Dei tanti comandamenti che regolano il mondo delle criptovalute, il più noto e importante è probabilmente quello che recita: buy the dip (“compra il calo”). Non è una vera e propria regola (che d’altra parte, in campo finanziario e speculativo, non esistono), ma è innegabile che chi – nel corso dei quasi due decenni di esistenza dei bitcoin – ha approfittato dei vari crolli che si sono susseguiti per acquistare la più antica delle criptovalute raramente ha sbagliato.
I numeri parlano chiaro: dopo lo scoppio della grande bolla dell’inverno 2017/18, il valore dei bitcoin precipitò da 19mila a 3.500 dollari. Chi avesse avuto il sangue freddo di acquistare i bitcoin al loro minimo e mentre la stampa ne celebrava per l’ennesima volta la “morte”, per poi attendere pazientemente la risalita, avrebbe potuto realizzare nel novembre 2021, poco più di due anni e mezzo più tardi, un guadagno del 1800% circa (i bitcoin toccarono infatti, quel mese, 67mila dollari).
Lo stesso si è ripetuto in altre occasioni, sia precedenti sia successive: ogni crollo del mercato delle criptovalute è stato seguito da una netta risalita, che nel caso dei bitcoin li ha portati a infrangere un record dopo l’altro, fino a raggiungere il massimo storico di 124mila dollari nell’ottobre del 2025 (dopo essere scesi fino a 16mila dollari del dicembre 2022).
È anche per questa ragione che quando si moltiplicano i titoli sull’ennesimo (e, dal punto di vista speculativo, inevitabile) crollo delle criptovalute, è anche il momento in cui i true believers, ovvero i più fedeli sostenitori del mondo cripto, approfittano di quelli che considerano “prezzi di saldo” per acquistare bitcoin o altre monete digitali e poi attendere la risalita.
Investimenti controcorrente
Per quanto queste regole – che sono in verità previsioni basate sul comportamento passato – potrebbero sempre venire smentite, va sottolineato che il concetto di “buy the dip” non riguarda soltanto le criptovalute, ma viene anzi applicato nel mondo finanziario da secoli. Due aneddoti sono ormai passati alla leggenda (ed è infatti impossibile stabilirne la veridicità storica): il primo risale addirittura ai primi del 1800, quando Nathan Mayer Rothschild approfittò del panico causato dalle Guerre Napoleoniche per acquistare i titoli di stato britannici di cui tutti volevano liberarsi e poi, dopo la vittoria del Regno Unito, si arricchì immensamente. Il modo di dire che gli viene attribuito riassume in poche parole il concetto: “Compra quando c’è il sangue per le strade” (in cui il “sangue” è preferibilmente da intendersi metaforicamente con il significato di “crollo del valore degli asset finanziari”).
Il secondo aneddoto ha invece come protagonista Joe Kennedy. La leggenda vuole che nel 1929, all’apice della frenesia dei mercati, il padre del futuro presidente degli Stati Uniti JFK si fermò in un vicolo di Wall Street per farsi lucidare le scarpe. Mentre svolgeva il lavoro, il lustrascarpe confidò a Kennedy quali fossero le azioni secondo lui più promettenti. Per l’investitore fu una sorta di epifania: comprese che, se perfino una persona priva di qualunque competenza finanziaria si stava dilettando con le azioni, era giunto il momento di vendere. In questo modo, Joe Kennedy riuscì a liberarsi delle sue azioni mentre ancora erano ai valori massimi. Il martedì successivo, il 29 ottobre del 1929, i mercati crollarono e iniziò la Grande Depressione.
Sono due aneddoti che riassumono il cosiddetto “investimento controcorrente” (compra quando tutti vendono e viceversa) e che, tornando al mondo delle criptovalute, potremmo aggiornare così: vendi quando perfino il TG1 parla del boom dei bitcoin e compra quando sui social tutti dicono che sono morti.
Perché sono crollate le criptovalute
Andrà così anche questa volta? Le ultime settimane sono state molto pesanti sotto il fronte delle criptovalute. E questo nonostante una parte consistente degli addetti ai lavori avesse vaticinato una nuova imponente ascesa proprio nel corso dell’inverno del 2025-26, seguendo così fedelmente quel ciclo quadriennale di crescita che segue il momento dell’halving (quando cioè viene dimezzata la ricompensa in bitcoin elargita ai “miner”).
E invece, dopo i massimi di ottobre e una fase di stagnazione, il mercato delle criptovalute è crollato sul finire del mese di novembre: i bitcoin sono scesi di oltre il 30% rispetto ai massimi di ottobre 2025 (da 124mila a 84mila dollari), mentre cali anche peggiori sono stati accusati da ether (-40%), XRP (-45%) e tutte le altre principali altcoin. Nel complesso, il mercato delle criptovalute ha perso oltre mille miliardi di dollari di valore, prima di tentare, nei primi giorni di dicembre, una timida ripresa.
Che cos’è successo? Perché un crollo così improvviso e imprevisto proprio nell’anno dell’elezione di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di rendere gli Stati Uniti la prima “cripto-superpotenza” della storia? La teoria più diffusa, ripresa anche dal Wall Street Journal, vuole che questo crollo sia paradossalmente legato al successo delle criptovalute e alla loro diffusione tra i grandi investitori istituzionali, avvenuta soprattutto in seguito all’esplosione degli ETF. Gli exchange-traded fund sono strumenti finanziari quotati in Borsa, che replicano l’andamento di un asset – in questo caso i bitcoin o gli ether – e che consentono agli investitori di esporsi alle criptovalute senza possederle direttamente.
Dopo le prime approvazioni negli Stati Uniti, avvenute a inizio 2024, gli ETF che trattano bitcoin ed ether sono esplosi, venendo adottati da colossi come BlackRock, Fidelity, Invesco, Ark Invest e attirando decine di miliardi di dollari (che a loro volta hanno fatto crescere il valore del mercato cripto, che tra il 2024 e il 2025 è passato da 1.600 a 4.200 miliardi di dollari).
Come ha però sintetizzato, parlando con il WSJ, Cory Klippsten, CEO dell’exchange Swan Bitcoin, “una volta che le istituzioni sono coinvolte, le criptovalute iniziano a essere scambiate come un asset istituzionale”. In parole più semplici, i tempi in cui l’andamento dei bitcoin era scollegato dal mercato tradizionale (e in alcune occasioni andava addirittura in direzione inversa, perché i più avventurosi si rivolgevano alle criptovalute quando Wall Street non dava loro soddisfazione) sono passati. Oggi, proprio per via della loro adozione istituzionale, il mercato delle criptovalute tende a muoversi in maniera sempre più correlata agli indici finanziari tradizionali.
Stando a questa interpretazione, non è un caso che il crollo dei bitcoin sia avvenuto a novembre, mese segnato da grandi turbolenze finanziarie legate al timore di un imminente scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale. Per quanto percentualmente più contenuto, il brusco calo del valore delle azioni di Nvidia o Meta si è verificato negli stessi giorni in cui sono crollate le criptovalute, confermando come il mercato dei bitcoin ormai segua l’andamento di quello tradizionale.
“Dal mese di ottobre, i bitcoin si sono comportati più come azioni tech ad alta crescita che come un bene rifugio non correlato”, si legge sul South China Morning Post, che cita un report della Deutsche Bank. Che la correlazione tra il mercato cripto e quello tradizionale stesse aumentando era evidente già da tempo, ma il fatto che questa dinamica si stia ulteriormente rafforzando potrebbe allontanare i cosiddetti investitori “retail” (i piccoli investitori comuni), che sono stati storicamente attratti dall’alta volatilità dei bitcoin e dai loro meccanismi peculiari.
Nel momento in cui il mercato delle criptovalute (soprattutto di quelle più consolidate) inizia a muoversi come il Nasdaq e a diventare sempre più istituzionale, i piccoli investitori potrebbero andare in cerca di nuovi e ancora sconosciuti modi per facili (ma rischiosi) guadagni, com’è stato in passato con i “marijuana stocks”, i meme stocks (celebre il caso GameStop) e più di recente con i memecoin (su cui torneremo tra poco).
A confermare questa teoria è ancora la Deutsche Bank, secondo cui l’adozione dei bitcoin e delle altre più diffuse criptovalute sarebbe scesa tra gli investitori retail dal 17% della scorsa estate al 15% attuale. Un calo ridotto ma significativo, visto che l’adozione in costante crescita (anche se solo a scopo di compravendita) è uno dei fattori fondamentali alla base delle previsioni al rialzo.
Un altro aspetto che probabilmente ha influenzato il crollo dei bitcoin è che, come nota la CNBC, i dati sull’occupazione negli Stati Uniti per il mese di settembre hanno mostrato una crescita dei posti di lavoro più forte del previsto (119mila nuovi impieghi contro i circa 50mila previsti). Numeri positivi ma che hanno ridotto la probabilità di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve durante il mese di dicembre, mentre contestualmente anche la BCE ha mantenuto i tassi invariati. I tagli dei tassi sono generalmente considerati una buona notizia per il prezzo dei bitcoin, perché aumentano la liquidità nei mercati e quindi possono fare da volano ai mercati speculativi.
Il boom c’è già stato
E se invece le cose fossero molto più semplici di così? Come abbiamo accennato, almeno a partire dal 2013 i bitcoin si muovono a cicli quadriennali, con il massimo della crescita che avviene durante l’inverno. È uno schema che si ripete da 12 anni e che non ha mai tradito le aspettative. Ma è possibile che un meccanismo speculativo si ripeta identico ogni quattro anni? Ovviamente, no: se tutti sapessimo con certezza quando vendere e quando comprare non troveremmo nessuno disposto, viceversa, ad acquistare ciò che vogliamo vendere o a vendere quando vogliamo comprare.
Una variabilità nella dinamica del ciclo quadriennale è necessaria per evitare che il mercato si blocchi. E quindi, se il tanto atteso boom delle criptovalute ci fosse semplicemente già stato? Se fosse solo stato anticipato rispetto alle attese, e adesso stessimo assistendo all’inevitabile correzione che segue un’imponente crescita? Se l’ascesa – e anche il declino, se si arresterà sui valori attuali – fosse semplicemente stata inferiore alle attese?
In effetti, il primo grande picco storico nel valore dei bitcoin e delle altcoin (ether e tutte le altre criptovalute minori) fu raggiunto, come detto, nella metà del dicembre 2017. Avanti di quattro anni, nel 2021 il nuovo massimo dei bitcoin viene raggiunto nella prima metà di novembre, quindi circa con un mese in anticipo. Nel 2025, il massimo storico dei bitcoin è stato raggiunto a ottobre (tutti i dati sono presi da CoinMarketCap e CoinGecko).
È come se il picco di questo famigerato ciclo quadriennale venisse via via anticipato di un mese dagli investitori più avveduti, che così mandano il primo importante segnale ribassista al mercato. Allo stesso tempo, e in questo caso probabilmente a causa dell’istituzionalizzazione dei bitcoin, le impennate della più antica criptovaluta e del mercato nel suo complesso sono sempre meno brusche.
Dal massimo del 2013 a quello del 2017, il valore dei bitcoin aumentò di quasi 20 volte (da mille dollari a 19mila). Tra il 2017 e il 2021, la crescita fu “solo” del 230% (da 19mila a 67mila). Tra il 2021 e il 2025 è stata (a meno di improvvise sorprese) invece del 96% (da 67mila a 124mila). Se le cose stessero così, sarebbe un altro segnale della normalizzazione dei bitcoin e i suoi fratelli, il cui mercato continua a essere molto più volatile delle azioni tradizionali, ma lo è sempre meno.
C’è però un altro elemento che torna ogni quattro anni e che ha accompagnato le varie ascese dei bitcoin e delle altcoin: il fatto che ogni ciclo fosse anticipato e alimentato da un concomitante fenomeno ultraspeculativo sempre basato su blockchain e criptovalute. Nel 2017 fu la volta delle ICO (initial coin offering, una sorta di “quotazione in borsa” ufficiosa di alcune imprese basate su blockchain, che si finanziavano vendendo i loro token, acquistati nella speranza che aumentassero di valore). Nel 2021 fu invece il turno dei notissimi NFT (non-fungible token, una specie di firma elettronica basata su blockchain che certifica la proprietà di un bene digitale).
E nel 2025? Per quanto siano almeno in parte già stati dimenticati, l’anno che sta per concludersi (e anche quello precedente) è stato all’insegna dei “memecoin”: token creati su piattaforme blockchain come Ethereum o Solana, che spesso prendono il nome di influencer o celebrità (tra cui lo stesso Donald Trump), la cui vita finanziaria è di pochi giorni o settimane e che vengono creati senza nessuno scopo al di fuori della pura e spregiudicata speculazione.
Tutto ciò sembra confermare, insomma, che il ciclo non sia stato mancato, ma semplicemente sia stato meno robusto delle attese (o speranze) e leggermente anticipato: “La verità è che l’hangover era iniziato già da mesi”, ha spiegato Thomas Perfumo, economista dell’exchange Kraken. La sensazione che si sia giunti alla fine dell’attuale ciclo è confermata anche da Matthew Hogan, responsabile degli investimenti di Bitwise Asset Management: “Penso che si sia più vicini alla fine delle vendite che al loro inizio, ma i mercati sono in turbolenza e potrebbero esserci altri cali prima di vedere una risalita”.
Se così fosse, significherebbe che a una crescita ridotta segue una correzione di circa il 30/40%, molto inferiore rispetto ai crolli del passato, che superavano anche l’80%. Bisognerà però aspettare ancora a lungo per essere sicuri che la caduta si sia già fermata, e nel frattempo – ovviamente – tutto potrebbe ancora accadere e ogni previsione e interpretazione venire seccamente smentita.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/01/2026
01/02/2025
Guerra al mondo, con il dollaro
L’allarme viene questa volta direttamente dai giornali economici che, come detto più volte, sugli aspetti tecnici sono decisamente più attendibili dei “generalisti”, perché il loro pubblico è fatto di operatori sui mercati, che debbono perciò disporre di informazioni utili per investire soldi, non per fare gossip o piatta propaganda “atlantica”.
E quindi prendiamo dannatamente sul serio il grido sollevato da MilanoFinanza: “Perché le stablecoin Usa sono un rischio per banche e credito in Europa”.
Un po’ criptico, vero? Beh, bisogna allora spiegare intanto cosa sono e come funzionano le stablecoin, poi vedere perché minano la posizione di intermediazione del denaro tipica delle banche e infine che cosa ha combinato Donald Trump sull’argomento, con uno dei suoi cento “decreti esecutivi”.
Cos’é una stablecoin
Le stablecoin sono un tipo di criptovaluta progettata per mantenere un valore stabile, generalmente ancorato a una valuta fiat come il dollaro statunitense (USD) o a un paniere di asset.
A differenza delle criptovalute tradizionali (Bitcoin, Ethereum, ecc), soggette a violente fluttuazioni di prezzo, le stablecoin mirano a ridurre la volatilità, rendendole più adatte per transazioni quotidiane, riserva di valore e trasferimenti di fondi.
Le stablecoin “collateralizzate”, per esempio, sono sostenute da riserve di asset reali, spesso detenute da entità centralizzate. Ad esempio, Tether (USDT) e USD Coin (USDC) sono garantite da riserve in dollari statunitensi o equivalenti, periodicamente verificate da terze parti per garantire la fiducia.
