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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/02/2025

Quali prospettive dopo l’ennesimo taglio dei tassi della BCE?

La BCE ha da poco deciso il quinto taglio da giugno dei tassi di riferimento, di nuovo di 25 punti. Il tasso di deposito è arrivato al 2,75%, mentre quello sulle operazioni di rifinanziamento principali è al 2,90% e su quelle di rifinanziamento marginale al 3,15%.

La decisione era abbastanza attesa, e sono previsti effetti positivi sui prestiti. Il sindacato bancario FABI ha indicato che i “tassi sui mutui sono già diminuiti a una media del 3,23% a novembre, rispetto a livelli medi superiori al 5% del 2023 e potrebbero calare sotto quota 3%: una riduzione che comporterà, nel caso di un prestito immobiliare di 25 anni da 200 mila euro, un risparmio complessivo di quasi 83 mila euro (-22,8%)”.

Stando alle dichiarazioni di Christine Lagarde, gli operatori economici sono convinti che non sarà l’ultimo dei tagli, anche se la BCE continua a navigare a vista. Ma l’aver fatto presente che la politica monetaria di Francoforte è “ancora restrittiva” e che è “prematuro” parlare di tasso neutrale (quello che viene considerato né espansivo né restrittivo rispetto all’economia) lascia poco spazio a dubbi.

Tale tasso era stato indicato in una forchetta tra 1,75% e 2,5%, mentre Lagarde ha ridotto il secondo valore a 2,25% nel suo discorso al World Economic Forum a Davos. Perciò in molti scommettono su di un’altra sforbiciata a marzo, anche se è possibile che a quel punto i falchi che siedono nella BCE – la tedesca Isabel Schnabel in primis – spingano per rallentare il ritmo dei tagli.

Possibile, perché i responsabili dell’euro potrebbero decidere di mantenere basso il costo del denaro per tentare di far fronte a una serie di fattori che mettono in serio pericolo la UE. In primis, proprio il fatto che l’Eurostat ha certificato che nel quarto trimestre del 2024 la stessa Germania della Schnabel è andata in decrescita, e l’Eurozona è rimasta ferma.

Ci sono poi una serie di preoccupazioni sugli effetti delle decisioni di Trump. Il tycoon da una parte inasprisce la guerra commerciale, dall’altra ha chiesto al presidente della FED di tagliare ampiamente i tassi, per dare impulso all’economia stelle-e-strisce.

Eppure, i dati statunitensi viaggiano ufficialmente su livelli di gran lunga migliori di quelli europei, e questo fin qui ha spinto a non assecondare la politica monetaria voluta da Trump. Il 29 gennaio la FED ha deciso di fermare i tagli e di lasciare i tassi nella forchetta tra il 4,25% e il 4,5%, con Powell che ha detto esplicitamente che “non dobbiamo avere fretta di modificare l’orientamento monetario”.

Le due strade non sono necessariamente in contrapposizione, come potrebbe sembrare dalla dialettica politica tra i due vertici statunitensi. I tassi di interesse più alti negli States potrebbero spingere i capitali a migrare dall’altra parte dell’Atlantico, più di quanto già non facciano, in cerca dei benefici di un dollaro forte.

Questo porta però all’apprezzamento del dollaro sull’euro, che ha cambiato marcia proprio a partire dalla vittoria di Trump a novembre – il 4 novembre un euro valeva 1,09 dollari, al 3 febbraio ne vale 1,03. Il rialzo del prezzo dei beni energetici – scambiati in dollari – colpirà dunque in maniera ancora più pesante i paesi del Vecchio Continente.

Certo, anche la minaccia dei dazi fa il proprio lavoro, perché l’impegno a riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, sul lungo periodo, tende già di per sé a indebolire la moneta dell’esportatore netto (cioè dei paesi UE, che vantano un surplus commerciale verso l’altra sponda dell’Atlantico).

Ma i dazi servono innanzitutto all’economia interna degli Stati Uniti, che gira abbastanza bene da potersi permettere il tentativo di riequilibro pur mantenendo alti tassi di interesse, compensati dal forte afflusso di capitali attratti da maggiori profitti. Il pericolo più concreto che i dazi pongono alla UE è quindi il fallimento definitivo del modello export-oriented.

Se crollano ancora le esportazioni – in un’economia di mercato come la nostra – la conseguenza ‘naturale’ è la stagnazione, l’aumento dei licenziamenti, la riduzione ulteriore della domanda interna, l’incancrenirsi della crisi. Dinamiche che di per sé hanno un effetto deflattivo, compensato però dall’aumento dei prezzi che a cascata passa dai beni energetici a tutti gli altri, per i motivi già spiegati.

Insomma, la prospettiva è la stagflazione, cioè tassi di crescita irrisori o persino nulli, e un’inflazione ancora non domata, non fluttuante stabilmente intorno al 2%. E i vertici comunitari, oltre ad evitare di instillare questo spauracchio nella gente, non possono dichiarare che è il mantenimento di politiche di austerità uno dei fattori principali che ci porta verso questo scenario.

La BCE sta ancora tentando di supplire con le politiche monetarie alla mancanza di politiche fiscali espansive. Lo ha fatto con Draghi – la spesa pubblica è aumentata con la pandemia – ma ora che la “seconda globalizzazione” è agli sgoccioli, è il modello produttivo e di sviluppo segnatamente mercantilista che mostra i suoi limiti.

Dirlo significherebbe però vanificare i sacrifici imposti a milioni di lavoratori, propagandati come “necessari” in cambio di conquiste future che sarebbero dovute venire col salto di qualità imperialistico della borghesia continentale, organizzata nelle istituzioni comunitarie. E rendere chiaro che la classe dirigente europea non ha altre idee, ora che quella propugnata per decenni è fallita.

Certo, tutti gli operatori navigano a vista in questa congiuntura complessa, gli sbocchi sono difficili da prevedere, data anche la complessità degli scenari geopolitici. Ma i governanti europei, in più, navigano secondo un “pilota automatico” ormai rotto ma che non può essere ancora bypassato.

Per questo il tentativo di un Musk di solleticare le forze che meno si adeguano a Bruxelles funziona. Gli interessi nazionali vanno divergendo, e chi sognava gli Stati Uniti d’Europa si dimena nella crisi. In molti sono disposti a essere vassalli, per guadagnarne qualche dividendo: comincia il “si salvi chi può”...

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13/07/2023

I BRICS, l’oro e la dedollarizzazione

di Guido Salerno Aletta

La Storia la scrivono i vincitori: e stavolta spetta alla Cina, che ha sbaragliato l'Occidente nel Ventennio della Globalizzazione. Assai meno impulsiva e presuntuosa degli Stati Uniti, che pretesero di subentrare al lungo dominio della Sterlina senza rendersi conto che lo straordinario successo della loro economia era dovuto soprattutto alle due guerre mondiali combattute in Europa, la Cina si è sempre cautelata sotto il profilo monetario e valutario: ha esercitato e continua a farlo per quanto possibile, in un contesto di enorme complessità viste le dimensioni che hanno raggiunto la sua economia e le interazioni con l'estero, il controllo delle dinamiche economiche e finanziarie.

Non è casuale infatti che, mentre nel resto mondo ci si lamenta per l'alta inflazione da cui deriva la falcidie dei redditi reali e del risparmio, e per gli ulteriori effetti negativi sulla crescita economica che derivano dalle politiche monetarie restrittive adottate dalle Banche centrali, in Cina si cerca di stimolare la crescita economica e di ovviare alla caduta dei prezzi mediante una politica monetaria e creditizia espansiva: la Banca del Popolo Cinese, diversamente dalla Fed e dalla Bce, non ha inondato per anni i mercati di sempre nuova liquidità comprando titoli del debito pubblico, abbattendo le rendite e fornendo munizioni invincibili per la speculazione. Dopo anni di taglieggiamento per via dei tassi che erano stati portati a zero, ora le banche sono tornate a fare profitti di dimensione mai vista prima. Molte imprese si sono accodate, dal settore energetico a quello alimentare: aumentano i prezzi con ogni scusa, compensando con i maggiori fatturati monetari il ristagno delle vendite. Un sistema che nel breve le rende euforiche, ma che le porta all'autodistruzione.

Mentre l'Occidente passa da una crisi finanziaria all'altra, la Cina ha cercato di scansarle tutte: il Mercato si autoregola, certo, ma passando dai boom per euforia agli scoppi disastrosi della bolle speculative che aveva creato.

Il Gruppo dei BRICS, come accadde inizialmente al G5 che fu portato a G7 per l'insistenza dell'Italia che era rimasta esclusa da questo formato di cooperazione occidentale nonostante il suo Pil avesse superato quello della Gran Bretagna, aggiungendo però anche il Canada per bilanciare la presa del mondo anglosassone, si fonda sugli interessi convergenti dei Paesi partecipanti.

