Mentre la piazza di Barcellona si animava per il ritorno di Carles Puigdemont, la camera catalana ha eletto ieri con una esile maggioranza (68 voti favorevoli contro 66 contrari) il nuovo Presidente della Generalitat. Si tratta di Salvador Illa, segretario del Partit dels Socialistes de Catalunya, esponente di spicco dell’apparato del partito dall’eloquente curriculum personale.
Favorevole alla dissoluzione del parlamento catalano e fautore della repressione del movimento indipendentista, nell’ottobre 2017 Illa scende in piazza a fianco del Partido Popular, di Ciutadans e degli ultras del nazionalismo spagnolo per opporsi al processo di autodeterminazione del popolo catalano. Come ministro della sanità del governo e stretto collaboratore di Pedro Sánchez durante la pandemia, è al centro di numerose polemiche riguardo agli acquisti del materiale sanitario e alla gestione dell’emergenza.
Ultracattolico, ama ricordare con piacere la propria esperienza nell’esercito. Un perfetto rappresentante della parabola del PSC, ormai del tutto estraneo al catalanismo e mero satellite del PSOE. Nel suo discorso inaugurale Illa ha tenuto però un profilo dialogante e ha sottolineato l’importanza dell’intesa raggiunta con Catalunya en Comú e soprattutto con Esquerra Republicana de Catalunya, che ha più volte ringraziato e che di fatto ne ha reso possibile l’elezione.
Dopo una votazione interna che ha sancito la divisione del partito (53,5% favorevoli, 44,8% contrari, 1,7% astenuti, con una partecipazione del 77% degli aventi diritto), ERC ha deciso la settimana scorsa di accordare la fiducia a Illa. Moneta di cambio una vaga promessa dei socialisti secondo la quale il governo catalano e quello spagnolo dovrebbero accordarsi per una modifica del sistema di raccolta delle imposte: se finora lo stato ha raccolto preventivamente le risorse e ne ha restituito in un secondo momento una quota alla Generalitat, a partire dal 2026 sarebbe il governo catalano a raccogliere le risorse e trasferirne una parte allo stato.
Si tratterebbe di un regime fiscale che ERC giudica più favorevole, anche se ancora lontano dal vantaggioso sistema di cui beneficia la borghesia regionale basca. Ma più di un osservatore ha espresso seri dubbi sulla reale volontà del governo spagnolo di mettere in pratica quanto promesso. E la decisione di ERC sembra il risultato scontato di un gruppo dirigente che ha portato il partito dal conflitto per la sovranità, e quindi per il potere, alla gestione dell’ordinaria amministrazione.
Tuttavia mentre nella camera catalana si inscenava la pax socialista, dalla piazza veniva un segnale opposto. In vista del ritorno annunciato di Puigdemont, che nei giorni scorsi aveva espresso la volontà di partecipare al dibattito sulla fiducia, le associazioni della società civile catalana (l’Assemblea Nacional Catalana e Òmnium) sono scese in piazza per accogliere e accompagnare dentro al parlamento regionale il leader dell’esilio.
Al loro fianco anche la Candidatura d’Unitat Popular, la Intersindical CSC e i Comitès de Defensa de la Republica. Intorno alle 9 di mattina, Puigdemont è comparso al passeig Lluís Companys dove ha tenuto un brevissimo discorso davanti a circa diecimila manifestanti. Riferendosi alle differenti facce del nazionalismo spagnolo, a cominciare da Vox, che si presenta come parte civile nei processi contro gli indipendentisti, per continuare con il Partido Popular, che ancora controlla i tribunali e per finire con il PSOE, che permette tutto ciò, Puigdemont ha affermato che “malgrado i loro sforzi … oggi sono venuto qui per ricordare loro che siamo ancora qui”.
E dopo aver rivendicato il diritto all’autodeterminazione per il popolo catalano, l’ex presidente è riuscito a schivare la sorveglianza delle forze dell’ordine e a dileguarsi nel nulla, grazie alla collaborazione degli organizzatori della manifestazione e all’aiuto di alcuni agenti della polizia catalana rimasti fedeli all’ex presidente.
I Mossos d’Esquadra hanno chiuso per diverse ore le arterie in uscita da Barcellona, dispiegando un’operazione che ha ricordato quella volta a catturare gli attentatori del 17 agosto 2017. A dispetto dei controlli alla frontiera con la Francia e in numerosi punti del paese, l’operazione gabbia non ha però avuto successo.
Nonostante la legge d’amnistia benefici tutti coloro i quali siano imputati di delitti legati alle vicende scatenate dal referendum del primo ottobre 2017, il giudice del Tribunale Supremo Pablo Llarena ne fa una interpretazione restrittiva e si rifiuta di applicare il provvedimento a Puigdemont, accusato di malversazione e perciò tuttora ricercato dalle forze di polizia spagnole.
La mancata amnistia di Puigdemont è però tutt’altro che un’eccezione. Secondo i dati forniti da Alerta Solidària, una organizzazione antirepressiva dell’esquerra independentista, l’applicazione dell’amnistia dei socialisti è assai parziale: su un totale di più di 500 manifestanti interessati, alla data del 31 luglio solo 42 sono stati amnistiati. Ma quello che è più significativo è che alla stessa data sono già 51 i poliziotti beneficiati dall’amnistia e perció sottratti alle indagini per le violenze del primo ottobre e i maltrattamenti (che rasentano la torura) denunciati in particolare dai Comitès de Defensa de la República.
Attorno alle dieci i manifestanti hanno cercato di entrare nel recinto della camera catalana ma sono stati respinti dai Mossos d’Esquadra, che hanno impiegato il gas irritante e hanno denunciato una quindicina di persone. Numerosi manifestanti hanno richiesto l’aiuto dei sanitari in seguito all’impiego del gas, una misura che Irídia, un’associazione catalana dedita alla difesa dei diritti civili e politici, ha giudicato sproporzionata e non giustificata dalle circostanze.
Nel pomeriggio la votazione alla camera non ha riservato sorprese, riportando dopo più di un decennio un socialista alla presidenza della Generalitat. Da segnalare il discorso del portavoce di Vox che, dopo aver definito l’islam come il grande problema dell’occidente e i giovani provenienti dal Maghreb come dei delinquenti, si è scagliato come di consueto contro gli indipendentisti.
Dal canto suo la Candidatura d’Unitat Popular ha definito il sostegno dei repubblicani e dei comuns al candidato del PSC una vera e propria aberrazione. Secondo la coalizione anticapitalista e indipendentista, l’accordo con i socialisti non farà avanzare le classi popolari catalane né sul piano sociale né su quello dell’autodeterminazione nazionale. In particolare le misure annunciate sul tema degli affitti, sulla regolazione degli alloggi turistici, sulla difesa del territorio dalla speculazione e sui servizi pubblici non convincono la CUP.
La deputata Laia Estrada ha definito Illa una sorta di vicerè ostile alla Catalunya e la sua elezione la fine di un ciclo. “Il nostro è un popolo che lotta, siamo un paese che non si rassegna e che ha forgiato la propria storia nella ribellione” ha affermato la portavoce degli anticapitalisti. Perciò se è vero che il processo di autodeterminazione (cosí come si è caratterizzato negli ultimi anni) è morto oggi nella camera catalana, è altrettanto vero che “la lotta per l’indipendenza continua nelle piazze”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/11/2023
L’accordo PSOE–Junts per Catalunya riapre lo scenario politico iberico
Dopo settimane di intense trattative, il PSOE e Junts per Catalunya hanno annunciato ieri l’accordo che dovrebbe garantire a Pedro Sánchez altri quattro anni alla Moncloa e inaugurare contemporaneamente una nuova stagione in cui «risolvere il conflitto storico sul futuro politico della Catalunya».
Il documento firmato dai due partiti a Bruxelles (dove Carles Puigdemont risiede dal 2017) pretende di disegnare un ambizioso scenario di medio-lungo periodo nel quale la tenuta dell’accordo è però tutta da verificare.
Le divergenze sostanziali tra le due formazioni permangono intatte e il testo concordato le ribadisce esplicitamente: se da un lato si sottolinea che Junts per Catalunya proporrà un nuovo referendum d’autodeterminazione, dall’altro si avverte che il PSOE difenderà la piena applicazione dello Statuto d’autonomia del 2006 (escludendo così qualsiasi ipotesi d’indipendenza).
Dunque su cosa si è raggiunto l’accordo? Sostanzialmente Sánchez continuerà alla guida dell’esecutivo spagnolo in cambio di una amnistia per gli indipendentisti. Più di 4.000 tra militanti e semplici manifestanti sono interessati al provvedimento.
Ma i contorni dell’amnistia non sono ancora noti. Il testo firmato dal PSOE e da Junts afferma che si applicherà a tutti coloro che «prima e dopo la consulta del 2014 e il referendum del 2017, sono stati oggetto di decisioni e procedimenti giudiziari legati a questi avvenimenti».
Davanti ai giornalisti, Puigdemont ha affermato che il sostegno di Junts al governo del PSOE sarà subordinato in ogni momento al rispetto degli accordi via via raggiunti, a partire dall’amnistia.
Preso atto della reciproca sfiducia, i socialisti e Junts hanno inoltre sottoscritto la necessità di istituire un meccanismo internazionale, evitando così di parlare apertamente della figura di un mediatore, così come proposto originariamente da Puigdemont, al fine di seguire i negoziati.
L’accordo ha provocato un vero e proprio terremoto nello scenario politico spagnolo e catalano. Esquerra Republicana de Catalunya e En Comú Podem l’hanno salutato favorevolmente: i primi sono attestati da tempo sulla linea della gestione dell’autonomia regionale, i secondi scommettono da sempre su una Spagna plurinazionale la cui costruzione è ancora allo stato di mero progetto.
Secondo l’Assemblea Nacional Catalana invece, qualsiasi accordo di legislatura tra i partiti indipendentisti e il PSOE allontana l’indipendenza della Catalunya. L’ANC ha sottolineato anche le incongruenze dell’accordo: «ci sembra una presa in giro proporre un accordo politico che si vuole definire storico ma che è basato sulla semplice riproposizione delle posizioni di partenza delle parti negoziatrici».
Contraria anche la Candidatura d’Unitat Popular, il cui portavoce Xavier Pellicer ha dichiarato che «dopo che nove anni fa più di 2,3 milioni di persone hanno partecipato alla consulta sull’indipendenza, il nostro paese si trova alla fine di un ciclo politico. Junts ha fatto la stessa piroetta di ERC nella scorsa legislatura.
Il patto sottoscritto da Junts non è un accordo bensì un insieme di divergenze che lasciano fuori l’autodeterminazione. Sembra che il suo obiettivo sia più ricostruire i ponti con lo stato, nel quadro della Costituzione spagnola, che risolvere il conflitto con il nostro paese. [...]
Con questo patto Junts lega il suo futuro al PSOE e si allontana dalle posizioni indipendentiste. Un patto che si è accordato a porte chiuse e che si è costruito attorno alla necessità di ottenere la fiducia al Congresso».
La CUP ha inoltre presentato alla camera catalana una mozione per rilanciare un nuovo referendum, nella convinzione che lo stato spagnolo accetterà di svolgere una nuova consulta sull’indipendenza solo se costretto dalla pressione popolare. La mozione degli indipendentisti e anticapitalisti, sulla quale ERC e Junts si sono astenuti, non è stata approvata.
La notizia dell’accordo ha inoltre infiammato la destra spagnola. Il Partido Popular ha equiparato l’accordo al tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 e ha convocato manifestazioni in tutte le principali città.
Secondo il leader dei popolari, Alerto Nuñez Feijóo, «la Spagna ha perso». A Madrid alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nei pressi della sede del PSOE per protestare contro “il traditore” Sánchez, colpevole di vendere la Spagna agli indipendentisti.
Un nutrito gruppo si è esibito ripetutamente nel saluto fascista e, dopo aver cercato di superare lo sbarramento posto a protezione della sede socialista e bruciato alcuni cassonetti, è stato disperso dalla polizia.
Dal canto loro, le associazioni dei giudici spagnoli hanno sostenuto che l’accordo può portare alla ‘fine della democrazia’, ribadendo così la loro posizione a difesa dell’unità della Spagna e intervenendo ancora una volta pesantemente nel dibattito politico in corso.
A riscaldare ulteriormente gli animi, due ulteriori fatti hanno animato la giornata. Nel primo pomeriggio di ieri uno sconosciuto ha sparato all’ex-presidente del PP catalano, poi transitato per Vox, Aleix Vidal-Quadras, procurandogli una doppia frattura della mandibola.
Già in serata dichiarato fuori pericolo dai medici, Quadras ha indicato nell’Iran il possibile mandante dell’agguato, a suo dire motivato dalla propria relazione con gli oppositori iraniani. I fatti però sono ancora tutti da accertare.
Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha rifiutato il ricorso presentato da Pablo Hasel e ha sentenziato che la condanna per ‘apologia del terrorismo’, inflittagli dai tribunali spagnoli a causa dei testi delle proprie canzoni, non è sproporzionata.
Hasel aveva fatto appello alla libertà di pensiero e d’espressione ma il Tribunale Europeo ha sostenuto che questi diritti non sono stati violati.
Una delle critiche che la sinistra radicale e l’esquerra independentista muovono all’amnistia appena accordata è proprio quella di non includere casi come quello di Hasel. Il rapper comunista denuncia di essere finito in prigione per la propria ideologia e continua a scontare la lunga pena senza alcun pentimento.
In un poema che ha recentemente scritto in carcere si dice che i giorni di lotta, come il primo ottobre, torneranno, «come la brezza che precede il maremoto incontrollabile».
Le prossime settimane chiariranno se l’accordo PSOE-Junts è destinato a consolidare la bonaccia indipendentista o se preclude invece a un nuovo maremoto.
Fonte
Il documento firmato dai due partiti a Bruxelles (dove Carles Puigdemont risiede dal 2017) pretende di disegnare un ambizioso scenario di medio-lungo periodo nel quale la tenuta dell’accordo è però tutta da verificare.
Le divergenze sostanziali tra le due formazioni permangono intatte e il testo concordato le ribadisce esplicitamente: se da un lato si sottolinea che Junts per Catalunya proporrà un nuovo referendum d’autodeterminazione, dall’altro si avverte che il PSOE difenderà la piena applicazione dello Statuto d’autonomia del 2006 (escludendo così qualsiasi ipotesi d’indipendenza).
Dunque su cosa si è raggiunto l’accordo? Sostanzialmente Sánchez continuerà alla guida dell’esecutivo spagnolo in cambio di una amnistia per gli indipendentisti. Più di 4.000 tra militanti e semplici manifestanti sono interessati al provvedimento.
Ma i contorni dell’amnistia non sono ancora noti. Il testo firmato dal PSOE e da Junts afferma che si applicherà a tutti coloro che «prima e dopo la consulta del 2014 e il referendum del 2017, sono stati oggetto di decisioni e procedimenti giudiziari legati a questi avvenimenti».
Davanti ai giornalisti, Puigdemont ha affermato che il sostegno di Junts al governo del PSOE sarà subordinato in ogni momento al rispetto degli accordi via via raggiunti, a partire dall’amnistia.
Preso atto della reciproca sfiducia, i socialisti e Junts hanno inoltre sottoscritto la necessità di istituire un meccanismo internazionale, evitando così di parlare apertamente della figura di un mediatore, così come proposto originariamente da Puigdemont, al fine di seguire i negoziati.
L’accordo ha provocato un vero e proprio terremoto nello scenario politico spagnolo e catalano. Esquerra Republicana de Catalunya e En Comú Podem l’hanno salutato favorevolmente: i primi sono attestati da tempo sulla linea della gestione dell’autonomia regionale, i secondi scommettono da sempre su una Spagna plurinazionale la cui costruzione è ancora allo stato di mero progetto.
Secondo l’Assemblea Nacional Catalana invece, qualsiasi accordo di legislatura tra i partiti indipendentisti e il PSOE allontana l’indipendenza della Catalunya. L’ANC ha sottolineato anche le incongruenze dell’accordo: «ci sembra una presa in giro proporre un accordo politico che si vuole definire storico ma che è basato sulla semplice riproposizione delle posizioni di partenza delle parti negoziatrici».
Contraria anche la Candidatura d’Unitat Popular, il cui portavoce Xavier Pellicer ha dichiarato che «dopo che nove anni fa più di 2,3 milioni di persone hanno partecipato alla consulta sull’indipendenza, il nostro paese si trova alla fine di un ciclo politico. Junts ha fatto la stessa piroetta di ERC nella scorsa legislatura.
Il patto sottoscritto da Junts non è un accordo bensì un insieme di divergenze che lasciano fuori l’autodeterminazione. Sembra che il suo obiettivo sia più ricostruire i ponti con lo stato, nel quadro della Costituzione spagnola, che risolvere il conflitto con il nostro paese. [...]
Con questo patto Junts lega il suo futuro al PSOE e si allontana dalle posizioni indipendentiste. Un patto che si è accordato a porte chiuse e che si è costruito attorno alla necessità di ottenere la fiducia al Congresso».
La CUP ha inoltre presentato alla camera catalana una mozione per rilanciare un nuovo referendum, nella convinzione che lo stato spagnolo accetterà di svolgere una nuova consulta sull’indipendenza solo se costretto dalla pressione popolare. La mozione degli indipendentisti e anticapitalisti, sulla quale ERC e Junts si sono astenuti, non è stata approvata.
La notizia dell’accordo ha inoltre infiammato la destra spagnola. Il Partido Popular ha equiparato l’accordo al tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 e ha convocato manifestazioni in tutte le principali città.
Secondo il leader dei popolari, Alerto Nuñez Feijóo, «la Spagna ha perso». A Madrid alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nei pressi della sede del PSOE per protestare contro “il traditore” Sánchez, colpevole di vendere la Spagna agli indipendentisti.
Un nutrito gruppo si è esibito ripetutamente nel saluto fascista e, dopo aver cercato di superare lo sbarramento posto a protezione della sede socialista e bruciato alcuni cassonetti, è stato disperso dalla polizia.
Dal canto loro, le associazioni dei giudici spagnoli hanno sostenuto che l’accordo può portare alla ‘fine della democrazia’, ribadendo così la loro posizione a difesa dell’unità della Spagna e intervenendo ancora una volta pesantemente nel dibattito politico in corso.
A riscaldare ulteriormente gli animi, due ulteriori fatti hanno animato la giornata. Nel primo pomeriggio di ieri uno sconosciuto ha sparato all’ex-presidente del PP catalano, poi transitato per Vox, Aleix Vidal-Quadras, procurandogli una doppia frattura della mandibola.
Già in serata dichiarato fuori pericolo dai medici, Quadras ha indicato nell’Iran il possibile mandante dell’agguato, a suo dire motivato dalla propria relazione con gli oppositori iraniani. I fatti però sono ancora tutti da accertare.
Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha rifiutato il ricorso presentato da Pablo Hasel e ha sentenziato che la condanna per ‘apologia del terrorismo’, inflittagli dai tribunali spagnoli a causa dei testi delle proprie canzoni, non è sproporzionata.
Hasel aveva fatto appello alla libertà di pensiero e d’espressione ma il Tribunale Europeo ha sostenuto che questi diritti non sono stati violati.
Una delle critiche che la sinistra radicale e l’esquerra independentista muovono all’amnistia appena accordata è proprio quella di non includere casi come quello di Hasel. Il rapper comunista denuncia di essere finito in prigione per la propria ideologia e continua a scontare la lunga pena senza alcun pentimento.
In un poema che ha recentemente scritto in carcere si dice che i giorni di lotta, come il primo ottobre, torneranno, «come la brezza che precede il maremoto incontrollabile».
Le prossime settimane chiariranno se l’accordo PSOE-Junts è destinato a consolidare la bonaccia indipendentista o se preclude invece a un nuovo maremoto.
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24/09/2021
Puigdemont arrestato in Italia, lo Stato più sbirro d’Europa
L’ex presidente della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont, esule politico in Belgio dal 2017, è stato arrestato dalla polizia italiana in Sardegna.
L’indipendentista catalano è stato fermato dagli agenti direttamente in aeroporto, ad Alghero, appena sceso dall’aereo proveniente da Bruxelles.
