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29/01/2026

Come il Sud Globale sta smantellando la supremazia del dollaro

“L’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: vie marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie... Abbiamo partecipato ai rituali e in gran parte evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà… Questo patto non funziona più. Sia chiaro: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”.
Primo Ministro canadese Mark Carney, discorso speciale al World Economic Forum (WEF), Davos 2026

L’era della supremazia globale indiscussa del dollaro si sta sfilacciando. Quello che una volta era un pilastro della finanza e del commercio globale è ora un dominio conteso, mentre un numero crescente di Stati cerca alternative alla valuta a lungo utilizzata per imporre i diktat occidentali. La centralità del dollaro USA nelle transazioni transfrontaliere e il suo ruolo di valuta di riserva mondiale non sono più garantiti – e questo cambiamento non è più teorico.

Per decenni, il dollaro ha funzionato come mezzo di scambio universale, riserva di valore e unità di conto. Ma questi vantaggi sono arrivati a costi elevati. La dipendenza del sistema internazionale dalle politiche di un singolo Stato ha generato rischi e attriti. Oggi, questi rischi sono diventati ostacoli all’espansione del commercio globale. E mentre le economie emergenti guadagnano fiducia e peso, Washington è costretta a cedere il suo dominio monetario.

Il dollaro regna ancora, ma la sua presa si sta allentando

Il dollaro continua a dominare le transazioni transfrontaliere, sia nei conti correnti che nei mercati finanziari. Rimane una riserva di valore affidabile sia per gli investitori istituzionali che per i privati. Ma la marea sta cambiando. Dall’inizio della pandemia di COVID-19, le banche centrali e il capitale privato hanno costantemente ridotto le loro disponibilità in dollari, reindirizzando il valore verso l’oro e altri asset tangibili.

Sebbene il dollaro sia ancora utilizzato per standardizzare la contabilità globale, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) e l’innovazione tecnologica consentono ora a panieri di valute – come quelli composti dalle nazioni BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) – di sostituire facilmente molte delle funzioni del dollaro. In breve, l’era in cui non esisteva un’alternativa credibile è finita.

I BRICS e l’ascesa delle valute contrappeso

Mentre il Sud Globale espande la sua quota nel commercio e nel PIL mondiale, l’uso pratico delle valute non in dollari sta guadagnando terreno. All’interno del blocco BRICS, le transazioni vengono sempre più condotte in valute nazionali.

SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) – la rete di messaggistica dominata dall’Occidente utilizzata dalle banche per i pagamenti transfrontalieri – rimane dominante, ma le alternative stanno guadagnando terreno. I dati mostrano che nel maggio 2025 lo yuan cinese, che rappresentava solo il 2% dei pagamenti globali, facilitava già il 50% del commercio interno ai BRICS.

Sebbene il sistema di pagamento dei BRICS sia ancora lontano dall’accettazione globale, la sua presenza è in crescita. E dietro questo slancio c’è una comprensione strategica: la vera sovranità monetaria non può coesistere con la dipendenza da sistemi finanziari ostili.

CBDC: un salto digitale verso una finanza multipolare

Il più grande ostacolo alla costruzione di alternative multipolari non è la volontà politica ma l’infrastruttura. Sostituire SWIFT richiede piattaforme sicure, scalabili e interoperabili. Qui, le valute digitali delle banche centrali (CBDC) – versioni digitali basate su blockchain delle valute nazionali emesse e regolamentate dalle banche centrali – offrono un percorso trasformativo. A differenza delle criptovalute, le CBDC sono pienamente garantite e controllate dalle autorità monetarie sovrane, combinando la velocità digitale con la supervisione statale.

Pechino guida la carica. La Banca Popolare Cinese ha ampliato il suo Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), un’alternativa a SWIFT progettata per le transazioni in yuan e sempre più integrata con le piattaforme CBDC.

Secondo le sue stime, le CBDC possono ridurre i costi di transazione fino al 50% e liquidare i pagamenti transfrontalieri in pochi secondi. SWIFT, al contrario, dipende da un modello bancario corrispondente lento e stratificato che può richiedere giorni e impone pesanti commissioni.