Proprio per questa maggiore garanzia e stabilità della quotazione, insomma, le stablecoin sono ampiamente utilizzate nel trading di criptovalute come mezzo per evitare la volatilità, nel trasferimento di fondi transfrontalieri grazie alla loro velocità e basso costo, e in applicazioni di finanza decentralizzata, come prestiti e crediti.
Una moneta elettronica, insomma, quasi “normale”. Se non fosse per l’antipatica constatazione per cui, al 99%, l’insieme delle stablecoin si regge sul dollaro che – come moneta fiat – dipende dalla volontà e dagli interessi degli Stati Uniti.
Quando si compra una stablecoin, dunque, si trasferiscono i propri soldi da un conto di un qualsiasi paese del mondo (italiano, francese, turco, giapponese, ecc) a un conto statunitense. Ovvero alla società che gestisce la stablecoin prescelta.
Come impatta una stablecoin sul business delle banche
Come appena detto, se si trasferisce il proprio denaro a una società Usa è come se si cambiasse banca. Quella di cui ci serviamo attualmente, anche senza chiudere il conto, si troverà dei soldi in meno per fare il proprio lavoro (prestare soldi a famiglie e imprese, oppure per condurre proprie operazioni sui mercati, come stiamo vedendo in questi giorni con il “grande gioco” tra MontePaschi, Mediobanca e Generali).
Una banca tradizionale guadagna tenendo nel conto i nostri soldi e ogni volta che li usiamo (pagamenti, bonifici, investimenti, acquisto titoli, ecc). Se quei soldi vanno da un’altra parte perdono una quota dei loro guadagni.
Non c’è però, come singoli cittadini costretti ad avere un conto bancario anche solo per ricevere lo stipendio, da esserne troppo contenti. È vero che comprando una stablecoin faremmo un dispetto alla “nostra” banca, ma faremmo contemporaneamente un favore a quella nuova. Per noi poveri dipendenti o pensionati cambia zero.
Cambia invece qualcosa per il sistema bancario del paese o dell’area economica in cui viviamo.
La mossa di Trump
Il vecchio-nuovo presidente Usa, come si diceva, fin dal primo giorno ha emanato 100 “ordini esecutivi” (decisioni aventi valore di legge, anche se mai discusse nemmeno dal Congresso), uno dei quali relativi proprio al divieto di usare negli States le Central Bank Digital Currency – “monete digitali” emesse da Stati o comunità di Stati, come ad esempio l’euro digitale, ancora nella fase di studio di fattibilità – e intende estendere nel mondo l’utilizzo di stablecoin legate strettamente al dollaro.
In un colpo solo, insomma, intende ammazzare qualunque concorrente digitale del dollaro e favorire l’uso pressoché esclusivo della moneta Usa nelle transazioni internazionali.
Controllare la moneta per controllare il mondo, guadagnandoci anche sopra...
A conferma che questo è l’obiettivo reale e non una maligna interpretazione, lo stesso Trump ha accompagnato la decisione con la minaccia ai paesi Brics: “Chiederemo un impegno da questi Paesi apparentemente ostili a non creare una nuova valuta dei Brics, né sostenere altre valute per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti affronteranno dazi del 100 per cento”.
Brutale, esplicito, non interpretabile.
E va ricordato che i Brics costituiscono ormai un insieme economico molto esteso (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, più Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia, Iran, mentre sulla porta ci sono Indonesia, Turchia, Messico, Nigeria, Bangladesh, Vietnam, Thailandia, Algeria, Pakistan, Kazakistan, Senegal, Zimbabwe, Venezuela, Sudan, Tunisia, probabilmente anche Cuba), che supera di gran lunga l’Occidente euro-atlantico per popolazione, Pil, tassi di crescita...
Ma di fatto questa dichiarazione di guerra è rivolta anche contro l’Unione Europea e specificamente all’unica istituzione economica unitaria che è riuscita a strutturare: la Bce.
Com’è noto, Francoforte sta da tempo lavorando al progetto di “euro digitale”, che all’inizio ha sollevato timori nelle banche commerciali europee per lo stesso motivo: perdere margini di intermediazione, dimensione dei depositi e dunque di guadagno.
C’è da dire però che un “euro digitale” sarebbe – o sarà – molto diverso da una stablecoin perché concepito come una versione digitale della moneta unica europea, complementare al contante e ai depositi bancari esistenti. A differenza delle criptovalute decentralizzate o delle stablecoin private, l’euro digitale sarebbe una moneta digitale emessa direttamente dalla BCE, mantenendo il controllo centrale sulla politica monetaria e sulla stabilità finanziaria.
Ogni cittadino europeo potrebbe comunque ottenere un “portafoglio digitale” presso la Bce (togliendo di fatto qualcosa alle banche commerciali), ma la discussione in corso a Francoforte verte appunto sui limiti da porre a questa possibilità (come l’entità delle cifre e la mancata corresponsione di interessi, pratica ancora comune in numerose banche private).
Il siluro di Trump è a testa multipla. In primo luogo è diretto contro quanti stanno cercando di creare un sistema internazionale dei pagamenti alternativo allo Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), strettamente controllato dagli Usa che in questo modo riescono anche a rendere effettive le “sanzioni” finanziarie decise – unilateralmente e illegalmente – dalla Casa Bianca.
E ancora una volta va contro i Brics+, che stanno cercando di integrare e interfacciare le diverse piattaforme fin qui costruite per aggirare sia le sanzioni che l’utilizzo obbligato del dollaro. E dunque il SPFS (System for Transfer of Financial Messages), creato dalla Banca Centrale Russa nel 2014; il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), lanciato dalla Cina nel 2015 per le transazioni in yuan; e altri sperimentati o progettati da Venezuela, Turchia, Iran, ecc.
Ma il bersaglio immediato, anche per la stretta “compresenza” tra le due sponde dell’Atlantico, è l’Unione Europea, la Bce, l’euro e soprattutto le banche del Vecchio Continente, gonfie di risparmi privati (al contrario di quelle Usa, piene di non performing loans). Spostare masse molto consistenti di capitale monetario verso gli Stati Uniti aiuterebbe molto quel mondo cadente a tamponare i propri problemi...
Siamo insomma davanti ad una dichiarazione di guerra finanziaria e monetaria a tutto il mondo. Washington grida “qui comando io, fuori i soldi!” e “guai a chi non obbedisce!”.
Una prova di forza che cancella trattati pluridecennali, oltre che consuetudini ed istituzioni “terze” (dall’Onu in giù), e quindi la stessa possibilità che continui ad esistere un “ordine internazionale basato su regole”.
Ma come sempre, quando si passa all’uso esplicito della forza, bisogna vedere se si dispone ancora – oppure no – proprio di quella forza necessaria a sostenere la sfida lanciata ai competitori. Se, come sembra ormai chiaro, c’è una sopravvalutazione di se stessi, si rischia l’effetto opposto: un’accelerazione della fuga del resto del mondo dai rapporti ineguali con gli Stati Uniti e le loro multinazionali.
Insomma: diversi paesi europei, seguendo l’esempio della Turchia, potrebbero cominciare a trovare conveniente l’associazione ai Brics+, lasciando l’America da sola a godersi la sua “meravigliosa economia” senza più la cannuccia (il dollaro) per vampirizzare il resto del mondo.
In fondo dei 100 “ordini esecutivi” uno – quello relativo al blocco di miliardi di dollari di aiuti pubblici, tra cui sussidi e indennità – è già sul punto di essere totalmente rivisto dopo le decine di ricorsi presentati da numerosi Stati...
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E quindi prendiamo dannatamente sul serio il grido sollevato da MilanoFinanza: “Perché le stablecoin Usa sono un rischio per banche e credito in Europa”.
Un po’ criptico, vero? Beh, bisogna allora spiegare intanto cosa sono e come funzionano le stablecoin, poi vedere perché minano la posizione di intermediazione del denaro tipica delle banche e infine che cosa ha combinato Donald Trump sull’argomento, con uno dei suoi cento “decreti esecutivi”.
Cos’é una stablecoin
Le stablecoin sono un tipo di criptovaluta progettata per mantenere un valore stabile, generalmente ancorato a una valuta fiat come il dollaro statunitense (USD) o a un paniere di asset.
A differenza delle criptovalute tradizionali (Bitcoin, Ethereum, ecc), soggette a violente fluttuazioni di prezzo, le stablecoin mirano a ridurre la volatilità, rendendole più adatte per transazioni quotidiane, riserva di valore e trasferimenti di fondi.
Le stablecoin “collateralizzate”, per esempio, sono sostenute da riserve di asset reali, spesso detenute da entità centralizzate. Ad esempio, Tether (USDT) e USD Coin (USDC) sono garantite da riserve in dollari statunitensi o equivalenti, periodicamente verificate da terze parti per garantire la fiducia.
Proprio per questa maggiore garanzia e stabilità della quotazione, insomma, le stablecoin sono ampiamente utilizzate nel trading di criptovalute come mezzo per evitare la volatilità, nel trasferimento di fondi transfrontalieri grazie alla loro velocità e basso costo, e in applicazioni di finanza decentralizzata, come prestiti e crediti.
Una moneta elettronica, insomma, quasi “normale”. Se non fosse per l’antipatica constatazione per cui, al 99%, l’insieme delle stablecoin si regge sul dollaro che – come moneta fiat – dipende dalla volontà e dagli interessi degli Stati Uniti.
Quando si compra una stablecoin, dunque, si trasferiscono i propri soldi da un conto di un qualsiasi paese del mondo (italiano, francese, turco, giapponese, ecc) a un conto statunitense. Ovvero alla società che gestisce la stablecoin prescelta.
Come impatta una stablecoin sul business delle banche
Come appena detto, se si trasferisce il proprio denaro a una società Usa è come se si cambiasse banca. Quella di cui ci serviamo attualmente, anche senza chiudere il conto, si troverà dei soldi in meno per fare il proprio lavoro (prestare soldi a famiglie e imprese, oppure per condurre proprie operazioni sui mercati, come stiamo vedendo in questi giorni con il “grande gioco” tra MontePaschi, Mediobanca e Generali).
Una banca tradizionale guadagna tenendo nel conto i nostri soldi e ogni volta che li usiamo (pagamenti, bonifici, investimenti, acquisto titoli, ecc). Se quei soldi vanno da un’altra parte perdono una quota dei loro guadagni.
Non c’è però, come singoli cittadini costretti ad avere un conto bancario anche solo per ricevere lo stipendio, da esserne troppo contenti. È vero che comprando una stablecoin faremmo un dispetto alla “nostra” banca, ma faremmo contemporaneamente un favore a quella nuova. Per noi poveri dipendenti o pensionati cambia zero.
Cambia invece qualcosa per il sistema bancario del paese o dell’area economica in cui viviamo.
La mossa di Trump
Il vecchio-nuovo presidente Usa, come si diceva, fin dal primo giorno ha emanato 100 “ordini esecutivi” (decisioni aventi valore di legge, anche se mai discusse nemmeno dal Congresso), uno dei quali relativi proprio al divieto di usare negli States le Central Bank Digital Currency – “monete digitali” emesse da Stati o comunità di Stati, come ad esempio l’euro digitale, ancora nella fase di studio di fattibilità – e intende estendere nel mondo l’utilizzo di stablecoin legate strettamente al dollaro.
In un colpo solo, insomma, intende ammazzare qualunque concorrente digitale del dollaro e favorire l’uso pressoché esclusivo della moneta Usa nelle transazioni internazionali.
Controllare la moneta per controllare il mondo, guadagnandoci anche sopra...
A conferma che questo è l’obiettivo reale e non una maligna interpretazione, lo stesso Trump ha accompagnato la decisione con la minaccia ai paesi Brics: “Chiederemo un impegno da questi Paesi apparentemente ostili a non creare una nuova valuta dei Brics, né sostenere altre valute per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti affronteranno dazi del 100 per cento”.
Brutale, esplicito, non interpretabile.
E va ricordato che i Brics costituiscono ormai un insieme economico molto esteso (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, più Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia, Iran, mentre sulla porta ci sono Indonesia, Turchia, Messico, Nigeria, Bangladesh, Vietnam, Thailandia, Algeria, Pakistan, Kazakistan, Senegal, Zimbabwe, Venezuela, Sudan, Tunisia, probabilmente anche Cuba), che supera di gran lunga l’Occidente euro-atlantico per popolazione, Pil, tassi di crescita...
Ma di fatto questa dichiarazione di guerra è rivolta anche contro l’Unione Europea e specificamente all’unica istituzione economica unitaria che è riuscita a strutturare: la Bce.
Com’è noto, Francoforte sta da tempo lavorando al progetto di “euro digitale”, che all’inizio ha sollevato timori nelle banche commerciali europee per lo stesso motivo: perdere margini di intermediazione, dimensione dei depositi e dunque di guadagno.
C’è da dire però che un “euro digitale” sarebbe – o sarà – molto diverso da una stablecoin perché concepito come una versione digitale della moneta unica europea, complementare al contante e ai depositi bancari esistenti. A differenza delle criptovalute decentralizzate o delle stablecoin private, l’euro digitale sarebbe una moneta digitale emessa direttamente dalla BCE, mantenendo il controllo centrale sulla politica monetaria e sulla stabilità finanziaria.
Ogni cittadino europeo potrebbe comunque ottenere un “portafoglio digitale” presso la Bce (togliendo di fatto qualcosa alle banche commerciali), ma la discussione in corso a Francoforte verte appunto sui limiti da porre a questa possibilità (come l’entità delle cifre e la mancata corresponsione di interessi, pratica ancora comune in numerose banche private).
Il siluro di Trump è a testa multipla. In primo luogo è diretto contro quanti stanno cercando di creare un sistema internazionale dei pagamenti alternativo allo Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), strettamente controllato dagli Usa che in questo modo riescono anche a rendere effettive le “sanzioni” finanziarie decise – unilateralmente e illegalmente – dalla Casa Bianca.
E ancora una volta va contro i Brics+, che stanno cercando di integrare e interfacciare le diverse piattaforme fin qui costruite per aggirare sia le sanzioni che l’utilizzo obbligato del dollaro. E dunque il SPFS (System for Transfer of Financial Messages), creato dalla Banca Centrale Russa nel 2014; il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), lanciato dalla Cina nel 2015 per le transazioni in yuan; e altri sperimentati o progettati da Venezuela, Turchia, Iran, ecc.
Ma il bersaglio immediato, anche per la stretta “compresenza” tra le due sponde dell’Atlantico, è l’Unione Europea, la Bce, l’euro e soprattutto le banche del Vecchio Continente, gonfie di risparmi privati (al contrario di quelle Usa, piene di non performing loans). Spostare masse molto consistenti di capitale monetario verso gli Stati Uniti aiuterebbe molto quel mondo cadente a tamponare i propri problemi...
Siamo insomma davanti ad una dichiarazione di guerra finanziaria e monetaria a tutto il mondo. Washington grida “qui comando io, fuori i soldi!” e “guai a chi non obbedisce!”.
Una prova di forza che cancella trattati pluridecennali, oltre che consuetudini ed istituzioni “terze” (dall’Onu in giù), e quindi la stessa possibilità che continui ad esistere un “ordine internazionale basato su regole”.