C'è un aspetto ulteriore, che riguarda i BRICS: la Cina è attualmente il più grande consumatore e produttore mondiale di oro al mondo, seguita dalla Russia. Nelle classifiche ufficiali, il Brasile si colloca al settimo posto mentre il Sudafrica, che pure non è più leader mondiale della produzione dell'oro, sebbene secondo le stime dell'US Geological Survey detenga il 50% delle risorse aurifere del pianeta, rimane secondo produttore in Africa dopo il Ghana. In quest'ultimo le riserve iniziano ad esaurirsi e il paese è passato all'undicesimo posto nella graduatoria della produzione mondiale. In India, il rapporto con l'oro è sempre stato un tema assai politicamente complesso: costretta ad usare la rupia coniata in argento quando era colonia britannica per lasciare il monopolio dell'oro alla sterlina, c'è sempre stata grande incetta per uso privato, con forti limitazioni legislative per evitare questa forma di tesaurizzazione mediante il divieto di produrre monili con un oro superiore ai 14 carati.

Anche oggi, tutte le Banche centrali detengono riserve auree tra gli attivi patrimoniali a fronte dei quali emettono moneta, cui si aggiungono quelle in valuta "forte": dollaro, euro, sterline, yen e di recente ed in misura limitata anche yuan. La ragione di questa pratica ha origine storiche: poiché la Banca di Inghilterra aveva una copertura garantita tra oro delle riserve e banconote in circolazione, detenere sterline significava detenere oro. Lo stesso valeva per i dollari, fino al 1971.

Ma questa relazione tra l'oro e le riserve in valuta "forte" iscritte all'attivo patrimoniale da una parte, e le emissioni di moneta che risultano al passivo delle Banche centrali non esiste più: all'attivo vengono iscritti non solo i crediti che vengono erogati alle banche a fronte dell'immissione di liquidità a tempo determinato, ma soprattutto i titoli di Stato che vengono comprati sul mercato in cambio delle immissioni di liquidità in via definitiva effettuate con i Qe.

La moneta non ha dunque un valore intrinseco, ma quello che deriva dalla sua accettazione: è "moneta fiat", e la forza del dollaro deriva dalla sua straordinaria accettazione a livello globale per ogni tipo di operazione, dal commercio alla finanza. Il punto è che la quantità di dollari in circolazione, ed i tassi di interesse sono decisi dalla Fed nell'interesse dell'economia americana, con l'obiettivo di aumentare l'occupazione e la crescita dell'economia stessa al massimo livello compatibile con la stabilità del valore del dollaro. Le manovre espansive o restrittive decise dalla Fed comportano dunque conseguenze per tutti gli "operatori in dollari", favorendo o penalizzando, di caso in caso, i debitori o i creditori, i compratori o i venditori.

La de-dollarizzazione è dunque un obiettivo strategico per tutti i Paesi che intendono sottrarsi a questo straordinario privilegio che ha la valuta statunitense. La Cina ha sempre avuto un'enorme attenzione sia al tasso di cambio con il dollaro che ai flussi di capitali verso l'estero in yuan: una rivalutazione della sua moneta avrebbe compromesso l'export ed una svalutazione la proficuità degli investimenti interni.

L'idea che i BRICS possano creare anche in prospettiva una moneta comune, come l'Euro, non ha il minimo fondamento: è una gabbia pericolosa e dannosa.

Il processo di de-dollarizzazione riguarda innanzitutto la creazione di infrastrutture tecnologiche ed amministrative alternative a quelle "occidentali" come lo SWIFT per le transazioni bancarie ed i circuiti di pagamento delle carte di credito.

In secondo luogo, si attivano processi di negoziazione commerciale in valute nazionali: alla Russia fa comodo vendere petrolio alla Cina incassando yuan, perché si smarca dal dollaro ed acquisisce la valuta con cui può comprare direttamente merce cinese; lo stesso interesse ha la Cina, che usa valuta propria per comprare e vendere con la Russia. Lo stesso vale per la vendita di petrolio da parte dell'Arabia Saudita ed il commercio con l'Argentina, nella misura in cui non c'è bisogno di utilizzare i dollari per effettuare transazioni bilaterali.

In terzo luogo, si attivano sistemi di swap bilaterale tra le Banche centrali dei Paesi: quella della Cina presta yuan alla sua corrispondente argentina, che li fornisce ai propri importatori per pagare la merce cinese; così come quella dell'Argentina presta pesos alla sua corrispondente cinese, che a sua volta li fornisce ai propri importatori per pagare la merce argentina. Se il commercio internazionale è bilanciato, alla fine del periodo è tutto già regolato.

In quarto luogo, si attivano sistemi di finanziamento ad hoc: le banche di ciascun Paese si insediano nel Paese corrispondente per finanziare il commercio o gli investimenti, su base di reciprocità.

Il problema sono innanzitutto gli squilibri commerciali internazionali: quando, nel complesso, c'è un Paese che compra più di quanto vende. Qui sta il punto: se deve svalutare la propria moneta per comprare di meno e vendere di più, anche gli altri devono corrispondentemente rivalutare per vendere meno e comprare di più.

A questo punto serve una unità di conto comune, che pesi i rapporti tra le economie che partecipano al sistema, rendendo possibile questo meccanismo di riequilibrio valutario: a questo serviva lo SME, che nel '92 saltò in aria per convergenti interessi strategici e speculativi enormemente superiori, di Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna.

Se si mantiene un rapporto stabile tra le riserve patrimoniali delle Banche centrali, auree e valutarie, e la moneta in circolazione, si limitano le conseguenze negative derivanti dalla immissione eccessiva di liquidità attraverso il Tesoro, le Banche ordinarie ed i Mercati finanziari. È un limite alle politiche monetarie che va posto, per evitare che creino problemi maggiori di quelli che vorrebbero correggere sia sul piano interno che internazionale.

C'è bisogno di un riequilibrio nei processi di accumulazione internazionale: neppure la Cina può continuare ad accrescere le proprie attività sull'estero, mentre gli altri Paesi si indebitano.

Questa sarà la vera prova di maturità per la Cina, verso i Partner dei BRICS e verso il Sud del Mondo: mentre non può minimamente pensare di sostituire la dittatura del dollaro con quella dello yuan, può certamente contribuire alla costruzione di un sistema di relazioni internazionali più equilibrato.

Fonte

08/04/2023

La “magia” del debito statunitense è agli sgoccioli

Qual è il potere del dollaro? Perché le variazioni del suo valore di scambio sono un elemento così importante per gli Stati Uniti?

Ci sono naturalmente fior di saggi che spiegano questo “mistero” ben poco misterioso. Ma questo editoriale apparso su TeleBorsa, a firma del sempre preciso Guido Salerno Aletta, mette al centro in poche righe la questione essenziale: gli Usa sono il paese più indebitato del mondo, importano capitali (ed esportano guerra), e qualche ondata di inflazione li aiuta a migliorare la situazione debitoria, svalutando quanto dovrebbero teoricamente restituire ai “prestatori” (il resto del mondo).

Si comprende dunque facilmente l’importanza e la direzione in cui si muovono molti recenti accordi tra paesi assolutamente non simili – quanto a sistema economico, regime politico, religione e altro – per scambiare tra loro merci senza passare attraverso la “mediazione interessata” della moneta statunitense.

L’unica al mondo che abbia ricoperto, negli ultimi 80 anni, le diverse possibili funzioni di una moneta – misura del valore, riserva e mezzo di pagamento internazionale, oltre che di scambio interno al paese – senza più avere (dall’agosto 1971) nessun rapporto con un “sottostante” riconoscibile (l’oro o altro).

Una moneta “stampata” insomma a discrezione della Federal Reserve (un potere solo nazionale), ma con effetti reali sugli scambi e i debiti di tutto il pianeta.

L’elenco di questi accordi che de-dollarizzano il mondo è ormai molto lungo. Si va dallo sconvolgente accordo tra Cina e Arabia Saudita per pagare il petrolio di Ryadh in yuan (segando il pilastro dei “petrodollari”, che dominano i mercati finanziari dagli anni ‘70) fino al recentissimo patto di currency swap tra la stessa Cina e il Brasile (già membro autorevole dei Brics, peraltro).

Di fatto, con la recente ondata di inflazione, enfatizzata anche dalla guerra in Ucraina, gli Stati Uniti sono ancora una volta riusciti in parte a “migliorare” la propria posizione finanziaria netta, riducendo il passivo di quasi 2.000 miliardi dollari.

E questo senza dover fare alcuna politica di “austerità”, all’europea. È bastato far variare sui mercati internazionali il valore del dollaro.

“Se non ci fossero state la variazioni delle valutazioni derivanti dall’inflazione e dal cambio del dollaro – nota Salerno Aletta – la posizione finanziaria netta americana sarebbe peggiorata di altri 677 miliardi di dollari”.

Comodo, no? Comodissimo, ma intollerabile per i “creditori” internazionali, i quali si vedono restituire molto meno di quel che hanno prestato a Wasington.

Creditori che ora, intorno alla Cina (e all’India, in misura minore) vanno creando una rete di relazioni commerciali basate sulla parità, senza troppi trucchi monetari (almeno per ora, certo...).

Insomma, potrebbe essere una delle ultime volte che questa “magia americana” riesce almeno in parte. Poi gli toccherà lavorare, “invece di stare sul divano”...

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Debito estero americano: non è sempre oro ciò che riluce

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa


Sono stati appena pubblicati dal BEA (Bureau of Economic Analysis) i dati di chiusura del 2022, da cui risulta che la posizione finanziaria netta americana sull’estero è decisamente migliorata rispetto all’anno prima, essendosi ridotto il passivo da 18.124 miliardi di dollari ad appena 16.117.