Lo yuan digitale supera i 2 trilioni di dollari

Questo è il motivo per cui lo yuan digitale cinese (e-CNY) è cresciuto di oltre l’800% dal 2023, superando i 2,3 trilioni di dollari di volume di transazioni entro la fine del 2025. Per aumentare l’adozione domestica, la Cina sta impiegando una strategia che preserva la sovranità e la regolamentazione dell’e-CNY incorporando al contempo caratteristiche fruttifere e funzionalità simili alle stablecoin.

Project mBridge – abbreviazione di “multiple CBDC Bridge” – è un’iniziativa congiunta sviluppata dall’Innovation Hub della Banca dei Regolamenti Internazionali e dalle banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti. Consente pagamenti transfrontalieri in tempo reale utilizzando CBDC su una piattaforma blockchain condivisa senza la necessità di banche corrispondenti o messaggistica SWIFT.

Nel 2025, mBridge ha elaborato 55,49 miliardi di dollari di transazioni – un aumento di 2.500 volte rispetto alle prove iniziali del 2022. Oltre il 95% del suo volume è in e-CNY, sfidando le previsioni iniziali secondo cui le CBDC, e in particolare quella cinese, avrebbero sofferto dello scetticismo pubblico e di casi d’uso limitati.

Cinque anni dopo il suo lancio, l’e-CNY rimane il più grande esperimento di valuta digitale di una banca centrale al mondo. E il suo successo sta rimodellando le ipotesi su chi può dettare i tempi nell’innovazione finanziaria.

Le frontiere della fintech nell’Asia occidentale

Il cambiamento non si limita all’Asia orientale e meridionale. In Asia occidentale, gli Emirati Arabi Uniti stanno prendendo il comando nei pagamenti digitali. Una nuova piattaforma sostenuta dalla Cina e testata dalle banche centrali di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Hong Kong e Thailandia ha già eseguito oltre 4.000 transazioni transfrontaliere. Il Ministero delle Finanze degli Emirati Arabi Uniti ha recentemente completato la prima transazione statale utilizzando dirham digitali all’ingrosso.

La designazione da parte di Pechino della First Abu Dhabi Bank come sua seconda istituzione di compensazione dello yuan negli Emirati segna un passo più profondo nell’integrazione monetaria regionale. A differenza delle precedenti nomine di istituzioni cinesi all’estero, questa mossa eleva una banca locale, segnalando sia fiducia strategica che l’intenzione di costruire nodi regionali di autonomia finanziaria.

Questo si basa su cambiamenti precedenti, incluso l’accordo storico del 2023 in cui Emirati Arabi Uniti e Cina hanno regolato un commercio di gas naturale liquefatto (GNL) in yuan – il primo nel suo genere e una rottura simbolica dal sistema petrodollaro.

BUNA e l’architettura dell’autonomia monetaria

L’Arab Regional Payment Clearing and Settlement Organization, nota come BUNA, è un altro pezzo critico dell’architettura di pagamento emergente. Con sede negli Emirati Arabi Uniti e gestita dal Fondo Monetario Arabo, BUNA è una piattaforma di pagamento transfrontaliera e multivaluta creata per facilitare i flussi commerciali e di investimento all’interno e oltre il mondo arabo.

Consente alle banche centrali e commerciali di inviare e ricevere pagamenti in più valute nella regione araba e con partner globali. I volumi delle transazioni mensili sono cresciuti fino a migliaia, e BUNA continua ad espandere la partecipazione. Mentre la sua strategia a lungo termine include l’interoperabilità con altri sistemi regionali e globali, come l’UPI indiano o il CIPS cinese, non è stato annunciato ufficialmente alcun calendario fisso o lista confermata di nuove valute.

Ren Haiping, Vice Capo della Ricerca Strategica presso il China Center for International Economic Exchanges, ha osservato che espandere la portata valutaria di BUNA – incluso l’aggiunta della rupia e dello yuan – potrebbe migliorare l’infrastruttura del mercato finanziario e approfondire i legami economici cooperativi, compresi i collegamenti commerciali e di investimento transfrontalieri tra i partecipanti.

