Abbiamo ascoltato e poi riletto il discorso di fine anno del due volte presidente della Repubblica, per essere sicuri di non aver capito male.
Alla fine ci siamo dovuti arrendere: la Resistenza – come parola, patrimonio storico, esperienza collettiva di liberazione, impegno e sacrificio popolare, riscatto di dignità di un Paese distrutto dal fascismo e dalla guerra in cui si era infilato – proprio non c’è.
Non compare né come termine, né come fondamento storico della Repubblica, né – appare evidente tra le righe e le assenze – come diritto degli oppressi e dei popoli.
La Repubblica viene invece “fatta nascere” dal referendum del 2 giugno 1946. Una votazione decisiva, certamente, ma che non avrebbe potuto neanche essere immaginata senza gli anni di opposizione repressa, sofferenza, rivolta, guerra civile e insieme contro l’invasore nazista ex-alleato, lotta all’oppressione e rinato protagonismo sociale.
Come se le forme dei regimi politici o il contenuto delle Carte Costituzionali, nella Storia, fossero decisi mettendo una croce su una scheda invece che nei rapporti di forza politici e sociali che scaturiscono alla fine di un conflitto. Come se la sacrosanta certificazione anche elettorale di quel rapporto di forza sostituisse l’intero processo storico che ha portato – finalmente – a poter liberamente decidere con il voto forme, poteri e contenuti della nuova istituzione statuale che lo incarna.
Siamo all’opposto di quel 1946. Siamo nel pieno di un processo di smantellamento della democrazia liberale e parlamentare, di delegittimazione del dissenso e dei diritti – sociali o politici che siano. E Mattarella ci mette del suo, estirpando dalla storia repubblicana il suo fondamento popolare e conflittuale, invece di denunciare questo processo.
Il resto è retorica d’occasione.
In primo luogo sulla pace, ridotta a “modo di pensare” – ideologia, insomma – anziché risoluzione dei contrasti materiali sul lungo periodo. Su Gaza in special modo, di cui si piange la “devastazione” tacendo sulle responsabilità genocide di Israele.
Poi sulle donne, celebrate in quanto finalmente “elettrici” ammesse al voto attivo e passivo – una conquista, certamente, ma omettendo di ricordare com’era diventata possibile.
Sulla Repubblica, burocraticamente disegnata come rito elettorale, trattati, nuove alleanze internazionali (Unione Europea e Nato), registrazione amministrativa di conquiste sociali pagate a prezzo altissimo e sottaciuto (la sanità pubblica, di cui sperimentiamo ormai ogni giorno la demolizione scientificamente programmata).
Fino all’offesa finale sui “giovani”, che finge di voler incitare al protagonismo sociale – “Qualcuno ... vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” – proprio mentre la cappa della repressione cala ogni giorno contro quanti, in questa ultima generazione, si muovono per fermare guerra, genocidio, sfruttamento, costrizione ad emigrare per cercare un futuro.
Una cappa plumbea che non risparmia ormai neanche i minorenni, che cominciano ad essere “preventivamente incarcerati” per presunti “reati” che neanche venivano registrati come tali fino a qualche anno fa.
“Sentitevi responsabili”, insomma, ma statevene in casa, non rompete le scatole a noi del potere. L’esatto contrario di quel che fece “la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” salendo in montagna e combattendo il nazifascismo.
Ma già, la Resistenza non c’è mai stata, nel discorso di Mattarella...
Per fortuna rinasce sempre, di generazione in generazione, perché “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. E chi è davvero “responsabile”, prima o poi, se ne rende conto.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/01/2026
05/11/2021
Quei contafrottole “green” di Repubblica
Le fake news sono veramente un problema serissimo. E anche l’ideologia (“falsa coscienza”, mistificazione, non una qualunque indispensabile “concezione del mondo”), uno dei mali peggiori che possano affliggere il “discorso pubblico”.
Due mali cancerogeni che diventano cicuta pura quando vengono diffusi da una “fonte prestigiosa” dell’informazione mainstream, quella che si presenta al mondo come “professionale”.
Scorrendo, come tutti, la pagina online di Repubblica, stamattina, siamo rimasti colpiti da un titolo davvero shock: “Generazione inquinata: baby boomer responsabili del più grande spreco della storia. E il confronto con i ragazzi di oggi è impietoso”.
Tra di noi ci sono sia “boomers” – nati tra il 1950 e il 1964, grosso modo, ossia i figli del boom economico e quindi anche della natalità, nel secondo dopoguerra – sia o soprattutto gente molto più giovane. E tutta questa differenza generazionale in materia di sensibilità ambientale, sinceramente, non l’avvertiamo.
Andiamo a leggere l’articolo, con il catenaccio che ci ripete il concetto: “I baby boomer sono responsabili del più grande spreco di risorse della storia. I dati ecologici di due generazioni a confronto sono impietosi”.
Si parte poi dallo studio dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) pubblicato nel 1990, “in cui scienziati di tutto il Pianeta avvertivano sulla pericolosità dei cambiamenti climatici”. Con la chiosa maligna in coda: “probabilmente, a un qualsiasi trentenne di allora, in un mondo dove internet era embrione e i social odierni inimmaginabili, quell’avvertimento sarà sfuggito”.
Un trentenne nel ‘90 era per l’appunto un boomer, uno che magari potrebbe spiegare al buon Giacomo Talignani – disinvolto autore del pezzo – che già nel 1972 i boomers si erano concentrati sulla pubblicazione del Club di Roma intitolato Rapporto sui limiti dello sviluppo. In cui si parlava non solo di inquinamento, ma del rapporto tra risorse non riproducibili (destinate all’esaurimento, prima o poi) e inarrestabile tendenza al loro consumo da parte di un sistema produttivo orientato sostanzialmente dall’accumulazione di profitto.
Da lì, nelle mille traversie di una generazione protagonista dell’”assalto al cielo” per cambiare radicalmente il modo di produzione (“il sistema”) cominciò a germogliare anche il pensiero e il movimento ambientalista.
Insomma, quei boomers ne sapevano più e meglio degli attuali “potenti della Terra”, e furono anche molto bastonati per questo (una parte “si pentì”, come sappiamo, andando ad infoltire anche le redazioni di diversi giornali, tra cui Repubblica).
Ma tutto ciò potrebbe sembrare solo un lamento da boomer, appunto, offeso da un’accusa francamente del cazzo.
La domanda per Repubblica e i suoi collaboratori è un’altra: ma voi, come cavolo vivete? Avete una macchina (un motorino, una moto, ecc.), una casa con i riscaldamenti e i condizionatori, consumate le stesse cose che consumiamo tutti, oppure avete un regime speciale “ecologico” riservato soltanto a voi? Magari differenziato generazionalmente.
Fate parte di questo mondo o siete alieni?
Qui tutti quanti, a prescindere dall’età, ci arrabattiamo come possiamo. Abbiamo (oppure no, i più poveri) mezzi di trasporto individuale (quelli collettivi e pubblici, come si sa, scarseggiano), facciamo la spesa cercando di risparmiare al massimo (bestemmiando per la quantità di plastica per ogni confezione), accendiamo i riscaldamenti che troviamo nella casa per cui paghiamo il mutuo o l’affitto, facciamo la raccolta differenziata e poi magari vediamo il camion della spazzatura rimescolare tutto insieme. Produciamo e consumiamo cose che non abbiamo deciso noi, né per il contenuto né per la forma o “l’allestimento”.
Viviamo insomma in un modo di produzione fatto di industrie, logistica, piattaforme elettroniche, merci fisiche o immateriali su cui non abbiamo nessun controllo o possibilità di feedback negativi. Possiamo scegliere una merce o l’altra, sullo scaffale. Ma tutte si equivalgono, pelo più pelo meno, quanto ad impatto inquinante ed energivoro.
Tutti vorremmo vivere in un giardino fiorito dove è sempre primavera, ma ci arrabattiamo in metropoli puzzolenti a bordo di scatole semoventi che “scegliamo” in base a quanto abbiamo messo da parte e per l’entità della rata.
Quale cazzo di scelta “generazionale” si può fare, in queste condizioni? Quali “dati” puoi sfornare a riprova di una tesi infondata?
Certo, i mezzi di trasporto con motore a scoppio sono ora meno inquinanti di quelli degli anno ‘70 e ‘80 (ma non di molto). Certo, ora si cominciano a trovare mezzi ibridi o elettrici (che però spostano il luogo dell’inquinamento, dalle città alle centrali elettriche, senza cambiare sostanzialmente le variabili del bilancio energetico), ma costano cifre che nessun lavoratore medio si può permettere (e meno ancora un giovane precario pagato quanto il reddito di cittadinanza).
Se siamo costretti ad andare a piedi e vivere in case senza riscaldamenti, certo, si inquina meno. Ma non è progresso, giusto? Non è “sensibilità ambientale”. È povertà. La quale si trascina dietro problemi che ogni favela vi squaderna davanti.
Potremmo andare avanti a lungo, ma è inutile. Repubblica e i suoi disinvolti collaboratori fanno ideologia all’ingrosso per diffondere un’unica idea: che ci sia uno scontro generazionale da fare su ogni problema, dalle pensioni al lavoro, dai diritti civili all’inquinamento, ecc.
È l’ideologia di un sistema di potere – economico, politico, mediatico – che non riesce più a gestire le molte crisi (economica, sociale, climatica) che stanno convergendo in un unico processo “sistemico”.
E che perciò può solo cercare di seminare divisioni nella massa dei soggetti sociali sfruttati che comincia a chieder conto di quanto è stato fatto finora, provando a individuare anche chi ci ha guadagnato e ci guadagna.
Repubblica & friends alzano barriere di fumo per coprire i veri responsabili, indicando una “generazione”, invece che un modo di produrre e distruggere.
Fonte
Due mali cancerogeni che diventano cicuta pura quando vengono diffusi da una “fonte prestigiosa” dell’informazione mainstream, quella che si presenta al mondo come “professionale”.
Scorrendo, come tutti, la pagina online di Repubblica, stamattina, siamo rimasti colpiti da un titolo davvero shock: “Generazione inquinata: baby boomer responsabili del più grande spreco della storia. E il confronto con i ragazzi di oggi è impietoso”.
Tra di noi ci sono sia “boomers” – nati tra il 1950 e il 1964, grosso modo, ossia i figli del boom economico e quindi anche della natalità, nel secondo dopoguerra – sia o soprattutto gente molto più giovane. E tutta questa differenza generazionale in materia di sensibilità ambientale, sinceramente, non l’avvertiamo.
Andiamo a leggere l’articolo, con il catenaccio che ci ripete il concetto: “I baby boomer sono responsabili del più grande spreco di risorse della storia. I dati ecologici di due generazioni a confronto sono impietosi”.
Si parte poi dallo studio dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) pubblicato nel 1990, “in cui scienziati di tutto il Pianeta avvertivano sulla pericolosità dei cambiamenti climatici”. Con la chiosa maligna in coda: “probabilmente, a un qualsiasi trentenne di allora, in un mondo dove internet era embrione e i social odierni inimmaginabili, quell’avvertimento sarà sfuggito”.
Un trentenne nel ‘90 era per l’appunto un boomer, uno che magari potrebbe spiegare al buon Giacomo Talignani – disinvolto autore del pezzo – che già nel 1972 i boomers si erano concentrati sulla pubblicazione del Club di Roma intitolato Rapporto sui limiti dello sviluppo. In cui si parlava non solo di inquinamento, ma del rapporto tra risorse non riproducibili (destinate all’esaurimento, prima o poi) e inarrestabile tendenza al loro consumo da parte di un sistema produttivo orientato sostanzialmente dall’accumulazione di profitto.
Da lì, nelle mille traversie di una generazione protagonista dell’”assalto al cielo” per cambiare radicalmente il modo di produzione (“il sistema”) cominciò a germogliare anche il pensiero e il movimento ambientalista.
Insomma, quei boomers ne sapevano più e meglio degli attuali “potenti della Terra”, e furono anche molto bastonati per questo (una parte “si pentì”, come sappiamo, andando ad infoltire anche le redazioni di diversi giornali, tra cui Repubblica).
Ma tutto ciò potrebbe sembrare solo un lamento da boomer, appunto, offeso da un’accusa francamente del cazzo.
La domanda per Repubblica e i suoi collaboratori è un’altra: ma voi, come cavolo vivete? Avete una macchina (un motorino, una moto, ecc.), una casa con i riscaldamenti e i condizionatori, consumate le stesse cose che consumiamo tutti, oppure avete un regime speciale “ecologico” riservato soltanto a voi? Magari differenziato generazionalmente.
Fate parte di questo mondo o siete alieni?
Qui tutti quanti, a prescindere dall’età, ci arrabattiamo come possiamo. Abbiamo (oppure no, i più poveri) mezzi di trasporto individuale (quelli collettivi e pubblici, come si sa, scarseggiano), facciamo la spesa cercando di risparmiare al massimo (bestemmiando per la quantità di plastica per ogni confezione), accendiamo i riscaldamenti che troviamo nella casa per cui paghiamo il mutuo o l’affitto, facciamo la raccolta differenziata e poi magari vediamo il camion della spazzatura rimescolare tutto insieme. Produciamo e consumiamo cose che non abbiamo deciso noi, né per il contenuto né per la forma o “l’allestimento”.
Viviamo insomma in un modo di produzione fatto di industrie, logistica, piattaforme elettroniche, merci fisiche o immateriali su cui non abbiamo nessun controllo o possibilità di feedback negativi. Possiamo scegliere una merce o l’altra, sullo scaffale. Ma tutte si equivalgono, pelo più pelo meno, quanto ad impatto inquinante ed energivoro.
Tutti vorremmo vivere in un giardino fiorito dove è sempre primavera, ma ci arrabattiamo in metropoli puzzolenti a bordo di scatole semoventi che “scegliamo” in base a quanto abbiamo messo da parte e per l’entità della rata.
Quale cazzo di scelta “generazionale” si può fare, in queste condizioni? Quali “dati” puoi sfornare a riprova di una tesi infondata?
Certo, i mezzi di trasporto con motore a scoppio sono ora meno inquinanti di quelli degli anno ‘70 e ‘80 (ma non di molto). Certo, ora si cominciano a trovare mezzi ibridi o elettrici (che però spostano il luogo dell’inquinamento, dalle città alle centrali elettriche, senza cambiare sostanzialmente le variabili del bilancio energetico), ma costano cifre che nessun lavoratore medio si può permettere (e meno ancora un giovane precario pagato quanto il reddito di cittadinanza).
Se siamo costretti ad andare a piedi e vivere in case senza riscaldamenti, certo, si inquina meno. Ma non è progresso, giusto? Non è “sensibilità ambientale”. È povertà. La quale si trascina dietro problemi che ogni favela vi squaderna davanti.
