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giovedì 29 ottobre 2015

A qualcuno piace il gendarme in redazione


Stiamo facendo una constatazione: nessun quotidiano italiano, tranne Repubblica – con una fotonotizia e un richiamo – mette in prima pagina la scelta di Erdogan di chiudere giornali e televisioni dell'opposizione a quattro giorni dalle elezioni politiche in Turchia.

È quasi banale pensare cosa sarebbe avvenuto se una decisione del genere fosse stata presa da qualche governo “non alleato”. Decine di pagine di servizi, commenti e condanne. In molti casi giustamente, in altri inventati di sana pianta (ci basterà ricordare, per tutti, la risibile storia della presunta “censura” nei confronti di Yoani Sanchez, blogger strapagata per fornire materiale di propaganda – pardon, di “comunicazione” – contro Cuba). Ma, in generale, una reazione contro la violazione di un pilastro centrale della democrazia liberale: la libertà di stampa.

Nessuna reazione o quasi, stavolta. Vuol dire che va bene, che si può accettare, che sta dentro il perimetro delle violenze giustificabili.

Secondo quale interesse superiore? Cosa ci può essere di più alto, per un giornalista che voglia vivere secondo lo standard deontologico descritto in ogni manuale di scuola?

A rigore, in questo caso, non si può parlare neanche di “interesse di stato”. La Turchia non è neppure dentro l'Unione Europea. Anzi, l'attuale governo turco sta trattando sul prezzo – tre miliardi, per ora – per trattenere sul suo territorio qualche milione di profughi siriani, iracheni e afghani che altrimenti si riverserebbero sulle isole greche e di lì, per mille vie, verso i paesi più ricchi dell'Europa continentale. Un complice retribuito, insomma, non un soggetto pari grado, da rispettare anche se magari a denti stretti.

Giornali e tv chiusi in Turchia, oltretutto, non sono neppure lontanamente ascrivibili a proprietà legate a “gruppi terroristici”, come pure Ankara prova a dire. Le irruzioni poliziesche di ieri, infatti, non sono state effettuate in media vicini a quelli che solo Erdogan considera tali – ovvero i curdi di ogni fede politica e la sinistra marxista turca. I militari hanno preso di mira i media riconducibili al movimento Hizmet, legato a Fetullah Gulen, predicatore islamista e magnate un tempo vicino allo stesso Erdogan e da tempo rifugiato... negli Stati Uniti.

Difficile dunque trovare giustificazioni per il silenzio complice dei giornalisti italiani. L'unica che ci viene in mente è “l'aria che tira”, nel mondo occidentale e anche, o soprattutto, qui da noi. È un'aria pre-bellica, in cui si annusa l'odore che proviene dalle guerre vere più o meno vicine ai nostri confini (un elenco ormai lunghissimo, dall'Ucraina alla Libia, passando per Siria, Palestina, Iraq, Kurdistan, Somalia, Eritrea, Afhanistan-Pakistan, Mali, ecc.) per cercare di capire dove sia meglio mettersi al riparo, sotto l'ombrello di un protettore potente. È un'aria che invita al servilismo servendosi dell'intimidazione continua, sproporzionata, urlata.

In un paese dove la polizia chiede più mezzi tecnologici e proiettili di gomma per “garantire l'ordine pubblico” nel periodo in cui è storicamente più bassa la conflittualità di piazza, a nostro avviso, appare “normale” al giornalista medio che in un paese membro della Nato il governo chiuda manu militari i media dell'opposizione. Comunque la pensi questa opposizione. E che dunque non vada espressa alcuna preoccupazione per le sorti della democrazia, in altri come in questo paese. E che, infine, non vada manifestata alcuna solidarietà concreta – esercitando semplicemente il proprio mestiere di cronisti e opinionisti – verso colleghi che hanno la sfortuna di lavorare sotto testate (e padroni) diverse dalla propria.

Non si tratta di una nostra illazione. C'è una linea di “pensiero professionale” apertamente rivendicata, e che sotterra la tradizione liberale del giornalismo british (“i fatti distinti dalle opinioni”) per adottare le regole del giornalismo embedded, letteralmente militarizzato.

Un esempio rifulgente di questa “nuova linea” nella comunicazione giornalistica è di sicuro Monica Maggioni, neopresidente della Rai, che tutti ricordano con giubbotto antiproiettile ed elmetto, con la divisa dell'esercito statunitense, al tempo della guerra in Iraq (quella del 2001); poi “normalizzatrice” di RaiNews24 (per anni gestita da Corradino Mineo); forse anche per questo ammessa alle conferenze del Bilderberg Group.

Citiamo letteralmente il suo pensiero in proposito:
Usciamo dalla retorica di una neutralità che non esiste e forse non è mai esistita, se non nella teoria. (…) E non sto parlando del gioco sporco della manovra truffaldina di chi altera gli eventi, le notizie, di chi costruisce in montaggio quello che non è mai accaduto. Sto parlando dello sguardo sulla realtà che ognuno di noi ha e si traduce in una scelta.

E’ una scelta girare la telecamera verso la folla o sul dettaglio del volto del potente che tiene il comizio. (…) Illuminiamo i volti e nascondiamo mondi.
In effetti non siamo più ai tempi – e alle tecniche – del Film Luce. La manipolazione ha fatto passi da gigante, ha sofisticato oltre il decodificabile le modalità di “produzione” di qualsiasi contenuto. Solo chi è del mestiere, ed anche molto bravo nel farlo, può capire quanto “lavoro sporco” c'è dentro una notizia.

Tutto ciò ha conseguenze devastanti, naturalmente. Nel senso comune di un paese, ma ormai anche di un intero continente. Qui da noi con un tocco di lercio in più della media, forse.

Anche per questo, nella piena consapevolezza dei limiti che abbiamo, continueremo a fare – con modestia ed orgoglio – il nostro lavoro. Di informazione e destrutturazione dell'informazione di regime.

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