad esempio, viene fuori che le 24 banche presenti a Davos hanno finanziato l’industria dei combustibili fossili per un valore, come detto, di circa 1.400 miliardi di dollari: stiamo parlando di una cifra che equivale al patrimonio complessivo dei 3,8 miliardi di persone più povere del Pianeta nel 2018.
“Non abbiamo più tempo da perdere con chiacchiere e falsi annunci. I decisori politici e le autorità che regolano il settore devono mettersi all’opera prima che sia troppo tardi”, ha proseguito nella sua dichiarazione Morgan. “Gli attori della finanza mondiale devono cambiare atteggiamento e smettere di comportarsi come se tutto andasse bene, perché non è così. Siamo in emergenza climatica e non ci sarà economia su un Pianeta morto”.
Il problema è che il capitalismo ed i suoi attori hanno dimostrato di essere interessati al breve termine, e di non preoccuparsi realmente di quello che potrebbe avvenire in futuro. Lo dicono i fatti: sono gli stati che dovrebbero costringere le grandi industrie ad un atteggiamento diverso: con multe, tasse e altri strumenti che rendano in del tutto sconveniente ad una azienda pensare solo a far profitto con l’inquinamento.
Ma ci sono, esistono governi che hanno questa forza? Che sono veramente così liberi, e così interessati esclusivamente al benessere della collettività, da essere intransigenti con i più ricchi del mondo?
Fonte
E quindi non sorprende che banche, fondi pensione, fondi di investimento ed altri big della finanza, presenti a Davos a discutere di cambiamento climatici e di buone pratiche, siano in affari con le più importanti aziende di combustibili fossili. A denunciarlo è un report di Greenpeace, che evidenzia come molte delle società che quest’anno erano presenti al meeting annuale del World Economic Forum siano esposti finanziariamente con le aziende di combustibili fossili per un valore di 1.400 miliardi di dollari.
Una cifra enorme, che porta con sé interessi altrettanto grandi. E davvero, questi amministratori delegati vorrebbero far credere al mondo di essere veramente interessati ad un drastico cambio di passo? Una modifica strutturale ai progetti di investimento che preveda di voltare le spalle a petrolio e gas? Eppure è così, a Davos erano presenti le cinque compagnie assicurative con i maggiori investimenti a copertura di impianti e infrastrutture legate al carbone, che è il peggior combustibile fossile. Lo denuncia chiaramente Greenpeace nel rapporto “It’s the finance sector, stupid”.
Il rapporto di Greenpeace
Il rapporto – citiamo direttamente il comunicato di Greenpeace – “denuncia come banche, fondi pensione e assicurazioni che prendono parte al Forum di Davos ne tradiscano di fatto, sia da un punto di vista ambientale che economico, l’obiettivo di “migliorare lo stato del mondo”. Il rapporto mostra anche come lobbisti e imprese di pubbliche relazioni stiano lavorando per conto di questi attori della finanza globale e dell’industria fossile contro gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”. “Le banche, i fondi pensione e le assicurazioni riuniti a Davos sono colpevoli per l’emergenza climatica. Nonostante i numerosi avvertimenti sia dal punto di vista ambientale che economico, questi colossi stanno alimentando un’altra crisi finanziaria globale continuando a sostenere l’industria dei combustibili fossili” , afferma Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Sono semplicemente degli ipocriti: dicono di voler salvare il Pianeta ma lo stanno uccidendo per fare profitti”.
Prendendo come riferimento il periodo che va dalla firma dell’accordo di Parigi al 2018, ad esempio, viene fuori che le 24 banche presenti a Davos hanno finanziato l’industria dei combustibili fossili per un valore, come detto, di circa 1.400 miliardi di dollari: stiamo parlando di una cifra che equivale al patrimonio complessivo dei 3,8 miliardi di persone più povere del Pianeta nel 2018.
“Non abbiamo più tempo da perdere con chiacchiere e falsi annunci. I decisori politici e le autorità che regolano il settore devono mettersi all’opera prima che sia troppo tardi”, ha proseguito nella sua dichiarazione Morgan. “Gli attori della finanza mondiale devono cambiare atteggiamento e smettere di comportarsi come se tutto andasse bene, perché non è così. Siamo in emergenza climatica e non ci sarà economia su un Pianeta morto”.
Il problema è che il capitalismo ed i suoi attori hanno dimostrato di essere interessati al breve termine, e di non preoccuparsi realmente di quello che potrebbe avvenire in futuro. Lo dicono i fatti: sono gli stati che dovrebbero costringere le grandi industrie ad un atteggiamento diverso: con multe, tasse e altri strumenti che rendano in del tutto sconveniente ad una azienda pensare solo a far profitto con l’inquinamento.
Ma ci sono, esistono governi che hanno questa forza? Che sono veramente così liberi, e così interessati esclusivamente al benessere della collettività, da essere intransigenti con i più ricchi del mondo?
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26/01/2020
Persino Trump fa meno peggio dell’Unione Europea
Ho letto l’intervista a Trump pubblicata su Milano Finanza.
La situazione è questa: Trump afferma che l’accordo con la Cina vale 250 miliardi di dollari. Contemporaneamente ha fatto accordi con il Giappone (40 miliardi di dollari), Canada, Messico e altri 10 paesi.
Ora è la volta dell’Europa, con cui gli Usa hanno un deficit commerciale annuale di 150 miliardi di dollari. O saranno dazi su auto, è stato chiaro.
Gli effetti di questi accordi secondo Trump si vedranno a metà anno, in ogni caso sotto la sua presidenza sono stati creati 10 milioni di posti di lavoro (non sto a discutere quali, qui non abbiamo manco quelli).
A Davos doveva farla da padrona Greta, ma i big delle banche Usa sono andati li facendo i complimenti a Trump per come va l’economia americana.
Ieri sono usciti i dati italiani del commercio extra Ue: il surplus passa da 27 a 37 miliardi. Gli industriali stanno facendo soldi a palate su di una strategia basata su bassi salari.
Gli Usa invece spendono. Trump vuole che si abbassino i tassi di interesse per abbattere il debito pubblico, liberare risorse e spendere. Qui da noi abbiamo tassi negativi e il massimo sono bonus da 80 euro.
Non sto a discutere l’economia americana, anche lì i lavoratori vengono pagati poco, ma con gli accordi commerciali hanno prospettive future su cui impostare eventuali politiche rivendicative...
Quelle che noi non abbiamo.
Fonte
La situazione è questa: Trump afferma che l’accordo con la Cina vale 250 miliardi di dollari. Contemporaneamente ha fatto accordi con il Giappone (40 miliardi di dollari), Canada, Messico e altri 10 paesi.
Ora è la volta dell’Europa, con cui gli Usa hanno un deficit commerciale annuale di 150 miliardi di dollari. O saranno dazi su auto, è stato chiaro.
Gli effetti di questi accordi secondo Trump si vedranno a metà anno, in ogni caso sotto la sua presidenza sono stati creati 10 milioni di posti di lavoro (non sto a discutere quali, qui non abbiamo manco quelli).
A Davos doveva farla da padrona Greta, ma i big delle banche Usa sono andati li facendo i complimenti a Trump per come va l’economia americana.
Ieri sono usciti i dati italiani del commercio extra Ue: il surplus passa da 27 a 37 miliardi. Gli industriali stanno facendo soldi a palate su di una strategia basata su bassi salari.
Gli Usa invece spendono. Trump vuole che si abbassino i tassi di interesse per abbattere il debito pubblico, liberare risorse e spendere. Qui da noi abbiamo tassi negativi e il massimo sono bonus da 80 euro.
Non sto a discutere l’economia americana, anche lì i lavoratori vengono pagati poco, ma con gli accordi commerciali hanno prospettive future su cui impostare eventuali politiche rivendicative...
Quelle che noi non abbiamo.
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25/01/2020
Brancaccio - "Io non sono cattiva..."
ERESIE – RAI Radio Uno, 24 gennaio 2020 – “... è che mi disegnano così!”.
Tra i capitalisti illuminati di Davos Angela Merkel si presenta in
versione Jessica Rabbit, nei panni della buona governante d’Europa che
raddrizza i greci e gli altri reprobi col bastone dell’austerity ma poi
elargisce pure la carota del “green deal” europeo. Sotto l’intervista
miele e zucchero di Davos, però, la realtà è un po’ diversa. Il commento
dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
Fonte
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21/01/2020
Davos di fronte all’abisso
Seguire il vertice di Davos a grande distanza, senza neanche potercisi avvicinare, è complicato. I media mainstream ne danno un quadro sicuramente fasullo, ma qualche informazione utile trapela lo stesso. Guarda caso, come sempre, da quelle testate specializzate, lette da imprenditori e operatori finanziari, che non possono permettersi di fornire informazioni sbagliate come base per le decisioni di investimento.