Potremmo andare avanti a lungo, ma è inutile. Repubblica e i suoi disinvolti collaboratori fanno ideologia all’ingrosso per diffondere un’unica idea: che ci sia uno scontro generazionale da fare su ogni problema, dalle pensioni al lavoro, dai diritti civili all’inquinamento, ecc.
È l’ideologia di un sistema di potere – economico, politico, mediatico – che non riesce più a gestire le molte crisi (economica, sociale, climatica) che stanno convergendo in un unico processo “sistemico”.
E che perciò può solo cercare di seminare divisioni nella massa dei soggetti sociali sfruttati che comincia a chieder conto di quanto è stato fatto finora, provando a individuare anche chi ci ha guadagnato e ci guadagna.
Repubblica & friends alzano barriere di fumo per coprire i veri responsabili, indicando una “generazione”, invece che un modo di produrre e distruggere.
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02/10/2020
Francia - La degenerazione della “Republique”. Intervista a Frédéric Lordon
“Essere un intellettuale è schierarsi con ciò che sconcerta l’ordine sociale, schierarsi con le forze che lo scardinano, contro gli intellettuali per i media”. Seconda parte dell’intervista a Frédéric Lordon.
È da poco uscito nelle librerie “Police”, opera collettiva pubblicata dalla casa editrice La Fabrique, in cui viene analizzata, grazie ai contributi eterogenei dei diversi autori, la natura storica e sociale della polizia, il suo ruolo e le sue funzioni all’interno dell’attuale società capitalista, la “legittimità” della violenza, la “degenerazione” aggressiva e la fascistizzazione dei suoi agenti.
Partendo dalle enormi mobilitazioni di piazza degli ultimi anni in Francia – da quelle contro la Loi Travail fino al movimento dei Gilets Jaunes – e sull’onda lunga delle manifestazioni contro le violenze brutali e spesso letali (Geroge Floyd, Jacob Blake, Breonna Taylor, Dijon Kizzee, Deon Kay…) della polizia negli Stati Uniti, viene investigato a fondo lo stretto legame oggi vigente tra politiche neoliberiste, repressione del dissenso e controllo sociale.
Di seguito la traduzione della seconda parte dell’intervista ad uno degli autori, Frédéric Lordon, realizzata da Selim Derkaoui e Nicolas Framont per la “rivista indipendente di critica sociale per il grande pubblico” Frustration.
La prima parte dell’intervista si è concentrata sulla polizia, sulla sua “legittimità” e sulla questione della sua abolizione, di fronte alla repressione delle lotte economiche, politiche e sociali. In questa seconda parte, Lordon articola una riflessione sul concetto di “repubblica” e sul ruolo degli intellettuali, in particolare durante i movimenti sociali e le rivolte popolari.
È da poco uscito nelle librerie “Police”, opera collettiva pubblicata dalla casa editrice La Fabrique, in cui viene analizzata, grazie ai contributi eterogenei dei diversi autori, la natura storica e sociale della polizia, il suo ruolo e le sue funzioni all’interno dell’attuale società capitalista, la “legittimità” della violenza, la “degenerazione” aggressiva e la fascistizzazione dei suoi agenti.
Partendo dalle enormi mobilitazioni di piazza degli ultimi anni in Francia – da quelle contro la Loi Travail fino al movimento dei Gilets Jaunes – e sull’onda lunga delle manifestazioni contro le violenze brutali e spesso letali (Geroge Floyd, Jacob Blake, Breonna Taylor, Dijon Kizzee, Deon Kay…) della polizia negli Stati Uniti, viene investigato a fondo lo stretto legame oggi vigente tra politiche neoliberiste, repressione del dissenso e controllo sociale.
Di seguito la traduzione della seconda parte dell’intervista ad uno degli autori, Frédéric Lordon, realizzata da Selim Derkaoui e Nicolas Framont per la “rivista indipendente di critica sociale per il grande pubblico” Frustration.
La prima parte dell’intervista si è concentrata sulla polizia, sulla sua “legittimità” e sulla questione della sua abolizione, di fronte alla repressione delle lotte economiche, politiche e sociali. In questa seconda parte, Lordon articola una riflessione sul concetto di “repubblica” e sul ruolo degli intellettuali, in particolare durante i movimenti sociali e le rivolte popolari.
*****
Nel libro “Police” lei spiega che la “repubblica” sarebbe un “significante” che rivela una “finzione”. Le personalità politiche de La France insoumise, ad esempio, evocano spesso nei loro discorsi o nei loro testi la “repubblica”, o l’idea di una “polizia repubblicana”… Per quale motivo, secondo lei, si potrebbe sviluppare una “finzione”?
Con le parole è sempre lo stesso problema: c’è il loro significato originale e c’è quello che sono diventate nel tempo, attraverso l’uso – il divario a volte è abissale. Nulla garantisce una parola contro queste derive, poiché essa viene costantemente ridimensionata nella e dalla prassi. Allora si pone la domanda: cosa fare con un significante che all’inizio era eccitante ma che è diventato problematico, anche pestilenziale? Dobbiamo rassegnarci ad abbandonarlo, o scegliere di raddrizzarlo?
Non credo che ci sia una risposta generale a questa domanda: ci sono solo casi particolari che richiedono ogni volta un esercizio di discernimento. Per esempio la parola “comunismo”. Cosa facciamo con il termine “comunismo”? Ho sempre avuto grande stima per coloro che, come Alain Badiou, sfidano le avversità generali e riprendono ciò che tutti considerano irrilevante. Tuttavia, mi sono sempre chiesto se, da un punto di vista tattico, questa sia stata davvero la scelta giusta: “noi” abbiamo già così tante ostilità da superare, è davvero utile metterne una in più sul tavolo?
Perché la massa di idee spontanee, dovremmo piuttosto parlare di riflessi, da disfare intorno alla parola “comunismo” è colossale, tanto quanto stare in fila per 100 metri con un sacco da 20 chili. È davvero necessario? Beh, più ci penso, dopo averci riflettuto a lungo su questa questione, più tendo a pensare che sì, ne vale la pena.
Ma allora perché non assumere la stessa posizione con “repubblica”, cioè mantenere, raddrizzare, contro le deviazioni dei costumi contemporanei? Vedo che questo è ciò che qualcuno come Thomas Branthôme, per esempio, sta cercando di fare, di tenere insieme “repubblica”, “democrazia” e “sovranità” nel patrimonio rivoluzionario, ed è certamente uno sforzo che vale la pena di fare. Ma confesso che sono sempre meno capace di crederci.
Prendiamo le cose in ordine: prima le deviazioni. Per sapere cosa stiamo facendo con il significante “repubblica”, dobbiamo prima sapere a che punto siamo con esso oggi. Dove siamo, credo che ora sia molto ovvio: a destra della destra. Ci si dovrebbe chiedere se un grande significante politico abbia mai sperimentato un tale slittamento in un periodo di tempo così breve.
Avevamo vissuto un lungo periodo in cui la “repubblica” era senza dubbio un indicatore di sinistra; in trent’anni è diventata un punto di rivendicazione per tutto ciò che è a destra, o addirittura l’estrema destra. L’ex Union pour un Mouvement Populaire (UMP) si è ribattezzato Les Républicains (LR), la Macronia pre-fascista è La République En Marche (LREM), anche il Rassemblement National (RN) si dichiara repubblicano.
Ma soprattutto “repubblica” è ormai la perfetta marionetta, direi addirittura la marionetta di tutte le marionette: la facciata del “laicismo”, del “femminismo” e, perché farsi scrupolo, dell'”universalismo”, sono protetti e raccolti sotto la grande facciata sintetica della “repubblica”. In realtà, “repubblicano” è ora un occhiolino, una mezza parola, un nome in codice, un punto di raduno (appena) mascherato. Per cosa e per chi? Essenzialmente per gli islamofobi, si dovrebbero piuttosto dire i razzisti anti-arabi, uniti a tutti i difensori della “legge e dell’ordine”.
La manifestazione più tipica di questa degenerazione è la cosiddetta Printemps républicain, un raggruppamento informale a metà strada tra lobby, officina e club, ma saldamente legata all’islamofobia, ovviamente bardata di “valori universali”, che ha almeno il merito, per il suo stesso nome, di metterci in guardia sul modo in cui sta rinascendo il significante “repubblicano”: la via della sinistra di destra e anche dell’estrema sinistra di destra.
Perché sappiamo da tempo che c’è una sinistra di destra, ma uno degli insegnamenti dell’ultimo periodo è che c’è anche un’estrema destra di sinistra: la “sinistra” di Valls. Mi direte che, in una prospettiva storica, questo non è del tutto nuovo, e avrete ragione. Non è meno spettacolare.
L’islamofobia ossessiva, il razzismo a volte sbottonato di alcuni dei suoi membri, la forma estremamente violenta e molesta dei suoi “interventi” sui social network sono il marchio di fabbrica di Printemps républicain, a sua volta una metonimia del modo molto particolare in cui si sta svolgendo l’attuale fascistizzazione: sotto il significato di “repubblica”. Comincia a essere molto, almeno abbastanza per far riflettere. Fino a qualche anno fa, pensavo che ci fosse ancora qualcosa a che fare con la parola “repubblica”, anche se era per lo più in un registro tattico-retorico. Il significante è profondamente radicato nel linguaggio politico comune, e come tale potrebbe essere una potente leva di legittimazione, a condizione che venga reinvestito con il suo contenuto appropriato. Questi contenuti ci sono stati indicati dalla storia: sono i contenuti della repubblica sociale. La repubblica sociale è la repubblica completa, la repubblica della Rivoluzione completa: non la Rivoluzione che si è fermata alle istituzioni politiche “democratiche”, destinate poi ad essere solo le istituzioni della democrazia borghese, ma quella che si estende fino al suo orizzonte, cioè la democrazia ovunque, anche (a partire da) la sfera della produzione. La repubblica sociale è una democrazia integrale, se l’installazione profonda della parola “repubblica” nell’immaginario politico francese potrebbe aiutare, attraverso l’opportuna rassegnazione, a far circolare quello che alla fine ha cominciato ad apparire come comunismo, ma senza dover passare attraverso il problematico significante “comunismo”, allora ci potrebbe essere la possibilità di un interessante sovvertimento lessicale e politico.
Oggi questo sembra molto ambizioso, quasi impossibile...
Il fatto è che in tempi di grande crisi – innegabilmente ci siamo dentro – le cose si muovono a una velocità prodigiosa. Questo spostamento del significante “repubblicano”, che per quanto mi riguardava nel 2016, è diventato oggi un’impresa quasi senza speranza – si è verificato perchè nel frattempo sono successe delle cose, in particolare il completo svelamento dell’estrema sinistra di destra, lo Stato di emergenza indefinitamente rinnovabile, la decadenza della cittadinanza, l’inaudita repressione poliziesca dei movimenti sociali iniziata con la Loi Travail, e poi Macron, lo Stato di emergenza trasformato in diritto comune, l’ingresso franco in un regime di Stato di polizia, l’agitazione di tutti i temi di estrema destra (“comunitarismo”, “separatismo”, ecc.), il tutto sotto gli auspici, ancora di più, sotto l’unzione legittimante della “repubblica”. Il che diventa un po’ pesante da portare avanti.
Mentre il regno degli usi non intenzionali di “repubblica” e “repubblicano” si restringeva come una pelle di zigrino, di recente ho visto solo il registro dell’ironia a sostegno di affermazioni come: “il vero territorio perduto della repubblica è la polizia”. Con forse un po’ di efficacia residua, come possono avere i modelli di rovesciamento: è che ci sono ancora molte persone che credono nella “repubblica”, senza avere una visione troppo precisa di ciò che la parola in definitiva significa, ma che hanno qualche possibilità di sentirsi dire che un prefetto di polizia che divide la popolazione in “campi”, prende di mira i “partiti di protesta”, dà istruzioni per arrestare i semplici portatori di adesivi sindacali o Gilets Jaunes, per liberare i fascisti con lo striscione sul tetto, o che prendono di mira i giornalisti, è il capo di una forza di polizia che difficilmente può continuare ad essere definita “repubblicana”, anche per inerzia. Ci sarebbe persino un certo piacere nell’obiettare a Lallement (il prefetto di polizia di Parigi, ndt), dalla sua stessa grammatica, che la sua pretesa di essere “repubblicano” è una finzione – con l’aggiunta dell’efficacia della critica interna.
Eccoci di nuovo alla domanda originale: con i significanti “al problema”, andare avanti o lasciar perdere? Per quanto io creda che il termine “comunismo” – potrei aggiungere in un altro genere “sovranità” – meriti di essere portato avanti, vedo sempre meno interesse per la “repubblica”. Alla fine, “repubblica” è un concetto politico dei più deboli. Dicendo “la cosa pubblica”, qualifica la politica, ma in generale. Naturalmente la storia moderna le ha dato significati specifici, soprattutto in Francia, ma in Aristotele “repubblica” è il semplice nome della città costituita in quanto tale, prima delle sue particolari forme di organizzazione – quindi non c’è contraddizione nel fatto che la repubblica assuma la forma di una monarchia. Sulle spoglie della maggioranza che la storia dirà che sono stati i fermenti del fascismo nella Francia della prima metà del XXI secolo, infine senza molto contenuto da difendere – a differenza del “comunismo” o della “sovranità”, i cui contenuti sostanziali sono abbastanza ricchi – si cerca, invano, per quali ragioni si dovrebbe lottare per la “repubblica”. Se il fascismo sta arrivando a mo’ di “repubblica”, non vedo il motivo di lottare per questo significante perduto.
Pensiamo ai concetti, ai loro usi e agli abusi nel tempo, se dobbiamo reinvestire alcuni di essi piuttosto che altri… Ma a cosa serve, alla fine, un(a) intellettuale, quando in Francia si verificano periodi di protesta inattesi e più o meno spontanei, rivolte popolari e lotta di classe?
Direi che cerca prima di tutto di controbilanciare il partito di maggioranza che la “classe istruita”, compresa la “classe culturale”, prende spontaneamente, il cui primo movimento è quello di protestare contro gli oppressi. Ovviamente, nel dire questo, mi sto implicitamente impegnando in una particolare definizione dell'”intellettuale” come agente che, oltre ad avere come specializzazione, spesso come professione nel lavorare con le idee (idee concettuali o idee di creazione artistica), è molto esplicitamente contro l’attuale ordine sociale e nella prospettiva di trasformarlo radicalmente o addirittura di rovesciarlo. Insomma, colui che ritiene sia giusto ribellarsi. Questo non è esattamente il desiderio della classe istruita, che è sociologicamente legata a questo ordine. Tuttavia, è necessario fare alcune differenze. Lasciamo da parte tutti i laureati inseriti nella divisione del lavoro come dirigenti, la cui adesione all’ordine sociale capitalista arriva fino al folle (anche se pure da questo lato si comincia ad inciampare) e consideriamo solo coloro che sono in grado di svolgere la “funzione intellettuale” nella società, cioè che hanno accesso al dibattito pubblico per proporre “idee”: giornalisti, opinionisti, esperti, accademici nei media, ecc.
