È arrivato infine il tanto atteso taglio dei tassi da parte della BCE. In questo modo l’Eurotower rispetta le aspettative da lei stessa create negli ultimi mesi e si distanzia dalla politica della FED statunitense, che non prevede un cambiamento della sua strategia monetaria prima di fine anno.
Il taglio ammonta a 25 punti sia sui depositi (che vanno dal 4% al 3,75%) sia sul tasso di riferimento (sceso dal 4,50% al 4,25%), sia infine quello sui prestiti marginali (dal 4,75% al 4,50%). La piattaforma Facile.it ha calcolato che ciò comporterà, per un mutuo a tasso variabile medio, una riduzione di 18 euro al mese: quasi nulla se si pensa che chi ha sottoscritto un mutuo da 126.000 euro in 25 anni ha visto aumentare la rata di oltre il 60%.
Molti analisti hanno pensato, nelle scorse settimane, che questo sarebbe stato solo il primo di tre tagli attesi nel 2024. Eppure, i dati economici dell’ultimo periodo rendono di gran lunga più incerto quello che accadrà da luglio in poi. L’inflazione è leggermente aumentata a maggio rispetto ad aprile, e l’andamento discendente degli ultimi mesi, seppur non è scomparso, è andato rallentando.
Le aspettative del mercato, indicate da quello che è definito inflation swap 5y5y, hanno collocato l’obiettivo sull’inflazione leggermente sopra al 2% (2,24%-2,35%). Ma non è detto che la BCE, che ha comunque accettato che l’inflazione rimarrà sopra il 2% per buona parte del 2025, decida di accontentarsi e di non tentare di abbassarla ulteriormente.
E tuttavia, l’allentamento monetario sarebbe fondamentale ora per sostenere il rilancio dell’economia, degli investimenti e dei prestiti. In questo senso si era già espresso il governatore di Banca d’Italia, Fabio Panetta, che si era spinto persino oltre, affermando che qualcosa ai salari bisognava pur dare.
Quella delle retribuzioni è infatti una delle preoccupazioni dell’Eurotower. I salari e il costo del lavoro per ora lavorata sono tornati ad aumentare e la BCE non nasconde che il recupero parziale del potere d’acquisto perso (e cioè siamo lontani da quello precedente la spirale inflattiva) è utile per far girare il mercato. E allo stesso tempo, però, mettono paura ai vertici della banca.
Questi aumenti, come suggerito da Panetta, dovrebbero dunque essere assorbiti dalla riduzione dei margini di profitto, che hanno goduto di una vera e propria impennata nella prima fase dell’inflazione. Ma far accettare questa prospettiva a tanti rapaci imprenditori non è affatto facile, anche se già ora in minima parte sta avvenendo.
Rimane tuttavia il problema che, appunto, l’imprenditoria si oppone alla riduzione dei propri guadagni. E dunque immaginare ulteriori tagli, che disallineino ampiamente i tassi tra le due sponde dell’Atlantico, non sembra facile, perché potrebbero invogliare i capitali europei a spostarsi negli USA, dove le rendite e i dividendi risulterebbero più sostanziosi.
Ci troviamo in un sistema ostaggio dei profitti e della finanza. E allo stesso tempo risulta evidente che se la UE vuole continuare sulla strada di assumere maggiore autonomia strategica, non solo in campo militare ma anche in quello industriale, è necessario che i capitali non se ne vadano dal continente, a discapito della maggioranza della popolazione che dovrà pagare i costi per gli alti tassi.
Ad ora, l’aumento di qualche decimo di punto percentuale del PIL nel primo trimestre dell’anno e la flessione del calo dei prestiti permette alla BCE di ragionare ancora sulla possibilità di mantenerli tali. Ma questo approccio senza programmazione mostra l’incapacità della sua dirigenza di guardare sul lungo periodo e di immaginarsi modelli di sviluppo diversi da quello che oggi si è incancrenito in una crisi senza uscita.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/06/2024
18/12/2022
Inflazione, costo del denaro, crisi energetica: istruzioni per l’uso
La pandemia ha provocato penuria di materie prime. Quindi la domanda ha superato l’offerta e questo ha aperto la strada all’inflazione. Il percorso è stato accelerato dalla guerra guerreggiata in Ucraina e dalla guerra minacciata contro la Cina.
I prezzi delle materie prime sono schizzati alle stelle, quelli delle fonti energetiche sono andati in orbita. Come sempre, non c’è miglior investimento finanziario della guerra, una manna dal cielo per il capitalismo, come per i fabbricanti d’armi lo sono le bombe e i missili che cadono sulla testa dei civili.
Nell’economia capitalistica, succede sempre che qualcuno fa più soldi di altri, e allora bisogna calmierare l’inflazione. Se, per esempio, durante la pandemia ha fatto soldi la logistica e la grande distribuzione, e ha invece sofferto la manifattura e la produzione e distribuzione energetica, ecco che adesso questi settori si vogliono rifare, con gli interessi. Però proprio questo fa schizzare l’inflazione.
Che fare? “Bisogna aumentare il costo del denaro”, dice la teoria. Cioè, aumentare i tassi d’interesse, come sta succedendo negli Stati Uniti, che ormai viaggiano verso il 4,5% grazie alle ultime decisioni della Fed.
E grazie anche alla Bce, che in UE ha deciso – in pochi mesi – che l’Euro costi il 2% in più.
Secondo prassi, aumentando il costo del denaro, si dovrebbero rendere meno vantaggiosi gli investimenti finanziari provenienti dagli extraprofitti della speculazione, quindi si costringerebbe il mercato ad abbassare i prezzi: insomma, se calano i prezzi cala anche il costo del denaro.
Queste, che appaiono come decisioni tecniche per “raffreddare” l’inflazione, sono misure che in realtà passano sopra la testa dei governi e anche di alcuni listini di Borsa, ma cadono inesorabilmente come bombe economiche sulla testa dei cittadini, devastando i loro redditi.
Infatti, se per fermare gli aumenti dei prezzi al consumo e il costo della benzina, del gas e dell'energia elettrica – che quei prezzi spingono in alto – si ricorre all’aumento del costo del denaro, succede che nel frattempo diventa più oneroso pagare anche i mutui e i prestiti: per abbassare l’inflazione si calpesta senza scrupoli il corpo sociale.
Le banche centrali sono il nuovo Tallone di ferro [1] di una distopia che si chiama capitalismo finanziario.
In Italia, la situazione è più grave, perché stipendi e salari erano già bassi sulla linea di partenza della crisi attuale e – poiché la corsa inflattiva ha preso ormai velocità e si prevede percorra un lungo tragitto durante il 2023, correndo con la stagflazione che gli alita sul collo – le condizioni materiali sono diventate molto difficili, essendo stato depotenziato, ormai da tempo, lo Stato sociale, che anzi diventa un ulteriore costo sociale.
Le risorse per la Sanità, l’Istruzione e la Previdenza, pilastri dello Stato del benessere (welfare), sono ridotti a tralicci diroccati e arrugginiti della condizione del malessere sociale. Ogni anno le voci di bilancio sono tagliate per finanziare il debito pubblico, e quindi sottratte alla disponibilità della maggioranza dei cittadini, col risultato di trasformarsi in ulteriori costi a carico dei singoli.
Nel frattempo, molti comuni italiani stanno aumentando il prezzo del biglietto dei mezzi pubblici, tanto per dare un calcio sugli stinchi ai pendolari.
D’altronde, “la società non esiste, esistono i singoli individui” era il dogma della famigerata signora Thatcher, la madre del neoliberismo applicato alle politiche governative.
Cioè: se sei in difficoltà, è colpa tua. Che poi è la storia che si ripete – magari a pappagallo – con l’attacco nostrano al salario minimo o al reddito di cittadinanza.
Ricapitolando: se dal lavoro si guadagna poco e contemporaneamente si spende troppo per vivere, vuol dire che ancora una volta stiamo pagando una crisi economica, prodotta da scelte che sfuggono al nostro controllo politico, e che anzi agiscono contro le regole democratiche, perché violano senza scrupoli tutti i diritti.
E sappiamo, perché lo abbiamo già vissuto, che una volta sfiancati per raggiungere l’agognata ripresa, dopo la crisi, pagheremo anche quella, la ripresa: la crisi è sempre per tutti, e la ripresa solo per pochi.
E se per una volta provassimo a mettere in crisi chi ci ha messo in crisi? Il fatto è che stavolta è il non tentar che nuoce.
Note
[1] Il tallone di ferro dello scrittore statunitense Jack London è un romanzo fantapolitico e antitotalitario, considerato il primo esempio di letteratura distopica.
Fonte
I prezzi delle materie prime sono schizzati alle stelle, quelli delle fonti energetiche sono andati in orbita. Come sempre, non c’è miglior investimento finanziario della guerra, una manna dal cielo per il capitalismo, come per i fabbricanti d’armi lo sono le bombe e i missili che cadono sulla testa dei civili.
Nell’economia capitalistica, succede sempre che qualcuno fa più soldi di altri, e allora bisogna calmierare l’inflazione. Se, per esempio, durante la pandemia ha fatto soldi la logistica e la grande distribuzione, e ha invece sofferto la manifattura e la produzione e distribuzione energetica, ecco che adesso questi settori si vogliono rifare, con gli interessi. Però proprio questo fa schizzare l’inflazione.
Che fare? “Bisogna aumentare il costo del denaro”, dice la teoria. Cioè, aumentare i tassi d’interesse, come sta succedendo negli Stati Uniti, che ormai viaggiano verso il 4,5% grazie alle ultime decisioni della Fed.
E grazie anche alla Bce, che in UE ha deciso – in pochi mesi – che l’Euro costi il 2% in più.
Secondo prassi, aumentando il costo del denaro, si dovrebbero rendere meno vantaggiosi gli investimenti finanziari provenienti dagli extraprofitti della speculazione, quindi si costringerebbe il mercato ad abbassare i prezzi: insomma, se calano i prezzi cala anche il costo del denaro.
Queste, che appaiono come decisioni tecniche per “raffreddare” l’inflazione, sono misure che in realtà passano sopra la testa dei governi e anche di alcuni listini di Borsa, ma cadono inesorabilmente come bombe economiche sulla testa dei cittadini, devastando i loro redditi.
Infatti, se per fermare gli aumenti dei prezzi al consumo e il costo della benzina, del gas e dell'energia elettrica – che quei prezzi spingono in alto – si ricorre all’aumento del costo del denaro, succede che nel frattempo diventa più oneroso pagare anche i mutui e i prestiti: per abbassare l’inflazione si calpesta senza scrupoli il corpo sociale.
Le banche centrali sono il nuovo Tallone di ferro [1] di una distopia che si chiama capitalismo finanziario.
In Italia, la situazione è più grave, perché stipendi e salari erano già bassi sulla linea di partenza della crisi attuale e – poiché la corsa inflattiva ha preso ormai velocità e si prevede percorra un lungo tragitto durante il 2023, correndo con la stagflazione che gli alita sul collo – le condizioni materiali sono diventate molto difficili, essendo stato depotenziato, ormai da tempo, lo Stato sociale, che anzi diventa un ulteriore costo sociale.
Le risorse per la Sanità, l’Istruzione e la Previdenza, pilastri dello Stato del benessere (welfare), sono ridotti a tralicci diroccati e arrugginiti della condizione del malessere sociale. Ogni anno le voci di bilancio sono tagliate per finanziare il debito pubblico, e quindi sottratte alla disponibilità della maggioranza dei cittadini, col risultato di trasformarsi in ulteriori costi a carico dei singoli.
Nel frattempo, molti comuni italiani stanno aumentando il prezzo del biglietto dei mezzi pubblici, tanto per dare un calcio sugli stinchi ai pendolari.
D’altronde, “la società non esiste, esistono i singoli individui” era il dogma della famigerata signora Thatcher, la madre del neoliberismo applicato alle politiche governative.
Cioè: se sei in difficoltà, è colpa tua. Che poi è la storia che si ripete – magari a pappagallo – con l’attacco nostrano al salario minimo o al reddito di cittadinanza.
Ricapitolando: se dal lavoro si guadagna poco e contemporaneamente si spende troppo per vivere, vuol dire che ancora una volta stiamo pagando una crisi economica, prodotta da scelte che sfuggono al nostro controllo politico, e che anzi agiscono contro le regole democratiche, perché violano senza scrupoli tutti i diritti.
E sappiamo, perché lo abbiamo già vissuto, che una volta sfiancati per raggiungere l’agognata ripresa, dopo la crisi, pagheremo anche quella, la ripresa: la crisi è sempre per tutti, e la ripresa solo per pochi.
E se per una volta provassimo a mettere in crisi chi ci ha messo in crisi? Il fatto è che stavolta è il non tentar che nuoce.
Note
[1] Il tallone di ferro dello scrittore statunitense Jack London è un romanzo fantapolitico e antitotalitario, considerato il primo esempio di letteratura distopica.