Da questo saldo, un dato sintetico, emerge una netta inversione di tendenza rispetto al continuo peggioramento registrato negli ultimi anni: si è passati infatti dai -1.279 miliardi di dollari del 2007, registrati alla vigilia della Grande Crisi finanziaria, ai -18.124 miliardi del 2021. La passività netta verso l’estero si era infatti decuplicata.

Occorre analizzare con attenzione i fattori che hanno portato a questo miglioramento: tutto è dipeso infatti da fattori monetari e valutari.

Nel corso del 2022, il valore delle attività e delle passività americane nei confronti del resto del mondo è infatti variato molto rispetto all’anno precedente per via dell’inflazione elevata che è stata registrata anche negli Usa e dell’andamento del cambio tra il dollaro e le altre valute, dapprima rafforzatosi e poi indebolitosi.

L’andamento del cambio ha esercitato una forte influenza nel corso dell’anno, visto che nei primi mesi del 2022 si era registrato un peggioramento del saldo, poi migliorato a mano a mano che il dollaro si andava indebolendo rispetto alle altre valute.

La spiegazione è questa: un americano che detiene asset o vanta crediti all’estero, li deve commisurare al valore della propria moneta, il dollaro: dunque, se ad esempio l’euro si svaluta, il valore in dollari dell’asset o del credito che sono denominati in euro diminuisce di conseguenza.

L’inflazione ha un effetto analogo, facendo gonfiare in termini nominali il valore di mercato.

Se si analizza la scomposizione del miglioramento del debito finanziario netto degli Usa, passato dai -18.124 miliardi di dollari del 2021 ai -16.117 miliardi del 2022, si constata che il miglioramento complessivo del saldo, pari a 2.007 miliardi di dollari, è stato determinato dalla combinazione tra un effetto positivo di ben 2.684 miliardi derivante dall’andamento dell’inflazione e dalle componenti valutarie ed un effetto negativo di 677 miliardi del saldo del conto finanziario.

Se non ci fossero state la variazioni delle valutazioni derivanti dall’inflazione e dal cambio del dollaro, la posizione finanziaria netta americana sarebbe peggiorata di altri 677 miliardi di dollari.

Al netto dei derivati, le attività patrimoniali statunitensi nei confronti dell’estero sono passate dai 33.078 miliardi di dollari di fine 2021 ai 29.136 miliardi di fine 2022, diminuendo così di 3.942 miliardi: ciò è dipeso da riduzioni per 3.501 miliardi dovute alla dinamica inflazionistica, per 1.261 miliardi dovute al cambio del dollaro, e per 98 miliardi dovute a poste non attribuibili, a fronte di un apporto positivo per 919 miliardi del conto finanziario.

Sempre al netto dei derivati, nello spesso periodo le passività statunitensi verso il resto del mondo sono passate da 51.222 miliardi di dollari a 45.323 miliardi, diminuendo così di 5.899 miliardi: ciò è dipeso da riduzioni per 7.622 miliardi dovute alla dinamica inflazionistica, per 106 miliardi dovute al cambio del dollaro, e ad incrementi per 313 miliardi dovuti a poste non attribuibili e per 1.516 miliardi del conto finanziario.

In pratica, escludendo le variazioni per prezzi, andamenti del cambio e poste non attribuibili, gli Usa hanno aumentato le proprie attività all’estero per 919 miliardi ed aumentato le passività verso l’estero per 1.516 miliardi, con un peggioramento di altri 597 miliardi di dollari.

Gli investimenti stranieri in strumenti di debito americani sono aumentati complessivamente di 918 miliardi di dollari, di cui 413 miliardi in titoli federali a lungo termine, Treasury bond e Notes. Viceversa, sono diminuiti di 37 miliardi gli impieghi in titoli federali a breve termine, in Treasury bill e Certificates.

Due considerazioni ed una conclusione:
- gli Stati Uniti si confermano grandi prenditori netti di capitali sul mercato internazionale;
- il valore delle passività statunitensi verso l’estero è diminuito essenzialmente per via dell’inflazione: -7.622 miliardi;
- che l’inflazione favorisca i debitori, è ben noto.

Fonte

30/03/2023

Le monete digitali delle banche centrali potrebbero mettere fine al sistema bancario come lo conosciamo

Una Central Bank Digital Currency (CBDC) può essere definita come la rappresentazione digitale di una moneta fiat nazionale, intesa come moneta a corso legale, emessa e gestita da un’istituzione sovrana (cioè, una banca centrale).

Si tratta quindi di una passività bancaria denominata in un’unità di conto esistente, accessibile a tutti, che funge sia da mezzo di scambio sia da riserva di valore. In pratica, la versione «virtuale» di una banconota.

La differenza principale tra una CBDC e il denaro che tutti noi abbiamo nel conto corrente o nel conto deposito (la cosiddetta «moneta-debito») è che, mentre la prima è sostenuta direttamente dalla banca centrale e, proprio come una banconota, è esente da rischi di credito o di mercato, la seconda è nei fatti generata dal sistema bancario e dipende da questo per la sua circolazione.

Di conseguenza, l’attuale moneta elettronica è legata alla fallibilità delle istituzioni finanziarie che la gestiscono e, in un clima di sfiducia generalizzata nei confronti del sistema bancario, la più classica delle corse agli sportelli può compromettere seriamente il funzionamento dei sistemi di pagamento.

È questo il «frutto avvelenato» del sistema bancario a riserva frazionaria, ovvero il regime monetario in vigore praticamente in tutto il mondo. La centralità strategica del settore bancario nelle moderne economie capitaliste ha generato l’orribile moloch che è l’attuale sistema del credito, ovvero un sistema «progettato per fallire».

Un sistema che, da un lato, genera profitti sfruttando una regolamentazione ampiamente insufficiente, cavalcando bolle speculative e favorendo l’indebitamento del settore pubblico e delle famiglie. Dall’altro, socializza le perdite chiedendo bail out a gran voce quando, una volta ogni dieci o quindici anni, il giochino si rompe e c’è bisogno di togliere le castagne dal fuoco.

Il problema è che, ad oggi, non esiste alternativa: il sistema delle banche private ha monopolizzato la creazione e la circolazione della moneta. Una delle principali motivazioni alla base dello sviluppo delle CBDC è proprio quella di affrontare l’instabilità finanziaria e diversi articoli hanno esplorato questo tema di recente, alla luce della difficoltà in cui stanno incorrendo diverse banche su entrambi i lati dell’Atlantico.

Già nel 2012, in un working paper dell’FMI intitolato “The Chicago Plan Revisited”, Jaromir Benes e Michael Kumhof (oggi senior research advisor della Banca d’Inghilterra) esplorano una proposta avanzata per la prima volta da Frederick Soddy, Frank Knight, Henry Simons and Irving Fisher negli anni Trenta.

Il “Piano di Chicago” proponeva un sistema bancario a riserva integrale, in cui le banche sarebbero state obbligate a detenere il 100% dei loro depositi in riserva presso la banca centrale. In questo sistema, le banche non sarebbero più state in grado di creare denaro attraverso il processo di prestito, come avviene sotto il sistema a riserva frazionaria.

Invece, sarebbe stata la banca centrale a essere responsabile della creazione di nuovo denaro e della sua iniezione nell’economia. Benes e Kumhof sostengono che un sistema bancario a riserva integrale, unito all’emissione di CBDC, potrebbe fornire numerosi vantaggi:

Innanzitutto, impedirebbe alle banche di creare e distruggere i propri fondi durante i boom e i crolli del credito basati sul sentiment, cioè sull’umore dei mercati finanziari, consentirebbe un controllo molto migliore dei cicli economici.

In secondo luogo, un sistema di riserva al 100% eliminerebbe completamente la possibilità di instabilità causata dalle corse agli sportelli.

In terzo luogo, consentire al governo di emettere denaro direttamente a zero interesse, invece di costringerlo a prendere in prestito lo stesso denaro dalle banche a interessi, porterebbe a una riduzione drammatica del fardello degli interessi sulle finanze governative. Inoltre, il debito netto del governo diventerebbe negativo, perché sotto il Piano di Chicago il governo acquisirebbe una posizione di credito a interesse elevato nei confronti delle banche. Questa posizione sarebbe creata quando le banche prendono in prestito per pagare il backing di riserva precedentemente inesistente.

In quarto luogo, dato che la creazione di denaro non richiederebbe più la creazione simultanea di debito, l’economia potrebbe anche assistere a una riduzione drammatica dei debiti privati. Ciò contribuirebbe evidentemente a ridurre la fragilità finanziaria a livello dell’intera economia.

In quinto luogo, il “Piano di Chicago” genererebbe grandi guadagni a lungo termine in termini di output, perché un debito inferiore e maggiori ricavi non inflazionistici di signoraggio porterebbero a grandi riduzioni dei tassi di interesse reali, delle tasse distorsive e dei costi di monitoraggio del credito.

In sesto luogo, le “trappole di liquidità” sarebbero una cosa del passato, perché il denaro sarebbe direttamente sotto il controllo del governo mentre il tasso di interesse controllato dalla politica non avrebbe un limite inferiore di zero. Ciò renderebbe anche molto più facile ridurre l’inflazione media a zero.