L’accesso regolare ai mezzi di comunicazione di massa è di per sé un indicatore di come coloro che ne beneficiano vi deterranno la “funzione intellettuale”: in modo falso che contraddice la funzione intellettuale, poiché la funzione intellettuale è essenzialmente una funzione critica, la condizione implicita dell’accesso regolare ai mezzi di comunicazione di massa è che essa abbia solo una funzione di ratifica o di falsa critica. La ratifica è l’insieme degli esperti che vengono a dire in varie forme i meriti generali dell’ordine sociale così com’è, la necessità di fare alcuni aggiustamenti per renderlo ancora migliore.
Ma gli specialisti della falsa critica, cioè di una critica che sa bene fino a che punto può spingersi, sono quasi peggio, poiché forniscono al sistema egemonico dell’opinione pubblica i suoi alibi di pluralismo senza mettere in discussione nulla di fondamentale – la prova di ciò è data dal fatto che sono re-invitati. Un esempio tipico: trovare l’aumento delle disuguaglianze molto preoccupante, o essere allarmati dal cambiamento climatico, ma non mettere mai in discussione il capitalismo. La falsa critica è una critica fatta da una posizione, tenuta dal cuore del sistema e senza l'intenzione di toccarlo. Ogni volta che si verifica un evento politico che ha il potenziale di esplodere, quindi con grande potere in termini di classe, come il Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa nel 2005, i disordini in periferia nello stesso anno, o i Gilets Jaunes nel 2019, sappiamo esattamente da che parte andranno questi “intellettuali”: verso l’ordine sociale, contro ciò che lo prende di sorpresa, lo sconcerta radicalmente, ciò che è quindi una potenziale minaccia. Essere un intellettuale significa schierarsi dalla parte di ciò che sconcerta l’ordine sociale, schierarsi con le forze dell’irruzione, contro gli intellettuali dei media, che conoscono, con una intuizione molto sicura, l’intuizione dell’habitus, a quel punto in cui c’è motivo di essere spaventati – ci sono “intellettuali” che sono stati presi dalla paura quando i Gilets Jaunes hanno fatto la loro irruzione, temendo che il loro mondo, il mondo in cui si trovano così bene e che criticano solo in modo simulacro, venga stravolto per sempre.
Ma c’è un’altra funzione, meno polemica dell’intellettuale in tempi di crisi, la funzione di mettere le cose in parole. Qui prendo in prestito essenzialmente da Sandra Lucbert (con la quale lavoro) le sue riflessioni sugli effetti della letteratura, riflessioni ispirate alla psicoanalisi, ma che mi sembrano in parte trasponibili al discorso delle scienze sociali o della filosofia. Ci sono momenti di epifania nella cura analitica, che Freud sottolineava così fortemente come un’opera nella parola, momenti di epifania quando una formazione inconscia ancora sfocata, senza contorno, che lavorava in modo confuso e doloroso sull’argomento, viene improvvisamente portata alla luce dall’effetto di una adeguata messa in parole. Questo momento catalitico dell’analisi è il precipitato del significante, un’opportunità senza pari di vedere quanto profondamente l’essere umano sia un essere di parole, un ‘essere di parola’ come dice Lacan, cioè un essere che una sola parola può salvare (o distruggere). Questo è ciò che la letteratura, almeno come pratica di Sandra Lucbert, ha la funzione di operare: gli affrettati del “ri-significato”, attraverso i quali il semplice fatto di aver messo giù parole, parole nuove ovviamente, che contraddicono (o sovvertono) le parole del potere, può essere un prodigioso sollievo.
Nel suo ordine e con mezzi propri, l’intervento intellettuale può mirare allo stesso tipo di effetto di dissipare le nebbie, o di strappare il velo, in modo che improvvisamente “possiamo vedere”, in modo che finalmente si possa dare un senso a ciò che ci sta accadendo, altrimenti lasciato all’oppressione di una causa informe. Non c’è niente di più preciso quando le persone, dopo uno dei vostri interventi, vi dicono “voi mettete le parole”. Probabilmente non succede ogni volta, ma quando succede, è un bene. E tanto meglio perché questa funzione “significante” o “ri-signifante” è particolarmente richiesta in tempi di crisi, quando la prigione di significato e di strutture imposte dall’ordine egemonico diventa insopportabile da far crollare, ma quando manca ancora una chiara rappresentazione di cosa sia esattamente la prigione. Intervenire intellettualmente in tempi di crisi significa contribuire a produrre questa idea chiara e distinta, come effetto di senso. E poi, proporre un universo completamente diverso inseparabilmente di strutture e categorie, di istituzioni e di significato, alla maniera, per esempio, di Bernard Friot, che insiste molto sulla necessità di ricostruire i termini stessi dell’agenda: una posizione offensiva impone le proprie definizioni di problemi e compiti, quindi le proprie parole. In questo modo ci spinge in un altro mondo di significanti.
Non ha paura dell’abisso che a volte può allargarsi tra le classi lavoratrici e gli intellettuali, a causa di un certo tipo di linguaggio, accompagnato da concetti e riferimenti la cui violenza sociale simbolica può rivelarsi piuttosto forte? È qualcosa che le è stato rimproverato e, in caso affermativo, cosa ne pensa?
Se questo mi sia stato rimproverato? Ma questo lo sento dire tutti i giorni! (è un modo di dire, no?). Quello che è vero è che non posso contare il numero di volte in cui sono stato redarguito gentilmente o in altri casi maltrattato per questo motivo. Le buone intenzioni mi implorano di fare un piccolo sforzo per parlare o scrivere in un modo che mi renda comprensibile a poche altre persone. I più risentiti si avvolgono nella “classe operaia”, alla quale spesso non appartengono più di me (da qui l’ipotesi del risentimento), per spiegarmi che sono incomprensibile alla “maggioranza” – penso che non ne avevo proprio bisogno per esserne consapevole. Ma vedete come questo dibattito è contorto: coloro che mi fanno la predica non sono, il più delle volte, più lavoratori di me, ma sembrano considerarsi perfettamente in grado di sapere ciò che i lavoratori capiscono o non capiscono. E di trasmettere ammonizioni a loro nome. Una, però, volta ho incontrato un sindacalista della RATP che mi ha chiesto la filosofia dell’essere e dell’evento di Badiou, altre volte ho ricevuto e-mail da persone che non mancano di raccontarmi le loro origini e la loro (modesta) condizione sociale, ma che tuttavia mi interrogano molto profondamente su passaggi di alcuni dei miei libri meno da “grande pubblico”. Sono esperienze salutari, che rompono le idee fin troppo semplici di chi ha decretato che “gli operai” non capiscono nulla se ci si rivolge a loro con un vocabolario di oltre 300 parole. Insomma, non si possono dimenticare completamente gli insegnamenti di base della sociologia e non cedere ai presupposti di incapacità delle classi lavoratrici.
Ma allora, in queste condizioni, quale linea dobbiamo seguire? La mia linea è di non avere una linea. Io scrivo come scrivo, va dove deve andare, tutto qui. Qualcun altro avrebbe scritto diversamente e forse, in quel momento, sarebbe andato altrove. Va bene, anche questo andrebbe bene – cioè, in modo diverso. Non ci sia indifferenza, o peggio, disprezzo, per chi si lamenta di discorsi che gli sono ermetici. Tutti sanno per esperienza che non capire è come la dolorosa sensazione di essere esclusi: la sensazione di essere esclusi da qualcosa a cui gli altri (“coloro che capiscono”) possono avere accesso e non se stessi. È spiacevole. Nell’argomentazione (indirizzata al sottoscritto), senza dubbio intrisa di argomentazioni generali e politiche, credo che ne vengano fuori molte. Ed è... comprensibile.
Tuttavia, credo che possiamo entrambi riconoscere questa sensazione e non limitarci ad essa. Perché lasciare a questi l’ultima parola è annullare la funzione intellettuale nel momento stesso in cui viene evocata – tutta questa discussione è ulteriormente complicata dalla lunga storia di arroganza degli intellettuali che abbiamo ereditato, con la quale si tratta proprio di rompere. La linea della non-linea è il mio modo di risolvere queste contraddizioni. Vorrei mostrare cosa c’è dietro, vorrei mostrarlo soprattutto a coloro che, critici rigorosi di “intellettuali” impegnati in politica (finiamo quasi per dire che avremmo meno problemi con loro se ci astenessimo da tutto), sono essi stessi vittime dei peggiori cliché sugli intellettuali, credendosi i meno ingannati. Questo perché in generale la loro prima mossa è quella di liquidare l’intellettuale che è l’esploratore dei popoli e il demiurgo della storia – nel qual caso non è troppo difficile seguirli, la porta è spalancata per essere sfondata. Ma, da questa premessa, ormai accettata da quasi tutti, si deduce a volte, e il più delle volte dagli stessi intellettuali, che essere un intellettuale, poiché non è tutto, è essere nulla. Così, in segno di espiazione per la sua posizione sociale e per il magistero che gli sarebbe essenzialmente legato, l’intellettuale si copre la testa di cenere e dichiara che non offre alcuna differenza (poiché in questo processo espiatorio teme che l’affermazione di una specificità venga immediatamente ricodificata come rivendicazione di superiorità), che andrà “alla scuola della classe operaia” o “del popolo” o altro. Sia chiaro: uscire dal suo isolamento sociologico, entrare in contatto con ciò che le altre classi sociali, soprattutto le classi lavoratrici, stanno elaborando in termini di conoscenze, riflessioni e pratiche politiche, è il minimo che un intellettuale possa fare, ma non è di questo che stiamo parlando. Si tratta di un certo discorso a cui è legato questo requisito elementare. Come sappiamo almeno dai tempi di La Rochefoucauld, le posizioni ostentate di umiltà non sono altro che posizioni di estrema arroganza rovesciata. L’ostentazione dell’abnegazione è il sentimento dell’onnipotenza di sé, ma censurata e rovesciata.
Ma allora, che posto occuperebbero?
In realtà, si potrebbe desiderare un po’ più di semplicità da parte degli intellettuali nell’idea che hanno di sé stessi: occupano un posto che non è né nullo né demiurgico (abbiamo ormai capito che è la stessa cosa), occupano il loro posto nella divisione politica del lavoro, punto. Il loro intervento non capovolgerà il mondo, ma prenderà il loro posto, né più né meno, nello sforzo combinato di capovolgere il mondo. Insomma, nel loro registro, insieme a tanti altri, vi contribuiscono. Nella divisione politica del lavoro c’è chi sa organizzare gli incontri, chi ha il cuore di uscire e tirare all’alba, chi gestisce le mense dei poveri, chi accetta di scuotere i posti di lavoro, chi ha il talento (di Serge D’Ignazio) di fotografare i movimenti di strada, o di tirare fuori dal basso un foglio che mostra la creatività dei Gilets Jaunes (“Plein le dos”), poi ci sono altri che lo fanno secondo la propria specializzazione: intellettuale. E buttiamo tutto insieme nella zuppa. L’idea è chiara: l’intellettuale non è lo chef, è lo scorfano, se volete. È nella pentola con gli altri.
Lo scorfano non fa tutta la zuppa di pesce, ma ha il suo piccolo sapore. Non capisco perché gli intellettuali cedano alla loro specificità, cioè alla loro specializzazione – o cedano a coloro che, dico, per demagogia, chiedono loro di cedere. Essere specializzati è aver imparato a fare una certa cosa meglio di altre. Solo una lunga storia di arroganza da parte degli intellettuali può spiegare perché, mentre il panettiere non ha problemi a pretendere di fare il pane meglio del filosofo, il contrario è diventato impossibile per il filosofo per quanto riguarda il suo stesso lavoro di pensiero. In realtà, nessuno ha nulla da guadagnare dalla rinuncia intellettuale alla precisione – che, come è noto, comporta delle complicazioni: di categorie, di linguaggio, di espressione, ecc. – nel suo lavoro. Non possiamo chiedere a un intellettuale di produrre un’analisi che faccia la differenza, cioè che trasformi i modi di vedere comuni in cui siamo bloccati e da cui, appunto, si tratta di uscire, in una forma immediatamente accessibile: non dobbiamo chiederglielo perché è contraddittorio. Se l’intellettuale non sostiene di avere un modo specializzato di praticare il pensiero, che non annulla il pensiero degli altri e non gli conferisce alcuna eminenza politica, insomma, se nega la sua specialità, allora nega sé stesso come intellettuale. Non ci si deve quindi sbagliare sulla “semplicità” richiesta all’intellettuale. Non è la semplicità del suo discorso – semplice, difficilmente può essere semplice per quello che deve produrre – ma la semplicità con cui viene a prendere il suo posto nella divisione politica del lavoro. Infatti, come ogni divisione del lavoro, la divisione politica del lavoro si basa su un duplice principio di specializzazione e complementarietà: è attraverso l’unione coordinata di contributi specializzati che si svolge il lavoro collettivo.
Vorremmo quindi rimproverarlo di “rendere le cose troppo complicate” e di “parlare solo agli addetti ai lavori” per vedere cosa significa ancora in termini di rappresentazione demiurgica della parola intellettuale – immense masse dovrebbero ascoltarla, capirla, senza dubbio seguirla – ma anche, qui paradossalmente, in termini di una profonda ignoranza del carattere collettivo dell’attività politica. Questo è un paradosso perché non dimentichiamo di cantare “il collettivo, il collettivo” nel modo giusto, ma senza trarre la minima conclusione logica, soprattutto per quanto riguarda la divisione del lavoro che il collettivo necessariamente comporta. Ora, collocare opportunamente l’intervento intellettuale in questo contesto è accettare che, nella forma che ha scelto (e che, peraltro, può variare – per quanto mi riguarda), produce... gli effetti che produce, né più né meno, che questo sarà il suo contributo, questo è tutto. Ed è questa mancanza di comprensione della divisione del lavoro che rende anche impossibile vedere che c’è spazio al suo interno per una grande varietà di registri e livelli di discorso, che è un bene. C’è spazio per un lavoro all’avanguardia, che può essere scomodo da accedere, ma che spinge a nuovi modi di pensare che, con il tempo e la staffetta degli altri, si faranno strada; c’è spazio per un discorso che spedisce legna senza circonlocuzioni – non si è costretti a chiedere questo a uno stesso individuo, tra l’altro. Mi dico che i critici degli “intellettuali ermetici” che, per di più, portano Marx sulle spalle, non devono aver letto una sola pagina de “Il Capitale”. Perché “Il Capitale” non è esattamente una passeggiata nel parco, devi darci una sbirciata. Marx può dire di essere molto preoccupato che il suo libro sia “più accessibile alla classe operaia” e anche che “questa considerazione sia superiore a qualsiasi altra”, ma non è certo (questo è un eufemismo) che molti lavoratori abbiano avuto l’accesso da lui voluto. Eppure, questo lavoro non contava molto nella traiettoria storica del movimento operaio, vero? Le opere di pensiero, di difficile accesso per molti, possono quindi, contrariamente alle apparenze, finire per produrre effetti utili per molti. Forse dovremmo chiederci un po’ di questo, non credete? Forse perché le cose sono un po’ meno semplici di quelle che vorrebbero sottoporre tutti gli interventi intellettuali al metro dell'immediatamente accessibile a tutti.