Questo è riecheggiato da iniziative più ampie del Golfo come AFAQ, il Gulf Instant Payment System lanciato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), che collega le banche degli Stati membri e facilita transazioni transfrontaliere in tempo reale senza fare affidamento sulle banche di compensazione in dollari. AFAQ è progettato per creare un ecosistema di pagamento regionale unificato che offre liquidazione rapida, sicura ed efficiente delle transazioni all’interno degli Stati arabi del Golfo Persico.

Nessuna rivoluzione monetaria senza trasformazione istituzionale

Nonostante i progressi digitali della Cina, nessuno Stato da solo può fungere da àncora per un nuovo sistema globale. La trasformazione richiederà un’architettura istituzionale – una stanza di compensazione come la European Payment Union (EPU) del dopoguerra, che ha contribuito a stabilizzare il commercio intraeuropeo regolando gli squilibri multilateralmente piuttosto che bilateralmente in dollari USA scarsi.

La New Development Bank (NDB) all’interno dei BRICS è nella posizione migliore per guidare questo processo. Ma le dinamiche di potere globale consolidate – non solo l’inerzia finanziaria – rimangono il vero ostacolo. Sotto il governo USA del Presidente Donald Trump, Washington ha intensificato sia la pressione economica che quella militare per soffocare tali cambiamenti. La sua militarizzazione delle sanzioni in Venezuela e Iran è stato un chiaro avvertimento in tal senso.

Trump definisce apertamente il dominio del dollaro come una questione di sicurezza nazionale, e persino un legittimo ‘casus belli‘. Questa mentalità persiste in entrambi i partiti politici statunitensi ed è diventata un pilastro della politica atlantista.

Il dollaro domina ancora la finanza, ma le crepe si stanno allargando

Nonostante perda terreno nel commercio, il dollaro domina ancora la finanza transfrontaliera. Nel 2024, il commercio globale di beni e servizi ha raggiunto i 33 trilioni di dollari – circa un terzo del PIL globale. Eppure, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, il fatturato FX giornaliero era di 7,5 trilioni di dollari – più di cinque volte il volume commerciale annuale. Quel mercato rimane schiacciante in dollari.

Nel 2022, il dollaro figurava nell’88% di tutte le transazioni FX. Ad aprile 2025, la sua quota era addirittura leggermente salita all’89,2%. L’euro è sceso al 28,9% (dal 30,6% nel 2022). Lo yen è rimasto stabile al 16,8%. Nel frattempo, lo yuan è salito all’8,5% – una salita costante dal 2013. Eppure, gran parte del dominio del dollaro ora deriva non dalla forza, ma dalla debolezza altrui: il declino dell’euro e della sterlina ha solo rafforzato la sua posizione.

Dall’aggirare SWIFT alla costruzione del futuro

La Cina sa di non poter smantellare da sola il dominio del dollaro. I BRICS e il più ampio Sud Globale devono guidare la carica. L’architettura sta già prendendo forma. Entro gennaio 2025, paesi tra cui Russia, Iran, Venezuela, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti ed Egitto avevano iniziato a utilizzare il “petro-yuan” nelle transazioni energetiche transfrontaliere.

Per Mosca, questo cambiamento è una risposta diretta alle sanzioni e uno sforzo per sfuggire alla morsa di SWIFT e del commercio basato sul dollaro. La mossa ha funzionato – non simbolicamente, ma materialmente. E mentre altri seguono, quella che una volta era una strategia di bypass sta diventando il nucleo di un nuovo sistema.

Un’apertura per il momento multipolare

Il conflitto in Groenlandia sta aprendo nuove opportunità per il Sud Globale, poiché la pressione geopolitica statunitense e i rischi dei mercati finanziari potrebbero spingere l’Europa a ridurre la dipendenza dal dollaro e ad allontanarsi dagli asset USA. Gli investitori potrebbero spostarsi verso paradisi sicuri come il franco svizzero o rafforzare i legami economici con Pechino. Queste dinamiche potrebbero accelerare lo sviluppo di sistemi di pagamento alternativi.