Benes e Kumhof non sono i soli a proporre l’utilizzo delle CBDC: la nuova fase di tensione nel settore bancario aperta dal fallimento di SVB ha fatto tornare all’ordine del giorno questo tipo di dibattito. Sulla rivista online “Project Syndacate” due economisti di rilievo come Jan Eeckhout e Yanis Varoufakis si trovano a sostenere prospettive molto simili a quella delineata nel progetto di Chicago.

Il fil rouge in questi contributi, che provengono da economisti di affiliazione ideologica diversa, è che il sistema della «moneta-debito» che ha dominato l’economia monetaria mondiale almeno sin dai tempi della fine di Bretton Woods (ma in realtà da molto prima) sta diventando rapidamente obsoleto.

Beninteso, ci sono diverse sfide che devono essere superate prima che le CBDC possano diventare realtà. Queste sfide includono questioni tecniche, come garantire la sicurezza e la resilienza dei sistemi CBDC, nonché questioni legali e regolatorie, come garantire che le CBDC non compromettano la stabilità finanziaria o la privacy.

Tuttavia, la strada è aperta: secondo un’indagine effettuata nel 2021 dalla Bank of International Settlements, l’86% delle 66 banche centrali intervistate hanno condotto attivamente ricerche sulle Central Bank Digital Currencies e il 14% si è dichiarato vicino al lancio di una propria valuta digitale.

Nel giugno 2021 l’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano ha mappato 85 progetti CBDC, sviluppati da 65 banche centrali (il 36% del totale delle banche centrali nel mondo). La Cina, che ha recentemente pubblicato un white paper sullo stato di avanzamento dello yuan digitale, è in una fase di sperimentazione relativamente avanzata.

Non è possibile prevedere quali saranno le tempistiche e le modalità con cui le CBDC saranno introdotte nel sistema finanziario mondiale, né tanto meno tutte le implicazioni nel lungo termine.

È difficile pensare che nel breve periodo si possa affermare un sistema a riserva integrale, se non altro perché la classe sociale che ha accumulato una quantità incalcolabile di ricchezza attraverso l’intermediazione finanziaria ha tutto l’interesse a rallentare o fermare questo processo.

Ciò che rileva però è che la possibilità tecnica di un «divorzio» tra la gestione del credito e la capacità di creare moneta – la prima nelle mani del settore bancario privato, la seconda restituita a pieno titolo alle banche centrali – è a portata di mano.

Quante altre crisi bancarie serviranno per trasformarla in una volontà politica?

Fonte

01/05/2021

Per la Lagarde la politica monetaria espansiva della BCE è solo temporanea

Nella Conferenza stampa dell’11 marzo, Christine Lagarde presenta la politica della BCE nel prossimo futuro insieme alle previsioni economiche su cui si basa. Prevede che ci sarà un rimbalzo del PIL nel 2021 e una leggera ripresa dell’inflazione.

Il PIL, che nei paesi dell’UE è diminuito del 6,6% nel 2020, diminuirà ancora nel primo trimestre del 2021, ma crescerà del 4% in tutto l’anno. Poi crescerà del 4,1% nel 2022 e del 2,1% nel 2023. L’inflazione annuale è aumentata dello 0,9% a gennaio e febbraio 2021, mentre era dello 0,3% a dicembre 2020. È prevista all’1,5% nel 2021 e all’1,4% nel 2023.

Stando così le cose, è facile prevedere la politica monetaria. Sarà piuttosto espansiva, sia per contrastare gli effetti depressivi della pandemia sia perché l’inflazione è ancora al di sotto del target del 2% e promette di restarci a lungo.

E sarà espansiva anche perché è in corso una tendenza al rialzo dei tassi d’interesse di mercato, cosa che potrebbe far aumentare il livello di rischio delle condizioni finanziarie delle banche. La politica monetaria espansiva mira a ridurre l’incertezza finanziaria e ad alimentare la fiducia.

Perciò il Consiglio Direttivo della BCE ha deciso di:

1) Continuare a fare acquisti massicci di attività in forza del Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) fino alla fine di marzo 2020.

2) Continuare a fare massicci acquisti di attività in forza dell’Asset Purchase Programme (APP) fino a quando la BCE deciderà un aumento dei suoi tassi d’interesse.

3) Mantenere inalterati i tassi d’interesse fino a che non si intravede una robusta convergenza del tasso d’inflazione verso il target del 2%.

4) Continuare a fornire abbondante liquidità alle banche con le Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO III)

Attualmente, nonostante il sostegno delle politiche fiscali dei vari Stati, consumi, investimenti e occupazione sono in regresso. Ci sono però aspettative di un rimbalzo nel prossimo futuro, e queste aspettative devono essere sostenute nel medio termine da politiche fiscali espansive e condizioni finanziarie favorevoli.

Perciò la BCE continuerà ad alimentare una forte crescita della moneta. Darà così sostegno alle politiche fiscali espansive, le quali però devono rimanere temporanee.

La Lagarde valuta positivamente la decisione della Commissione e del Consiglio di allentare lo Stability and Growth Pact in risposta alla crisi fino a quando le economie europee non saranno tornate alle condizioni pre-crisi.

In sostanza intende portare avanti una politica monetaria fortemente espansiva per fronteggiare la crisi. Però mette in chiaro che l’impulso espansivo sarà temporaneo, e che dovrà essere abbandonato dopo il superamento della crisi e dopo che l’inflazione si sarà avvicinata al 2%. Non chiarisce cosa farà se, come è probabile, il PIL riprenderà a crescere ma l’inflazione resterà bassa.

Rispetto al discorso della Schnabel, quello della Lagarde è molto più terra terra e molto più tradizionale. La tedesca dava l’impressione di voler imprimere una svolta epocale alla politica monetaria, sostenendo che le politiche fiscali devono sostenere la crescita e la stabilità reale nel lungo periodo e perciò devono essere espansive non solo nella crisi da coronavirus.

Nella sua visione c’era un implicito richiamo a un’impostazione keynesiana, un richiamo molto velato, ma c’era. La francese invece vola basso.

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07/09/2019

Emiliano Brancaccio - I conti non tornano

Radio Popolare, 6 settembre 2019 – Grande entusiasmo nei confronti del neonato governo Conte bis, ma dal punto di vista della politica economica i conti per adesso non tornano. Il rischio è che Bruxelles conceda “flessibilità” sul deficit solo per evitare l’aumento dell’IVA, e che invece finiscano per mancare le risorse per riduzioni sostanziali delle tasse sul lavoro e per significativi investimenti pubblici. Siamo ben lontani dalla “svolta” di politica economica che servirebbe per contrastare la minaccia di una nuova recessione. Un’intervista all’economista Emiliano Brancaccio.


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04/09/2019

La Bce naviga a vista. La Lagarde annuncia tutto e il contrario di tutto

Era nata per combattere una inflazione già domata ed ha imposto per anni ai paesi membri una politica deflazionista, ma adesso per la Bce l’inflazione nell’area euro “resta troppo bassa in modo “persistente”, pertanto “concordo con la valutazione della Bce, secondo la quale serve una politica monetaria altamente accomodante per un periodo prolungato di tempo per portare l’inflazione all’obiettivo, cioè vicina ma inferiore al 2%”. Ad affermarlo in una audizione davanti alla commissione Econ del Parlamento Europeo, è la prossima presidente della Bce Christine Lagarde, ribadendo la posizione già espressa la settimana scorsa e che si pone in continuità con la politica di Quantitative Easing adottata da Draghi.

La presa di posizione giunge mentre la Bce, presieduta fino al 31 ottobre da Mario Draghi, ha preannunciato di voler rilanciare gli acquisti di titoli di stato sul mercato, per evitare che il nuovo rallentamento possa far cadere la zona euro in una fase di deflazione (attualmente il tasso di riferimento è a 0). La Lagarde nell’audizione a Bruxelles ha affermato che vi sono «rischi economici a breve termine» e che il livello dell’inflazione nell’unione monetaria rimane «troppo bassa».

Si cambia registro allora? Niente affatto. Se la musica per le banche continua ad essere soave, sulle politiche sociali, nell’Eurozona secondo la Lagarde “le riforme strutturali sono in molti Paesi una missione incompiuta. Alcuni le hanno iniziate, altri hanno guardato alle riforme in modo riluttante, senza fare molto: chiaramente i Paesi che non hanno spazio di manovra oggi, e sono meno della metà dei Paesi della zona euro, devono rivedere il loro mix di politica economica, con un focus favorevole alla crescita e usare le riforme strutturali ora”. Una sorta di ossimoro. Politiche espansive (che rilancino dunque la domanda interna) e riforme strutturali che stringono i vincoli di bilancio, non vanno d’accordo. I fatti di questi venticinque anni nell’Eurozona sono lì a dimostrarlo

Segnalando che “ora abbiamo un po’ di crescita” la Lagarde spiega che “queste sono le circostanze in cui le riforme strutturali possono essere più efficaci e produrre i risultati migliori”. Contemporaneamente, quei Paesi dell’area euro, che sono “la maggioranza”, che hanno invece un deficit pubblico compreso tra lo zero e lo 0,5% del Pil “hanno uno spazio” di bilancio che può essere utilizzato per stimolare l’economia. Se questa è la forchetta del deficit consentito, l’Italia ne sarebbe ancora fuori.

La Lagarde ha fatto notare che la situazione europea e mondiale – segnata da «bassa inflazione» e «bassi tassi d’interesse» – pone «un problema strategico alla Banca centrale europea e a tutte le banche centrali». In questo senso, ha avvertito che la BCE deve riflettere “se la politica monetaria sia sufficiente e sufficientemente robusta per affrontare le sfide future”. Ha quindi riassunto: “Un suo riesame è necessario”.