Puigdemont – poi trasferito in carcere a Sassari – era atterrato sull’isola perché nei prossimi giorni avrebbe dovuto partecipare insieme alla “ministra degli esteri” catalana Victòria Alsina e all’attuale presidente del Parlament, Laura Borràs, all’edizione annuale dell’Adifolk, festa internazionale della cultura popolare catalana (in Sardegna, com’è noto, nell’area di Alghero si parla ancora il catalano).
Oggi l’ex presidente dovrebbe essere “messo a disposizione della magistratura” e probabilmente ci sarà da ridere. Puigdemont è stato eletto all’europarlamento di Starsburgo, godeva dunque dell’immunità parlamentare che, anche se gli stata poi tolta con un'indecente decisione di Strasburgo, è stata poi comunque “rispettata” a livello continentale.
L’unico stato europeo che lo considera “un ricercato” è la Spagna, dove peraltro sono stati recentemente liberati i suoi “complici” cioè i membri del governo catalano (Oriol Junqueras, Jordi Sanchez, Jordi Cuixar e altri).
La Spagna ha da anni emanato un mandato di arresto internazionale che nessuno Stato ha fin qui esaudito – a cominciare dal Belgio, sede del Parlamento europeo – ed ha ora anche chiesto l’estradizione immediata al governo di Mario Draghi.
La magistratura dovrà pertanto decidere se concedere l’estradizione – coprendo di vergogna un paese che si dice “liberale” – oppure rimetterlo immediatamente in libertà, con le scuse.
Ricordiamo che il “reato” per cui è “ricercato” Puigdemont, peraltro uno dei leader più moderati dell’indipendentismo catalano, è l’aver indetto un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Referendum peraltro stravinto nonostante si sia tenuto in regime di occupazione militare da parte della polizia spagnola (provocando frizioni anche con settori dei poliziotti catalani, gli inquietanti Mossos de Esquadra).
Il suo avvocato Gonzalo Boye scrive su Twitter che Puigdemont si stava recando in Sardegna “come eurodeputato”. Il suo arresto, sostiene, è avvenuto “in base ad un ordine di arresto internazionale del 14 ottobre 2019 che, per imperativo legale – secondo lo statuto della Corte di Giustizia dell’Unione Europea – è stato sospeso”.
“La Spagna ha appena provocato l’arresto di un eurodeputato da parte di un altro stato membro dell’Unione Europea. Ci è riuscito ingannando il Tribunale della Comunità Europea, poiché avevano detto che questo non sarebbe successo. La detenzione durerà al massimo qualche ora, ma la vergogna della Spagna resterà nella storia“, ha affermato l’avvocato di Puigdemont Josep Costa.
La vergogna dell’Italia invece non riesce ad andare mai oltre il livello della cronaca da bassifondi. Basta ricordare la vergognosa consegna del leader curdo Ocalan agli apparati di sicurezza turchi.
Fonte
L’indipendentista catalano è stato fermato dagli agenti direttamente in aeroporto, ad Alghero, appena sceso dall’aereo proveniente da Bruxelles.
Puigdemont – poi trasferito in carcere a Sassari – era atterrato sull’isola perché nei prossimi giorni avrebbe dovuto partecipare insieme alla “ministra degli esteri” catalana Victòria Alsina e all’attuale presidente del Parlament, Laura Borràs, all’edizione annuale dell’Adifolk, festa internazionale della cultura popolare catalana (in Sardegna, com’è noto, nell’area di Alghero si parla ancora il catalano).
Oggi l’ex presidente dovrebbe essere “messo a disposizione della magistratura” e probabilmente ci sarà da ridere. Puigdemont è stato eletto all’europarlamento di Starsburgo, godeva dunque dell’immunità parlamentare che, anche se gli stata poi tolta con un'indecente decisione di Strasburgo, è stata poi comunque “rispettata” a livello continentale.
L’unico stato europeo che lo considera “un ricercato” è la Spagna, dove peraltro sono stati recentemente liberati i suoi “complici” cioè i membri del governo catalano (Oriol Junqueras, Jordi Sanchez, Jordi Cuixar e altri).
La Spagna ha da anni emanato un mandato di arresto internazionale che nessuno Stato ha fin qui esaudito – a cominciare dal Belgio, sede del Parlamento europeo – ed ha ora anche chiesto l’estradizione immediata al governo di Mario Draghi.
La magistratura dovrà pertanto decidere se concedere l’estradizione – coprendo di vergogna un paese che si dice “liberale” – oppure rimetterlo immediatamente in libertà, con le scuse.
Ricordiamo che il “reato” per cui è “ricercato” Puigdemont, peraltro uno dei leader più moderati dell’indipendentismo catalano, è l’aver indetto un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Referendum peraltro stravinto nonostante si sia tenuto in regime di occupazione militare da parte della polizia spagnola (provocando frizioni anche con settori dei poliziotti catalani, gli inquietanti Mossos de Esquadra).
Il suo avvocato Gonzalo Boye scrive su Twitter che Puigdemont si stava recando in Sardegna “come eurodeputato”. Il suo arresto, sostiene, è avvenuto “in base ad un ordine di arresto internazionale del 14 ottobre 2019 che, per imperativo legale – secondo lo statuto della Corte di Giustizia dell’Unione Europea – è stato sospeso”.
“La Spagna ha appena provocato l’arresto di un eurodeputato da parte di un altro stato membro dell’Unione Europea. Ci è riuscito ingannando il Tribunale della Comunità Europea, poiché avevano detto che questo non sarebbe successo. La detenzione durerà al massimo qualche ora, ma la vergogna della Spagna resterà nella storia“, ha affermato l’avvocato di Puigdemont Josep Costa.
La vergogna dell’Italia invece non riesce ad andare mai oltre il livello della cronaca da bassifondi. Basta ricordare la vergognosa consegna del leader curdo Ocalan agli apparati di sicurezza turchi.
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13/03/2021
Esuli catalani, l’Europa apre la porta al carnefice
Il 13 febbraio scorso si erano svolte le elezioni per la Generalitat de Catalunya che avevano consegnato ancora una volta il comando del Parlamento catalano agli indipendentisti, passati da 70 a 74 seggi.
Doveva essere un segnale forte non solo per lo Stato spagnolo ma anche per l’Unione Europea e invece, a nemmeno un mese dalle elezioni, in un voto a scrutinio segreto il Parlamento europeo ha deciso di ritirare l’immunità parlamentare all’ex Presidente della Generalitat Carles Puigdemont e agli ex consiglieri Toni Comin e Clara Ponsatì, nel frattempo eletti come parlamentari al Parlamento di Bruxelles.
I tre rischiano ora pene pesantissime per aver organizzato il referendum del 1°ottobre 2017. L’Europa ancora una volta ha scelto di schierarsi dalla parte dello Stato spagnolo per una logica di equilibri interni dimostrando ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che la cosiddetta “Europa dei popoli” è solo un artificio che si è utilizzato nel dare il via alla costruzione dell’Unione, ma nessuno dei “costruttori” ha mai avuto intenzione di andare oltre la retorica.
A favore di questa decisione si sono pronunciati tutti i gruppi liberali e popolari a cui si sono accodati alcuni partiti socialisti, che di socialista oramai hanno solo il nome e alcuni neanche più quello, come il PSOE spagnolo.
A dimostrazione del fatto che l’agenda politica di tutta la destra continentale non può essere influenzata da un problema politico difficilmente gestibile come quello dell’autodeterminazione del popolo catalano e della creazione di una nuova entità statale a cui, irrimediabilmente, seguirebbe la rivendicazione dell’indipendenza nelle altre nazioni senza Stato sparse nell’Unione Europea.
L’Europa ha deciso di gestire in maniera giudiziaria un problema politico fondamentale, che andrebbe a far traballare la già fragile impalcatura su cui si poggia, credendo di poter nascondere la polvere sotto il tappeto e mettere in chiaro in maniera plateale che le minoranze oppresse contano meno, molto meno, degli Stati che hanno dato vita all’Unione. Anche quando questi Stati non rispettano affatto gli standard dei diritti umani e politici dei propri abitanti o sono palesemente Stati fascisti.
Nel confermare la nostra solidarietà ai tre esuli, a tutti i prigionieri politici e all’intero popolo catalano, che proprio in questi giorni continua a subire la repressione di piazza in seguito alle manifestazioni per l’arresto del cantante Pablo Hasel, non possiamo che ribadire la nostra contrarietà a questa Unione Europea che continua a dimostrarsi nemica dei popoli e delle nazioni oppresse, nelle quali vede un nemico della costruzione di un polo che deve dimostrarsi omogeneo e granitico sulla scena mondiale.
Un polo imperialista che potrà essere superato proprio con la costruzione di una nuova Europa di popoli liberi.
Fonte
Doveva essere un segnale forte non solo per lo Stato spagnolo ma anche per l’Unione Europea e invece, a nemmeno un mese dalle elezioni, in un voto a scrutinio segreto il Parlamento europeo ha deciso di ritirare l’immunità parlamentare all’ex Presidente della Generalitat Carles Puigdemont e agli ex consiglieri Toni Comin e Clara Ponsatì, nel frattempo eletti come parlamentari al Parlamento di Bruxelles.
I tre rischiano ora pene pesantissime per aver organizzato il referendum del 1°ottobre 2017. L’Europa ancora una volta ha scelto di schierarsi dalla parte dello Stato spagnolo per una logica di equilibri interni dimostrando ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che la cosiddetta “Europa dei popoli” è solo un artificio che si è utilizzato nel dare il via alla costruzione dell’Unione, ma nessuno dei “costruttori” ha mai avuto intenzione di andare oltre la retorica.
A favore di questa decisione si sono pronunciati tutti i gruppi liberali e popolari a cui si sono accodati alcuni partiti socialisti, che di socialista oramai hanno solo il nome e alcuni neanche più quello, come il PSOE spagnolo.
A dimostrazione del fatto che l’agenda politica di tutta la destra continentale non può essere influenzata da un problema politico difficilmente gestibile come quello dell’autodeterminazione del popolo catalano e della creazione di una nuova entità statale a cui, irrimediabilmente, seguirebbe la rivendicazione dell’indipendenza nelle altre nazioni senza Stato sparse nell’Unione Europea.
L’Europa ha deciso di gestire in maniera giudiziaria un problema politico fondamentale, che andrebbe a far traballare la già fragile impalcatura su cui si poggia, credendo di poter nascondere la polvere sotto il tappeto e mettere in chiaro in maniera plateale che le minoranze oppresse contano meno, molto meno, degli Stati che hanno dato vita all’Unione. Anche quando questi Stati non rispettano affatto gli standard dei diritti umani e politici dei propri abitanti o sono palesemente Stati fascisti.
Nel confermare la nostra solidarietà ai tre esuli, a tutti i prigionieri politici e all’intero popolo catalano, che proprio in questi giorni continua a subire la repressione di piazza in seguito alle manifestazioni per l’arresto del cantante Pablo Hasel, non possiamo che ribadire la nostra contrarietà a questa Unione Europea che continua a dimostrarsi nemica dei popoli e delle nazioni oppresse, nelle quali vede un nemico della costruzione di un polo che deve dimostrarsi omogeneo e granitico sulla scena mondiale.
Un polo imperialista che potrà essere superato proprio con la costruzione di una nuova Europa di popoli liberi.
Fonte
10/03/2021
I diritti politici “variabili” della UE. Al fianco dei prigionieri politici catalani!
Che “pace”, “democrazia” e “diritti” siano solo la patina sbrilluccicante che nasconde la generale torsione autoritaria che caratterizza da sempre l’Unione Europea, lo andiamo affermando da tempo.
Ma con il voto di lunedì, che ha tolto l’immunità parlamentare ai tre eurodeputati catalani, ormai il banco è saltato, la recita non sta più in piedi.
A favore della revoca hanno votato 400 deputati su 705, 248 si sono espressi contro e 45 si sono astenuti, su un totale di 693 votanti.
Le tre maggiori famiglie politiche europee – incalzate dai tre partiti spagnoli che sono parte di questi raggruppamenti (PSOE, Partido Popular e Ciudadanos) – hanno comunque avuto ottanta “defezioni” rispetto alla disciplina di voto. Segno che l’opzione di togliere questo tipo di tutela a parlamentari regolarmente eletti e oggetto di veri e propri processi politici è stata considerata una sorta di “traversata del Rubicone” per il quadro di garanzie complessive.
Ed in effetti, al di là delle ricadute pratiche effettive, ha un forte valore simbolico di ulteriore svolta nella criminalizzazione del dissenso politico.
Non è detto che questa decisione vergognosa porti necessariamente all’estradizione dei diretti interessati, in passato già negata dai Paesi in cui si sono esiliati (Belgio e Scozia). Ma è certo che va avanti il lavoro persecutorio di Pablo Llarena, istruttore della causa del procés al Tribunale Supremo, anche in sede della Corte di Giustizia Europea, per sfruttare appieno le modalità giuridiche per “assicurare alla giustizia spagnola” i tre politici e cercare di annichilire la sovranità giuridica dei Paesi in cui sono esiliati.
La Catalogna sembra ormai essere diventata il nuovo laboratorio per l’unico elemento che l’UE lascia gestire prioritariamente alle singole amministrazioni nazionali, quello repressivo, in una sorta di allineamento verso il basso delle garanzie giuridiche a livello comunitario, teso a eliminare le garanzie residuali dei singoli paesi di fronte alla Giustizia Europea.
Non è la prima volta che Bruxelles resta sorda alle istanze di Barcellona, mentre presta il fianco a Madrid: le istituzioni comunitarie si erano infatti schierate dalla parte del governo spagnolo anche nell’ottobre 2017, mentre si mandavano le forze dell’ordine a massacrare milioni di elettori ai seggi, in occasione del Referendum unilaterale sull’indipendenza.
A tre anni di distanza è direttamente il Parlamento europeo a strizzare l’occhio allo Stato spagnolo. Come ha affermato il principale quotidiano del Regno, “senza sorprese o scosse, l’EuroCamera ha soddisfatto le aspettative” votando a favore del ritiro dell’immunità garantita finora a tre eurodeputati catalani: l’ex President de la Generalitat, Carles Puigdemont, e gli ex consellers del governo catalano Toni Comin e Clara Ponsatì. Condannati in Spagna a più di dieci anni per il loro ruolo in questo banale esercizio di democrazia: un referendum, appunto.
Le accuse di Madrid sono legate al loro ruolo nell’organizzazione e nella gestione del Referendum, dunque sono di natura squisitamente politica. Così come lo sono le accuse ai sette prigionieri politici catalani, tutti leader indipendentisti, a cui è stata tolta dal Tribunale Supremo la condizione di semilibertà precedentemente concessa, il giorno stesso in cui è stata comunicato il voto di Bruxelles.
Entro le nove di sera, sono rientrati (tranne uno di loro che godeva di un permesso) nel carcere di Lledoners, dove continueranno a scontare le pesanti pene detentive, ribadendo prima di rientrare la giustezza nelle proprie convinzioni e la necessità di perseverare nell’obiettivo dell’indipendenza.
Tra questi, l’ex-vicepresidente del governo catalano Oriol Junqueras ha dichiarato: “Sanno che possono batterci solo se ci buttano fuori dal campo da gioco. Dato che non possono batterci alle urne, vogliono batterci nei tribunali e nelle carceri, ma anche quando infrangono tutte le regole non gli è utile per conquistarci”.
I sette sono la punta dell’iceberg delle circa tremila persone coinvolte in azioni giudiziarie legate al processo indipendentista, per le quali le forze uscite vincitrici dalle urne il 14 febbraio ed in trattativa per formare il governo (ERC, JxC e CUP) chiedono l’amnistia.
In questo braccio di ferro tra forze istituzionali, si nota bene il riflesso degli avvenimenti di piazza di queste settimane per la scarcerazione di Pablo Hasel ed il voto popolare filo-indipendentista del mese scorso, che consegna al governo socialista di Madrid la difficile gestione di una Comunidad non pacificata e difficilmente cooptabile nei progetti politici “socialisti” filo-UE.
Il voto del Parlamento europeo si inserisce in un clima di accentuata competizione con gli altri attori geo-politici mondiali e di evidente difficoltà nella gestione della “terza ondata” di Covid-19, con le vaccinazioni che vanno ovunque a rilento.
Se emerge una generale instabilità nella sponda Sud ed Orientale del Mediterraneo (aree strategiche per il neo-colonialismo europeo), per le condizioni sociali e gli assetti politici, anche il cuore dell’Unione è caratterizzato dal sedimentarsi delle contraddizioni di difficile governance da parte degli stessi attori politici continentali maggiori.
Come Rete dei Comunisti siamo al fianco del popolo catalano, della sua legittima aspirazione all’auto-determinazione e della sua richiesta per l’amnistia. Condanniamo con forza quest’ennesimo atto liberticida di cui si è macchiato il Parlamento Europeo e le forze politiche che hanno voluto dare un duro colpo a ciò che rimane della civiltà giuridica continentale.
Siamo convinti che solo uscendo dalla gabbia dell’Unione Europea i popoli europei possano trovare la realizzazione del loro anelito di libertà e le classi subalterne realizzare la propria emancipazione.
Fonte
Ma con il voto di lunedì, che ha tolto l’immunità parlamentare ai tre eurodeputati catalani, ormai il banco è saltato, la recita non sta più in piedi.
A favore della revoca hanno votato 400 deputati su 705, 248 si sono espressi contro e 45 si sono astenuti, su un totale di 693 votanti.
Le tre maggiori famiglie politiche europee – incalzate dai tre partiti spagnoli che sono parte di questi raggruppamenti (PSOE, Partido Popular e Ciudadanos) – hanno comunque avuto ottanta “defezioni” rispetto alla disciplina di voto. Segno che l’opzione di togliere questo tipo di tutela a parlamentari regolarmente eletti e oggetto di veri e propri processi politici è stata considerata una sorta di “traversata del Rubicone” per il quadro di garanzie complessive.
Ed in effetti, al di là delle ricadute pratiche effettive, ha un forte valore simbolico di ulteriore svolta nella criminalizzazione del dissenso politico.
Non è detto che questa decisione vergognosa porti necessariamente all’estradizione dei diretti interessati, in passato già negata dai Paesi in cui si sono esiliati (Belgio e Scozia). Ma è certo che va avanti il lavoro persecutorio di Pablo Llarena, istruttore della causa del procés al Tribunale Supremo, anche in sede della Corte di Giustizia Europea, per sfruttare appieno le modalità giuridiche per “assicurare alla giustizia spagnola” i tre politici e cercare di annichilire la sovranità giuridica dei Paesi in cui sono esiliati.
La Catalogna sembra ormai essere diventata il nuovo laboratorio per l’unico elemento che l’UE lascia gestire prioritariamente alle singole amministrazioni nazionali, quello repressivo, in una sorta di allineamento verso il basso delle garanzie giuridiche a livello comunitario, teso a eliminare le garanzie residuali dei singoli paesi di fronte alla Giustizia Europea.
Non è la prima volta che Bruxelles resta sorda alle istanze di Barcellona, mentre presta il fianco a Madrid: le istituzioni comunitarie si erano infatti schierate dalla parte del governo spagnolo anche nell’ottobre 2017, mentre si mandavano le forze dell’ordine a massacrare milioni di elettori ai seggi, in occasione del Referendum unilaterale sull’indipendenza.
A tre anni di distanza è direttamente il Parlamento europeo a strizzare l’occhio allo Stato spagnolo. Come ha affermato il principale quotidiano del Regno, “senza sorprese o scosse, l’EuroCamera ha soddisfatto le aspettative” votando a favore del ritiro dell’immunità garantita finora a tre eurodeputati catalani: l’ex President de la Generalitat, Carles Puigdemont, e gli ex consellers del governo catalano Toni Comin e Clara Ponsatì. Condannati in Spagna a più di dieci anni per il loro ruolo in questo banale esercizio di democrazia: un referendum, appunto.
Le accuse di Madrid sono legate al loro ruolo nell’organizzazione e nella gestione del Referendum, dunque sono di natura squisitamente politica. Così come lo sono le accuse ai sette prigionieri politici catalani, tutti leader indipendentisti, a cui è stata tolta dal Tribunale Supremo la condizione di semilibertà precedentemente concessa, il giorno stesso in cui è stata comunicato il voto di Bruxelles.