Questa crisi in evoluzione della supremazia del dollaro ha esposto una più profonda rottura politica sotto la superficie dei mutevoli equilibri finanziari. Il Sud Globale non è più disposto a finanziare, facilitare o rimanere vulnerabile a un sistema imperiale che alimenta la propria sottomissione economica.

Nuove istituzioni stanno nascendo, i vecchi sistemi si stanno sfilacciando e le illusioni di inevitabilità che un tempo sostenevano la primazia finanziaria USA si stanno infrangendo. L’ordine monetario che emergerà in futuro non sarà dettato da Washington, ma forgiato nell’interesse condiviso di coloro che a lungo ne sono stati esclusi.

Fonte

29/06/2024

La BCE a grandi passi verso l’euro elettronico

La Banca Centrale Europea (BCE) ha rilasciato il primo rapporto sui progressi della fase preparatoria dell’euro digitale, avviata lo scorso primo novembre, concentrandosi principalmente sui pagamenti offline per rendere la moneta digitale il più simile possibile ai contanti.

Oggi, sembra che la fase di preparazione dell’euro digitale, varata nel 2021, stia procedendo a grandi passi, con il nuovo strumento che potrebbe vedere una prima implementazione già a partire dalla fine del 2025.

L’euro digitale sarà la “valuta digitale della banca centrale” emessa dalla BCE, affiancando ma non sostituendo la cartamoneta. Diversamente dalle criptovalute, che sono progettate e gestite da privati, sarà di proprietà della BCE, che garantirà la sicurezza, la stabilità del valore e la parità nominale con l’euro contante.

Nel rapporto, la BCE ha enfatizzato l’importanza della privacy nelle transazioni digitali, prevedendo un sistema offline che assicuri riservatezza al pagatore e al beneficiario, simile in tutto e per tutto a un pagamento in contanti.

Il progetto prevede una funzionalità offline che offrirebbe un livello di riservatezza paragonabile a quello dei contanti per i pagamenti in negozi fisici e tra individui, con i dettagli della transazione noti solo alle parti coinvolte e non condivisi con terzi.

Per i pagamenti offline, l’Eurosistema sta sviluppando una funzione che permetterà di pagare senza connessione internet, caricando il conto digitale in euro tramite Internet o bancomat, utilizzando dispositivi offline come telefoni o carte di credito.

La BCE sta anche lavorando per preservare la stabilità finanziaria e la trasmissione della politica monetaria, imponendo limiti di detenzione e non remunerando le disponibilità in euro digitali.

Quindi, almeno nelle prime fasi di utilizzo, la nuova moneta digitale dovrà affiancare, e non sostituire, i tradizionali mezzi di pagamento (cioè l’euro contante e gli strumenti bancari). Si prevede che la versione aggiornata del Regolamento dell’euro digitale sarà pronta entro la fine del 2024.

Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha spiegato che l’euro digitale offrirebbe ai consumatori una scelta in più, combinando la comodità del contante con i sistemi digitali, semplificando alcuni pagamenti e aumentando la concorrenza, mantenendo però la circolazione del contante.

L’obiettivo di rendere i pagamenti digitali simili a quelli in contante, senza eliminare la cartamoneta e proteggendo la privacy, è fugare i timori di controllo insiti nei pagamenti elettronici, preservando il ruolo delle banche centrali nell’emissione e nel controllo della moneta e proteggendosi dall’ascesa delle criptovalute private.

Abbiamo già trattato la prospettiva della valuta digitale in un precedente articolo, delineandone le potenzialità. Almeno dal punto di vista teorico, le valute digitali offrono la possibilità di rimpiazzare integralmente il sistema di pagamenti digitali privati.

Stiamo parlando della complessa rete di banche e intermediari finanziari che è diventata essenziale al funzionamento di una moderna economia di mercato. Ciò porterebbe a enormi vantaggi dal punto di vista della stabilità finanziaria e capacità di azione della politica monetaria.

Tuttavia, come abbiamo visto, la BCE ha esplicitamente escluso che la finalità dell’euro digitale sia sostituire integralmente gli strumenti concorrenti.