Alcuni deputati presenti all’audizione si sono interrogati su cosa ciò possa significare, ma la signora Lagarde non ha voluto dare precisazioni.

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16/08/2019

Recessione alle porte, si pesca nelle vecchie ricette perdenti

L’economia capitalistica occidentale è da decenni in piena crisi involutiva. Ogni volta che la situazione esplode diventano indispensabili massicci interventi degli Stati – cui in tempi “normali” la dottrina neoliberista vieta qualsiasi intromissione nelle faccende economiche – sia sotto forma di aiuti alle imprese (soprattutto di natura fiscale), sia sotto forma di “politiche monetarie ultra-accomodanti” (denaro a costo zero, o addirittura “regalato”), per impedire il crollo del sistema finanziario.

Siamo di nuovo ad un punto di caduta, visto che tutti quegli interventi passati non hanno affatto toccato la “matrice” strutturale delle ragioni della crisi, ma sono stati architettati solo per attutirne gli effetti.

I segnali, anche sui media mainstream, non vengono più ignorati, anche se – ovviamente – ci si guarda bene dal prendere in considerazione la domanda regina: e se tutto questo fosse inevitabile? Ossia: connaturato al sistema?

Tutti gli occhi sono come sempre rivolti agli Usa, vecchio cuore stanco del capitalismo wasp, dove ancora una volta l’analisi empirica assume toni da aruspici che scrutano le viscere degli animali.

L’elemento che ha turbato “i mercati” è stato infatti “l’inversione dei tassi di interesse” sui titoli di stato Usa. In pratica: i titoli a breve termine “rendono” (ossia pagano interessi) più di quelli decennali. Il che o è un assurdo (i “rischi” valutabili dai mercati sono ovviamente quasi immediati, visto che il lontano futuro economico è imprevedibile), oppure è indice di problemi gravissimi già in atto.

Così, gli aruspici sottolineano che la “curva dei rendimenti” si è verificata ben nove volte e ogni volta c’è stata subito dopo una recessione. Non c’è spiegazione scientifica (anche perché gli stessi che fanno le analisi in questo modo orientano poi le scelte degli investitori, alimentando una “profezia che si autoavvera”), ma tutti la prendono per buona.

Così parte la caccia ai “cigni neri”, ossia agli elementi di incertezza che possono provocare una caduta improvvisa della situazione.

Particolarmente monitorata è in primo luogo la “guerra dei dazi”, aperta da Trump contro la Cina ma anche contro buona parte delle merci europee, in particolare tedesche (dal dieselgate in poi, non mancano le buone ragioni...). Seguono la Brexit (il cui esito finale è al momento nelle mani di un personaggio abbastanza folkloristico come Boris Johnson), l’Argentina (ripiombata in una crisi senza via d’uscita, grazie al ritorno al potere degli Usa attraverso il pagliaccio Macrì), la situazione di Hong Kong (“spinta” da Usa e Gran Bretagna), la recessione in Germania e persino la ridicola crisi politica italiana (che preoccupa poco, visto che chiunque comandi, qui, obbedisce a Bruxelles, sceneggiate a parte).

Ma gli strumenti per affrontare tutto questo sono ben pochi. Anzi, quasi soltanto la politica monetaria messa in campo dalle principali banche centrali.

Così Trump pretenderebbe dalla sua banca centrale, la Federal Reserve, un taglio drastico dei tassi di interesse. La Bce – avendo i tassi a zero da anni – pensa a stimoli monetari davvero poco “ortodossi” (il 12 settembre Francoforte intende sfoderare un pacchetto di stimoli che va ben oltre le attese, e il membro tedesco, Jens Weidmann, stavolta dice che va bene, visto che è la sua Germania a star messa peggio). La Banca d’Inghilterra attende, perché il governo di Johnson non ha ancora espresso una qualche idea dotata di senso. Quella del Giappone ha finito la fantasia “espansiva” e più che continuare a “stampare denaro” non può fare.

Resta la Cina, che da un lato risponde per le rime ai dazi statunitensi, imponendone di altrettanto duri che vanno a colpire proprio il pilastro della base sociale di Trump (gli agricoltori del Midwest) ed evita ancora di trasformare le proteste di Hong Kong in una seconda Tien An Men (se avessero copiato la logica dei “decreti sicurezza” di Salvini avremmo visto il sangue scorrere a fiumi...). Dall’altro va espandendo il mercato interno a ritmi mai visti prima nella storia: dopo i maxi tagli alle tasse in busta paga dello scorso Natale, accompagnato da aumenti salariali e sgravi fiscali, oggi ha annunciato ulteriori misura di stimolo, senza ancora precisarle, in occasione del 70° anniversario della Rivoluzione, il 1 settembre.

Sono solo apparentemente mosse simili. Quelle di Usa e Unione Europea puntano infatti a rendere “più competitive” le proprie produzioni, abbassando il costo del denaro dopo aver ridotto a quasi zero quello del lavoro. Insomma: puntano ad esportare di più, bloccando con dazi o sanzioni le merci dei possibili concorrenti. La strategia cinese, invece, punta a compensare le minori esportazioni con più larghi consumi interni.

Con quasi un miliardo e mezzo di persone, è peraltro il “mercato nazionale” più grande del mondo. A occhio, hanno fiato da vendere...

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17/05/2016

La BCE può controllare le insolvenze, non l’inflazione

Le politiche monetarie “non convenzionali” non stanno dando i risultati sperati. Il quantitative easing, così come le manovre tese a portare i tassi d’interesse nominali verso lo zero o addirittura a livelli negativi, non appaiono in grado di sospingere l’inflazione e la crescita del PIL verso il loro sentiero “normale”, né sembrano capaci di allontanare le principali economie avanzate dal precipizio della deflazione. L’Unione monetaria europea è in questo senso un caso esemplare. La BCE ha abbattuto il costo del denaro e ha accresciuto la liquidità in circolazione in una misura impensabile prima dell’inizio della crisi. Ciò nonostante, l’inflazione dell’eurozona è addirittura tornata in territorio negativo e non vi è certezza sulla possibilità che arrivi almeno ad azzerarsi alla fine dell’anno.

In questo scenario, da più parti hanno iniziato a diffondersi dubbi sul modo convenzionale in cui viene interpretato il ruolo dei banchieri centrali. Alcuni commentatori sostengono che dopo la “grande recessione” iniziata nel 2008 le autorità monetarie dovrebbero ampliare ulteriormente gli strumenti d’intervento e soprattutto dovrebbero smetterla di perseguire gli obiettivi rigidi d’inflazione per puntare invece verso target più flessibili, come ad esempio una data crescita del reddito nominale.

Fuori e dentro le istituzioni, i segnali di interesse verso tali proposte non mancano. A ben guardare, tuttavia, questo modo di affrontare il problema della inefficacia delle politiche monetarie presenta un grave limite. Sia che si adottino i vecchi obiettivi d’inflazione sia che si scelgano target più flessibili, le ricette suggerite continuano a basarsi sul vecchio assunto monetarista secondo cui le banche centrali sarebbero in grado, in un modo o nell’altro, di controllare la spesa aggregata. Non viene neanche presa in considerazione la possibilità che gli strumenti delle banche centrali, più o meno convenzionali, non siano in grado di controllare la spesa aggregata e quindi, in generale, non consentano di perseguire nessuno degli obiettivi che si prefiggono, che si tratti di inflazione o anche di reddito nominale.

Un articolo di prossima pubblicazione sul Journal of Post-Keynesian Economics fornisce nuovi elementi a sostegno della tesi secondo cui le banche centrali, in generale, non sono in grado di governare la spesa aggregata (Brancaccio, Fontana, Lopreite, Realfonzo 2015). Utilizzando un modello VAR con dati trimestrali per l’area euro tra il 1999 e il 2013, gli autori hanno indagato sull’esistenza o meno di relazioni statistiche tra l’andamento del tasso d’interesse di mercato o dei tassi di rifinanziamento della BCE, da un lato, e la dinamica del reddito nominale intorno al suo trend di lungo periodo, dall’altro.

L’analisi empirica ha mostrato che gli scostamenti del reddito nominale dal trend non sono influenzati dai movimenti dei tassi di interesse: in particolare, la riduzione del costo del denaro non sembra in alcun modo favorire un recupero del reddito nominale verso il suo andamento tendenziale di lungo periodo. A quanto pare, dunque, governando i tassi d’interesse il banchiere centrale non è in grado di controllare la spesa aggregata e quindi non può incidere efficacemente sull’andamento della produzione, dell’occupazione, del reddito nominale, e tantomeno dell’inflazione. L’evidenza, in effetti, contrasta con tutte le interpretazioni convenzionali dell’operato delle banche centrali, dalla famigerata “regola di Taylor” alle più recenti regole fondate su un “target di reddito nominale”.

L’analisi empirica ha evidenziato pure che gli scostamenti del reddito nominale effettivo dal suo trend di lungo periodo influenzano l’andamento del tasso d’interesse: per esempio, a una crescita del reddito più blanda rispetto al trend corrisponde una riduzione dei tassi d’interesse, e viceversa. Questo risultato sembra supportare un’interpretazione del ruolo della banca centrale le cui origini risalgono al celebre Lombard Street di Walter Bagehot, e che è stata poi ripresa e sviluppata da vari studiosi di orientamento critico.