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14/03/2019
Gli inquinatori inquinano anche la lotta contro l’inquinamento
Il 15 marzo studenti di tanti paesi sciopereranno per creare sacrosanto allarme contro il riscaldamento e l’inquinamento globale. Lo faranno rispondendo all’appello Friday for Future, il venerdì per il futuro, lanciato dal movimento svedese della giovane studentessa Greta Thunberg.
È una grande cosa, ma attenti all’ipocrisia degli inquinatori per il “bene del mondo”. Che subito si sono precipitati ad accogliere Greta negli incontri e nelle sedi responsabili dei mali che essa denuncia. Così la studentessa ha parlato al Forum di Davos, dove si riuniscono i padroni del capitalismo mondiale, e davanti alla commissione UE, che con la sua austerità ha avvelenato la Grecia e tante parti d’Europa.
Greta non pare si sia scomposta per questi inviti e ha detto agli ospiti che essi potrebbero fermare il disastro climatico globale e non lo stanno facendo. Ma neppure chi l’aveva chiamata ad intervenire si è particolarmente scomposto. Dopo gli applausi e i sorrisi di circostanza tutti hanno continuato a fare i loro affari e le loro politiche devastanti, esattamente come prima.
In Italia il quotidiano La Repubblica e il nuovo leader sponsorizzato, Zingaretti, sono da giorni impegnati a sostenere il movimento globale contro l’inquinamento.
Ma come... i fanatici del TAV Torino-Lione, la cui costruzione inquinerebbe in maniera irreparabile fino al 2047? I sostenitori delle Grandi Opere che devastano e assorbono i fondi necessari il risanamento ambientale? I veneratori della trinità mercato-profitto-competitività e del capitalismo globale?
Ma come... coloro che quando parlano di economia dimenticano ogni ecologia, oggi che fanno gli ecologisti dimenticando la loro economia? E le spese militari e le guerre dilaganti, dove le mettiamo dal punto di vista del futuro del pianeta?
Fanno bene i giovani a manifestare per la salvezza del pianeta e del genere umano con esso, ma sappiano che ogni lotta ha un avversario. E oggi i primi avversari di chi lotta per il futuro sono il partito del PIL ed il partito della guerra.
Non lasciamo che gli inquinatori inquinino anche la la lotta contro l’inquinamento.
PS: Il 23 marzo a Roma manifesteranno il popolo NOTAV e tutti i movimenti che in Italia lottano contro la devastazione ambientale. Chi manifesta il 15 marzo è invitato, lì Repubblica ed il PD non ci saranno...
Fonte
È una grande cosa, ma attenti all’ipocrisia degli inquinatori per il “bene del mondo”. Che subito si sono precipitati ad accogliere Greta negli incontri e nelle sedi responsabili dei mali che essa denuncia. Così la studentessa ha parlato al Forum di Davos, dove si riuniscono i padroni del capitalismo mondiale, e davanti alla commissione UE, che con la sua austerità ha avvelenato la Grecia e tante parti d’Europa.
Greta non pare si sia scomposta per questi inviti e ha detto agli ospiti che essi potrebbero fermare il disastro climatico globale e non lo stanno facendo. Ma neppure chi l’aveva chiamata ad intervenire si è particolarmente scomposto. Dopo gli applausi e i sorrisi di circostanza tutti hanno continuato a fare i loro affari e le loro politiche devastanti, esattamente come prima.
In Italia il quotidiano La Repubblica e il nuovo leader sponsorizzato, Zingaretti, sono da giorni impegnati a sostenere il movimento globale contro l’inquinamento.
Ma come... i fanatici del TAV Torino-Lione, la cui costruzione inquinerebbe in maniera irreparabile fino al 2047? I sostenitori delle Grandi Opere che devastano e assorbono i fondi necessari il risanamento ambientale? I veneratori della trinità mercato-profitto-competitività e del capitalismo globale?
Ma come... coloro che quando parlano di economia dimenticano ogni ecologia, oggi che fanno gli ecologisti dimenticando la loro economia? E le spese militari e le guerre dilaganti, dove le mettiamo dal punto di vista del futuro del pianeta?
Fanno bene i giovani a manifestare per la salvezza del pianeta e del genere umano con esso, ma sappiano che ogni lotta ha un avversario. E oggi i primi avversari di chi lotta per il futuro sono il partito del PIL ed il partito della guerra.
Non lasciamo che gli inquinatori inquinino anche la la lotta contro l’inquinamento.
PS: Il 23 marzo a Roma manifesteranno il popolo NOTAV e tutti i movimenti che in Italia lottano contro la devastazione ambientale. Chi manifesta il 15 marzo è invitato, lì Repubblica ed il PD non ci saranno...
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14/02/2019
Torino - Polizia impazzita anche sul tram
A Torino le cosiddette “forze dell’ordine” stanno andando fuori controllo, ma soprattutto fuorilegge (dovrebbero essere loro a tutelarla, per capirci…).
Quello che è accaduto ieri pomeriggio – documentato da un video – è decisamente indicativo.
Nel primo pomeriggio la polizia sale e carica sul tram per impedire ai compagni di andare al presidio davanti al comune contro lo sgombero dell’Asilo e la successiva repressione…
Risultato: hanno picchiato un ragazzo che chiedeva solo cosa stesse succedendo e hanno fatto scendere tutti gli altri passeggeri, tra cui una donna che si è incazzata e gli ha gridato: FASCISTI!
Per avere un’idea di come funziona l’informazione di guerra, ecco come riferisce l’episodio la “democratica” Repubblica:
Nuovo presidio anarchico contro lo sgombero dell’asilo occupato di via Alessandria: L’obiettivo questa volta era il municipio dove Chiara Appendino stava tenendo una conferenza stampa. Qualche decina di manifestanti dell’area anarchica torinese stava cercando di avvicinarsi al Comune. Una decina ha cercato di farlo a bordo del tram ma sono stati fermati dalla Digos e dalla polizia in tenuta antisommossa, all’angolo tra via Milano e piazza della Repubblica che ha circondato il tram e fatto scendere una decina di persone. Una donna è stata fermata e portata via su una volante. È accusata di resistenza perché ha reagito al controllo prendendo a calci e pugni gli agenti.Proprio la stessa cosa che vedete in video, no?
Fonte
02/06/2018
2 Giugno. Repubblica e Costituzione
Nonostante il grande pasticcio che si sta comunque presentando sulla scena politica italiana credo vadano spese ancora alcune parole per ricordare l’anniversario del 2 giugno 1946: il giorno in cui l’Italia diventò repubblica cancellando la monarchia che l’aveva condotta alla dittatura e a due guerre mondiali, più a un’altra serie di guerre coloniali il cui tragico ricordo non deve essere perduto. In quel giorno, per la prima volta votarono anche le donne, furono elette deputate/i dell’Assemblea Costituente: da quel consesso, nonostante il profilarsi di una difficile e negativa coincidenza internazionale, scaturì la Costituzione Repubblicana. Un testo per il quale vale ancora la pena impegnarsi per affermarlo e difenderlo.
Due Giugno, festa della Repubblica: in quel giorno nel 1946, nacque la Repubblica e si crearono le premesse perché fosse elaborata, nel giro di due anni, la nostra Costituzione.
Oggi celebriamo la ricorrenza del 2 Giugno in un momento di effettiva difficoltà per la democrazia parlamentare messa in crisi ben oltre i termini nei quali la questione si era posta con le deformazioni costituzionali respinte dal voto popolare il 4 dicembre 2016.
Si è ancora tentato di sperimentare, proprio in questi giorni, una sorta di “Costituzione Materiale”, allo scopo di mutare il rapporto stabilito costituzionalmente tra Stato/Governo/Parlamento (quest’ultimo ormai escluso da ogni qualsivoglia capacità decisionale, dopo averne proclamato il recupero della “centralità”) in nome di una presunta “democrazia diretta” alla quale fare riferimento in forma totalizzante.
Vedremo meglio, in seguito, questi aspetti assolutamente fondamentali.
Vale la pena, allora, entrare nel merito dell’attualità di una difesa dei principi di fondo stabiliti dalla Costituzione Repubblicana, il cui stravolgimento potrebbe significare una pericolosa involuzione del quadro democratico.
Mi soffermerò, quindi, soprattutto su di un aspetto: quello della forma di governo, esaminandolo sul piano teorico, e del suo inserimento all’interno del più ampio quadro delineato dalla forma dello Stato.
Nell’ordinamento giuridico italiano la Costituzione si colloca al vertice delle fonti, essa si trova, cioè, in una posizione primaria rispetto a tutte le altre leggi dello Stato quanto a forza, valore e contenuti.
In essa si riassumono, infatti, i principi fondamentali, organizzativi e spesso anche teleologici della comunità statale.
Diverse sono, però, le accezioni attribuite dalla dottrina al termine “costituzione”.
Da un lato, con il termine “costituzione” si suole indicare il complesso delle norme coessenziali allo Stato, per le quali, cioè, uno Stato è quello che è in un determinato momento storico; intesa così la costituzione si pone con lo stesso porsi dello Stato.
Secondo Costantino Mortati la parola “costituzione”, nel suo significato più generico “vuole designare quel carattere, o quell’insieme di caratteri, ritenuti necessari a individuare l’intima e più propria essenza di ogni entità, differenziandola dalle altre, e pertanto destinata ad accompagnarla in tutto il suo ciclo di vita. Si parla così di costituzione della materia, di costituzione della specie o dei singoli individui che entrano a comporle, sempre per designare la qualità, elementi o parti che, esprimendone la natura sostanziale e condizionandone il modo d’essere, rimangono costanti nel tempo, suscettibili di variazioni solo quantitative, necessariamente contenute entro un margine, al di là del quale verrebbe meno la stessa identità del soggetto cui si riferiscono”.
La nostra Costituzione, in quanto costituzione di uno Stato democratico – sociale, si presenta come patto tra varie forze.
Essa nasce, quindi, dal lavoro di un’Assemblea Costituente che vide la presenza di tutte le forze politiche, con un’articolazione ampia e particolarmente rappresentativa.
Il carattere compromissorio delle disposizioni, frutto di un accordo tra parti politiche di diversa ispirazione ideologica, è un elemento ineliminabile e intrinseco della Costituzione Italiana (quel “margine” cui si riferiva Mortati).
Un altro carattere fondante della nostra Carta Costituzionale è quello della “rigidità”: le norme costituzionali sono sottratte, per esplicito dettato (articolo 138) all’abrogazione o deroga, da parte di leggi ordinarie; la Costituzione Italiana è quindi legge prima e suprema di tutto l’ordinamento repubblicano.
Questo carattere di rigidità è, a un tempo, estrinseco, cioè relativo alle circostanze eccezionali che ne hanno maturato e fatto adottare la nostra Carta fondamentale e , insieme, intrinseco alle disposizioni che la compongono,particolarmente, ma non solo, quella prima parte,che concerne la garanzia dei diritti fondamentali di ogni cittadino.
Rigidità , come abbiamo visto, non vuol dire immodificabilità assoluta: essa è, infatti, ottenibile solo con un procedimento tutto particolare, rafforzato rispetto a qualunque altra legge o deliberazione degli organi dello Stato.
Vediamo brevemente come si sviluppa la normativa della nostra Costituzione: la parte prima è imposta sul criterio cosiddetto della “socialità progressiva”.
Ciò deriva dal fatto che dal titolo primo al titolo quarto vi è un progressivo ampliamento della persona sociale: dalla considerazione del singolo individuo, nelle norme concernenti i rapporti civili, si passa al contesto più ampio della famiglia e della scuola che sono contemplate nel titolo dedicato ai rapporti etico – sociali ; infine, ancora secondo un criterio progressivo, si disciplinano i rapporti economici e i rapporti politici.
Ed è proprio la disciplina dei rapporti politici a costituire un efficace coordinamento tra la prima parte e la seconda, dedicata alla definizione dell’ordinamento della Repubblica.
Ed è questo, del rapporto tra la I e la II parte della Costituzione, il punto su cui si colloca l’equilibrio più delicato che fu raggiunto dai Costituenti e che è stato totalmente trascurato, sia nei tentativi di deformazione falliti nel corso degli anni passati ma anche adesso nell’idea di imporre –come si è già accennato – una “Costituzione Materiale” fondata su di un presunto imperativo da “mandato popolare”.
Un equilibrio, quello tra la prima e la II parte della Costituzione, invece da conservare e arricchire, comunque attaccato da modifiche già avvenute come quella relativa all’articolo 81 sul pareggio di bilancio e al titolo IV della II parte sulle autonomie locali: variazioni delle quali si può esprimere sicuramente un giudizio negativo.
Lo stravolgimento del rapporto tra I e II parte della Costituzione ha rappresentato e continuerà a rappresentare l’obiettivo di coloro i quali intendo trascinare l’equilibrio politico italiano mirando alla formazione di un sistema del tipo di quelli che il politologo americano Colin Crouch, ha definito da tempo come di “post – democrazia”.
Scivola verso l’autoritarismo presidenzialista l’idea dell’ammodernamento necessario della democrazia costituzionale: un’ipotesi che rimane in piedi nonostante il fallimento di diversi tentativi già effettuati e ai quali ci si è già più volte riferiti.
Conservare, quindi,la relazione stretta tra costituzionalismo e democrazia.
Il discorso su costituzionalismo e democrazia, in questa fase di trasformazioni profonde, traversa necessariamente diverse tematiche, dalla forma di governo alla partecipazione politica.
Il tema dei rapporti fra organi politici s’intreccia, peraltro, a quello dei sistemi elettorali,sicuramente non dissociabile; e , insieme, al dibattito sulla rappresentanza politica, la sua funzione, la sua natura. .
E’ un percorso a prima vista poco lineare, che traversa luoghi diversi, tutti però rilevanti ai fini dell’obiettivo che pare oggi fondamentale: indagare le sorti della democrazia.
Non penso a un futuro lontano, ma all’immediato, alle forme che la democrazia verrà assumendo in conseguenza di fattori di vario genere che già premono, alle limitazioni che potrà ancora subire anche sul piano della “cessione di sovranità” in termini sovranazionali: un processo che sta subendo, sia sul piano europeo sia planetario, una battuta d’arresto della quale deve essere tenuto conto.