Entro le nove di sera, sono rientrati (tranne uno di loro che godeva di un permesso) nel carcere di Lledoners, dove continueranno a scontare le pesanti pene detentive, ribadendo prima di rientrare la giustezza nelle proprie convinzioni e la necessità di perseverare nell’obiettivo dell’indipendenza.
Tra questi, l’ex-vicepresidente del governo catalano Oriol Junqueras ha dichiarato: “Sanno che possono batterci solo se ci buttano fuori dal campo da gioco. Dato che non possono batterci alle urne, vogliono batterci nei tribunali e nelle carceri, ma anche quando infrangono tutte le regole non gli è utile per conquistarci”.
I sette sono la punta dell’iceberg delle circa tremila persone coinvolte in azioni giudiziarie legate al processo indipendentista, per le quali le forze uscite vincitrici dalle urne il 14 febbraio ed in trattativa per formare il governo (ERC, JxC e CUP) chiedono l’amnistia.
In questo braccio di ferro tra forze istituzionali, si nota bene il riflesso degli avvenimenti di piazza di queste settimane per la scarcerazione di Pablo Hasel ed il voto popolare filo-indipendentista del mese scorso, che consegna al governo socialista di Madrid la difficile gestione di una Comunidad non pacificata e difficilmente cooptabile nei progetti politici “socialisti” filo-UE.
Il voto del Parlamento europeo si inserisce in un clima di accentuata competizione con gli altri attori geo-politici mondiali e di evidente difficoltà nella gestione della “terza ondata” di Covid-19, con le vaccinazioni che vanno ovunque a rilento.
Se emerge una generale instabilità nella sponda Sud ed Orientale del Mediterraneo (aree strategiche per il neo-colonialismo europeo), per le condizioni sociali e gli assetti politici, anche il cuore dell’Unione è caratterizzato dal sedimentarsi delle contraddizioni di difficile governance da parte degli stessi attori politici continentali maggiori.
Come Rete dei Comunisti siamo al fianco del popolo catalano, della sua legittima aspirazione all’auto-determinazione e della sua richiesta per l’amnistia. Condanniamo con forza quest’ennesimo atto liberticida di cui si è macchiato il Parlamento Europeo e le forze politiche che hanno voluto dare un duro colpo a ciò che rimane della civiltà giuridica continentale.
Siamo convinti che solo uscendo dalla gabbia dell’Unione Europea i popoli europei possano trovare la realizzazione del loro anelito di libertà e le classi subalterne realizzare la propria emancipazione.
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30/05/2019
Le elezioni in Catalogna. Alta affluenza, crescono gli indipendentisti
Nel dibattito catalano sul voto europeo, la critica all’austerità imposta da popolari e socialisti alle masse del continente, così come il dibattito sulla quantomeno discutible natura democratica delle istituzioni dell’Unione, sono stati quasi del tutto assenti.
Il silenzio su questi temi si deve in parte al fatto che la CUP non ha partecipato alle elezioni, considerando impossibile riformare dall’interno l’UE; in parte al fatto che i partiti unionisti hanno cavalcato il tema della difesa degli interessi spagnoli in Europa, in chiave anti-secessionista, mentre ERC e Lliures per Europa (la lista di Puigdemont) hanno dipinto la tribuna di Bruxelles come lo scenario sul quale recuperare l’iniziativa perduta in casa. Il voto europeo è stato cosí interpretato in chiave prevalentemente nazionale, anche per la coincidenza con il voto amministrativo, fattore che ha anch’esso contribuito alla crescita della partecipazione (a Catalunya si è passati dal 47% del 2014 all’attuale 64% per quanto riguarda le europee e dal 58% del 2015 all’odierno 64% per le amministrative).
Il dato più evidente che sembra emergere dalla complessa tornata elettorale del 26 maggio è che l’elettorato catalano ha ribadito la maggioranza indipendentista: per quanto riguarda le europee, la lista di Carles Puigdemont è stata la più votata a Catalunya (28%); in seconda posizione si è piazzato il PSOE (22%), tallonato da ERC (21%). Il successo di Puigdemont apre uno scenario che gli avvocati dell’ex presidente della Generalitat studiano da tempo: approfittare dei tribunali europei, che finora hanno lasciato in libertà gli esiliati catalani in Belgio, Germania e Inghilterra, per piazzare Puigdemont nel parlamento di Bruxelles e aprire finalmente una via politica per rispondere alla domanda di cambiamento proveniente dalla Catalunya. Come è scontato, il governo spagnolo si opporrà all’insediamento di Puigdemont nell’eurocamera, aprendo un conflitto che dovrà essere risolto da un giudice europeo. Vedremo se saranno i tribunali dell’Unione a spazzare via definitivamente la fiducia di alcuni settori del movimento indipendentista nelle istituzioni europee; o se invece gli stessi tribunali continueranno ad alimentare le speranze nella nascita del nuovo stato catalano sotto l’egida europea, scelta che darebbe fiato alla direzione moderata del movimento indipendentista.
La mossa dell’ex presidente catalano sembra assai complicata, dato che la soluzione meramente repressiva sulla quale si è attestata la Spagna è chiaramente sostenuta dagli alleati europei. Certo è che l’elezione di Puigdemont nel parlamento dell’Unione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di un politico che, come è stato detto efficacemente, “è militante del PDCaT, pensa come uno di Esquerra e agisce come uno della CUP”. E forse proprio questo pragmatismo, capace anche di gesti in certa misura radicali, gli ha reso possibile intercettare alle europee parte dell’elettorato di ERC, intenzionato a inviare al cuore dell’UE la faccia più nota del referendum del primo ottobre. Così rispetto alle europee del 2014, il confronto tra la lista attuale di Puigdemont e il partito al quale apparteneva all’epoca (Convergència i Unió) ci consegna una crescita di sette punti percentuali. ERC retrocede invece di due punti ma la somma del voto indipendentista supera il 49% e si attesta a sole tre decime dalla maggioranza assoluta.
Il voto catalano alle europee ha anche segnato un indubbio risultato positivo per il PSOE, che si pone alla testa dello schieramento unionista, risalendo ben otto punti percentuali rispetto al 2014. Su questo versante prosegue la lotta per l’egemonia: la frenata di Ciutadans, sceso dal 21% all’8%, non beneficia il PP, a sua volta passato dal 9% al 5%. E così tra i due litiganti il terzo gode. I poteri forti hanno trovato nel PSOE la migliore garanzia di governabilità: quella offerta da un partito che oltre a non spaventare la borghesia, garantisce la cooptazione nel progetto unionista di segno liberale anche di una parte consistente delle classi popolari catalane.
Per altri versi la sinistra di ascendenza statale, rappresentata da Catalunya en Comú – Podemos, non sembra aver convinto l’elettorato, se è vero che nel 2014 gli ex indignati e Esquerra Unida sommavano il 15% del voto catalano alle europee mentre oggi ne rappresentano solo l’8,5%. Catalunya en Comú – Podemos ha mantenuto il proprio equilibrismo tra indipendentisti e unionisti, senza assumere nel proprio discorso l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, scelta che non ha pagato né alle elezioni generali di aprile né alle europee.
Per quel che riguarda invece le elezioni municipali, l’indipendentismo riconferma le proprie posizioni, anche se in questo caso è ERC ad affermarsi come primo partito con il 23%, seguita dal PSC con il 21% e dal partito di Puigdemont con il 15%. Il successo di Esquerra sul terreno municipale conferma l’ottimo risultato delle elezioni statali di aprile ed evidenzia che la lotta per l’egemonia all’interno del movimento indipendentista è tutt’altro che chiusa. Il dato che fa notizia è la vittoria del candidato di ERC a Barcelona: Ernest Maragall, politico di lunga data, ex socialista passato alle fila repubblicane quando il PSC ha abbandonato il diritto all’autodeterminazione, ha spodestato Ada Colau. La vittoria è emblematica: Barcelona, che non aveva aderito all’Associazione dei Municipi per l’Indipendenza, si scopre a maggioranza indipendentista. Il risultato della Colau però non è affatto disprezzabile, così come quello del PSC, entrambi finiti a ruota di ERC, tanto da complicare assai lo scenario per il nuovo sindaco della città, probabilmente costretto a governare in minoranza, data l’impossibilità di raggiungere un patto tra forze che incrociano il proprio veto. Il risultao di Manuel Valls, appoggiato da Ciutadans e accreditatosi come il rappresentante ideale dell’unionismo liberale è deludente: improvvisamente paracadutato dalla Francia, l’ex ministro socialista ha fallito clamorosamente l’obbiettivo. Ancora più esiguo il risultato del PP, che però conserva due consiglieri. Molto deludente il risultato della CUP, che perde i due consiglieri che aveva e rimane fuori dal consiglio comunale di Barcelona.
A Girona si conferma il partito di Puigdemont, già sindaco della città, mentre la seconda forza è rappresentata dalla candidatura costruita dalla CUP assieme ai movimenti sociali; terza forza il PSC seguito da ERC e Ciutadans, mentre il PP rimane fuori dal consiglio. A Lleida ERC strappa il comune al PSC, che invece si afferma a Tarragona. In tutta Catalunya, il PP ottiene un solo sindaco, mentre il popolare Xavier Albiol si afferma a Badalona presentandosi senza l’ingombrante sigla del partito. Ciutadans conferma il dato delle precedenti municipali, rimanendo senza alcun sindaco. Non è il caso della CUP, che elegge il primo cittadino in numerosi centri minori, dove ottiene percentuali lusinghiere, come nel caso di Berga, dove la candidatura della sinistra anticapitalista e independentista ottiene un lusinghiero 40,75%.
Se si prendono in considerazione i regidors eletti, ossia i membri dei consigli comunali, la CUP ne ha totalizzati ben 335 su tutto il territorio catalano, quarta forza preceduta dal PSC con 1.315 eletti, Junts per Catalunya con 2.798 e ERC con 3.107. Peggiori i risultati di En Comú – Podemos, con 258 regidors, Ciutadans con 244 e il PP con 67 eletti.
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Il silenzio su questi temi si deve in parte al fatto che la CUP non ha partecipato alle elezioni, considerando impossibile riformare dall’interno l’UE; in parte al fatto che i partiti unionisti hanno cavalcato il tema della difesa degli interessi spagnoli in Europa, in chiave anti-secessionista, mentre ERC e Lliures per Europa (la lista di Puigdemont) hanno dipinto la tribuna di Bruxelles come lo scenario sul quale recuperare l’iniziativa perduta in casa. Il voto europeo è stato cosí interpretato in chiave prevalentemente nazionale, anche per la coincidenza con il voto amministrativo, fattore che ha anch’esso contribuito alla crescita della partecipazione (a Catalunya si è passati dal 47% del 2014 all’attuale 64% per quanto riguarda le europee e dal 58% del 2015 all’odierno 64% per le amministrative).
Il dato più evidente che sembra emergere dalla complessa tornata elettorale del 26 maggio è che l’elettorato catalano ha ribadito la maggioranza indipendentista: per quanto riguarda le europee, la lista di Carles Puigdemont è stata la più votata a Catalunya (28%); in seconda posizione si è piazzato il PSOE (22%), tallonato da ERC (21%). Il successo di Puigdemont apre uno scenario che gli avvocati dell’ex presidente della Generalitat studiano da tempo: approfittare dei tribunali europei, che finora hanno lasciato in libertà gli esiliati catalani in Belgio, Germania e Inghilterra, per piazzare Puigdemont nel parlamento di Bruxelles e aprire finalmente una via politica per rispondere alla domanda di cambiamento proveniente dalla Catalunya. Come è scontato, il governo spagnolo si opporrà all’insediamento di Puigdemont nell’eurocamera, aprendo un conflitto che dovrà essere risolto da un giudice europeo. Vedremo se saranno i tribunali dell’Unione a spazzare via definitivamente la fiducia di alcuni settori del movimento indipendentista nelle istituzioni europee; o se invece gli stessi tribunali continueranno ad alimentare le speranze nella nascita del nuovo stato catalano sotto l’egida europea, scelta che darebbe fiato alla direzione moderata del movimento indipendentista.
La mossa dell’ex presidente catalano sembra assai complicata, dato che la soluzione meramente repressiva sulla quale si è attestata la Spagna è chiaramente sostenuta dagli alleati europei. Certo è che l’elezione di Puigdemont nel parlamento dell’Unione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di un politico che, come è stato detto efficacemente, “è militante del PDCaT, pensa come uno di Esquerra e agisce come uno della CUP”. E forse proprio questo pragmatismo, capace anche di gesti in certa misura radicali, gli ha reso possibile intercettare alle europee parte dell’elettorato di ERC, intenzionato a inviare al cuore dell’UE la faccia più nota del referendum del primo ottobre. Così rispetto alle europee del 2014, il confronto tra la lista attuale di Puigdemont e il partito al quale apparteneva all’epoca (Convergència i Unió) ci consegna una crescita di sette punti percentuali. ERC retrocede invece di due punti ma la somma del voto indipendentista supera il 49% e si attesta a sole tre decime dalla maggioranza assoluta.
Il voto catalano alle europee ha anche segnato un indubbio risultato positivo per il PSOE, che si pone alla testa dello schieramento unionista, risalendo ben otto punti percentuali rispetto al 2014. Su questo versante prosegue la lotta per l’egemonia: la frenata di Ciutadans, sceso dal 21% all’8%, non beneficia il PP, a sua volta passato dal 9% al 5%. E così tra i due litiganti il terzo gode. I poteri forti hanno trovato nel PSOE la migliore garanzia di governabilità: quella offerta da un partito che oltre a non spaventare la borghesia, garantisce la cooptazione nel progetto unionista di segno liberale anche di una parte consistente delle classi popolari catalane.
Per altri versi la sinistra di ascendenza statale, rappresentata da Catalunya en Comú – Podemos, non sembra aver convinto l’elettorato, se è vero che nel 2014 gli ex indignati e Esquerra Unida sommavano il 15% del voto catalano alle europee mentre oggi ne rappresentano solo l’8,5%. Catalunya en Comú – Podemos ha mantenuto il proprio equilibrismo tra indipendentisti e unionisti, senza assumere nel proprio discorso l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, scelta che non ha pagato né alle elezioni generali di aprile né alle europee.
Per quel che riguarda invece le elezioni municipali, l’indipendentismo riconferma le proprie posizioni, anche se in questo caso è ERC ad affermarsi come primo partito con il 23%, seguita dal PSC con il 21% e dal partito di Puigdemont con il 15%. Il successo di Esquerra sul terreno municipale conferma l’ottimo risultato delle elezioni statali di aprile ed evidenzia che la lotta per l’egemonia all’interno del movimento indipendentista è tutt’altro che chiusa. Il dato che fa notizia è la vittoria del candidato di ERC a Barcelona: Ernest Maragall, politico di lunga data, ex socialista passato alle fila repubblicane quando il PSC ha abbandonato il diritto all’autodeterminazione, ha spodestato Ada Colau. La vittoria è emblematica: Barcelona, che non aveva aderito all’Associazione dei Municipi per l’Indipendenza, si scopre a maggioranza indipendentista. Il risultato della Colau però non è affatto disprezzabile, così come quello del PSC, entrambi finiti a ruota di ERC, tanto da complicare assai lo scenario per il nuovo sindaco della città, probabilmente costretto a governare in minoranza, data l’impossibilità di raggiungere un patto tra forze che incrociano il proprio veto. Il risultao di Manuel Valls, appoggiato da Ciutadans e accreditatosi come il rappresentante ideale dell’unionismo liberale è deludente: improvvisamente paracadutato dalla Francia, l’ex ministro socialista ha fallito clamorosamente l’obbiettivo. Ancora più esiguo il risultato del PP, che però conserva due consiglieri. Molto deludente il risultato della CUP, che perde i due consiglieri che aveva e rimane fuori dal consiglio comunale di Barcelona.
A Girona si conferma il partito di Puigdemont, già sindaco della città, mentre la seconda forza è rappresentata dalla candidatura costruita dalla CUP assieme ai movimenti sociali; terza forza il PSC seguito da ERC e Ciutadans, mentre il PP rimane fuori dal consiglio. A Lleida ERC strappa il comune al PSC, che invece si afferma a Tarragona. In tutta Catalunya, il PP ottiene un solo sindaco, mentre il popolare Xavier Albiol si afferma a Badalona presentandosi senza l’ingombrante sigla del partito. Ciutadans conferma il dato delle precedenti municipali, rimanendo senza alcun sindaco. Non è il caso della CUP, che elegge il primo cittadino in numerosi centri minori, dove ottiene percentuali lusinghiere, come nel caso di Berga, dove la candidatura della sinistra anticapitalista e independentista ottiene un lusinghiero 40,75%.
Se si prendono in considerazione i regidors eletti, ossia i membri dei consigli comunali, la CUP ne ha totalizzati ben 335 su tutto il territorio catalano, quarta forza preceduta dal PSC con 1.315 eletti, Junts per Catalunya con 2.798 e ERC con 3.107. Peggiori i risultati di En Comú – Podemos, con 258 regidors, Ciutadans con 244 e il PP con 67 eletti.
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06/09/2018
Catalogna. “L’arte di non mettere tutte le uova nello stesso cesto”
“La borghesia non mette mai tutte le uova nello stesso cesto”
Josep Serradell “Roman”, parlando con un servo, trent’anni fa.
L’accecamento prodotto dalla retorica politica suole impedirci di avere una visione d’insieme del conflitto, captare la dinamica, il ritmo di sviluppo, la direzione di marcia, gli obiettivi reali dei contendenti e le successive modifiche dei rapporti di forza.
Il prossimo autunno sarà pieno di retorica accecante. Da un lato, ci accecano gli atti brutali di uno stato cupo e integrale che considera la sacra unità e indivisibilità della patria spagnola come qualcosa di eterno, naturale, sacro, imprescindibile e intoccabile. Pedro Sánchez dichiara la sua intenzione di declassificare il conflitto e di aprire la strada a un patto tra le elìtes, però le azioni di questo stato cupo, di questo post-franchismo che sta diventando tanto tanto lungo, metteranno a dura prova la consistenza della sua volontà. I processi dei prigionieri politici, dei sindaci e dei rappresentanti delle entità sovraniste daranno il ritmo a tutto l’autunno. Legate a ciò, le provocatorie azioni dell’estrema destra contro la libertà di espressione del movimento indipendentista e l’asta tra il PP o Ciudadanos per il primato nella difesa dei loro valori patri saranno nuovi bastoni tra le ruote dell’intenzione di declassificare il conflitto.
Ci hanno accecato anche le azioni di quel settore della classe politica catalana che ha perso il ruolo di partito organico, rappresentativo e mediatore delle classi dominanti e dirigenti radicate in Catalogna. Il cesarismo di Puigdemont trasformerà l’autunno in una nuova fase della lunga campagna elettorale (chiamata processo). La lotta per la ricomposizione della rappresentanza politica della borghesia catalana si farà attraverso i sentieri della radicalità. Cosa che non piace né a Fomento del Trabajo Nacional, né al Circolo dell’Economia.
Dopo il suo trionfo schiacciante nel congresso del PDeCAT, Puigdemont e il suo vicario in terra faranno questa campagna elettorale privi di complessi: o io, o il diluvio! Ricatto, pressione, attacchi irrispettosi contro il dissidente, OPA’s contro ERC, furto dell’elettorato alla CUP (come in parte già è successo)... Tutto sotto il segno della fretta, dell’ora o mai più, dell’illusione di raggiungere un obiettivo che loro sanno essere fittizio: implementare una inesistente repubblica catalana. Una repubblica che, nel momento decisivo, tanto gli uni come gli altri lasceranno in una dichiarazione retorica, in un atto teatrale vuoto di contenuto, d’azione e di volontà.
Il 27 ottobre Puigdemont aveva un patto con il PP di Rajoy, mediato dal PNV e dal PSOE. Il patto tradiva la retorica pubblica usata dopo la sostituzione di Artur Mas e, soprattutto tradiva il movimento popolare che aveva reso possibile il 1° di Ottobre. Niente di nuovo sotto il sole: è lo stesso modus operandi delle classi dirigenti catalane da quasi quattrocento anni. Però l’applicazione di quel patto era complicata. Una volta che hai stimolato le moltitudini e queste si prendono le strade, i patti non sono facili, necessitano di un lungo tempo di digestione. Così che una volta esposto all’aspra critica di altri settori politici in competizione, Macià le petit, ha optato per il coitus interruptus: proclamazione retorica, nessuna misura pratica reale e rifugio all’estero. Come dice la naíf e da poco arrivata nel grande gioco, Clara Ponsati: bluffare. Solo la durezza intransigente di uno stato cupo personificata nell’accanimento giuridico di Llarena hanno trasformato uno che fa tattica in martire della patria. Se Puigdemont e i suoi credono sinceramente che il 1° di ottobre conferiva la legittimità per una proclamazione unilaterale della repubblica catalana, che cosa ha motivato la giornata del 27 ottobre? Cui prodest?
