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giovedì 29 ottobre 2015

La Fed rinvia ancora, ma il tempo sta per scadere


La strategia del penultimatum. Alla Federal Reserve sono – da mesi – palesemente bloccati circa la svolta da imprimere alla politica monetaria. E anche la riunione del Fomc (Federal Open Market Committee, il direttivo della banca centrale Usa) chiusasi ieri sera ha confermato che “grande è il disordine sotto il cielo” della finanza globale con epicentro negli Stati Uniti.

In realtà, la Fed ha quasi promesso un rialzo dei tassi di interesse fermi a zero da ormai sei anni (vedi il grafico) a dicembre. Definendolo però solo possibile ha continuato ad alimentare l'incertezza sull'opportunità di questa mossa. Il che, per gli “operatori istituzionali” sui mercati (le grandi banche d'affari, i fondi di investimento, ecc.) è peggio che avere una prospettiva negativa. Si possono infatti elaborare strategie finanziarie profittevoli anche con mercati in calo, ma non si può adottare nessuna strategia di medio periodo se non si può sapere entro quale cornice ci si troverà ad operare.

Verrebbe da ironizzare sui maestri della “precarietà per tutti” che si lamentano della precarietà in cui – per un breve periodo e in gran parte per colpa loro – si son venuti a trovare.

Le ragioni per essere incerti, però, sono praticamente infinite. La Fed ha, per obbligo statutario, quello di fare scelte di politica monetaria tenendo d'occhio due parametri fondamentali: il tasso di disoccupazione e il tasso di inflazione. Negli Usa, naturalmente. Il resto del mondo si arrangi. Quest'obbligo è già fonte di incertezza.

La percentuale ufficiale di disoccupati è infatti al 5,1% (anche se non tiene conto delle decine di milioni di “scoraggiati” che non si iscrivono neppure più alle liste di collocamento), ovvero molto al di sotto del 6% considerato – non si capisce in base a quale criterio, oppure sì “fisiologico”. Quindi un rialzo dei tassi di interesse sarebbe ampiamente giustificato.

Ma il tasso di inflazione rimane più vicino all'1% che non all'”ottimale” 2%. Quindi una restrizione della liquidità sarebbe sconsigliata. Tanto più se si va a guardare dentro i dati sull'occupazione Usa, sempre più popolata di working poors a bassa qualifica, part time e salario da fame che non da “buoni lavori”, stabili e ben retribuiti.

Ma ci sono le lamentele degli investitori istituzionali, banche d'affari in prima fila. Un così lungo periodo di tassi azzerati e liquidità a go-go (tre quantitative easing in soli cinque anni) ha permesso di aggiustare conti devastati dall'esplosione del 2008-209, ma sta anche appiattendo oltre il sopportabile i profitti attesi. I titoli di stato, persino quelli italiani, garantiscono ormai rendimenti vicini allo zero o addirittura negativi. E l'investimento alternativo – quello azionario – è considerato da tutti, da loro in primis, già fin troppo inflazionato (un'autentica bolla pronta a esplodere).

La richiesta è dunque quella di un “ritorno alla normalità”, con la garanzia a chi investe o presta denaro (stiamo parlando di finanzieri, non di imprenditori nell'economia reale) di guadagnare quanto da loro considerato “accettabile”. E fa certamente parte di questo pacchetto la richiesta di esser “liberati” da diverse regole prudenziali introdotte dopo il grande crack di pochi anni fa, per limitare l'”eccessiva propensione al rischio” (al casinò finanziario, in effetti) di questi stessi investitori istituzionali.

La straordinaria liquidità creata da tutte le banche centrali del pianeta preme dunque ora sulla Fed perché decida in modo chiaro: o fa capire che le cose resteranno ferme ancora a lungo, oppure sceglie di cominciare la via del rialzo dei tassi di interesse (ovvero la restrizione della liquidità). Che si trascina dietro come ovvia conseguenza un “allentamento dei controlli” sulle grandi società finanziarie (non date retta alle lamentele: sono quasi inesistenti, ma anche quel poco appare un “soffocamento” degli anima spirits).

Dipendesse solo da questo, la scelta della Fed sarebbe ancora semplice. In realtà sei anni di liquidità a volontà non hanno rimesso in moto nessun processo di accumulazione nell'economia reale. L'unico merito rivendicabile consiste nell'aver rinviato l'esplosione generale. Aprire la stagione dei rialzi e del “liberi tutti” per gli squali della finanza implica conseguenze devastanti in primo luogo per i cosiddetti “paesi emergenti”, complessivamente in deflazione o in recessione, oltretutto fortemente indebitati in dollari e quindi in prevedibile affanno di fronte a interessi sul debito in salita. Ed anche la non esaltante industria statunitense "complesso militare-industriale" a parte si troverebbe alle prese con maggiori difficoltà nelle esportazioni.

Ma una decisione di questo tipo ha un peso determinante anche sulle strategie di politica monetaria di tutte le altre banche centrali, a cominciare dalla Bce che ha appena annunciato una decisione del tutto opposta (un quantitative easing più aggressivo a partire da novembre).

È fin troppo ovvio che la Fed ha il ruolo del pesce pilota per tutti. Ma aumentare il costo del denaro mentre l'economia globale non accenna a uscire dalla recessione è – da sempre – accendere la miccia sotto un camion di tritolo.

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