Al di là della cronaca, l’analisi di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, stavolta centra il punto di crisi vera cui è giunto il modo di produzione capitalistico nel suo complesso – l’eccesso di capacità produttiva installata, che marxianamente inquadriamo come un aspetto della crisi di sovrapproduzione – e le due diverse ipotesi di “soluzione” che dividono il campo capitalista.
L’America di Trump ha scelto sicuramente una strada retrograda, che facilita una gestione ideologica reazionaria sul piano politico e culturale. Il resto del “mondo che conta” invece punta sul green deal per uscire dalla stessa impasse.
Entrambe le soluzioni, conviene dirlo subito chiaramente, presuppongono che non ci sia alternativa al capitalismo più brutale, al neoliberismo più sfrenato. Entrambe le soluzioni, insomma, prevedono morte e distruzione, profitti inimmaginabili e povertà sempre più diffusa. E una crisi ambientale inarrestabile.
La differenza sta fondamentalmente nel fregarsene della crisi ambientale oppure usarla come occasione di ulteriore business. Il che comporta un corollario politicamente importante: difendere soprattutto gli interessi e la struttura produttiva degli Stati Uniti (America first) oppure provare a disegnare una “globalizzazione di riserva”, con tanta vernice verde a nascondere sangue e povertà.
Non c’è un “meno peggio” da accettare obtorto collo. Non c’è alcun “progressismo capitalistico” proprio perché non c’è una via d’uscita capitalistica che permetta di salvare capra e cavoli, ossia: ritorno alla crescita per tutti i singoli capitali esistenti, organizzati su base nazionale o multinazionale (“si comprano le aziende marginali solo per chiuderne gli impianti, come è evidente nel caso della siderurgia“, vedi l’Ilva). Peggio ancora: “Dopo il passaggio dall’agricoltura all’industria, e da questa ai servizi, ora c’è solo la prospettiva di un aumento della disoccupazione tecnologica“).
La “soluzione Trump” prevede infatti la distruzione di capitali altrui e contemporaneamente anche di ciò che resta degli equilibri ambientali. E anche la “soluzione Davos” prevede la stessa cosa, ma con una diversa – opposta – lista di capitali da sacrificare e obbiettivi ambientali da sbandierare (solo per la retorica, visto che nessuna impresa cambierà il suo modo di produrre in tempi utili per arrestare la corsa verso lo choc termico planetario).
Può stupire gli ingenui l’esplicita ironia con cui un analista economico inquadra anche Greta Turnberg tra le foglie di fico inventate per imbellettare il neoliberismo green. Ma basterebbe constatare la scomparsa dai media del movimento Friday for Future, non appena le sue assemblee – come quella nazionale a Napoli dello scorso ottobre – hanno cominciato a legare più esplicitamente crisi ambientale e capitalismo, nonché a schierarsi con le resistenze territoriali più odiate dall’establishment (“Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No-TAV per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, no Muos per Catania e Siracusa, no TAP per Lecce e Stopbiocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli Libera contro il commissariamento, la lotta all’Enel per Civitavecchia, la Snam per l’Abruzzo, il Terzo Valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico. Pretendiamo che l’unica grande opera da portare avanti sia la bonifica e la messa in sicurezza dei territori”).
Al loro posto, negli stessi giorni, sono state “scoperte” le Sardine, sicuramente più disponibili a far finta di nulla su certe cose...
Ma queste sono le piccole cose di casa nostra, irrilevanti rispetto al futuro del pianeta e quindi dell’umanità.
L’anarchia mercantilista del capitalismo multinazionale è arrivata al suo limite fisico, perché l’ambiente naturale non è agli ordini delle esigenze del profitto e non lo si può “costringere” coattivamente né cancellarlo. Nell’ambiente ci stiamo dentro, non si può guardarlo da fuori e trattarlo come un oggetto disponibile a qualsiasi trattamento. L’esigenza di una pianificazione centralizzata – che sarebbe l’unica idea accettata per la soluzione di qualsiasi problema diverso dall’economia capitalistica – si fa strada addirittura in modo “perverso”, come l’accordo commerciale Usa-Cina che prescrive dettagliatamente quali produzioni e quali consumi dovranno essere implementati tra i due paesi che insieme fanno quasi la metà del Pil mondiale.
E, come giustamente viene subito notato, “in un sistema a somma zero, se la Cina comprerà più prodotti americani, dovrà ridurre l’import dagli altri Paesi”.
La guerra commerciale globale è appena agli inizi. Discettare di “politica” senza aver presente il quadro è una perdita di tempo.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Tutti contro Donald Trump, a Davos. Lo hanno messo in mezzo, come in un panino televisivo ben confezionato, in cui la tecnica persuasiva contempla di dar subito conto delle opinioni di chi governa, per poi offrire un piccolo spazio all’opposizione e concludere riportando le opinioni della maggioranza.
Trump parlerà infatti solo in seconda giornata, martedì 21, a metà mattinata, dopo la grancassa sui rischi ambientali. Da solo, in una sessione dal titolo quanto mai anodino e per questo emblematico: “Miscellaneous”, lo spazio del dibattito che negli ordini del giorno viene rubricato come “Varie ed eventuali”.
Sembra quasi che la vera opposizione al Presidente americano non la facciano i Democratici a Washington, promuovendone l’impeachment, ma l’intero mondo che anche quest’anno si raccoglie al World Economici Forum.
D’altra parte, che Trump sia isolato, e non solo sulla questione del clima, è di tutta evidenza: non solo ha ritirato gli Usa dall’Accordo di Parigi, ma ha lanciato una sfida nei confronti della Cina che va molto al di là dei dazi commerciali. È in gioco, secondo il Presidente americano, il predominio globale dell’America. Il suo intervento, preceduto dalla sessione intitolata “Come salvare il Pianeta liberamente trasformabile”, verrà seguito da un dibattito su un altro tema che prosegue il controcanto: “Oltre la geopolitica”.
Il collante della nuova globalizzazione è duplice: non solo i rischi ambientali sono indivisibili, ma occorre superare i conflitti sempre più aspri tra le nazioni ed i blocchi. Tutto il contrario della estensione della Nato, che Trump ha appena auspicato per includervi i Paesi del Medio Oriente, ed alla prospettiva di farvi aderire da subito l’Australia in funzione anti-Cina.
Anche il soffitto di cristallo del maschilismo viene sfondato: nella home page del Meeting 2020, nelle foto degli ospiti di livello mondiale compare per prima Greta Thunberg, definita Climate and Environmental Activist; solo dopo, appaiato alla giovane svedese, compare Donald Trump, l’unico uomo in partita.
Occorre andare a fondo su questa contrapposizione di strategie che emerge a Davos.
Trump ha tre obiettivi principali: riequilibrare le relazioni commerciali verso l’estero iniziando con la Cina, chiedendo di aumentare le importazioni di merci e servizi statunitensi; riportare a casa una serie di produzioni di alta tecnologia fin qui delegate a Paesi terzi; considerare la sfida portata dalla Cina alla supremazia americana come una priorità assoluta, sul piano della contrapposizione geopolitica.
È importante, a questo punto, analizzare il mix di maggiori importazioni cinesi dagli Stati Uniti, su cui si fonda l’accordo appena raggiunto nella Fase 1 della trattativa. È un piano dirigista, che non lascia nessuno spazio alle dinamiche del mercato: la Cina si è impegnata ad acquistare ulteriori beni e servizi americani per 200 miliardi di dollari entro la fine del 2021, di cui 77 miliardi già nel 2020. Conseguentemente, l’export americano verso la Cina dovrebbe arrivare a 263 miliardi entro la fine di quest’anno ed a 309 miliardi nel 2021.
Il maggiore import cinese è predeterminato per settori merceologici: per i prodotti manifatturieri si tratta di +32,9 miliardi nel 2020 e +44,8 nel 2021; per i prodotti agricoli sono +12,5 miliardi nel 2020 e +19,5 nel 2021; per gli energetici +18,5 miliardi nel 2020 e +33,9 nel 2021; per i servizi appena +12,8 miliardi nel 2020 e +25,1 nel 2021.
A farne le spese sarà il resto del mondo: in un sistema a somma zero, se la Cina comprerà più prodotti americani, dovrà ridurre l’import dagli altri Paesi. È una pianificazione dirigista, inaccettabile per il mondo che si riunisce a Davos.
La strategia di Trump rifugge inoltre dalle prospettive di crescita fondata su nuovi paradigmi produttivi: punta sul riequilibrio delle produzioni tradizionali, con un rapporto tra merci e servizi che vale 3 ad 1. Per crescere, l’economia americana deve tornare all’agricoltura ed all’industria, e non insistere sui servizi. Non c’è niente di innovativo, a differenza di Ronald Reagan che già professava le virtù della New Economy basata su Internet.
Meno ancora ci si fida delle bardature regolamentari, come quelle ambientali dei Clean Air Act californiani. Le preoccupazioni climatiche, i rischi che derivano da un aumento della temperatura del Pianeta, la decarbonizzazione della produzione e la prospettiva di azzerare l’incremento delle emissioni di CO2 sono completamente assenti dall’agenda di Trump, mentre sono il fulcro di quella di Davos 2020.