Questo filone di ricerca alternativo suggerisce che il ruolo effettivo del banchiere centrale è più complesso di quello che gli viene solitamente attribuito: esso consiste nel regolare la solvibilità delle unità economiche e più in generale la stabilità finanziaria del sistema. L’autorità monetaria, cioè, muoverebbe i tassi d’interesse nella stessa direzione del reddito nominale non certo per tentare di governare quest’ultimo, che è fuori dalla sua portata, ma allo scopo non meno rilevante di controllare la differenza tra reddito e onere del debito, in modo da tenere a bada la dinamica dei fallimenti, delle bancarotte e delle liquidazioni del capitale.

Secondo questa visione, il banchiere centrale agisce come “regolatore” di un conflitto tra capitali solvibili, capaci di accumulare profitti superiori al servizio del debito, e capitali in perdita e dunque potenzialmente insolventi. Tale conflitto è inoltre tanto più violento quanto più restrittiva sia la politica fiscale del governo, che riduce i redditi nominali medi e colloca quindi un numero maggiore di unità economiche sotto la linea dell’insolvenza. Dati gli orientamenti delle politiche di bilancio, dunque, il modo in cui la banca centrale manovra il tasso d’interesse rispetto al reddito nominale medio influisce sul ritmo delle insolvenze e sulla connessa “centralizzazione” dei capitali: vale a dire, sulle liquidazioni dei capitali più deboli e sul loro progressivo assorbimento ad opera dei capitali più forti (Brancaccio e Fontana 2015).

Questa diversa interpretazione della politica monetaria consente di guardare sotto un’altra luce anche l’attuale scenario dell’eurozona. Con politiche di bilancio pubblico votate all’austerity, in vari paesi la crescita nominale del reddito resta troppo bassa, situandosi spesso al di sotto dei tassi d’interesse di mercato. Ciò significa che l’attuale politica monetaria della BCE non è in grado di frenare la tendenza europea alla centralizzazione, ossia alle liquidazioni dei capitali situati nelle aree periferiche e alla loro eventuale acquisizione da parte di capitali presenti in Germania e nelle zone caratterizzate da migliori andamenti macroeconomici.

Questa tendenza è ben documentata dalla drammatica divaricazione tra i tassi di insolvenza delle imprese europee (Creditreform 2016). Tra il 2007 ed il 2015 la Germania ha segnato una riduzione delle insolvenze delle imprese a un ritmo medio del 3 percento all’anno. Al contrario, nello stesso periodo Spagna, Portogallo e Italia hanno fatto registrare una violenta crescita delle insolvenze, con incrementi medi rispettivamente del 37, del 21 e del 16 percento all’anno. Negli ultimi tempi in Spagna si è assistito a un calo dei fallimenti, che tuttavia non consente nemmeno di avvicinarsi alla situazione ante-crisi. In Italia il quadro non migliora, mentre in Portogallo nell’ultimo anno si registra addirittura un ulteriore aggravamento delle bancarotte. Si tratta di una forbice senza precedenti, che oltretutto si ripercuote sugli andamenti dei bilanci delle banche dei diversi paesi dell’Unione, creando i presupposti per nuove, asimmetriche crisi bancarie.

È dunque illusorio pensare che la BCE, da sola, sia in grado di contrastare la deflazione. La sua politica monetaria, piuttosto, influisce sulle insolvenze e sulle liquidazioni dei capitali, che tuttora colpiscono in modo asimmetrico i paesi membri dell’Unione. Anziché attardarsi su target d’inflazione impossibili, è su quest’ultimo problema che il dibattito di politica monetaria dovrebbe maggiormente concentrarsi.

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29/10/2015

La Fed rinvia ancora, ma il tempo sta per scadere


La strategia del penultimatum. Alla Federal Reserve sono – da mesi – palesemente bloccati circa la svolta da imprimere alla politica monetaria. E anche la riunione del Fomc (Federal Open Market Committee, il direttivo della banca centrale Usa) chiusasi ieri sera ha confermato che “grande è il disordine sotto il cielo” della finanza globale con epicentro negli Stati Uniti.

In realtà, la Fed ha quasi promesso un rialzo dei tassi di interesse – fermi a zero da ormai sei anni (vedi il grafico) – a dicembre. Definendolo però solo possibile ha continuato ad alimentare l'incertezza sull'opportunità di questa mossa. Il che, per gli “operatori istituzionali” sui mercati (le grandi banche d'affari, i fondi di investimento, ecc.) è peggio che avere una prospettiva negativa. Si possono infatti elaborare strategie finanziarie profittevoli anche con mercati in calo, ma non si può adottare nessuna strategia di medio periodo se non si può sapere entro quale cornice ci si troverà ad operare.

Verrebbe da ironizzare sui maestri della “precarietà per tutti” che si lamentano della precarietà in cui – per un breve periodo e in gran parte per colpa loro – si son venuti a trovare.

Le ragioni per essere incerti, però, sono praticamente infinite. La Fed ha, per obbligo statutario, quello di fare scelte di politica monetaria tenendo d'occhio due parametri fondamentali: il tasso di disoccupazione e il tasso di inflazione. Negli Usa, naturalmente. Il resto del mondo si arrangi. Quest'obbligo è già fonte di incertezza.

La percentuale ufficiale di disoccupati è infatti al 5,1% (anche se non tiene conto delle decine di milioni di “scoraggiati” che non si iscrivono neppure più alle liste di collocamento), ovvero molto al di sotto del 6% considerato – non si capisce in base a quale criterio, oppure sì – “fisiologico”. Quindi un rialzo dei tassi di interesse sarebbe ampiamente giustificato.

Ma il tasso di inflazione rimane più vicino all'1% che non all'”ottimale” 2%. Quindi una restrizione della liquidità sarebbe sconsigliata. Tanto più se si va a guardare dentro i dati sull'occupazione Usa, sempre più popolata di working poors a bassa qualifica, part time e salario da fame che non da “buoni lavori”, stabili e ben retribuiti.

Ma ci sono le lamentele degli investitori istituzionali, banche d'affari in prima fila. Un così lungo periodo di tassi azzerati e liquidità a go-go (tre quantitative easing in soli cinque anni) ha permesso di aggiustare conti devastati dall'esplosione del 2008-209, ma sta anche appiattendo oltre il sopportabile i profitti attesi. I titoli di stato, persino quelli italiani, garantiscono ormai rendimenti vicini allo zero o addirittura negativi. E l'investimento alternativo – quello azionario – è considerato da tutti, da loro in primis, già fin troppo inflazionato (un'autentica bolla pronta a esplodere).

La richiesta è dunque quella di un “ritorno alla normalità”, con la garanzia a chi investe o presta denaro (stiamo parlando di finanzieri, non di imprenditori nell'economia reale) di guadagnare quanto da loro considerato “accettabile”. E fa certamente parte di questo pacchetto la richiesta di esser “liberati” da diverse regole prudenziali introdotte dopo il grande crack di pochi anni fa, per limitare l'”eccessiva propensione al rischio” (al casinò finanziario, in effetti) di questi stessi investitori istituzionali.

La straordinaria liquidità creata da tutte le banche centrali del pianeta preme dunque ora sulla Fed perché decida in modo chiaro: o fa capire che le cose resteranno ferme ancora a lungo, oppure sceglie di cominciare la via del rialzo dei tassi di interesse (ovvero la restrizione della liquidità). Che si trascina dietro come ovvia conseguenza un “allentamento dei controlli” sulle grandi società finanziarie (non date retta alle lamentele: sono quasi inesistenti, ma anche quel poco appare un “soffocamento” degli anima spirits).

Dipendesse solo da questo, la scelta della Fed sarebbe ancora semplice. In realtà sei anni di liquidità a volontà non hanno rimesso in moto nessun processo di accumulazione nell'economia reale. L'unico merito rivendicabile consiste nell'aver rinviato l'esplosione generale. Aprire la stagione dei rialzi e del “liberi tutti” per gli squali della finanza implica conseguenze devastanti in primo luogo per i cosiddetti “paesi emergenti”, complessivamente in deflazione o in recessione, oltretutto fortemente indebitati in dollari e quindi in prevedibile affanno di fronte a interessi sul debito in salita. Ed anche la non esaltante industria statunitense – "complesso militare-industriale" a parte – si troverebbe alle prese con maggiori difficoltà nelle esportazioni.

Ma una decisione di questo tipo ha un peso determinante anche sulle strategie di politica monetaria di tutte le altre banche centrali, a cominciare dalla Bce che ha appena annunciato una decisione del tutto opposta (un quantitative easing più aggressivo a partire da novembre).

È fin troppo ovvio che la Fed ha il ruolo del pesce pilota per tutti. Ma aumentare il costo del denaro mentre l'economia globale non accenna a uscire dalla recessione è – da sempre – accendere la miccia sotto un camion di tritolo.

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28/10/2015

Di denaro facile si può morire

Due “stranezze” nella stessa giornata segnalano che stiamo vivendo tempi davvero ab-normal, come avrebbe spiegato Igor-Marty Feldman. Ci siamo occupati del dilemma che attanaglia la Federal Reserve, che coglie un lato del problema “tassi di interesse-iniezioni di liquidità”. Quello dell'inefficacia di questa strategia di politica monetaria, che ha fin qui impedito esplosioni traumatiche ma non è affatto riuscita a riportare inflazione e crescita del Pil su binari “normali” (il +2%, almeno nel primo caso).