Fonte
12/05/2022
Pressing tedesco sulla Bce per aumentare i tassi di interesse
Si fa più intensa la spinta degli “austeri” per aumentare i tassi di interesse il prima possibile. Il tasso di inflazione europea è al di sopra del 7%, mentre il tasso di interesse base è a zero, e quello sui depositi presso la Bce addirittura negativo dello 0,5%.
La politica monetaria, a questo punto, dovrebbe più o meno velocemente seguire il corso preso dalla Federal Reserve statunitense, anche perché un differenziale troppo alto tra tassi Usa ed europei favorisce – come sempre – la fuga di capitali verso il paese con i tassi più alti, aumentando il valore del dollaro nei confronti dell’euro.
Ha aperto le danze, non a caso, il presidente di Bundesbank – la banca centrale tedesca – Joachim Nagel, il successore di Jens Weidmann. “Ritardare un cambio di rotta della politica monetaria è una strategia rischiosa. Più pressioni inflazionistiche si diffondono, maggiore è la necessità di un aumento molto forte e brusco dei tassi”.
E siccome il “nemico” è, per quelli come lui, sempre il debito pubblico, non è mancata la stoccata verso i paesi col maggior gravame: “alcuni governi potrebbero spingere contro una stretta monetaria di entità adeguata, mettendo a rischio l’indipendenza della banca centrale”.
Discorso diretto contro Italia, Grecia, Spagna (e Francia), ma abbastanza infame in bocca a un tedesco, ossia all’unico paese europeo in cui le scelte della Bce vengono spesso sottoposte al giudizio della Corte Suprema di Karlsruhe (l’equivalente della nostra Corte Costituzionale) per vedere se corrispondono o no ai criteri costituzionali nazionali.
Insomma: solo la Germania avrebbe il diritto (che presentano come un “dovere”) di condizionare la politica monetaria continentale.
Sulla falsariga di Nagel si era già espresso l’omologo finlandese (paese sedicente “virtuoso” sempre in prima fila sul fronte dell’austerità), ma con parere diametralmente opposto di François Villeroy de Galhau, secondo cui – al massimo – la Bce dovrebbe considerare il ritorno del tasso di deposito da 0,5% a zero.
L’aumento dei tassi avrebbe conseguenze pesanti per le economie europee, già sotto stress dopo due anni di pandemia e con una guerra in corso, che hanno ristretto le prospettive di crescita (anzi: stanno facendo intravedere una nuova recessione) in presenza di una forte spinta all’aumento dei prezzi.
Questi timori, in effetti, stanno frenando la Bce a intraprendere la strada della Fed, ma è chiaro che non c’è una visione comune della politica monetaria perché ogni paese si trova in condizioni economiche profondamente diverse. Un po’ come sulla questione del gas russo, che pesa soprattutto per chi ne dipende di più.
Ma “i mercati”, come si dice, utilizzano le informazioni sui diversi interessi per fare quelli degli investitori privati. E al momento stanno cominciando a scaricare le proprie “posizioni” sia nell’azionario che sui titoli di stato – specie quelli europei, e in primo luogo dei paesi più indebitati – dando vita così a un fenomeno piuttosto raro. Di norma, infatti, i due settori seguono dinamiche opposte, compensandosi in qualche modo a vicenda.
In questo caso, invece, la fuga avviene chiaramente dai mercati europei (e in parte asiatici) verso quelli statunitensi. Ma non per questo Wall Street sta passando un ben momento. Il che è a sua volta un’altra “novità”. E non sembra positiva...
Fonte
La politica monetaria, a questo punto, dovrebbe più o meno velocemente seguire il corso preso dalla Federal Reserve statunitense, anche perché un differenziale troppo alto tra tassi Usa ed europei favorisce – come sempre – la fuga di capitali verso il paese con i tassi più alti, aumentando il valore del dollaro nei confronti dell’euro.
Ha aperto le danze, non a caso, il presidente di Bundesbank – la banca centrale tedesca – Joachim Nagel, il successore di Jens Weidmann. “Ritardare un cambio di rotta della politica monetaria è una strategia rischiosa. Più pressioni inflazionistiche si diffondono, maggiore è la necessità di un aumento molto forte e brusco dei tassi”.
E siccome il “nemico” è, per quelli come lui, sempre il debito pubblico, non è mancata la stoccata verso i paesi col maggior gravame: “alcuni governi potrebbero spingere contro una stretta monetaria di entità adeguata, mettendo a rischio l’indipendenza della banca centrale”.
Discorso diretto contro Italia, Grecia, Spagna (e Francia), ma abbastanza infame in bocca a un tedesco, ossia all’unico paese europeo in cui le scelte della Bce vengono spesso sottoposte al giudizio della Corte Suprema di Karlsruhe (l’equivalente della nostra Corte Costituzionale) per vedere se corrispondono o no ai criteri costituzionali nazionali.
Insomma: solo la Germania avrebbe il diritto (che presentano come un “dovere”) di condizionare la politica monetaria continentale.
Sulla falsariga di Nagel si era già espresso l’omologo finlandese (paese sedicente “virtuoso” sempre in prima fila sul fronte dell’austerità), ma con parere diametralmente opposto di François Villeroy de Galhau, secondo cui – al massimo – la Bce dovrebbe considerare il ritorno del tasso di deposito da 0,5% a zero.
L’aumento dei tassi avrebbe conseguenze pesanti per le economie europee, già sotto stress dopo due anni di pandemia e con una guerra in corso, che hanno ristretto le prospettive di crescita (anzi: stanno facendo intravedere una nuova recessione) in presenza di una forte spinta all’aumento dei prezzi.
Questi timori, in effetti, stanno frenando la Bce a intraprendere la strada della Fed, ma è chiaro che non c’è una visione comune della politica monetaria perché ogni paese si trova in condizioni economiche profondamente diverse. Un po’ come sulla questione del gas russo, che pesa soprattutto per chi ne dipende di più.
Ma “i mercati”, come si dice, utilizzano le informazioni sui diversi interessi per fare quelli degli investitori privati. E al momento stanno cominciando a scaricare le proprie “posizioni” sia nell’azionario che sui titoli di stato – specie quelli europei, e in primo luogo dei paesi più indebitati – dando vita così a un fenomeno piuttosto raro. Di norma, infatti, i due settori seguono dinamiche opposte, compensandosi in qualche modo a vicenda.
In questo caso, invece, la fuga avviene chiaramente dai mercati europei (e in parte asiatici) verso quelli statunitensi. Ma non per questo Wall Street sta passando un ben momento. Il che è a sua volta un’altra “novità”. E non sembra positiva...
Fonte
02/05/2022
Occhi sulla Fed, ma senza sperare in miracoli
Una crisi che dura da quindici anni e da cui non si è mai usciti davvero, nonostante la “finanza creativa” e il whatever it takes che ha reso Draghi famoso nonostante la sua soluzione – quantitative easing, ossia denaro fresco di stampa regalato ai principali operatori di mercato – abbia solo spostato di qualche anno la resa dei conti.
Anche i media economici enumerano i grandi momenti di panico del mercato globale – 2008: fallimento di Lehmann Brothers e decine di salvataggi di banche a carico del bilancio federale Usa, identica soluzione presa dopo qualche mese dalla BCE, poi la pandemia (anche 10% in meno sulla crescita occidentale), poi l’esplosione dei prezzi delle materie prime, il veloce aumento dell’inflazione e infine la guerra.
Come sempre, quando il quadro è così fosco, tutti gli occhi si rivolgono verso la Federal Reserve statunitense, abituati come sono a considerarla il faro della globalizzazione a egemonia Usa (e del dollaro). In settimana si riusce il FOMC – il comitato operativo – per decidere un rialzo dei tassi di interesse.
Sarà il secondo in pochi mesi, dopo quasi un decennio di tassi zero, acquisto di ogni tipo di titoli (specie di derivati dal valore ignoto), soldi regalati e interessi negativi sul denaro in prestito (un controsenso, nell’economia capitalistica). Gli analisti prevedono che sarà un rialzo consistente – lo 0,5%, dopo lo 0,25% precedente – per dare un robusto segnale ai mercati sull’intenzione di combattere l’inflazione (negli Usa arrivata all’8,5%).
Il problema è che questa strategia – aumentare i tassi di interesse per “raffreddare” l’economia e gli aumenti dei prezzi – ha un senso quando l’economia “corre troppo”, innescando aumenti sia dei prezzi delle merci sia dei salari. In pratica, si rende più costoso il denaro da prestito e si scoraggiano i nuovi investimenti, costringendo le imprese a meditare meglio sulle proprie strategia di mercato.
Ma in questo momento l’economia neoliberista occidentale è quasi ferma. Negli Usa si è registrato addirittura un arretramento dell’1,4% nel primo trimestre di quest’anno. Se anche il secondo desse risultati simili gli Usa sarebbe “tecnicamente” in recessione.
Bene che vada, insomma, possono sperare in uno stentato risultato positivo, come in Europa, se la guerra si fermerà nelle prossime settimane...
E già questi pochi elementi concorrono a disegnare un quadro imprevisto dai manuali di macroeconomia monetaria che costituiscono la bussola per i banchieri centrali.
L’economia è in stagnazione e andrebbe semmai “stimolata”: o con investimenti pubblici (che il Congresso Usa per il momento osteggia), o con la diminuzione dei tassi di interesse.
L’inflazione è “esogena”, ossia ha le sue cause non nella forte dinamica economica ma nella scarsità di risorse immediatamente disponibili, dopo che per due anni la pandemia aveva fatto contrarre produzione di semilavorati ed estrazione di materie prime, soprattutto energetiche.
In più c’è la guerra in Ucraina e le sanzioni a raffica prese nei confronti della Russia, che danneggiano però soprattutto l’economia e le imprese europee. Persino Luca Ricolfi, addirittura su Repubblica, ha dovuto spendersi in “parole di pace” fondando la sua analisi sulla divergenza strategica di interessi tra Europa e Stati Uniti:
“Primo, perché le sanzioni che infliggiamo alla Russia sono catastrofiche per le economie europee (specie di Germania e Italia), ma fanno appena il solletico all’economia americana.
Secondo, perché un eventuale allargamento del conflitto toccherebbe innanzitutto l’Europa, mentre difficilmente metterebbe a repentaglio la sicurezza degli americani.
Terzo, perché, per vari motivi, il rischio nucleare che corre l’Europa è incomparabilmente superiore a quello degli Stati Uniti (le centrali nucleari a rischio sono tutte in Ucraina, l’eventualità di un attacco nucleare russo agli Stati Uniti è remota).”
Tenendo conto, se non di tutto, almeno di questa serie di fattori più evidenti, è chiaro che la Federal Reserve – qualsiasi decisione prenda – farà scelte dolorose per molti. Una frenata aggiuntiva dell’economia americana, infatti, si riverbera immediatamente sui paesi che hanno negli Usa lo sbocco commerciale principale (l’Europa, appunto, e la Germania in primo luogo).
Ma ne ha anche sui lavoratori statunitensi, che già si ritrovano con salari bloccati da una vita. Inflazione e frenata – “stagflazione”, si usa definirla – impediscono di ottenere aumenti salariali mentre l’inflazione si divora parte del reddito mensile (per non dire degli eventuali risparmi).
E così a cascata su tutta la catena del valore che ha negli Usa ha origine o fine.
Su una sola cosa l’aumento dei tassi avrà un’influenza “positiva”, e soltanto per gli Stati Uniti. Trovando una remunerazione maggiore, dopo anni di interessi zero, una massa spaventosa di capitale finanziario lascerà i lidi di mezzo mondo per riversarsi tra Washington e Los Angeles.
Il “sogno americano” si è ristretto a questo solo movimento. Ci riuscì Paul Volcker, quando Reagan entrò alla Casa Bianca nel 1980. Fu l’inaugurazione della stagione neoliberista, con i “Chicago Boys” ai posti di comando.
Ma è sempre difficile che le ricette usate per aprire un ciclo possano riuscire anche quando quel ciclo è giunto alla fine. Quel mondo non esiste più, e anche quelle “soluzioni” oggi moltiplicano i problemi invece di risolverli.
Lo sanno anche “i mercati”, che hanno smesso di festeggiare...
Fonte
Anche i media economici enumerano i grandi momenti di panico del mercato globale – 2008: fallimento di Lehmann Brothers e decine di salvataggi di banche a carico del bilancio federale Usa, identica soluzione presa dopo qualche mese dalla BCE, poi la pandemia (anche 10% in meno sulla crescita occidentale), poi l’esplosione dei prezzi delle materie prime, il veloce aumento dell’inflazione e infine la guerra.
Come sempre, quando il quadro è così fosco, tutti gli occhi si rivolgono verso la Federal Reserve statunitense, abituati come sono a considerarla il faro della globalizzazione a egemonia Usa (e del dollaro). In settimana si riusce il FOMC – il comitato operativo – per decidere un rialzo dei tassi di interesse.