Trump si propone di ridurre gli squilibri commerciali americani mantenendo invariate le politiche industriali e quelle finanziarie, intrattenendo relazione politiche bilaterali con i partner in attivo strutturale, per spostare i luoghi della produzione verso gli Usa e chiudere così la forbice con i consumi.
Di segno completamente opposto è la strategia che viene sposata a Davos, che si fonda sui rischi sistemici derivanti dai cambiamenti climatici e sulla insostenibilità ambientale delle produzioni in atto. Si propone un cambio di paradigma, che è allo stesso tempo produttivo e finanziario, analogo a quello cui si assistette dal lancio di Internet, con la creazione del Nasdaq e con la valutazione finanziaria delle imprese del tutto svincolata dalle performance economiche attuali.
Già oggi, la capitalizzazione di Borsa di Tesla arriva a ben 85,8 miliardi di dollari, quando la somma di quelle di Ford e GM è di 87 miliardi. Il mercato sconta per Tesla una crescita ed una redditività futura impareggiabile, nonostante abbia venduto lo scorso anno meno di 400 mila vetture, quando GM ne ha vendute 2,9 milioni solo negli Usa e la Ford ben 123 mila in Italia.
I green bond costituiscono parimenti un nuovo segmento del mercato finanziario, che si muove in autonomia ed a cui gli operatori dedicano particolare attenzione. Anche le banche centrali saranno coinvolte: i prossimi Qe, chissà, avranno come oggetto l’acquisto di titoli ricompresi in questa categoria, nonostante le preoccupazioni per l’annacquamento delle caratteristiche di innovazione e di sostenibilità degli investimenti sottesi.
C’è una ragione fondamentale che unifica la strategia ambientalistica di Davos: siamo in presenza di un sovrappiù di capacità produttiva istallata ed ad una stasi generalizzata degli investimenti: si comprano le aziende marginali solo per chiuderne gli impianti, come è evidente nel caso della siderurgia. Anche il settore delle auto è ingolfato, e la creazione di gruppi sempre più grandi serve solo a mettere in comune gli investimenti in innovazione.
Dopo il passaggio dall’agricoltura all’industria, e da questa ai servizi, ora c’è solo la prospettiva di un aumento della disoccupazione tecnologica.
Detto con parole che erano di moda in altri tempi, a Davos si prefigura un “nuovo modello di sviluppo”, ma a condizione di mantenere in vita il modello capitalistico di produzione e di ridurre i rischi di una nuova crisi per il sistema finanziario. Così facendo, la instabilità sistemica non deriverebbe più dagli squilibri commerciali sull’estero o dalle ricorrenti bolle dei debiti e dei valori mobiliari o immobiliari, come è accaduto finora.
Senza avere il coraggio di affermarlo, è la fiducia nelle politiche monetarie ad essersi ormai azzerata, mentre ovviamente si continua a diffidare delle tradizionali manovre keynesiane. Serve una nuova politica dell’offerta, imposta a livello globale.
Invece di ridurre gli squilibri internazionali attuali, e di scongiurare i rischi legati alle varie bolle, si cerca una alternativa al paradigma della moltiplicazione dei consumi. La loro complicazione, stavolta, passa dalla creazione di un nuovo driver, la crescita fondata sulla sostenibilità ambientale.
Mentre Donald Trump, cerca assai brutalmente di mettere ordine al mondo attuale, a sfidarlo, a Davos, sarà Greta Thunberg. È un’icona senza identità politica e senza passato, cui si accodano i veri facitori del racconto, col marketing di un mondo tutto nuovo, bello e possibile: “Son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”.
Fonte
Al di là della cronaca, l’analisi di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, stavolta centra il punto di crisi vera cui è giunto il modo di produzione capitalistico nel suo complesso – l’eccesso di capacità produttiva installata, che marxianamente inquadriamo come un aspetto della crisi di sovrapproduzione – e le due diverse ipotesi di “soluzione” che dividono il campo capitalista.
L’America di Trump ha scelto sicuramente una strada retrograda, che facilita una gestione ideologica reazionaria sul piano politico e culturale. Il resto del “mondo che conta” invece punta sul green deal per uscire dalla stessa impasse.
Entrambe le soluzioni, conviene dirlo subito chiaramente, presuppongono che non ci sia alternativa al capitalismo più brutale, al neoliberismo più sfrenato. Entrambe le soluzioni, insomma, prevedono morte e distruzione, profitti inimmaginabili e povertà sempre più diffusa. E una crisi ambientale inarrestabile.
La differenza sta fondamentalmente nel fregarsene della crisi ambientale oppure usarla come occasione di ulteriore business. Il che comporta un corollario politicamente importante: difendere soprattutto gli interessi e la struttura produttiva degli Stati Uniti (America first) oppure provare a disegnare una “globalizzazione di riserva”, con tanta vernice verde a nascondere sangue e povertà.
Non c’è un “meno peggio” da accettare obtorto collo. Non c’è alcun “progressismo capitalistico” proprio perché non c’è una via d’uscita capitalistica che permetta di salvare capra e cavoli, ossia: ritorno alla crescita per tutti i singoli capitali esistenti, organizzati su base nazionale o multinazionale (“si comprano le aziende marginali solo per chiuderne gli impianti, come è evidente nel caso della siderurgia“, vedi l’Ilva). Peggio ancora: “Dopo il passaggio dall’agricoltura all’industria, e da questa ai servizi, ora c’è solo la prospettiva di un aumento della disoccupazione tecnologica“).
La “soluzione Trump” prevede infatti la distruzione di capitali altrui e contemporaneamente anche di ciò che resta degli equilibri ambientali. E anche la “soluzione Davos” prevede la stessa cosa, ma con una diversa – opposta – lista di capitali da sacrificare e obbiettivi ambientali da sbandierare (solo per la retorica, visto che nessuna impresa cambierà il suo modo di produrre in tempi utili per arrestare la corsa verso lo choc termico planetario).
Può stupire gli ingenui l’esplicita ironia con cui un analista economico inquadra anche Greta Turnberg tra le foglie di fico inventate per imbellettare il neoliberismo green. Ma basterebbe constatare la scomparsa dai media del movimento Friday for Future, non appena le sue assemblee – come quella nazionale a Napoli dello scorso ottobre – hanno cominciato a legare più esplicitamente crisi ambientale e capitalismo, nonché a schierarsi con le resistenze territoriali più odiate dall’establishment (“Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No-TAV per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, no Muos per Catania e Siracusa, no TAP per Lecce e Stopbiocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli Libera contro il commissariamento, la lotta all’Enel per Civitavecchia, la Snam per l’Abruzzo, il Terzo Valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico. Pretendiamo che l’unica grande opera da portare avanti sia la bonifica e la messa in sicurezza dei territori”).
Al loro posto, negli stessi giorni, sono state “scoperte” le Sardine, sicuramente più disponibili a far finta di nulla su certe cose...
Ma queste sono le piccole cose di casa nostra, irrilevanti rispetto al futuro del pianeta e quindi dell’umanità.
L’anarchia mercantilista del capitalismo multinazionale è arrivata al suo limite fisico, perché l’ambiente naturale non è agli ordini delle esigenze del profitto e non lo si può “costringere” coattivamente né cancellarlo. Nell’ambiente ci stiamo dentro, non si può guardarlo da fuori e trattarlo come un oggetto disponibile a qualsiasi trattamento. L’esigenza di una pianificazione centralizzata – che sarebbe l’unica idea accettata per la soluzione di qualsiasi problema diverso dall’economia capitalistica – si fa strada addirittura in modo “perverso”, come l’accordo commerciale Usa-Cina che prescrive dettagliatamente quali produzioni e quali consumi dovranno essere implementati tra i due paesi che insieme fanno quasi la metà del Pil mondiale.
E, come giustamente viene subito notato, “in un sistema a somma zero, se la Cina comprerà più prodotti americani, dovrà ridurre l’import dagli altri Paesi”.
La guerra commerciale globale è appena agli inizi. Discettare di “politica” senza aver presente il quadro è una perdita di tempo.
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A Davos, tutti contro Donald Trump
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Tutti contro Donald Trump, a Davos. Lo hanno messo in mezzo, come in un panino televisivo ben confezionato, in cui la tecnica persuasiva contempla di dar subito conto delle opinioni di chi governa, per poi offrire un piccolo spazio all’opposizione e concludere riportando le opinioni della maggioranza.
Trump parlerà infatti solo in seconda giornata, martedì 21, a metà mattinata, dopo la grancassa sui rischi ambientali. Da solo, in una sessione dal titolo quanto mai anodino e per questo emblematico: “Miscellaneous”, lo spazio del dibattito che negli ordini del giorno viene rubricato come “Varie ed eventuali”.