L’euro digitale dovrà, piuttosto, affiancare gli strumenti tradizionali e porsi come alternativa alla grande fauna di criptovalute private emersa nell’ultimo decennio.

L’euro digitale potrebbe inoltre, secondo il report, rivelarsi uno strumento utile per aumentare la resilienza dell’Eurosistema a fronte di rischi geopolitici e crisi del credito internazionale.

Lo sviluppo di un sistema di pagamenti integralmente pubblico costituisce anche un ottimo modo di affrancare il proprio sistema finanziario dai vincoli dei circuiti di pagamento internazionali.

Questo è uno dei motivi per cui numerosi paesi emergenti (in testa Cina, Iran e Russia) si sono mostrate particolarmente interessate alla nuova tecnologia e stanno percorrendo le stesse vie di progettazione e implementazione di valute digitali.

La Cina ad oggi rappresenta l’avanguardia nello sviluppo di questo genere di sistemi. Nel Paese esistono già oltre 260 milioni di conti digitali, che operano soprattutto sul versante dei pagamenti transfrontalieri.

L’e-Yuan, infatti, permette alla moneta di Pechino di circolare liberamente nei movimenti internazionali e può ‘bucare’ agilmente le frontiere, a dispetto delle restrizioni alla circolazione dei capitali.

In Russia, il rublo digitale è attualmente in fase di sperimentazione, e dovrebbe cominciare a circolare fuori dai confini nazionali già dalla metà del 2025.

Specialmente per i Paesi esclusi dal sistema SWIFT o esposti al rischio di sanzioni, lo sviluppo di una valuta digitale potrebbe costituire uno degli strumenti per rendere il proprio sistema finanziario meno fragile ed accelerare la de-dollarizzazione.

Ovviamente è difficile pensare che questo tipo di sistemi possa imporsi alla ribalta in breve tempo. Anche una volta che le difficoltà tecniche e legali-regolatorie saranno superate.

I nuovi strumenti di pagamento avranno bisogno di tempo per superare la naturale diffidenza degli utenti e cominciare ad imporsi come vere alternative agli strumenti che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni.

In particolare, mentre i potenziali vantaggi dal punto di vista sistemico sono evidenti, non è chiaro perché dal punto di vista degli utenti sarebbe vantaggioso passare ai nuovi sistemi.

In prospettiva però l’introduzione delle valute digitali potrebbe avere implicazioni importanti per gli assetti finanziari globali e persino sul funzionamento stesso dei nostri sistemi economici.

Fonte

05/12/2023

Euro digitale e moneta virtuale

di Guido Salerno Aletta

Tutte le Banche Centrali stanno correndo ai ripari: il sistema dei pagamenti elettronici ha dato la possibilità ad una molteplicità di soggetti nuovi, non bancari, di tenere in gestione la moneta. Sono soggetti che non si occupano solo di fungere da intermediari, per effettuare le transazioni sulle piattaforme di commercio elettronico, prelevando le somme da un conto per versarle su un altro conto, ma che offrono sempre più spesso anche dilazioni di pagamento sugli acquisti: qualcosa di molto simile alla concessione del credito al consumo, una attività appositamente disciplinata. Ed ancora, per poter concedere le dilazioni di pagamento, questi soggetti devono contare o su risorse proprie o su accordi stipulati con terzi che garantiscano a loro volta.

Non solo, alcune piattaforme informatiche raccolgono depositi remunerandoli lautamente, spiazzando le banche. Il sistema dei pagamenti elettronici ha creato un mercato nuovo, parallelo a quello bancario, che gestisce somme enormi.

Storicamente, è sempre stato costoso e spesso anche pericoloso pagare in contanti, usando le monete che una volta erano d'oro o d'argento oppure le banconote, per regolare le compravendite e tutti gli altri contratti per importi rilevanti e soprattutto tra soggetti che risiedono in luoghi distanti tra loro. Un problema vecchio di secoli, risolto con le lettere di cambio e con le cambiali tratte: tutto però veniva intermediato dai Banchieri e dai Cambiavalute, che detenevano effettivamente l'oro, le monete e le banconote. Mettevano queste risorse a disposizione dei clienti, compensando le diverse operazioni in una apposita "stanza" e saldando a periodi fissi le differenze tra il dare e l'avere.