Ma esiste una borghesia indipendentista?
Esiste un mito condiviso tanto dalla sinistra indipendentista quanto dalla sinistra autonomista, recentemente riscopertasi federalista. É il mito dell’esistenza di una borghesia catalana indipendentista. Si tratta di un feticcio strumentale: le classi dominanti e dirigenti catalane non sono state e non sono indipendentiste. Nella loro larga maggioranza, naturalmente. Basta dare un’occhiata alle pagine web di Fomento de Trabajo Nacional (di Spagna, of course), del Circolo dell’Economia, del Circolo Equestre, del Circolo del Liceo, della Società di Studi Economici, della Società Barcellonese degli Amici del Paese o del recentemente creato Club Alexis de Tocqueville, o ascoltare alcuni frequentatori del mercato del Barça, per confermarlo. O leggere il monarchico giornale del conte di Godó, o El Periódico, o vedere o ascoltare Atresmedia Corporación, proprietà di un’importante famiglia borghese catalana. O leggere la “Opinión del Círculo de Economía” presentata nella loro XXXIV Riunione (Sitges, 30 maggio): “Proposte per modificare l’autogoverno della Catalogna e il funzionamento del modello territoriale dello Stato”.[2]
Allora, a che mira il gesticolare radicale dei vincitori del congresso del PDeCAT? Chi aspira a rappresentare la nuova generazione della classe politica post-convergente che vediamo fiorire davanti ai nostri occhi? Ci inventeremo la balla che non aspirano a rappresentare le vecchie classi dominanti e dirigenti catalane? Ci berremo la balla che sono passati dalla parte delle masse popolari? Non so se l’amico lettore crede ai miracoli. Io, da qualche tempo, sono miscredente. Credo che l’obiettivo tattico di Puigdemont sia: prima sconfiggere/assorbire i settori di sinistra e democratici del movimento popolare indipendentista, per poi subordinarli al suo progetto, che non è giustamente, l’indipendenza, ma un’uscita negoziata.
Il movimento popolare indipendentista, in cui fin’ora sono stati maggioritari i profili più democratici, progressisti e trasformatori, si lascerà egemonizzare e cooptare da questo cesarismo rampante e dalla sua strategia falsaria del “tanto peggio, tanto meglio”? E’ presto per saperlo.
Da parte mia, nei miei oltre quarant’anni di esperienza politica ho appreso alcune cose. Una di esse è questa: le classi dominanti e dirigenti di questo nostro piccolo paese considerano un’arte l’esercizio di non mettere tutte le uova in uno stesso cesto.
Note
[1]https://www.diarijornada.coop/actualitat/20180901/sobre-art-no-posar-tots-ous-mateix-cistell. In catalano in questo blog: http://lallibertatdelsantics.blogspot.com/2018/09/sobre-lart-de-no-posar-tots-els-ous-en.html
[2] https://www.circuloeconomia.com/propuestas-para-modificar-el-autogobierno-de-cataluna-y-el-funcionamiento-del-modelo-territorial-de-esta
*Joan Tafalla è uno storico marxista catalano, è uno dei massimi conoscitori di Gramsci e delle sue opere, per anni è stato dirigente del movimento comunista in Catalogna e tra i fondatori di Espai Marx dal quale si è allontanato recentemente
Fonte
06/04/2018
La Germania libera Puigdemont. Il momento nero del franchista Rajoy
Una martellata diplomatica sul ghigno di Mariano Rajoy e del giovane, ma comunque pessimo, re Felipe di Spagna.
La decisione del tribunale dello Schledwig Holstein è stata curata col doppio bilancino della legislazione tedesca e della cautela diplomatica, ma il risultato finale – Carles Puigdemont è stato rimesso in libertà su cauzione, 75.000 euro – è in ogni caso una sconfessione sostanziale per il regime spagnolo, mai uscito davvero dalla cornice legale del fascismo di Francisco Franco.
Il tribunale tedesco non ha riconosciuto il reato più grave previsto dalla richiesta di estradizione: ribellione. Un disconoscimento tutto sul filo della legge tedesca, che non lo prevede. Quello più somigliante sarebbe stato l’alto tradimento, ma nonostante l’autoritarismo crescente nell’architettura dell’Unione Europea, è impossibile – per ora – considerare tale l’indizione di un referendum popolare.
Tanto più che entrambi i sistemi penali prevedono che quei reati gravissimi – ribellione e alto tradimento – siano stati compiuti con “uso della violenza”. E ci sono migliaia di ore di filmati, su quel 1 ottobre, a testimoniare che l’unica violenza è stata messa in campo dalle forze di polizia inviate dal governo centrale di Madrid.
Per compensare questa martellata, il tribunale germanico ha considerato “ammissibile” la richiesta per quanto riguarda il reato minore, ossia la presunta “malversazione di fondi pubblici” relativa alle spese per tenere il referendum di indipendenza del 1 ottobre.
“Ammissibile” non significa però “provato”. Per questo il tribunale dovrà entrare nel merito dell’accusa sollevata dagli spagnoli, ma anche se dovesse riconoscerla non è detto che verrebbe concessa l’estradizione, perché è fin troppo evidente che lo Stato spagnolo si scatenerebbe “legalmente” contro l’ormai ex presidente della Generalitat di Catalogna, inventandosi altri reati più gravi.
Ancora più secca era stata la risposta del Belgio, che ha lasciato in libertà senza cauzione fino alla conclusione della procedura i 3 ex-ministri catalani Meritxell Serret, Toni Comin e Lluis Puig, di cui la Spagna chiede l’estradizione. Ma certo il Belgio ha un peso politico decisamente minore rispetto alla Germania, dunque fa meno male.
Immediatamente, sia Puigdemont che tutti gli indipendentisti catalani hanno ripreso a chiedere la liberazione dei 9 leader ancora in carcere a Madrid.
Ora bisognerà vedere come reagirà un governo squallido come quello Rajoy. Ma qualsiasi cosa faccia – protestare con la Ue, indurire la repressione interna, arrendersi – commetterà un errore che pagherà in seguito a caro prezzo.
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La decisione del tribunale dello Schledwig Holstein è stata curata col doppio bilancino della legislazione tedesca e della cautela diplomatica, ma il risultato finale – Carles Puigdemont è stato rimesso in libertà su cauzione, 75.000 euro – è in ogni caso una sconfessione sostanziale per il regime spagnolo, mai uscito davvero dalla cornice legale del fascismo di Francisco Franco.
Il tribunale tedesco non ha riconosciuto il reato più grave previsto dalla richiesta di estradizione: ribellione. Un disconoscimento tutto sul filo della legge tedesca, che non lo prevede. Quello più somigliante sarebbe stato l’alto tradimento, ma nonostante l’autoritarismo crescente nell’architettura dell’Unione Europea, è impossibile – per ora – considerare tale l’indizione di un referendum popolare.
Tanto più che entrambi i sistemi penali prevedono che quei reati gravissimi – ribellione e alto tradimento – siano stati compiuti con “uso della violenza”. E ci sono migliaia di ore di filmati, su quel 1 ottobre, a testimoniare che l’unica violenza è stata messa in campo dalle forze di polizia inviate dal governo centrale di Madrid.
Per compensare questa martellata, il tribunale germanico ha considerato “ammissibile” la richiesta per quanto riguarda il reato minore, ossia la presunta “malversazione di fondi pubblici” relativa alle spese per tenere il referendum di indipendenza del 1 ottobre.
“Ammissibile” non significa però “provato”. Per questo il tribunale dovrà entrare nel merito dell’accusa sollevata dagli spagnoli, ma anche se dovesse riconoscerla non è detto che verrebbe concessa l’estradizione, perché è fin troppo evidente che lo Stato spagnolo si scatenerebbe “legalmente” contro l’ormai ex presidente della Generalitat di Catalogna, inventandosi altri reati più gravi.
Ancora più secca era stata la risposta del Belgio, che ha lasciato in libertà senza cauzione fino alla conclusione della procedura i 3 ex-ministri catalani Meritxell Serret, Toni Comin e Lluis Puig, di cui la Spagna chiede l’estradizione. Ma certo il Belgio ha un peso politico decisamente minore rispetto alla Germania, dunque fa meno male.
Immediatamente, sia Puigdemont che tutti gli indipendentisti catalani hanno ripreso a chiedere la liberazione dei 9 leader ancora in carcere a Madrid.
Ora bisognerà vedere come reagirà un governo squallido come quello Rajoy. Ma qualsiasi cosa faccia – protestare con la Ue, indurire la repressione interna, arrendersi – commetterà un errore che pagherà in seguito a caro prezzo.
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29/03/2018
Potere al Popolo: “Liberate i prigionieri politici in Catalogna”. L’Onu ammette il ricorso di Puigdemont
“L’arresto in Germania del presidente eletto della Catalogna Carles Puigdemont e quello di altri dirigenti catalani in Spagna è un atto gravissimo” scrive in un nota Potere al Popolo.
La risposta delle autorità spagnole contro il movimento indipendentista e più in generale per l’autodeterminazione catalana è stata brutale, evidenziando come l'eredità del franchismo e l’ipoteca della monarchia sulla Costituzione spagnola siano ancora pesantissime.
“La repressione si fonda su un quadro costituzionale e legislativo ereditato dalla dittatura franchista che contrasta con i principi democratici che normalmente i governi UE invocano nei confronti di altri paesi”. Potere al Popolo condanna apertamente l’arresto in Germania del presidente catalano Carles Puigdemont e quelli dei dirigenti catalani.
“Chiediamo l’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici, il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, il diritto del Parlamento della Catalogna a svolgere le sue funzioni e che si fermi la repressione”.
Intanto sul piano degli avvenimenti nella repressione in Catalogna, va segnalato che il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) martedì ha ha accettato di discutere la richiesta del presidente Carles Puigdemont che ha denunciato la violazione dei suoi diritti politici in Spagna. La decisione è arrivata dopo che l’ONU la settimana scorsa ha chiesto al governo spagnolo di garantire i diritti del deputato di Insieme per la Catalogna (JxCat) Jordi Sánchez.
Gli avvocati di Puigdemont hanno annunciato all’inizio di febbraio la presentazione della denuncia, primo passo di un’offensiva internazionale per denunciare la violazione dei diritti politici e fare pressione sul governo spagnolo. In particolare, la denuncia è stata presentata sostenendo che la Spagna ha violato due convenzioni internazionali: i diritti civili e politici e la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Puigdemont ha presentato la denuncia all’ONU e non a un’altra istanza come la Corte Europea di Strasburgo in modo che il quadro interpretativo dell’organismo si basi sulla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, che riconosce il diritto di autodeterminazione.
La risoluzione finale dell’ONU impegnerà formalmente la Spagna, poiché è firmataria dell’accordo e del protocollo aggiuntivo dell’organismo, ma il Comitato non ha la capacità di sanzionare qualora la Spagna decidesse di non rispettare la sua decisione.
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La risposta delle autorità spagnole contro il movimento indipendentista e più in generale per l’autodeterminazione catalana è stata brutale, evidenziando come l'eredità del franchismo e l’ipoteca della monarchia sulla Costituzione spagnola siano ancora pesantissime.
“La repressione si fonda su un quadro costituzionale e legislativo ereditato dalla dittatura franchista che contrasta con i principi democratici che normalmente i governi UE invocano nei confronti di altri paesi”. Potere al Popolo condanna apertamente l’arresto in Germania del presidente catalano Carles Puigdemont e quelli dei dirigenti catalani.
“Chiediamo l’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici, il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, il diritto del Parlamento della Catalogna a svolgere le sue funzioni e che si fermi la repressione”.
Intanto sul piano degli avvenimenti nella repressione in Catalogna, va segnalato che il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) martedì ha ha accettato di discutere la richiesta del presidente Carles Puigdemont che ha denunciato la violazione dei suoi diritti politici in Spagna. La decisione è arrivata dopo che l’ONU la settimana scorsa ha chiesto al governo spagnolo di garantire i diritti del deputato di Insieme per la Catalogna (JxCat) Jordi Sánchez.
Gli avvocati di Puigdemont hanno annunciato all’inizio di febbraio la presentazione della denuncia, primo passo di un’offensiva internazionale per denunciare la violazione dei diritti politici e fare pressione sul governo spagnolo. In particolare, la denuncia è stata presentata sostenendo che la Spagna ha violato due convenzioni internazionali: i diritti civili e politici e la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Puigdemont ha presentato la denuncia all’ONU e non a un’altra istanza come la Corte Europea di Strasburgo in modo che il quadro interpretativo dell’organismo si basi sulla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, che riconosce il diritto di autodeterminazione.
La risoluzione finale dell’ONU impegnerà formalmente la Spagna, poiché è firmataria dell’accordo e del protocollo aggiuntivo dell’organismo, ma il Comitato non ha la capacità di sanzionare qualora la Spagna decidesse di non rispettare la sua decisione.
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27/03/2018
La Catalogna grida: ‘quest’Europa è una vergogna’
“Quest’Europa è una vergogna” gridano in questi giorni le strade e le piazze catalane. A Barcellona decine di migliaia di persone hanno manifestato marciando dagli uffici della Commissione Europea al Consolato Tedesco per denunciare l’ennesimo atto di complicità dell’establishment continentale nei confronti della repressione spagnola dopo che domenica mattina la polizia tedesca, su segnalazione dei servizi segreti di Madrid, ha arrestato l’ex presidente catalano in esilio, Carles Puigdemont, mentre a bordo di un’automobile attraversava la frontiera tra la Danimarca e la Repubblica Federale Tedesca, diretto in Belgio.
Puigdemont era arrivato in Finlandia venerdì per realizzare incontri politici e conferenze sulla vicenda catalana, come aveva già fatto nelle settimane precedenti prima in Danimarca e poi in Svizzera, dove si sono nel frattempo rifugiate l’ex portavoce della CUP Anna Gabriel e la segretaria generale di ERC, Marta Rovira, sulle quali grava un ordine d’arresto emesso della magistratura spagnola.
Ma sabato Puigdemont aveva dovuto lasciare il paese dopo che Madrid ha chiesto l’arresto e l’estradizione del dirigente catalano riattivando l’ordine di cattura europeo spiccato mesi fa e poi sospeso per timore che la giustizia belga lo respingesse vista la sproporzione delle accuse contestate al dirigente politico.
Il governo finlandese non si era dimostrato particolarmente sollecito nei confronti delle richieste del governo Rajoy e finora neanche la magistratura belga ha inteso arrestare né Puigdemont né gli altri ex ministri rifugiatisi a Bruxelles.
Al contrario le autorità tedesche non solo hanno bloccato l’ex presidente catalano in esilio, ma il magistrato incaricato del suo caso ha addirittura deciso di confermare la carcerazione preventiva in attesa che Berlino si pronunci sull’estradizione. D’altronde l’esecutivo Merkel era stato all’interno dell’Unione Europea, insieme a quelli di Parigi e Roma, tra i più strenui sostenitori di Madrid quando Rajoy aveva mandato diecimila poliziotti a picchiare milioni di elettori che il 1 ottobre scorso intendevano pronunciarsi sull’autodeterminazione. In nome della “legalità” l’UE continua a sostenere uno stato reazionario e corrotto, retto da una monarchia e da un sistema politico-legale ereditato dal franchismo.
«La Spagna è uno Stato costituzionale democratico. Negli ultimi mesi abbiamo sostenuto con chiarezza la posizione del suo governo per garantire l’ordine giuridico», ha ribadito ieri Angela Merkel, dopo che giovedì scorso il Consiglio europeo ha affidato la vicepresidenza della Banca Centrale Europea all’ex ministro delle Finanze spagnolo, Luis de Guindos.
Ma la Spagna è uno stato in cui nelle ultime settimane i tre partiti del ‘regime del 78’ hanno votato in parlamento la riconferma dell’impunità per i crimini commessi dai franchisti e del reato di ingiuria alla Corona, che ha già portato all’arresto e alla condanna di centinaia di artisti, giornalisti, internauti e attivisti politici.
La memoria non può non correre a quando, nel 1940, i fascisti spagnoli fucilarono Lluis Companys, il presidente della Generalitat catalana in esilio, arrestato in Francia con la collaborazione della Gestapo tedesca e della polizia del regime di Vichy, e consegnato ai suoi carnefici.
La vicenda catalana evidenzia una volta di più l’incompatibilità tra la democrazia e l’Unione Europea, tra il primato dei diritti e delle libertà e la gabbia dei diktat dell’oligarchia continentale.
Se i catalani pensavano di essere cittadini europei si stanno accorgendo di non essere altro, per l’establishment europeo, che sudditi della Corona di Spagna.
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25/03/2018
La polizia tedesca arresta il presidente catalano Puigdemont
Questa mattina la polizia tedesca ha arrestato, su segnalazione dei servizi segreti di Madrid, l’ex presidente catalano in esilio, Carles Puigdemont, mentre a bordo di un’automobile attraversava la frontiera tra la Danimarca e la Repubblica Federale Tedesca, diretto in Belgio.
Puigdemont era arrivato in Finlandia venerdì per realizzare incontri politici e delle conferenze sulla vicenda catalana, come aveva già fatto nelle settimane precedenti prima in Danimarca e poi in Svizzera, dove si sono nel frattempo rifugiate l’ex portavoce della CUP Anna Gabriel e la segretaria generale di ERC Marta Rovira, sulle quali grava un ordine d’arresto della magistratura spagnola.
Ma ieri aveva dovuto lasciare il paese dopo che Madrid ha chiesto l’arresto e l’estradizione del dirigente catalano riattivando l’ordine di cattura europeo spiccato mesi fa e poi sospeso per timore che la giustizia belga lo respingesse vista la sproporzione delle accuse contestate.
Il governo finlandese ha chiesto a Madrid di inviare la richiesta di arresto in inglese e non in castigliano come era avvenuto, allungando i tempi e chiarendo implicitamente che l’arresto di Puigdemont non rientrava tra le sue priorità. Al contrario Berlino si è dimostrata assai più zelante dopo aver guidato, insieme a Francia e Italia, il sostegno delle istituzioni europee alla repressione spagnola contro due milioni e mezzo di cittadini catalani che il 1 ottobre hanno votato nel referendum per l’autodeterminazione sfidando i divieti di Madrid. Ora le autorità giudiziarie tedesche hanno fino a 90 giorni per decidere se estradare o meno il dirigente catalano perseguitato dalla Spagna. Puigdemont passerà la notte in cella e domattina verrà interrogato da un giudice che dovrà decidere se confermare o meno la carcerazione preventiva fino alla decisione sull’estradizione.
Anche la polizia scozzese ha intimato oggi all’ex ministra dell’Istruzione catalana, Clara Ponsatì, anche lei in esilio e che da marzo insegna nella università di Saint Andrews, di consegnarsi vista la richiesta di arresto da parte delle autorità spagnole. Il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, ha espresso la sua solidarietà e quella del governo di Edimburgo ai dirigenti catalani e il suo sostegno al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, criticando la decisione del governo spagnolo di perseguire gli indipendentisti. Ma Sturgeon ha anche ammesso di non poter intervenire sull’ordine europeo di cattura. “La nostra polizia e i nostri tribunali sono legalmente obbligati a eseguire determinate procedure” ha spiegato la leader dello Scottish National Party.
L’Assemblea Nazionale Catalana e Omnium Cultural, le maggiori associazioni indipendentiste, hanno immediatamente convocato una manifestazione alle 17 di oggi. La marcia è partita dalla sede della Commissione Europea di Barcellona per concludersi davanti al consolato tedesco, ingrossandosi notevolmente lungo il percorso. Giunti alla sede diplomatica di Berlino, i manifestanti l’hanno praticamente circondata e tra slogan e canti hanno ammainato una bandiera spagnola e issato quella catalana.
