Nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953 il MSI triplicò i suoi voti rispetto al 1948, portando in Parlamento 38 tra deputati e senatori. I fascisti, da poco rientrati da latitanze e fughe dopo il crollo dello stato fantoccio di Salò, cominciavano ad accomodarsi.
Sistemandosi all’interno di quelle istituzioni democratiche che avevano combattuto e che disprezzavano dalla radice. «Il 25 aprile è nata una puttana, le hanno dato nome, Repubblica italiana», cantavano quei camerati, salvati alla fine del conflitto mondiale dagli Alleati anglo-americani ormai protesi verso la Guerra Fredda anticomunista.
Junio Valerio Borghese, già alla guida della X Mas, fu messo in salvo da James Jesus Angleton, un agente di vertice dell’OSS (antesignana della CIA) che lo caricò su una jeep statunitense. Diventerà presidente del MSI e organizzerà il golpe del 7-8 dicembre 1970.
Giorgio Almirante scappò in abiti civili dalla porta di servizio della Prefettura di Milano il giorno della Liberazione indossando un bracciale tricolore partigiano. Diverrà il principale capo missino nei decenni repubblicani.
Augusto De Marsanich, già deputato fascista e membro del governo Mussolini, in quel 1953 ricopriva la carica di segretario del partito, il cui presidente onorario, dal 1952, era il criminale di guerra Rodolfo Graziani.
Forse erano loro «le persone che non ci sono più» a cui la neo Presidente del Consiglio ha dedicato la vittoria la notte dei risultati elettorali del 25 settembre scorso. Oppure erano figure di quella «destra democratica» di cui si è vantata di aver fatto parte nel suo discorso in Parlamento il giorno della fiducia al suo governo.
Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo ovvero il gruppo responsabile delle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Oppure Mario Tedeschi, direttore de «Il Borghese» e della formazione scissionista missina di «Democrazia Nazionale», oggi indicato dalla procura di Bologna come uno dei responsabili della strage del 2 agosto 1980 alla stazione.
Forse Giorgia Meloni pensava ai protagonisti della «rivolta di Reggio Calabria» guidati dal deputato missino Ciccio Franco oppure ai «ragazzi» di Piazza San Babila a Milano, primattori degli scontri che il 12 aprile 1973 portarono alla morte dell’agente Antonio Marino e che videro in piazza anche un giovane dirigente del MSI oggi seconda carica dello Stato e collezionista privato di busti di Mussolini.
Di fronte al formarsi del governo di oggi tornano alla mente le parole dell’epigrafe che Piero Calamandrei scrisse, all’indomani delle elezioni del giugno 1953, rivolgendosi ai partigiani caduti della Resistenza: «Non rammaricatevi dai vostri cimiteri di montagna se giù al piano, nell’aula dove fu giurata la Costituzione murata col vostro sangue, sono tornati, da remote calingi, i fantasmi della vergogna».
Il falso racconto del passato, finalizzato al governo del presente, propalato oggi dalle alte cariche dello Stato e dell’esecutivo ha iniziato il suo cammino.
Con il silenzio nel centenario della «marcia su Roma»; con la dichiarata ostilità all’antifascismo ed alla Resistenza scandalosamente criminalizzati e negati da Meloni nella sua improbabile ricostruzione della storia d’Italia; con la «fuga», attraverso il vittimismo, dagli anni Settanta delle stragi e dello squadrismo nelle fabbriche e nelle università.
Nelle aule del Parlamento italiano abbiamo visto concretarsi ciò che Calamandrei preconizzava: «Apprenderemo, da fonte diretta, la storia vista dai carnefici». Non ci troviamo certo di fronte a un ritorno del «fascismo eterno».
Tuttavia le radici profonde di questa destra (fin dal dopoguerra radicalmente «atlantica») riemergono oggi dalla voce di Giorgia Meloni o nel loro identitarismo classista che dichiara di «non voler disturbare» industriali e ceti proprietari; di voler avversare i migranti; di promuovere la guerra contro le donne che non vogliono omologarsi all’essere soltanto «madri e cristiane», come urlato nei comizi filo-franchisti di Vox in Spagna.