Sembra quasi che la vera opposizione al Presidente americano non la facciano i Democratici a Washington, promuovendone l’impeachment, ma l’intero mondo che anche quest’anno si raccoglie al World Economici Forum.
D’altra parte, che Trump sia isolato, e non solo sulla questione del clima, è di tutta evidenza: non solo ha ritirato gli Usa dall’Accordo di Parigi, ma ha lanciato una sfida nei confronti della Cina che va molto al di là dei dazi commerciali. È in gioco, secondo il Presidente americano, il predominio globale dell’America. Il suo intervento, preceduto dalla sessione intitolata “Come salvare il Pianeta liberamente trasformabile”, verrà seguito da un dibattito su un altro tema che prosegue il controcanto: “Oltre la geopolitica”.
Il collante della nuova globalizzazione è duplice: non solo i rischi ambientali sono indivisibili, ma occorre superare i conflitti sempre più aspri tra le nazioni ed i blocchi. Tutto il contrario della estensione della Nato, che Trump ha appena auspicato per includervi i Paesi del Medio Oriente, ed alla prospettiva di farvi aderire da subito l’Australia in funzione anti-Cina.
Anche il soffitto di cristallo del maschilismo viene sfondato: nella home page del Meeting 2020, nelle foto degli ospiti di livello mondiale compare per prima Greta Thunberg, definita Climate and Environmental Activist; solo dopo, appaiato alla giovane svedese, compare Donald Trump, l’unico uomo in partita.
Occorre andare a fondo su questa contrapposizione di strategie che emerge a Davos.
Trump ha tre obiettivi principali: riequilibrare le relazioni commerciali verso l’estero iniziando con la Cina, chiedendo di aumentare le importazioni di merci e servizi statunitensi; riportare a casa una serie di produzioni di alta tecnologia fin qui delegate a Paesi terzi; considerare la sfida portata dalla Cina alla supremazia americana come una priorità assoluta, sul piano della contrapposizione geopolitica.
È importante, a questo punto, analizzare il mix di maggiori importazioni cinesi dagli Stati Uniti, su cui si fonda l’accordo appena raggiunto nella Fase 1 della trattativa. È un piano dirigista, che non lascia nessuno spazio alle dinamiche del mercato: la Cina si è impegnata ad acquistare ulteriori beni e servizi americani per 200 miliardi di dollari entro la fine del 2021, di cui 77 miliardi già nel 2020. Conseguentemente, l’export americano verso la Cina dovrebbe arrivare a 263 miliardi entro la fine di quest’anno ed a 309 miliardi nel 2021.
Il maggiore import cinese è predeterminato per settori merceologici: per i prodotti manifatturieri si tratta di +32,9 miliardi nel 2020 e +44,8 nel 2021; per i prodotti agricoli sono +12,5 miliardi nel 2020 e +19,5 nel 2021; per gli energetici +18,5 miliardi nel 2020 e +33,9 nel 2021; per i servizi appena +12,8 miliardi nel 2020 e +25,1 nel 2021.
A farne le spese sarà il resto del mondo: in un sistema a somma zero, se la Cina comprerà più prodotti americani, dovrà ridurre l’import dagli altri Paesi. È una pianificazione dirigista, inaccettabile per il mondo che si riunisce a Davos.
La strategia di Trump rifugge inoltre dalle prospettive di crescita fondata su nuovi paradigmi produttivi: punta sul riequilibrio delle produzioni tradizionali, con un rapporto tra merci e servizi che vale 3 ad 1. Per crescere, l’economia americana deve tornare all’agricoltura ed all’industria, e non insistere sui servizi. Non c’è niente di innovativo, a differenza di Ronald Reagan che già professava le virtù della New Economy basata su Internet.
Meno ancora ci si fida delle bardature regolamentari, come quelle ambientali dei Clean Air Act californiani. Le preoccupazioni climatiche, i rischi che derivano da un aumento della temperatura del Pianeta, la decarbonizzazione della produzione e la prospettiva di azzerare l’incremento delle emissioni di CO2 sono completamente assenti dall’agenda di Trump, mentre sono il fulcro di quella di Davos 2020.
Trump si propone di ridurre gli squilibri commerciali americani mantenendo invariate le politiche industriali e quelle finanziarie, intrattenendo relazione politiche bilaterali con i partner in attivo strutturale, per spostare i luoghi della produzione verso gli Usa e chiudere così la forbice con i consumi.
Di segno completamente opposto è la strategia che viene sposata a Davos, che si fonda sui rischi sistemici derivanti dai cambiamenti climatici e sulla insostenibilità ambientale delle produzioni in atto. Si propone un cambio di paradigma, che è allo stesso tempo produttivo e finanziario, analogo a quello cui si assistette dal lancio di Internet, con la creazione del Nasdaq e con la valutazione finanziaria delle imprese del tutto svincolata dalle performance economiche attuali.
Già oggi, la capitalizzazione di Borsa di Tesla arriva a ben 85,8 miliardi di dollari, quando la somma di quelle di Ford e GM è di 87 miliardi. Il mercato sconta per Tesla una crescita ed una redditività futura impareggiabile, nonostante abbia venduto lo scorso anno meno di 400 mila vetture, quando GM ne ha vendute 2,9 milioni solo negli Usa e la Ford ben 123 mila in Italia.
I green bond costituiscono parimenti un nuovo segmento del mercato finanziario, che si muove in autonomia ed a cui gli operatori dedicano particolare attenzione. Anche le banche centrali saranno coinvolte: i prossimi Qe, chissà, avranno come oggetto l’acquisto di titoli ricompresi in questa categoria, nonostante le preoccupazioni per l’annacquamento delle caratteristiche di innovazione e di sostenibilità degli investimenti sottesi.
C’è una ragione fondamentale che unifica la strategia ambientalistica di Davos: siamo in presenza di un sovrappiù di capacità produttiva istallata ed ad una stasi generalizzata degli investimenti: si comprano le aziende marginali solo per chiuderne gli impianti, come è evidente nel caso della siderurgia. Anche il settore delle auto è ingolfato, e la creazione di gruppi sempre più grandi serve solo a mettere in comune gli investimenti in innovazione.
Dopo il passaggio dall’agricoltura all’industria, e da questa ai servizi, ora c’è solo la prospettiva di un aumento della disoccupazione tecnologica.
Detto con parole che erano di moda in altri tempi, a Davos si prefigura un “nuovo modello di sviluppo”, ma a condizione di mantenere in vita il modello capitalistico di produzione e di ridurre i rischi di una nuova crisi per il sistema finanziario. Così facendo, la instabilità sistemica non deriverebbe più dagli squilibri commerciali sull’estero o dalle ricorrenti bolle dei debiti e dei valori mobiliari o immobiliari, come è accaduto finora.
Senza avere il coraggio di affermarlo, è la fiducia nelle politiche monetarie ad essersi ormai azzerata, mentre ovviamente si continua a diffidare delle tradizionali manovre keynesiane. Serve una nuova politica dell’offerta, imposta a livello globale.
Invece di ridurre gli squilibri internazionali attuali, e di scongiurare i rischi legati alle varie bolle, si cerca una alternativa al paradigma della moltiplicazione dei consumi. La loro complicazione, stavolta, passa dalla creazione di un nuovo driver, la crescita fondata sulla sostenibilità ambientale.
Mentre Donald Trump, cerca assai brutalmente di mettere ordine al mondo attuale, a sfidarlo, a Davos, sarà Greta Thunberg. È un’icona senza identità politica e senza passato, cui si accodano i veri facitori del racconto, col marketing di un mondo tutto nuovo, bello e possibile: “Son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”.
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14/03/2019
Gli inquinatori inquinano anche la lotta contro l’inquinamento
Il 15 marzo studenti di tanti paesi sciopereranno per creare sacrosanto allarme contro il riscaldamento e l’inquinamento globale. Lo faranno rispondendo all’appello Friday for Future, il venerdì per il futuro, lanciato dal movimento svedese della giovane studentessa Greta Thunberg.
È una grande cosa, ma attenti all’ipocrisia degli inquinatori per il “bene del mondo”. Che subito si sono precipitati ad accogliere Greta negli incontri e nelle sedi responsabili dei mali che essa denuncia. Così la studentessa ha parlato al Forum di Davos, dove si riuniscono i padroni del capitalismo mondiale, e davanti alla commissione UE, che con la sua austerità ha avvelenato la Grecia e tante parti d’Europa.
Greta non pare si sia scomposta per questi inviti e ha detto agli ospiti che essi potrebbero fermare il disastro climatico globale e non lo stanno facendo. Ma neppure chi l’aveva chiamata ad intervenire si è particolarmente scomposto. Dopo gli applausi e i sorrisi di circostanza tutti hanno continuato a fare i loro affari e le loro politiche devastanti, esattamente come prima.
In Italia il quotidiano La Repubblica e il nuovo leader sponsorizzato, Zingaretti, sono da giorni impegnati a sostenere il movimento globale contro l’inquinamento.