Sarà il secondo in pochi mesi, dopo quasi un decennio di tassi zero, acquisto di ogni tipo di titoli (specie di derivati dal valore ignoto), soldi regalati e interessi negativi sul denaro in prestito (un controsenso, nell’economia capitalistica). Gli analisti prevedono che sarà un rialzo consistente – lo 0,5%, dopo lo 0,25% precedente – per dare un robusto segnale ai mercati sull’intenzione di combattere l’inflazione (negli Usa arrivata all’8,5%).
Il problema è che questa strategia – aumentare i tassi di interesse per “raffreddare” l’economia e gli aumenti dei prezzi – ha un senso quando l’economia “corre troppo”, innescando aumenti sia dei prezzi delle merci sia dei salari. In pratica, si rende più costoso il denaro da prestito e si scoraggiano i nuovi investimenti, costringendo le imprese a meditare meglio sulle proprie strategia di mercato.
Ma in questo momento l’economia neoliberista occidentale è quasi ferma. Negli Usa si è registrato addirittura un arretramento dell’1,4% nel primo trimestre di quest’anno. Se anche il secondo desse risultati simili gli Usa sarebbe “tecnicamente” in recessione.
Bene che vada, insomma, possono sperare in uno stentato risultato positivo, come in Europa, se la guerra si fermerà nelle prossime settimane...
E già questi pochi elementi concorrono a disegnare un quadro imprevisto dai manuali di macroeconomia monetaria che costituiscono la bussola per i banchieri centrali.
L’economia è in stagnazione e andrebbe semmai “stimolata”: o con investimenti pubblici (che il Congresso Usa per il momento osteggia), o con la diminuzione dei tassi di interesse.
L’inflazione è “esogena”, ossia ha le sue cause non nella forte dinamica economica ma nella scarsità di risorse immediatamente disponibili, dopo che per due anni la pandemia aveva fatto contrarre produzione di semilavorati ed estrazione di materie prime, soprattutto energetiche.
In più c’è la guerra in Ucraina e le sanzioni a raffica prese nei confronti della Russia, che danneggiano però soprattutto l’economia e le imprese europee. Persino Luca Ricolfi, addirittura su Repubblica, ha dovuto spendersi in “parole di pace” fondando la sua analisi sulla divergenza strategica di interessi tra Europa e Stati Uniti:
“Primo, perché le sanzioni che infliggiamo alla Russia sono catastrofiche per le economie europee (specie di Germania e Italia), ma fanno appena il solletico all’economia americana.
Secondo, perché un eventuale allargamento del conflitto toccherebbe innanzitutto l’Europa, mentre difficilmente metterebbe a repentaglio la sicurezza degli americani.
Terzo, perché, per vari motivi, il rischio nucleare che corre l’Europa è incomparabilmente superiore a quello degli Stati Uniti (le centrali nucleari a rischio sono tutte in Ucraina, l’eventualità di un attacco nucleare russo agli Stati Uniti è remota).”
Tenendo conto, se non di tutto, almeno di questa serie di fattori più evidenti, è chiaro che la Federal Reserve – qualsiasi decisione prenda – farà scelte dolorose per molti. Una frenata aggiuntiva dell’economia americana, infatti, si riverbera immediatamente sui paesi che hanno negli Usa lo sbocco commerciale principale (l’Europa, appunto, e la Germania in primo luogo).
Ma ne ha anche sui lavoratori statunitensi, che già si ritrovano con salari bloccati da una vita. Inflazione e frenata – “stagflazione”, si usa definirla – impediscono di ottenere aumenti salariali mentre l’inflazione si divora parte del reddito mensile (per non dire degli eventuali risparmi).
E così a cascata su tutta la catena del valore che ha negli Usa ha origine o fine.
Su una sola cosa l’aumento dei tassi avrà un’influenza “positiva”, e soltanto per gli Stati Uniti. Trovando una remunerazione maggiore, dopo anni di interessi zero, una massa spaventosa di capitale finanziario lascerà i lidi di mezzo mondo per riversarsi tra Washington e Los Angeles.
Il “sogno americano” si è ristretto a questo solo movimento. Ci riuscì Paul Volcker, quando Reagan entrò alla Casa Bianca nel 1980. Fu l’inaugurazione della stagione neoliberista, con i “Chicago Boys” ai posti di comando.
Ma è sempre difficile che le ricette usate per aprire un ciclo possano riuscire anche quando quel ciclo è giunto alla fine. Quel mondo non esiste più, e anche quelle “soluzioni” oggi moltiplicano i problemi invece di risolverli.
Lo sanno anche “i mercati”, che hanno smesso di festeggiare...
Fonte
07/08/2019
Il controsenso del denaro che non “rende”
C’è una legge economica che è sempre stata in vigore, anche molto prima della comparsa del modo di produzione capitalistico: si presta denaro a qualcuno per riceverne di più alla scadenza fissata.
Le eccezioni a questa legge hanno sempre avuto carattere politico (finanziare a fondo perduto la ricostruzione di un paese o di sue zone devastate da calamità, naturali o belliche), e messe in moto da un potere statuale (dagli Assiri ad oggi, potremmo dire).
Ma nell’attività ordinaria, sia pubblica che privata, quel “di più” ricevuto dal prestatore di denaro (interesse) è il “premio” per il rischio, sempre possibile, che il debitore non restituisca la somma ricevuta (per impossibilità reale o per dolo).
Insomma: prestare denaro con la certezza di perderne una parte è un controsenso, in qualsiasi modo di produzione.
Per meglio dire, è un segnale che quel sistema non funziona più.
Il che sarebbe logico, come detto, in caso di catastrofi naturali o come effetto di una guerra, ma non quando (e dove) non si sono verificate né le une né le altre.
Questa è la situazione in cui si trova (in parte) l’economia mondiale, ma soprattutto quella europea. I tassi di interesse reali (quelli nominali più il tasso di inflazione) sono negativi da anni. E più un paese è economicamente forte, più i suoi titoli di stato sono considerati “sicuri”, più sono negativi i tassi.
Il che ha un risvolto positivo per i conti pubblici di qualche Stato (la Germania, soprattutto), ma molti – e tutti negativi – per i mitici “investitori” e a maggior ragione per i “risparmiatori” (chiunque possieda un conto in banca, in pratica, anche solo per ricevere lo stipendio).
Nella assurda condizione europea pesano certamente le difficoltà globali. Da dieci anni a questa parte, per le economie “mature” (i paesi di più lunga tradizione capitalistica), non c’è mai stata una vera ripresa dalla crisi del 2007-2009. Al massimo, i più fortunati, sono tornati ai livelli precedenti, mentre alcune economie emergenti (la Cina, ma non solo) crescevano a ritmi inimmaginabili qui.
Ma in primo luogo pesa il “modello di sviluppo” imposto dal sistema dei trattati dell’Unione Europea: si è puntato tutto sulle esportazioni, comprimendo la “domanda interna” attraverso la riduzione del monte salari reali (con l’esplosione dei contratti precari e del part time involontario). In questo modo le merci da esportare costavano meno ed erano più “competitive”, con il perverso effetto di non stimolare un adeguato ritmo di sviluppo tecnologico.
Per qualcuno ha funzionato (la Germania e l’Olanda), permettendo di riscrivere le filiere produttive e/o attirare fiscalmente multinazionali di altri paesi (Fiat/Fca e non solo), per altri è stato un disastro (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Francia). Sono ingigantite le disuguaglianze, in una crescita quasi a “somma zero”, ma complessivamente questo sistema ha “tenuto” per parecchi anni.
Quando la “globalizzazione” si è interrotta (dieci anni fa, appunto, con la crisi), ed è cominciata l’era della “competizione tra macro-aree economiche” (inter-imperialista, si diceva quando si pensava in termini sistemici), le esportazioni sono andate diminuendo e con esse anche la dinamica di crescita delle economie continentali.
Resiste chi ha nel frattempo sviluppato il mercato interno, aumentando i salari nazionali (le economie emergenti). Stagna o arretra chi ha fatto la scelta opposta, da 30 anni a questa parte (l’eurozona, in primo luogo, ma anche gli Stati Uniti, dove i profitti finanziari non si trasmettono più all’economia reale).
Ripetiamo, dunque: che il prestare denaro non garantisca più un guadagno, ma anzi assicuri una perdita, è un sintomo di malattia grave del sistema. Che ormai galleggia sul mare di liquidità – in gran parte fittizia – garantito da quasi dieci anni di “politiche monetarie ultra-espansive” messe in atto da tutte le banche centrali principali (Federal Reserve, Bce, BoJ, Bank of England).
Come sa ogni mediocre marinaio, se galleggi e basta stai andando alla deriva. Prima o poi una costa o scogli affioranti li incontri. E ci sbatti contro.
Per una attenta analisi tecnica, l’editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa può aiutare anche gli increduli.
Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
La politica dei tassi di interesse negativi, adottata dalla BCE, è una novità assoluta in migliaia di anni di storia del denaro. E sta producendo effetti disastrosi per tutti.
La decisione iniziale, al riguardo, fu la penalizzazione dei depositi bancari ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria presso la stessa BCE: si voleva disincentivare, con un tasso negativo, il parcheggio di liquidità presso la stessa Banca centrale europea. Si riteneva, in questo modo, di indurre le banche ad effettuare il loro mestiere, che è quello di prestare il denaro.
In realtà, ci sono altri, e ben più pesanti condizionamenti rispetto alla concessione dei crediti, che sono stati imposti dalla medesima BCE: c’è, primo tra tutti, il rapporto tra crediti erogati e capitale bancario, pesato per di più in funzione del rischio di ciascuna categoria di prestiti (RWA).
E poi, come se non bastasse, c’è una questione di fondo, che riguarda il clima economico: il nuovo credito viene erogato in funzione delle aspettative dell’investitore. Se le aspettative sono di una stagnazione del mercato, ed ancor più quando l’impresa ha una capacità produttiva non completamente utilizzata, di certo non progetta di fare nuovi impianti. Al massimo cerca di ridurre i costi, rendendo più efficienti gli impianti già esistenti.
La caduta degli investimenti privati, in tutta Europa, è una conseguenza di questa situazione di mercato depresso, di scarsa domanda interna, e di consumi stagnanti. Tutto frutto delle politiche fiscali restrittive imposta dal Fiscal Compact e dalla strategia di deflazione salariale, volta ad incrementare la competitività dell’export. Ora che l’export si è piantato, l’economia europea boccheggia.
Abbiamo perso dieci anni, con danni immensi.
Se, dunque, gli effetti dei tassi di interesse negativi sui depositi ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria sono stati inutili rispetto all’obiettivo di aumentare il credito, anche le politiche di T-LTRO non hanno sortito alcun effetto: è del tutto inutile erogare liquidità a 3 anni alle banche, quando il credito che dovrebbe essere erogato con queste somme ha un ritorno economico dell’investimento su un lasso di tempo assai più ampio.
Le banche, quando prendono denaro a 3 anni dalla BCE, poi lo impiegano con crediti a medio e lungo termine, almeno a 5 anni: un altro buco nell’acqua.
Il QE è stato devastante: l’acquisto da parte della BCE di titoli di Stato già emessi, sul mercato secondario, ha depresso i loro rendimenti a tal punto che la curva si è spostata al di sotto dello zero: in pratica, ancora oggi, i titoli tedeschi a dieci anni hanno un rendimento nominale negativo. Tenendo conto che in Germania l’inflazione dei prezzi al consumo è quasi al livello del 2% annuo, si arriva ad un rendimento reale negativo particolarmente penalizzante.
Sul breve termine, anche i titoli italiani hanno avuto questa caratteristica. In Svizzera, anche i titoli a 50 anni, hanno rendimenti negativi: è il prezzo che viene pagato per tenere il denaro in una cassaforte.
Così facendo, sono penalizzati tutti gli investitori che cercano un rendimento attraverso investimenti a bassissimo grado di rischio: prestano denaro, ma invece di guadagnarci ci perdono. Alla scadenza, infatti, viene restituito loro meno denaro di quanto ne hanno prestato.
Non solo vengono massacrati i singoli risparmiatori, ma anche i fondi pensione, le assicurazioni e le stesse banche. Queste, infatti, detengono i titoli di Stato come alternativa alla liquidità depositata presso la BCE. I fondi pensione sono costretti a cercare investimenti rischiosi, così come le assicurazioni: una crisi, farebbe crollare tutto.
Siamo arrivati così al paradosso: con i tassi nominali negativi, la BCE ha adottato una politica che è diametralmente opposta rispetto al mandato ricevuto. Questo consiste infatti nell’assicurare la stabilità della moneta, intesa come una garanzia di mantenimento del valore del denaro attraverso la stabilità dei prezzi. L’inflazione, infatti, erode il valore del risparmio.
Inutile, anzi impossibile, fare confronti con il Giappone o con gli Stati Uniti.
Negli USA, ancora oggi, il tasso di rendimento dei titoli del Tesoro è sempre stato positivo, anche in termini reali. Non c’è alcun motivo al mondo che giustifichi, nel raffronto, i tassi negativi sui titoli tedeschi, se non la diversa politica monetaria.