L’inquietudine che suscita il bagaglio storico rivendicato dalla destra è pari soltanto a quella alimentata dalla lettura della stampa italiana, l’unica restìa a chiamare postfascista il partito Fratelli d’Italia; l’unica incapace di raccontare la natura profonda di una Presidente del Consiglio politicamente accarezzata dalle familistiche ed eterne (quelle si) classi dirigenti nazionali che ieri ebbero tra i loro padri e nonni fondatori i veri sostenitori del regime fascista e che oggi posseggono di tutti i principali mezzi di informazione.
Da queste consapevolezze sarà necessario ripartire per una battaglia culturale e politica di difesa della verità storica, della Costituzione e dei diritti della persona.
«Troppo presto li avevamo dimenticati – ammoniva Calamandrei – è bene che siano esposti in vista su questo palco. Perché tutto il popolo riconosca i loro volti e si ricordi».
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Piero Calamandrei. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Piero Calamandrei. Mostra tutti i post
10/10/2021
Scuola privata, una via per la dittaura di classe dei ricchi
di Piero Calamandrei
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.
Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private.
Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato.
E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.
Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Fonte
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.
Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private.
Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato.
E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.
Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Fonte
19/12/2017
22 dicembre 1947, settant’anni fa: l’Assemblea Costituente vota la Costituzione Repubblicana
22 dicembre 1947: l’Assemblea Costituente approva il testo della Costituzione Repubblicana con 453 voti favorevoli e 62 contrari, dopo 170 sedute di discussione. Il 27 dicembre la Costituzione sarà firmata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola che assumerà il titolo di Presidente della Repubblica, dal presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dal Guardasigilli Giuseppe Grasso. Il testo entrerà in vigore il 1 gennaio 1948 al momento della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Una data da ricordare con grande evidenza in particolare in questa fase storica, dopo che il voto popolare – 4 dicembre 2016 – ha respinto un tentativo di modifica in senso autoritario di alcune norme fondamentali e – a distanza appunto di settant’anni – abbiamo ancora parti del dettato costituzionale non applicate oppure solo parzialmente attuate.
Non solo: abbiamo già verificato modifiche in senso negativo come quella riguardante l’articolo 81 con l’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio o la pasticciata “deforma”, votata nel 2001, del titolo V riguardante il rapporto tra lo Stato e le Autonomie Locali.
Vale la pena allora ritornare sia pure schematicamente su alcuni punti di riflessione sviluppati attorno al testo della nostra Carta fondamentale.
La Costituzione democratica e la trasformazione dello Stato
La Costituzione Repubblicana è stata scritta, com’è noto, mentre andava rompendosi la solidarietà antifascista e i conflitti crescevano d’intensità su tutti i terreni, schierando le forze politiche e sociali in due campi contrapposti sul piano nazionale e internazionale.
In quel frangente verificatosi all’indomani di una delle più grandi tragedie della storia, le forze politiche rappresentative della società italiana presenti nell’Assemblea Costituente scelsero la strada di ricercare un intento comune definendo l’obiettivo del rinnovamento dello Stato, in linea con l’esito elettorale del 2 giugno 1946, allorché cittadine (ammesse per la prima volta al voto) e cittadini avevano scelto la Repubblica.
Il dato di novità più importante, registratosi subito all’avvio del lavoro del nuovo consesso ed espressosi anche nella composizione stessa della Commissione dei 75 incaricati di redigere materialmente il nuovo testo costituzionale che avrebbe sostituito lo Statuto Albertino, fu rappresentato dal ruolo dei partiti che si presentavano subito come protagonisti di una scena politica profondamente trasformata rispetto al passato.
Nella dialettica tra continuità e mutamento che ha segnato gli anni della formazione dell’Italia Democratica, la Costituzione repubblicana ha rappresentato un elemento essenziale attorno al quale si raccolsero gli altri due momenti fondanti del nuovo periodo della storia italiana: la lotta di resistenza antifascista e la battaglia per la repubblica.