Ma come... i fanatici del TAV Torino-Lione, la cui costruzione inquinerebbe in maniera irreparabile fino al 2047? I sostenitori delle Grandi Opere che devastano e assorbono i fondi necessari il risanamento ambientale? I veneratori della trinità mercato-profitto-competitività e del capitalismo globale?
Ma come... coloro che quando parlano di economia dimenticano ogni ecologia, oggi che fanno gli ecologisti dimenticando la loro economia? E le spese militari e le guerre dilaganti, dove le mettiamo dal punto di vista del futuro del pianeta?
Fanno bene i giovani a manifestare per la salvezza del pianeta e del genere umano con esso, ma sappiano che ogni lotta ha un avversario. E oggi i primi avversari di chi lotta per il futuro sono il partito del PIL ed il partito della guerra.
Non lasciamo che gli inquinatori inquinino anche la la lotta contro l’inquinamento.
PS: Il 23 marzo a Roma manifesteranno il popolo NOTAV e tutti i movimenti che in Italia lottano contro la devastazione ambientale. Chi manifesta il 15 marzo è invitato, lì Repubblica ed il PD non ci saranno...
Fonte
È una grande cosa, ma attenti all’ipocrisia degli inquinatori per il “bene del mondo”. Che subito si sono precipitati ad accogliere Greta negli incontri e nelle sedi responsabili dei mali che essa denuncia. Così la studentessa ha parlato al Forum di Davos, dove si riuniscono i padroni del capitalismo mondiale, e davanti alla commissione UE, che con la sua austerità ha avvelenato la Grecia e tante parti d’Europa.
Greta non pare si sia scomposta per questi inviti e ha detto agli ospiti che essi potrebbero fermare il disastro climatico globale e non lo stanno facendo. Ma neppure chi l’aveva chiamata ad intervenire si è particolarmente scomposto. Dopo gli applausi e i sorrisi di circostanza tutti hanno continuato a fare i loro affari e le loro politiche devastanti, esattamente come prima.
In Italia il quotidiano La Repubblica e il nuovo leader sponsorizzato, Zingaretti, sono da giorni impegnati a sostenere il movimento globale contro l’inquinamento.
Ma come... i fanatici del TAV Torino-Lione, la cui costruzione inquinerebbe in maniera irreparabile fino al 2047? I sostenitori delle Grandi Opere che devastano e assorbono i fondi necessari il risanamento ambientale? I veneratori della trinità mercato-profitto-competitività e del capitalismo globale?
Ma come... coloro che quando parlano di economia dimenticano ogni ecologia, oggi che fanno gli ecologisti dimenticando la loro economia? E le spese militari e le guerre dilaganti, dove le mettiamo dal punto di vista del futuro del pianeta?
Fanno bene i giovani a manifestare per la salvezza del pianeta e del genere umano con esso, ma sappiano che ogni lotta ha un avversario. E oggi i primi avversari di chi lotta per il futuro sono il partito del PIL ed il partito della guerra.
Non lasciamo che gli inquinatori inquinino anche la la lotta contro l’inquinamento.
PS: Il 23 marzo a Roma manifesteranno il popolo NOTAV e tutti i movimenti che in Italia lottano contro la devastazione ambientale. Chi manifesta il 15 marzo è invitato, lì Repubblica ed il PD non ci saranno...
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28/01/2019
Dimon a Davos: “il mercato ha fallito”
Diciamo la verità: tutti abbiamo sempre desiderato poter mettere il naso nel vertice di Davos, organizzato ogni anni dalle più grandi multinazionali globali per riunire decisori politici delle principali potenze, amministratori delegati, finanzieri di altissimo livello. Quel che i potenti si dicono tra loro – non in segreto, ma comunque sotto il filtro del discorso pubblico soppesato parola per parola – resta una delle chiavi decisive per capire l’evoluzione del sistema globale nel suo complesso. Non perché sia “verità rivelata”, ma perché esprime la loro sintesi interpretativa di una massa di dati e interessi confliggenti che a tutti noi, in buona parte, resta inattingibile.
Ci aiuta ancora una volta Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza e altre testate specializzate, che un occhio disincantato è riuscito a buttarcelo.
Oltre al “clima” di disarmo che traspira dal suo resoconto – l’immagine della Merkel solitaria che si aggira senza trovare interlocutori di peso almeno pari, quest’anno, dice quasi tutto – ci ha molto colpito il discorso del “compagno” Jamie Dimon.
Per chi non lo conosce: Dimon è presidente e amministratore delegato di JPMorgan Chase, la più grande delle quattro maggiori banche d’affari americane; dunque della più grande banca privata del pianeta. Avete capito bene: è proprio la banca che – solo sei anni fa – produceva uno studio in cui si consigliava ai paesi europei di “sbarazzarsi di quelle costituzioni antifasciste e socialiste” che impedivano la crescita economica...
Per la precisione, quel rapporto diceva: “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea.”
Il discorso, in particolare, veniva concentrato sui paesi dell’Europa meridionale: “I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.
I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo.”
“Consigli” che l’Unione Europea aveva già raccolto da almeno un decennio, ma che da allora sono stati trasformati in “riforme” a passo di carica. Con qualche inciampo significativo, come quello che va registrando l’ex banchiere Emmanuel Macron in Francia...
Tranquilli, non siamo impazziti e Jamie Dimon non è passato nelle fila della Rivoluzione. Però il riassunto del suo discorso a Davos è un certificato di morte per il modello economico che proprio lui e i suoi colleghi – finanzieri globali e multinazionali – hanno voluto, elaborato, articolato e imposto a forza di attacchi speculativi durissimi contro chi si attardava nell’eseguire le loro indicazioni. E’ insomma gente come Dimon che indirizza – per peso specifico e esperienza secolare – “i mercati”.
Parlando da statunitense, ha dovuto registrare che il sistema formativo nella prima superpotenza non funziona più. L’istruzione pubblica è stata fatta collassare intenzionalmente, favorendo scuole e università private dalle rette così alte che molti studenti (e le loro famiglie) sono costretti a sottoscrivere dei mutui che li inchiodano praticamente per tutta la vita. Il successo di questa strategia è stata la fine dell’istruzione in generale, negli USA. Restano un pugno di università private di altissimo livello (nomi famosi come Yale, Harvard, Mit, Princeton, e pochissime altre) che però proprio non possono produrre – per selezione censitaria all’ingresso e capacità di accogliere grandi numeri di allievi – “i milioni di laureati che servono a far progredire l’economia con innovazioni continue, come invece avviene in Cina o in Giappone.”
Ma nella realtà la tendenza è ancora più drammatica, perché “E’ in atto, ormai da anni un reverse-drain-brain: arrivano tanti giovani stranieri, volenterosi e determinati, che studiano sodo, che fanno qualche anno di training e che poi tornano a casa. Le crisi del 2001 e del 2008 hanno indotto centinaia di migliaia di persone, giovani e meno giovani, specialmente indiani e cinesi, a lasciare gli Usa.”
La privatizzazione della conoscenza di alto livello ha prodotto il risultato opposto a quello desiderato: invece di attrarre e trattenere le più promettenti menti del pianeta, consolidando così nel futuro il “primato americano”, forma competenze che servono ad altri paesi; in primo luogo quelle della potenze asiatiche in ascesa. Una genialata tipicamente Usa...
La soluzione è teoricamente semplice (“aridatece la scuola pubblicaaaa!!”), ma praticamente molto problematica, perché un sistema di istruzione di buon livello si costruisce nell’arco dei decenni, con investimenti massicci e soprattutto duraturi, buoni salari per i docenti, gratuità (o addirittura sostegno economico) per i figli dei ceti popolari, ecc. Dunque, anche volendo invertire subito la rotta (cosa che Trump non sembra proprio intenzionato a fare), i risultati si vedrebbero tra almeno 20 anni, quando il sorpasso cinese – oggi appena iniziato – sarà bell’e concluso.
Discorso simile, ma forse ancora più rivelatore, la sanità (“la sanità privata americana assorbe circa il doppio delle risorse di quelle europee, gestite dal sistema pubblico su base universalistica”). Un imbecille formato alla Bocconi direbbe “ma dov’è il problema? E’ spesa privata, mica pubblica...” Uno che conosce discretamente il sistema neoliberista, come Dimon, gli sta dicendo che la spesa sanitaria di un paese è comunque Prodotto interno lordo che se ne va in cure invece che in altri scopi produttivi; e non fa alcuna differenza se la spesa è pubblica o privata. E’ spesa, comunque. Anche qui, soluzione teorica semplice (ricostruire la sanità pubblica, aumentando le tasse a imprese e grandi possidenti beneficati da 40 anni di flat tax), ma praticamente e politicamente difficilissima, se non altro perché la quantità di personale medico di livello medio-alto occorrente richiede tempi di formazione molto lunghi.