Neppure in Giappone ci sono tassi negativi. La BoJ, con la politica del tasso zero sui titoli di Stato, ha solo ridotto il costo degli interessi sul bilancio pubblico. Visto che i guadagni di produttività delle imprese vanno tutti alla riduzione dei prezzi di vendita, seguendo lo schema funzionale al mantenimento della competitività dell’export sui mercati internazionali, il ritorno per gli investitori in titoli di Stato giapponesi, che sono tutti giapponesi, risiede nell’aumento del valore reale del risparmio investito. Il colossale debito pubblico giapponese, d’altra parte, è finalizzato ad investimenti infrastrutturali che migliorano la produttività generale.
I giapponesi hanno imparato dalla crisi del Nikkei: non investono più in asset il cui prezzo tende ad inflazionarsi, come gli immobili o le azioni. E se investono in titoli del tesoro americano, lo fanno per tenere basso il cambio dello yen sul dollaro.
Se la BCE avesse finanziato investimenti infrastrutturali pubblici, comprando obbligazioni emesse dalla BEI, avrebbe sicuramente ottenuto risultati migliori sia in termini di crescita economica, che di occupazione.
Ed invece, con i tassi negativi, ha sacrificato anche gli investitori sull’altare del mercantilismo: bisogna produrre ai costi più bassi possibili, sacrificando sia i salari dei dipendenti che il capitale dei risparmiatori.
Le conseguenze devastanti sono sotto gli occhi di tutti: l’economia dell’Eurozona è in frenata, e quella tedesca non fa eccezione. Non c’è domanda, non c’è mercato.
L’Eurozona è ferma, mentre la BCE massacra il risparmio.
Fonte
Le eccezioni a questa legge hanno sempre avuto carattere politico (finanziare a fondo perduto la ricostruzione di un paese o di sue zone devastate da calamità, naturali o belliche), e messe in moto da un potere statuale (dagli Assiri ad oggi, potremmo dire).
Ma nell’attività ordinaria, sia pubblica che privata, quel “di più” ricevuto dal prestatore di denaro (interesse) è il “premio” per il rischio, sempre possibile, che il debitore non restituisca la somma ricevuta (per impossibilità reale o per dolo).
Insomma: prestare denaro con la certezza di perderne una parte è un controsenso, in qualsiasi modo di produzione.
Per meglio dire, è un segnale che quel sistema non funziona più.
Il che sarebbe logico, come detto, in caso di catastrofi naturali o come effetto di una guerra, ma non quando (e dove) non si sono verificate né le une né le altre.
Questa è la situazione in cui si trova (in parte) l’economia mondiale, ma soprattutto quella europea. I tassi di interesse reali (quelli nominali più il tasso di inflazione) sono negativi da anni. E più un paese è economicamente forte, più i suoi titoli di stato sono considerati “sicuri”, più sono negativi i tassi.
Il che ha un risvolto positivo per i conti pubblici di qualche Stato (la Germania, soprattutto), ma molti – e tutti negativi – per i mitici “investitori” e a maggior ragione per i “risparmiatori” (chiunque possieda un conto in banca, in pratica, anche solo per ricevere lo stipendio).
Nella assurda condizione europea pesano certamente le difficoltà globali. Da dieci anni a questa parte, per le economie “mature” (i paesi di più lunga tradizione capitalistica), non c’è mai stata una vera ripresa dalla crisi del 2007-2009. Al massimo, i più fortunati, sono tornati ai livelli precedenti, mentre alcune economie emergenti (la Cina, ma non solo) crescevano a ritmi inimmaginabili qui.
Ma in primo luogo pesa il “modello di sviluppo” imposto dal sistema dei trattati dell’Unione Europea: si è puntato tutto sulle esportazioni, comprimendo la “domanda interna” attraverso la riduzione del monte salari reali (con l’esplosione dei contratti precari e del part time involontario). In questo modo le merci da esportare costavano meno ed erano più “competitive”, con il perverso effetto di non stimolare un adeguato ritmo di sviluppo tecnologico.
Per qualcuno ha funzionato (la Germania e l’Olanda), permettendo di riscrivere le filiere produttive e/o attirare fiscalmente multinazionali di altri paesi (Fiat/Fca e non solo), per altri è stato un disastro (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Francia). Sono ingigantite le disuguaglianze, in una crescita quasi a “somma zero”, ma complessivamente questo sistema ha “tenuto” per parecchi anni.
Quando la “globalizzazione” si è interrotta (dieci anni fa, appunto, con la crisi), ed è cominciata l’era della “competizione tra macro-aree economiche” (inter-imperialista, si diceva quando si pensava in termini sistemici), le esportazioni sono andate diminuendo e con esse anche la dinamica di crescita delle economie continentali.
Resiste chi ha nel frattempo sviluppato il mercato interno, aumentando i salari nazionali (le economie emergenti). Stagna o arretra chi ha fatto la scelta opposta, da 30 anni a questa parte (l’eurozona, in primo luogo, ma anche gli Stati Uniti, dove i profitti finanziari non si trasmettono più all’economia reale).
Ripetiamo, dunque: che il prestare denaro non garantisca più un guadagno, ma anzi assicuri una perdita, è un sintomo di malattia grave del sistema. Che ormai galleggia sul mare di liquidità – in gran parte fittizia – garantito da quasi dieci anni di “politiche monetarie ultra-espansive” messe in atto da tutte le banche centrali principali (Federal Reserve, Bce, BoJ, Bank of England).
Come sa ogni mediocre marinaio, se galleggi e basta stai andando alla deriva. Prima o poi una costa o scogli affioranti li incontri. E ci sbatti contro.
Per una attenta analisi tecnica, l’editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa può aiutare anche gli increduli.
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BCE sul baratro dei tassi negativi
Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
La politica dei tassi di interesse negativi, adottata dalla BCE, è una novità assoluta in migliaia di anni di storia del denaro. E sta producendo effetti disastrosi per tutti.
La decisione iniziale, al riguardo, fu la penalizzazione dei depositi bancari ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria presso la stessa BCE: si voleva disincentivare, con un tasso negativo, il parcheggio di liquidità presso la stessa Banca centrale europea. Si riteneva, in questo modo, di indurre le banche ad effettuare il loro mestiere, che è quello di prestare il denaro.
In realtà, ci sono altri, e ben più pesanti condizionamenti rispetto alla concessione dei crediti, che sono stati imposti dalla medesima BCE: c’è, primo tra tutti, il rapporto tra crediti erogati e capitale bancario, pesato per di più in funzione del rischio di ciascuna categoria di prestiti (RWA).
E poi, come se non bastasse, c’è una questione di fondo, che riguarda il clima economico: il nuovo credito viene erogato in funzione delle aspettative dell’investitore. Se le aspettative sono di una stagnazione del mercato, ed ancor più quando l’impresa ha una capacità produttiva non completamente utilizzata, di certo non progetta di fare nuovi impianti. Al massimo cerca di ridurre i costi, rendendo più efficienti gli impianti già esistenti.
La caduta degli investimenti privati, in tutta Europa, è una conseguenza di questa situazione di mercato depresso, di scarsa domanda interna, e di consumi stagnanti. Tutto frutto delle politiche fiscali restrittive imposta dal Fiscal Compact e dalla strategia di deflazione salariale, volta ad incrementare la competitività dell’export. Ora che l’export si è piantato, l’economia europea boccheggia.
Abbiamo perso dieci anni, con danni immensi.
Se, dunque, gli effetti dei tassi di interesse negativi sui depositi ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria sono stati inutili rispetto all’obiettivo di aumentare il credito, anche le politiche di T-LTRO non hanno sortito alcun effetto: è del tutto inutile erogare liquidità a 3 anni alle banche, quando il credito che dovrebbe essere erogato con queste somme ha un ritorno economico dell’investimento su un lasso di tempo assai più ampio.
Le banche, quando prendono denaro a 3 anni dalla BCE, poi lo impiegano con crediti a medio e lungo termine, almeno a 5 anni: un altro buco nell’acqua.
Il QE è stato devastante: l’acquisto da parte della BCE di titoli di Stato già emessi, sul mercato secondario, ha depresso i loro rendimenti a tal punto che la curva si è spostata al di sotto dello zero: in pratica, ancora oggi, i titoli tedeschi a dieci anni hanno un rendimento nominale negativo. Tenendo conto che in Germania l’inflazione dei prezzi al consumo è quasi al livello del 2% annuo, si arriva ad un rendimento reale negativo particolarmente penalizzante.
Sul breve termine, anche i titoli italiani hanno avuto questa caratteristica. In Svizzera, anche i titoli a 50 anni, hanno rendimenti negativi: è il prezzo che viene pagato per tenere il denaro in una cassaforte.
Così facendo, sono penalizzati tutti gli investitori che cercano un rendimento attraverso investimenti a bassissimo grado di rischio: prestano denaro, ma invece di guadagnarci ci perdono. Alla scadenza, infatti, viene restituito loro meno denaro di quanto ne hanno prestato.
Non solo vengono massacrati i singoli risparmiatori, ma anche i fondi pensione, le assicurazioni e le stesse banche. Queste, infatti, detengono i titoli di Stato come alternativa alla liquidità depositata presso la BCE. I fondi pensione sono costretti a cercare investimenti rischiosi, così come le assicurazioni: una crisi, farebbe crollare tutto.
Siamo arrivati così al paradosso: con i tassi nominali negativi, la BCE ha adottato una politica che è diametralmente opposta rispetto al mandato ricevuto. Questo consiste infatti nell’assicurare la stabilità della moneta, intesa come una garanzia di mantenimento del valore del denaro attraverso la stabilità dei prezzi. L’inflazione, infatti, erode il valore del risparmio.
Inutile, anzi impossibile, fare confronti con il Giappone o con gli Stati Uniti.
Negli USA, ancora oggi, il tasso di rendimento dei titoli del Tesoro è sempre stato positivo, anche in termini reali. Non c’è alcun motivo al mondo che giustifichi, nel raffronto, i tassi negativi sui titoli tedeschi, se non la diversa politica monetaria.
Neppure in Giappone ci sono tassi negativi. La BoJ, con la politica del tasso zero sui titoli di Stato, ha solo ridotto il costo degli interessi sul bilancio pubblico. Visto che i guadagni di produttività delle imprese vanno tutti alla riduzione dei prezzi di vendita, seguendo lo schema funzionale al mantenimento della competitività dell’export sui mercati internazionali, il ritorno per gli investitori in titoli di Stato giapponesi, che sono tutti giapponesi, risiede nell’aumento del valore reale del risparmio investito. Il colossale debito pubblico giapponese, d’altra parte, è finalizzato ad investimenti infrastrutturali che migliorano la produttività generale.
I giapponesi hanno imparato dalla crisi del Nikkei: non investono più in asset il cui prezzo tende ad inflazionarsi, come gli immobili o le azioni. E se investono in titoli del tesoro americano, lo fanno per tenere basso il cambio dello yen sul dollaro.
Se la BCE avesse finanziato investimenti infrastrutturali pubblici, comprando obbligazioni emesse dalla BEI, avrebbe sicuramente ottenuto risultati migliori sia in termini di crescita economica, che di occupazione.
Ed invece, con i tassi negativi, ha sacrificato anche gli investitori sull’altare del mercantilismo: bisogna produrre ai costi più bassi possibili, sacrificando sia i salari dei dipendenti che il capitale dei risparmiatori.
Le conseguenze devastanti sono sotto gli occhi di tutti: l’economia dell’Eurozona è in frenata, e quella tedesca non fa eccezione. Non c’è domanda, non c’è mercato.
L’Eurozona è ferma, mentre la BCE massacra il risparmio.
Fonte
25/05/2017
La crisi è finita, ora arrivano i tempi bui...
In
pochi giorni Mario Draghi ha seminato prima speranze e poi terrore, in
proporzioni decisamente sbilanciate a favore del secondo.
Gli
addetti ai lavori non hanno nemmeno fatto in tempo a metabolizzare la
prima notizia (“la crisi è finita”) che subito gli è caduto addosso
l’allarme sulla sostenibilità dei debiti pubblici europei.
Le
due cose sono collegate, anzi inscindibili nella visione – ristretta
dal ruolo e dallo statuto – della Banca Centrale Europea. Finché la
crisi “c’era”, infatti, la Bce doveva e poteva abbassare i tassi di
interesse, scesi fino a zero, dando così fiato agli Stati – tutti – che
devono pagare annualmente cedole ai sottoscrittori dei propri titoli di
debito. Addirittura, riconoscendo la realtà della crisi, la stessa Bce
era arrivata a promuovere un quantitative easing,
comprando sul mercato secondario titoli di Stato per 60 miliardi di
euro ogni mese (prima era arrivata a 80). In questo modo gli Stati –
tutti – avevano praticamente ridotto a ben poca cosa il “servizio sul
debito”, ritrovandosi per le mani risorse da destinare ad altri scopi.