Ma come sempre, quando si passa all’uso esplicito della forza, bisogna vedere se si dispone ancora – oppure no – proprio di quella forza necessaria a sostenere la sfida lanciata ai competitori. Se, come sembra ormai chiaro, c’è una sopravvalutazione di se stessi, si rischia l’effetto opposto: un’accelerazione della fuga del resto del mondo dai rapporti ineguali con gli Stati Uniti e le loro multinazionali.
Insomma: diversi paesi europei, seguendo l’esempio della Turchia, potrebbero cominciare a trovare conveniente l’associazione ai Brics+, lasciando l’America da sola a godersi la sua “meravigliosa economia” senza più la cannuccia (il dollaro) per vampirizzare il resto del mondo.
In fondo dei 100 “ordini esecutivi” uno – quello relativo al blocco di miliardi di dollari di aiuti pubblici, tra cui sussidi e indennità – è già sul punto di essere totalmente rivisto dopo le decine di ricorsi presentati da numerosi Stati...
Fonte
08/02/2024
Uno “spregiudicato” El Salvador alle urne
Il 16 gennaio 1992 a Città del Messico, con la mediazione dell’Onu, furono sottoscritti gli “Accordi di Pace di Chapultepec” che posero fine a 12 anni di sanguinosa guerra civile in El Salvador con un sostanziale pari e patta militare e un saldo di 75mila morti. Firmarono quell’intesa il presidente Alfredo Cristiani della Alianza Republicana Nacionalista (ARENA) partito della destra al governo, e la Comandancia General del Frente Farabundo Martì para la Liberación Nacional (FMLN). Il trattato dispose il pensionamento di 112 alti ufficiali dell’esercito; il disarmo della guerriglia e la sua trasformazione in partito politico; nonché la riorganizzazione di forze armate e polizia con l’inserimento in entrambe di ex combattenti guerriglieri.
Cominciò così a prendere forma un incipiente stato democratico mai sperimentato nel “Pulgarcito (pollicino) de America” come definì El Salvador il suo illustre poeta Roque Dalton. Nel ‘94 si tennero le prime elezioni libere, che confermarono ARENA alla guida del paese e alla quale toccarono tre mandati di fila (fino al 2009), cui seguirono due periodi del FMLN. Da allora non si sono registrati assassinii politici nello stato più piccolo quanto più densamente popolato del subcontinente latinoamericano. Con un fragile potere giudiziario che tentava via via di guadagnarsi una relativa indipendenza.
Ma alla stabilità politica non seguì un miglioramento delle misere condizioni di vita della popolazione. Con ARENA che, controllando anche l’Assemblea Legislativa, continuò a garantire gli interessi della storica oligarchia locale. Fino alla clamorosa adozione nel 2001 del dollaro come moneta ufficiale. E tantomeno attuando quella riforma agraria che gli accordi di pace avevano in qualche modo auspicato per superare il secolare schema coloniale “terratenientes versus peones”.
L’avvento delle maras
Pace dunque; ma con povertà e disuguaglianze sociali crescenti. Il che provocò un nuovo incremento dell’emigrazione (soprattutto verso gli Stati Uniti) già abbondantemente registratosi durante il conflitto. Cui seguì il sorgere di un nuovo fenomeno: le maras (bande giovanili). Nate già nel dopoguerra nei quartieri marginali di Los Angeles, si sono progressivamente rinfoltite in tutta la California (e non solo) coi figli dei migranti centroamericani. I quali, a partire dalla metà degli anni ’90 e una volta scontata una pena in un carcere degli states, venivano deportati a migliaia ogni anno nei loro paesi d’origine. In El Salvador, in un ambiente post conflitto assai precario e con una gran quantità di armi ancora in circolazione, trovarono le condizioni propizie per trapiantarvi le loro pandillas: la Salvatrucha e la Barrio 18, spesso in lotta fra loro.
Di lì il graduale diffondersi nelle periferie delle città fino al controllo di vaste aree in particolare della capitale San Salvador, imponendo la pratica generalizzata dell’estorsione. Col risultato di un’impennata della violenza e degli omicidi fino al tasso di 106 assassinii ogni centomila abitanti (dati del 2015). Fra i più elevati in America Latina e nel mondo senza che vi sia in corso una guerra. Insomma una tragica disputa fra poveri.
ARENA, scarsamente interessata al problema, che non toccava gli iperprotetti quartieri dell’élite benestante, si limitò ad adottare misure propagandistiche di “mano dura” soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali. Mentre il FMLN, subentrato nel 2009 per dieci anni alla guida del paese (dopo i venti consecutivi della destra) alternò fasi di repressione a negoziati con i capi delle bande; non riuscendo comunque a contenerle, impossibilitato com’era (senza maggioranza in parlamento) a varare riforme strutturali che incidessero sulla redistribuzione dei redditi e l’incremento dell’occupazione.
Bukele presidente
È in questo contesto che nel giugno 2019 il 38enne Najib Bukele, di lontana origine palestinese, subentra alla sinistra alla guida del paese, senza necessità neppure del ballottaggio e archiviando definitivamente lo schema bipartitista che aveva retto fino a quel momento. Da sindaco uscente della capitale era stato improvvidamente espulso dal FMLN (tra le cui fila era stato eletto) per le sue “intemperanze”. L’ex guerriglia al governo si era rivelata del resto fin troppo ortodossa rispetto all’evoluzione dei tempi, investendo scarsamente sulle giovani disperate generazioni di El Salvador. Che sono poi la stragrande maggioranza della popolazione. Così che Bukele ebbe buon gioco a fondare il partito Nuevas Ideas, che appena due anni dopo avrebbe conseguito anche la maggioranza dei due terzi dei deputati. Di lì in avanti, a colpi di twitter, il giovane millennial inaugura la sua stagione autoritaria. Destruttura l’organismo giudiziario e nomina una Corte Suprema di Giustizia a propria immagine e somiglianza, assumendo di fatto la gestione dei tre poteri dello stato. Oltre a guadagnarsi, da ultimo, i favori di esercito e polizia.
Col suo spirito imprenditoriale, ereditato in famiglia, nel settembre 2021 si avventura (primo paese al mondo) a dare corso legale al bitcoin, investendovi 105 milioni di dollari in risorse pubbliche. Il suo obiettivo era di fare in modo che le rimesse familiari dall’estero (che ammontano a ben il 26% del pil) entrassero nel circuito della valuta virtuale. Non solo: annunciò l’emissione di bitcoinbond per oltre un miliardo di dollari per attrarre investimenti stranieri e fondare sulla costa del Pacifico Bitcoin City; dove “produrre” direttamente in casa (facendo concorrenza al Kazakistan) la criptomoneta grazie all’energia geotermica del vulcano Conchagua. Il tentativo di convertire El Salvador in un paradiso fiscale di nuovo conio si è però rivelato un grande bluff. Tanto che quei promessi bond sono rimasti nel cassetto. Non solo: esaurita la fase di lancio, cui aderirono i due terzi dei salvadoregni (per intascare il bonus di 30 dollari d’entrata nel relativo wallet Chivo) oggi appena il 3% delle transazioni avviene in criptovaluta. E dire che Bukele, che ancora non si dà per vinto, si era spinto persino a sottoscrivere un gemellaggio nientemeno che con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.
Lo “stato di eccezione”
Fallita la scorciatoia di creare una ricchezza opaca e speculativa, invece di introdurre finalmente qualche imposta diretta ai settori oligarchici che di tasse (a quelle latitudini) non ne hanno quasi mai pagate, Bukele ha virato sullo scottante tema della sicurezza. E dopo aver tentato accordi di “contenimento” con i leader delle maras (documentati dal prestigioso periodico El Faro) alla fine del marzo 2022, dopo un week-end particolarmente cruento, ha decretato lo “stato di eccezione” in tutto il paese. Con la sospensione delle garanzie costituzionali, il fermo di polizia attuato praticamente senza limiti, processi collettivi lampo e l’abbassamento dai 16 ai 12 anni per la responsabilità penale. Ne è risultata la carcerazione a tutt’oggi di 74mila giovani dei quali diverse migliaia (quelli ostentatamente filmati con i loro vistosi tatuaggi) sono effettivamente pandilleros. Ma tantissimi altri ne sono rimasti caso mai vittima o comunque sono stati arrestati arbitrariamente senza alcuna prova, né previo pronunciamenti giudiziari. Basta la soffiata maligna di un vicino per finire nei nuovi penitenziari di massa allestiti a tempo di record da Bukele. Privi di assistenza sanitaria, tanto che sono numerosi i decessi e comunque le denunce per abusi e torture.
Il risultato è che il tasso di morti violente è certamente precipitato lo scorso anno a sole 4 vittime per centomila abitanti. Ma in compenso El Salvador è assurto a nazione con la più alta percentuale (l’1,4%) di popolazione carceraria del Pianeta. Finendo nel mirino delle varie istanze in difesa dei diritti umani (Nazioni Unite in testa). Con Bukele a controbattere che “le organizzazioni internazionali rispondono a lobbisti che vogliono mantenerci poveri”. Non è del resto un caso che i suoi metodi repressivi siano presi sempre più a modello in America Latina da neopresidenti ultrapopulisti come l’argentino Javier Milei o il giovanissimo ecuadoriano Daniel Noboa; dove (a differenza di El Salvador) la crescita della violenza e della criminalità sono strettamente legate al dilagare del narcotraffico.
Il successo del piano securitario gli ha comunque fatto schizzare alle stelle i consensi; con i salvadoregni che si sentono (comprensibilmente) risollevati, seppur perennemente condannati a campare alla giornata in un paese dove l’economia informale supera il 60%. Così che il presidente “social” ha pensato bene di approfittarne subordinando a sé anche la Corte Costituzionale e il Tribunale Supremo Elettorale. Per poi decidere di ricandidarsi per la nuova tornata elettorale; ovviando all’assoluto divieto dei due mandati consecutivi (sancito dalla carta magna) con una furbesca (quanto fittizia) “sospensione” dall’incarico negli ultimi sei mesi di questo quinquennio.
Naturalmente Bukele, oltre a porre al proprio servizio le istituzioni e conseguentemente impedire qualsiasi forma di controllo sul suo entourage (anche privato) ha rivolto pure le sue “attenzioni” sulle organizzazioni della società civile, intimidendole. E verso i media, registrandosi nel 2022 ben 137 aggressioni di vario genere contro giornalisti. Compreso l’indipendente El Faro, primo magazine digitale latinoamericano, i cui redattori, dopo aver subito intercettazioni telefoniche attraverso il sistema Pegasus, si sono auto esiliati; pur mantenendo le pubblicazioni grazie al contributo di collaboratori anonimi.
La persecuzione contro Rubén Zamora
Dal canto suo alla vigilia delle imminenti consultazioni l’opposizione politica vaga in ordine sparso. Disarticolata e ridotta ai minimi termini (a tal punto che nei sondaggi il secondo “partito” è la scheda bianca più il voto nullo) non è riuscita ad accordarsi su un unico candidato espresso dalla società civile; sul quale sia ARENA che l’FMLN avrebbero dovuto confluire. Con questo obbiettivo si era prodigato a fondo una delle figure chiave della storia del Salvador: il democristiano Rubén Zamora, perseguito e torturato ai tempi dell’ultimo regime militare; successivamente esiliato e alleatosi politicamente con la guerriglia; per poi fare ritorno a proprio rischio e pericolo in patria. Si rivelò decisivo nei negoziati di pace, fino ad essere candidato a presidente per la sinistra nel ’94; nonché ambasciatore in India, negli Stati Uniti e all’Onu durante i governi del FMLN.
Ebbene l’apparato di Bukele si è accanito contro di lui (nonostante i suoi 81 anni) già dal momento in cui costituì il movimento Resistencia Ciudadana. Fino a che a fine dicembre scorso una magistrata, con un’aberrazione giudiziaria, ha emesso un grottesco mandato di cattura nei suoi confronti che, seppur non ancora eseguito, ha provocato l’indignazione della comunità internazionale.
Duri attacchi e velate minacce Bukele le ha dirette anche contro l’Università Centroamericana (UCA) della Compagnia di Gesù, baluardo dell’opposizione civica che non gli risparmia critiche (quello stesso ateneo dei sei gesuiti uccisi dall’esercito durante la guerra). Anche il cardinale Gregorio Rosa Chavez ha parlato di “regime del terrore sulla strada del partito unico” che “disprezza la dignità umana”, riferendosi al recente discorso del presidente all’Assemblea Generale dell’Onu nel quale aveva ostentato i suoi risultati in materia di sicurezza.
Rimuoverà Bukele anche la figura di mons. Óscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato dagli squadroni della morte nel 1980, che papa Francesco ha fatto “santo” nel 2018? E il cui dipinto si staglia alle sue spalle ogni qualvolta riceve ospiti di riguardo nel salone di protocollo del palazzo presidenziale?
Il “negazionismo” di Bukele
Il capo di stato salvadoregno ha intrapreso del resto da tempo una strategia di sistematica cancellazione del passato. Nell’ottobre scorso a Chalchuapa ha fatto rimuovere un busto di Che Guevara. Mentre è arrivato a disporre l’abbattimento nella capitale dello stesso monumento alla Riconciliazione Nazionale, in occasione dell’appena celebrato 32° anniversario degli accordi di pace, da lui definiti: “l’evento più ipocrita della nostra storia, per la glorificazione di un patto fra gli assassini del nostro popolo che poi si sono spartiti la torta”. Vantandosi di non essere “né di destra né di sinistra, categorie nate ai tempi della Rivoluzione Francese”.
Insomma un Bukele “negazionista”. Quando in realtà è proprio lui a voler emulare per primo (a quasi un secolo di distanza) il generale e presidente Maximiliano Hernandez Martinez nel farsi eleggere per una seconda volta consecutiva. Certo allora vigeva una sanguinaria dittatura militare. Ma anche queste elezioni si svolgono in uno “stato di eccezione” permanente da quasi due anni. Il che non ne garantisce certo l’imprescindibile libertà e trasparenza.
“Saremo la prima democrazia al mondo a partito unico”. Così Nayib Bukele, in queste ore si è proclamato di nuovo presidente in El Salvador (a scrutino ancora in corso) con oltre l’80% dei voti. “Abbiamo battuto ogni record della storia democratica mondiale” ha aggiunto riferendosi pure agli oltre due/terzi dei deputati in parlamento ottenuti dal suo partito Nuevas Ideas, indispensabili per rinnovare a futuro lo “stato di eccezione” in vigore dal marzo 2022.
Il suo slogan vincente è stato: “preferisci che i pandilleros tornino liberi?”. Ottenendo un consenso ovviamente reale, a differenza del vicino Nicaragua dove Daniel Ortega si mantiene al potere a suon di brogli oltre che repressione. Così come si è confermata la riduzione ad una sola cifra dell’ex guerriglia del FMLN e della destra ARENA. Quello che non è chiaro, né verificabile visto che l’apparato di Bukele controlla ogni istituzione del paese (compreso il Tribunale Elettorale, per altro andato in tilt durante il conteggio dei voti) è quanto sia stata effettivamente l’affluenza alle urne e di conseguenza l’astensionismo. Bukele infatti (forse preoccupato) oltre un’ora prima che chiudessero i seggi e violando il silenzio elettorale si era rivolto alla nazione raccomandandosi di recarsi a votare.
Vedremo ora se “il dittatore più cool” (quale Nayib si è autodefinisce) riuscirà a risollevare i salvadoregni che lo hanno votato alleviando anche la loro disperante miseria. Oltre che arginare la corruzione crescente del suo entourage.