L'altro lato del problema sono le distorsioni paradossali che la liquidità in eccesso provoca. E l'esempio, attualissimo, arriva dalla Danimarca. Un paese fuori dall'euro, ma dentro l'Unione Europea, più piccolo ma più produttivo della Grecia, con un welfare incommensurabilmente più avanzato (e dispendioso) di quasi tutti i partner continentali. Un paese che dunque avrebbe la possibilità teorica di giocare sul tasso di cambio – svalutando, all'occorrenza – per facilitare le esportazioni. Ma che invece cerca disperatamente di mantenere una certa quotazione rispetto all'euro per non pagare uno sproposito sul fronte delle importazioni (dalla Germania, in primo luogo).

Bene, la Danimarca è stato il primo paese la cui banca centrale ha adottato tassi negativi, all'incirca tre anni fa. Capitalisticamente parlando è un assurdo: si prestano soldi con la certezza di riceverne di meno, anche a prescindere dall'eventuale inflazione.

Che fine fa la centralità del profitto, signora mia? Sia chiaro: le banche commerciali non ci rimettono affatto, perché prendono in prestito dalla Banca centrale al -0,75% e prestano ai clienti a un tasso superiore, ancorché negativo (-0,20, per esempio). A rimetterci è solo la Banca centrale, che però fa un altro mestiere e comunque spera che questo incubo finisca presto.

È chiaro, dal nostro punto di vista, che la Danimarca non può risolvere questo problema da sola. L'avvitamento in cui è entrata può essere interrotto solo da una “ripresa” continentale, dall'afflusso di capitali di rischio che per qualche motivo dovrebbero trovare “conveniente” investire tra Copenhagen e lo Skagerrat. Persino la ben più solida Svizzera, qualche tempo fa, ha dovuto rinunciare a manovrare il valore del franco rispetto all'euro (bloccato arbitrariamente intorno all'1,20) per il buon motivo che si sarebbe svenata nel tentativo. Ed anche la Svizzera ha ripiegato sui tassi negativi (in una forchetta tra -0,25% e -1,25%).

L'articolo di Enrico Marro, qui di seguito, spiega bene il problema e anche la sua conseguenza relativamente inattesa: i bassi tassi hanno fato esplodere una bolla immobiliare pazzesca (+60%) in pochissimo tempo. Il valore della casa vola, dà l'impressione di ricchezza crescente e solida, incrementa persino un po' di xenofobia (non vogliamo immigrati che ci farebbero svalutare gli asset immobiliari nelle zone in cui li mandiamo a vivere). Ma è l'altra faccia della deflazione salariale. I salari nominali danesi infatti restano molto alti, per il nostro metro di misura, mentre quasi tutte le merci non aumentano di prezzo (c'è inflazione zero anche da quelle parti). Ma se vuoi comprare una casa, oltretutto col mutuo a tasso zero o sottozero, il prezzo diventa inarrivabile. Di fatto sei più povero, ma tene accorgi solo al momento dell'acquisto. O dell'affitto, perché la “cultura del mattone” non è da quelle parti così plebiscitaria come da noi.

Ma anche per il capitale finanziario, sempre in cerca di rendimenti appetibili (con il mercato dei titoli di stato “congelato” dalle mosse della Bce), non è rimasto altro che gettarsi in questo segmento apparentemente poco rischioso. Probabilmente fatale, invece. Più investimenti immobiliari speculativi alzano ancora di più il prezzo delle case, stimolano attività costruttive non in relazione con le dinamiche demografiche (si fanno pochi figli e si cerca di limitare l'immigrazione). È matematico che prima o poi la “razionalità del mercato” presenti un conto salatissimo, sotto forma di perdite colossali.

E la Bce, come spiega Marro, non può essere in questo caso di nessun aiuto. Anzi, le mosse che sarà costretta a fare da qui ad un mese scaricheranno sui malcapitati danesi un'ulteriore abbassamento dei tassi.

Certo, la Federal Reserve può interrompere questa spirale, rialzando i tassi. Ma allora i problemi danesi sarebbero nulla di fronte a quelli del mondo...

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Fai un mutuo? La banca ti paga. Ecco come in Danimarca i tassi sottozero hanno gonfiato la bolla del secolo

di Enrico Marro
Nel luglio del 2012, per la prima volta in circa 200 anni, la banca centrale danese (DNB) ha portato i tassi di interesse in negativo. Da allora le banche che depositano fondi presso la DNB non solo non ricevono più alcuna remunerazione, ma vengono costrette a pagare per il “parcheggio”. Intanto i tassi sono scesi ancora più sottozero. In evidente difficoltà per cercare di difendere il cambio quasi fisso con l’euro, tra gennaio e febbraio di quest’anno la DNB è stata costretta a tagliare il tasso di riferimento ben quattro volte in due settimane, portandolo a -0,75%. Uno -0,75% condiviso ora con la Norvegia (che ha abbassato i tassi a settembre, per far fronte al calo del petrolio) e Svizzera (che li ha inseriti in un “corridoio” tra -0,25% e -1,25%).

La Bce ha già tassi leggermente negativi (-0,2%), la stessa Fed americana per ammissione della Yellen ha esaminato la possibilità di adottarli. Ma cosa comporta, in concreto, essere nel mondo della finanza sottozero? I tre anni di esperienza danese forniscono interessanti indizi al riguardo.

Avere tassi negativi significa per esempio che, quando vai a chiedere un mutuo, è la banca - e non tu mutuatario - a pagare gli interessi. Wow, bello, almeno in un primo momento. Ma prima o poi arriva la resa dei conti. Sì, perché i tassi negativi hanno gonfiato una bolla immobiliare che fa impallidire persino quella cinese: in appena tre anni i prezzi del mattone a Copenaghen sono aumentati tra il 40% e il 60%, stima Blooomberg, poiché la politica ultraespansiva della DNB ha generato inflazione finanziaria. Il delirio della corsa al mattone è iniziato quando la Danimarca aveva appena finito di leccarsi le ferite per l’esplosione della bolla precedente, quella del 2008, un piccolo disastro stile mutui subprime Usa quanto a lacrime e sangue.

«Ci sono segnali molto pericolosi», spiega oggi Joachim Borg Kristensen, economista esperto di real estate a Nykreditthe, perché se i prezzi degli appartamenti dovessero continuare a galoppare a questo ritmo «potrebbero raggiungere un livello insostenibile in un periodo relativamente breve».

Ma non è tutto. Con Draghi che si prepara a varare nuove misure espansive per scongiurare il rischio deflazione (e per indebolire l’euro), la DNB potrebbe portare i tassi in territorio ancora più negativo, per difendere il cambio della corona danese. Tutto questo mentre PFA, il maggior fondo pensione privato danese, ha appena annunciato che investirà 4 miliardi di corone (536 milioni di euro) nel mercato immobiliare nazionale.

A cosa porteranno tassi ulteriormente negativi combinati a massicci investimenti dei fondi pensione nel mattone? A una probabile accelerazione dei prezzi delle case, con aspettative esagerate di ulteriori aumenti delle quotazioni da parte di chi acquista. Una corsa sfrenata che prima o poi troverà un bel muro di cemento a fermarla. Ricordate la maxi bolla immobiliare gonfiata nei Paesi mediterranei (Spagna, ma anche Italia) dall’adozione dell’euro? Tutti sanno bene come è andata a finire. In Danimarca rischia di finire pure peggio.

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25/01/2015

Il mistero celeste della Bce: Quantitative Easing per chi?

Va bene che la politica monetaria subisce il destino di ogni politica, essere oggetto di luoghi comuni per sfuggirgli regolarmente, ma con l’acquisto di bond e di asset bancari da parte della Bce, sostanzialmente detto quantitative easing (QE), sembra che si esageri.

Secondo come lo guardi, il QE non serve affatto all’economia. Viene da dire, anche sbrigativamente, che se il problema principale era rilanciare l’economia produttiva bastava finanziare la banca europea degli investimenti. Magari con un importo pari a quello creato (è la parola giusta) dalla Bce e lo stimolo all’economia sarebbe avvenuto. Poi se fosse fallito, come il piano Obama del 2010, perché nell’economia di oggi investire anche con queste cifre non dà ritorni automatici, sarebbe stata altra questione. Come, se si va a guardare nell’universo bancario (colpevolmente trascurato dalla politica dal basso ancora ferma a luoghi comuni sulle banche già logori giusto un quindicennio fa) si comprende che il QE non tocca la possibilità di indebitamento delle banche, e quindi la sua capacità di prestito all’economia “reale”. Basilea 3, l’accordo vigente sui criteri di governance bancaria continentale, in ogni caso garantirebbe alle banche, tra cui alcune importanti italiane, una sufficiente capacità di indebitamento verso l’economia “reale”. Se solo ci fosse un’economia in Italia, naturalmente.