Peccato
che le regole europee vietino di investire quelle risorse se prima non
si provvede alla riduzione del debito... In questo modo – tagliando il
problema con l’accetta – gli Stati in difficoltà si sono visti obbligati
a
tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse, strangolare la dinamica
economica proprio nel momento in cui, al contrario, sarebbero state
necessarie politiche “anticicliche”, ossia compensative.
Un
paradosso per nulla divertente è che in questo modo la produzione di
ricchezza è scesa più di quanto non sarebbe avvenuto senza quelle
politiche “austere”, con il risultato di ridurre anche le entrate
fiscali. Risultato: il debito pubblico di tutti i paesi europei – meno uno – è aumentato invece di scendere.
Cosa
succederà ora, secondo l’allarme lanciato da Draghi? La Bce, il
prossimo anno, riprenderà ad aumentare gradualmente i tassi di
interesse. Dunque ogni anno gli Stati dovranno accantonare una quota
maggiore di entrate per ripagare gli interessi sul debito. Un piccolo
calcolo: con un debito pubblico pari a 2.200 miliardi, che differenza
c’è – solo per fare un esempio – tra un interesse al 2 e uno al 2,5%?
Undici miliardi...
Figuriamoci cosa potrà accadere se l’aumento dei tassi dovesse essere maggiore...
I
problemi non si limitano però a questo. L’aumento dei tassi di
interesse base – quelli decisi dalla Bce – trascinano ovviamente al
rialzo anche quelli praticati dalle singole banche, dunque il costo del
denaro da prestito per imprese e famiglie. Piombo nelle ali per
qualsiasi attività economica che abbia bisogno di liquidità, non proprio un
“aiuto alla crescita”.
In
queste condizioni – ormai prossime – l’unica via per mantenere
“competitività” è la deflazione salariale. Ossia abbassare salari
(chiedete agli “scontrinisti” della Biblioteca Nazionale di Roma, per
avere un’idea), ovviamente le pensioni, la spesa sanitaria, ecc. Sembra
la Grecia? Lo è. Solo che “dovranno” farla anche qui, e in Spagna,
Portogallo, Irlanda, e persino in Francia (Macron è stato inviato
all’Eliseo per questo; e non ci sarebbe mai arrivato se l’avversario al
ballottaggio fosse stato diverso da una Le Pen...).
Certo,
in un sistema di paesi legati da trattati intelligenti, l’alternativa
ci sarebbe. Una politica fiscale comune, con una seria redistribuzione
tra chi finora ha guadagnato un surplus favoloso – in contrasto con i
trattati sottoscritti! – e chi deve essere risollevato dall’abisso. Ma
andateci voi, da Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel, a chiedere una cosa
del genere...
Come spiega Marco Onado su IlSole24Ore, l’avvertimento di Draghi è “una
sana doccia gelata a chi si illudeva (più nel mondo della politica che
dell’economia) che la ripresa economica che si va consolidando fosse da
sola capace di portarci fuori dal guado. È vero il contrario“. E per quanto riguarda gli squilibri all’interno dell’Unione Europea, “Come
meravigliarsi se l’intera area dell’euro ha ormai un debito pari al
91,3 per cento del pil, cioè oltre il 50 per cento in più del livello
scritto nel Trattato? È un problema non solo di singoli paesi, ma anche
di coordinamento europeo: mentre gli altri arrancano, la Germania procede in direzione ostinata e contraria (è
scesa dall’81 per cento del 2010 al 67,6 del 2016 ed è prevista
arrivare al 62 nel 2018). A parte che ciò è stato possibile anche grazie
ai bassi tassi di interesse e all’azione della Bce tanto vituperata a
Berlino, questo
dato è la dimostrazione principale delle contraddizioni della politica
fiscale europea, stretta fra paesi ancora deboli che devono stringere i
cordoni della borsa e quello più grande che rinuncia alla possibilità di
trascinare la crescita attraverso una manovra fiscale meno restrittiva”.
E dire che uno come Pier Carlo Padoan sa benissimo quanto siano deformanti i meccanismi decisi anni fa, tanto da dichiarare al Financial Times “L’incubo dell’elettore medio tedesco è perdere i soldi dandoli ai terribili europei del sud. Siamo
seri: la storia ci dice che l’integrazione monetaria richiede qualche
forma di redistribuzione. Altrimenti l’aggiustamento che verrà presto o
tardi sarà molto più dannoso per tutti i Paesi”.
Non
avverrà, lo sappiamo. Il programma di “riforma” dei trattati europei,
annunciato proprio da Schaeuble, prevede l’esatto opposto: una
centralizzazione maggiore delle politiche di bilancio e vincoli ancora
più stretti.
Tradotto: massacro sociale.
E
quindi il governo Gentiloni si è portato avanti col lavoro approvando
il “decreto Minniti”. Se non ci saranno soldi per la mediazione sociale,
non resterà che spendere qualche cosa di più – un miliardo, per la
“riorganizzazione delle carriere” (ossia aumenti salariali) – per le
forze di polizia. Qualcuno dubita ancora che siamo governati dallo
sceriffo di Nottigham?
28/10/2015
Di denaro facile si può morire
Due “stranezze” nella stessa giornata segnalano che stiamo vivendo tempi davvero ab-normal, come avrebbe spiegato Igor-Marty Feldman. Ci siamo occupati del dilemma che attanaglia la Federal Reserve, che coglie un lato del problema “tassi di interesse-iniezioni di liquidità”. Quello dell'inefficacia di questa strategia di politica monetaria, che ha fin qui impedito esplosioni traumatiche ma non è affatto riuscita a riportare inflazione e crescita del Pil su binari “normali” (il +2%, almeno nel primo caso).
L'altro lato del problema sono le distorsioni paradossali che la liquidità in eccesso provoca. E l'esempio, attualissimo, arriva dalla Danimarca. Un paese fuori dall'euro, ma dentro l'Unione Europea, più piccolo ma più produttivo della Grecia, con un welfare incommensurabilmente più avanzato (e dispendioso) di quasi tutti i partner continentali. Un paese che dunque avrebbe la possibilità teorica di giocare sul tasso di cambio – svalutando, all'occorrenza – per facilitare le esportazioni. Ma che invece cerca disperatamente di mantenere una certa quotazione rispetto all'euro per non pagare uno sproposito sul fronte delle importazioni (dalla Germania, in primo luogo).
Bene, la Danimarca è stato il primo paese la cui banca centrale ha adottato tassi negativi, all'incirca tre anni fa. Capitalisticamente parlando è un assurdo: si prestano soldi con la certezza di riceverne di meno, anche a prescindere dall'eventuale inflazione.
Che fine fa la centralità del profitto, signora mia? Sia chiaro: le banche commerciali non ci rimettono affatto, perché prendono in prestito dalla Banca centrale al -0,75% e prestano ai clienti a un tasso superiore, ancorché negativo (-0,20, per esempio). A rimetterci è solo la Banca centrale, che però fa un altro mestiere e comunque spera che questo incubo finisca presto.
È chiaro, dal nostro punto di vista, che la Danimarca non può risolvere questo problema da sola. L'avvitamento in cui è entrata può essere interrotto solo da una “ripresa” continentale, dall'afflusso di capitali di rischio che per qualche motivo dovrebbero trovare “conveniente” investire tra Copenhagen e lo Skagerrat. Persino la ben più solida Svizzera, qualche tempo fa, ha dovuto rinunciare a manovrare il valore del franco rispetto all'euro (bloccato arbitrariamente intorno all'1,20) per il buon motivo che si sarebbe svenata nel tentativo. Ed anche la Svizzera ha ripiegato sui tassi negativi (in una forchetta tra -0,25% e -1,25%).
L'articolo di Enrico Marro, qui di seguito, spiega bene il problema e anche la sua conseguenza relativamente inattesa: i bassi tassi hanno fato esplodere una bolla immobiliare pazzesca (+60%) in pochissimo tempo. Il valore della casa vola, dà l'impressione di ricchezza crescente e solida, incrementa persino un po' di xenofobia (non vogliamo immigrati che ci farebbero svalutare gli asset immobiliari nelle zone in cui li mandiamo a vivere). Ma è l'altra faccia della deflazione salariale. I salari nominali danesi infatti restano molto alti, per il nostro metro di misura, mentre quasi tutte le merci non aumentano di prezzo (c'è inflazione zero anche da quelle parti). Ma se vuoi comprare una casa, oltretutto col mutuo a tasso zero o sottozero, il prezzo diventa inarrivabile. Di fatto sei più povero, ma tene accorgi solo al momento dell'acquisto. O dell'affitto, perché la “cultura del mattone” non è da quelle parti così plebiscitaria come da noi.
Ma anche per il capitale finanziario, sempre in cerca di rendimenti appetibili (con il mercato dei titoli di stato “congelato” dalle mosse della Bce), non è rimasto altro che gettarsi in questo segmento apparentemente poco rischioso. Probabilmente fatale, invece. Più investimenti immobiliari speculativi alzano ancora di più il prezzo delle case, stimolano attività costruttive non in relazione con le dinamiche demografiche (si fanno pochi figli e si cerca di limitare l'immigrazione). È matematico che prima o poi la “razionalità del mercato” presenti un conto salatissimo, sotto forma di perdite colossali.
E la Bce, come spiega Marro, non può essere in questo caso di nessun aiuto. Anzi, le mosse che sarà costretta a fare da qui ad un mese scaricheranno sui malcapitati danesi un'ulteriore abbassamento dei tassi.
Certo, la Federal Reserve può interrompere questa spirale, rialzando i tassi. Ma allora i problemi danesi sarebbero nulla di fronte a quelli del mondo...
di Enrico Marro
Nel luglio del 2012, per la prima volta in circa 200 anni, la banca centrale danese (DNB) ha portato i tassi di interesse in negativo. Da allora le banche che depositano fondi presso la DNB non solo non ricevono più alcuna remunerazione, ma vengono costrette a pagare per il “parcheggio”. Intanto i tassi sono scesi ancora più sottozero. In evidente difficoltà per cercare di difendere il cambio quasi fisso con l’euro, tra gennaio e febbraio di quest’anno la DNB è stata costretta a tagliare il tasso di riferimento ben quattro volte in due settimane, portandolo a -0,75%. Uno -0,75% condiviso ora con la Norvegia (che ha abbassato i tassi a settembre, per far fronte al calo del petrolio) e Svizzera (che li ha inseriti in un “corridoio” tra -0,25% e -1,25%).
La Bce ha già tassi leggermente negativi (-0,2%), la stessa Fed americana per ammissione della Yellen ha esaminato la possibilità di adottarli. Ma cosa comporta, in concreto, essere nel mondo della finanza sottozero? I tre anni di esperienza danese forniscono interessanti indizi al riguardo.
Avere tassi negativi significa per esempio che, quando vai a chiedere un mutuo, è la banca - e non tu mutuatario - a pagare gli interessi. Wow, bello, almeno in un primo momento. Ma prima o poi arriva la resa dei conti. Sì, perché i tassi negativi hanno gonfiato una bolla immobiliare che fa impallidire persino quella cinese: in appena tre anni i prezzi del mattone a Copenaghen sono aumentati tra il 40% e il 60%, stima Blooomberg, poiché la politica ultraespansiva della DNB ha generato inflazione finanziaria. Il delirio della corsa al mattone è iniziato quando la Danimarca aveva appena finito di leccarsi le ferite per l’esplosione della bolla precedente, quella del 2008, un piccolo disastro stile mutui subprime Usa quanto a lacrime e sangue.
«Ci sono segnali molto pericolosi», spiega oggi Joachim Borg Kristensen, economista esperto di real estate a Nykreditthe, perché se i prezzi degli appartamenti dovessero continuare a galoppare a questo ritmo «potrebbero raggiungere un livello insostenibile in un periodo relativamente breve».
Ma non è tutto. Con Draghi che si prepara a varare nuove misure espansive per scongiurare il rischio deflazione (e per indebolire l’euro), la DNB potrebbe portare i tassi in territorio ancora più negativo, per difendere il cambio della corona danese. Tutto questo mentre PFA, il maggior fondo pensione privato danese, ha appena annunciato che investirà 4 miliardi di corone (536 milioni di euro) nel mercato immobiliare nazionale.
A cosa porteranno tassi ulteriormente negativi combinati a massicci investimenti dei fondi pensione nel mattone? A una probabile accelerazione dei prezzi delle case, con aspettative esagerate di ulteriori aumenti delle quotazioni da parte di chi acquista. Una corsa sfrenata che prima o poi troverà un bel muro di cemento a fermarla. Ricordate la maxi bolla immobiliare gonfiata nei Paesi mediterranei (Spagna, ma anche Italia) dall’adozione dell’euro? Tutti sanno bene come è andata a finire. In Danimarca rischia di finire pure peggio.
Fonte
L'altro lato del problema sono le distorsioni paradossali che la liquidità in eccesso provoca. E l'esempio, attualissimo, arriva dalla Danimarca. Un paese fuori dall'euro, ma dentro l'Unione Europea, più piccolo ma più produttivo della Grecia, con un welfare incommensurabilmente più avanzato (e dispendioso) di quasi tutti i partner continentali. Un paese che dunque avrebbe la possibilità teorica di giocare sul tasso di cambio – svalutando, all'occorrenza – per facilitare le esportazioni. Ma che invece cerca disperatamente di mantenere una certa quotazione rispetto all'euro per non pagare uno sproposito sul fronte delle importazioni (dalla Germania, in primo luogo).