Fonte
Cominciò così a prendere forma un incipiente stato democratico mai sperimentato nel “Pulgarcito (pollicino) de America” come definì El Salvador il suo illustre poeta Roque Dalton. Nel ‘94 si tennero le prime elezioni libere, che confermarono ARENA alla guida del paese e alla quale toccarono tre mandati di fila (fino al 2009), cui seguirono due periodi del FMLN. Da allora non si sono registrati assassinii politici nello stato più piccolo quanto più densamente popolato del subcontinente latinoamericano. Con un fragile potere giudiziario che tentava via via di guadagnarsi una relativa indipendenza.
Ma alla stabilità politica non seguì un miglioramento delle misere condizioni di vita della popolazione. Con ARENA che, controllando anche l’Assemblea Legislativa, continuò a garantire gli interessi della storica oligarchia locale. Fino alla clamorosa adozione nel 2001 del dollaro come moneta ufficiale. E tantomeno attuando quella riforma agraria che gli accordi di pace avevano in qualche modo auspicato per superare il secolare schema coloniale “terratenientes versus peones”.
L’avvento delle maras
Pace dunque; ma con povertà e disuguaglianze sociali crescenti. Il che provocò un nuovo incremento dell’emigrazione (soprattutto verso gli Stati Uniti) già abbondantemente registratosi durante il conflitto. Cui seguì il sorgere di un nuovo fenomeno: le maras (bande giovanili). Nate già nel dopoguerra nei quartieri marginali di Los Angeles, si sono progressivamente rinfoltite in tutta la California (e non solo) coi figli dei migranti centroamericani. I quali, a partire dalla metà degli anni ’90 e una volta scontata una pena in un carcere degli states, venivano deportati a migliaia ogni anno nei loro paesi d’origine. In El Salvador, in un ambiente post conflitto assai precario e con una gran quantità di armi ancora in circolazione, trovarono le condizioni propizie per trapiantarvi le loro pandillas: la Salvatrucha e la Barrio 18, spesso in lotta fra loro.
Di lì il graduale diffondersi nelle periferie delle città fino al controllo di vaste aree in particolare della capitale San Salvador, imponendo la pratica generalizzata dell’estorsione. Col risultato di un’impennata della violenza e degli omicidi fino al tasso di 106 assassinii ogni centomila abitanti (dati del 2015). Fra i più elevati in America Latina e nel mondo senza che vi sia in corso una guerra. Insomma una tragica disputa fra poveri.
ARENA, scarsamente interessata al problema, che non toccava gli iperprotetti quartieri dell’élite benestante, si limitò ad adottare misure propagandistiche di “mano dura” soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali. Mentre il FMLN, subentrato nel 2009 per dieci anni alla guida del paese (dopo i venti consecutivi della destra) alternò fasi di repressione a negoziati con i capi delle bande; non riuscendo comunque a contenerle, impossibilitato com’era (senza maggioranza in parlamento) a varare riforme strutturali che incidessero sulla redistribuzione dei redditi e l’incremento dell’occupazione.
Bukele presidente
È in questo contesto che nel giugno 2019 il 38enne Najib Bukele, di lontana origine palestinese, subentra alla sinistra alla guida del paese, senza necessità neppure del ballottaggio e archiviando definitivamente lo schema bipartitista che aveva retto fino a quel momento. Da sindaco uscente della capitale era stato improvvidamente espulso dal FMLN (tra le cui fila era stato eletto) per le sue “intemperanze”. L’ex guerriglia al governo si era rivelata del resto fin troppo ortodossa rispetto all’evoluzione dei tempi, investendo scarsamente sulle giovani disperate generazioni di El Salvador. Che sono poi la stragrande maggioranza della popolazione. Così che Bukele ebbe buon gioco a fondare il partito Nuevas Ideas, che appena due anni dopo avrebbe conseguito anche la maggioranza dei due terzi dei deputati. Di lì in avanti, a colpi di twitter, il giovane millennial inaugura la sua stagione autoritaria. Destruttura l’organismo giudiziario e nomina una Corte Suprema di Giustizia a propria immagine e somiglianza, assumendo di fatto la gestione dei tre poteri dello stato. Oltre a guadagnarsi, da ultimo, i favori di esercito e polizia.
Col suo spirito imprenditoriale, ereditato in famiglia, nel settembre 2021 si avventura (primo paese al mondo) a dare corso legale al bitcoin, investendovi 105 milioni di dollari in risorse pubbliche. Il suo obiettivo era di fare in modo che le rimesse familiari dall’estero (che ammontano a ben il 26% del pil) entrassero nel circuito della valuta virtuale. Non solo: annunciò l’emissione di bitcoinbond per oltre un miliardo di dollari per attrarre investimenti stranieri e fondare sulla costa del Pacifico Bitcoin City; dove “produrre” direttamente in casa (facendo concorrenza al Kazakistan) la criptomoneta grazie all’energia geotermica del vulcano Conchagua. Il tentativo di convertire El Salvador in un paradiso fiscale di nuovo conio si è però rivelato un grande bluff. Tanto che quei promessi bond sono rimasti nel cassetto. Non solo: esaurita la fase di lancio, cui aderirono i due terzi dei salvadoregni (per intascare il bonus di 30 dollari d’entrata nel relativo wallet Chivo) oggi appena il 3% delle transazioni avviene in criptovaluta. E dire che Bukele, che ancora non si dà per vinto, si era spinto persino a sottoscrivere un gemellaggio nientemeno che con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.
Lo “stato di eccezione”
Fallita la scorciatoia di creare una ricchezza opaca e speculativa, invece di introdurre finalmente qualche imposta diretta ai settori oligarchici che di tasse (a quelle latitudini) non ne hanno quasi mai pagate, Bukele ha virato sullo scottante tema della sicurezza. E dopo aver tentato accordi di “contenimento” con i leader delle maras (documentati dal prestigioso periodico El Faro) alla fine del marzo 2022, dopo un week-end particolarmente cruento, ha decretato lo “stato di eccezione” in tutto il paese. Con la sospensione delle garanzie costituzionali, il fermo di polizia attuato praticamente senza limiti, processi collettivi lampo e l’abbassamento dai 16 ai 12 anni per la responsabilità penale. Ne è risultata la carcerazione a tutt’oggi di 74mila giovani dei quali diverse migliaia (quelli ostentatamente filmati con i loro vistosi tatuaggi) sono effettivamente pandilleros. Ma tantissimi altri ne sono rimasti caso mai vittima o comunque sono stati arrestati arbitrariamente senza alcuna prova, né previo pronunciamenti giudiziari. Basta la soffiata maligna di un vicino per finire nei nuovi penitenziari di massa allestiti a tempo di record da Bukele. Privi di assistenza sanitaria, tanto che sono numerosi i decessi e comunque le denunce per abusi e torture.
Il risultato è che il tasso di morti violente è certamente precipitato lo scorso anno a sole 4 vittime per centomila abitanti. Ma in compenso El Salvador è assurto a nazione con la più alta percentuale (l’1,4%) di popolazione carceraria del Pianeta. Finendo nel mirino delle varie istanze in difesa dei diritti umani (Nazioni Unite in testa). Con Bukele a controbattere che “le organizzazioni internazionali rispondono a lobbisti che vogliono mantenerci poveri”. Non è del resto un caso che i suoi metodi repressivi siano presi sempre più a modello in America Latina da neopresidenti ultrapopulisti come l’argentino Javier Milei o il giovanissimo ecuadoriano Daniel Noboa; dove (a differenza di El Salvador) la crescita della violenza e della criminalità sono strettamente legate al dilagare del narcotraffico.
Il successo del piano securitario gli ha comunque fatto schizzare alle stelle i consensi; con i salvadoregni che si sentono (comprensibilmente) risollevati, seppur perennemente condannati a campare alla giornata in un paese dove l’economia informale supera il 60%. Così che il presidente “social” ha pensato bene di approfittarne subordinando a sé anche la Corte Costituzionale e il Tribunale Supremo Elettorale. Per poi decidere di ricandidarsi per la nuova tornata elettorale; ovviando all’assoluto divieto dei due mandati consecutivi (sancito dalla carta magna) con una furbesca (quanto fittizia) “sospensione” dall’incarico negli ultimi sei mesi di questo quinquennio.
Naturalmente Bukele, oltre a porre al proprio servizio le istituzioni e conseguentemente impedire qualsiasi forma di controllo sul suo entourage (anche privato) ha rivolto pure le sue “attenzioni” sulle organizzazioni della società civile, intimidendole. E verso i media, registrandosi nel 2022 ben 137 aggressioni di vario genere contro giornalisti. Compreso l’indipendente El Faro, primo magazine digitale latinoamericano, i cui redattori, dopo aver subito intercettazioni telefoniche attraverso il sistema Pegasus, si sono auto esiliati; pur mantenendo le pubblicazioni grazie al contributo di collaboratori anonimi.
La persecuzione contro Rubén Zamora
Dal canto suo alla vigilia delle imminenti consultazioni l’opposizione politica vaga in ordine sparso. Disarticolata e ridotta ai minimi termini (a tal punto che nei sondaggi il secondo “partito” è la scheda bianca più il voto nullo) non è riuscita ad accordarsi su un unico candidato espresso dalla società civile; sul quale sia ARENA che l’FMLN avrebbero dovuto confluire. Con questo obbiettivo si era prodigato a fondo una delle figure chiave della storia del Salvador: il democristiano Rubén Zamora, perseguito e torturato ai tempi dell’ultimo regime militare; successivamente esiliato e alleatosi politicamente con la guerriglia; per poi fare ritorno a proprio rischio e pericolo in patria. Si rivelò decisivo nei negoziati di pace, fino ad essere candidato a presidente per la sinistra nel ’94; nonché ambasciatore in India, negli Stati Uniti e all’Onu durante i governi del FMLN.
Ebbene l’apparato di Bukele si è accanito contro di lui (nonostante i suoi 81 anni) già dal momento in cui costituì il movimento Resistencia Ciudadana. Fino a che a fine dicembre scorso una magistrata, con un’aberrazione giudiziaria, ha emesso un grottesco mandato di cattura nei suoi confronti che, seppur non ancora eseguito, ha provocato l’indignazione della comunità internazionale.
Duri attacchi e velate minacce Bukele le ha dirette anche contro l’Università Centroamericana (UCA) della Compagnia di Gesù, baluardo dell’opposizione civica che non gli risparmia critiche (quello stesso ateneo dei sei gesuiti uccisi dall’esercito durante la guerra). Anche il cardinale Gregorio Rosa Chavez ha parlato di “regime del terrore sulla strada del partito unico” che “disprezza la dignità umana”, riferendosi al recente discorso del presidente all’Assemblea Generale dell’Onu nel quale aveva ostentato i suoi risultati in materia di sicurezza.
Rimuoverà Bukele anche la figura di mons. Óscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato dagli squadroni della morte nel 1980, che papa Francesco ha fatto “santo” nel 2018? E il cui dipinto si staglia alle sue spalle ogni qualvolta riceve ospiti di riguardo nel salone di protocollo del palazzo presidenziale?
Il “negazionismo” di Bukele
Il capo di stato salvadoregno ha intrapreso del resto da tempo una strategia di sistematica cancellazione del passato. Nell’ottobre scorso a Chalchuapa ha fatto rimuovere un busto di Che Guevara. Mentre è arrivato a disporre l’abbattimento nella capitale dello stesso monumento alla Riconciliazione Nazionale, in occasione dell’appena celebrato 32° anniversario degli accordi di pace, da lui definiti: “l’evento più ipocrita della nostra storia, per la glorificazione di un patto fra gli assassini del nostro popolo che poi si sono spartiti la torta”. Vantandosi di non essere “né di destra né di sinistra, categorie nate ai tempi della Rivoluzione Francese”.
Insomma un Bukele “negazionista”. Quando in realtà è proprio lui a voler emulare per primo (a quasi un secolo di distanza) il generale e presidente Maximiliano Hernandez Martinez nel farsi eleggere per una seconda volta consecutiva. Certo allora vigeva una sanguinaria dittatura militare. Ma anche queste elezioni si svolgono in uno “stato di eccezione” permanente da quasi due anni. Il che non ne garantisce certo l’imprescindibile libertà e trasparenza.
“Saremo la prima democrazia al mondo a partito unico”. Così Nayib Bukele, in queste ore si è proclamato di nuovo presidente in El Salvador (a scrutino ancora in corso) con oltre l’80% dei voti. “Abbiamo battuto ogni record della storia democratica mondiale” ha aggiunto riferendosi pure agli oltre due/terzi dei deputati in parlamento ottenuti dal suo partito Nuevas Ideas, indispensabili per rinnovare a futuro lo “stato di eccezione” in vigore dal marzo 2022.
Il suo slogan vincente è stato: “preferisci che i pandilleros tornino liberi?”. Ottenendo un consenso ovviamente reale, a differenza del vicino Nicaragua dove Daniel Ortega si mantiene al potere a suon di brogli oltre che repressione. Così come si è confermata la riduzione ad una sola cifra dell’ex guerriglia del FMLN e della destra ARENA. Quello che non è chiaro, né verificabile visto che l’apparato di Bukele controlla ogni istituzione del paese (compreso il Tribunale Elettorale, per altro andato in tilt durante il conteggio dei voti) è quanto sia stata effettivamente l’affluenza alle urne e di conseguenza l’astensionismo. Bukele infatti (forse preoccupato) oltre un’ora prima che chiudessero i seggi e violando il silenzio elettorale si era rivolto alla nazione raccomandandosi di recarsi a votare.
Vedremo ora se “il dittatore più cool” (quale Nayib si è autodefinisce) riuscirà a risollevare i salvadoregni che lo hanno votato alleviando anche la loro disperante miseria. Oltre che arginare la corruzione crescente del suo entourage.
Fonte
16/08/2023
El Salvador - La moderna autocraziaelevata a modello
E dire che Nayib Bukele veniva dalle fila della ex guerriglia del Frente Farabundo Martì (Fmln). Suo padre aveva avuto persino un ottimo rapporto col leader del Partito comunista salvadoregno, comandante Schafik Handal. Forse anche perché erano tutti di origine palestinese, di Betlemme, da dove la famiglia Bukele emigrò un secolo fa.
Sta di fatto che Nayib, 41 anni, ha iniziato la sua carriera politica nel 2012 come sindaco del municipio di Nueva Cuscatlán; per essere eletto nel 2016 primo cittadino di San Salvador.
In pratica l’unico giovane brillante sul quale il Frente aveva investito. Ma rivelatosi ben presto riottoso alle rigide e talvolta settarie dinamiche interne. Tanto da finire con l’essere espulso per una battuta non più che impertinente nei confronti di una sua consigliera comunale.
Paradosso vuole che Nayib Bukele nel 2019 sia stato eletto già al primo turno alla massima carica dello stato subentrando a due mandati presidenziali di fila del Frente (con entrambi i relativi ex capi di stato rifugiatisi nel frattempo nel Nicaragua orteguista) riducendolo elettoralmente ai minimi termini già al primo tentativo. Per poi due anni dopo stravincere anche le elezioni parlamentari col suo partito Nuevas Ideas.
L’ottenuta maggioranza assoluta dei seggi lo ha indotto un mese dopo ad operare un “mini” golpe istituzionale per assoggettare anche il potere giudiziario. Di qui la deroga incostituzionale che gli permetterà di ricandidarsi il prossimo anno. In politica estera Bukele aveva buoni rapporti con Trump; mentre ora che c’è Biden cicaleggia con la Cina.