Raggiungeranno, queste limitazioni, livelli tanto elevati da consentire unicamente la sopravvivenza della democrazia come “puro nome”? Potrà, la nostra, continuare a definirsi una “democrazia pluralista” o assumerà decisamente la natura di una “democrazia maggioritaria”, esercitata magari “a furor di popolo”? E soprattutto, questa è la questione di fondo che vorrei sottoporre al vostro giudizio, la democrazia si accompagnerà ancora ai principi del costituzionalismo che impongono la limitazione del potere?
Questi e altri interrogativi potrebbero riassumersi in uno solo, se lo Stato democratico di diritto sia destinato a continuare.
Il “futuro prossimo” può incidere su entrambe le qualificazioni dello Stato.
Dallo stato democratico, ad esempio, si potrebbe tornare a qualcosa di simile allo Stato rappresentativo, com’era la monarchia uscita dallo Statuto Albertino; oppure lo Stato Italiano, restando in qualche modo una democrazia (trasformata, magari, in democrazia maggioritaria, che è stata reclamata nel corso di queste settimane addirittura alla presenza di una formula elettorale in larga parte di tipo proporzionale usando addirittura la formula “Terza Repubblica”) potrebbe uscire dalla forma dello Stato di diritto.
Si deve così cercare di rispondere anche alla domanda circa il grado di partecipazione e di influenza del “popolo” sulle decisioni che interessano la collettività, verificando fino a che punto tendenze recenti alla costruzione di ibridi (attraverso manipolazioni più o meno vistose) finiscano per incidere sulla stessa forma dello Stato.
Si tratta di capire quanto l’influenza delle mutazioni della forma di governo sulla forma di Stato attraverso alterazioni degli elementi tipici dei suoi modelli, sposti i delicati equilibri su cui si fonda il sistema di relazioni istituzionali in una Repubblica parlamentare come quella voluta dai nostri Costituenti.
Ad esempio, intendendo la “democrazia maggioritaria” come orientata a che “l’indirizzo premiato dal voto popolare non trovi ostacoli istituzionali alla sua più completa attuazione”, si torna, in definitiva, all’idea dell’unicità e concentrazione del potere.
Tutto questo è avvenuto, sia ben chiaro,nel corso della più recente crisi di governo dalla quale se n’è usciti indubbiamente con una torsione di tipo “presidenzialista”.
Si tende, infatti, a realizzare proprio ciò che, per convinzione condivisa, è importante evitare: che il sistema sia “utilizzabile con esclusività, e quindi in via assoluta, da una forza sola o da un complesso organizzato più forte”.
Rivedere il punto iniziale del percorso tortuoso che ha condotto l’ordinamento costituzionale italiano all’incerta situazione attuale, può servire per comprendere meglio la realtà in cui viviamo, e a illuminarci circa le direzioni del suo movimento.
Nel corso degli anni’80 riprese quota il dibattito sul Presidente della Repubblica, in particolare sulla sua elezione.
Proprio quel dibattito sul presidenzialismo che ho trovato spazio anche nella più recente attualità.
La domanda è più interessante da porsi in questo momento può partire considerando che la Presidenza della Repubblica, di per sé, non era oggetto di discussione che, anzi (fino ad allora almeno) poteva dirsi sicuramente l’istituzione meno soggetta a critiche.
In altri tempi la proposta ricorrente era l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica che, si diceva, non solo avrebbe così acquistato un’autorevolezza maggiore, ma sarebbe divenuto maggiormente indipendente dai partiti.
Uno degli obiettivi reali di queste proposte appare evidente: tentare, attraverso l’aggancio all’elezione del Presidente della Repubblica, di semplificare il sistema politico. Dalla necessità per i diversi partiti di aggregarsi in due raggruppamenti ai fini dell’elezione presidenziale avrebbero potuto prendere vita due formazioni contrapposte e, dunque, il bipolarismo e l’alternanza.
Questo risultato, sperato ma eventuale, ne avrebbe comportato dunque un altro che era, invece, sicuro e temibile: la trasformazione del Capo dello Stato in un leader politico contro gli schemi del sistema parlamentare, la fine del suo ruolo neutrale e l’eliminazione della Presidenza come istituzione di garanzia.
Al di là dell’alterazione della forma di governo e delle relazioni fra gli organi costituzionali, l’elezione diretta induce inoltre una trasformazione sostanzialmente più grave: caricando il vincitore di una nuova forza, anche suggestiva, alimenta il mito del “Capo” e personalizza il potere.
Ho preso le mosse dagli anni’80 perché quelle idee nel tempo, hanno prodotto frutti come ora ben si vede proprio nella più stretta attualità.
Oggi siamo di fronte ad un disegno più sottile di modificazione dell’insieme di relazioni istituzionali Presidente /Governo/Parlamento tale da realizzare una “Costituzione Materiale” fondata appunto sull’idea della “totalità” del maggioritario intesa nel senso del presunto rispetto della “volontà del popolo”, evitando il piano della mediazione politica attuata dai corpi intermedi sia politici (i partiti) sia sociali (sindacati, associazioni di categoria).
Ci troviamo così dentro ad una fase nella quale si porrà di nuovo oggettivamente il tema presidenzialista.
Un tema che va di pari passo con la diffusione e il consolidamento del processo di “personalizzazione” del potere riversandosi sulle altre istituzioni monocratiche dai Presidenti di Regione surrettiziamente definiti “Governatori” ai Sindaci.
Con le conseguenze che si sapevano, e che da molti si volevano.
Conseguenze che già incidono sul livello di democraticità del sistema: alcuni interessi sono rimasti senza voce, altri, pure significativamente rappresentati, senza più forza contrattuale.
Gli interessi forti, viceversa, sono diventati invincibili (anche, e forse soprattutto, in sede locale).
Così si scivola nella teoria di Carl Schmitt situata agli antipodi dell’ispirazione parlamentare della nostra Costituzione Repubblicana.
Proprio Schmitt appare l’ispiratore principale dei principi politici che reggono la nuova maggioranza di governo uscita dalle urne il 4 marzo 2018: Infatti, a partire dal saggio su Il concetto del politico Schmitt è convinto che l’essenza del politico – in netta polemica col positivismo giuridico, per il quale il politico è definito in base al concetto di Stato, poi a sua volta definito in base al concetto di politico – stia nella possibilità di distinguere tra chi è amico e chi è nemico. Lo Stato organizza gli amici e li attrezza in maniera adeguata per affrontare la minaccia proveniente dai nemici: ben si capisce, allora, come sovrano sia chi decide su chi è amico e chi è nemico. Tutte le decisioni politiche avvengono in questa maniera: la decisione come tipo originario fonda sempre un ordine a partire da una minaccia che ha una valenza intrinsecamente politica. La decisione del sovrano avviene sempre in uno stato di eccezione (proprio come si è cercato di far apparire proprio in questi giorni): e Schmitt rileva come il normativismo alla Kelsen funzioni soltanto là dove c’è già una normalità dei rapporti e il conflitto è stato risolto; infatti, non è la norma a creare la normalità, ma, piuttosto, è la normalità a rendere possibile l’attuarsi della norma.
Ho già sottolineato come le forma di governo normalmente considerate dagli studiosi, anche ai fini di comparazione (parlamentare, presidenziale, direttoriale, assembleare) sono le forme di governo compatibili, con la nostra forma di Stato e rientrano tutti nel quadro dello Stato democratico di diritto; i modelli conosciuti sono studiati in modo, appunto, da porre limiti al potere.
Repubblica democratica (articolo 1 della Costituzione) è una formula che impone la valutazione della rappresentanza prima ancora dei meccanismi diretti a rendere blindato l’esecutivo, meccanismi di rafforzamento ammissibili solo se e fino a che non si scontrino con il principio democratico, cardine del sistema; e sicuramente l’elezione popolare non basta a fare di un organo monocratico un rappresentante.
Democrazia e rappresentanza, insieme al rispetto delle regole dello Stato di diritto, costituiscono limiti insuperabili sui quali non è possibile cedere alcunché.
Nel nostro Paese il disprezzo delle regole e dei limiti dello Stato di diritto è di giorno, in giorno, più grave e frequente.
Democrazia e costituzionalismo, appaiono parimenti a rischio.
La limitazione del potere (ossia il senso profondo dello Stato di diritto) è già fortemente incrinata, anche per via del peso delle imposizioni sovranazionali derivanti dai Trattati Europei, al riguardo dei quali non s’intravvede spiragli di modificazione per l’assenza di un progetto di democratizzazione come sarebbe indispensabile approntare. L’unico progetto in campo (e massicciamente) è quello populisticamente distruttivo dell’estrema destra nazionalista presente in Occidente ma al potere nei paesi del gruppo di Visegrad. Il recente esito elettorale italiano potrebbe anche spostare questo livello di equilibrio.
Sta venendo meno l’equilibrio complessivo, basato sul pluralismo politico e quindi su di un sistema di differenziazione assai articolato e complesso di garanzie pensate in rapporto ad un pluralismo interno alle altre istituzioni.
Una situazione siffatta vanifica nella sostanza gli obiettivi del costituzionalismo, riproducendo la concentrazione del potere che esso voleva distruggere: concentrazione di potere politico, economico e, ovviamente, del potere d’informazione, oggi determinante.
A prescindere, infatti, da altre considerazioni, nella società delle comunicazioni di massa e delle più elevate tecnologie a disposizione del potere politico, l’esito totalitario viene comunque considerato uno dei rischi più immanenti allo sviluppo della società contemporanea.
Proprio per questo motivo ho voluto soffermarmi ,nel quadro ampio del processo revisionistico che si è tentato di realizzare in Italia sul tema della forma di governo invitando, infine,a considerarlo anche in una prospettiva più ampia: a livello planetario. Infatti, situazioni complesse poste a livello delle superpotenze aprono interrogativi inquietanti che riguardano in primo luogo la democrazia, al punto da farci pensare che la nostra idea di resistere, qui in Italia alla periferia dell’impero, sul nesso tra democrazia e costituzionalismo non rappresenti, semplicemente, un piccolo gesto di provincialismo ma abbia un significato molto più ampio.
Un punto da rammentare proprio in occasione della ricorrenza del 2 giugno 1946: il giorno nel quale il voto popolare sancì il distacco dalla monarchia e l’avvento della Repubblica.
Fonte
06/01/2018
Le fake news di Repubblica sulla Siria. Costretta a cambiare articolo e titolo...
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico
Un Annuario delle Figuracce della Stampa? Non sappiamo se esista, ma – se lo è – l’articolo double-face di Repubblica sull’Osservatorio dei diritti umani in Siria, certamente, meriterebbe la copertina.
Questi i fatti.
Il 4 gennaio 2017 il quotidiano di De Benedetti pubblica un articolo (qui lo screenshoot) – a firma Carlo Ciavoni – intitolato “Siria, le narrazioni fasulle dell’Osservatorio siriano sui diritti che copre i crimini dei cosiddetti ribelli”. Un titolo davvero sconvolgente considerando che, proprio sulle bufale dell’Osservatorio, Repubblica ha, per ben sei anni, basato gli articoli sulla guerra alla Siria. Il clamore sulla Rete è immediato: Ciavoni, verosimilmente soddisfatto del suo lavoro, riporta l’articolo sul suo profilo Twitter; l’Antidiplomatico pubblica un articolo sull’ipocrisia di un giornale che – ora che i tagliagole sono allo sbando – cerca di rifarsi una verginità; qualcuno su Facebook spiega il voltafaccia di Repubblica come miracolo posticipato di un Natale appena passato.
Ma ecco che Repubblica – verosimilmente illudendosi che non esistano strumenti per recuperare vecchie versioni di testo in Rete – pubblica – 5 Gennaio ore 12,40 – nello stesso indirizzo web (e con la stessa data) un articolo, ben diverso, intitolato: “Siria, chi c’è dietro l’Osservatorio sui diritti” (qui lo screenshoot) . Scompaiono in questa ultima versione ogni riferimento alla “scarsa o nulla attendibilità dell’Osservatorio” ad una “non meglio precisata agenzia britannica (che finanzia l’Osservatorio)” – ve lo diciamo noi: l’MI6, il servizio segreto britannico – ai “civili usati dai mercenari come scudi umani” e tante altre cosette (chi volesse confrontare la vecchia con la nuova versione dell’articolo non ha che da cliccare qui).
È tutto. I commenti ve li risparmiamo. Solo un consiglio: se proprio volete leggere i giornali mainstream, tenetevi stretto il sito Archive.org e relativi screenshoot perché (lo si è visto anche con il “caso Regeni”) quelli on line sono volubili. E, a volte, per far cambiare un articolo, basta una telefonata da Londra.
Fonte
19/12/2017
22 dicembre 1947, settant’anni fa: l’Assemblea Costituente vota la Costituzione Repubblicana
22 dicembre 1947: l’Assemblea Costituente approva il testo della Costituzione Repubblicana con 453 voti favorevoli e 62 contrari, dopo 170 sedute di discussione. Il 27 dicembre la Costituzione sarà firmata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola che assumerà il titolo di Presidente della Repubblica, dal presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dal Guardasigilli Giuseppe Grasso. Il testo entrerà in vigore il 1 gennaio 1948 al momento della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Una data da ricordare con grande evidenza in particolare in questa fase storica, dopo che il voto popolare – 4 dicembre 2016 – ha respinto un tentativo di modifica in senso autoritario di alcune norme fondamentali e – a distanza appunto di settant’anni – abbiamo ancora parti del dettato costituzionale non applicate oppure solo parzialmente attuate.
Non solo: abbiamo già verificato modifiche in senso negativo come quella riguardante l’articolo 81 con l’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio o la pasticciata “deforma”, votata nel 2001, del titolo V riguardante il rapporto tra lo Stato e le Autonomie Locali.
Vale la pena allora ritornare sia pure schematicamente su alcuni punti di riflessione sviluppati attorno al testo della nostra Carta fondamentale.
La Costituzione democratica e la trasformazione dello Stato
La Costituzione Repubblicana è stata scritta, com’è noto, mentre andava rompendosi la solidarietà antifascista e i conflitti crescevano d’intensità su tutti i terreni, schierando le forze politiche e sociali in due campi contrapposti sul piano nazionale e internazionale.
In quel frangente verificatosi all’indomani di una delle più grandi tragedie della storia, le forze politiche rappresentative della società italiana presenti nell’Assemblea Costituente scelsero la strada di ricercare un intento comune definendo l’obiettivo del rinnovamento dello Stato, in linea con l’esito elettorale del 2 giugno 1946, allorché cittadine (ammesse per la prima volta al voto) e cittadini avevano scelto la Repubblica.