Dal canto loro i Comitati per la Difesa della Repubblica hanno iniziato a manifestare alle 16 nel centro di Barcellona contro la repressione e per la costruzione della Repubblica, al grido di “questa Europa è una vergogna”. La manifestazione è arrivata davanti alla sede del governo spagnolo di Barcellona ed è cominciato un vero e proprio assedio durato per ore. I manifestanti della sinistra anticapitalista, una volta arrivati davanti ai cordoni che proteggono gli uffici di Madrid, sono stati respinti dalle cariche dei Mossos d’Esquadra in assetto antisommossa verso i quali sono stati indirizzati oggetti, fumogeni e verdure. Ma l’assedio non si è sciolto nonostante le ricorrenti cariche. I manifestanti gridano “fuori le forze di occupazione” e “polizia assassina” e promettono di rimanere in piazza finché non riusciranno a raggiungere l’edificio che ospita la rappresentanza di Madrid. Mentre scriviamo il bilancio è di 17 feriti e di 3 arresti.
Contemporaneamente i CDR hanno convocato altre mobilitazioni militanti in altre località catalane davanti agli uffici delle Delegazioni del Governo spagnolo.
A Girona i manifestanti hanno occupato la sede della rappresentanza del governo spagnolo. Tanto l’ANC e Omnium quanto i CDR chiedono ai sindacati la convocazione di un nuovo e immediato sciopero generale.
Nel pomeriggio di oggi l’organizzazione giovanile indipendentista e anticapitalista Arran ha rivendicato una scritta, tracciata davanti alla residenza del giudice Llarena a Das (Girona), in cui il magistrato viene accusato di fascismo.
Fonte
Puigdemont era arrivato in Finlandia venerdì per realizzare incontri politici e delle conferenze sulla vicenda catalana, come aveva già fatto nelle settimane precedenti prima in Danimarca e poi in Svizzera, dove si sono nel frattempo rifugiate l’ex portavoce della CUP Anna Gabriel e la segretaria generale di ERC Marta Rovira, sulle quali grava un ordine d’arresto della magistratura spagnola.
Ma ieri aveva dovuto lasciare il paese dopo che Madrid ha chiesto l’arresto e l’estradizione del dirigente catalano riattivando l’ordine di cattura europeo spiccato mesi fa e poi sospeso per timore che la giustizia belga lo respingesse vista la sproporzione delle accuse contestate.
Il governo finlandese ha chiesto a Madrid di inviare la richiesta di arresto in inglese e non in castigliano come era avvenuto, allungando i tempi e chiarendo implicitamente che l’arresto di Puigdemont non rientrava tra le sue priorità. Al contrario Berlino si è dimostrata assai più zelante dopo aver guidato, insieme a Francia e Italia, il sostegno delle istituzioni europee alla repressione spagnola contro due milioni e mezzo di cittadini catalani che il 1 ottobre hanno votato nel referendum per l’autodeterminazione sfidando i divieti di Madrid. Ora le autorità giudiziarie tedesche hanno fino a 90 giorni per decidere se estradare o meno il dirigente catalano perseguitato dalla Spagna. Puigdemont passerà la notte in cella e domattina verrà interrogato da un giudice che dovrà decidere se confermare o meno la carcerazione preventiva fino alla decisione sull’estradizione.
Anche la polizia scozzese ha intimato oggi all’ex ministra dell’Istruzione catalana, Clara Ponsatì, anche lei in esilio e che da marzo insegna nella università di Saint Andrews, di consegnarsi vista la richiesta di arresto da parte delle autorità spagnole. Il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, ha espresso la sua solidarietà e quella del governo di Edimburgo ai dirigenti catalani e il suo sostegno al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, criticando la decisione del governo spagnolo di perseguire gli indipendentisti. Ma Sturgeon ha anche ammesso di non poter intervenire sull’ordine europeo di cattura. “La nostra polizia e i nostri tribunali sono legalmente obbligati a eseguire determinate procedure” ha spiegato la leader dello Scottish National Party.
L’Assemblea Nazionale Catalana e Omnium Cultural, le maggiori associazioni indipendentiste, hanno immediatamente convocato una manifestazione alle 17 di oggi. La marcia è partita dalla sede della Commissione Europea di Barcellona per concludersi davanti al consolato tedesco, ingrossandosi notevolmente lungo il percorso. Giunti alla sede diplomatica di Berlino, i manifestanti l’hanno praticamente circondata e tra slogan e canti hanno ammainato una bandiera spagnola e issato quella catalana.
Dal canto loro i Comitati per la Difesa della Repubblica hanno iniziato a manifestare alle 16 nel centro di Barcellona contro la repressione e per la costruzione della Repubblica, al grido di “questa Europa è una vergogna”. La manifestazione è arrivata davanti alla sede del governo spagnolo di Barcellona ed è cominciato un vero e proprio assedio durato per ore. I manifestanti della sinistra anticapitalista, una volta arrivati davanti ai cordoni che proteggono gli uffici di Madrid, sono stati respinti dalle cariche dei Mossos d’Esquadra in assetto antisommossa verso i quali sono stati indirizzati oggetti, fumogeni e verdure. Ma l’assedio non si è sciolto nonostante le ricorrenti cariche. I manifestanti gridano “fuori le forze di occupazione” e “polizia assassina” e promettono di rimanere in piazza finché non riusciranno a raggiungere l’edificio che ospita la rappresentanza di Madrid. Mentre scriviamo il bilancio è di 17 feriti e di 3 arresti.
Contemporaneamente i CDR hanno convocato altre mobilitazioni militanti in altre località catalane davanti agli uffici delle Delegazioni del Governo spagnolo.
A Girona i manifestanti hanno occupato la sede della rappresentanza del governo spagnolo. Tanto l’ANC e Omnium quanto i CDR chiedono ai sindacati la convocazione di un nuovo e immediato sciopero generale.
Nel pomeriggio di oggi l’organizzazione giovanile indipendentista e anticapitalista Arran ha rivendicato una scritta, tracciata davanti alla residenza del giudice Llarena a Das (Girona), in cui il magistrato viene accusato di fascismo.
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22/01/2018
Madrid minaccia Puigdemont: “se esce dal Belgio ne chiediamo l’arresto”
La Procura di Madrid emanerà un nuovo mandato di arresto internazionale nei confronti dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, attualmente in esilio in Belgio, qualora questi si recasse oggi in Danimarca per tenere una conferenza all’università di Copenhagen.
Se Puigdemont entrasse in territorio danese “la Procura agirà immediatamente per chiedere al giudice istruttore della Corte Suprema di attivare un mandato d’arresto europeo, al fine di chiedere alla magistratura danese l’arresto della persona incriminata”. Si tratta di una evidente forzatura da parte della Procura generale di Madrid, perché conferma l’intenzione della procura di agire “immediatamente” e di chiedere al giudice incaricato dell’indagine, Pablo Llarena, di procedere con l’attivazione del mandato d’arresto europeo e dunque per l’arresto e la consegna, da parte dell’autorità giudiziaria danese, di Puigdemont.
Il 5 dicembre, il giudice Llarena, aveva deciso di ritirare i mandati di arresto emessi contro Puigdemont e i quattro dirigenti catalani in esilio a Bruxelles, anche se era rimasto valido il mandato di arresto qualora fossero rientrati in Spagna.
Puigdemont è stato accusato dalle autorità di Madrid dei reati di sedizione, ribellione e malversazione. L’ex vicepresidente, Oriol Junqueras, è attualmente ancora in carcere con gli identici capi d’accusa e nonostante sia stato eletto deputato e non sia stato ancora intentato alcun processo nei suoi confronti, gli è stato negato il diritto di assistere alle sedute del nuovo Parlamento regionale.
L’accusa ritiene che l’ex presidente della Generalitat di Catalogna, Carles Puigdemont “persiste nel suo piano criminale” anche dopo essere fuggito a Bruxelles mantenendo il procedimento culminato nella dichiarazione di indipendenza, avvertendo così che la sua immunità parlamentare non può condurre alla “impunità”.
In una dichiarazione, il procuratore generale ha lanciato questo avviso dopo che Junts a Catalunya, la piattaforma elettorale di Carles Puigdemont, aveva annunciato che stava studiando le implicazioni che potrebbe avere lo status di “immunità” goduto dai membri del parlamento sulla figura di Puigdemont, fuggito in Belgio e inseguito da un mandato di arresto appena mette piede sul territorio spagnolo.
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Se Puigdemont entrasse in territorio danese “la Procura agirà immediatamente per chiedere al giudice istruttore della Corte Suprema di attivare un mandato d’arresto europeo, al fine di chiedere alla magistratura danese l’arresto della persona incriminata”. Si tratta di una evidente forzatura da parte della Procura generale di Madrid, perché conferma l’intenzione della procura di agire “immediatamente” e di chiedere al giudice incaricato dell’indagine, Pablo Llarena, di procedere con l’attivazione del mandato d’arresto europeo e dunque per l’arresto e la consegna, da parte dell’autorità giudiziaria danese, di Puigdemont.
Il 5 dicembre, il giudice Llarena, aveva deciso di ritirare i mandati di arresto emessi contro Puigdemont e i quattro dirigenti catalani in esilio a Bruxelles, anche se era rimasto valido il mandato di arresto qualora fossero rientrati in Spagna.
Puigdemont è stato accusato dalle autorità di Madrid dei reati di sedizione, ribellione e malversazione. L’ex vicepresidente, Oriol Junqueras, è attualmente ancora in carcere con gli identici capi d’accusa e nonostante sia stato eletto deputato e non sia stato ancora intentato alcun processo nei suoi confronti, gli è stato negato il diritto di assistere alle sedute del nuovo Parlamento regionale.
L’accusa ritiene che l’ex presidente della Generalitat di Catalogna, Carles Puigdemont “persiste nel suo piano criminale” anche dopo essere fuggito a Bruxelles mantenendo il procedimento culminato nella dichiarazione di indipendenza, avvertendo così che la sua immunità parlamentare non può condurre alla “impunità”.
In una dichiarazione, il procuratore generale ha lanciato questo avviso dopo che Junts a Catalunya, la piattaforma elettorale di Carles Puigdemont, aveva annunciato che stava studiando le implicazioni che potrebbe avere lo status di “immunità” goduto dai membri del parlamento sulla figura di Puigdemont, fuggito in Belgio e inseguito da un mandato di arresto appena mette piede sul territorio spagnolo.
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08/12/2017
La Catalogna marcia nel cuore di Bruxelles
Migliaia di indipendentisti catalani sono arrivati oggi a Bruxelles, con decine di autobus, camper o in auto per lanciare il loro grido ‘libertat’ nel cuore delle istituzioni europee, sorde – a loro dire – alla causa catalana. Una marea di bandiere gialle, rosse e blu sotto il cielo grigio della capitale belga ed europea.
Un lungo corteo ha preso il via nelle strade di Bruxelles, dove hanno trovato rifugio il deposto presidente catalano Carles Puigdemont e quattro suoi ministri. Su di loro pendeva un ordine di cattura europeo richiesto dal Tribunale di Madrid ma le evidenti contraddizioni di questa mossa hanno portato il tribunale madrileno stesso a revocare il provvedimento.
Alla vigilia della marcia gli organizzatori avevano preannunciato almeno 20.000 partecipanti ma le stesse cifre fornite dalla polizia parlano di 45mila persone a giudicare dall’assembramento di gente arrivata al punto di raccolta, il parco del Cinquantenario, a due passi dalle sedi istituzionali dell’Unione Europea.
Il corteo si è snodato per quasi quattro ore nelle strade del quartiere europeo. Con una lunga pausa davanti al Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue. I manifestanti, sotto le finestre del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, hanno cantato a squarciagola l’inno catalano ‘Els segadors’. Migliaia le bandiere indipendentiste catalane.
Il presidente catalano Carles Puigdemont si è unito alla manifestazione. Accolto dal grido ‘president Puigdemont’ il leader catalano si è fatto strada tra un vero e proprio muro umano: impossibile avvicinarsi a meno di trenta metri. Forte ancora l’illusione europeista dei dirigenti catalani: “Vogliamo un’Europa che ascolti i cittadini, gli Stati ma anche le persone. Un’Europa capace di dire a uno Stato membro quello che noi diciamo alla Spagna: così no”. E’ quanto ha detto l’ex presidente catalano Carles Puigdemont dal palco allestito in una piazza nel quartiere europeo di Bruxelles.
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06/12/2017
Catalogna. Revocato ordine di cattura per Puigdemont. Monarchia spagnola nel pallone
Le ultime decisioni della magistratura spagnola nei confronti dei leader indipendentisti catalani rischiano di rivelarsi degli evidenti boomerang nella strategia repressiva di Madrid.
Il carattere politico e arbitrario dei capi d’accusa che pendono sul presidente catalano deposto Carles Puigdemont e sui suoi collaboratori nel frattempo riparati in Belgio è stato paradossalmente rivelato – se ce ne fosse bisogno – dalla decisione comunicata ieri dal giudice istruttore del Tribunale Supremo di Madrid, Pablo Llarena, che ha dovuto revocare l’ordine di cattura europeo spiccato nei confronti dell’ex President e di quattro ex ministri dell’esecutivo di Barcellona.
Non si tratta di un ravvedimento o di un atto di clemenza da parte del giudice, ma di una presa d’atto che una eventuale decisione da parte della magistratura belga potrebbe impedire a Madrid di giudicare Puigdemont e gli altri esuli indipendentisti per i gravissimi reati che vengono loro ascritti.
Concedendo l’estradizione in Spagna, infatti – è quasi impossibile che Bruxelles la neghi ad un paese dell’Unione Europea e quindi per definizione rispettoso delle minime garanzie democratiche – il giudice belga incaricato di seguire la vicenda potrebbe limitare i reati per i quali gli estradati potrebbero essere giudicati dai giudici spagnoli, e quindi permettere un processo per ‘abuso d’autorità’ o ‘prevaricazione’ ma non per ribellione e sedizione, che comportano invece condanne assai più draconiane.
Insomma la magistratura spagnola, temendo di essere smentita e svergognata da quella belga, è costretta a correre ai ripari, ritirando l’ordine europeo di cattura e mantenendo invece quello valido all’interno dei confini dello Stato Spagnolo. Puigdemont e i suoi quattro ex consellers, se volessero, potrebbero quindi rimanere tranquillamente in Belgio o spostarsi in ogni altro paese europeo, ma se dovessero far ritorno a Barcellona – l’ex president è alla testa della lista di Junts per Catalunya, formata dal PdeCat e da alcuni indipendenti – verrebbero immediatamente arrestati.
Llarena, motivando la propria decisione con argomentazioni di circostanza, ha spiegato che siccome gli indagati hanno manifestato la loro volontà di tornare in Spagna per prendere parte alle elezioni catalane del 21 dicembre – imposte da Madrid dopo lo scioglimento coatto del Parlament e del Govern indipendentisti – o comunque insediarsi una volta eletti nelle nuovo istituzioni regionali, si può revocare la richiesta di cattura internazionale. Però poi lo stesso magistrato spagnolo ha dovuto ammettere che insistendo nella richiesta di arresto europeo emessa dalla giudice Carmen Lamela dell’Audiencia Nacional lo scorso 3 novembre, si potrebbero convincere i giudici belgi a restringere i reati per punire i quali Bruxelles potrebbe concedere l’estradizione, legando di fatto le mani a Madrid.
Sono invece usciti di prigione, pagando una cauzione di 100 mila euro a testa, sei ministri cessati del governo catalano che erano stati arrestati nelle scorse settimane, mentre il giudice Llarena ha deciso di negare la condizionale al vicepresidente catalano e leader di Erc, Oriol Junqueras, all’ex ministro degli Interni Joaquim Forn, e ai leader delle associazioni indipendentiste Jordi Sanchez (Anc) e Jordi Cuixart (Omnium Cultural), che continueranno quindi a scontare la carcerazione preventiva in attesa del processo.
Dopo aver negato nelle scorse settimane ai quattro di poter scontare la prigione preventiva in penitenziari catalani – sono attualmente detenuti nella regione di Madrid, a parecchie centinaia di chilometri da casa – ora la magistratura spagnola afferma che, nonostante non sussista per i quattro il pericolo di fuga esiste invece quello della reiterazione del reato. Questo nonostante tutti i rappresentanti istituzionali imprigionati nei giorni scorsi avessero reso delle dichiarazioni ai giudici nelle quali chiedevano la scarcerazione in nome di una loro presa d’atto del carattere nullo della dichiarazione d’indipendenza votata dal parlamento di Barcellona lo scorso 27 ottobre e la volontà di perseguire i loro obiettivi politici esclusivamente nel rispetto della legislazione del paese. Dichiarazioni che però il magistrato ha considerato strumentali nel caso del vicepresidente catalano, dell’ex Conseller agli Interni e dei due Jordi.
Di fatto la campagna elettorale che si è aperta in queste ore a Barcellona è pesantemente condizionata: non solo l’autonomia è stata sospesa e le istituzioni catalane sono commissariate dai dirigenti e dai funzionari del governo di Madrid, non solo il territorio è occupato e controllato da circa 12 mila agenti di polizia arrivati a inizio ottobre dal resto dello stato, ma alcuni dei pià importanti candidati indipendentisti sono dietro le sbarre o in esilio all’estero.
Mentre Junqueras è il capolista di Esquerra Republicana de Catalunya, che tutti i sondaggi indicano come il partito vincitore delle prossime elezioni regionali, Jordi Sanchex è il numero due della lista del PdeCat, guidata da Carles Puigdemont.
Senza considerare le intimidazioni e i condizionamenti imposti dal governo e dalla cosiddetta Giunta Elettorale all’amministrazione pubblica e ai media.
In una tale situazione, tutti i sondaggi indicano un calo del fronte indipendentista e un aumento di quello unionista, oltre a un ridimensionamento dello schieramento federalista guidato da Podemos e dalla sindaca di Barcellona Ada Colau. Il Parlament partorito dalle elezioni del 21 dicembre – sempre che i sondaggi vengano confermati dai voti reali – potrebbe vedere un sostanziale testa a testa tra indipendentisti e unionisti.
Intanto il leader di Podemos Pablo Iglesias, nell’evidente tentativo di convincere molti dei votanti di Catalunya en Comù a non abbandonare la formazione in cerca di sponde più moderate – in particolare i socialisti di Iceta previsti in rimonta – ha suscitato aspre polemiche accusando gli indipendentisti catalani di aver “risvegliato il fascismo spagnolo” con le loro rivendicazioni considerate troppo estreme. Una dichiarazione alla quale intellettuali e leader indipendentisti, ma anche di settori del suo stesso movimento ormai in rottura con la direzione statale di Podemos, hanno risposto ricordando che il fascismo in Spagna è sempre stato sveglio, e che starsene buoni e inermi rinunciando ai propri obiettivi e alle proprie rivendicazioni equivarrebbe a un suicidio politico.
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Il carattere politico e arbitrario dei capi d’accusa che pendono sul presidente catalano deposto Carles Puigdemont e sui suoi collaboratori nel frattempo riparati in Belgio è stato paradossalmente rivelato – se ce ne fosse bisogno – dalla decisione comunicata ieri dal giudice istruttore del Tribunale Supremo di Madrid, Pablo Llarena, che ha dovuto revocare l’ordine di cattura europeo spiccato nei confronti dell’ex President e di quattro ex ministri dell’esecutivo di Barcellona.
Non si tratta di un ravvedimento o di un atto di clemenza da parte del giudice, ma di una presa d’atto che una eventuale decisione da parte della magistratura belga potrebbe impedire a Madrid di giudicare Puigdemont e gli altri esuli indipendentisti per i gravissimi reati che vengono loro ascritti.
Concedendo l’estradizione in Spagna, infatti – è quasi impossibile che Bruxelles la neghi ad un paese dell’Unione Europea e quindi per definizione rispettoso delle minime garanzie democratiche – il giudice belga incaricato di seguire la vicenda potrebbe limitare i reati per i quali gli estradati potrebbero essere giudicati dai giudici spagnoli, e quindi permettere un processo per ‘abuso d’autorità’ o ‘prevaricazione’ ma non per ribellione e sedizione, che comportano invece condanne assai più draconiane.