La Carta Costituzionale, è bene precisarlo subito, è stata anzitutto il risultato politico dell’intesa tra i tre grandi partiti di massa, la DC, il Pci e il Psi, che su questo terreno riuscirono a intendersi meglio e procedere in un accordo ben maggiore di quanto non fosse riuscito loro a livello di governo e di confronto politico e ideologico.
Il punto d’incontro fu rappresentato, ed è bene rilevarlo proprio in quest’occasione, dalla concordanza sui principi fondamentali dello Stato repubblicano, ben più articolati e innovativi di quelli posti a fondamento dello Stato liberale.
Lo stato liberale era espressione di una società semplice, non ancora distinta per interessi e partiti organizzati, rappresentata da un ceto politico omogeneo di estrazione largamente proprietaria – borghese: ecco, al di là del proprietario – borghese, ma sotto l’aspetto di un “ceto politico omogeneo” questo è il punto di arretramento al quale intendono portarci adesso i fautori della personalizzazione (primarie e collegi uninominali, presidenzialismo) e della governabilità.
Torniamo però al modello di Costituzione scaturita dall’accordo tra i partiti di massa, nell’intento di superare – appunto – la concezione dello Stato liberale nella sostanza, come “Stato – amministrativo”, nell’avversione verso il principio politico di segno democratico della sovranità popolare.
Nella Costituzione repubblicana del ’48 si era affermata, invece, la funzione centrale dei partiti politici, come strumento per l’esercizio della sovranità del popolo, e non più solo dello Stato come amministratore.
La assegnazione ai partiti di un rango di livello costituzionale attraverso l’articolo 49 (mai completamente applicato, peraltro) ha significato, in sostanza, la scelta di una Repubblica parlamentare come forma di Stato.
Dal concetto di Repubblica parlamentare derivano: la centralità dei consessi elettivi, la limitazione del ruolo del governo, il rifiuto del presidenzialismo. Tutti elementi distintivi che è necessario difendere ancor oggi.
La modifica del sistema elettorale in senso maggioritario, avvenuta nel 1993, l’esasperazione del concetto di personalizzazione della politica hanno messo in discussione questi principi fondativi.
In particolare l’affermazione del concetto di personalizzazione della politica (fittiziamente contrabbandato anche nelle liste elettorali attraverso l’imposizione della designazione – con tanto di indicazione nella scheda – del “Capo della Coalizione” e adesso del “Capo della Forza Politica”).
A questo si è pericolosamente modificata la stessa natura della soggettività politica (già alterata dal mutamento profondo nei meccanismi di comunicazione) al punto da veder affermato il concetto di “partito Personale”.
In questo modo è venuta via via affermandosi una trasformazione nel senso di una sostanziale riduzione nei margini di agibilità democratica, in nome del primato del liberismo economico, del taglio di un presunto eccesso di domanda sociale, di sostanziale riduzione nel rapporto tra politica e società, di affermazione di una “autonomia del politico” fondata su di una separazione basata su veri e propri privilegi di casta.
Al momento della costruzione della Costituzione Repubblicana si era affermato invece il passaggio dallo Stato liberale – borghese (quello cui oggi si tende a voler definitivamente tornare), che non interveniva nella direzione dell’economia e nella regolazione della società e stentava a riconoscere l’organizzazione dei partiti, allo Stato pluriclasse, allo Stato sociale che trovava un momento di realizzazione per quanto parziale e contraddittoria proprio nella tutela costituzionale assicurata ai diritti politici e sociali dei cittadini, visti come persone dotate di autonomia di fronte allo Stato e unite da vincoli di socialità e solidarietà.
Su questo terreno dei principi fondamentali, del riconoscimento costituzionale dei diritti sociali, della funzione centrale dei partiti nella democrazia repubblicana si era determinata un sostanziale convergenza tra i grandi partiti di massa che erano stati protagonisti della Resistenza.
Le espressioni del solidarismo, nelle diverse accezioni cristiana e marxista, rappresentarono il cemento più forte che contribuì a saldare l’intesa costituzionale fra i maggiori partiti e ne rappresentò la base comune per l’inserimento nel testo della Carta fondamentale delle norme a carattere programmatico e dei diritti sociali.