Il dato di novità più importante, registratosi subito all’avvio del lavoro del nuovo consesso ed espressosi anche nella composizione stessa della Commissione dei 75 incaricati di redigere materialmente il nuovo testo costituzionale che avrebbe sostituito lo Statuto Albertino, fu rappresentato dal ruolo dei partiti che si presentavano subito come protagonisti di una scena politica profondamente trasformata rispetto al passato.
Nella dialettica tra continuità e mutamento che ha segnato gli anni della formazione dell’Italia Democratica, la Costituzione repubblicana ha rappresentato un elemento essenziale attorno al quale si raccolsero gli altri due momenti fondanti del nuovo periodo della storia italiana: la lotta di resistenza antifascista e la battaglia per la repubblica.
La Carta Costituzionale, è bene precisarlo subito, è stata anzitutto il risultato politico dell’intesa tra i tre grandi partiti di massa, la DC, il Pci e il Psi, che su questo terreno riuscirono a intendersi meglio e procedere in un accordo ben maggiore di quanto non fosse riuscito loro a livello di governo e di confronto politico e ideologico.
Il punto d’incontro fu rappresentato, ed è bene rilevarlo proprio in quest’occasione, dalla concordanza sui principi fondamentali dello Stato repubblicano, ben più articolati e innovativi di quelli posti a fondamento dello Stato liberale.
Lo stato liberale era espressione di una società semplice, non ancora distinta per interessi e partiti organizzati, rappresentata da un ceto politico omogeneo di estrazione largamente proprietaria – borghese: ecco, al di là del proprietario – borghese, ma sotto l’aspetto di un “ceto politico omogeneo” questo è il punto di arretramento al quale intendono portarci adesso i fautori della personalizzazione (primarie e collegi uninominali, presidenzialismo) e della governabilità.
Torniamo però al modello di Costituzione scaturita dall’accordo tra i partiti di massa, nell’intento di superare – appunto – la concezione dello Stato liberale nella sostanza, come “Stato – amministrativo”, nell’avversione verso il principio politico di segno democratico della sovranità popolare.
Nella Costituzione repubblicana del ’48 si era affermata, invece, la funzione centrale dei partiti politici, come strumento per l’esercizio della sovranità del popolo, e non più solo dello Stato come amministratore.
La assegnazione ai partiti di un rango di livello costituzionale attraverso l’articolo 49 (mai completamente applicato, peraltro) ha significato, in sostanza, la scelta di una Repubblica parlamentare come forma di Stato.
Dal concetto di Repubblica parlamentare derivano: la centralità dei consessi elettivi, la limitazione del ruolo del governo, il rifiuto del presidenzialismo. Tutti elementi distintivi che è necessario difendere ancor oggi.
La modifica del sistema elettorale in senso maggioritario, avvenuta nel 1993, l’esasperazione del concetto di personalizzazione della politica hanno messo in discussione questi principi fondativi.
In particolare l’affermazione del concetto di personalizzazione della politica (fittiziamente contrabbandato anche nelle liste elettorali attraverso l’imposizione della designazione – con tanto di indicazione nella scheda – del “Capo della Coalizione” e adesso del “Capo della Forza Politica”).
A questo si è pericolosamente modificata la stessa natura della soggettività politica (già alterata dal mutamento profondo nei meccanismi di comunicazione) al punto da veder affermato il concetto di “partito Personale”.
In questo modo è venuta via via affermandosi una trasformazione nel senso di una sostanziale riduzione nei margini di agibilità democratica, in nome del primato del liberismo economico, del taglio di un presunto eccesso di domanda sociale, di sostanziale riduzione nel rapporto tra politica e società, di affermazione di una “autonomia del politico” fondata su di una separazione basata su veri e propri privilegi di casta.
Al momento della costruzione della Costituzione Repubblicana si era affermato invece il passaggio dallo Stato liberale – borghese (quello cui oggi si tende a voler definitivamente tornare), che non interveniva nella direzione dell’economia e nella regolazione della società e stentava a riconoscere l’organizzazione dei partiti, allo Stato pluriclasse, allo Stato sociale che trovava un momento di realizzazione per quanto parziale e contraddittoria proprio nella tutela costituzionale assicurata ai diritti politici e sociali dei cittadini, visti come persone dotate di autonomia di fronte allo Stato e unite da vincoli di socialità e solidarietà.
Su questo terreno dei principi fondamentali, del riconoscimento costituzionale dei diritti sociali, della funzione centrale dei partiti nella democrazia repubblicana si era determinata un sostanziale convergenza tra i grandi partiti di massa che erano stati protagonisti della Resistenza.
Le espressioni del solidarismo, nelle diverse accezioni cristiana e marxista, rappresentarono il cemento più forte che contribuì a saldare l’intesa costituzionale fra i maggiori partiti e ne rappresentò la base comune per l’inserimento nel testo della Carta fondamentale delle norme a carattere programmatico e dei diritti sociali.
Ma l’accordo tra i partiti di massa, realizzato appunto sui principi fondamentali e sulla centralità dei partiti nel nuovo sistema democratico, si rivelò molto più faticoso da conseguire quando si trattò di definire le forme di organizzazione dello Stato.
Calamandrei scrisse: “il problema dell’organizzazione dei poteri è quello delle forze che governano i meccanismi del potere non sono due problemi distinti: sono tutt’uno e solo un approccio che li affronti assieme appare storicamente corretto e utile”.
Questo approccio “corretto e utile” si affermò solo parzialmente e fu alla base dei ritardi, dei difetti, della sostanziale incompletezza nell’applicazione del dettato costituzionale, nel corso degli anni di tutto il dopoguerra fino alla crisi della “infinita transizione” di fine secolo che si protrae ancora oggi.
Una infinita transizione che pare proprio aver virato di bordo verso l’idea di un vero e proprio ritorno all’indietro, a rapporti politici e sociali di stampo ottocentesco, sia pure mascherati dalle esigenze dell’apparire imposte da novità tecnologiche incentrate quasi esclusivamente sull’indirizzo del formare una “società dell’immagine” le cui espressioni di dominio sarebbero ormai affidate soltanto all’economia e alla tecnica.
“Società dell’immagine” governabile quindi soltanto da una sorta di neo-notabilato, un ceto nel quale l’intreccio dovrebbe realizzarsi tra “autonomia del politico” e “autonomia del tecnologico”: intreccio posto al di fuori da qualsiasi possibilità di intervento e controllo sociale. Con le elezioni ridotte a ratifica della “governabilità”.
La discussione alla Costituente sul tema dell’organizzazione dello Stato era stata avviata nel Marzo del 1947, quando al governo c’era ancora la coalizione tripartitica, e si concluse alla fine di quell’anno quando appariva definito, dopo il Piano Marshall e il Cominform, un sistema mondiale di tipo bipolare.
La Costituzione Italiana, votata il 22 dicembre 1947 e promulgata il 1 gennaio 1948, vide la luce quando era già profondamente mutato il quadro politico e sociale su cui era stata fondata.
Si verificò così il fenomeno cui si è già accennato poc’anzi: lo Stato nuovo, che doveva nascere dall’attuazione di quell’innovativo dettato costituzionale, fu bloccato dal prevalere dello scontro politico e sociale tra le forze che si erano unite nel progetto di costruire una democrazia sociale avanzata dentro un’adeguata cornice istituzionale, che avrebbe dovuto segnare una rottura con il precedente ordinamento statale.
Così non avvenne, se non parzialmente e rimase la necessità di realizzare una effettiva corrispondenza tra le forme istituzionali del potere e forze e rapporti sociali: corrispondenza dalla quale realizzare un effettivo indirizzo politico.
Da quel varco sono passati, nel corso di questa lunga crisi politica e morale, i fautori di una sorta di “Grande Riforma” i cui termini negativi sono già stati ampiamente descritti.
“Grande riforma” di stampo presidenzialista che persiste nelle intenzioni di una sorta di “coalizione dominante” nonostante il risultato elettorale del referendum 2016 allorquando l’idea della verticalizzazione del potere si scontrò, perdendo, con l’orizzontalità della complessa dimensione sociale.
L’idea presidenzialista intesa come accentramento della gestione del potere sta ancora nelle aspirazioni e nei disegni di settori consistenti dell’establishment e delle lobbie tecnocratiche: l’idea, cioè, dello Stato esclusivamente “amministratore”.
Dobbiamo riprendere, quale insegna di una battaglia democratica, quanto i partiti della sinistra espressero nella fase Costituente: l’idea, cioè, di una repubblica fondata sulle Camere (e quindi sulla rappresentanza politica) intese come suprema espressione della volontà popolare e non certo su di un governo espressione di “lobbies” più o meno occulte come ci è capitato di subire nel corso degli ultimi anni, vissuti sempre, sotto questo aspetto, “border line” rispetto alla legalità repubblicana. Una situazione che ha dato spazio prima alla cosiddetta antipolitica, poi addirittura della “inpolitica” ossia assenza di politica testimoniata dal calo verticale della partecipazione, non soltanto elettorale.
A settant’anni di distanza è ancora necessario continuare a battersi per la Repubblica del “Parlamento come specchio del Paese” contro la torbida idea della “Rinascita Nazionale” portata avanti dagli epigoni della P2 di Licio Gelli.
Fonte
05/12/2017
“Cosi si finanzia la fabbrica delle fake news”. La nostra risposta al quotidiano “La Repubblica”
Su La Repubblica di domenica 3 dicembre, a pagina 6 e 7, leggiamo un articolo a firma Carlo Bonini e Giuliano Foschini dal titolo “Cosi si finanzia la fabbrica delle fake news”. Per un attimo, dobbiamo essere onesti, ci siamo illusi che il giornale di De Benedetti avesse finalmente scoperto lo scoop de il Sole 24 ore sui legami tra i servizi segreti italiani e l’”informazione” in questo paese attraverso i conti della Banca Popolare di Vicenza. Ma è stato appunto un attimo, perché si tratta della solita bieca speculazione di terza categoria per alimentare quel maccartismo e quella russofobia con cui si vuole annientare tutto quello che sfugge al rigido sistema dell’informazione in Italia.
Nell’articolo, il duo Bonini e Foschini con il supporto di David Puente – definito “uno dei più capaci, affidabili e profondi conoscitori della comunicazione online. In gergo è un debunker, uno svelatore di mistificazioni. Un cavaliere bianco. Con lui si fa un’interessante scoperta” – mette la testata giornalistica l’AntiDiplomatico in un calderone per far passare il messaggio che il nostro giornale produca notizie false per conti terzi.
Finanziati come? Quale sarebbe la scoperta del “cavaliere bianco” che il duo di Repubblica vende come “ecco come si finanzia la fabbrica delle fake news”?
L’articolo ci chiama in causa attraverso l’agenzia pubblicitaria con sede a Londra Clickio.
Clickio, come risponde Jacopo Gerini nello stesso articolo di Repubblica che da quel punto si riesce a ridicolizzare da solo, è semplicemente una delle agenzie pubblicitarie che ottimizza la pubblicità di Google come le centinaia che ormai esistono. Quest’agenzia con sede a Londra, che apprendiamo da Repubblica avere un proprietario russo, ha iniziato a collaborare con l’AntiDiplomatico, così come altre tre agenzie che fanno lo stesso lavoro di Clickio: Vertis Media (sede a Londra, proprietario russo? Forse, non lo sappiamo e aspettiamo la prossima “inchiesta” di Repubblica), Lucky Adv e KKadX (proprietari italiani con sede in Italia con forse qualche discendenza russa ma che al momento non conosciamo).
La scelta, molto combattuta all’interno della redazione, di inserire la pubblicità è stata presa per tentare di trasformare il grande e sempre maggiore seguito della nostra testata giornalistica in un introito tale da poter rendere quella che oggi è una redazione informale con contributi volontari in una redazione strutturata.
Si tratta al momento di un miraggio. Dalle 4 agenzie di ottimizzazione con cui l’AntiDiplomatico collabora al momento gli ingressi sono inferiori ai 500 euro mensili. Chi lavora online – e soprattutto chi fa informazione online senza editori dietro – sa che il grosso della fetta resta nelle mani del monopolista Google e anche le agenzie di intermediazione, come le 4 citate in precedenza, prendono solo le briciole.
Fino ad oggi abbiamo ricevuto insulti, ingiurie e diffamazione di bassissimo livello a cui abbiamo risposto sempre sul piano editoriale e attraverso i contenuti, perché riteniamo che questo debba essere sempre il piano di riferimento. Abbiamo desistito anche quando le diffamazioni e gli insulti provenivano da chi viene finanziato da colossi come Fiat-Crysler o altre grandi corporazioni internazionali.
Oggi, però, come redazione abbiamo deciso di porre un limite. L’articolo di Bonini e Foschini ha superato la soglia di tolleranza possibile per le falsità oscene e le accuse, dirette e indirette, sui presunti finanziamenti.
Vogliamo anche dare un messaggio preciso a tutti coloro che le attività di debunking delle fake news reali, quelle del mainstream, le fanno ogni giorno e che ora rischiano di non averne più diritto.
Per tutte queste ragioni, annunciamo che abbiamo già dato mandato ai nostri legali di agire sia in sede civile che penale nei confronti degli autori dell’articolo di Repubblica, del direttore responsabile e di chi ci ha messo nel calderone dei siti “fabbricatori di bufale”.
Da oggi, inoltre, quereleremo tutti coloro che assoceranno il lavoro, al momento di fatto volontario, de l’AntiDiplomatico a presunti finanziatori russi o di qualunque altra nazionalità, e che bolleranno la nostra testata quale sito di “fake news”. Che la teoria sia quella “Putin che utilizza Google per finanziarci” di Repubblica o qualunque altra stralunata invenzione dovessero partorire gli sceneggiatori in questione.
Sarà quindi un tribunale italiano a giudicare se siamo un “sito di fake news” e non una testata giornalistica regolarmente registrata che ha il diritto di esprimere un’opinione diversa da quella di De Benedetti.
E sarà un tribunale italiano a dire se Clickio, come fatto intendere da Bonini e Foschini, ha dettato contenuti editoriali alla testata giornalistica L’AntiDiplomatico.
Chiederemo i danni anche a tutti coloro che, come in quest’articolo de il Foglio, hanno scritto, scrivono e dovessero continuare a scrivere vili “fake news” sulla reputazione, onorabilità e professionalità del nostro direttore editoriale Alessandro Bianchi.
Se volete annientarci in questo modo, sappiate che la vostra disperazione sarà la spinta più grande per continuare ad informare.
Fonte
Nell’articolo, il duo Bonini e Foschini con il supporto di David Puente – definito “uno dei più capaci, affidabili e profondi conoscitori della comunicazione online. In gergo è un debunker, uno svelatore di mistificazioni. Un cavaliere bianco. Con lui si fa un’interessante scoperta” – mette la testata giornalistica l’AntiDiplomatico in un calderone per far passare il messaggio che il nostro giornale produca notizie false per conti terzi.