La Banca di deposito è un'istituzione recente, del tardo Ottocento, che nasce con la finalità di rendere disponibile il risparmio popolare, monete e banconote, che veniva tesaurizzato nascondendolo in casa. Erano risorse liquide che potevano essere messe a disposizione di chi ne aveva bisogno, concesse a credito con il pagamento di interessi da una parte e remunerando i depositanti dall'altra. Nasce così la moneta bancaria: ogni deposito di moneta e di banconote determina la disponibilità per erogare credito, che a sua volta determina un nuovo deposito. Poiché il primo depositante ha la garanzia da parte della propria banca di poterlo ritirare "a vista", così come il secondo può disporre liberamente delle risorse concessegli a credito, la moneta in circolazione si virtualizza, moltiplicandosi.

Il sistema dei pagamenti si era già andato demonetizzando per mezzo degli assegni, anche questi gestiti dalle banche.

Anche in questa maniera, con lo sviluppo delle carte di credito, si è creata nuova moneta: un soggetto terzo, non bancario, affida una serie di clienti che possono così pagare merci o servizi utilizzando questa credenziale. I venditori si fidano dell'emittente della carta, che da una parte accredita loro le somme della transazione trattenendo una percentuale, e dall'altra parte addebita integralmente la somma pattuita dal compratore a data fissa, posticipata, una volta al mese. L'accredito e l'addebito, si riferiscono anche in questi casi ai conti di deposito bancario del venditore e del compratore, ma lo sfasamento temporale tra le due operazioni determina la creazione di nuova moneta.

La moltiplicazione dei pagamenti elettronici ha cambiato ancora la natura stessa dei depositi bancari, che non corrispondono più ad un risparmio: i conti correnti "a vista” sono uno strumento finalizzato alla gestione dei pagamenti correnti. Le carte di debito emesse direttamente dalle banche hanno fatto evolvere ulteriormente il sistema dei pagamenti: il cliente può pagare una transazione sulla base della disponibilità dei fondi che ha depositato in banca, ma le transazioni elettroniche istantanee rappresentano un'eccezione, visto che in genere mentre l'addebito su un conto è immediato l'accredito è comunque differito. Per i pagamenti con POS o sulle piattaforme di e-commerce, si tratta di almeno un paio di giorni.

C'è di più: mentre le banche si cautelano sempre di più in relazione al ritiro dai conti correnti di rilevanti somme in contanti, non possono invece rifiutarsi di procedere al pagamento o al bonifico a terzi di somme importanti, purché il conto sia "a vista" e presenti la occorrente capienza. Il bank run, il ritiro dei depositi non si farà più mettendosi in fila allo sportello per ritirare i contanti, ma svuotando i conti correnti attraverso bonifici e pagamenti elettronici.

Con grande cautela, la Bce è comunque determinata ad emettere un "euro digitale": se le banconote che emette e le monete che vengono coniate dagli Stati nei limiti da lei stessa stabiliti non sono più da tempo lo strumento principale per i pagamenti, anche la stessa moneta scritturale che emette prestandola a tempo al sistema bancario le sta sfuggendo di mano per via della progressiva digitalizzazione delle transazioni. Ad un conto espresso in euro non corrisponde più né un deposito in contanti, di monete o di banconote, né tanto meno una "moneta bancaria" creata con la erogazione del credito: è moneta elettronica transazionale.

L'idea della Bce è quello di procedere alla creazione di portafogli, detti wallet, di "euro digitali", inizialmente per importi limitati, da detenere e da poter utilizzare in parallelo alle altre disponibilità in euro sui medesimi conti bancari: in pratica, così come oggi si ha la disponibilità di tenere in tasca banconote o monete che sono "autentiche" in quanto emesse direttamente dalla Bce o dagli Stati sotto il suo controllo, si potrà avere anche una disponibilità parallela di "moneta digitale autentica" sul proprio conto.