Ma l’accordo tra i partiti di massa, realizzato appunto sui principi fondamentali e sulla centralità dei partiti nel nuovo sistema democratico, si rivelò molto più faticoso da conseguire quando si trattò di definire le forme di organizzazione dello Stato.
Calamandrei scrisse: “il problema dell’organizzazione dei poteri è quello delle forze che governano i meccanismi del potere non sono due problemi distinti: sono tutt’uno e solo un approccio che li affronti assieme appare storicamente corretto e utile”.
Questo approccio “corretto e utile” si affermò solo parzialmente e fu alla base dei ritardi, dei difetti, della sostanziale incompletezza nell’applicazione del dettato costituzionale, nel corso degli anni di tutto il dopoguerra fino alla crisi della “infinita transizione” di fine secolo che si protrae ancora oggi.
Una infinita transizione che pare proprio aver virato di bordo verso l’idea di un vero e proprio ritorno all’indietro, a rapporti politici e sociali di stampo ottocentesco, sia pure mascherati dalle esigenze dell’apparire imposte da novità tecnologiche incentrate quasi esclusivamente sull’indirizzo del formare una “società dell’immagine” le cui espressioni di dominio sarebbero ormai affidate soltanto all’economia e alla tecnica.
“Società dell’immagine” governabile quindi soltanto da una sorta di neo-notabilato, un ceto nel quale l’intreccio dovrebbe realizzarsi tra “autonomia del politico” e “autonomia del tecnologico”: intreccio posto al di fuori da qualsiasi possibilità di intervento e controllo sociale. Con le elezioni ridotte a ratifica della “governabilità”.
La discussione alla Costituente sul tema dell’organizzazione dello Stato era stata avviata nel Marzo del 1947, quando al governo c’era ancora la coalizione tripartitica, e si concluse alla fine di quell’anno quando appariva definito, dopo il Piano Marshall e il Cominform, un sistema mondiale di tipo bipolare.
La Costituzione Italiana, votata il 22 dicembre 1947 e promulgata il 1 gennaio 1948, vide la luce quando era già profondamente mutato il quadro politico e sociale su cui era stata fondata.
Si verificò così il fenomeno cui si è già accennato poc’anzi: lo Stato nuovo, che doveva nascere dall’attuazione di quell’innovativo dettato costituzionale, fu bloccato dal prevalere dello scontro politico e sociale tra le forze che si erano unite nel progetto di costruire una democrazia sociale avanzata dentro un’adeguata cornice istituzionale, che avrebbe dovuto segnare una rottura con il precedente ordinamento statale.
Così non avvenne, se non parzialmente e rimase la necessità di realizzare una effettiva corrispondenza tra le forme istituzionali del potere e forze e rapporti sociali: corrispondenza dalla quale realizzare un effettivo indirizzo politico.
Da quel varco sono passati, nel corso di questa lunga crisi politica e morale, i fautori di una sorta di “Grande Riforma” i cui termini negativi sono già stati ampiamente descritti.
“Grande riforma” di stampo presidenzialista che persiste nelle intenzioni di una sorta di “coalizione dominante” nonostante il risultato elettorale del referendum 2016 allorquando l’idea della verticalizzazione del potere si scontrò, perdendo, con l’orizzontalità della complessa dimensione sociale.
L’idea presidenzialista intesa come accentramento della gestione del potere sta ancora nelle aspirazioni e nei disegni di settori consistenti dell’establishment e delle lobbie tecnocratiche: l’idea, cioè, dello Stato esclusivamente “amministratore”.
Dobbiamo riprendere, quale insegna di una battaglia democratica, quanto i partiti della sinistra espressero nella fase Costituente: l’idea, cioè, di una repubblica fondata sulle Camere (e quindi sulla rappresentanza politica) intese come suprema espressione della volontà popolare e non certo su di un governo espressione di “lobbies” più o meno occulte come ci è capitato di subire nel corso degli ultimi anni, vissuti sempre, sotto questo aspetto, “border line” rispetto alla legalità repubblicana. Una situazione che ha dato spazio prima alla cosiddetta antipolitica, poi addirittura della “inpolitica” ossia assenza di politica testimoniata dal calo verticale della partecipazione, non soltanto elettorale.