Bene, la Danimarca è stato il primo paese la cui banca centrale ha adottato tassi negativi, all'incirca tre anni fa. Capitalisticamente parlando è un assurdo: si prestano soldi con la certezza di riceverne di meno, anche a prescindere dall'eventuale inflazione.
Che fine fa la centralità del profitto, signora mia? Sia chiaro: le banche commerciali non ci rimettono affatto, perché prendono in prestito dalla Banca centrale al -0,75% e prestano ai clienti a un tasso superiore, ancorché negativo (-0,20, per esempio). A rimetterci è solo la Banca centrale, che però fa un altro mestiere e comunque spera che questo incubo finisca presto.
È chiaro, dal nostro punto di vista, che la Danimarca non può risolvere questo problema da sola. L'avvitamento in cui è entrata può essere interrotto solo da una “ripresa” continentale, dall'afflusso di capitali di rischio che per qualche motivo dovrebbero trovare “conveniente” investire tra Copenhagen e lo Skagerrat. Persino la ben più solida Svizzera, qualche tempo fa, ha dovuto rinunciare a manovrare il valore del franco rispetto all'euro (bloccato arbitrariamente intorno all'1,20) per il buon motivo che si sarebbe svenata nel tentativo. Ed anche la Svizzera ha ripiegato sui tassi negativi (in una forchetta tra -0,25% e -1,25%).
L'articolo di Enrico Marro, qui di seguito, spiega bene il problema e anche la sua conseguenza relativamente inattesa: i bassi tassi hanno fato esplodere una bolla immobiliare pazzesca (+60%) in pochissimo tempo. Il valore della casa vola, dà l'impressione di ricchezza crescente e solida, incrementa persino un po' di xenofobia (non vogliamo immigrati che ci farebbero svalutare gli asset immobiliari nelle zone in cui li mandiamo a vivere). Ma è l'altra faccia della deflazione salariale. I salari nominali danesi infatti restano molto alti, per il nostro metro di misura, mentre quasi tutte le merci non aumentano di prezzo (c'è inflazione zero anche da quelle parti). Ma se vuoi comprare una casa, oltretutto col mutuo a tasso zero o sottozero, il prezzo diventa inarrivabile. Di fatto sei più povero, ma tene accorgi solo al momento dell'acquisto. O dell'affitto, perché la “cultura del mattone” non è da quelle parti così plebiscitaria come da noi.
Ma anche per il capitale finanziario, sempre in cerca di rendimenti appetibili (con il mercato dei titoli di stato “congelato” dalle mosse della Bce), non è rimasto altro che gettarsi in questo segmento apparentemente poco rischioso. Probabilmente fatale, invece. Più investimenti immobiliari speculativi alzano ancora di più il prezzo delle case, stimolano attività costruttive non in relazione con le dinamiche demografiche (si fanno pochi figli e si cerca di limitare l'immigrazione). È matematico che prima o poi la “razionalità del mercato” presenti un conto salatissimo, sotto forma di perdite colossali.
E la Bce, come spiega Marro, non può essere in questo caso di nessun aiuto. Anzi, le mosse che sarà costretta a fare da qui ad un mese scaricheranno sui malcapitati danesi un'ulteriore abbassamento dei tassi.
Certo, la Federal Reserve può interrompere questa spirale, rialzando i tassi. Ma allora i problemi danesi sarebbero nulla di fronte a quelli del mondo...
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Fai un mutuo? La banca ti paga. Ecco come in Danimarca i tassi sottozero hanno gonfiato la bolla del secolo
di Enrico Marro
Nel luglio del 2012, per la prima volta in circa 200 anni, la banca centrale danese (DNB) ha portato i tassi di interesse in negativo. Da allora le banche che depositano fondi presso la DNB non solo non ricevono più alcuna remunerazione, ma vengono costrette a pagare per il “parcheggio”. Intanto i tassi sono scesi ancora più sottozero. In evidente difficoltà per cercare di difendere il cambio quasi fisso con l’euro, tra gennaio e febbraio di quest’anno la DNB è stata costretta a tagliare il tasso di riferimento ben quattro volte in due settimane, portandolo a -0,75%. Uno -0,75% condiviso ora con la Norvegia (che ha abbassato i tassi a settembre, per far fronte al calo del petrolio) e Svizzera (che li ha inseriti in un “corridoio” tra -0,25% e -1,25%).
La Bce ha già tassi leggermente negativi (-0,2%), la stessa Fed americana per ammissione della Yellen ha esaminato la possibilità di adottarli. Ma cosa comporta, in concreto, essere nel mondo della finanza sottozero? I tre anni di esperienza danese forniscono interessanti indizi al riguardo.
Avere tassi negativi significa per esempio che, quando vai a chiedere un mutuo, è la banca - e non tu mutuatario - a pagare gli interessi. Wow, bello, almeno in un primo momento. Ma prima o poi arriva la resa dei conti. Sì, perché i tassi negativi hanno gonfiato una bolla immobiliare che fa impallidire persino quella cinese: in appena tre anni i prezzi del mattone a Copenaghen sono aumentati tra il 40% e il 60%, stima Blooomberg, poiché la politica ultraespansiva della DNB ha generato inflazione finanziaria. Il delirio della corsa al mattone è iniziato quando la Danimarca aveva appena finito di leccarsi le ferite per l’esplosione della bolla precedente, quella del 2008, un piccolo disastro stile mutui subprime Usa quanto a lacrime e sangue.
«Ci sono segnali molto pericolosi», spiega oggi Joachim Borg Kristensen, economista esperto di real estate a Nykreditthe, perché se i prezzi degli appartamenti dovessero continuare a galoppare a questo ritmo «potrebbero raggiungere un livello insostenibile in un periodo relativamente breve».
Ma non è tutto. Con Draghi che si prepara a varare nuove misure espansive per scongiurare il rischio deflazione (e per indebolire l’euro), la DNB potrebbe portare i tassi in territorio ancora più negativo, per difendere il cambio della corona danese. Tutto questo mentre PFA, il maggior fondo pensione privato danese, ha appena annunciato che investirà 4 miliardi di corone (536 milioni di euro) nel mercato immobiliare nazionale.
A cosa porteranno tassi ulteriormente negativi combinati a massicci investimenti dei fondi pensione nel mattone? A una probabile accelerazione dei prezzi delle case, con aspettative esagerate di ulteriori aumenti delle quotazioni da parte di chi acquista. Una corsa sfrenata che prima o poi troverà un bel muro di cemento a fermarla. Ricordate la maxi bolla immobiliare gonfiata nei Paesi mediterranei (Spagna, ma anche Italia) dall’adozione dell’euro? Tutti sanno bene come è andata a finire. In Danimarca rischia di finire pure peggio.
Fonte
27/10/2015
L'enigma della Fed. Far saltare tutto o tirare a campare?
Se a distanza di soli cinque giorni, sul giornale di Confindustria, escono due (ottimi) articoli scritti da persone diverse, in cui si mette educatamente in discussione la serietà teorica dei manuali di economia adottati nelle facoltà del Vecchio e del Nuovo Continente, si vede che il problema sta diventando molto grande.
Senza teoria non ci si vede. Checché ne pensino i “pratici”, gli innamorati del “qui e ora”, del “franza o spagna purché se magna” (sul piano intellettuale, è ovvio), la complessità del reale è tale che solo cercando un filo logico rigoroso si può tentare di capirci qualcosa. Una teoria può essere sbagliata, un'altra giusta ma insufficientemente elaborata, ecc; ma senza una teoria si reagisce al movimento delle cose come un agnello in mezzo al branco. Si possono dare capocciate isteriche, ma la fine è certa...
Le teorie neoliberiste – quelle che dominano sui manuali obbligatori – non riescono a spiegare quel che sta accadendo dal 2007 ad oggi. Quindi, letteralmente, impediscono di vedere. Ma se non si vede, non si riesce a fare un'esame critico della situazione. Dunque non si possono prendere decisioni sensate. O meglio, visto che parliamo di capitale, si possono prendere decisioni vantaggiose per chi le prende, anche se magari mortali per il sistema.
Scendiamo sulla terra. L'articolo che qui di seguito vi proponiamo di leggere, di Vito Lops, spiega benissimo perché la decisione che tra oggi e domani dovrà prendere la Federal Reserve sia importantissima per l'evoluzione della crisi finanziaria globale; ma indica anche l'assoluta inefficacia delle scelte fin qui fatte da tutte le banche centrali del mondo, sulla base di assunti teorici e aspettative pratiche prive di riscontri.
626 tagli dei tassi di interesse, dal 2008 ad oggi, non hanno arrestato la caduta dell'inflazione. Né ci sono riusciti i numerosi e massicci quantitative easing, che hanno forse migliorato i bilanci delle grandi banche di investimento, ma non hanno avuto effetti concreti nell'economia reale.
O meglio, hanno avuto soltanto un effetto: hanno rinviato di continuo la resa dei conti tra i troppi capitali in cerca di valorizzazione.
Se la Fed decide di rialzare per la prima volta i tassi dopo sette anni di tagli, innesca una spirale opposta mirando ad attirare parte di quei capitali verso il sistema finanziario Usa. E costringerà dunque tutti gli altri a fare altrettanto per frenare un drenaggio devastante delle economie “emergenti” (ma anche quella europea). Il tutto mentre queste economie sono o in deflazione o in recessione, o comunque in drastico rallentamento.
Se la Fed lo fa, è una decisione di portata storica, con qualche robusta connotazione bellica. Se non lo fa, cede alle richieste che arrivano da tutto il mondo, compreso il Fmi. Dunque rinuncia ad operare da banca centrale operante nell'esclusivo interesse degli Stati Uniti. O quantomeno rinvia il momento delle “scelte irrevocabili”.
Sottolineiamo, prima di lasciarvi alla lettura di Lops, come questa situazione globale di stallo sia il risultato di un indubbio “successo” del capitale nei confronti del lavoro. Trentacinque anni di neoliberismo hanno schiantato ovunque i salari e i diritti, distrutto sindacati e organizzazioni “progressiste”, travolte – anche quelle socialdemocratiche – dal tracollo del “socialismo reale”. Quel che Lops chiama ancora “ceto medio” (in realtà il lavoro salariato stabile, certo di poter prendere impegni finanziari a lungo termine come i mutui, ecc.) è, dopo questa “cura”, impossibilitato a consumare quanto potenzialmente può esser prodotto.
Tre decenni di “politica dell'offerta”, tutta tesa ad abbassare i costi di produzione, hanno insomma distrutto la domanda.
Chi giustamente ragiona in termini teorici per trovare le soluzioni, è costretto dunque a buttar via le vecchie teorie liberiste. Ma non ne trova di alternative.
C'è deflazione anche nel pensiero.
di Vito Lops - IlSole24Ore
Oggi e domani si riunisce la Federal Reserve. Deciderà se e quando rialzare i tassi per la prima volta da 10 anni. Una decisione che andrebbe contro la direzione globale visto che tutte le altre principali banche stanno tagliando i tassi. Come mai? La politica monetaria sembra ardua se raccontata al bar. Ma forse lo è un po' meno se passa questo concetto: quando le cose vanno bene le banche centrali alzano i tassi per evitare che la corsa dell'economia faccia salire oltremisura l'inflazione, cioè il prezzo dei beni, per evitare un'eccessiva perdita del potere d'acquisto di chi ha redditi nominali stabili. Quando invece le cose vanno male, le banche centrali tendono a ridurre i tassi per rendere meno caro il costo del denaro, i prestiti alle imprese, i mutui alle famiglie. Nella speranza che questa liquidità aggiuntiva aiuti l'economia a risollevarsi.
Bene, a giudicare da quello che sta accadendo dal 2009 ad oggi le cose non è che stiano andando granché bene. Il termometro ineccepibile delle scelte di politica monetaria delle banche centrali ci dice che da allora sono stati tagliati i tassi per 626 volte.
L'ultimo caso balzato alla cronaca risale a venerdì quando la People’s Bank of China ha deciso di tagliare il costo del denaro per la sesta volta da novembre. Poco prima anche la Banca della Serbia ha sforbiciato i tassi, precedendo India, Taiwan e Norvegia.
Paesi agli antipodi geografici ma accomunati dalla scelta delle rispettive banche centrali di alleggerire le maglie del credito. Il conto delle sforbiciate del 2015 sale così a 69 (attuate da 45 banche centrali, alcune delle quali hanno quindi effettuato più di un taglio). È stato quindi già superato il totale dello scorso anno (65). Certo, siamo lontanissimi dal picco del 2009 (207 riduzioni) e dal totale raggiunto nel 2012 (108). Di questo, però, passo il 2015 potrebbe eguagliare il bilancio del 2013 quando i tassi furono tagliati per 89 volte nel mondo.