Le CBDC, acronimo di Central Bank Digital Cunrrency, rappresentano un modo per "entrare nel mondo delle transazioni digitali" che sta sfuggendo di mano sia alle Banche centrali che al sistema bancario che a queste fa riferimento.

Il tema delle criptovalute, emesse in quantità limitata per via del loro costo di "estrazione e gestione" è troppo importante per essere trascurato.

Forse anche l'"euro digitale" avrà in futuro un suo valore specifico e preferenziale in quanto emesso e soprattutto gestito direttamente dalla Bce, e dunque con maggiori garanzie: un futuro tutto da scoprire.

Fonte

30/03/2023

Le monete digitali delle banche centrali potrebbero mettere fine al sistema bancario come lo conosciamo

Una Central Bank Digital Currency (CBDC) può essere definita come la rappresentazione digitale di una moneta fiat nazionale, intesa come moneta a corso legale, emessa e gestita da un’istituzione sovrana (cioè, una banca centrale).

Si tratta quindi di una passività bancaria denominata in un’unità di conto esistente, accessibile a tutti, che funge sia da mezzo di scambio sia da riserva di valore. In pratica, la versione «virtuale» di una banconota.

La differenza principale tra una CBDC e il denaro che tutti noi abbiamo nel conto corrente o nel conto deposito (la cosiddetta «moneta-debito») è che, mentre la prima è sostenuta direttamente dalla banca centrale e, proprio come una banconota, è esente da rischi di credito o di mercato, la seconda è nei fatti generata dal sistema bancario e dipende da questo per la sua circolazione.

Di conseguenza, l’attuale moneta elettronica è legata alla fallibilità delle istituzioni finanziarie che la gestiscono e, in un clima di sfiducia generalizzata nei confronti del sistema bancario, la più classica delle corse agli sportelli può compromettere seriamente il funzionamento dei sistemi di pagamento.

È questo il «frutto avvelenato» del sistema bancario a riserva frazionaria, ovvero il regime monetario in vigore praticamente in tutto il mondo. La centralità strategica del settore bancario nelle moderne economie capitaliste ha generato l’orribile moloch che è l’attuale sistema del credito, ovvero un sistema «progettato per fallire».

Un sistema che, da un lato, genera profitti sfruttando una regolamentazione ampiamente insufficiente, cavalcando bolle speculative e favorendo l’indebitamento del settore pubblico e delle famiglie. Dall’altro, socializza le perdite chiedendo bail out a gran voce quando, una volta ogni dieci o quindici anni, il giochino si rompe e c’è bisogno di togliere le castagne dal fuoco.

Il problema è che, ad oggi, non esiste alternativa: il sistema delle banche private ha monopolizzato la creazione e la circolazione della moneta. Una delle principali motivazioni alla base dello sviluppo delle CBDC è proprio quella di affrontare l’instabilità finanziaria e diversi articoli hanno esplorato questo tema di recente, alla luce della difficoltà in cui stanno incorrendo diverse banche su entrambi i lati dell’Atlantico.

Già nel 2012, in un working paper dell’FMI intitolato “The Chicago Plan Revisited”, Jaromir Benes e Michael Kumhof (oggi senior research advisor della Banca d’Inghilterra) esplorano una proposta avanzata per la prima volta da Frederick Soddy, Frank Knight, Henry Simons and Irving Fisher negli anni Trenta.

Il “Piano di Chicago” proponeva un sistema bancario a riserva integrale, in cui le banche sarebbero state obbligate a detenere il 100% dei loro depositi in riserva presso la banca centrale. In questo sistema, le banche non sarebbero più state in grado di creare denaro attraverso il processo di prestito, come avviene sotto il sistema a riserva frazionaria.

Invece, sarebbe stata la banca centrale a essere responsabile della creazione di nuovo denaro e della sua iniezione nell’economia. Benes e Kumhof sostengono che un sistema bancario a riserva integrale, unito all’emissione di CBDC, potrebbe fornire numerosi vantaggi:

Innanzitutto, impedirebbe alle banche di creare e distruggere i propri fondi durante i boom e i crolli del credito basati sul sentiment, cioè sull’umore dei mercati finanziari, consentirebbe un controllo molto migliore dei cicli economici.