Idem per il problema dei problemi di qualsiasi società tecnologicamente avanzata: le grandi infrastrutture di trasporto, servizio e comunicazione (“basta vedere che cosa succede in California, dove la gestione privata delle reti elettriche e del sistema idrico è ormai al collasso”). Il confronto con la Cina è in questo caso particolarmente impietoso, vista la dimensione ciclopica del progetto Via della Seta e delle risorse qui investite.
Quanto basta per far dire, senza allungare troppo l’elenco dei settori strategici in difficoltà, “Siamo di fronte ad un clamoroso fallimento del mercato. A partire dagli anni ’80 l’America si è deindustrializzata a favore del Messico; poi, dal 2000, a favore della Cina. Ha abbandonato la manifattura per la FIRE Economy (Finance, Insurance, Real Estate), mentre la tecnologia informatica sviluppata nella Silicon Valley non compensa la perdita di posti di lavoro del Continente intero”.
Il che riporta, quasi incidentalmente, al problema del rapporto tra potere economico-politico e popolazioni, al ruolo svolto dall’automazione e robotizzazione della produzione (sia fisica che gestionale-amministrativa), alle enormi masse di disoccupati in crescita in un sistema che – soprattutto nelle aree a capitalismo “maturo”, Usa e Europa – diventano elementi di instabilità a tutto campo (sia politico – i “populismi” non sono nati dalle infatuazioni ideologiche – sia economico, visto che si tratta di “domanda potenziale ma non solvibile”, quindi una strozzatura del mercato che frena a sua volta la crescita).
Come si vede, senza magari volerlo, il discorso di Dimon ci consegna la più radicale e devastante critica del modello neoliberista. E una quantità di argomenti sconfinato a favore dell’“economia mista”. Che non è la “rivoluzione”, ma un altro tipo di capitalismo. E, se dobbiamo prendere sul serio l’analisi di un premio Nobel come Paul Krugman, si tratta di un capitalismo che almeno per il 30% deve essere “in mano pubblica”.
Ossia un capitalismo di stato.
Adesso capiamo meglio la solitudine inconsolabile della Merkel a Davos, madrina di un ordoliberismo che è andato per almeno tre decenni nella direzione opposta partendo invece da una solida base di quel tipo. Il “fallimento del mercato” è anche un fallimento della classe politica che ha obbedito ciecamente alle indicazioni dei “mercati”. Ma mentre una nuova classe politica si può in fondo trovare abbastanza rapidamente (anni comunque, non certo i tempi rapidi dei cialtroni usa-e-getta che vediamo all’opera in Italia dalla “seconda repubblica” a oggi), un altro sistema economico richiede tempi lunghi e risorse rilevanti. Soprattutto, richiede un altro modo di pensare...
Discorso che vale dunque sia per gli Stati Uniti sia per l’Unione Europea, templi che si vanno desertificando di quello che fin qui era apparso come l’implacabile “pensiero unico” (ther’is no altenative).
E’ tempo di alternative, possibilmente radicali, o altrimenti inefficaci. Per questo, per una volta, ci permettiamo di chiamare Dimon “compagno”. Per uno come lui non ci può essere insulto più sanguinoso...
Guido Salerno Aletta
Quest’anno, a Davos, sembrava di stare in un grande magazzino nella settimana dei saldi di fine stagione. Vetrine un po’ disadorne, senza i modelli di alta moda sfoggiati in passato. Sugli scaffali, gli evergreen: i capi che non possono mancare nel guardaroba. Tutto già visto e rivisto. I venditori non convincono più tanto: il pubblico, più confuso che persuaso, è incuriosito dai prodotti nuovi.
E’ in tono minore, l’edizione di quest’anno del World Economic Forum: sono mancate le sciabolate di Donald Trump, che l’anno scorso aveva maramaldeggiato promettendo sfracelli globali, pur di riportare l’America ai fasti del passato; ed ancor più non c’è stato nessuno capace di incarnare il potere vero, come fece l’anno ancora precedente il Presidente cinese Xi Jinping, paladino della libertà dei mercati, che si era imposto con il carisma di chi incarna la millenaria storia cinese.
Assente per via dello shutdown, Trump è stato rappresentato dal Segretario di Stato Mike Pompeo. Neppure il Presidente francese Emmanuel Macron si è fatto vivo, anche perché alla vigilia aveva già ricevuto a Parigi la gran parte dei vertici delle aziende presenti a Davos. Frastornati per le continue manifestazioni dei Gilets Jaunes, e chissà se davvero rassicurati dalle parole del Presidente francese, che ha confermato loro che il passo delle riforme continuerà ad essere celere e deciso, palesando che il Debat national, avviato dal Presidente per suscitare il dibattito con la cittadinanza e le istituzioni locali, non è altro che cellophane.
Solo il fantasma di Theresa May, la Premier britannica alle prese con il caos politico ed istituzionale londinese, che rende impossibile prevedere l’esito della Brexit.
E’ rimasta sola, la Cancelliera Angela Merkel, a fare da testimonial della stagione della globalizzazione che fu trionfante, e del multilateralismo che ora viene strattonato: nessuna nazione può far da sé, ha ribadito. Parole che sono volteggiate senza rete, visto che il G7 è in frantumi, l’America di Trump si è ritirata un po’ da tutti gli Accordi recenti: dal COP 21 sull’ambiente, dal TPP in materia di liberalizzazione del commercio, dal JCPOA sul nucleare iraniano; impone dazi unilaterali al mondo intero sull’acciaio e l’alluminio, per difendere gli interessi strategici statunitensi, ed insiste sulla Cina per forzare la mano nei colloqui in corso per riequilibrare i saldi commerciali, sempre peggiori.
Tra un’America che va per conto suo, un’Inghilterra che non sa dove andare, un’Europa che sbarella tra sovranismi e populismi, la Francia e la Germania che si arroccano in una riedizione del Sacro Romano Impero Germanico con l’Accordo di cooperazione ed integrazione appena firmato ad Aquisgrana, ben poco entusiasmo ha suscitato la passerella dei capitani d’industria e dei finanzieri: tutti alle prese con troppi interrogativi e sempre meno certezze.
Perché, in fondo, oltre alle sopraggiunte inquietudini politiche, ormai è venuta meno la copertura che negli anni scorsi era stata assicurata dalla politica monetaria delle Banche centrali di Stati Uniti ed Unione Europea. Un diluvio di liquidità che ha ampiamente compensato, con l’enorme crescita del volume del debito, la repressione finanziaria derivante dalla riduzione dei tassi. E, purtroppo, senza neppure raggiungere l’obiettivo di una inflazione stabile dei prezzi al consumo, vicina ma non superiore al 2%, secondo il mantra ossessivo di questi anni.
Tre sono stati gli interventi più eterodossi, che hanno rappresentato in modo esemplare le tensioni globali, americane, cinesi ed europee: quelli di Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan; Jack Ma, Ceo di Alibaba; Giuseppe Conte, il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri.
Jamie Dimon ha detto finalmente la verità sul declino degli Usa: l’istruzione è una vera e propria emergenza nazionale, così come l’assistenza sanitaria e le infrastrutture avrebbero bisogno di altrettanti interventi radicali. Non per caso, si tratta di investimenti in beni pubblici e di consumi sociali, che sono stati sempre più trascurati.
In America, il settore pubblico si è ritratto dal settore della formazione di massa, sia professionale che superiore, e non bastano un pugno di università di fama mondiale a garantire la formazione dei milioni di laureati che servono a far progredire l’economia con innovazioni continue, come invece avviene in Cina o in Giappone. Gli immigrati che hanno conseguito una elevata professionalità, formati nelle università e poi addestrati nelle imprese americane, tornano sempre più spesso nei Paesi di origine, dove mettono a frutto ciò che hanno imparato.
E’ in atto, ormai da anni un reverse-drain-brain: arrivano tanti giovani stranieri, volenterosi e determinati, che studiano sodo, che fanno qualche anno di training e che poi tornano a casa. Le crisi del 2001 e del 2008 hanno indotto centinaia di migliaia di persone, giovani e meno giovani, specialmente indiani e cinesi, a lasciare gli Usa.
Inutile poi parlare del costo esorbitante della sanità privata americana, che assorbe circa il doppio delle risorse di quelle europee, gestite dal sistema pubblico su base universalistica. Dell’abbandono delle infrastrutture basta vedere che cosa succede in California, dove la gestione privata delle reti elettriche e del sistema idrico è ormai al collasso.
Siamo di fronte ad un clamoroso fallimento del mercato. A partire dagli anni ’80 l’America si è deindustrializzata a favore del Messico; poi, dal 2000, a favore della Cina. Ha abbandonato la manifattura per la FIRE Economy (Finance, Insurance, Real Estate), mentre la tecnologia informatica sviluppata nella Silicon Valley non compensa la perdita di posti di lavoro del Continente intero.