Ma come spiegare un successo così fulminante e incontrastato? Il twittero Nayib maneggia i social come nessun altro. Entusiasma da subito le disperate giovani generazioni che sono la stragrande maggioranza della popolazione e che, come ad altre latitudini, non credono più negli antichi bipartitismi.
Col suo spigliato spirito imprenditoriale da millennial si avventura a legalizzare (primo paese al mondo) la circolazione del bitcoin. Gli va parecchio male, visto che la criptomoneta non è decollata, con investimenti di soldi pubblici andati in fumo; e nonostante il gemellaggio con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.
Subito sterza allora sull’azzeramento della maras, le bande giovanili importate dagli Usa (che facevano di El Salvador uno dei paesi più violenti al mondo). Con loro tenta in un primo momento invano un patto di non belligeranza. Decreta allora lo stato di emergenza (tuttora vigente) ficcando dentro in un anno e mezzo 73mila giovani pandilleros (o presunti tali); violando ogni garanzia del diritto.
Sta di fatto che il numero degli assassinii nelle zone sotto il controllo della bande è precipitato. E gli abitanti di quei quartieri marginali, sollevati pure dalle pratiche quotidiane delle estorsioni, respirano.
Il consenso di Bukele supera così il 70%. Anche se sul problema originario delle disuguaglianze sociali non ha pressoché messo mano.
Insomma, la sua è un’autocrazia moderna, assurta a modello in tutto il subcontinente latinoamericano.
Fonte
Sta di fatto che Nayib, 41 anni, ha iniziato la sua carriera politica nel 2012 come sindaco del municipio di Nueva Cuscatlán; per essere eletto nel 2016 primo cittadino di San Salvador.
In pratica l’unico giovane brillante sul quale il Frente aveva investito. Ma rivelatosi ben presto riottoso alle rigide e talvolta settarie dinamiche interne. Tanto da finire con l’essere espulso per una battuta non più che impertinente nei confronti di una sua consigliera comunale.
Paradosso vuole che Nayib Bukele nel 2019 sia stato eletto già al primo turno alla massima carica dello stato subentrando a due mandati presidenziali di fila del Frente (con entrambi i relativi ex capi di stato rifugiatisi nel frattempo nel Nicaragua orteguista) riducendolo elettoralmente ai minimi termini già al primo tentativo. Per poi due anni dopo stravincere anche le elezioni parlamentari col suo partito Nuevas Ideas.
L’ottenuta maggioranza assoluta dei seggi lo ha indotto un mese dopo ad operare un “mini” golpe istituzionale per assoggettare anche il potere giudiziario. Di qui la deroga incostituzionale che gli permetterà di ricandidarsi il prossimo anno. In politica estera Bukele aveva buoni rapporti con Trump; mentre ora che c’è Biden cicaleggia con la Cina.
Ma come spiegare un successo così fulminante e incontrastato? Il twittero Nayib maneggia i social come nessun altro. Entusiasma da subito le disperate giovani generazioni che sono la stragrande maggioranza della popolazione e che, come ad altre latitudini, non credono più negli antichi bipartitismi.
Col suo spigliato spirito imprenditoriale da millennial si avventura a legalizzare (primo paese al mondo) la circolazione del bitcoin. Gli va parecchio male, visto che la criptomoneta non è decollata, con investimenti di soldi pubblici andati in fumo; e nonostante il gemellaggio con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.
Subito sterza allora sull’azzeramento della maras, le bande giovanili importate dagli Usa (che facevano di El Salvador uno dei paesi più violenti al mondo). Con loro tenta in un primo momento invano un patto di non belligeranza. Decreta allora lo stato di emergenza (tuttora vigente) ficcando dentro in un anno e mezzo 73mila giovani pandilleros (o presunti tali); violando ogni garanzia del diritto.
Sta di fatto che il numero degli assassinii nelle zone sotto il controllo della bande è precipitato. E gli abitanti di quei quartieri marginali, sollevati pure dalle pratiche quotidiane delle estorsioni, respirano.
Il consenso di Bukele supera così il 70%. Anche se sul problema originario delle disuguaglianze sociali non ha pressoché messo mano.
Insomma, la sua è un’autocrazia moderna, assurta a modello in tutto il subcontinente latinoamericano.
Fonte
04/06/2021
Le “Criptovalute” fanno incetta di schede video e di energia
Questi ultimi mesi hanno visto l’improvvisa scomparsa dai mercati delle più performanti schede video usate dai videogiocatori e dagli appassionati di grafica. Quelle rimaste ancora reperibili hanno visto i prezzi triplicati.
Non si tratta dell’effetto di una passione generalizzata per i giochi per computer o per il video digitale ma siamo difronte all’ennesimo giocattolo virtuale del capitalismo globalizzato tecno-finanziario.
Sono anni che si parla di criptovalute, divenute un nuovo terreno di scontro fra interessi finanziari mondiali, ma gli ultimi mesi, grazie anche ai tweet sul tema di Elon Musk, sono oggetto di un vero e proprio boom.
Sono entrate in campo, oltre a Bitcoin, una miriade di progetti “blockchain” alternativi (definiti per questo in gergo “altcoin”), fra i quali Ethereum una criptovaluta che ha visto recentemente un incremento esponenziale.
Questa crescita del quadro complessivo delle criptovalute è dovuta al fatto che malgrado Bitcoin sia la blockchain più conosciuta e abbia il maggior volume di investimenti, la sua capacità è notoriamente limitata, il che la rende inadatta alle applicazioni del mercato di massa e alle microtransazioni.
Per avere un’idea dei progetti di criptovaluta e delle relative capitalizzazioni di mercato è esplicativo questo sito.
Questa proliferazione delle criptovalute ha reso necessario l’impiego di ulteriore potenza di calcolo nella cosiddetta fase di “mining”.
I nuovi “minatori” virtuali di criptovaluta sono i protagonisti di questa incetta di schede video che trovano più efficiente ed economico processare le transazioni attraverso la potenza di calcolo delle GPU quindi dei processori grafici contenuti nelle schede video AMD e Nvidia.
Un tale Simon Byrne è riuscito a realizzare un telaio in grado di rendere possibile il funzionamento di 78 schede grafiche contemporaneamente aprendo la strada alla possibilità di creare delle server farm dedicate in varie parti del mondo, prevalentemente Stati Uniti (Nevada), Vietnam, Ucraina, Russia e Cina dove i costi energetici sono più contenuti.
Uno dei punti deboli delle criptovalute e della loro tecnologia è proprio nel costo, anche energetico, delle server farm che un recente sviluppo tecnologico nei protocolli è riuscito in parte a contenere.
A questa incetta di gpu si sono sovrapposti gli effetti del lockdown e la carenza di materie prime, come il silicio, già ampiamente saccheggiate da un mercato dell’elettronica e della digitalizzazione a crescita esponenziale e con un ciclo di vita ridottissimo.
Un ottimo biglietto da visita per green economy e le tecnologie sostenibili sulle quali si incentra la ristrutturazione capitalista “Industry 4.0”. Ma a quale attività contribuiscono i “miners” che sostanzialmente sono “cercatori d’oro” virtuali?
Il processo di “mining” serve a confermare le transazioni virtuali che devono essere univoche e sicure. Attualmente avviene secondo due protocolli PoW (Proof-of-Work), quello che utilizza Bitcoin, e li recente PoS (Proof of Stake) che stanno utilizzando alcune criptovalute di seconda generazione.
Nel PoW (Proof-of-Work) per verificare la veridicità di una avvenuta transazione di criptovaluta i “miners” devono risolvere un problema matematico complesso, il primo a risolverlo ottiene un premio, quindi un compenso in criptovaluta.
Con questa tecnologia è essenziale quindi la potenza di calcolo a fronte della quale corrisponde maggiore probabilità di validare per primo la transazione in sospeso aggiudicandosi la ricompensa di validazione del blocco.
Il PoW (Proof-of-Work) ha quindi elevatissimi costi energetici e di hardware dedicato e, a fronte del costante aumento della complessità di validazione, tende a una rapida obsolescenza.
La tecnologia PoS (Proof of Stake), invece, assegna l’attività in modo pseudocasuale ai “miners” dei nodi in possesso del maggior numero di monete/token.
Dato che il loro scopo è validare una transazione si presuppone che i “miners” maggiormente esposti economicamente abbiano più interesse a garantire l’integrità del sistema.
Anziché premiati, i “miners” ricevono una commissione dell’avvenuta transazione. Al contrario del sistema precedente questa tecnologia concentra le transazioni fra i “miners” con gli investimenti più elevati ed evita una competizione per ogni transazione da certificare diminuendo l’esigenza di postazioni di calcolo di estrema potenza e la ridondanza dei processi.
Quindi in questo scenario il protocollo PoS (Proof of Stake) ha minori necessità computazionali e costituisce il sistema economicamente più “sostenibile”.
Ma comunque sia si stima che l’energia necessaria al funzionamento delle reti di blockchain potrebbe alimentare milioni di abitazioni negli Stati Uniti. Il “Centre of Alternative Finance” dell’Università di Cambridge a fronte dei consumi attuali ha stimato il consumo di energia della sola rete Bitcoin nell’anno 2021 oltre i 115TWh, superiore a quello dell’intera Olanda.
È fondamentalmente per questo motivo che la criptovaluta con la seconda capitalizzazione di mercato attualmente più alta, Ethereum, sta cercando di passare da PoW a PoS.
Altre criptovalute presenti nella Top 20 in termini di capitalizzazione come EOS, Tezos e TRON, stanno già utilizzando con successo PoS.
Il cuore dell’informatizzazione globale proposta dalla nuova ristrutturazione capitalista (fatto da intelligenze artificiali, big data, criptovalute, internet of things, domotica, internet of energy, servizi cloud, smart city, etc.) passa per un enorme consumo di energia e per l’ennesimo saccheggio scellerato delle materie prime di cui la scomparsa delle schede video dal mercato non è che un piccolo sintomo.
Il quesito che dovremmo porci è quale sia la reale utilità sociale di queste tecnologie a fronte degli enormi consumi che rappresentano e quanto non siano solo un nuovo territorio di moltiplicazione dei profitti e della speculazione.
Fonte
Non si tratta dell’effetto di una passione generalizzata per i giochi per computer o per il video digitale ma siamo difronte all’ennesimo giocattolo virtuale del capitalismo globalizzato tecno-finanziario.
Sono anni che si parla di criptovalute, divenute un nuovo terreno di scontro fra interessi finanziari mondiali, ma gli ultimi mesi, grazie anche ai tweet sul tema di Elon Musk, sono oggetto di un vero e proprio boom.
Sono entrate in campo, oltre a Bitcoin, una miriade di progetti “blockchain” alternativi (definiti per questo in gergo “altcoin”), fra i quali Ethereum una criptovaluta che ha visto recentemente un incremento esponenziale.
Questa crescita del quadro complessivo delle criptovalute è dovuta al fatto che malgrado Bitcoin sia la blockchain più conosciuta e abbia il maggior volume di investimenti, la sua capacità è notoriamente limitata, il che la rende inadatta alle applicazioni del mercato di massa e alle microtransazioni.
Per avere un’idea dei progetti di criptovaluta e delle relative capitalizzazioni di mercato è esplicativo questo sito.
Questa proliferazione delle criptovalute ha reso necessario l’impiego di ulteriore potenza di calcolo nella cosiddetta fase di “mining”.
I nuovi “minatori” virtuali di criptovaluta sono i protagonisti di questa incetta di schede video che trovano più efficiente ed economico processare le transazioni attraverso la potenza di calcolo delle GPU quindi dei processori grafici contenuti nelle schede video AMD e Nvidia.
Un tale Simon Byrne è riuscito a realizzare un telaio in grado di rendere possibile il funzionamento di 78 schede grafiche contemporaneamente aprendo la strada alla possibilità di creare delle server farm dedicate in varie parti del mondo, prevalentemente Stati Uniti (Nevada), Vietnam, Ucraina, Russia e Cina dove i costi energetici sono più contenuti.
Uno dei punti deboli delle criptovalute e della loro tecnologia è proprio nel costo, anche energetico, delle server farm che un recente sviluppo tecnologico nei protocolli è riuscito in parte a contenere.
A questa incetta di gpu si sono sovrapposti gli effetti del lockdown e la carenza di materie prime, come il silicio, già ampiamente saccheggiate da un mercato dell’elettronica e della digitalizzazione a crescita esponenziale e con un ciclo di vita ridottissimo.
Un ottimo biglietto da visita per green economy e le tecnologie sostenibili sulle quali si incentra la ristrutturazione capitalista “Industry 4.0”. Ma a quale attività contribuiscono i “miners” che sostanzialmente sono “cercatori d’oro” virtuali?
Il processo di “mining” serve a confermare le transazioni virtuali che devono essere univoche e sicure. Attualmente avviene secondo due protocolli PoW (Proof-of-Work), quello che utilizza Bitcoin, e li recente PoS (Proof of Stake) che stanno utilizzando alcune criptovalute di seconda generazione.
Nel PoW (Proof-of-Work) per verificare la veridicità di una avvenuta transazione di criptovaluta i “miners” devono risolvere un problema matematico complesso, il primo a risolverlo ottiene un premio, quindi un compenso in criptovaluta.
Con questa tecnologia è essenziale quindi la potenza di calcolo a fronte della quale corrisponde maggiore probabilità di validare per primo la transazione in sospeso aggiudicandosi la ricompensa di validazione del blocco.
Il PoW (Proof-of-Work) ha quindi elevatissimi costi energetici e di hardware dedicato e, a fronte del costante aumento della complessità di validazione, tende a una rapida obsolescenza.
La tecnologia PoS (Proof of Stake), invece, assegna l’attività in modo pseudocasuale ai “miners” dei nodi in possesso del maggior numero di monete/token.
Dato che il loro scopo è validare una transazione si presuppone che i “miners” maggiormente esposti economicamente abbiano più interesse a garantire l’integrità del sistema.
Anziché premiati, i “miners” ricevono una commissione dell’avvenuta transazione. Al contrario del sistema precedente questa tecnologia concentra le transazioni fra i “miners” con gli investimenti più elevati ed evita una competizione per ogni transazione da certificare diminuendo l’esigenza di postazioni di calcolo di estrema potenza e la ridondanza dei processi.
Quindi in questo scenario il protocollo PoS (Proof of Stake) ha minori necessità computazionali e costituisce il sistema economicamente più “sostenibile”.
Ma comunque sia si stima che l’energia necessaria al funzionamento delle reti di blockchain potrebbe alimentare milioni di abitazioni negli Stati Uniti. Il “Centre of Alternative Finance” dell’Università di Cambridge a fronte dei consumi attuali ha stimato il consumo di energia della sola rete Bitcoin nell’anno 2021 oltre i 115TWh, superiore a quello dell’intera Olanda.
È fondamentalmente per questo motivo che la criptovaluta con la seconda capitalizzazione di mercato attualmente più alta, Ethereum, sta cercando di passare da PoW a PoS.
Altre criptovalute presenti nella Top 20 in termini di capitalizzazione come EOS, Tezos e TRON, stanno già utilizzando con successo PoS.