A settant’anni di distanza è ancora necessario continuare a battersi per la Repubblica del “Parlamento come specchio del Paese” contro la torbida idea della “Rinascita Nazionale” portata avanti dagli epigoni della P2 di Licio Gelli.
Fonte
16/10/2017
Razza e Costituzione
Ecco che cosa enuncia l’articolo 3 della costituzione repubblicana:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese.”
Il tema è delicatissimo, investe diverse sfere della conoscenza e della riflessione umana ed è complicato da affrontare particolarmente quando non si dispongono degli strumenti culturali adatti.
Pur tuttavia è il caso, almeno a mio giudizio, di allargare il dibattito e stimolare la più ampia riflessione.
La notizia è questa:
“Non esistono le razze umane: siamo tutti esseri umani, uguali al 99,9% del DNA. E’ per questo che gli scienziati italiani chiedono di togliere quella parola “razza” dalla Costituzione, una parola – spiegano – priva di significato scientifico. A farsi portavoce della proposta, lanciata ufficialmente giovedì al Collegio Ghisleri di Pavia, con il sostegno di Fondazione Umberto Veronesi e Merck, è il genetista e accademico dei Lincei Carlo Alberto Redi. Che la riassume così “la razza è una fake–news”.
E’ evidente l’ambito puramente scientifico dal quale nasce la valutazione (“la razza è una fake–news”) e l’assoluta più larga concordanza che ne scaturisce anche spostando il discorso sul piano etico e filosofico.
Ed è da questa concordanza che sortisce la riflessione riguardante il testo dell’articolo 3 della Costituzione Repubblicana e di conseguenza nell’ambito storico – politico.
In questo senso debbono essere considerati due punti:
1) La fase storica nella quale nasce il testo della Costituzione e in particolare l’articolo 3. L’art. 3 della Costituzione (che Calamandrei definì “il più importante e il più impegnativo”) non si limita a sancire un’eguaglianza di natura astratta e formale ma, aspetto questo particolarmente significativo e tipico della Costituzione dell’Italia repubblicana, nel secondo comma impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.
E’, questa, la cosiddetta uguaglianza di fatto.
L’obbligo del rispetto di tale principio non è imposto solo al Parlamento e alla Magistratura, ma a ogni singolo Cittadino ed anche alla Pubblica Amministrazione la quale, in base all’art. 97 della
Costituzione, deve organizzarsi in modo da assicurare la “imparzialità”.
Atti e provvedimenti, di natura legislativa e amministrativa, recentemente adottati o in programma, sembrano in rotta di collisione con tali prescrizioni. Le ampie e diffuse critiche, il costituirsi o ricostituirsi in tutto il Paese di associazioni e movimenti, anche estranei ai partiti, che pongono al centro della loro azione e preoccupazione un tema, come quello dell’uguaglianza, che sembrava definitivamente radicato nella mentalità e coscienza civica (anche se, purtroppo, mai del tutto attuato), evidentemente costituiscono il sintomo di un’incombente minaccia a quel principio.
Quel testo nacque all’indomani di quella che può essere considerata, proprio sul piano della discriminazione razziale la più grande tragedia della storia: quella dell’Olocausto. Il concetto di razza (e di supremazia razziale) era stato ben inculcato nel senso comune di massa dal fascismo e dalla monarchia con le leggi razziali promulgate nel 1938. Ed era naturale che non fosse sufficiente, al momento della stesura della Costituzione Repubblicana, il solo lascito di una battaglia culturale tale da avversare quello che poteva essere considerato l’aleggiare di un tragico “spirito del tempo” in materia. Occorreva un sanzionamento giuridico al massimo livello e ciò avvenne appunto attraverso l’inclusione del termine “razza” nella stesura dell’articolo 3;
2) La domanda che oggi ci si deve porre è questa: ci troviamo in un frangente storico che ci consente di considerare superato quel “tragico senso comune di massa” al riguardo del concetto razzistico (razzistico e non razziale) attraverso un’adesione diretta sul piano formale all’incontestabile e apprezzabile verdetto scientifico?