Jack Ma ha tracciato un quadro ancor più preoccupante: a suo avviso, la rivoluzione tecnologica in corso, con la completa digitalizzazione dei dati e le innovazioni determinate dall’intelligenza artificiale, può innescare un nuovo conflitto mondiale, così come successe in passato. Anche allora, furono scatenanti le rivoluzioni tecnologiche: davano luogo a nuovi assetti di potere economico e quindi politico, su base internazionale, e turbavano così profondamente gli equilibri da rendere inevitabile il conflitto armato.
Giuseppe Conte, alla guida di un governo di coalizione che in Italia riassume le tendenze populiste e sovraniste che agitano l’Europa, si è soffermato su due questioni: l’euro e la politica del rigore fiscale; la riduzione del ruolo dello Stato nell’economia a favore dell’iniziativa privata che richiede grande flessibilità nel mercato del lavoro. Si è trattato di promesse non mantenute, in entrambi i casi.
Una moneta forte, con una bassa inflazione, non solo non ha aiutato la crescita, ma ha fatto incrementare il rapporto debito/pil nonostante la disciplina fiscale che l’Italia ha rispettato per decenni, con la spesa primaria, quella al netto degli interessi, sempre inferiore al gettito fiscale.
Non basta: il ritrarsi della Stato dalla produzione diretta di beni e servizi, in favore di un sistema di mercato che sarebbe stato più efficiente, e le liberalizzazioni del mercato del lavoro e dei salari, hanno comportato una riduzione drastica del livello di benessere. Anche le classi medie, che si erano affrancate dal timore della povertà, sono cadute nuovamente nel gorgo dell’instabilità. Conte ha concluso auspicando un cambiamento radicale: “un’Europa del popolo, fatta dal popolo per il popolo”. Davvero inusitato, per un consesso in cui il potere è del Denaro, fatto dal Denaro per il Denaro.
Nessuna certezza per il futuro, quest’anno, a Davos. Si guarda al passato per meglio interpretare il futuro: un inedito spiraglio di saggezza, mentre soffia forte il vento del cambiamento.
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Ci aiuta ancora una volta Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza e altre testate specializzate, che un occhio disincantato è riuscito a buttarcelo.
Oltre al “clima” di disarmo che traspira dal suo resoconto – l’immagine della Merkel solitaria che si aggira senza trovare interlocutori di peso almeno pari, quest’anno, dice quasi tutto – ci ha molto colpito il discorso del “compagno” Jamie Dimon.
Per chi non lo conosce: Dimon è presidente e amministratore delegato di JPMorgan Chase, la più grande delle quattro maggiori banche d’affari americane; dunque della più grande banca privata del pianeta. Avete capito bene: è proprio la banca che – solo sei anni fa – produceva uno studio in cui si consigliava ai paesi europei di “sbarazzarsi di quelle costituzioni antifasciste e socialiste” che impedivano la crescita economica...
Per la precisione, quel rapporto diceva: “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea.”
Il discorso, in particolare, veniva concentrato sui paesi dell’Europa meridionale: “I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.
I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo.”
“Consigli” che l’Unione Europea aveva già raccolto da almeno un decennio, ma che da allora sono stati trasformati in “riforme” a passo di carica. Con qualche inciampo significativo, come quello che va registrando l’ex banchiere Emmanuel Macron in Francia...
Tranquilli, non siamo impazziti e Jamie Dimon non è passato nelle fila della Rivoluzione. Però il riassunto del suo discorso a Davos è un certificato di morte per il modello economico che proprio lui e i suoi colleghi – finanzieri globali e multinazionali – hanno voluto, elaborato, articolato e imposto a forza di attacchi speculativi durissimi contro chi si attardava nell’eseguire le loro indicazioni. E’ insomma gente come Dimon che indirizza – per peso specifico e esperienza secolare – “i mercati”.
Parlando da statunitense, ha dovuto registrare che il sistema formativo nella prima superpotenza non funziona più. L’istruzione pubblica è stata fatta collassare intenzionalmente, favorendo scuole e università private dalle rette così alte che molti studenti (e le loro famiglie) sono costretti a sottoscrivere dei mutui che li inchiodano praticamente per tutta la vita. Il successo di questa strategia è stata la fine dell’istruzione in generale, negli USA. Restano un pugno di università private di altissimo livello (nomi famosi come Yale, Harvard, Mit, Princeton, e pochissime altre) che però proprio non possono produrre – per selezione censitaria all’ingresso e capacità di accogliere grandi numeri di allievi – “i milioni di laureati che servono a far progredire l’economia con innovazioni continue, come invece avviene in Cina o in Giappone.”
Ma nella realtà la tendenza è ancora più drammatica, perché “E’ in atto, ormai da anni un reverse-drain-brain: arrivano tanti giovani stranieri, volenterosi e determinati, che studiano sodo, che fanno qualche anno di training e che poi tornano a casa. Le crisi del 2001 e del 2008 hanno indotto centinaia di migliaia di persone, giovani e meno giovani, specialmente indiani e cinesi, a lasciare gli Usa.”
La privatizzazione della conoscenza di alto livello ha prodotto il risultato opposto a quello desiderato: invece di attrarre e trattenere le più promettenti menti del pianeta, consolidando così nel futuro il “primato americano”, forma competenze che servono ad altri paesi; in primo luogo quelle della potenze asiatiche in ascesa. Una genialata tipicamente Usa...
La soluzione è teoricamente semplice (“aridatece la scuola pubblicaaaa!!”), ma praticamente molto problematica, perché un sistema di istruzione di buon livello si costruisce nell’arco dei decenni, con investimenti massicci e soprattutto duraturi, buoni salari per i docenti, gratuità (o addirittura sostegno economico) per i figli dei ceti popolari, ecc. Dunque, anche volendo invertire subito la rotta (cosa che Trump non sembra proprio intenzionato a fare), i risultati si vedrebbero tra almeno 20 anni, quando il sorpasso cinese – oggi appena iniziato – sarà bell’e concluso.
Discorso simile, ma forse ancora più rivelatore, la sanità (“la sanità privata americana assorbe circa il doppio delle risorse di quelle europee, gestite dal sistema pubblico su base universalistica”). Un imbecille formato alla Bocconi direbbe “ma dov’è il problema? E’ spesa privata, mica pubblica...” Uno che conosce discretamente il sistema neoliberista, come Dimon, gli sta dicendo che la spesa sanitaria di un paese è comunque Prodotto interno lordo che se ne va in cure invece che in altri scopi produttivi; e non fa alcuna differenza se la spesa è pubblica o privata. E’ spesa, comunque. Anche qui, soluzione teorica semplice (ricostruire la sanità pubblica, aumentando le tasse a imprese e grandi possidenti beneficati da 40 anni di flat tax), ma praticamente e politicamente difficilissima, se non altro perché la quantità di personale medico di livello medio-alto occorrente richiede tempi di formazione molto lunghi.
Idem per il problema dei problemi di qualsiasi società tecnologicamente avanzata: le grandi infrastrutture di trasporto, servizio e comunicazione (“basta vedere che cosa succede in California, dove la gestione privata delle reti elettriche e del sistema idrico è ormai al collasso”). Il confronto con la Cina è in questo caso particolarmente impietoso, vista la dimensione ciclopica del progetto Via della Seta e delle risorse qui investite.
Quanto basta per far dire, senza allungare troppo l’elenco dei settori strategici in difficoltà, “Siamo di fronte ad un clamoroso fallimento del mercato. A partire dagli anni ’80 l’America si è deindustrializzata a favore del Messico; poi, dal 2000, a favore della Cina. Ha abbandonato la manifattura per la FIRE Economy (Finance, Insurance, Real Estate), mentre la tecnologia informatica sviluppata nella Silicon Valley non compensa la perdita di posti di lavoro del Continente intero”.
Il che riporta, quasi incidentalmente, al problema del rapporto tra potere economico-politico e popolazioni, al ruolo svolto dall’automazione e robotizzazione della produzione (sia fisica che gestionale-amministrativa), alle enormi masse di disoccupati in crescita in un sistema che – soprattutto nelle aree a capitalismo “maturo”, Usa e Europa – diventano elementi di instabilità a tutto campo (sia politico – i “populismi” non sono nati dalle infatuazioni ideologiche – sia economico, visto che si tratta di “domanda potenziale ma non solvibile”, quindi una strozzatura del mercato che frena a sua volta la crescita).
Come si vede, senza magari volerlo, il discorso di Dimon ci consegna la più radicale e devastante critica del modello neoliberista. E una quantità di argomenti sconfinato a favore dell’“economia mista”. Che non è la “rivoluzione”, ma un altro tipo di capitalismo. E, se dobbiamo prendere sul serio l’analisi di un premio Nobel come Paul Krugman, si tratta di un capitalismo che almeno per il 30% deve essere “in mano pubblica”.
Ossia un capitalismo di stato.