In secondo luogo, un sistema di riserva al 100% eliminerebbe completamente la possibilità di instabilità causata dalle corse agli sportelli.

In terzo luogo, consentire al governo di emettere denaro direttamente a zero interesse, invece di costringerlo a prendere in prestito lo stesso denaro dalle banche a interessi, porterebbe a una riduzione drammatica del fardello degli interessi sulle finanze governative. Inoltre, il debito netto del governo diventerebbe negativo, perché sotto il Piano di Chicago il governo acquisirebbe una posizione di credito a interesse elevato nei confronti delle banche. Questa posizione sarebbe creata quando le banche prendono in prestito per pagare il backing di riserva precedentemente inesistente.

In quarto luogo, dato che la creazione di denaro non richiederebbe più la creazione simultanea di debito, l’economia potrebbe anche assistere a una riduzione drammatica dei debiti privati. Ciò contribuirebbe evidentemente a ridurre la fragilità finanziaria a livello dell’intera economia.

In quinto luogo, il “Piano di Chicago” genererebbe grandi guadagni a lungo termine in termini di output, perché un debito inferiore e maggiori ricavi non inflazionistici di signoraggio porterebbero a grandi riduzioni dei tassi di interesse reali, delle tasse distorsive e dei costi di monitoraggio del credito.

In sesto luogo, le “trappole di liquidità” sarebbero una cosa del passato, perché il denaro sarebbe direttamente sotto il controllo del governo mentre il tasso di interesse controllato dalla politica non avrebbe un limite inferiore di zero. Ciò renderebbe anche molto più facile ridurre l’inflazione media a zero.

Benes e Kumhof non sono i soli a proporre l’utilizzo delle CBDC: la nuova fase di tensione nel settore bancario aperta dal fallimento di SVB ha fatto tornare all’ordine del giorno questo tipo di dibattito. Sulla rivista online “Project Syndacate” due economisti di rilievo come Jan Eeckhout e Yanis Varoufakis si trovano a sostenere prospettive molto simili a quella delineata nel progetto di Chicago.

Il fil rouge in questi contributi, che provengono da economisti di affiliazione ideologica diversa, è che il sistema della «moneta-debito» che ha dominato l’economia monetaria mondiale almeno sin dai tempi della fine di Bretton Woods (ma in realtà da molto prima) sta diventando rapidamente obsoleto.

Beninteso, ci sono diverse sfide che devono essere superate prima che le CBDC possano diventare realtà. Queste sfide includono questioni tecniche, come garantire la sicurezza e la resilienza dei sistemi CBDC, nonché questioni legali e regolatorie, come garantire che le CBDC non compromettano la stabilità finanziaria o la privacy.

Tuttavia, la strada è aperta: secondo un’indagine effettuata nel 2021 dalla Bank of International Settlements, l’86% delle 66 banche centrali intervistate hanno condotto attivamente ricerche sulle Central Bank Digital Currencies e il 14% si è dichiarato vicino al lancio di una propria valuta digitale.

Nel giugno 2021 l’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano ha mappato 85 progetti CBDC, sviluppati da 65 banche centrali (il 36% del totale delle banche centrali nel mondo). La Cina, che ha recentemente pubblicato un white paper sullo stato di avanzamento dello yuan digitale, è in una fase di sperimentazione relativamente avanzata.

Non è possibile prevedere quali saranno le tempistiche e le modalità con cui le CBDC saranno introdotte nel sistema finanziario mondiale, né tanto meno tutte le implicazioni nel lungo termine.

È difficile pensare che nel breve periodo si possa affermare un sistema a riserva integrale, se non altro perché la classe sociale che ha accumulato una quantità incalcolabile di ricchezza attraverso l’intermediazione finanziaria ha tutto l’interesse a rallentare o fermare questo processo.

Ciò che rileva però è che la possibilità tecnica di un «divorzio» tra la gestione del credito e la capacità di creare moneta – la prima nelle mani del settore bancario privato, la seconda restituita a pieno titolo alle banche centrali – è a portata di mano.

Quante altre crisi bancarie serviranno per trasformarla in una volontà politica?

Fonte