Non va dimenticato che ci sono stati istituti che sono andati ben oltre le sforbiciate, perché avevano portato in precedenza i tassi su livelli non più “tagliabili”. Quando infatti i tassi vengono portati a 0 ma non è abbastanza per risollevare l'andamento economico bisogna ricorrere alle manovre di riserva, quelle cosiddette non convenzionali. La più nota è il “quantitative easing”, cioè un allentamento monetario. È quello che hanno fatto Stati Uniti e Gran Bretagna dal 2009, Giappone dal 2013 ed Eurozona dal 2015. Come funzionano? Le banche centrali “stampano” nuova moneta e acquistano asset sui mercati aperti, fornendo così nuova liquidità a fondi di investimento e istituti di credito (che vendono alle banche centrali i loro asset).
Riepilogando, dal 2009 tutte le principali banche delle più importanti economie del pianeta non solo hanno azzerato i tassi ma sono state “costrette” a fornire un ulteriore aiutino all'economia attraverso piani di “Qe”. Le altre banche che invece hanno ancora i tassi sopra lo 0 e quindi non sono ancora arrivate al “Qe” hanno comunque ridotto il costo del denaro per 626 volte, 69 volte solo nel 2015.
Leggendo il dato al contrario, tutte queste misure sono figlie di un rallentamento globale dell'economia che si riflette anche in un conseguente rallentamento dell'inflazione e un crescente pericolo di disinflazione o deflazione, cioè di stagnazione o addirittura flessione dei livello dei prezzi di beni e servizi (il che è considerato un pericolo perché spinge gli attori economici a rimandare i consumi, la prima leva di crescita, in virtù di aspettative di riduzioni future dei prezzi).
Le previsioni sull'andamento dell'economia globale sono state ridimensionate da tutti gli analisti e anche il Fondo monetario internazionale, per bocca del direttore generale Christine Lagarde, ora avverte che la crescita quest'anno sarà più debole che nel 2014 (quando il Pil era cresciuto di un non entusiasmante 3,4%).
Anche l'inflazione globale sta frenando con una media del 2,5%. A settembre, dopo tre piani di “Qe” in 5 anni l'inflazione negli Usa si è attestata allo 0,1% mentre il livello dei prezzi nell'Eurozona è tornato a scendere (-0,2%). Persino la Cina – che negli ultimi anni ci ha abituato a una forte crescita del Pil con un'inflazione del 4-5%) – vede l'inflazione scendere pericolosamente sotto il 2% (1,6%).
L’inflazione frena contrariamente alle teorie economiche che studiamo da tempo sui manuali: quella monetarista secondo cui più moneta viene stampata maggiore è l’inflazione che si crea. Oppure la curva di Phillips secondo cui quando il tasso di disoccupazione è basso l’inflazione tende a crescere. Non è così per gli Usa dove l’inflazione è a 0 mentre il tasso di disoccupazione ufficiale è sceso al 5,1%. È chiaro che c’è qualcosa che sfugge ai manuali, alle vecchie teorie economiche. È chiaro che il mondo sta cambiando. Molto probabilmente, i grandi Paesi fanno fatica a creare inflazione perché la coda lunga della domanda (il ceto medio-basso, quello che con i propri consumi ha la maggiore incidenza nella creazione di inflazione) è sempre più povero e indebitato. Di conseguenza manca la materia prima (ovvero un adeguato reddito per le classi medio-basse e un’adeguata capacità di chiedere prestiti) per creare l’inflazione. Forse questo andrebbe aggiunto nei manuali mentre non si può che aggiornare di giorno in giorno l’inesorabile conto delle sforbiciate, molte delle quali però sono colpi a salve, dato che al momento l’inflazione globale sta rallentando anziché crescere.
Fonte
Senza teoria non ci si vede. Checché ne pensino i “pratici”, gli innamorati del “qui e ora”, del “franza o spagna purché se magna” (sul piano intellettuale, è ovvio), la complessità del reale è tale che solo cercando un filo logico rigoroso si può tentare di capirci qualcosa. Una teoria può essere sbagliata, un'altra giusta ma insufficientemente elaborata, ecc; ma senza una teoria si reagisce al movimento delle cose come un agnello in mezzo al branco. Si possono dare capocciate isteriche, ma la fine è certa...
Le teorie neoliberiste – quelle che dominano sui manuali obbligatori – non riescono a spiegare quel che sta accadendo dal 2007 ad oggi. Quindi, letteralmente, impediscono di vedere. Ma se non si vede, non si riesce a fare un'esame critico della situazione. Dunque non si possono prendere decisioni sensate. O meglio, visto che parliamo di capitale, si possono prendere decisioni vantaggiose per chi le prende, anche se magari mortali per il sistema.
Scendiamo sulla terra. L'articolo che qui di seguito vi proponiamo di leggere, di Vito Lops, spiega benissimo perché la decisione che tra oggi e domani dovrà prendere la Federal Reserve sia importantissima per l'evoluzione della crisi finanziaria globale; ma indica anche l'assoluta inefficacia delle scelte fin qui fatte da tutte le banche centrali del mondo, sulla base di assunti teorici e aspettative pratiche prive di riscontri.
626 tagli dei tassi di interesse, dal 2008 ad oggi, non hanno arrestato la caduta dell'inflazione. Né ci sono riusciti i numerosi e massicci quantitative easing, che hanno forse migliorato i bilanci delle grandi banche di investimento, ma non hanno avuto effetti concreti nell'economia reale.
O meglio, hanno avuto soltanto un effetto: hanno rinviato di continuo la resa dei conti tra i troppi capitali in cerca di valorizzazione.
Se la Fed decide di rialzare per la prima volta i tassi dopo sette anni di tagli, innesca una spirale opposta mirando ad attirare parte di quei capitali verso il sistema finanziario Usa. E costringerà dunque tutti gli altri a fare altrettanto per frenare un drenaggio devastante delle economie “emergenti” (ma anche quella europea). Il tutto mentre queste economie sono o in deflazione o in recessione, o comunque in drastico rallentamento.
Se la Fed lo fa, è una decisione di portata storica, con qualche robusta connotazione bellica. Se non lo fa, cede alle richieste che arrivano da tutto il mondo, compreso il Fmi. Dunque rinuncia ad operare da banca centrale operante nell'esclusivo interesse degli Stati Uniti. O quantomeno rinvia il momento delle “scelte irrevocabili”.
Sottolineiamo, prima di lasciarvi alla lettura di Lops, come questa situazione globale di stallo sia il risultato di un indubbio “successo” del capitale nei confronti del lavoro. Trentacinque anni di neoliberismo hanno schiantato ovunque i salari e i diritti, distrutto sindacati e organizzazioni “progressiste”, travolte – anche quelle socialdemocratiche – dal tracollo del “socialismo reale”. Quel che Lops chiama ancora “ceto medio” (in realtà il lavoro salariato stabile, certo di poter prendere impegni finanziari a lungo termine come i mutui, ecc.) è, dopo questa “cura”, impossibilitato a consumare quanto potenzialmente può esser prodotto.
Tre decenni di “politica dell'offerta”, tutta tesa ad abbassare i costi di produzione, hanno insomma distrutto la domanda.
Chi giustamente ragiona in termini teorici per trovare le soluzioni, è costretto dunque a buttar via le vecchie teorie liberiste. Ma non ne trova di alternative.
C'è deflazione anche nel pensiero.
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La deflazione spaventa Cina, Giappone, Usa ed Eurozona. Dal 2009 le banche centrali hanno tagliato (invano) 626 volte i tassi
di Vito Lops - IlSole24Ore
Oggi e domani si riunisce la Federal Reserve. Deciderà se e quando rialzare i tassi per la prima volta da 10 anni. Una decisione che andrebbe contro la direzione globale visto che tutte le altre principali banche stanno tagliando i tassi. Come mai? La politica monetaria sembra ardua se raccontata al bar. Ma forse lo è un po' meno se passa questo concetto: quando le cose vanno bene le banche centrali alzano i tassi per evitare che la corsa dell'economia faccia salire oltremisura l'inflazione, cioè il prezzo dei beni, per evitare un'eccessiva perdita del potere d'acquisto di chi ha redditi nominali stabili. Quando invece le cose vanno male, le banche centrali tendono a ridurre i tassi per rendere meno caro il costo del denaro, i prestiti alle imprese, i mutui alle famiglie. Nella speranza che questa liquidità aggiuntiva aiuti l'economia a risollevarsi.
Bene, a giudicare da quello che sta accadendo dal 2009 ad oggi le cose non è che stiano andando granché bene. Il termometro ineccepibile delle scelte di politica monetaria delle banche centrali ci dice che da allora sono stati tagliati i tassi per 626 volte.
L'ultimo caso balzato alla cronaca risale a venerdì quando la People’s Bank of China ha deciso di tagliare il costo del denaro per la sesta volta da novembre. Poco prima anche la Banca della Serbia ha sforbiciato i tassi, precedendo India, Taiwan e Norvegia.
Paesi agli antipodi geografici ma accomunati dalla scelta delle rispettive banche centrali di alleggerire le maglie del credito. Il conto delle sforbiciate del 2015 sale così a 69 (attuate da 45 banche centrali, alcune delle quali hanno quindi effettuato più di un taglio). È stato quindi già superato il totale dello scorso anno (65). Certo, siamo lontanissimi dal picco del 2009 (207 riduzioni) e dal totale raggiunto nel 2012 (108). Di questo, però, passo il 2015 potrebbe eguagliare il bilancio del 2013 quando i tassi furono tagliati per 89 volte nel mondo.
Non va dimenticato che ci sono stati istituti che sono andati ben oltre le sforbiciate, perché avevano portato in precedenza i tassi su livelli non più “tagliabili”. Quando infatti i tassi vengono portati a 0 ma non è abbastanza per risollevare l'andamento economico bisogna ricorrere alle manovre di riserva, quelle cosiddette non convenzionali. La più nota è il “quantitative easing”, cioè un allentamento monetario. È quello che hanno fatto Stati Uniti e Gran Bretagna dal 2009, Giappone dal 2013 ed Eurozona dal 2015. Come funzionano? Le banche centrali “stampano” nuova moneta e acquistano asset sui mercati aperti, fornendo così nuova liquidità a fondi di investimento e istituti di credito (che vendono alle banche centrali i loro asset).
Riepilogando, dal 2009 tutte le principali banche delle più importanti economie del pianeta non solo hanno azzerato i tassi ma sono state “costrette” a fornire un ulteriore aiutino all'economia attraverso piani di “Qe”. Le altre banche che invece hanno ancora i tassi sopra lo 0 e quindi non sono ancora arrivate al “Qe” hanno comunque ridotto il costo del denaro per 626 volte, 69 volte solo nel 2015.
Leggendo il dato al contrario, tutte queste misure sono figlie di un rallentamento globale dell'economia che si riflette anche in un conseguente rallentamento dell'inflazione e un crescente pericolo di disinflazione o deflazione, cioè di stagnazione o addirittura flessione dei livello dei prezzi di beni e servizi (il che è considerato un pericolo perché spinge gli attori economici a rimandare i consumi, la prima leva di crescita, in virtù di aspettative di riduzioni future dei prezzi).
Le previsioni sull'andamento dell'economia globale sono state ridimensionate da tutti gli analisti e anche il Fondo monetario internazionale, per bocca del direttore generale Christine Lagarde, ora avverte che la crescita quest'anno sarà più debole che nel 2014 (quando il Pil era cresciuto di un non entusiasmante 3,4%).
Anche l'inflazione globale sta frenando con una media del 2,5%. A settembre, dopo tre piani di “Qe” in 5 anni l'inflazione negli Usa si è attestata allo 0,1% mentre il livello dei prezzi nell'Eurozona è tornato a scendere (-0,2%). Persino la Cina – che negli ultimi anni ci ha abituato a una forte crescita del Pil con un'inflazione del 4-5%) – vede l'inflazione scendere pericolosamente sotto il 2% (1,6%).
L’inflazione frena contrariamente alle teorie economiche che studiamo da tempo sui manuali: quella monetarista secondo cui più moneta viene stampata maggiore è l’inflazione che si crea. Oppure la curva di Phillips secondo cui quando il tasso di disoccupazione è basso l’inflazione tende a crescere. Non è così per gli Usa dove l’inflazione è a 0 mentre il tasso di disoccupazione ufficiale è sceso al 5,1%. È chiaro che c’è qualcosa che sfugge ai manuali, alle vecchie teorie economiche. È chiaro che il mondo sta cambiando. Molto probabilmente, i grandi Paesi fanno fatica a creare inflazione perché la coda lunga della domanda (il ceto medio-basso, quello che con i propri consumi ha la maggiore incidenza nella creazione di inflazione) è sempre più povero e indebitato. Di conseguenza manca la materia prima (ovvero un adeguato reddito per le classi medio-basse e un’adeguata capacità di chiedere prestiti) per creare l’inflazione. Forse questo andrebbe aggiunto nei manuali mentre non si può che aggiornare di giorno in giorno l’inesorabile conto delle sforbiciate, molte delle quali però sono colpi a salve, dato che al momento l’inflazione globale sta rallentando anziché crescere.