Adesso capiamo meglio la solitudine inconsolabile della Merkel a Davos, madrina di un ordoliberismo che è andato per almeno tre decenni nella direzione opposta partendo invece da una solida base di quel tipo. Il “fallimento del mercato” è anche un fallimento della classe politica che ha obbedito ciecamente alle indicazioni dei “mercati”. Ma mentre una nuova classe politica si può in fondo trovare abbastanza rapidamente (anni comunque, non certo i tempi rapidi dei cialtroni usa-e-getta che vediamo all’opera in Italia dalla “seconda repubblica” a oggi), un altro sistema economico richiede tempi lunghi e risorse rilevanti. Soprattutto, richiede un altro modo di pensare...
Discorso che vale dunque sia per gli Stati Uniti sia per l’Unione Europea, templi che si vanno desertificando di quello che fin qui era apparso come l’implacabile “pensiero unico” (ther’is no altenative).
E’ tempo di alternative, possibilmente radicali, o altrimenti inefficaci. Per questo, per una volta, ci permettiamo di chiamare Dimon “compagno”. Per uno come lui non ci può essere insulto più sanguinoso...
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L’America? A me pare da tempo un po’ declinante. Parola di Jamie Dimon
Guido Salerno Aletta
Quest’anno, a Davos, sembrava di stare in un grande magazzino nella settimana dei saldi di fine stagione. Vetrine un po’ disadorne, senza i modelli di alta moda sfoggiati in passato. Sugli scaffali, gli evergreen: i capi che non possono mancare nel guardaroba. Tutto già visto e rivisto. I venditori non convincono più tanto: il pubblico, più confuso che persuaso, è incuriosito dai prodotti nuovi.
E’ in tono minore, l’edizione di quest’anno del World Economic Forum: sono mancate le sciabolate di Donald Trump, che l’anno scorso aveva maramaldeggiato promettendo sfracelli globali, pur di riportare l’America ai fasti del passato; ed ancor più non c’è stato nessuno capace di incarnare il potere vero, come fece l’anno ancora precedente il Presidente cinese Xi Jinping, paladino della libertà dei mercati, che si era imposto con il carisma di chi incarna la millenaria storia cinese.
Assente per via dello shutdown, Trump è stato rappresentato dal Segretario di Stato Mike Pompeo. Neppure il Presidente francese Emmanuel Macron si è fatto vivo, anche perché alla vigilia aveva già ricevuto a Parigi la gran parte dei vertici delle aziende presenti a Davos. Frastornati per le continue manifestazioni dei Gilets Jaunes, e chissà se davvero rassicurati dalle parole del Presidente francese, che ha confermato loro che il passo delle riforme continuerà ad essere celere e deciso, palesando che il Debat national, avviato dal Presidente per suscitare il dibattito con la cittadinanza e le istituzioni locali, non è altro che cellophane.
Solo il fantasma di Theresa May, la Premier britannica alle prese con il caos politico ed istituzionale londinese, che rende impossibile prevedere l’esito della Brexit.
E’ rimasta sola, la Cancelliera Angela Merkel, a fare da testimonial della stagione della globalizzazione che fu trionfante, e del multilateralismo che ora viene strattonato: nessuna nazione può far da sé, ha ribadito. Parole che sono volteggiate senza rete, visto che il G7 è in frantumi, l’America di Trump si è ritirata un po’ da tutti gli Accordi recenti: dal COP 21 sull’ambiente, dal TPP in materia di liberalizzazione del commercio, dal JCPOA sul nucleare iraniano; impone dazi unilaterali al mondo intero sull’acciaio e l’alluminio, per difendere gli interessi strategici statunitensi, ed insiste sulla Cina per forzare la mano nei colloqui in corso per riequilibrare i saldi commerciali, sempre peggiori.
Tra un’America che va per conto suo, un’Inghilterra che non sa dove andare, un’Europa che sbarella tra sovranismi e populismi, la Francia e la Germania che si arroccano in una riedizione del Sacro Romano Impero Germanico con l’Accordo di cooperazione ed integrazione appena firmato ad Aquisgrana, ben poco entusiasmo ha suscitato la passerella dei capitani d’industria e dei finanzieri: tutti alle prese con troppi interrogativi e sempre meno certezze.
Perché, in fondo, oltre alle sopraggiunte inquietudini politiche, ormai è venuta meno la copertura che negli anni scorsi era stata assicurata dalla politica monetaria delle Banche centrali di Stati Uniti ed Unione Europea. Un diluvio di liquidità che ha ampiamente compensato, con l’enorme crescita del volume del debito, la repressione finanziaria derivante dalla riduzione dei tassi. E, purtroppo, senza neppure raggiungere l’obiettivo di una inflazione stabile dei prezzi al consumo, vicina ma non superiore al 2%, secondo il mantra ossessivo di questi anni.
Tre sono stati gli interventi più eterodossi, che hanno rappresentato in modo esemplare le tensioni globali, americane, cinesi ed europee: quelli di Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan; Jack Ma, Ceo di Alibaba; Giuseppe Conte, il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri.
Jamie Dimon ha detto finalmente la verità sul declino degli Usa: l’istruzione è una vera e propria emergenza nazionale, così come l’assistenza sanitaria e le infrastrutture avrebbero bisogno di altrettanti interventi radicali. Non per caso, si tratta di investimenti in beni pubblici e di consumi sociali, che sono stati sempre più trascurati.
In America, il settore pubblico si è ritratto dal settore della formazione di massa, sia professionale che superiore, e non bastano un pugno di università di fama mondiale a garantire la formazione dei milioni di laureati che servono a far progredire l’economia con innovazioni continue, come invece avviene in Cina o in Giappone. Gli immigrati che hanno conseguito una elevata professionalità, formati nelle università e poi addestrati nelle imprese americane, tornano sempre più spesso nei Paesi di origine, dove mettono a frutto ciò che hanno imparato.
E’ in atto, ormai da anni un reverse-drain-brain: arrivano tanti giovani stranieri, volenterosi e determinati, che studiano sodo, che fanno qualche anno di training e che poi tornano a casa. Le crisi del 2001 e del 2008 hanno indotto centinaia di migliaia di persone, giovani e meno giovani, specialmente indiani e cinesi, a lasciare gli Usa.
Inutile poi parlare del costo esorbitante della sanità privata americana, che assorbe circa il doppio delle risorse di quelle europee, gestite dal sistema pubblico su base universalistica. Dell’abbandono delle infrastrutture basta vedere che cosa succede in California, dove la gestione privata delle reti elettriche e del sistema idrico è ormai al collasso.
Siamo di fronte ad un clamoroso fallimento del mercato. A partire dagli anni ’80 l’America si è deindustrializzata a favore del Messico; poi, dal 2000, a favore della Cina. Ha abbandonato la manifattura per la FIRE Economy (Finance, Insurance, Real Estate), mentre la tecnologia informatica sviluppata nella Silicon Valley non compensa la perdita di posti di lavoro del Continente intero.
Jack Ma ha tracciato un quadro ancor più preoccupante: a suo avviso, la rivoluzione tecnologica in corso, con la completa digitalizzazione dei dati e le innovazioni determinate dall’intelligenza artificiale, può innescare un nuovo conflitto mondiale, così come successe in passato. Anche allora, furono scatenanti le rivoluzioni tecnologiche: davano luogo a nuovi assetti di potere economico e quindi politico, su base internazionale, e turbavano così profondamente gli equilibri da rendere inevitabile il conflitto armato.
Giuseppe Conte, alla guida di un governo di coalizione che in Italia riassume le tendenze populiste e sovraniste che agitano l’Europa, si è soffermato su due questioni: l’euro e la politica del rigore fiscale; la riduzione del ruolo dello Stato nell’economia a favore dell’iniziativa privata che richiede grande flessibilità nel mercato del lavoro. Si è trattato di promesse non mantenute, in entrambi i casi.
Una moneta forte, con una bassa inflazione, non solo non ha aiutato la crescita, ma ha fatto incrementare il rapporto debito/pil nonostante la disciplina fiscale che l’Italia ha rispettato per decenni, con la spesa primaria, quella al netto degli interessi, sempre inferiore al gettito fiscale.
Non basta: il ritrarsi della Stato dalla produzione diretta di beni e servizi, in favore di un sistema di mercato che sarebbe stato più efficiente, e le liberalizzazioni del mercato del lavoro e dei salari, hanno comportato una riduzione drastica del livello di benessere. Anche le classi medie, che si erano affrancate dal timore della povertà, sono cadute nuovamente nel gorgo dell’instabilità. Conte ha concluso auspicando un cambiamento radicale: “un’Europa del popolo, fatta dal popolo per il popolo”. Davvero inusitato, per un consesso in cui il potere è del Denaro, fatto dal Denaro per il Denaro.
Nessuna certezza per il futuro, quest’anno, a Davos. Si guarda al passato per meglio interpretare il futuro: un inedito spiraglio di saggezza, mentre soffia forte il vento del cambiamento.
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