Il cuore dell’informatizzazione globale proposta dalla nuova ristrutturazione capitalista (fatto da intelligenze artificiali, big data, criptovalute, internet of things, domotica, internet of energy, servizi cloud, smart city, etc.) passa per un enorme consumo di energia e per l’ennesimo saccheggio scellerato delle materie prime di cui la scomparsa delle schede video dal mercato non è che un piccolo sintomo.
Il quesito che dovremmo porci è quale sia la reale utilità sociale di queste tecnologie a fronte degli enormi consumi che rappresentano e quanto non siano solo un nuovo territorio di moltiplicazione dei profitti e della speculazione.
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21/05/2021
Brancaccio - Il sogno liberista del "bitcoin standard"
RAI radio uno – Eresie – 21 maggio 2021 – Il Bitcoin ha sedotto evasori, criminali di ogni risma, speculatori della domenica. Ma soprattutto ha ispirato i nuovi apologeti del vecchio sogno liberista di Hayek, la “denazionalizzazione della moneta”. Sogno o meglio incubo, come ben sapeva Keynes. Come ogni venerdì su Rai radio uno, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
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10/12/2018
Emiliano Brancaccio - "Bitcoin a Napoli? L'ennesimo cavallo di Troia del liberismo"
Il Mattino, 9 dicembre 2018
Fare entrare le grandi criptovalute nei circuiti finanziari delle amministrazioni pubbliche è un azzardo. L’opinione del’economista Emiliano Brancaccio.
Intervista di Sergio Governale
“Fare entrare i bitcoin nei circuiti finanziari delle amministrazioni pubbliche può rivelarsi un errore”. L’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio, esperto in tema di sviluppo e crisi dei regimi monetari internazionali, continua a mostrarsi scettico sull’apertura del Comune di Napoli alle cosiddette criptovalute. Lo raggiungiamo telefonicamente a Milano dove il prossimo 19 dicembre, presso la Fondazione Feltrinelli, si confronterà con l’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard, in un dibattito sulle politiche necessarie per fronteggiare la disoccupazione e le disuguaglianze.
Professor Brancaccio, a Milano lei discuterà con l’ex capo del FMI delle possibili “rivoluzioni” della politica economica del futuro, in Europa e nel mondo. In termini più circoscritti, potremmo dire che anche la scelta del sindaco De Magistris, di introdurre il bitcoin nei pagamenti del Comune di Napoli, può essere considerata una piccola “rivoluzione” della politica economica locale?
Non direi. L’inserimento delle criptovalute nei circuiti di pagamento che coinvolgono le amministrazioni pubbliche è un fenomeno che si sta diffondendo in varie realtà, non solo a Napoli. Il più delle volte si tratta di espedienti per tentare di rispondere a una drammatica carenza di denaro nelle casse degli enti locali. E’ uno dei tanti effetti collaterali di quelle politiche anti-statuali che da più di un trentennio sottraggono risorse dalle disponibilità pubbliche per spostarle nei circuiti finanziari privati. Non parlerei di “rivoluzione”, quindi. Il bitcoin nelle transazioni dei Comuni mi sembra piuttosto la “reazione” disperata di amministrazioni pubbliche ridotte allo stremo.
Perché?
Se un’amministrazione comunale decide di istituire un piccolo circuito di scambio, che per esempio parta da “cedole” di pagamento delle tasse locali, i problemi non mancano ma sono relativamente circoscritti. Rischi più grandi emergono invece quando gli enti pubblici decidono di aprire un varco alle grandi catene di criptovalute private, come ad esempio il bitcoin.
Quali sono i pericoli?
Il problema principale riguarda il valore di scambio tra la criptovaluta e le altre monete, tra cui ovviamente l’euro. Consentire che il bitcoin entri nella contabilità delle amministrazioni pubbliche è un po’ come immettere nel circuito statale una valuta straniera, che oltretutto non fa capo a nessuna autorità politica. Il suo valore in euro sarà soggetto a sussulti continui, causati dalle ondate di speculazione sui mercati finanziari. Se voci sempre più rilevanti del bilancio pubblico vengono denominate in bitcoin si compie un azzardo, che può generare effetti distributivi indesiderati a ogni eventuale turbolenza del mercato. Su questi effetti bisognerebbe meditare, non solo a Napoli ma in tutti gli esperimenti analoghi tentati da vari enti locali in Europa e nel mondo.
De Magistris, però, presenta il bitcoin napoletano come un segno di autonomismo locale, contro i poteri avversi del governo italiano e dell’Europa.
Che i poteri prevalenti siano avversi alle istanze dei Mezzogiorni è assolutamente vero, a livello sia nazionale che continentale. Ma l’autonomismo locale in tema di moneta non mi sembra una risposta molto convincente, soprattutto se pretende di basarsi sulle grandi catene private di scambio, come il bitcoin. Queste catene internazionali nascono per garantire la certezza dei pagamenti tra privati senza ricorrere alla garanzia statale che è intrinseca nelle normali banconote. E’ una specie di paese dei balocchi della deregolamentazione, una incarnazione del sogno liberista di Friedrich von Hayek di veder nascere una moneta totalmente sottratta al controllo pubblico. Questi strumenti non emancipano dall’oppressione dei cosiddetti poteri forti. Piuttosto, se si diffonderanno nei circuiti pubblici, a lungo andare potrebbero rivelarsi l’ennesimo cavallo di Troia del liberismo.
Fonte
Fare entrare le grandi criptovalute nei circuiti finanziari delle amministrazioni pubbliche è un azzardo. L’opinione del’economista Emiliano Brancaccio.
Intervista di Sergio Governale
“Fare entrare i bitcoin nei circuiti finanziari delle amministrazioni pubbliche può rivelarsi un errore”. L’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio, esperto in tema di sviluppo e crisi dei regimi monetari internazionali, continua a mostrarsi scettico sull’apertura del Comune di Napoli alle cosiddette criptovalute. Lo raggiungiamo telefonicamente a Milano dove il prossimo 19 dicembre, presso la Fondazione Feltrinelli, si confronterà con l’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard, in un dibattito sulle politiche necessarie per fronteggiare la disoccupazione e le disuguaglianze.
Professor Brancaccio, a Milano lei discuterà con l’ex capo del FMI delle possibili “rivoluzioni” della politica economica del futuro, in Europa e nel mondo. In termini più circoscritti, potremmo dire che anche la scelta del sindaco De Magistris, di introdurre il bitcoin nei pagamenti del Comune di Napoli, può essere considerata una piccola “rivoluzione” della politica economica locale?
Non direi. L’inserimento delle criptovalute nei circuiti di pagamento che coinvolgono le amministrazioni pubbliche è un fenomeno che si sta diffondendo in varie realtà, non solo a Napoli. Il più delle volte si tratta di espedienti per tentare di rispondere a una drammatica carenza di denaro nelle casse degli enti locali. E’ uno dei tanti effetti collaterali di quelle politiche anti-statuali che da più di un trentennio sottraggono risorse dalle disponibilità pubbliche per spostarle nei circuiti finanziari privati. Non parlerei di “rivoluzione”, quindi. Il bitcoin nelle transazioni dei Comuni mi sembra piuttosto la “reazione” disperata di amministrazioni pubbliche ridotte allo stremo.
Perché?
Se un’amministrazione comunale decide di istituire un piccolo circuito di scambio, che per esempio parta da “cedole” di pagamento delle tasse locali, i problemi non mancano ma sono relativamente circoscritti. Rischi più grandi emergono invece quando gli enti pubblici decidono di aprire un varco alle grandi catene di criptovalute private, come ad esempio il bitcoin.
Quali sono i pericoli?
Il problema principale riguarda il valore di scambio tra la criptovaluta e le altre monete, tra cui ovviamente l’euro. Consentire che il bitcoin entri nella contabilità delle amministrazioni pubbliche è un po’ come immettere nel circuito statale una valuta straniera, che oltretutto non fa capo a nessuna autorità politica. Il suo valore in euro sarà soggetto a sussulti continui, causati dalle ondate di speculazione sui mercati finanziari. Se voci sempre più rilevanti del bilancio pubblico vengono denominate in bitcoin si compie un azzardo, che può generare effetti distributivi indesiderati a ogni eventuale turbolenza del mercato. Su questi effetti bisognerebbe meditare, non solo a Napoli ma in tutti gli esperimenti analoghi tentati da vari enti locali in Europa e nel mondo.
De Magistris, però, presenta il bitcoin napoletano come un segno di autonomismo locale, contro i poteri avversi del governo italiano e dell’Europa.
Che i poteri prevalenti siano avversi alle istanze dei Mezzogiorni è assolutamente vero, a livello sia nazionale che continentale. Ma l’autonomismo locale in tema di moneta non mi sembra una risposta molto convincente, soprattutto se pretende di basarsi sulle grandi catene private di scambio, come il bitcoin. Queste catene internazionali nascono per garantire la certezza dei pagamenti tra privati senza ricorrere alla garanzia statale che è intrinseca nelle normali banconote. E’ una specie di paese dei balocchi della deregolamentazione, una incarnazione del sogno liberista di Friedrich von Hayek di veder nascere una moneta totalmente sottratta al controllo pubblico. Questi strumenti non emancipano dall’oppressione dei cosiddetti poteri forti. Piuttosto, se si diffonderanno nei circuiti pubblici, a lungo andare potrebbero rivelarsi l’ennesimo cavallo di Troia del liberismo.
Fonte
17/01/2018
Bitcoin a picco: inizio della fine o incidente di percorso?
Una giornata da incubo per le criptovalute, quella di ieri. Fin dalla mattina infatti si sono registrate una serie di crolli del valore delle tre principali monete elettroniche attualmente in circolazione, ossia Bitcoin, Ethereum e Ripple.
L’epicentro del sisma che ieri ha dato una forte scossa al mercato delle valute digitali è tra la Cina e la Corea del Sud, due paesi in cui le criptomonete sono molto utilizzate.
Il vice presidente della Banca Centrale Cinese, secondo quanto riportato nella mattina di ieri dalla Reuters, avrebbe intenzione di vietare il trading centralizzato, cioè lo scambio su piattaforme pensate esclusivamente per lo scambio di moneta digitale (come ad esempio Coinbase). Oltre a questa dichiarazione, sia la Cina che la Corea del Sud stanno pensando di introdurre limitazioni all’utilizzo di criptomoneta.
A pesare sull’andamento dei mercati è stata soprattutto la dichiarazione arrivata da Pechino: il risultato è un -13% circa per Bitcoin, -20% circa per Ethereum e una caduta oltre il 20% per Ripple. Un bagno di sangue, come alcune testate hanno titolato.
In realtà è da un po’ di tempo che le cose non vanno bene, per la moneta digitale: dopo essere arrivata, in particolare Bitcoin, ad un valore altissimo alla metà di dicembre, la valuta elettronica ha subito brusche cadute fino al tracollo di oggi.
E’ stata sufficiente la dichiarazione dell’autorità cinese per creare un effetto domino di queste dimensioni? Probabilmente no. Il dibattito sulla criptomoneta e sui mercati che si sono creati in breve tempo, e soprattutto sugli enormi rischi di bolle speculative che la diffusione della moneta elettronica comporta, è quanto mai acceso.
Facciamo qualche passo indietro: di moneta digitale si inizia a parlare alla fine degli anni ’90. Nel 2009 Satoshi Nakamoto (pseudonimo dietro al quale ancora non si sa chi ci sia, forse un imprenditore australiano, ma non è certo) pubblicò il protocollo bitcoin per poi iniziare a distribuire il software. A lui si unirono altri sviluppatori, che perfezionarono e stabilizzarono il sistema.
Negli ultimi anni, soprattutto nell’ultimo, l’utilizzo della cybermoneta è esploso, generando ricchezze (vere o presunte) e qualche bolla speculativa.
Eh si, perché il problema del bitcoin nasce esattamente da quella che è la sua forza: l’assenza di controlli, intermediatori e “pagatore di ultima istanza”. Questa moneta “decentralizzata” nasce attraverso l’utilizzo di un software basato su complesse chiavi crittografiche, disponibile ed aperto a tutti. Il trionfo dell’“open source”, un sistema gestito dalla collettività degli utenti, aperto a tutti e che è impossibile controllare. Il valore del bitcoin, non essendo sottoposto al controllo di alcun tipo di autorità, è esclusivamente affidato all’incontro tra domanda ed offerta. Al centro del sistema la “BlockChain”, una sorta di registro pubblico, una catena di blocchi generata da un algoritmo accessibile a tutti ma immodificabile se non dalla metà più uno degli utilizzatori globali.
Un sistema in apparenza sicuro, ma che paga inevitabilmente almeno due cose: l’assoluta volatilità dell’oggetto delle trattazioni (moneta digitale) e l’assenza totale di qualsiasi forma di “garante” reale (banche centrali o periferiche).
Altra caratteristica che diversifica in modo netto il bitcoin dalle valute tradizionali è il fatto che sia previsto un limite massimo non superabile (almeno ad oggi) di singole monete virtuali emesse: 21 milioni. Non una di più. Nel 2033 si raggiungerà il limite, e da quel momento il numero di bitcoin in circolazione resterà immutato.
Questa caratteristica rende la moneta virtuale un bene finito, destinato a diventare sempre più appetibile. Per questo già nel tardo pomeriggio di ieri sono iniziate a circolare in rete valutazioni meno catastrofiste rispetto a quanto avvenuto in mattinata: il futuro delle criptomonete potrebbe essere ancora roseo. Questa analisi sembra essere avallata dalla scelta di diversi protagonisti dei mercati finanziari mondiali, a partire dalle 42 principali banche che già da qualche tempo si sono organizzate in un consorzio, denominato R3, strutturato per definire uno standard comune di utilizzo. Ne fanno parte, tra le altre, Goldman Sachs, Barclays, Credit Suisse, le italiane Unicredit ed Intesa S. Paolo. Nel frattempo JP Morgan ha avviato un progetto costruito su blockchain.
Insomma, se tali pezzi da novanta dei mercati finanziari stanno investendo da tempo su ricerche ed analisi di modelli speculativi basati sulle criptomonete, possiamo anche immaginare che la tempesta di ieri sia stata intensa ma breve, e che ci sia ancora parecchio da imparare sulle potenzialità di questa nuovo strumento di profitto.
Fonte
L’epicentro del sisma che ieri ha dato una forte scossa al mercato delle valute digitali è tra la Cina e la Corea del Sud, due paesi in cui le criptomonete sono molto utilizzate.
Il vice presidente della Banca Centrale Cinese, secondo quanto riportato nella mattina di ieri dalla Reuters, avrebbe intenzione di vietare il trading centralizzato, cioè lo scambio su piattaforme pensate esclusivamente per lo scambio di moneta digitale (come ad esempio Coinbase). Oltre a questa dichiarazione, sia la Cina che la Corea del Sud stanno pensando di introdurre limitazioni all’utilizzo di criptomoneta.
A pesare sull’andamento dei mercati è stata soprattutto la dichiarazione arrivata da Pechino: il risultato è un -13% circa per Bitcoin, -20% circa per Ethereum e una caduta oltre il 20% per Ripple. Un bagno di sangue, come alcune testate hanno titolato.
In realtà è da un po’ di tempo che le cose non vanno bene, per la moneta digitale: dopo essere arrivata, in particolare Bitcoin, ad un valore altissimo alla metà di dicembre, la valuta elettronica ha subito brusche cadute fino al tracollo di oggi.