Insomma la magistratura spagnola, temendo di essere smentita e svergognata da quella belga, è costretta a correre ai ripari, ritirando l’ordine europeo di cattura e mantenendo invece quello valido all’interno dei confini dello Stato Spagnolo. Puigdemont e i suoi quattro ex consellers, se volessero, potrebbero quindi rimanere tranquillamente in Belgio o spostarsi in ogni altro paese europeo, ma se dovessero far ritorno a Barcellona – l’ex president è alla testa della lista di Junts per Catalunya, formata dal PdeCat e da alcuni indipendenti – verrebbero immediatamente arrestati.
Llarena, motivando la propria decisione con argomentazioni di circostanza, ha spiegato che siccome gli indagati hanno manifestato la loro volontà di tornare in Spagna per prendere parte alle elezioni catalane del 21 dicembre – imposte da Madrid dopo lo scioglimento coatto del Parlament e del Govern indipendentisti – o comunque insediarsi una volta eletti nelle nuovo istituzioni regionali, si può revocare la richiesta di cattura internazionale. Però poi lo stesso magistrato spagnolo ha dovuto ammettere che insistendo nella richiesta di arresto europeo emessa dalla giudice Carmen Lamela dell’Audiencia Nacional lo scorso 3 novembre, si potrebbero convincere i giudici belgi a restringere i reati per punire i quali Bruxelles potrebbe concedere l’estradizione, legando di fatto le mani a Madrid.
Sono invece usciti di prigione, pagando una cauzione di 100 mila euro a testa, sei ministri cessati del governo catalano che erano stati arrestati nelle scorse settimane, mentre il giudice Llarena ha deciso di negare la condizionale al vicepresidente catalano e leader di Erc, Oriol Junqueras, all’ex ministro degli Interni Joaquim Forn, e ai leader delle associazioni indipendentiste Jordi Sanchez (Anc) e Jordi Cuixart (Omnium Cultural), che continueranno quindi a scontare la carcerazione preventiva in attesa del processo.
Dopo aver negato nelle scorse settimane ai quattro di poter scontare la prigione preventiva in penitenziari catalani – sono attualmente detenuti nella regione di Madrid, a parecchie centinaia di chilometri da casa – ora la magistratura spagnola afferma che, nonostante non sussista per i quattro il pericolo di fuga esiste invece quello della reiterazione del reato. Questo nonostante tutti i rappresentanti istituzionali imprigionati nei giorni scorsi avessero reso delle dichiarazioni ai giudici nelle quali chiedevano la scarcerazione in nome di una loro presa d’atto del carattere nullo della dichiarazione d’indipendenza votata dal parlamento di Barcellona lo scorso 27 ottobre e la volontà di perseguire i loro obiettivi politici esclusivamente nel rispetto della legislazione del paese. Dichiarazioni che però il magistrato ha considerato strumentali nel caso del vicepresidente catalano, dell’ex Conseller agli Interni e dei due Jordi.
Di fatto la campagna elettorale che si è aperta in queste ore a Barcellona è pesantemente condizionata: non solo l’autonomia è stata sospesa e le istituzioni catalane sono commissariate dai dirigenti e dai funzionari del governo di Madrid, non solo il territorio è occupato e controllato da circa 12 mila agenti di polizia arrivati a inizio ottobre dal resto dello stato, ma alcuni dei pià importanti candidati indipendentisti sono dietro le sbarre o in esilio all’estero.
Mentre Junqueras è il capolista di Esquerra Republicana de Catalunya, che tutti i sondaggi indicano come il partito vincitore delle prossime elezioni regionali, Jordi Sanchex è il numero due della lista del PdeCat, guidata da Carles Puigdemont.
Senza considerare le intimidazioni e i condizionamenti imposti dal governo e dalla cosiddetta Giunta Elettorale all’amministrazione pubblica e ai media.
In una tale situazione, tutti i sondaggi indicano un calo del fronte indipendentista e un aumento di quello unionista, oltre a un ridimensionamento dello schieramento federalista guidato da Podemos e dalla sindaca di Barcellona Ada Colau. Il Parlament partorito dalle elezioni del 21 dicembre – sempre che i sondaggi vengano confermati dai voti reali – potrebbe vedere un sostanziale testa a testa tra indipendentisti e unionisti.
Intanto il leader di Podemos Pablo Iglesias, nell’evidente tentativo di convincere molti dei votanti di Catalunya en Comù a non abbandonare la formazione in cerca di sponde più moderate – in particolare i socialisti di Iceta previsti in rimonta – ha suscitato aspre polemiche accusando gli indipendentisti catalani di aver “risvegliato il fascismo spagnolo” con le loro rivendicazioni considerate troppo estreme. Una dichiarazione alla quale intellettuali e leader indipendentisti, ma anche di settori del suo stesso movimento ormai in rottura con la direzione statale di Podemos, hanno risposto ricordando che il fascismo in Spagna è sempre stato sveglio, e che starsene buoni e inermi rinunciando ai propri obiettivi e alle proprie rivendicazioni equivarrebbe a un suicidio politico.
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19/11/2017
Catalogna, non si fermano gli arresti e la repressione
Il Parlamento di Madrid non indagherà sulle feroci cariche della polizia contro gli elettori e gli attivisti dentro e fuori le scuole catalane lo scorso 1 ottobre, che causarono circa mille feriti e mostrarono di fronte all’opinione pubblica internazionale il vero volto della monarchia spagnola. I rappresentanti al Congresso di ERC e PDeCAT, sostenuti da Unidos Podemos, avevano chiesto la costituzione di una commissione d’inchiesta, ma il voto compatto di popolari, socialisti e dei deputati di Ciudadanos lo ha impedito. Inizialmente i socialisti di Pedro Sanchez avevano criticato l’eccesso nell’uso della forza da parte delle forze dell’ordine durante il referendum indipendentista, ma presto le accuse inizialmente rivolte al Ministro dell’Interno Zoido e alla Vicepresidente Soraya Saénz de Santamaría sono cadute.
Intanto la direzione delle carceri spagnole ha negato al presidente dell’Assemblea Nacional Catalana Jordi Sanchez, in prigione da più di un mese perché accusato di gravi reati per il suo ruolo nella mobilitazione indipendentista, di poter scontare la carcerazione preventiva in una delle carceri catalane. Istituzioni Penitenziarie ha però risposto negativamente alla richiesta di trasferimento avanzata dai legali del dirigente imprigionato per motivi politici nel carcere di Estremera, vicino a Madrid.
Invece la decisione dei giudici di Bruxelles sull’estradizione dell’ex presidente della Generalitat e dei suoi Consellers nello Stato Spagnolo si dovrebbe sapere il 4 dicembre, quando i cinque dovranno comparire di nuovo davanti ai magistrati che devono decidere sulla legittimità dell’ordine di cattura europeo emesso dalla giudice spagnola Carmen Lamela (la stessa che accusa 8 giovani baschi di terrorismo per una rissa in un bar con due poliziotti). Carles Puigdemont si è rifugiato in Belgio assieme ad alcuni ministri per sfuggire all’arresto – è accusato di ‘sedizione’, ‘ribellione’ e ‘malversazione’ – e tentare di internazionalizzare la crisi, finora sempre giudicata dai leader dell’Unione Europea “una questione interna” allo Stato Spagnolo. Comunque se i giudici di Bruxelles dovessero decidere a favore dell’estradizione i tempi della consegna a Madrid verrebbero dilatati dalla presentazione di un ricorso da parte dei legali del leader catalano.
Puigdemont ha duramente accusato Madrid in merito alla notizia, diffusa dal quotidiano El Pais, secondo la quale l’imam di Ripoll Abdelbaki Es Satty, mente degli attacchi terroristici a Barcellona e in altre località catalane che ad agosto costarono la vita a decine di persone, era un confidente dei servizi segreti spagnoli. Il CNI – che ovviamente ha negato – lo avrebbe ‘ingaggiato’ nel 2014, quando l’uomo era in carcere per traffico di droga. Il President ha scritto ieri su Twitter che “La strategia della paura accompagna sempre la violenza. (...) Uno Stato che accettava come confidente della polizia il cervello degli attentati di Barcellona non ha limiti. Ora sappiamo che è capace di tutto”.
Il commento si riferisce anche alle dichiarazioni da parte della segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya, Marta Rovira, che nei giorni scorsi ha raccontato le dure minacce di uso della violenza rivolte dal governo di Madrid a quello di Barcellona nel caso in cui quest’ultimo avesse dichiarato l’indipendenza. Secondo Rovira l’esecutivo Rajoy avrebbe, attraverso degli emissari, avvertito che avrebbe dato ordine alla polizia di usare pallottole vere e non più di gomma contro i manifestanti e che quindi ci sarebbero stati dei morti. Le minacce, secondo Rovira e lo stesso Puigdemont, avrebbero spinto il Govern a desistere non essendo disponibile a rendersi responsabile di una escalation violenta. Il President de la Generalitat utilizzò molto questo argomento nel tentativo di placare la rivolta dei partiti e delle entità sociali indipendentiste quando, tra il 25 e il 26 ottobre, tentò di convincere la sua maggioranza parlamentare a rinunciare alla dichiarazione di indipendenza e ad accettare lo scioglimento del Parlament di Barcellona e l’indizione di elezioni anticipate come richiesto da Rajoy. Allo stato non è possibile quindi affermare se le minacce di uso della violenza e di un “bagno di sangue” fossero reali – sono comunque state confermate dai dirigenti della CUP – o se invece furono evocate dai leader del governo catalano per giustificare la retromarcia.
Comunque, se ancora le forze di sicurezza spagnole dispiegate in gran numero in Catalogna non hanno – ancora? – usato le armi da fuoco gli arresti si susseguono. Gli agenti della Policia Nacional hanno arrestato quattro persone accusate di ‘minacce’ e ‘ingiurie’ gravi nei confronti delle Forze dell’Ordine. Secondo le accuse, sui social network gli arrestati avrebbero scritto post e pubblicato foto che incitavano all’odio e alla “discriminazione” (!) nei confronti dei membri delle Forze di Sicurezza.
Contemporaneamente gli agenti della Guardia Civil hanno arrestato un professore del liceo di Tremp per ‘incitamento all’odio’ sui social network. Il docente, Manel Riu, è stato rimesso in libertà ma dovrà subire un procedimento penale.
Anche il vicedirettore e il direttore del settimanale satirico “El Jueves”, Joan Ferrùs e Guillermo Martínez-Vela, sono imputati in un processo per “ingiurie nei confronti delle Forze dell’Ordine” per aver accusato i reparti antisommossa intervenuti in Catalogna di essere sotto l’effetto di cocaina. Sotto accusa è finito un articolo della rivista secondo il quale “La continua presenza di reparti antisommossa esaurisce le riserve di cocaina in Catalogna”. Durante la loro deposizione in tribunale, i due giornalisti hanno ricordato che fu il vicesindaco di Barcellona, Jaume Asens, a spiegare che alcuni agenti mostravano i segni dell’assunzione di sostanze stupefacenti ad alcuni cittadini che denunciavano le violente aggressioni subite da parte di membri della Policia Nacional e della Guardia Civil.
Come se non bastasse, accogliendo una denuncia depositata da un sindacato di polizia, un giudice ha rinviato a giudizio l’umorista Eduard Biosca per lo stesso delitto, “ingiurie contro le Forze di Sicurezza dello Stato”. La colpa di Biosca? Aver ironizzato sul comportamento dei poliziotti e dei militari nel corso di una trasmissione di RAC-1, uno dei canali della radio pubblica catalana. Nel programma ‘Versiò’ uno dei conduttori citò un articolo pubblicato su El Pais nel quale si citavano le lamentele dei poliziotti e dei soldati ospitati in una nave da crociera ancorata nel porto di Barcellona (che ha salpato finalmente poche ore fa). Una delle lamentele dei ‘croceristi’ si riferiva alla presenza a bordo dei ratti. “I primi 10.000 topi li hanno portati da Madrid, e belli grossi” aveva ironizzato Biosca.
Sotto la scure della magistratura spagnola è finito anche il proprietario di una palestra di Martorell (Barcellona), accusato di aver vietato l’ingresso nel locale a tre persone in quanto membri della Guardia Civil. Anche in questo caso l’uomo è stato denunciato per ‘incitamento all’odio nei confronti delle Forze di Sicurezza’. Il gestore della palestra ha spiegato che i tre avevano chiesto l’iscrizione alle attività tentando di mentire sulla loro effettiva professione e che, messi alle strette, se ne erano andati.
Ieri intanto è improvvisamente scomparso José Manuel Maza, Procuratore Generale dello Stato e titolare di alcune delle più importanti inchieste a carico dei dirigenti indipendentisti catalani. Maza era stato un fedele esecutore degli input provenienti da Mariano Rajoy e dal governo spagnolo dopo i problemi creati dall’eccessiva indipendenza dimostrata dal procuratore generale dello Stato, Consuelo Madrigal, anch’essa esponente delle correnti di destra ma costretta ad abbandonare il suo incarico dopo i ripetuti conflitti con l’allora ministro degli Interni.
Il mandato di Maza è stato costellato da una sfilza di polemiche per il suo servilismo nei confronti dell’esecutivo e delle correnti politiche più reazionarie, accuse provenienti in primo luogo dai magistrati espressione delle correnti progressiste. Ora il governo dovrà trovare, in fretta, un sostituto altrettanto disponibile a farsi interprete della strategia di Madrid contro l’indipendentismo catalano. Nel corso del suo mandato, interrotto ieri da un’infezione intestinale che lo ha colpito in Argentina mentre partecipava ad un convegno, Maza aveva nominato come capo dell’Anticorruzione Manuel Moix, poi dimessosi perché implicato in vari scandali e accusato di aver ostacolato le inchieste per corruzione contro importanti dirigenti del PP. Ma è contro il movimento indipendentista catalano che Maza ha dato il ‘meglio di sé’, scegliendo di accusare i dirigenti indipendentisti di reati gravissimi come ‘sedizione’ e ‘ribellione’ e di chiedere la carcerazione senza condizionale per tutti i ministri e i collaboratori di Puigdemont.
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Intanto la direzione delle carceri spagnole ha negato al presidente dell’Assemblea Nacional Catalana Jordi Sanchez, in prigione da più di un mese perché accusato di gravi reati per il suo ruolo nella mobilitazione indipendentista, di poter scontare la carcerazione preventiva in una delle carceri catalane. Istituzioni Penitenziarie ha però risposto negativamente alla richiesta di trasferimento avanzata dai legali del dirigente imprigionato per motivi politici nel carcere di Estremera, vicino a Madrid.
Invece la decisione dei giudici di Bruxelles sull’estradizione dell’ex presidente della Generalitat e dei suoi Consellers nello Stato Spagnolo si dovrebbe sapere il 4 dicembre, quando i cinque dovranno comparire di nuovo davanti ai magistrati che devono decidere sulla legittimità dell’ordine di cattura europeo emesso dalla giudice spagnola Carmen Lamela (la stessa che accusa 8 giovani baschi di terrorismo per una rissa in un bar con due poliziotti). Carles Puigdemont si è rifugiato in Belgio assieme ad alcuni ministri per sfuggire all’arresto – è accusato di ‘sedizione’, ‘ribellione’ e ‘malversazione’ – e tentare di internazionalizzare la crisi, finora sempre giudicata dai leader dell’Unione Europea “una questione interna” allo Stato Spagnolo. Comunque se i giudici di Bruxelles dovessero decidere a favore dell’estradizione i tempi della consegna a Madrid verrebbero dilatati dalla presentazione di un ricorso da parte dei legali del leader catalano.
Puigdemont ha duramente accusato Madrid in merito alla notizia, diffusa dal quotidiano El Pais, secondo la quale l’imam di Ripoll Abdelbaki Es Satty, mente degli attacchi terroristici a Barcellona e in altre località catalane che ad agosto costarono la vita a decine di persone, era un confidente dei servizi segreti spagnoli. Il CNI – che ovviamente ha negato – lo avrebbe ‘ingaggiato’ nel 2014, quando l’uomo era in carcere per traffico di droga. Il President ha scritto ieri su Twitter che “La strategia della paura accompagna sempre la violenza. (...) Uno Stato che accettava come confidente della polizia il cervello degli attentati di Barcellona non ha limiti. Ora sappiamo che è capace di tutto”.
Il commento si riferisce anche alle dichiarazioni da parte della segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya, Marta Rovira, che nei giorni scorsi ha raccontato le dure minacce di uso della violenza rivolte dal governo di Madrid a quello di Barcellona nel caso in cui quest’ultimo avesse dichiarato l’indipendenza. Secondo Rovira l’esecutivo Rajoy avrebbe, attraverso degli emissari, avvertito che avrebbe dato ordine alla polizia di usare pallottole vere e non più di gomma contro i manifestanti e che quindi ci sarebbero stati dei morti. Le minacce, secondo Rovira e lo stesso Puigdemont, avrebbero spinto il Govern a desistere non essendo disponibile a rendersi responsabile di una escalation violenta. Il President de la Generalitat utilizzò molto questo argomento nel tentativo di placare la rivolta dei partiti e delle entità sociali indipendentiste quando, tra il 25 e il 26 ottobre, tentò di convincere la sua maggioranza parlamentare a rinunciare alla dichiarazione di indipendenza e ad accettare lo scioglimento del Parlament di Barcellona e l’indizione di elezioni anticipate come richiesto da Rajoy. Allo stato non è possibile quindi affermare se le minacce di uso della violenza e di un “bagno di sangue” fossero reali – sono comunque state confermate dai dirigenti della CUP – o se invece furono evocate dai leader del governo catalano per giustificare la retromarcia.
Comunque, se ancora le forze di sicurezza spagnole dispiegate in gran numero in Catalogna non hanno – ancora? – usato le armi da fuoco gli arresti si susseguono. Gli agenti della Policia Nacional hanno arrestato quattro persone accusate di ‘minacce’ e ‘ingiurie’ gravi nei confronti delle Forze dell’Ordine. Secondo le accuse, sui social network gli arrestati avrebbero scritto post e pubblicato foto che incitavano all’odio e alla “discriminazione” (!) nei confronti dei membri delle Forze di Sicurezza.
Contemporaneamente gli agenti della Guardia Civil hanno arrestato un professore del liceo di Tremp per ‘incitamento all’odio’ sui social network. Il docente, Manel Riu, è stato rimesso in libertà ma dovrà subire un procedimento penale.
Anche il vicedirettore e il direttore del settimanale satirico “El Jueves”, Joan Ferrùs e Guillermo Martínez-Vela, sono imputati in un processo per “ingiurie nei confronti delle Forze dell’Ordine” per aver accusato i reparti antisommossa intervenuti in Catalogna di essere sotto l’effetto di cocaina. Sotto accusa è finito un articolo della rivista secondo il quale “La continua presenza di reparti antisommossa esaurisce le riserve di cocaina in Catalogna”. Durante la loro deposizione in tribunale, i due giornalisti hanno ricordato che fu il vicesindaco di Barcellona, Jaume Asens, a spiegare che alcuni agenti mostravano i segni dell’assunzione di sostanze stupefacenti ad alcuni cittadini che denunciavano le violente aggressioni subite da parte di membri della Policia Nacional e della Guardia Civil.
Come se non bastasse, accogliendo una denuncia depositata da un sindacato di polizia, un giudice ha rinviato a giudizio l’umorista Eduard Biosca per lo stesso delitto, “ingiurie contro le Forze di Sicurezza dello Stato”. La colpa di Biosca? Aver ironizzato sul comportamento dei poliziotti e dei militari nel corso di una trasmissione di RAC-1, uno dei canali della radio pubblica catalana. Nel programma ‘Versiò’ uno dei conduttori citò un articolo pubblicato su El Pais nel quale si citavano le lamentele dei poliziotti e dei soldati ospitati in una nave da crociera ancorata nel porto di Barcellona (che ha salpato finalmente poche ore fa). Una delle lamentele dei ‘croceristi’ si riferiva alla presenza a bordo dei ratti. “I primi 10.000 topi li hanno portati da Madrid, e belli grossi” aveva ironizzato Biosca.
Sotto la scure della magistratura spagnola è finito anche il proprietario di una palestra di Martorell (Barcellona), accusato di aver vietato l’ingresso nel locale a tre persone in quanto membri della Guardia Civil. Anche in questo caso l’uomo è stato denunciato per ‘incitamento all’odio nei confronti delle Forze di Sicurezza’. Il gestore della palestra ha spiegato che i tre avevano chiesto l’iscrizione alle attività tentando di mentire sulla loro effettiva professione e che, messi alle strette, se ne erano andati.