Il dubbio sta proprio su questo punto. Se ci guardiamo attorno esaminando con attenzione le pulsioni più forti che attraversano la società di massa non possiamo fare a meno di accorgerci che quella di natura “razzista” è ancora assolutamente persistente, anzi trova nelle sue espressioni più negative forti incoraggiamenti nell’attualità della situazione sociale concreta. Incoraggiamenti che trovano alimento anche nel riferimento proprio a quel passato che l’inserimento del termine “razza” all’interno del testo dell’articolo 3 della Costituzione intendeva efficacemente combattere e sconfiggere, almeno sul piano giuridico.
In conclusione non è possibile considerare superato il concetto di “razza” nel sentire comune sul piano storico e politico ben al di là delle inoppugnabili determinazioni scientifiche.
Tanto più che potrebbero verificarsi mutamenti nella direzione politica assolutamente imprevedibili nel loro orientamento attorno ai temi più delicati come quello di cui ci stiamo occupando.
Ancora una volta è necessario ribadire come la Costituzione nasca da un complesso intreccio sul piano filosofico, politico, storico e quale esito di fatti (il fascismo, la seconda guerra mondiale) non ancora cancellati (per fortuna) nella coscienza del Paese.
La Costituzione rappresenta un argine, un limite invalicabile e superarla – soprattutto per quel che riguarda la prima parte in ogni suo elemento, nella considerazione dei passaggi politici che ne determinarono la stesura del testo – costituirebbe un pericolo per l’equilibrio già precario della democrazia italiana.
Questo almeno è un sommesso parere: il dibattito naturalmente è aperto.
Fonte
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese.”
Il tema è delicatissimo, investe diverse sfere della conoscenza e della riflessione umana ed è complicato da affrontare particolarmente quando non si dispongono degli strumenti culturali adatti.
Pur tuttavia è il caso, almeno a mio giudizio, di allargare il dibattito e stimolare la più ampia riflessione.
La notizia è questa:
“Non esistono le razze umane: siamo tutti esseri umani, uguali al 99,9% del DNA. E’ per questo che gli scienziati italiani chiedono di togliere quella parola “razza” dalla Costituzione, una parola – spiegano – priva di significato scientifico. A farsi portavoce della proposta, lanciata ufficialmente giovedì al Collegio Ghisleri di Pavia, con il sostegno di Fondazione Umberto Veronesi e Merck, è il genetista e accademico dei Lincei Carlo Alberto Redi. Che la riassume così “la razza è una fake–news”.
E’ evidente l’ambito puramente scientifico dal quale nasce la valutazione (“la razza è una fake–news”) e l’assoluta più larga concordanza che ne scaturisce anche spostando il discorso sul piano etico e filosofico.
Ed è da questa concordanza che sortisce la riflessione riguardante il testo dell’articolo 3 della Costituzione Repubblicana e di conseguenza nell’ambito storico – politico.
In questo senso debbono essere considerati due punti:
1) La fase storica nella quale nasce il testo della Costituzione e in particolare l’articolo 3. L’art. 3 della Costituzione (che Calamandrei definì “il più importante e il più impegnativo”) non si limita a sancire un’eguaglianza di natura astratta e formale ma, aspetto questo particolarmente significativo e tipico della Costituzione dell’Italia repubblicana, nel secondo comma impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.
E’, questa, la cosiddetta uguaglianza di fatto.
L’obbligo del rispetto di tale principio non è imposto solo al Parlamento e alla Magistratura, ma a ogni singolo Cittadino ed anche alla Pubblica Amministrazione la quale, in base all’art. 97 della
Costituzione, deve organizzarsi in modo da assicurare la “imparzialità”.