E’ stata sufficiente la dichiarazione dell’autorità cinese per creare un effetto domino di queste dimensioni? Probabilmente no. Il dibattito sulla criptomoneta e sui mercati che si sono creati in breve tempo, e soprattutto sugli enormi rischi di bolle speculative che la diffusione della moneta elettronica comporta, è quanto mai acceso.
Facciamo qualche passo indietro: di moneta digitale si inizia a parlare alla fine degli anni ’90. Nel 2009 Satoshi Nakamoto (pseudonimo dietro al quale ancora non si sa chi ci sia, forse un imprenditore australiano, ma non è certo) pubblicò il protocollo bitcoin per poi iniziare a distribuire il software. A lui si unirono altri sviluppatori, che perfezionarono e stabilizzarono il sistema.
Negli ultimi anni, soprattutto nell’ultimo, l’utilizzo della cybermoneta è esploso, generando ricchezze (vere o presunte) e qualche bolla speculativa.
Eh si, perché il problema del bitcoin nasce esattamente da quella che è la sua forza: l’assenza di controlli, intermediatori e “pagatore di ultima istanza”. Questa moneta “decentralizzata” nasce attraverso l’utilizzo di un software basato su complesse chiavi crittografiche, disponibile ed aperto a tutti. Il trionfo dell’“open source”, un sistema gestito dalla collettività degli utenti, aperto a tutti e che è impossibile controllare. Il valore del bitcoin, non essendo sottoposto al controllo di alcun tipo di autorità, è esclusivamente affidato all’incontro tra domanda ed offerta. Al centro del sistema la “BlockChain”, una sorta di registro pubblico, una catena di blocchi generata da un algoritmo accessibile a tutti ma immodificabile se non dalla metà più uno degli utilizzatori globali.
Un sistema in apparenza sicuro, ma che paga inevitabilmente almeno due cose: l’assoluta volatilità dell’oggetto delle trattazioni (moneta digitale) e l’assenza totale di qualsiasi forma di “garante” reale (banche centrali o periferiche).
Altra caratteristica che diversifica in modo netto il bitcoin dalle valute tradizionali è il fatto che sia previsto un limite massimo non superabile (almeno ad oggi) di singole monete virtuali emesse: 21 milioni. Non una di più. Nel 2033 si raggiungerà il limite, e da quel momento il numero di bitcoin in circolazione resterà immutato.
Questa caratteristica rende la moneta virtuale un bene finito, destinato a diventare sempre più appetibile. Per questo già nel tardo pomeriggio di ieri sono iniziate a circolare in rete valutazioni meno catastrofiste rispetto a quanto avvenuto in mattinata: il futuro delle criptomonete potrebbe essere ancora roseo. Questa analisi sembra essere avallata dalla scelta di diversi protagonisti dei mercati finanziari mondiali, a partire dalle 42 principali banche che già da qualche tempo si sono organizzate in un consorzio, denominato R3, strutturato per definire uno standard comune di utilizzo. Ne fanno parte, tra le altre, Goldman Sachs, Barclays, Credit Suisse, le italiane Unicredit ed Intesa S. Paolo. Nel frattempo JP Morgan ha avviato un progetto costruito su blockchain.
Insomma, se tali pezzi da novanta dei mercati finanziari stanno investendo da tempo su ricerche ed analisi di modelli speculativi basati sulle criptomonete, possiamo anche immaginare che la tempesta di ieri sia stata intensa ma breve, e che ci sia ancora parecchio da imparare sulle potenzialità di questa nuovo strumento di profitto.
Fonte
01/12/2017
Basta un bitcoin a mandare in confusione un Nobel
Trova sempre più convincimento la mia idea che mai bisogna chiedere ad un economista cosa sia una moneta. A tale proposito meglio rivolgersi ad un semiologo e ad un filosofo perché gli economisti vagano nelle tenebre più fitte.
Ad avermene dato l’ennesima conferma è la temeraria affermazione fatta dal Nobel Stiglitz (il nobel più amato dai rosé assieme a Krugman) secondo cui bisogna proibire i bitcoin con la mirabile motivazione che sarebbero “in bolla”.
A parte il fatto che da un nobel per l’economia ci si aspetterebbe un lessico ben più preciso rispetto all’orrendo neologismo utilizzato. Ma lasciamo perdere. Per bolla si dovrebbe intendere la crescita esponenziale del valore di un assets non giustificata dai profitti attesi o dalla rendita dell’asset stesso. Dunque, per bolla dobbiamo intendere un bene che ha un rapporto Prezzo/guadagno molto alto e in continua crescita. Ora, il Nobel in questione mi deve spiegare come fa una moneta ad avere questa caratteristica. Un dollaro vale esattamente un dollaro, un euro vale esattamente un euro, una rupia vale esattamente una rupia e un bitcoin vale esattamente un bitcoin. Considerato che una moneta non impiegata in assets finanziari denominati in quella moneta da per definizione rendita pari a zero (0) non esiste un rapporto prezzo guadagno e per definizione non si può parlare di “bolla”.
Fatta questa, credo, necessaria precisazione, vorrei dire che Stiglitz non capisce (o non vuole capire, visto che in altre circostanze ho avuto modo di notare che ha una mente abbastanza raffinata e politica) quanto segue:
1) La continua crescita del valore del bitcoin è dovuta al fatto che il numero di bitcoin che il programma crittografato che li emette è prestabilita ed ammonta a 21 milioni di bitcoin che verranno emessi entro una data prestabilita. E’ chiaro che più persone nel mondo acquistano parti di questa quantità e più il prezzo (espresso in altra moneta) aumenta. Non c’è alcuna bolla, c’è solo l’effetto dell’aumento della domanda con un offerta fissa e data che tutti conoscono.
2) Se poi Stiglitz voleva dire che gli assets, gli strumenti finanziari espressi in bitcoin sono in bolla è altro discorso. Ha ragione ed è stato pure moderato. Nel senso che il sottoscritto dice chiaramente che sono in truffa non in bolla. E non parlo per sentito dire, parlo per conoscenza diretta avendo scandagliato questo mondo parallelo ed avendoci buttato pure qualche soldino (cazzate eh) per vedere cosa succedeva: posso affermare che le probabilità di ritrovarti truffato sono davvero alte e in 3 casi ci sono cascato anche io (Storm, BitHash24 ecc... e va bé...).
3) Ormai il fenomeno criptovalute, per come la vedo io, è inarrestabile. Non tanto perché nello spazio tridimensionale (il mondo dove viviamo fisicamente) non possano essere vietate ma perché vietarle sarebbe totalmente inutile visto che nel cyberspazio sta nascendo un mondo finanziario parallelo dove si usa quella moneta. In altri termini, io posso andare in un azienda (quotata nel mercato dei token... sono le azioni delle aziende che operano nel cyberspazio) e io mi posso comprare un prosciutto e pagarlo in criptomoneta. Come fa uno stato (o tutti gli stati) a vietare che dei tali dell’Università di Harvard mi inviino a casa un prosciutto? Allo stato che gli frega che io l’ho pagato in dollari, me l’hanno regalato oppure l’ho pagato con quella che Stiglitz vorrebbe considerare aria fritta (le criptovalute). L’unico risultato che gli stati otterrebbero vietandole è la perdita di gettito fiscale. Poi, continuando, i tali di Harvard che vendono prosciutti attraverso la loro società nel cyberspazio con la cifra che io ho corrisposto si recano in una banca di criptovalute (sperando che stiano attenti alle truffe) e depositano. Siamo di fronte ad un mondo parallelo dove non ha alcun senso il divieto di correlazione con il mondo tridimensionale.
4) Peraltro, inutile dire che è praticamente impossibile (oltre che inutile) vietare queste valute (e i suoi effetti sul mondo tridimensionale). Basta che un solo stato accetti la convertibilità nella sua moneta (foss’anche uno stato atollo situato nel mezzo dell’oceano pacifico) e chiunque acquisterebbe la sua moneta per poi convertirla in Bitcoin ed entrare nel fantastico mondo parallelo del cyberspazio. Basta un solo singolo stato che non accetti il diktat e siamo punto e a capo... e poi diciamolo, quello stato, qualunque esso sia, avrebbe un tale vantaggio competitivo che nessuno lo concederebbe e tutti accetterebbero automaticamente la convertibilità tra la propria moneta e le criptovalute.
Mi viene in mente una frase di Gramsci, impossibile far rientrare nell’ampolla il diavolo che ne è uscito. Ecco, con questo mondo bisogna conviverci. Magari bisognerebbe regolare il mondo finanziario espresso in criptovalute (vi assicuro che c’è di tutto... cose serie, e truffe spaventose per le quali – se ci caschi – non vi è alcuna difesa). Certo sarà un terremoto: se ti abitui a quel mondo poi andare nelle banche del mondo tridimensionale ti pare di essere ritornato all’età della pietra. E ci sarà distruzione creativa. Ecco. Ci sarebbe tanto tanto altro da dire... ma per ora basta così. Concludo con un bel “Mr Siglitz, benvenuto su Matrix, che le piaccia o no”.
Fonte
Ad avermene dato l’ennesima conferma è la temeraria affermazione fatta dal Nobel Stiglitz (il nobel più amato dai rosé assieme a Krugman) secondo cui bisogna proibire i bitcoin con la mirabile motivazione che sarebbero “in bolla”.
A parte il fatto che da un nobel per l’economia ci si aspetterebbe un lessico ben più preciso rispetto all’orrendo neologismo utilizzato. Ma lasciamo perdere. Per bolla si dovrebbe intendere la crescita esponenziale del valore di un assets non giustificata dai profitti attesi o dalla rendita dell’asset stesso. Dunque, per bolla dobbiamo intendere un bene che ha un rapporto Prezzo/guadagno molto alto e in continua crescita. Ora, il Nobel in questione mi deve spiegare come fa una moneta ad avere questa caratteristica. Un dollaro vale esattamente un dollaro, un euro vale esattamente un euro, una rupia vale esattamente una rupia e un bitcoin vale esattamente un bitcoin. Considerato che una moneta non impiegata in assets finanziari denominati in quella moneta da per definizione rendita pari a zero (0) non esiste un rapporto prezzo guadagno e per definizione non si può parlare di “bolla”.
Fatta questa, credo, necessaria precisazione, vorrei dire che Stiglitz non capisce (o non vuole capire, visto che in altre circostanze ho avuto modo di notare che ha una mente abbastanza raffinata e politica) quanto segue:
1) La continua crescita del valore del bitcoin è dovuta al fatto che il numero di bitcoin che il programma crittografato che li emette è prestabilita ed ammonta a 21 milioni di bitcoin che verranno emessi entro una data prestabilita. E’ chiaro che più persone nel mondo acquistano parti di questa quantità e più il prezzo (espresso in altra moneta) aumenta. Non c’è alcuna bolla, c’è solo l’effetto dell’aumento della domanda con un offerta fissa e data che tutti conoscono.
2) Se poi Stiglitz voleva dire che gli assets, gli strumenti finanziari espressi in bitcoin sono in bolla è altro discorso. Ha ragione ed è stato pure moderato. Nel senso che il sottoscritto dice chiaramente che sono in truffa non in bolla. E non parlo per sentito dire, parlo per conoscenza diretta avendo scandagliato questo mondo parallelo ed avendoci buttato pure qualche soldino (cazzate eh) per vedere cosa succedeva: posso affermare che le probabilità di ritrovarti truffato sono davvero alte e in 3 casi ci sono cascato anche io (Storm, BitHash24 ecc... e va bé...).
3) Ormai il fenomeno criptovalute, per come la vedo io, è inarrestabile. Non tanto perché nello spazio tridimensionale (il mondo dove viviamo fisicamente) non possano essere vietate ma perché vietarle sarebbe totalmente inutile visto che nel cyberspazio sta nascendo un mondo finanziario parallelo dove si usa quella moneta. In altri termini, io posso andare in un azienda (quotata nel mercato dei token... sono le azioni delle aziende che operano nel cyberspazio) e io mi posso comprare un prosciutto e pagarlo in criptomoneta. Come fa uno stato (o tutti gli stati) a vietare che dei tali dell’Università di Harvard mi inviino a casa un prosciutto? Allo stato che gli frega che io l’ho pagato in dollari, me l’hanno regalato oppure l’ho pagato con quella che Stiglitz vorrebbe considerare aria fritta (le criptovalute). L’unico risultato che gli stati otterrebbero vietandole è la perdita di gettito fiscale. Poi, continuando, i tali di Harvard che vendono prosciutti attraverso la loro società nel cyberspazio con la cifra che io ho corrisposto si recano in una banca di criptovalute (sperando che stiano attenti alle truffe) e depositano. Siamo di fronte ad un mondo parallelo dove non ha alcun senso il divieto di correlazione con il mondo tridimensionale.
4) Peraltro, inutile dire che è praticamente impossibile (oltre che inutile) vietare queste valute (e i suoi effetti sul mondo tridimensionale). Basta che un solo stato accetti la convertibilità nella sua moneta (foss’anche uno stato atollo situato nel mezzo dell’oceano pacifico) e chiunque acquisterebbe la sua moneta per poi convertirla in Bitcoin ed entrare nel fantastico mondo parallelo del cyberspazio. Basta un solo singolo stato che non accetti il diktat e siamo punto e a capo... e poi diciamolo, quello stato, qualunque esso sia, avrebbe un tale vantaggio competitivo che nessuno lo concederebbe e tutti accetterebbero automaticamente la convertibilità tra la propria moneta e le criptovalute.
Mi viene in mente una frase di Gramsci, impossibile far rientrare nell’ampolla il diavolo che ne è uscito. Ecco, con questo mondo bisogna conviverci. Magari bisognerebbe regolare il mondo finanziario espresso in criptovalute (vi assicuro che c’è di tutto... cose serie, e truffe spaventose per le quali – se ci caschi – non vi è alcuna difesa). Certo sarà un terremoto: se ti abitui a quel mondo poi andare nelle banche del mondo tridimensionale ti pare di essere ritornato all’età della pietra. E ci sarà distruzione creativa. Ecco. Ci sarebbe tanto tanto altro da dire... ma per ora basta così. Concludo con un bel “Mr Siglitz, benvenuto su Matrix, che le piaccia o no”.
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30/11/2017
Il Pil non è roba da ricchi
Civil Servant richiama la nostra attenzione sul fatto che la maggior parte degli introiti dei super-ricchi, che vivono dei proventi del proprio patrimonio, non entrano nel Pil. Partendo dalla considerazione che negli ultimi due decenni la ricchezza del pianeta è aumenta a ritmi circa 3 volte superiori a quelli del Pil, Civil Servant sostiene che ciò ha indubbiamente contribuito ad allargare la forbice tra ricchi e poveri, e probabilmente ha anche declassato il Pil a misura del tenore di vita di una parte soltanto della società, i meno abbienti.
da https://www.eticaeconomia.it
Recentemente Maurizio Franzini ci ha ricordato su questa rivista che Jeff Bezos, patron di Amazon, dichiara al fisco americano solo 81.000 dollari l’anno pur essendo tra gli uomini più ricchi della terra, e si è chiesto se non stiamo entrando nell’era di un capitalismo senza profitti. In effetti, se chiedete ad uno statistico esperto di contabilità nazionale quanto Pil produce Bezos, vi risponderà senza indugio che il nostro contribuisce alla ricchezza creata ogni anno negli USA solo per quei miseri 68.500 euro, meno del salario di parecchi colletti bianchi. Tutto il resto gli deriva da operazioni che non incidono sul Pil, se non marginalmente. I contabili nazionali, infatti, sono ancora affezionati ad un piccolo mondo antico in cui operai ed impiegati percepivano un salario e gli imprenditori incassavano solo profitti, rendite e dividendi. E queste forme di reddito si dividevano, più o meno ingiustamente, tutto il “valore aggiunto” creato ogni anno dall’economia.