Ieri intanto è improvvisamente scomparso José Manuel Maza, Procuratore Generale dello Stato e titolare di alcune delle più importanti inchieste a carico dei dirigenti indipendentisti catalani. Maza era stato un fedele esecutore degli input provenienti da Mariano Rajoy e dal governo spagnolo dopo i problemi creati dall’eccessiva indipendenza dimostrata dal procuratore generale dello Stato, Consuelo Madrigal, anch’essa esponente delle correnti di destra ma costretta ad abbandonare il suo incarico dopo i ripetuti conflitti con l’allora ministro degli Interni.
Il mandato di Maza è stato costellato da una sfilza di polemiche per il suo servilismo nei confronti dell’esecutivo e delle correnti politiche più reazionarie, accuse provenienti in primo luogo dai magistrati espressione delle correnti progressiste. Ora il governo dovrà trovare, in fretta, un sostituto altrettanto disponibile a farsi interprete della strategia di Madrid contro l’indipendentismo catalano. Nel corso del suo mandato, interrotto ieri da un’infezione intestinale che lo ha colpito in Argentina mentre partecipava ad un convegno, Maza aveva nominato come capo dell’Anticorruzione Manuel Moix, poi dimessosi perché implicato in vari scandali e accusato di aver ostacolato le inchieste per corruzione contro importanti dirigenti del PP. Ma è contro il movimento indipendentista catalano che Maza ha dato il ‘meglio di sé’, scegliendo di accusare i dirigenti indipendentisti di reati gravissimi come ‘sedizione’ e ‘ribellione’ e di chiedere la carcerazione senza condizionale per tutti i ministri e i collaboratori di Puigdemont.
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06/11/2017
Puigdemont e gli altri, liberi ma “vigilati”
Match quasi pari, al primo incontro con la giustizia belga incaricata di far eseguire quella spagnola. Carles Puigdemonti, presidente destituito della Catalogna, e i quattro ex ministri che lo hanno seguito a Bruxelles, non vengono infatti restituiti alla vendetta di Rajoy, ma neanche potranno girare per l’Europa come liberi cittadini.
Il vertice istituzionale dell’indipendentismo catalano resta dunque in libertà vigilata entro e non oltre i confini del Belgio.
Lo ha deciso il giudice istruttore incaricato di esaminare il mandato di arresto europeo spiccato dalla Spagna.
I cinque, ieri mattina, si erano consegnati alla polizia giudiziaria di Bruxelles. Dopo una lunga giornata trascorsa in Procura è arrivata la notizia del rilascio con una serie di misure cautelari: obbligo di restare nel paese, ritiro del passaporto, restare a disposizione del giudice e comunicare il domicilio.
E’ il risultato di un atteggiamento “rispettoso” dell’autorità giudiziaria del paese ospitante, con cui era stato concordato un appuntamento presso il commissariato della polizia federale. “E hanno rispettato l’appuntamento”, ha detto il portavoce della procura, Gilles Dejemeppe.
Nessuna novità è emersa dall’interrogatorio individuale presso il giudice istruttore, alla presenza dei loro legali che hanno scelto – significativamente – il fiammingo come “lingua di lavoro” per il dialogo con i giudici. Il fiammingo è infatti la lingua degli indipendentisti locali, anche se la maggioranza è vallone e dunque parla francese.
Il magistrato, nominato dalla procura di Bruxelles, aveva tempo fino alle 9.17 di stamattina, perché gli accusati possono restare in stato di fermo solo per 24 ore (si sono presentati in commissariato alla stessa ora ieri mattina). Ma tutto è stato molto più rapido, anche per evitare che i cinque passassero una notte in cella. Il che appare più che una “cortesia” per dirigenti politici accusati di “reati” che – in Belgio ma non solo – difficilmente possono essere considerati tali.
La trafila giudiziaria non è comunque finita. Il caso passa ora alla Camera di consiglio del Tribunale di primo grado, che dovrà decidere entro 15 giorni se il mandato europeo emesso dalla Spagna può essere reso esecutivo. Ma qualunque sia la sentenza ci potrà essere un ricorso in appello presentato dalla parte insoddisfatta.
Si può dunque immaginare che la schermaglia si prolungherà con una tempistica che – grosso modo – arriverà nei pressi delle elezioni catalane fissate d’autorità dal governo spagnolo.
Il che mette in tensione, tra l’altro, anche il governo di Bruxelles. Il ministro dell’interno Jambon, senza nemmeno concordare le sue dichiarazioni con il premier Michel, ha infatti pesantemente criticato le istituzioni dell’Unione Europea, giudicandole “parziali” nella vicenda catalana. “Sono cose successe in uno Stato europeo; mi chiedo cosa spetti l’Ue a pronunciarsi. Se fosse successo in Polonia o in Ungheria, credo avrebbe avuto una reazione diversa”. Ha inoltre chiesto alla comunità internazionale di “vigilare sul rispetto dei diritti in Spagna”, perché Puigdemont e gli altri “hanno solo applicato il mandato che hanno ricevuto dai loro elettori”.
Ogni giorno che passa, insomma, si allargano le smagliature intorno alla posizione ufficiale – e profondamente vile – dell’Unione Europea, fin qui immobile dietro la frase “è una vicenda interna a un paese membro, noi non c’entriamo”.
Si fosse trattato di una legge di bilancio o di un aumento salariale, invece, ci sarebbero entrati eccome...
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Il vertice istituzionale dell’indipendentismo catalano resta dunque in libertà vigilata entro e non oltre i confini del Belgio.
Lo ha deciso il giudice istruttore incaricato di esaminare il mandato di arresto europeo spiccato dalla Spagna.
I cinque, ieri mattina, si erano consegnati alla polizia giudiziaria di Bruxelles. Dopo una lunga giornata trascorsa in Procura è arrivata la notizia del rilascio con una serie di misure cautelari: obbligo di restare nel paese, ritiro del passaporto, restare a disposizione del giudice e comunicare il domicilio.
E’ il risultato di un atteggiamento “rispettoso” dell’autorità giudiziaria del paese ospitante, con cui era stato concordato un appuntamento presso il commissariato della polizia federale. “E hanno rispettato l’appuntamento”, ha detto il portavoce della procura, Gilles Dejemeppe.
Nessuna novità è emersa dall’interrogatorio individuale presso il giudice istruttore, alla presenza dei loro legali che hanno scelto – significativamente – il fiammingo come “lingua di lavoro” per il dialogo con i giudici. Il fiammingo è infatti la lingua degli indipendentisti locali, anche se la maggioranza è vallone e dunque parla francese.
Il magistrato, nominato dalla procura di Bruxelles, aveva tempo fino alle 9.17 di stamattina, perché gli accusati possono restare in stato di fermo solo per 24 ore (si sono presentati in commissariato alla stessa ora ieri mattina). Ma tutto è stato molto più rapido, anche per evitare che i cinque passassero una notte in cella. Il che appare più che una “cortesia” per dirigenti politici accusati di “reati” che – in Belgio ma non solo – difficilmente possono essere considerati tali.
La trafila giudiziaria non è comunque finita. Il caso passa ora alla Camera di consiglio del Tribunale di primo grado, che dovrà decidere entro 15 giorni se il mandato europeo emesso dalla Spagna può essere reso esecutivo. Ma qualunque sia la sentenza ci potrà essere un ricorso in appello presentato dalla parte insoddisfatta.
Si può dunque immaginare che la schermaglia si prolungherà con una tempistica che – grosso modo – arriverà nei pressi delle elezioni catalane fissate d’autorità dal governo spagnolo.
Il che mette in tensione, tra l’altro, anche il governo di Bruxelles. Il ministro dell’interno Jambon, senza nemmeno concordare le sue dichiarazioni con il premier Michel, ha infatti pesantemente criticato le istituzioni dell’Unione Europea, giudicandole “parziali” nella vicenda catalana. “Sono cose successe in uno Stato europeo; mi chiedo cosa spetti l’Ue a pronunciarsi. Se fosse successo in Polonia o in Ungheria, credo avrebbe avuto una reazione diversa”. Ha inoltre chiesto alla comunità internazionale di “vigilare sul rispetto dei diritti in Spagna”, perché Puigdemont e gli altri “hanno solo applicato il mandato che hanno ricevuto dai loro elettori”.
Ogni giorno che passa, insomma, si allargano le smagliature intorno alla posizione ufficiale – e profondamente vile – dell’Unione Europea, fin qui immobile dietro la frase “è una vicenda interna a un paese membro, noi non c’entriamo”.
Si fosse trattato di una legge di bilancio o di un aumento salariale, invece, ci sarebbero entrati eccome...
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04/11/2017
Il “cuneo catalano” mostra cos’è l’Unione Europea
La battuta sarebbe scontata (“uno spettro s’aggira per l’Unione Europea”), ma il soggetto andrebbe cambiato. Quel fantasma, in questo momento è quello dell’autodeterminazione dei popoli, pilastro – nel bene e nel male – del Novecento mondiale.
Visto che ormai si preferisce designare questo principio con il termine dispregiativo di “sovranismo”, ci sembra utile riportare la definizione contenuta nell’enciclopedia Treccani, come era solito fare qualsiasi “bravo giornalista”:
Nel vedere le immagini del presidente catalano destituito, Carles Puigdemont, mentre passeggia a Bruxelles sotto palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea (il “governo” dei 27 paesi membri), il fantasma è apparso in carne e ossa.
Puigdemont e i quattro ex ministri catalani rimasti con lui in Belgio – Antoni Comin, Clara Ponsatì, Meritxell Serret e Lluis Puig – sono infatti ora ufficialmente ricercati con mandato di cattura internazionale, consegnato nelle stesse ore alle autorità del Belgio per ottenerne l’estradizione.
Più che con le parole pronunciate dagli indipendentisti catalani nelle scorse settimane, insomma, è direttamente il governo spagnolo – per il tramite di una magistratura assolutamente “dipendente” – a chiamare in causa l’Unione Europea, i trattati, i “valori condivisi”. E lo fa con la stupida iattanza fascista ancora inscritta in una Costituzione franchista appena emendata (libere elezioni e diritti civili, ossia un voto ogni cinque anni e movida libera), ma mai mutata nei pilastri portanti, a cominciare dal ruolo della monarchia (niente affatto di “rappresentanza”, come ha fatto vedere Felipe). Una Costituzione accettabile dall’Unione Europea solo a patto di non guardarci dentro.
Al di là degli incerti aspetti costituzionali, comunque, l’indefesso fascismo dello Stato spagnolo è apparso in mondovisione il 1 ottobre con la Guardia Civil impegnata nell’assaltare i seggi elettorali e nel manganellare la popolazione schierata pacificamente a loro difesa. E ora anche nei maltrattamenti subiti – ancora in diretta tv! – dai ministri catalani arrestati. Un video diffuso dal quotidiano spagnolo La Vanguardia mostra infatti agenti spagnoli della Audiencia Nacional che insultano Junqueras augurandogli sevizie sessuali in prigione.
Nelle stesse ore la ley mordaza viene applicata estensivamente, portando persino all’arresto di alcune persone per i loro commenti sui social...
Coloro che, in Belgio, dovranno decidere se consegnare Puigdemont e gli altri allo Stato spagnolo debbono fare i conti con questo innegabile contesto “anti-democratico”, oltre che con reati contestati assai poco consueti nel diritto europeo: ribellione, sedizione, malversazione, abuso di potere e disobbedienza. Malversazione (aver speso soldi pubblici per il referendum) e abuso di potere difficilmente comportano una carcerazione preventiva, fuori dalla Spagna. Mentre sedizione, ribellione e disobbedienza sono fin troppo chiaramente “comportamenti politici” magari scomodi per qualsiasi governo, ma dall’incerto profilo penale. Specie se – come in Catalogna – manifestati con il ricorso sistematico alla totale non violenza.
Il carattere completamente politico dei “reati” è peraltro confermato dallo stesso governo spagnolo, il cui portavoce Inigo Mendez de Vigo ha spiegato che “Finché non c’è condanna definitiva chiunque abbia i diritti civili intatti può presentarsi alle elezioni”. Dunque Puigdemont, Oriol Junqueras e anche i primi due prigionieri politici del dopo-referendum – “i due Jordi”, Sanchez e Cuixart – potranno candidarsi alle elezioni del 21 dicembre per “rinnovare” il Parlament di Barcellona.
Ci sarebbe ovviamente molto da discutere sulla “libera competizione elettorale” tra candidati accompagnati dalla Guardia Civil (quelli dei partiti “sovranisti spagnoli”: popolari, “socialisti” del Psoe, e Ciudadanos) e candidati in carcere o comunque osteggiati dal potere centrale (i media catalani di proprietà pubblica sono stati “invasi” e messi sotto controllo). Ma anche in queste condizioni infami i sondaggi danno per ora in ulteriore crescita il consenso ai partiti indipendentisti (PdeCat, Esquerra Repubblicana e Cup) a scapito ovviamente del fronte avverso e del divisissimo Podemos-Podem.
A Natale, insomma, la situazione potrebbe essere questa: parlamento e governo catalani in mano agli indipendentisti, conferma della dichiarazione di indipendenza e arresto dei nuovi ministri (magari e quamente divisi tra quelli ancora in carcere e i nuovi entrati dalla libertà).
Qualunque decisione prenda il Belgio in merito all’estradizione dei cinque ex ministri catalani, insomma, sarà una decisione sbagliata.
Se li riconsegna a Rajoy certifica che nell’Unione Europea sono vietate tutte le posizioni politiche, democraticamente e pacificamente espresse, che risultano inaccettabili per i governi dei singoli paesi. L’Unione Europea – che continua a trincerarsi dietro la formula “è una questione interna alla Spagna” – certificherà che questa costruzione si preoccupa solo di costruire un mercato regolato in modo diseguale, secondo i rapporti di forza economici, ma non possiede alcuna visione condivisa della democrazia politica e degli interessi non convergenti dei singoli popoli che l’abitano. Una Unione che tratta insomma i cittadini esattamente con lo stesso atteggiamento con cui tratta la composizione del “parmesan” e del suo “diritto” a finire sulle nostre tavole come fosse parmiggiano reggiano.
Se invece non riconsegnerà Puigdemont e soci all’imbufalito Rajoy aprirà un contenzioso previdibilmente molto aspro e dalle conseguenze imprevedibili tra paesi membri. C’è infatti da ricordare che Gerry Adams, presidente del Sinn Fein e unico parlamentare a sedere contemporaneamente nel parlamento irlandese e in quello dell’Irlanda del Nord (formalmente Gran Bretagna), ha nei giorni scorsi appoggiato la dichiarazione di indipendenza catalana ricordando che “il diritto all’autodeterminazione dei popoli è una pietra angolare del diritto internazionale e questa dichiarazione deve essere pertanto rispettata”.
Tanto più che – dal punto di vista della stessa Uione Europea – non ha alcun senso logico opporsi all’autodeterminazione di una regione che, a maggioranza, vorrebbe comunque restare dentro la Ue (e i nostri lettori sanno benissimo che questa non è la nostra posizione, né quella della Cup). Non paradossalmente, proprio il totale e cieco appoggio della Ue a Rajoy potrebbe far crescere la consapevolezza generale che la rottura della stessa Ue è premessa necessaria per qualsiasi trasformazione, sociale e politica, europea e nazionale.
Negli oliati e indifferenti meccanismi tecnocratici della Ue il “cuneo catalano” si è dunque infilato con la forza di un popolo pacifico ma determinato. Dovremmo tutti adoperarci affinché non venga stritolato, non soltanto solidarizzando, ma attivandoci sul pano politico. Perché nell’Unione Europea tutti stiamo nella stessa condizione dei catalani: siamo infatti espropriati di qualsiasi possibilità di decidere collettivamente sia del nostro futuro che del nostro presente.
Fonte
Visto che ormai si preferisce designare questo principio con il termine dispregiativo di “sovranismo”, ci sembra utile riportare la definizione contenuta nell’enciclopedia Treccani, come era solito fare qualsiasi “bravo giornalista”:
“Principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna, in particolare dal dominio coloniale (autodeterminazione esterna). Proposto durante la Rivoluzione francese e poi sostenuto, con diverse accezioni, da statisti quali Lenin e Wilson, tale principio implica la considerazione dei diritti dei popoli, in contrapposizione a quella degli Stati intesi come apparati di governo (Stato. Diritto internazionale). In tal senso, si pone potenzialmente in conflitto con la concezione tradizionale della sovranità statale; la sua attuazione deve inoltre essere contemperata con il principio dell’integrità territoriale degli Stati”.Un principio condiviso ufficialmente da imperialisti liberisti e rivoluzionari di professione, insomma, anche se spesso e volentieri ignorato dai primi.
Nel vedere le immagini del presidente catalano destituito, Carles Puigdemont, mentre passeggia a Bruxelles sotto palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea (il “governo” dei 27 paesi membri), il fantasma è apparso in carne e ossa.
Puigdemont e i quattro ex ministri catalani rimasti con lui in Belgio – Antoni Comin, Clara Ponsatì, Meritxell Serret e Lluis Puig – sono infatti ora ufficialmente ricercati con mandato di cattura internazionale, consegnato nelle stesse ore alle autorità del Belgio per ottenerne l’estradizione.
Più che con le parole pronunciate dagli indipendentisti catalani nelle scorse settimane, insomma, è direttamente il governo spagnolo – per il tramite di una magistratura assolutamente “dipendente” – a chiamare in causa l’Unione Europea, i trattati, i “valori condivisi”. E lo fa con la stupida iattanza fascista ancora inscritta in una Costituzione franchista appena emendata (libere elezioni e diritti civili, ossia un voto ogni cinque anni e movida libera), ma mai mutata nei pilastri portanti, a cominciare dal ruolo della monarchia (niente affatto di “rappresentanza”, come ha fatto vedere Felipe). Una Costituzione accettabile dall’Unione Europea solo a patto di non guardarci dentro.
Al di là degli incerti aspetti costituzionali, comunque, l’indefesso fascismo dello Stato spagnolo è apparso in mondovisione il 1 ottobre con la Guardia Civil impegnata nell’assaltare i seggi elettorali e nel manganellare la popolazione schierata pacificamente a loro difesa. E ora anche nei maltrattamenti subiti – ancora in diretta tv! – dai ministri catalani arrestati. Un video diffuso dal quotidiano spagnolo La Vanguardia mostra infatti agenti spagnoli della Audiencia Nacional che insultano Junqueras augurandogli sevizie sessuali in prigione.
Nelle stesse ore la ley mordaza viene applicata estensivamente, portando persino all’arresto di alcune persone per i loro commenti sui social...
Coloro che, in Belgio, dovranno decidere se consegnare Puigdemont e gli altri allo Stato spagnolo debbono fare i conti con questo innegabile contesto “anti-democratico”, oltre che con reati contestati assai poco consueti nel diritto europeo: ribellione, sedizione, malversazione, abuso di potere e disobbedienza. Malversazione (aver speso soldi pubblici per il referendum) e abuso di potere difficilmente comportano una carcerazione preventiva, fuori dalla Spagna. Mentre sedizione, ribellione e disobbedienza sono fin troppo chiaramente “comportamenti politici” magari scomodi per qualsiasi governo, ma dall’incerto profilo penale. Specie se – come in Catalogna – manifestati con il ricorso sistematico alla totale non violenza.
Il carattere completamente politico dei “reati” è peraltro confermato dallo stesso governo spagnolo, il cui portavoce Inigo Mendez de Vigo ha spiegato che “Finché non c’è condanna definitiva chiunque abbia i diritti civili intatti può presentarsi alle elezioni”. Dunque Puigdemont, Oriol Junqueras e anche i primi due prigionieri politici del dopo-referendum – “i due Jordi”, Sanchez e Cuixart – potranno candidarsi alle elezioni del 21 dicembre per “rinnovare” il Parlament di Barcellona.