Finanziati come? Quale sarebbe la scoperta del “cavaliere bianco” che il duo di Repubblica vende come “ecco come si finanzia la fabbrica delle fake news”?
L’articolo ci chiama in causa attraverso l’agenzia pubblicitaria con sede a Londra Clickio.
Clickio, come risponde Jacopo Gerini nello stesso articolo di Repubblica che da quel punto si riesce a ridicolizzare da solo, è semplicemente una delle agenzie pubblicitarie che ottimizza la pubblicità di Google come le centinaia che ormai esistono. Quest’agenzia con sede a Londra, che apprendiamo da Repubblica avere un proprietario russo, ha iniziato a collaborare con l’AntiDiplomatico, così come altre tre agenzie che fanno lo stesso lavoro di Clickio: Vertis Media (sede a Londra, proprietario russo? Forse, non lo sappiamo e aspettiamo la prossima “inchiesta” di Repubblica), Lucky Adv e KKadX (proprietari italiani con sede in Italia con forse qualche discendenza russa ma che al momento non conosciamo).
La scelta, molto combattuta all’interno della redazione, di inserire la pubblicità è stata presa per tentare di trasformare il grande e sempre maggiore seguito della nostra testata giornalistica in un introito tale da poter rendere quella che oggi è una redazione informale con contributi volontari in una redazione strutturata.
Si tratta al momento di un miraggio. Dalle 4 agenzie di ottimizzazione con cui l’AntiDiplomatico collabora al momento gli ingressi sono inferiori ai 500 euro mensili. Chi lavora online – e soprattutto chi fa informazione online senza editori dietro – sa che il grosso della fetta resta nelle mani del monopolista Google e anche le agenzie di intermediazione, come le 4 citate in precedenza, prendono solo le briciole.
Fino ad oggi abbiamo ricevuto insulti, ingiurie e diffamazione di bassissimo livello a cui abbiamo risposto sempre sul piano editoriale e attraverso i contenuti, perché riteniamo che questo debba essere sempre il piano di riferimento. Abbiamo desistito anche quando le diffamazioni e gli insulti provenivano da chi viene finanziato da colossi come Fiat-Crysler o altre grandi corporazioni internazionali.
Oggi, però, come redazione abbiamo deciso di porre un limite. L’articolo di Bonini e Foschini ha superato la soglia di tolleranza possibile per le falsità oscene e le accuse, dirette e indirette, sui presunti finanziamenti.
Vogliamo anche dare un messaggio preciso a tutti coloro che le attività di debunking delle fake news reali, quelle del mainstream, le fanno ogni giorno e che ora rischiano di non averne più diritto.
Per tutte queste ragioni, annunciamo che abbiamo già dato mandato ai nostri legali di agire sia in sede civile che penale nei confronti degli autori dell’articolo di Repubblica, del direttore responsabile e di chi ci ha messo nel calderone dei siti “fabbricatori di bufale”.
Da oggi, inoltre, quereleremo tutti coloro che assoceranno il lavoro, al momento di fatto volontario, de l’AntiDiplomatico a presunti finanziatori russi o di qualunque altra nazionalità, e che bolleranno la nostra testata quale sito di “fake news”. Che la teoria sia quella “Putin che utilizza Google per finanziarci” di Repubblica o qualunque altra stralunata invenzione dovessero partorire gli sceneggiatori in questione.
Sarà quindi un tribunale italiano a giudicare se siamo un “sito di fake news” e non una testata giornalistica regolarmente registrata che ha il diritto di esprimere un’opinione diversa da quella di De Benedetti.
E sarà un tribunale italiano a dire se Clickio, come fatto intendere da Bonini e Foschini, ha dettato contenuti editoriali alla testata giornalistica L’AntiDiplomatico.
Chiederemo i danni anche a tutti coloro che, come in quest’articolo de il Foglio, hanno scritto, scrivono e dovessero continuare a scrivere vili “fake news” sulla reputazione, onorabilità e professionalità del nostro direttore editoriale Alessandro Bianchi.
Se volete annientarci in questo modo, sappiate che la vostra disperazione sarà la spinta più grande per continuare ad informare.
Fonte
22/11/2017
Una Repubblica che abbraccia il franchista
I tempi cambiano, che ci vuoi fare... La prima pagina della nuova Repubblica apre con Mariano Rajoy. E non per una notizia che bisogna dare a tutti i costi, ma per un’intervista (“un’iniziativa”, in gergo redazionale) realizzata dallo stesso direttore, Mario Calabresi.
Sembra ieri che Scalfari e altri fondatori di Repubblica si presentavano all’università per “fare la colletta”. Volevano aprire un quotidiano, loro che già facevano sfracelli con L’Espresso, il settimanale più letto negli anni ‘70. Ripetevano i gesti già fatti da quelli de il manifesto, e poi dai fondatori di Lotta Continua e il Quotidiano dei lavoratori.
Certo, erano molto diversi... Parecchio più snob, alcuni. Compagni alla mano, altri (Carlo Rivolta, per esempio). Comunque un legame c’era, nello spirito del tempo. Un legame poi pervertito quando quella fetta di “classe dirigente” smise di guardare criticamente, da fuori, quello che avveniva nelle segrete stanze del potere e ci entrò con tutti e due i piedi.
Non che poi abbia dismesso improvvisamente la critica. Ma la smussò nell’attenzione al dettaglio (questo sì, quello no), nel sostegno ai possibili “cavalli di razza” di un cambiamento tutto endogeno (Mariotto Segni, Craxi, De Mita, Rutelli, e poi Veltroni, D’Alema, Monti, Renzi, Gentiloni e...).
E già dalla lista si vede che quel “legame” con il mondo della “sinistra”, esibito ai tempi della “contestazione”, è diventato con gli anni un cappio al collo – o ai cervelli – di quanti hanno diluito il “progressismo” nell’acqua gelida del neoliberismo trionfante.
Però, dirà qualcuno, “hanno pur sempre mantenuto una forte centralità della tematica dei diritti”. Basta intendersi su quali. Quelli civili, certamente. In fondo sono gratuiti, basta eliminare un po’ di divieti bigotti e fuori tempo. Insomma, devi esser libero di fare sesso con un dromedario, se ti va. Ma non devi rompere i coglioni con la voglia di un salario decente, una sanità pubblica inclusiva, una scuola pubblica che pensi a formare il sapere (critico) delle nuove generazioni, un’edilizia pubblica che liberi le strade da senzatetto magari working poor, una pensione dignitosa a un’età che non coincida con quella della morte.
Questi sono diritti sociali, che hanno un costo. Dunque se ne può e se ne deve fare a meno. Chi ha i soldi se li può permettere, gli altri che si arrangino.
Per chiarire meglio il cambiamento avvenuto la “nuova” Repubblica che ha esordito oggi in edicola apre appunto con una maxi-intervista a un vero campione dei diritti civili: Mariano Rajoy, leader spagnolo (post?) franchista affiliato al Ppe. Uno che se vede un dromedario chiama la Guardia Civil...
La nuova Repubblica è “sinistra” quanto un commissario di polizia. Che poi la diriga un figlio, è un dettaglio forse rivelatore...
Fonte
Sembra ieri che Scalfari e altri fondatori di Repubblica si presentavano all’università per “fare la colletta”. Volevano aprire un quotidiano, loro che già facevano sfracelli con L’Espresso, il settimanale più letto negli anni ‘70. Ripetevano i gesti già fatti da quelli de il manifesto, e poi dai fondatori di Lotta Continua e il Quotidiano dei lavoratori.
Certo, erano molto diversi... Parecchio più snob, alcuni. Compagni alla mano, altri (Carlo Rivolta, per esempio). Comunque un legame c’era, nello spirito del tempo. Un legame poi pervertito quando quella fetta di “classe dirigente” smise di guardare criticamente, da fuori, quello che avveniva nelle segrete stanze del potere e ci entrò con tutti e due i piedi.
Non che poi abbia dismesso improvvisamente la critica. Ma la smussò nell’attenzione al dettaglio (questo sì, quello no), nel sostegno ai possibili “cavalli di razza” di un cambiamento tutto endogeno (Mariotto Segni, Craxi, De Mita, Rutelli, e poi Veltroni, D’Alema, Monti, Renzi, Gentiloni e...).
E già dalla lista si vede che quel “legame” con il mondo della “sinistra”, esibito ai tempi della “contestazione”, è diventato con gli anni un cappio al collo – o ai cervelli – di quanti hanno diluito il “progressismo” nell’acqua gelida del neoliberismo trionfante.
Però, dirà qualcuno, “hanno pur sempre mantenuto una forte centralità della tematica dei diritti”. Basta intendersi su quali. Quelli civili, certamente. In fondo sono gratuiti, basta eliminare un po’ di divieti bigotti e fuori tempo. Insomma, devi esser libero di fare sesso con un dromedario, se ti va. Ma non devi rompere i coglioni con la voglia di un salario decente, una sanità pubblica inclusiva, una scuola pubblica che pensi a formare il sapere (critico) delle nuove generazioni, un’edilizia pubblica che liberi le strade da senzatetto magari working poor, una pensione dignitosa a un’età che non coincida con quella della morte.
Questi sono diritti sociali, che hanno un costo. Dunque se ne può e se ne deve fare a meno. Chi ha i soldi se li può permettere, gli altri che si arrangino.
Per chiarire meglio il cambiamento avvenuto la “nuova” Repubblica che ha esordito oggi in edicola apre appunto con una maxi-intervista a un vero campione dei diritti civili: Mariano Rajoy, leader spagnolo (post?) franchista affiliato al Ppe. Uno che se vede un dromedario chiama la Guardia Civil...
La nuova Repubblica è “sinistra” quanto un commissario di polizia. Che poi la diriga un figlio, è un dettaglio forse rivelatore...
Fonte
27/10/2017
Barcellona: il Parlament proclama la Repubblica Catalana
La sfida iniziata nel 2010 dal movimento indipendentista catalano ha incassato oggi una importante vittoria, sancendo quel distacco formale dallo Stato Spagnolo che fino solo a poche ore prima sembrava sul punto di tramontare.
Al termine di un dibattito parlamentare iniziato intorno alle 13.30 e non essendo andato in porto il tentativo ostruzionista delle opposizioni di destra e dei socialisti, la maggioranza dei deputati del Parlament di Barcellona ha votato la risoluzione, presentata dai gruppi di Junts pel Si e della Cup, che proclama la Repubblica catalana come come stato indipendente e sovrano, “di diritto, democratico e sociale”.
Subito dopo la fine di un dibattito teso e ovviamente caratterizzato da accuse e controaccuse, i gruppi parlamentari dei partiti nazionalisti spagnoli – PP, C’s e PSC – hanno abbandonato l’emiciclo non riconoscendo la legittimità del voto. Al voto, per appello nominale, hanno partecipato quindi esclusivamente i deputati della maggioranza indipendentista e di Catalunya Si Que Es Pot (Podemos più altre formazioni regionali di centrosinistra come ICV e EUiA).
I gruppi di Junts pel Si – formato da PDeCat e Erc – e della Cup hanno chiesto e ottenuto il ‘voto segreto’ sulle risoluzioni inerenti la dichiarazione d’indipendenza. Anna Gabriel, a nome degli anticapitalisti, ha sostenuto la proposta dei soci di governo affermando che, pur trattandosi di una modalità aliena alla propria cultura politica, il voto segreto era necessario per evitare che i deputati indipendentisti siano perseguitati dalla magistratura spagnola in virtù dell’esercizio delle loro prerogative.
A favore dell’indipendenza hanno votato 70 deputati, dieci hanno votato contro e due (probabilmente appartenenti al PDeCat) hanno votato scheda bianca. Contrariamente ai loro colleghi del gruppo CSQP, i tre parlamentari di Podem non hanno mostrato cosa avevano votato prima di inserire la scheda nell’urna. Nelle ore precedenti all’inizio della seduta si era diffusa la voce che i deputati della formazione fossero orientati a votare contro la dichiarazione di indipendenza ma a favore della mozione collegata che afferma la volontà di iniziare un processo costituente, democratico e inclusivo.
Invece Puigdemont, che ieri aveva provato ad azzerare tutto andando a elezioni anticipate sulla base di una mediazione con il governo spagnolo rivelatasi poi inconsistente, ha annunciato in mattinata che oggi non sarebbe intervenuto durante lo storico dibattito parlamentare.
Se il 10 ottobre scorso la gran folla che si era radunata vicino al Parlament aveva accolto con delusione la “sospensione” della dichiarazione di indipendenza da parte del capo del Govern ma aveva abbandonato la piazza con la coda tra le gambe, ieri l’annuncio di Puigdemont ha creato una vera e propria ribellione di massa degli ambienti indipendentisti, che oggi si sono mobilitati.
Ed oggi molte migliaia di studenti, lavoratori, contadini con i loro trattori, militanti delle associazioni indipendentiste e dei Comitati per la Difesa della Repubblica (evoluzione dei Comitati per la Difesa del Referendum formati nei quartieri e nei paesi per organizzare e proteggere la consultazione del Primo Ottobre) hanno presidiato lo spazio esterno al Parlament fin dal mattino non solo per denunciare la repressione e il golpe spagnolo in via di votazione al Senato di Madrid, ma anche per ricordare a Puigdemont e al suo partito che la volontà popolare si è espressa e che non permetteranno che il risultato venga scippato da qualcuno in nome di un negoziato impossibile.
Nel tardo pomeriggio decine di migliaia di persone si sono riversate in piazza Sant Jaume, nel centro di Barcellona, per festeggiare.
Anche alcune centinaia di sindaci sono arrivati da tutta la Catalunya per assistere alla storica seduta, chiamati a raccolta dall’Associazione dei Municipi Indipendentisti. Nei giorni scorsi alcuni Comuni catalani hanno già proclamato la Repubblica per in qualche modo condizionare il tentennante capo del governo locale. Dopo il voto del Parlament la sindaca di Badalona Dolors Sabater ha letto un manifesto in cui i municipi si impegnano a difendere la nuova Repubblica.
Nel frattempo, come detto, il Senato spagnolo ha votato a stragrande maggioranza l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che sospende l’autogoverno della Catalogna e ne commissiona le istituzioni. A favore hanno votato i senatori del PP, di Ciudadanos, del Psoe e di altre formazioni regionali di centro-destra. I voti a favore sono stati 214, quelli contrari 47 e un senatore si è astenuto. Non hanno partecipato al voto né l’ex governatore socialista della Catalogna José Montilla né il senatore socialista delle Baleari (territorio di lingua e cultura catalana) Francesc Antich, a dimostrazione che dentro il Psoe la scelta da parte della direzione di associarsi alla destra nazionalista contro il movimento catalano ha creato più di una frattura.