C’è poi la questione della portata del QE rispetto al Pil. Una volta finito il QE nel 2016, se sarà rispettata questa data, si sarà operato per un valore pari al 7% del Pil. Contro il 20% del QE britannico che effetti nell’economia produttiva, per quanto qui si paragonino strutture economiche diverse, ne ha prodotti. Un QE, quindi, non decisivo per la “ripresa” economica e nemmeno così stimolante per i prestiti bancari. E si parla di un settore, una volta messe a ristrutturazione la banche popolari con i recenti provvedimenti chiesti da Draghi, dove i soggetti forti e transnazionali ovviamente si candidano ad essere gli unici attori in campo alla faccia del credito sui territori.

Il QE è allora nemico della Germania? No, o meglio non in modo così clamoroso oppure solo dal punto di vista di chi, in Germania, ha bisogno di un euro forte. Ma sono cose che si superano, visto che il Dax di Francoforte è decollato alla notizia del QE, e che la Bce comprerà titoli tedeschi in maggior parte proprio nel piano di acquisti di bond. Finanziando così il debito pubblico della Germania aggiungendo salute finanziaria a salute finanziaria. Eppure è la stessa Deutsche Bank, un grande deposito di titoli tossici del pianeta, a dubitare delle misure di Draghi. Anzi Deutsche Bank teme, ufficialmente ed esplicitamente, che vada a finire come in Giappone. Dove ad una serie di QE particolarmente forti ha fatto seguito il segno meno della crescita economica. E c’è anche chi giura, come gli analisti dei Société Générale (di un paese pieno di banche tossiche tra cui la bomba Crédit Agricole) che se la Bce facesse un QE grande il triplo di quanto previsto allora il rapporto tra debito sovrano, credito ed economia cambierebbe davvero in positivo.

Insomma, un QE inutile? Non è così. I 1000 miliardi del LTRO, immessi dalla BCE nel sistema bancario a fine 2011, sono serviti a impedire una implosione dei prestiti interbancari, e non solo, che avrebbe sinistrato l’Europa. Le frasi del 2012, sulla Bce disposta a tutto per salvare l’euro, hanno avuto effetto dissuasivo verso i mercati finanziari. Il QE del 2015 servirà alle borse, come è accaduto al Dax, alla finanza che tratta prodotti come gli ABS (cartolarizzazioni bancarie del tipo che ha dato vita alla vicenda Lehman ma su questo è meglio glissare). E il calo dell’euro nutrirà un po’ di esportazioni, indubbiamente. Non ci sarà la svolta economico-finanziaria continentale ma, queste sono le intenzioni della Bce poi vedremo gli effetti in un mondo difficile e complesso come questo, la situazione sarà congelata.

Insomma, siamo nel pieno delle Zombie Economics, come le chiama John Quiggin: operazioni, come quella del QE, che servono a tenere un sistema economico e finanziario in stato di vita apparente. Sempre finché dura e se qualche bolla a giro del pianeta o un rialzo dei tassi della Fed non spinga capitali verso gli Usa. In fondo è la scommessa degli svizzeri nel momento in cui hanno sganciato la loro moneta dall’euro. Certo, Draghi parla di Bce che da sola non può fare politica economica ma solo monetaria. Ma non la dice tutta: nell’Europa di oggi la sola politica economica è quella monetaria. Come da ortodossia liberista: governo della moneta da parte delle banche centrali, nemmeno i governi figuriamoci i partiti o tantomeno i popoli, che si coordinano tra loro, dialogando con i grandi fondi di investimento; regole di governance, privatizzazioni e al resto ci pensa il fato.

A sette anni dal botto di Lehman Brothers, la Bce di Draghi ci mostra che i passi in avanti dell’Europa sono solo apparenti. Come lo è la vita della Zombie Economy. Il mistero celeste della Bce si risolve nello svelamento del suo unico vero scopo: mantenere in vita apparente l’intera Europa. Il resto del continente parli pure di politica e come preferisce: moderato, populista, politicamente corretto o scorretto. La gabbia d’acciaio della governance monetaria rimane li’ oscura, inconoscibile alla sfera pubblica e, per adesso, inattaccabile.

Redazione, 23 gennaio 2015

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02/04/2014

Bce. L'impasse degli "strumenti ordinari"


La politica monetaria non è mai stata sufficiente a superare una crisi di sistema. Però può rifletterla con grande esattezza, aiutando a comprendere le “strozzature” (nel linguaggio liberista) o le “contraddizioni” (nel nostro) che costringono tutto il sistema ecnomico a muoversi rispettando leggi scientifiche che gli economisti hanno scelto di ignorare.

Leggendo la stampa specializzata (a partire dall'ottimo Sole24Ore di Confindustria) si possono confrontare quasi a specchio le “preoccupazioni” degli analisti e i “suggerimenti” di quanti pensano che trovare la via d'uscita dalla crisi sia solo un problema di “fantasia innovatrice”. Il risultato – che ne traiamo noi – è che non c'è una via d'uscita. O comunque non attraverso la politica monetaria.

Luigi Zingales, sul Sole di oggi, riesce a unificare nello stesso pezzo sia le “preoccupazioni” che i “suggerimenti”. Salvo arrivare a un punto dolente che è anche una manifestazione d'impotenza: tutto dipende dalla capacità del governatore della Banca d'Italia di “far rispettare” gli interessi italiani in sede di Banca Centrale Europea quando – domani – si riunirà per valutare la situazione.

Il problema che agita i sonni dei “monetaristi” (quelli che appunto credono che tutte le soluzioni derivino da un'appropriata politica monetaria che “liberi” le forze “selvagge ma positive” del capitalismo) si chiama ora deflazione. In Europa è ormai evidente e fortissima, nonostante l'understatement mantenuto dal presidente della Bce Mario Draghi. Ma le mosse possibili da parte della massima autorità monetaria dell'Eurozona sono pochissime; e tutte con pesanti controindicazioni.

In sintesi, soltanto due: rendere negativi i tassi di interesse sulle cifre depositate dalle banche private presso la stessa Bce, oppure acquistare titoli e aumentare così la liquidità circolante.

La prima scelta è in realtà un specie di “tassa” sui capitali bancari immobilizzati e non utilizzati per prestiti. Colpirebbe in modo uguale banche in condizioni molto diverse che – di fronte alla scelta tra subire la tassa o fare prestiti considerati “rischiosi” – potrebbero tranquillamente tenersi i soldi in cassa. In pratica, insomma, non cambierebbero comportamento e, quindi, resterebbe aperto il problema della “trasmissione” della politica monetaria espansiva a un'economia reale in contrazione (al di là delle chiacchiere, la “ripresa” di cui si legge sui giornali è un semplice stop alla caduta continua del Pil).

La seconda – cui ormai si è arreso anche Jens Weidmann, il “falco” rigorista presidente della Bundesbank – dipende dal tipo di titoli che la Bce sarebbe autorizzata ad acquistare. Quelli pubblici no, secondo Bundesbank, perché sarebbe un “aiuto agli stati”. Restano soltanto quelli “privati”, i cosiddetti corporate bond, che ovviamente dovrebbero essere di buona qualità. E qui casca l'asino italiano: le “nostre imprese” non amano molto questo tipo di strumento (qualcosa hanno emesso, negli anni, soltanto Eni, Enel, Fiat e poche altre di livello simile), anche perché abituate ad avere liquidità tramite le banche. Quindi l'”aiuto ai privati” che la Bce potrebbe dare acquistando i loro titoli di fatto non aiuterebbe affatto la capacità operativa delle imprese italiche.

Fin qui Zingales, costretto perciò ad appellarsi alla capacità di Visco di “battere i pugni sul tavolo” per ottenere che la Bce acquisti invece titoli di stato (ulteriore abbassamento dello spread e quindi del peso degli interessi sulla spesa pubblica italiana).

Ma proprio qui si annida il problema “monetario”. Se tutta l'Europa è in deflazione, i paesi che debbono tagliare il debito pubblico per rispettare il fiscal compact non hanno margine per recuperare il gap con i paesi più solidi (Germania e pochissimi altri), perché la “crescita del Pil” resta abbondantemente al di sotto di quel 3% che basterebbe appena a restare al livello attuale. Il gatto si morde la coda: il “rigore” richiesto per ridurre il debito pubblico svaluta lavoro e produzione al punto da retroagire sui tassi di attività del sistema. Se non c'è prospettiva di guadagno, le imprese non investono; se i prezzi sono attesi in calo, i consumatori non acquistano; se il lavoro manca, la gente emigra; tutto ciò riduce drasticamente il Pil e quindi ogni riduzione del debito pubblico, per quanto grande sia, non cambia affatto – o addirittura peggiora – il rapporto debito/Pil che si vorrebbe ridurre.

Né esiste una “soluzione keynesiana”. Non solo per motivi ideologici (il pensiero dominante è neoliberista, ergo l'unico “keynesismo” ammesso è a favore delle grandi banche, come si è visto tra il 2007 e il 2010). Lo “Stato” che dovrebbe elaborarla ancora non c'è; e la competitività tra gli Stati continentali è pesantemente squilibrata a favore di chi sta meglio (la Germania, sostanzialmente), anche se in prospettiva non benissimo.

Tutte le strade per una “soluzione indolore”, insomma, risultano bloccate. È così che si alimenta la “tendenza alla guerra”. La quale, è bene ricordare, non discende dalle ideologie “guerrafondaie” ma dall'impossibilità di risolvere con mezzi ordinari – come la politica monetaria – problemi straordinari (come la crisi sistemica).

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