Ci sarebbe ovviamente molto da discutere sulla “libera competizione elettorale” tra candidati accompagnati dalla Guardia Civil (quelli dei partiti “sovranisti spagnoli”: popolari, “socialisti” del Psoe, e Ciudadanos) e candidati in carcere o comunque osteggiati dal potere centrale (i media catalani di proprietà pubblica sono stati “invasi” e messi sotto controllo). Ma anche in queste condizioni infami i sondaggi danno per ora in ulteriore crescita il consenso ai partiti indipendentisti (PdeCat, Esquerra Repubblicana e Cup) a scapito ovviamente del fronte avverso e del divisissimo Podemos-Podem.
A Natale, insomma, la situazione potrebbe essere questa: parlamento e governo catalani in mano agli indipendentisti, conferma della dichiarazione di indipendenza e arresto dei nuovi ministri (magari e quamente divisi tra quelli ancora in carcere e i nuovi entrati dalla libertà).
Qualunque decisione prenda il Belgio in merito all’estradizione dei cinque ex ministri catalani, insomma, sarà una decisione sbagliata.
Se li riconsegna a Rajoy certifica che nell’Unione Europea sono vietate tutte le posizioni politiche, democraticamente e pacificamente espresse, che risultano inaccettabili per i governi dei singoli paesi. L’Unione Europea – che continua a trincerarsi dietro la formula “è una questione interna alla Spagna” – certificherà che questa costruzione si preoccupa solo di costruire un mercato regolato in modo diseguale, secondo i rapporti di forza economici, ma non possiede alcuna visione condivisa della democrazia politica e degli interessi non convergenti dei singoli popoli che l’abitano. Una Unione che tratta insomma i cittadini esattamente con lo stesso atteggiamento con cui tratta la composizione del “parmesan” e del suo “diritto” a finire sulle nostre tavole come fosse parmiggiano reggiano.
Se invece non riconsegnerà Puigdemont e soci all’imbufalito Rajoy aprirà un contenzioso previdibilmente molto aspro e dalle conseguenze imprevedibili tra paesi membri. C’è infatti da ricordare che Gerry Adams, presidente del Sinn Fein e unico parlamentare a sedere contemporaneamente nel parlamento irlandese e in quello dell’Irlanda del Nord (formalmente Gran Bretagna), ha nei giorni scorsi appoggiato la dichiarazione di indipendenza catalana ricordando che “il diritto all’autodeterminazione dei popoli è una pietra angolare del diritto internazionale e questa dichiarazione deve essere pertanto rispettata”.
Tanto più che – dal punto di vista della stessa Uione Europea – non ha alcun senso logico opporsi all’autodeterminazione di una regione che, a maggioranza, vorrebbe comunque restare dentro la Ue (e i nostri lettori sanno benissimo che questa non è la nostra posizione, né quella della Cup). Non paradossalmente, proprio il totale e cieco appoggio della Ue a Rajoy potrebbe far crescere la consapevolezza generale che la rottura della stessa Ue è premessa necessaria per qualsiasi trasformazione, sociale e politica, europea e nazionale.
Negli oliati e indifferenti meccanismi tecnocratici della Ue il “cuneo catalano” si è dunque infilato con la forza di un popolo pacifico ma determinato. Dovremmo tutti adoperarci affinché non venga stritolato, non soltanto solidarizzando, ma attivandoci sul pano politico. Perché nell’Unione Europea tutti stiamo nella stessa condizione dei catalani: siamo infatti espropriati di qualsiasi possibilità di decidere collettivamente sia del nostro futuro che del nostro presente.
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02/11/2017
“Arrestate tutto il governo catalano”. La procura della dittatura
La procura spagnola ha chiesto alla giudice della Adiencia Nacioanl Carmen Lamela di decidere la detenzione preventiva senza cauzione per tutti i membri del Govern catalano accusati di “ribellione”, meno che per l’ex ministro Santi Villa che si era dimesso il giorno prima della dichiarazione di indipendenza.
Il vicepresidente catalano destituito, Oriol Junqueras, è stato il primo ad arrivare stamani all’Audiencia Nacional che lo ha convocato insieme agli altri ex membri del ‘Govern’ indagati per “ribellione”.
Anche la presidente del parlamento catalano Carme Forcadell, imputata per ‘ribellione’, è giunta alla sede del Tribunale Supremo di Madrid, dove deve essere interrogata da un giudice. Nella sede della Audiencia Nacional, a poche decine di metri di distanza, si trovano già i membri del Govern imputati in una causa parallela. Come anticipato, non avrebbero risposto alle domande del magistrato.
Dal Belgio, il presidente destituito, Carles Puigdemont, ha diffuso un comunicato in cui ribadisce che non tornerà in Spagna denunciando “un processo politico” nei suoi confronti.
A questo punto i giudici spagnoli potrebbero spiccare un mandato di arresto europeo nei confronti suoi e degli altri membri del Govern che si trovano o dovessero riparare all’estero.
Una svolta che a questo punto coinvolge mani e piedi l’Unione Europea nella vicenda catalana, che non può più essere trattata come “un faccenda interna della Spagna”.
Non c’è mai stato, infatti, un esponente politico di un paese dell’Unione Europea ufficialmente ricercato nel suo paese per “reati esclusivamente politici”; addirittura “commessi” durante la sua funzione istituzionale e su preciso mandato della sua popolazione (in obbedienza al risultato referendario).
E la Ue, inutile dirlo, fin qui preoccupata soltanto di prescrivere ricette economiche fallimentari, non ha alcuno strumento culturale – e tantomeno giuridico – per affrontare un problema ritenuto “impensabile” all’interno dei trattati.
Fonte
Il vicepresidente catalano destituito, Oriol Junqueras, è stato il primo ad arrivare stamani all’Audiencia Nacional che lo ha convocato insieme agli altri ex membri del ‘Govern’ indagati per “ribellione”.
Anche la presidente del parlamento catalano Carme Forcadell, imputata per ‘ribellione’, è giunta alla sede del Tribunale Supremo di Madrid, dove deve essere interrogata da un giudice. Nella sede della Audiencia Nacional, a poche decine di metri di distanza, si trovano già i membri del Govern imputati in una causa parallela. Come anticipato, non avrebbero risposto alle domande del magistrato.
Dal Belgio, il presidente destituito, Carles Puigdemont, ha diffuso un comunicato in cui ribadisce che non tornerà in Spagna denunciando “un processo politico” nei suoi confronti.
A questo punto i giudici spagnoli potrebbero spiccare un mandato di arresto europeo nei confronti suoi e degli altri membri del Govern che si trovano o dovessero riparare all’estero.
Una svolta che a questo punto coinvolge mani e piedi l’Unione Europea nella vicenda catalana, che non può più essere trattata come “un faccenda interna della Spagna”.
Non c’è mai stato, infatti, un esponente politico di un paese dell’Unione Europea ufficialmente ricercato nel suo paese per “reati esclusivamente politici”; addirittura “commessi” durante la sua funzione istituzionale e su preciso mandato della sua popolazione (in obbedienza al risultato referendario).
E la Ue, inutile dirlo, fin qui preoccupata soltanto di prescrivere ricette economiche fallimentari, non ha alcuno strumento culturale – e tantomeno giuridico – per affrontare un problema ritenuto “impensabile” all’interno dei trattati.
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Catalogna, tra obiettivi politici e rapporti di forza
A mente fredda si può ragionare meglio, se non altro perché si possono elencare con calma tutti i punti rilevanti di un fatto e quindi provare a prevedere la possibile evoluzione.
La vicenda catalana ha subito una svolta piuttosto brutale, con la destituzione del governo locale dopo la formale dichiarazione di indipendenza. Il “commissario governativo” sceso a Barcellona è addirittura la vice di Mariano Rajoy, Soraya Saenz de Santamaria. La quale ha immediatamente licenziato il capo della polizia locale (i Mossos de Esquadra) e altri 150 funzionari, in modo da avere “dipendenti fedeli” direttamente ai suoi ordini.
In queste condizioni, sembra decisamente utopistico il programma, annunciato da Carles Puigdemont nella conferenza stampa di Bruxelles – “continuiamo a lavorare” come governo –, per conservare il più possibile dell’assetto istituzionale catalano. Più realistico, certamente, è organizzare la resistenza allo “sradicamento” della maggioranza indipendentista, che ogni formazione politica di questo fronte deve perseguire in parte da sola, in parte coordinandosi con le altre (pur in presenza di forti differenze politiche e di classe). Del resto la maggioranza di governo che aveva portato alla presidenza Puigdemont era una coalizione con referenti sociali molto diversi.
Come già scritto, la dichiarazione formale di indipendenza non era sostenuta dalla strumentazione minima indispensabile per renderla effettiva: un esercito, una moneta e relativa banca centrale, il controllo sui movimenti di capitale e sulle frontiere, ecc.
Sul piano dei puri rapporti di forza, insomma, “l’invasione” del potere centrale era prevedibile e fondamentalmente incontrastabile. Tutte le forze indipendentiste, del resto, hanno saggiamente condotto fin qui una resistenza non violenta che ha fatto risaltare al massimo la brutalità fascista del governo centrale. Non si era infatti mai visto, nell’Europa del dopoguerra, la polizia assaltare i seggi elettorali per sequestrare urne e schede, manganellando senza scrupoli una popolazione intera schierata a difesa del diritto minimo, quello al voto.
Buona parte dell’imbarazzo con cui i complici peggiori di Rajoy – tutti gli Stati membri dell’Unione Europea e la tecnoburocrazia di Bruxelles – deriva proprio dalle scene che tutto il mondo ha potuto vedere in televisione, sui social e persino sui giornali di regime. Troppo grande lo scarto tra quelle immagini e la pretesa che il governo spagnolo stesse agendo “in difesa dei valori democratici”.
La conferenza stampa di Puigdemont, ieri a Bruxelles, è servita a portare la contraddizione fin dentro il cuore della fetida costruzione “istituzionale” che governa 27 paesi, ancora trincerata dietro la formula “sono affari interni alla Spagna”.
L’apparente paradosso sta nel fatto che il dirigente del Partito democratico di Catalogna (PdeCat) ha raggiunto questo risultato perseguendo ostinatamente una premessa e una visione sbagliata; ossia che nell’Unione Europea regnino le regole della democrazia, che sia possibile la rappresentanza politica e sociale di interessi diversi o non coincidenti, e che questa possa modificare in tutto o in parte gli assetti definiti dai trattati europei. Insomma, che la Ue sia una sovrastruttura democratica e riformabile.
Ma è anche palese che l’orizzonte “radicalmente democratico” entro cui si muove Puigdemont, e la parte fin qui maggioritaria del fronte indipendentista, stia mettendo in grave difficoltà l’Unione Europea, più ancora di Rajoy, determinato a trattare l’indipendentismo come un crimine “comune”, con mezzi giudiziari e militari.
Per riuscire più convincente su questo terreno Puigdemont ha utilizzato lo stesso schema retorico sfruttato da Rajoy dopo il referendum (“hai dichiarato o no l’indipendenza?”), ovviamente rovesciandolo: “Il governo spagnolo rispetterà i risultati, qualunque siano, delle elezioni del 21 dicembre? Dobbiamo saperlo, non deve esserci diseguaglianze, elettori di seria A e elettori di serie B“.
E’ una domanda che infatti imbarazza proprio la Ue, perché in Spagna – al contrario – l’ipotesi di escludere dalle elezioni per decreto gli indipendentisti non è affatto esclusa (giocando proprio sulle accuse mosse da una magistratura che tutto è meno che “potere indipendente” dal governo centrale).
Dunque, la domanda a Rajoy è in realtà un test per la tenuta della “narrazione europea”: le elezioni sono un confronto vero, libero, riconosciuto da tutti i partecipanti qualunque sia il risultato, oppure valgono soltanto se il risultato soddisfa una delle due parti? Quella più forte, ovviamente…
Se Madrid dovesse impedire ai partiti indipendentisti di partecipare al voto, sfruttando magari la “latitanza” di parte dell’ex governo catalano, oppure se il risultato – ad oggi imprevedibile, nonostante stiano già uscendo i primi sondaggi commissionati da Rajoy – non fosse riconosciuto dallo Stato spagnolo, ecco che tutto il palloncino della “democrazia formale” verrebbe fatto esplodere alquanto rumorosamente. Mettendo in questione la legittimità democratica non solo dello Stato iberico, ma soprattutto quello dell’Unione Europea che ammette come membro autorevole uno Stato che non rispetta i risultati elettorali.
Cosa accadrà nei prossimi giorni, dunque?
Sul piano dei brutali rapporti di forza, appare evidente che le possibilità di far quadrare il cerchio (“mantenere il più possibile dell’assetto istituzionale della Catalogna”), con pezzi di governo all’estero e nell’impossibilità pratica di emanare “delibere” da far rispettare, è estremamente improbabile. Può essere utile come propaganda politica in vista del 21 dicembre, non come processo effettivo.
E’ infatti molto difficile che l’ex franchista possa far finta di nulla davanti a un “mezzo governo in esilio”, che non riconosce le decisioni dello Stato centrale e “continua a lavorare” in collegamento con la “resistenza passiva” di un altro mezzo governo, dei partiti indipendentisti e soprattutto della popolazione catalana.
Così come per la Ue – e i paesi in cui decideranno di fermarsi i “ministri in esilio” – è difficile trattare ancora a lungo questi dirigenti politici come “normali cittadini europei”, liberi di circolare e attraversare frontiere.
Se poi Rajoy dovesse far emettere i mandati di cattura internazionali previsti dalla denuncia per sedizione, a Bruxelles dovranno inventarsi qualcosa di mai visto per uscirne “puliti” nella pretesa di apparire alfieri integerrimi della “democrazia”.
Lo sapremo molto presto, visto che Puigdemont non si presenterà domattina davanti al procuratore generale. Un scelta che, a rigor di “legalità” spagnola, comporta diverse “misure restrittive della libertà”.
La lotta dei catalani per l’indipendenza e una società meno diseguale, come si intuisce, è solo all’inizio.
Fonte
La vicenda catalana ha subito una svolta piuttosto brutale, con la destituzione del governo locale dopo la formale dichiarazione di indipendenza. Il “commissario governativo” sceso a Barcellona è addirittura la vice di Mariano Rajoy, Soraya Saenz de Santamaria. La quale ha immediatamente licenziato il capo della polizia locale (i Mossos de Esquadra) e altri 150 funzionari, in modo da avere “dipendenti fedeli” direttamente ai suoi ordini.
In queste condizioni, sembra decisamente utopistico il programma, annunciato da Carles Puigdemont nella conferenza stampa di Bruxelles – “continuiamo a lavorare” come governo –, per conservare il più possibile dell’assetto istituzionale catalano. Più realistico, certamente, è organizzare la resistenza allo “sradicamento” della maggioranza indipendentista, che ogni formazione politica di questo fronte deve perseguire in parte da sola, in parte coordinandosi con le altre (pur in presenza di forti differenze politiche e di classe). Del resto la maggioranza di governo che aveva portato alla presidenza Puigdemont era una coalizione con referenti sociali molto diversi.
Come già scritto, la dichiarazione formale di indipendenza non era sostenuta dalla strumentazione minima indispensabile per renderla effettiva: un esercito, una moneta e relativa banca centrale, il controllo sui movimenti di capitale e sulle frontiere, ecc.
Sul piano dei puri rapporti di forza, insomma, “l’invasione” del potere centrale era prevedibile e fondamentalmente incontrastabile. Tutte le forze indipendentiste, del resto, hanno saggiamente condotto fin qui una resistenza non violenta che ha fatto risaltare al massimo la brutalità fascista del governo centrale. Non si era infatti mai visto, nell’Europa del dopoguerra, la polizia assaltare i seggi elettorali per sequestrare urne e schede, manganellando senza scrupoli una popolazione intera schierata a difesa del diritto minimo, quello al voto.
Buona parte dell’imbarazzo con cui i complici peggiori di Rajoy – tutti gli Stati membri dell’Unione Europea e la tecnoburocrazia di Bruxelles – deriva proprio dalle scene che tutto il mondo ha potuto vedere in televisione, sui social e persino sui giornali di regime. Troppo grande lo scarto tra quelle immagini e la pretesa che il governo spagnolo stesse agendo “in difesa dei valori democratici”.
La conferenza stampa di Puigdemont, ieri a Bruxelles, è servita a portare la contraddizione fin dentro il cuore della fetida costruzione “istituzionale” che governa 27 paesi, ancora trincerata dietro la formula “sono affari interni alla Spagna”.
L’apparente paradosso sta nel fatto che il dirigente del Partito democratico di Catalogna (PdeCat) ha raggiunto questo risultato perseguendo ostinatamente una premessa e una visione sbagliata; ossia che nell’Unione Europea regnino le regole della democrazia, che sia possibile la rappresentanza politica e sociale di interessi diversi o non coincidenti, e che questa possa modificare in tutto o in parte gli assetti definiti dai trattati europei. Insomma, che la Ue sia una sovrastruttura democratica e riformabile.
Ma è anche palese che l’orizzonte “radicalmente democratico” entro cui si muove Puigdemont, e la parte fin qui maggioritaria del fronte indipendentista, stia mettendo in grave difficoltà l’Unione Europea, più ancora di Rajoy, determinato a trattare l’indipendentismo come un crimine “comune”, con mezzi giudiziari e militari.
Per riuscire più convincente su questo terreno Puigdemont ha utilizzato lo stesso schema retorico sfruttato da Rajoy dopo il referendum (“hai dichiarato o no l’indipendenza?”), ovviamente rovesciandolo: “Il governo spagnolo rispetterà i risultati, qualunque siano, delle elezioni del 21 dicembre? Dobbiamo saperlo, non deve esserci diseguaglianze, elettori di seria A e elettori di serie B“.
E’ una domanda che infatti imbarazza proprio la Ue, perché in Spagna – al contrario – l’ipotesi di escludere dalle elezioni per decreto gli indipendentisti non è affatto esclusa (giocando proprio sulle accuse mosse da una magistratura che tutto è meno che “potere indipendente” dal governo centrale).
Dunque, la domanda a Rajoy è in realtà un test per la tenuta della “narrazione europea”: le elezioni sono un confronto vero, libero, riconosciuto da tutti i partecipanti qualunque sia il risultato, oppure valgono soltanto se il risultato soddisfa una delle due parti? Quella più forte, ovviamente…
Se Madrid dovesse impedire ai partiti indipendentisti di partecipare al voto, sfruttando magari la “latitanza” di parte dell’ex governo catalano, oppure se il risultato – ad oggi imprevedibile, nonostante stiano già uscendo i primi sondaggi commissionati da Rajoy – non fosse riconosciuto dallo Stato spagnolo, ecco che tutto il palloncino della “democrazia formale” verrebbe fatto esplodere alquanto rumorosamente. Mettendo in questione la legittimità democratica non solo dello Stato iberico, ma soprattutto quello dell’Unione Europea che ammette come membro autorevole uno Stato che non rispetta i risultati elettorali.
Cosa accadrà nei prossimi giorni, dunque?
Sul piano dei brutali rapporti di forza, appare evidente che le possibilità di far quadrare il cerchio (“mantenere il più possibile dell’assetto istituzionale della Catalogna”), con pezzi di governo all’estero e nell’impossibilità pratica di emanare “delibere” da far rispettare, è estremamente improbabile. Può essere utile come propaganda politica in vista del 21 dicembre, non come processo effettivo.
E’ infatti molto difficile che l’ex franchista possa far finta di nulla davanti a un “mezzo governo in esilio”, che non riconosce le decisioni dello Stato centrale e “continua a lavorare” in collegamento con la “resistenza passiva” di un altro mezzo governo, dei partiti indipendentisti e soprattutto della popolazione catalana.
Così come per la Ue – e i paesi in cui decideranno di fermarsi i “ministri in esilio” – è difficile trattare ancora a lungo questi dirigenti politici come “normali cittadini europei”, liberi di circolare e attraversare frontiere.
Se poi Rajoy dovesse far emettere i mandati di cattura internazionali previsti dalla denuncia per sedizione, a Bruxelles dovranno inventarsi qualcosa di mai visto per uscirne “puliti” nella pretesa di apparire alfieri integerrimi della “democrazia”.
Lo sapremo molto presto, visto che Puigdemont non si presenterà domattina davanti al procuratore generale. Un scelta che, a rigor di “legalità” spagnola, comporta diverse “misure restrittive della libertà”.
La lotta dei catalani per l’indipendenza e una società meno diseguale, come si intuisce, è solo all’inizio.
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