Sprezzanti ovviamente i commenti dei leader politici dei partiti nazionalisti spagnoli. Ma anche i leader di Podemos, sia a livello locale che statale, sono stati molto duri. Per Pablo Iglesias, così come per Alberto Garzon (leader di Izquierda Unida) il parlamento catalano non aveva la legittimità per proclamare l’indipendenza, considerata un passo sbagliato perché rafforzerebbe il governo di Mariano Rajoy. Anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha preso nettamente le distanze dalla proclamazione della Repubblica con un esplicito “non in mio nome”.
Pronta e ferma anche la condanna da parte dei principali leader dell’Unione Europea e degli stati più importanti, a partire da Francia e Germania che hanno riconfermato il loro pieno sostegno a Madrid, alla legalità e alla Costituzione. Il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha affermato “che nulla è cambiato per l’Unione Europea e che la Spagna rimarrà l’unico interlocutore delle istituzioni comunitarie”.
In un messaggio il governo degli Stati Uniti ha espresso la sua solidarietà a Madrid e il proprio sostegno alle iniziative che il governo spagnolo vorrà intraprendere “per ristabilire la legalità”. Anche l’Onu ha chiesto oggi una ricomposizione del conflitto ma all’interno del quadro costituzionale spagnolo.
Fonte
Al termine di un dibattito parlamentare iniziato intorno alle 13.30 e non essendo andato in porto il tentativo ostruzionista delle opposizioni di destra e dei socialisti, la maggioranza dei deputati del Parlament di Barcellona ha votato la risoluzione, presentata dai gruppi di Junts pel Si e della Cup, che proclama la Repubblica catalana come come stato indipendente e sovrano, “di diritto, democratico e sociale”.
Subito dopo la fine di un dibattito teso e ovviamente caratterizzato da accuse e controaccuse, i gruppi parlamentari dei partiti nazionalisti spagnoli – PP, C’s e PSC – hanno abbandonato l’emiciclo non riconoscendo la legittimità del voto. Al voto, per appello nominale, hanno partecipato quindi esclusivamente i deputati della maggioranza indipendentista e di Catalunya Si Que Es Pot (Podemos più altre formazioni regionali di centrosinistra come ICV e EUiA).
I gruppi di Junts pel Si – formato da PDeCat e Erc – e della Cup hanno chiesto e ottenuto il ‘voto segreto’ sulle risoluzioni inerenti la dichiarazione d’indipendenza. Anna Gabriel, a nome degli anticapitalisti, ha sostenuto la proposta dei soci di governo affermando che, pur trattandosi di una modalità aliena alla propria cultura politica, il voto segreto era necessario per evitare che i deputati indipendentisti siano perseguitati dalla magistratura spagnola in virtù dell’esercizio delle loro prerogative.
A favore dell’indipendenza hanno votato 70 deputati, dieci hanno votato contro e due (probabilmente appartenenti al PDeCat) hanno votato scheda bianca. Contrariamente ai loro colleghi del gruppo CSQP, i tre parlamentari di Podem non hanno mostrato cosa avevano votato prima di inserire la scheda nell’urna. Nelle ore precedenti all’inizio della seduta si era diffusa la voce che i deputati della formazione fossero orientati a votare contro la dichiarazione di indipendenza ma a favore della mozione collegata che afferma la volontà di iniziare un processo costituente, democratico e inclusivo.
Invece Puigdemont, che ieri aveva provato ad azzerare tutto andando a elezioni anticipate sulla base di una mediazione con il governo spagnolo rivelatasi poi inconsistente, ha annunciato in mattinata che oggi non sarebbe intervenuto durante lo storico dibattito parlamentare.
Se il 10 ottobre scorso la gran folla che si era radunata vicino al Parlament aveva accolto con delusione la “sospensione” della dichiarazione di indipendenza da parte del capo del Govern ma aveva abbandonato la piazza con la coda tra le gambe, ieri l’annuncio di Puigdemont ha creato una vera e propria ribellione di massa degli ambienti indipendentisti, che oggi si sono mobilitati.
Ed oggi molte migliaia di studenti, lavoratori, contadini con i loro trattori, militanti delle associazioni indipendentiste e dei Comitati per la Difesa della Repubblica (evoluzione dei Comitati per la Difesa del Referendum formati nei quartieri e nei paesi per organizzare e proteggere la consultazione del Primo Ottobre) hanno presidiato lo spazio esterno al Parlament fin dal mattino non solo per denunciare la repressione e il golpe spagnolo in via di votazione al Senato di Madrid, ma anche per ricordare a Puigdemont e al suo partito che la volontà popolare si è espressa e che non permetteranno che il risultato venga scippato da qualcuno in nome di un negoziato impossibile.
Nel tardo pomeriggio decine di migliaia di persone si sono riversate in piazza Sant Jaume, nel centro di Barcellona, per festeggiare.
Anche alcune centinaia di sindaci sono arrivati da tutta la Catalunya per assistere alla storica seduta, chiamati a raccolta dall’Associazione dei Municipi Indipendentisti. Nei giorni scorsi alcuni Comuni catalani hanno già proclamato la Repubblica per in qualche modo condizionare il tentennante capo del governo locale. Dopo il voto del Parlament la sindaca di Badalona Dolors Sabater ha letto un manifesto in cui i municipi si impegnano a difendere la nuova Repubblica.
Nel frattempo, come detto, il Senato spagnolo ha votato a stragrande maggioranza l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che sospende l’autogoverno della Catalogna e ne commissiona le istituzioni. A favore hanno votato i senatori del PP, di Ciudadanos, del Psoe e di altre formazioni regionali di centro-destra. I voti a favore sono stati 214, quelli contrari 47 e un senatore si è astenuto. Non hanno partecipato al voto né l’ex governatore socialista della Catalogna José Montilla né il senatore socialista delle Baleari (territorio di lingua e cultura catalana) Francesc Antich, a dimostrazione che dentro il Psoe la scelta da parte della direzione di associarsi alla destra nazionalista contro il movimento catalano ha creato più di una frattura.
Sprezzanti ovviamente i commenti dei leader politici dei partiti nazionalisti spagnoli. Ma anche i leader di Podemos, sia a livello locale che statale, sono stati molto duri. Per Pablo Iglesias, così come per Alberto Garzon (leader di Izquierda Unida) il parlamento catalano non aveva la legittimità per proclamare l’indipendenza, considerata un passo sbagliato perché rafforzerebbe il governo di Mariano Rajoy. Anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha preso nettamente le distanze dalla proclamazione della Repubblica con un esplicito “non in mio nome”.
Pronta e ferma anche la condanna da parte dei principali leader dell’Unione Europea e degli stati più importanti, a partire da Francia e Germania che hanno riconfermato il loro pieno sostegno a Madrid, alla legalità e alla Costituzione. Il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha affermato “che nulla è cambiato per l’Unione Europea e che la Spagna rimarrà l’unico interlocutore delle istituzioni comunitarie”.
In un messaggio il governo degli Stati Uniti ha espresso la sua solidarietà a Madrid e il proprio sostegno alle iniziative che il governo spagnolo vorrà intraprendere “per ristabilire la legalità”. Anche l’Onu ha chiesto oggi una ricomposizione del conflitto ma all’interno del quadro costituzionale spagnolo.
Fonte
06/05/2017
L’ultima, incredibile, fake news de “La Repubblica” sul Venezuela
Laura Boldrini in un recente Convegno alla Camera ha chiesto impegni concreti, non solo parole, contro le fake news che inquinano un nostro diritto fondamentale.
Dobbiamo agire, dichiara la Boldrini. Bene agiamo. E partiamo dai principali responsbaili. Perché quello che sta accadendo contro il Venezuela in questi giorni è un concentrato di menzogne e bufale, identico a quello che aveva accompagnato la distruzione di ex Jugiollavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina. Si vogliono altre centinaia di migliaia di morti e profughi sulla coscienza?
Per prevenire le guerre occorre anche combattere le menzogne che le favoriscono perché offrono pretesti di intervento a chi intende far guerra, in modo diretto o per procura, per ragioni geopolitiche o "religiose". O si mira semplicemente a distruggere un paese per appropriarsi delle immense riserve energetiche? E' un caso che i paesi distrutti avessero tutti grandi materie prime all'interno e governi non supini alle logiche della Nato?
Quello che sta accadendo, a livello di media, in questi giorni contro il Venezuela va oltre ogni livello di deontologia morale e professionale. Vi abbiamo già scritto qui, qui, qui, qui, qui.
Il caso del giovane Pernalete, ventenne ucciso in questo modo da terroristi ("manifestanti pacifici") è stato strumentalizzato per giorni da stampa e politica ma in segno inverso. Prima era stato il caso di una giovane di Tachira, uccisa anche essa da un terrorista con legami diretti con l'estrema destra del paese. Anche la sua morte è stata utilizzata da stampa e politica per colpire il governo di Caracas.
Ci sono state testimonianze dirette di familiari delle vittime che hanno pubblicamente dichiarato di non utilizzare i loro familiari per la propaganda contro il governo, perché famiglie chaviste e perché le morti dipendevano dalla violenza terrorista e fascista di chi si è macchiato già, su direttiva precisa di Miami, dei golpe del 2002 e del 2014. Nulla è arrivato sui nostri media.
Qui se avete curiosità di andare oltre le menzogne quotidiane trovate una guida completa sulle morti in Venezuela nell'ultimo mese, dall'inizio del nuovo golpe dopo quello del 2002 e del 2014.
L'ultimo incredibile caso di mistificazione mediatica è di oggi. Repubblica e gli altri giornali asserviti scrivono questo:
Sapete chi è il ragazzo che Repubblica vuole far credere ucciso dalla repressione del governo venezuelano?
JuanBautista López Manjarres, studente del politecnico di Anzoátegui, nella parte orientale del paese, aveva appena finito un'assemblea universitaria e da militante chavista quale era (esatto opposto di quello che vuole fare passare il giornale di De Benedetti) aveva espresso il suo pieno sostegno alla "convocatoria" dell'Assemblea Costituente proposta dal Presidente Nicolas Maduro.
Presidente della Federación de Centros de Estudiantes de la Universidad Politécnica Territorial José Antonio Anzoátegui (Uptjaa), il giovane è stato giustiziato uscendo dall'università. Il motivo non è al momento chiaro. La Procura sta indagando. E' possibile che sia stata la furia omicida di quelle frange di estrema destra e di terroristi che da un mese ormai tengono sotto lo scacco della violenza il paese? Una possibilità concreta. Incredibile, senza nessun ritegno per la professione che si svolge e indegno sciacallaggio il fatto che la sua morte possa essere utilizzata come l'ennesima marchetta al Dipartimento di Stato Usa.
Qui sotto, dal account twitter di Juan Lopez, l'immagine che smentisce senza nessuna possibilità di replica l'ennesima menzogna di Repubblica:
Fonte
Dobbiamo agire, dichiara la Boldrini. Bene agiamo. E partiamo dai principali responsbaili. Perché quello che sta accadendo contro il Venezuela in questi giorni è un concentrato di menzogne e bufale, identico a quello che aveva accompagnato la distruzione di ex Jugiollavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina. Si vogliono altre centinaia di migliaia di morti e profughi sulla coscienza?
Per prevenire le guerre occorre anche combattere le menzogne che le favoriscono perché offrono pretesti di intervento a chi intende far guerra, in modo diretto o per procura, per ragioni geopolitiche o "religiose". O si mira semplicemente a distruggere un paese per appropriarsi delle immense riserve energetiche? E' un caso che i paesi distrutti avessero tutti grandi materie prime all'interno e governi non supini alle logiche della Nato?
Quello che sta accadendo, a livello di media, in questi giorni contro il Venezuela va oltre ogni livello di deontologia morale e professionale. Vi abbiamo già scritto qui, qui, qui, qui, qui.
Il caso del giovane Pernalete, ventenne ucciso in questo modo da terroristi ("manifestanti pacifici") è stato strumentalizzato per giorni da stampa e politica ma in segno inverso. Prima era stato il caso di una giovane di Tachira, uccisa anche essa da un terrorista con legami diretti con l'estrema destra del paese. Anche la sua morte è stata utilizzata da stampa e politica per colpire il governo di Caracas.
Ci sono state testimonianze dirette di familiari delle vittime che hanno pubblicamente dichiarato di non utilizzare i loro familiari per la propaganda contro il governo, perché famiglie chaviste e perché le morti dipendevano dalla violenza terrorista e fascista di chi si è macchiato già, su direttiva precisa di Miami, dei golpe del 2002 e del 2014. Nulla è arrivato sui nostri media.
Qui se avete curiosità di andare oltre le menzogne quotidiane trovate una guida completa sulle morti in Venezuela nell'ultimo mese, dall'inizio del nuovo golpe dopo quello del 2002 e del 2014.
L'ultimo incredibile caso di mistificazione mediatica è di oggi. Repubblica e gli altri giornali asserviti scrivono questo:
Sapete chi è il ragazzo che Repubblica vuole far credere ucciso dalla repressione del governo venezuelano?
JuanBautista López Manjarres, studente del politecnico di Anzoátegui, nella parte orientale del paese, aveva appena finito un'assemblea universitaria e da militante chavista quale era (esatto opposto di quello che vuole fare passare il giornale di De Benedetti) aveva espresso il suo pieno sostegno alla "convocatoria" dell'Assemblea Costituente proposta dal Presidente Nicolas Maduro.
Presidente della Federación de Centros de Estudiantes de la Universidad Politécnica Territorial José Antonio Anzoátegui (Uptjaa), il giovane è stato giustiziato uscendo dall'università. Il motivo non è al momento chiaro. La Procura sta indagando. E' possibile che sia stata la furia omicida di quelle frange di estrema destra e di terroristi che da un mese ormai tengono sotto lo scacco della violenza il paese? Una possibilità concreta. Incredibile, senza nessun ritegno per la professione che si svolge e indegno sciacallaggio il fatto che la sua morte possa essere utilizzata come l'ennesima marchetta al Dipartimento di Stato Usa.
Qui sotto, dal account twitter di Juan Lopez, l'immagine che smentisce senza nessuna possibilità di replica l'ennesima menzogna di Repubblica:
Arriba la constituyente pic.twitter.com/yquIq5QfKI — juan lopez (@juan_lopez_03) 2 maggio 2017Laura Boldrini ha ragione quando dice che è tempo di agire. E' il tempo di impegni concreti. E' vero. I diffusori principali di notizie false che inquinano il nostro diritto a vivere in pace con tutti i popoli della Terra stanno preparando la nuova guerra d'aggressione, come le tante che l'Occidente ha condotto in questi decenni. Prima di avere sulla coscienza le ennesime migliaia di morti e profughi disperati è tempo di spegnere Repubblica.
Fonte
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