Atti e provvedimenti, di natura legislativa e amministrativa, recentemente adottati o in programma, sembrano in rotta di collisione con tali prescrizioni. Le ampie e diffuse critiche, il costituirsi o ricostituirsi in tutto il Paese di associazioni e movimenti, anche estranei ai partiti, che pongono al centro della loro azione e preoccupazione un tema, come quello dell’uguaglianza, che sembrava definitivamente radicato nella mentalità e coscienza civica (anche se, purtroppo, mai del tutto attuato), evidentemente costituiscono il sintomo di un’incombente minaccia a quel principio.
Quel testo nacque all’indomani di quella che può essere considerata, proprio sul piano della discriminazione razziale la più grande tragedia della storia: quella dell’Olocausto. Il concetto di razza (e di supremazia razziale) era stato ben inculcato nel senso comune di massa dal fascismo e dalla monarchia con le leggi razziali promulgate nel 1938. Ed era naturale che non fosse sufficiente, al momento della stesura della Costituzione Repubblicana, il solo lascito di una battaglia culturale tale da avversare quello che poteva essere considerato l’aleggiare di un tragico “spirito del tempo” in materia. Occorreva un sanzionamento giuridico al massimo livello e ciò avvenne appunto attraverso l’inclusione del termine “razza” nella stesura dell’articolo 3;
2) La domanda che oggi ci si deve porre è questa: ci troviamo in un frangente storico che ci consente di considerare superato quel “tragico senso comune di massa” al riguardo del concetto razzistico (razzistico e non razziale) attraverso un’adesione diretta sul piano formale all’incontestabile e apprezzabile verdetto scientifico?
Il dubbio sta proprio su questo punto. Se ci guardiamo attorno esaminando con attenzione le pulsioni più forti che attraversano la società di massa non possiamo fare a meno di accorgerci che quella di natura “razzista” è ancora assolutamente persistente, anzi trova nelle sue espressioni più negative forti incoraggiamenti nell’attualità della situazione sociale concreta. Incoraggiamenti che trovano alimento anche nel riferimento proprio a quel passato che l’inserimento del termine “razza” all’interno del testo dell’articolo 3 della Costituzione intendeva efficacemente combattere e sconfiggere, almeno sul piano giuridico.
In conclusione non è possibile considerare superato il concetto di “razza” nel sentire comune sul piano storico e politico ben al di là delle inoppugnabili determinazioni scientifiche.
Tanto più che potrebbero verificarsi mutamenti nella direzione politica assolutamente imprevedibili nel loro orientamento attorno ai temi più delicati come quello di cui ci stiamo occupando.
Ancora una volta è necessario ribadire come la Costituzione nasca da un complesso intreccio sul piano filosofico, politico, storico e quale esito di fatti (il fascismo, la seconda guerra mondiale) non ancora cancellati (per fortuna) nella coscienza del Paese.
La Costituzione rappresenta un argine, un limite invalicabile e superarla – soprattutto per quel che riguarda la prima parte in ogni suo elemento, nella considerazione dei passaggi politici che ne determinarono la stesura del testo – costituirebbe un pericolo per l’equilibrio già precario della democrazia italiana.
Questo almeno è un sommesso parere: il dibattito naturalmente è aperto.
Fonte
01/02/2012
La democrazia negata
Siamo così occupati a parlare di economia che ci siamo dimenticati la democrazia. Forse dal punto di vista tecnico il governo Monti non è un colpo di Stato,
ma lo è nella sostanza. Lo ha eletto Napolitano su pressioni della UE
per evitare una catastrofe economica negata da tutti i partiti e dalle
Istituzioni fino alla scorsa estate. Dove cazzo erano prima? A
raccogliere margherite?