Fonte
05/10/2015
Anche l'America non sta per niente meglio...
Difficile resistere alla tentazione di mettere il dito nella piaga. Nella vulgata mediatica mainstream, “l'America” ha trovato la via della crescita e dell'aumento dell'occupazione, per cui dovremmo imitarla in tutto e per tutto (a partire dall'annullamento delle tutele dei lavoratori) e tacitare i critici.
Il problema è che non è vero. I dati sul Pil Usa sono da sempre oggetto di molte critiche e distinguo, per gli standard diversi da quelli in uso nel resto del mondo, e sono in genere molto complicati dalla forte presenza d'imprese multinazionali (non tutto quello che figura come “produzione interna” è realmente tale, perché incorpora un grande numero di componenti prodotti altrove).
Ma neanche il dato sull'occupazione è vero, ma solo in parte per gli stessi motivi “tecnici”. Nell'ultima settimana, per esempio, ci è stato detto che l'occupazione Usa era cresciuta di 142.000 unità, che a noi sembrano moltissime, ma laggiù sono meno del necessario per reggere l'aumento della popolazione (immigrazione compresa). E infatti gli analisti avevano considerato questo dato “deludente”, di 60.000 unità inferiore alle attese.
Ora, a un calcolo più preciso, si scopre che in realtà non c'è stato alcun aumento dell'occupazione, ma addirittura una diminuzione. E anche molto consistente. Per esempio, IlSole24Ore scrive che
C'è poi da considerare la “qualità” dei nuovi posti di lavoro mettendola in relazione con quella dei posti persi. Ancora dal Sole:
Il tasso di disoccupazione ufficiale è perciò rimasto stabile al 5,1%. Ma si tratta di un dato notoriamente bugiardo, perché non considera disoccupati i cittadini che hanno smesso di cercare lavoro, ossia quelli che in Italia vengono chiamati “scoraggiati”. Per capire quanti sono si ricorre a un dato comparativo, non diretto, ossia alla percentuale di americani che partecipano alla forza lavoro. Questo livello è sceso in settembre al 62,4% (era a 62,6 in agosto), ed è il livello più basso da metà Anni '70.
Il numero di cittadini statunitensi che non risultano più far parte della forza lavoro – e non sono più coperti da nessun ammortizzatore sociale – sono perciò aumentati di 579 mila unità, raggiungendo l'agghiacciante cifra di 94,6 milioni.
Non sembra la fotografia di un paese economicamente in grande salute.
Altri segnali di difficoltà arrivano dall'Alaska, dove la decisione di Shell di sospendere le trivellazioni nel mare di Berings rischia di accentuare la crisi della regione. Qui il calo del prezzo del petrolio è stata un'autentica iattura, perché ha fatto crollare sia l'occupazione che le entrate fiscali, al punto che potrebbe finire in bancarotta (seguendo l'esempio della California, alcuni anni fa). E infatti Shell ferma la ricerca di altri giacimenti perché con questi prezzi l'estrazione di greggio nel mare ghiacciato avverrebbe in sicura perdita, così come sta avvenendo in tutto il settore dello shale oil.
Ma la dimensione dei problemi è intuibile anche dalle polemiche seguite alla decisione dell'Epa (l'ente per la protezione ambientale, lo stesso che ha fatto esplodere lo scandalo Volkswagen) di abbassare i limiti “accettabili” della quantità di ozono nell'aria: da 75 a 70 parti per miliardo (ppb). Il vecchio limite era stato fissato ai tempi di Bush, sicuramente poco sensibile ai temi ambientali, e il fatto che non fosse mai stato abbassato era uno degli argomenti di critica “da sinistra” ad Obama. Le polemiche, dovrebbe essere inutile dirlo, provengono soprattutto dalle industrie, che dovrebbero a questo punto investire in meccanismi di contenimento delle emissioni al momento della produzione o sugli stessi prodotti: “Le aziende manifatturiere, soprattutto le più piccole, saranno costrette a decidere tra il rispetto della normativa Epa e l’assunzione di nuovi lavoratori”. Ma anche le associazioni ambientaliste sono deluse perché ritenevano che l'abbassamento dei limiti dovesse essere più drastico, a 60 parti per miliardo.
Tutta quest'orgia di dati negativi viene in queste settimane pubblicata un po' dovunque per fare pressione sulla Federal Reserve, che ha annunciato un primo rialzo dei tassi d'interesse entro la fine dell'anno (probabilmente in dicembre). Un rialzo dei tassi, ovvero l'aumento del costo del denaro, avrebbe effetti pesantemente negativi sull'economia reale Usa, ma probabilmente buoni su quello puramente finanziario, perché farebbe volare masse enormi di capitali liquidi dai paesi emergenti e dall'Europa verso gli Stati Uniti (cosa che peraltro sta avvenendo già da molte settimane, perché “i mercati” non attendono che le decisioni siano formalmente prese ma le “anticipano” per sfruttare anche pochi centesimi percentuali di guadagno).
E tra gli analisti c'è già chi scommette sul fatto che la Fed darà – sì – seguito al proprio annuncio che data ormai due anni, e quindi rialzerà di pochissimo i tassi di interesse. Ma già a primavera – questa la previsione – dovrà fare marcia indietro e ricominciare a preparare un nuovo ciclo di quantitative easing.
Tradotto: la crisi globale è sempre qui e l'unico modo di non tenerla minimamente sotto controllo è l'intervento delle principali banche centrali del pianeta, con iniezioni di liquidità di fatto illimitate. Ma vi sembra possibile “stampare denaro” all'infinito al solo scopo di mantenere ferma la situazione?
Fonte
Il problema è che non è vero. I dati sul Pil Usa sono da sempre oggetto di molte critiche e distinguo, per gli standard diversi da quelli in uso nel resto del mondo, e sono in genere molto complicati dalla forte presenza d'imprese multinazionali (non tutto quello che figura come “produzione interna” è realmente tale, perché incorpora un grande numero di componenti prodotti altrove).
Ma neanche il dato sull'occupazione è vero, ma solo in parte per gli stessi motivi “tecnici”. Nell'ultima settimana, per esempio, ci è stato detto che l'occupazione Usa era cresciuta di 142.000 unità, che a noi sembrano moltissime, ma laggiù sono meno del necessario per reggere l'aumento della popolazione (immigrazione compresa). E infatti gli analisti avevano considerato questo dato “deludente”, di 60.000 unità inferiore alle attese.
Ora, a un calcolo più preciso, si scopre che in realtà non c'è stato alcun aumento dell'occupazione, ma addirittura una diminuzione. E anche molto consistente. Per esempio, IlSole24Ore scrive che
I calcoli sono di David Rosenberg, economista di Gluskin Scheff. E hanno merito: “Aggiungendo la beffa all'inganno, la settimana lavorativa si è accorciata in settembre a 34,5 ore dalle 34,6 ore di agosto, uno sviluppo che equivale di fatto a una perdita di 348.000 posti di lavoro”. Vale a dire che l'economia americana non ha affatto sostenuto la creazione di lavoro, piuttosto ne ha decretato una contrazione significativa: dell'ordine netto di 265.000 impieghi, una volta sommate le revisioni al ribasso di circa 60.000 posti relative ai due mesi precedenti.Naturalmente bisogna ricordare che l'accorciamento della giornata lavorativa media è dovuta a scelte aziendali, non a una normativa di protezione dei dipendenti. Insomma: le imprese riducono la produzione e quindi “mandano a casa” prima i lavoratori, con ovviamente meno salario.
C'è poi da considerare la “qualità” dei nuovi posti di lavoro mettendola in relazione con quella dei posti persi. Ancora dal Sole:
Wal-Mart ha eliminato 450 posti dal suo quartier generale. Dunkin Donuts ha chiuso cento locali e Macy's 40 grandi magazzini. Caterpillar prevede la cancellazione di 10.000 buste paga entro il 2018. Sprint ha pronti tagli occupazionali come parte di risparmi per 2,5 miliardi. E così via: il mese scorso Challenger, Gray & Christmas ha calcolato che sono stati licenziati 58.877 lavoratori, un aumento del 43% da agosto, culmine di un anno che finora ha visto l'annuncio di 493.431 esuberi, in rialzo del 36% sull'anno scorso.A prima vista, le grandi società tagliano occupazione “buona”, magari anche molto differenziata quanto a competenze (i commessi di Wal-Mart non “pesano” quanto i blue collar e i tecnici di Caterpillar), ma sicuramente superiore a quella nuova: camerieri, cucinieri, commessi, ecc. L'unica eccezione di qualità viene da un incremento dei posti nella sanità, come effetto indiretto del Medicaid imposto da Obama (una sorta di assicurazione sanitaria obbligatoria, in parte coperta dallo Stato, estesa anche a figure sociali che prima ne erano prive per insufficienza reddituale). Anche i salari orari medi hanno fatto peggio delle aspettative, rimanendo invariati. Gli analisti puntavano su un incremento dello 0,2%.
Il tasso di disoccupazione ufficiale è perciò rimasto stabile al 5,1%. Ma si tratta di un dato notoriamente bugiardo, perché non considera disoccupati i cittadini che hanno smesso di cercare lavoro, ossia quelli che in Italia vengono chiamati “scoraggiati”. Per capire quanti sono si ricorre a un dato comparativo, non diretto, ossia alla percentuale di americani che partecipano alla forza lavoro. Questo livello è sceso in settembre al 62,4% (era a 62,6 in agosto), ed è il livello più basso da metà Anni '70.
Il numero di cittadini statunitensi che non risultano più far parte della forza lavoro – e non sono più coperti da nessun ammortizzatore sociale – sono perciò aumentati di 579 mila unità, raggiungendo l'agghiacciante cifra di 94,6 milioni.
Non sembra la fotografia di un paese economicamente in grande salute.
Altri segnali di difficoltà arrivano dall'Alaska, dove la decisione di Shell di sospendere le trivellazioni nel mare di Berings rischia di accentuare la crisi della regione. Qui il calo del prezzo del petrolio è stata un'autentica iattura, perché ha fatto crollare sia l'occupazione che le entrate fiscali, al punto che potrebbe finire in bancarotta (seguendo l'esempio della California, alcuni anni fa). E infatti Shell ferma la ricerca di altri giacimenti perché con questi prezzi l'estrazione di greggio nel mare ghiacciato avverrebbe in sicura perdita, così come sta avvenendo in tutto il settore dello shale oil.
Ma la dimensione dei problemi è intuibile anche dalle polemiche seguite alla decisione dell'Epa (l'ente per la protezione ambientale, lo stesso che ha fatto esplodere lo scandalo Volkswagen) di abbassare i limiti “accettabili” della quantità di ozono nell'aria: da 75 a 70 parti per miliardo (ppb). Il vecchio limite era stato fissato ai tempi di Bush, sicuramente poco sensibile ai temi ambientali, e il fatto che non fosse mai stato abbassato era uno degli argomenti di critica “da sinistra” ad Obama. Le polemiche, dovrebbe essere inutile dirlo, provengono soprattutto dalle industrie, che dovrebbero a questo punto investire in meccanismi di contenimento delle emissioni al momento della produzione o sugli stessi prodotti: “Le aziende manifatturiere, soprattutto le più piccole, saranno costrette a decidere tra il rispetto della normativa Epa e l’assunzione di nuovi lavoratori”. Ma anche le associazioni ambientaliste sono deluse perché ritenevano che l'abbassamento dei limiti dovesse essere più drastico, a 60 parti per miliardo.
Tutta quest'orgia di dati negativi viene in queste settimane pubblicata un po' dovunque per fare pressione sulla Federal Reserve, che ha annunciato un primo rialzo dei tassi d'interesse entro la fine dell'anno (probabilmente in dicembre). Un rialzo dei tassi, ovvero l'aumento del costo del denaro, avrebbe effetti pesantemente negativi sull'economia reale Usa, ma probabilmente buoni su quello puramente finanziario, perché farebbe volare masse enormi di capitali liquidi dai paesi emergenti e dall'Europa verso gli Stati Uniti (cosa che peraltro sta avvenendo già da molte settimane, perché “i mercati” non attendono che le decisioni siano formalmente prese ma le “anticipano” per sfruttare anche pochi centesimi percentuali di guadagno).
E tra gli analisti c'è già chi scommette sul fatto che la Fed darà – sì – seguito al proprio annuncio che data ormai due anni, e quindi rialzerà di pochissimo i tassi di interesse. Ma già a primavera – questa la previsione – dovrà fare marcia indietro e ricominciare a preparare un nuovo ciclo di quantitative easing.
Tradotto: la crisi globale è sempre qui e l'unico modo di non tenerla minimamente sotto controllo è l'intervento delle principali banche centrali del pianeta, con iniezioni di liquidità di fatto illimitate. Ma vi sembra possibile “stampare denaro” all'infinito al solo scopo di mantenere ferma la situazione?
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