Lo stesso ex governo Berlusconi e lo stesso Parlamento non sono espressione della democrazia, ma figli della partitocrazia. Una distorsione della volontà popolare. Napolitano si ostina a difendere i partiti dall' "antipolitica" e dalla democrazia diretta. Abbiamo un Parlamento incostituzionale di condannati e di persone senza arte né parte che non troverebbero un lavoro neppure da lavapiatti, "nominato" da cinque segretari di partito. Ha fallito ed è ancora lì, a darci lezioni. Il male oscuro dell'Italia è la partitocrazia che ha ridotto, un passo alla volta, dal dopoguerra ogni spazio di confronto democratico e si è impadronita dello Stato. Piero Calamandrei, un padre della Costituzione, disse già nei primi anni '50: "Chiamare deputati e senatori i "rappresentanti del popolo" non vuole più dire oggi quello che con questa frase si voleva dire in altri tempi: si dovrebbero piuttosto chiamare impiegati del loro partito. I partiti, da libere associazioni di volontaricredenti, si sono trasformati in eserciti inquadrati da uno stato maggiore di ufficiali e sottufficiali in servizio attivo permanente. La elezione dipende dalla scelta dei candidati la quale è fatta non dagli elettori, ma dai funzionari di partito. E i candidati, più che per meriti personali di specifica competenza professionale, sono scelti per le loro attitudini a diventare buoni funzionari del loro partito in Parlamento". Da allora la situazione è peggiorata, la democrazia è negata e non c'è decisione importante che riguardi il cittadino che non sia presa al suo posto dai partiti che si permettono ogni licenza grazie a giornalisti servi e ignobili. Con i risultati del referendum, vedi finanziamenti ai partiti e nucleare, si puliscono il culo, le leggi di iniziativa popolare sono ignorate, come Parlamento Pulito. Il tutto nel silenzio più totale della Corte Costituzionale. E necessario inserire nella Costituzione degli strumenti di democrazia diretta: il referendum propositivo senza quorum, la votazione obbligatoria entro un tempo limitato di 60 giorni delle leggi di proposta popolare a votazione palese e l'elezione diretta del candidato. Il prossimo Vday sarà per l'introduzione della democrazia diretta in Italia. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure, Ci vediamo in Parlamento se non fanno una legge elettorale per impedirlo.
Fonte.
Lo stesso ex governo Berlusconi e lo stesso Parlamento non sono espressione della democrazia, ma figli della partitocrazia. Una distorsione della volontà popolare. Napolitano si ostina a difendere i partiti dall' "antipolitica" e dalla democrazia diretta. Abbiamo un Parlamento incostituzionale di condannati e di persone senza arte né parte che non troverebbero un lavoro neppure da lavapiatti, "nominato" da cinque segretari di partito. Ha fallito ed è ancora lì, a darci lezioni. Il male oscuro dell'Italia è la partitocrazia che ha ridotto, un passo alla volta, dal dopoguerra ogni spazio di confronto democratico e si è impadronita dello Stato. Piero Calamandrei, un padre della Costituzione, disse già nei primi anni '50: "Chiamare deputati e senatori i "rappresentanti del popolo" non vuole più dire oggi quello che con questa frase si voleva dire in altri tempi: si dovrebbero piuttosto chiamare impiegati del loro partito. I partiti, da libere associazioni di volontaricredenti, si sono trasformati in eserciti inquadrati da uno stato maggiore di ufficiali e sottufficiali in servizio attivo permanente. La elezione dipende dalla scelta dei candidati la quale è fatta non dagli elettori, ma dai funzionari di partito. E i candidati, più che per meriti personali di specifica competenza professionale, sono scelti per le loro attitudini a diventare buoni funzionari del loro partito in Parlamento". Da allora la situazione è peggiorata, la democrazia è negata e non c'è decisione importante che riguardi il cittadino che non sia presa al suo posto dai partiti che si permettono ogni licenza grazie a giornalisti servi e ignobili. Con i risultati del referendum, vedi finanziamenti ai partiti e nucleare, si puliscono il culo, le leggi di iniziativa popolare sono ignorate, come Parlamento Pulito. Il tutto nel silenzio più totale della Corte Costituzionale. E necessario inserire nella Costituzione degli strumenti di democrazia diretta: il referendum propositivo senza quorum, la votazione obbligatoria entro un tempo limitato di 60 giorni delle leggi di proposta popolare a votazione palese e l'elezione diretta del candidato. Il prossimo Vday sarà per l'introduzione della democrazia diretta in Italia. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure, Ci vediamo in Parlamento se non fanno una legge elettorale per impedirlo.
Fonte.
Iscriviti a:
Post (Atom)