La realtà è un po’ diversa: oggi chi è veramente ricco non conosce buste paga e cedole da staccare, ma si “accontenta” di beneficiare dell’aumento di valore della propria ricchezza, prevalentemente attraverso i cosiddetti guadagni di capitale. Può farlo vendendo titoli per realizzare i progressi rispetto al valore di acquisto, oppure utilizzando i propri asset come garanzia per prestiti a condizioni stracciate. Se proprio non se la sente di mettere sul mercato la propria ricchezza, allora carica su qualche società di sua proprietà le spese per il sostentamento della sua famiglia, come gli 1,6 milioni di dollari che servono a garantire la sicurezza personale di Bezos. Tutte queste cose, però, i contabili nazionali non le vedono: considerano semplici variazioni della ricchezza “non prodotte” i guadagni di capitale e classificano tra i consumi intermedi, che addirittura vanno in detrazione del Pil, quasi tutte le spese di una società a favore di azionisti, manager e altri stakeholdes. Per chi ha seri problemi di insonnia, tutti questi aspetti sono descritti minuziosamente nel System of National Accounts 2008, un agile opuscolo di appena 722 pagine che dedica tutto il dodicesimo capitolo (una ventina di facciate) ai modi in cui il patrimonio può aumentare senza che il Pil se ne accorga, con decine di eccezioni e deroghe.
Ligi ai precetti del SNA 2008, o forse perché distratti dal laborioso calcolo del valore aggiunto prodotto da prostitute, ricettatori e contrabbandieri (solo di droga e sigarette... ma non di armi ed esseri umani), i contabili nazionali dimenticano di calcolare gli introiti dei veri ricchi. Per loro uno dei pochi indizi che costoro esistano è dato dai loro consumi e investimenti che attivano flussi di produzione, salari e profitti. Peccato che questi flussi di denaro possano dirigersi verso paesi molto lontani dalla residenza dei nostri amici, contribuendo addirittura ad un aumento delle importazioni che va a scapito del Pil locale. Comunque c’è solo da aspettare: fino alla caduta del muro di Berlino gli statistici del blocco sovietico misuravano solo il “Prodotto materiale”, escludendo quasi tutto il valore aggiunto creato dai servizi pubblici e privati (ossia oltre il 70% del Pil). Quindi si spera che tra qualche decennio anche i nostri contabili metteranno il naso nelle transazioni finanziarie. Nel frattempo, solo per un puro accidente, in tutto il mondo il fisco si dimostra sempre più indulgente nei riguardi dei guadagni di capitale e del “semplice” possesso della ricchezza. Anche in paesi piuttosto avanzati si assiste anzi ad una nobile gara a garantire il migliore trattamento fiscale a coloro che campano in questo modo, mentre ci si accanisce inesorabilmente sui salariati, i lavoratori indipendenti e gli imprenditori tradizionali che si limitano a produrre il Pil.
A dire il vero, questo stile di vita Pil-free non è affatto nuovo. Da diversi millenni sovrani e governi campano allegramente coniando monete ed emettendo titoli del debito pubblico che non entrano nel computo del valore aggiunto, ma solo in quello della ricchezza. Si chiamava signoraggio e qualche decennio fa alcuni stati europei vi hanno sdegnosamente rinunciato condividendo una valuta comune emessa da una banca centrale che, per statuto, può spendere liberamente solo pochi spicci dei suoi guadagni potenziali per acquistare beni e servizi sul mercato e per remunerare funzionari strapagati e sedi principesche. Viene quasi nostalgia dei vecchi sovrani che, quando non finanziavano guerre, approfittavano del signoraggio per sovvenzionare artisti, opere pubbliche e concubine.
Da qualche secolo i sovrani sono stati imitati dalle banche che, entro certi limiti, piazzano sul mercato titoli che corrispondono solo in parte a beni reali, come hanno imparato a proprie spese parecchi risparmiatori americani e, più recentemente, del Veneto e della Toscana. Si chiama creazione di moneta bancaria ed è essenziale per far lavorare quelli che producono il Pil. Ogni tanto qualcuno esagera con la creatività e lascia il suo nome negli schedari giudiziari e, se è fortunato, anche nei libri di economia, come il signor Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Teobaldo Ponzi, da Lugo di Romagna. In fondo tutti questi signori vendono un bene del tutto immateriale che si chiama fiducia, se la fiducia svanisce anche la ricchezza che creano o intermediano si annulla. Le criptovalute, come il Bitcoin di cui si è occupato un numero monografico di questo Menabò, rappresentano un caso estremo di totale separazione tra creazione di ricchezza e generazione di Pil basato sulla compravendita della fiducia. I Bitcoin non sono altro che sequenze di bit riconosciute “valide” da un algoritmo molto sofisticato. Chi ha le sequenze giuste può tesaurizzarle o spenderle anche per acquistare qualche pezzo di Pil. L’aspetto più interessante ed inquietante delle criptovalute è la loro accumulazione. A differenza delle monete tradizionali, non sono ottenute come contropartita di beni, servizi e lavoro che fanno Pil, ma attraverso una attività che si chiama “mining” (ovvero scavo in miniera) e consiste sostanzialmente nella generazione a caso di sequenze di bit da sottoporre all’algoritmo validatore. E’ come cercare un ago in un pagliaio, solo che non si viene remunerati né per l’accumulo di fieno, né per la fabbricazione dell’ago, che entrerebbero entrambi nel Pil tradizionale. Anzi, diventerà immensamente ricco chi troverà il modo di procurarsi Bitcoin bruciando (metaforicamente?) il pagliaio della rete per cercare meglio l’ago nella cenere. Deve essere per questo che il governo cinese ha proibito l’uso delle criptovalute, salvo prepararsi ad introdurne una tutta sua.
La vera novità degli ultimi decenni è che il patrimonio di coloro che vivono prevalentemente della propria ricchezza è cresciuto a dismisura in tutto il mondo. Probabilmente non è aumentato troppo il numero dei soci di questo esclusivo club, ma c’è stato parecchio ricambio tra di loro e soprattutto si sono moltiplicati i modi in cui un patrimonio può essere sfruttato senza intaccarlo troppo. Pensiamo alla vicenda delle dot-com quotate sul NASDAQ, che accumulavano solo perdite vertiginose eppure vedevano le proprie azioni crescere di valore a ritmi esponenziali. Chi deteneva quelle azioni poteva guadagnarci speculando al rialzo (come negli ultimi anni novanta e prima dello scoppio della bolla nel 2000), ma anche al ribasso (come nel pieno della Grande Recessione). In questo gioco, infatti, non conta troppo se la Borsa sale o scende perché guadagna chi riesce ad anticipare o a determinare i movimenti futuri del mercato. Insomma basta molta volatilità, parecchia abilità, un pizzico di fortuna, e tanto insider trading e aggiotaggio per campare di rendita. Per tornare al nostro amico Jeff Bezos, le azioni della sua Amazon (che opera in un settore così tradizionale che prosperava persino nel vecchio West) sono passate da 107 a 7 dollari l’una alla fine anni novanta per poi risalire a 950 dollari. Si suppone, tuttavia, che gli introiti del buon Jeff non abbiano subito un tracollo neanche nel 2000-2001. Naturalmente non tutti sono stati così fortunati: per esempio oggi nessuno si ricorda più di colossi come Netscape, fagocitati da altre dot-com, e delle migliaia di startup fallite... a parte la startup Autopsy che ha costruito un archivio/cimitero per le colleghe scomparse. Hanno perso di più tutti quei risparmiatori che hanno sperperato salari e profitti, frutto del loro duro lavoro di produzione del Pil, in speculazioni sbagliate o semplicemente in qualche fondo pensioni. Insomma vivere senza contribuire al Pil è un privilegio riservato a pochi. Perché è vero che i guadagni di capitale non fanno Pil, ma ci vuole parecchio Pil per trasformarli in beni e servizi.
In attesa che il fisco e gli statistici si accorgano di tutto questo, non disponiamo di dati sul tenore di vita dei Pil-free e anche quelli sulla ricchezza complessiva sono scarsi e poco omogenei. Per ora, solo Credit Suisse pubblica ogni anno un pregevole volume sulla ricchezza globale, mettendo insieme le poche informazioni disponibili. L’ultima edizione del Rapporto, uscita pochi giorni fa, ci informa che tra il 2000 e il 2017 la ricchezza globale, a prezzi e cambi correnti, è aumentata in media di quasi il 6% l’anno. Nel frattempo, il Pil misurato secondo analoghi criteri dalla Banca Mondiale è cresciuto solo del 2,2% l’anno. Se immaginiamo che anche il patrimonio dei Pil-free sia aumentato in linea con quello dei comuni mortali (e si tratta certamente di una stima per difetto), questo significa che negli ultimi 17 anni chi viveva di Pil ha perso quasi il 3% l’anno rispetto a chi poteva contare solo sui proventi della propria ricchezza, perfino ipotizzando che il rendimento delle attività reali e finanziarie sia diminuito costantemente del 1% l’anno (e anche questa è un’ipotesi estremamente pessimistica sui super-ricchi). Se questi sono i fatti, non è difficile capire perché si vada allargando la forbice tra ricchi e poveri. Ma questi dati fanno anche sospettare che la Grande Recessione e la modesta ripresa del Pil siano tutti fenomeni che hanno interessato chi lavora e fa impresa tradizionale, ma non i nuovi rentier, alla faccia di Keynes che ne auspicava l’eutanasia.
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da https://www.eticaeconomia.it
Recentemente Maurizio Franzini ci ha ricordato su questa rivista che Jeff Bezos, patron di Amazon, dichiara al fisco americano solo 81.000 dollari l’anno pur essendo tra gli uomini più ricchi della terra, e si è chiesto se non stiamo entrando nell’era di un capitalismo senza profitti. In effetti, se chiedete ad uno statistico esperto di contabilità nazionale quanto Pil produce Bezos, vi risponderà senza indugio che il nostro contribuisce alla ricchezza creata ogni anno negli USA solo per quei miseri 68.500 euro, meno del salario di parecchi colletti bianchi. Tutto il resto gli deriva da operazioni che non incidono sul Pil, se non marginalmente. I contabili nazionali, infatti, sono ancora affezionati ad un piccolo mondo antico in cui operai ed impiegati percepivano un salario e gli imprenditori incassavano solo profitti, rendite e dividendi. E queste forme di reddito si dividevano, più o meno ingiustamente, tutto il “valore aggiunto” creato ogni anno dall’economia.
La realtà è un po’ diversa: oggi chi è veramente ricco non conosce buste paga e cedole da staccare, ma si “accontenta” di beneficiare dell’aumento di valore della propria ricchezza, prevalentemente attraverso i cosiddetti guadagni di capitale. Può farlo vendendo titoli per realizzare i progressi rispetto al valore di acquisto, oppure utilizzando i propri asset come garanzia per prestiti a condizioni stracciate. Se proprio non se la sente di mettere sul mercato la propria ricchezza, allora carica su qualche società di sua proprietà le spese per il sostentamento della sua famiglia, come gli 1,6 milioni di dollari che servono a garantire la sicurezza personale di Bezos. Tutte queste cose, però, i contabili nazionali non le vedono: considerano semplici variazioni della ricchezza “non prodotte” i guadagni di capitale e classificano tra i consumi intermedi, che addirittura vanno in detrazione del Pil, quasi tutte le spese di una società a favore di azionisti, manager e altri stakeholdes. Per chi ha seri problemi di insonnia, tutti questi aspetti sono descritti minuziosamente nel System of National Accounts 2008, un agile opuscolo di appena 722 pagine che dedica tutto il dodicesimo capitolo (una ventina di facciate) ai modi in cui il patrimonio può aumentare senza che il Pil se ne accorga, con decine di eccezioni e deroghe.
Ligi ai precetti del SNA 2008, o forse perché distratti dal laborioso calcolo del valore aggiunto prodotto da prostitute, ricettatori e contrabbandieri (solo di droga e sigarette... ma non di armi ed esseri umani), i contabili nazionali dimenticano di calcolare gli introiti dei veri ricchi. Per loro uno dei pochi indizi che costoro esistano è dato dai loro consumi e investimenti che attivano flussi di produzione, salari e profitti. Peccato che questi flussi di denaro possano dirigersi verso paesi molto lontani dalla residenza dei nostri amici, contribuendo addirittura ad un aumento delle importazioni che va a scapito del Pil locale. Comunque c’è solo da aspettare: fino alla caduta del muro di Berlino gli statistici del blocco sovietico misuravano solo il “Prodotto materiale”, escludendo quasi tutto il valore aggiunto creato dai servizi pubblici e privati (ossia oltre il 70% del Pil). Quindi si spera che tra qualche decennio anche i nostri contabili metteranno il naso nelle transazioni finanziarie. Nel frattempo, solo per un puro accidente, in tutto il mondo il fisco si dimostra sempre più indulgente nei riguardi dei guadagni di capitale e del “semplice” possesso della ricchezza. Anche in paesi piuttosto avanzati si assiste anzi ad una nobile gara a garantire il migliore trattamento fiscale a coloro che campano in questo modo, mentre ci si accanisce inesorabilmente sui salariati, i lavoratori indipendenti e gli imprenditori tradizionali che si limitano a produrre il Pil.
A dire il vero, questo stile di vita Pil-free non è affatto nuovo. Da diversi millenni sovrani e governi campano allegramente coniando monete ed emettendo titoli del debito pubblico che non entrano nel computo del valore aggiunto, ma solo in quello della ricchezza. Si chiamava signoraggio e qualche decennio fa alcuni stati europei vi hanno sdegnosamente rinunciato condividendo una valuta comune emessa da una banca centrale che, per statuto, può spendere liberamente solo pochi spicci dei suoi guadagni potenziali per acquistare beni e servizi sul mercato e per remunerare funzionari strapagati e sedi principesche. Viene quasi nostalgia dei vecchi sovrani che, quando non finanziavano guerre, approfittavano del signoraggio per sovvenzionare artisti, opere pubbliche e concubine.
Da qualche secolo i sovrani sono stati imitati dalle banche che, entro certi limiti, piazzano sul mercato titoli che corrispondono solo in parte a beni reali, come hanno imparato a proprie spese parecchi risparmiatori americani e, più recentemente, del Veneto e della Toscana. Si chiama creazione di moneta bancaria ed è essenziale per far lavorare quelli che producono il Pil. Ogni tanto qualcuno esagera con la creatività e lascia il suo nome negli schedari giudiziari e, se è fortunato, anche nei libri di economia, come il signor Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Teobaldo Ponzi, da Lugo di Romagna. In fondo tutti questi signori vendono un bene del tutto immateriale che si chiama fiducia, se la fiducia svanisce anche la ricchezza che creano o intermediano si annulla. Le criptovalute, come il Bitcoin di cui si è occupato un numero monografico di questo Menabò, rappresentano un caso estremo di totale separazione tra creazione di ricchezza e generazione di Pil basato sulla compravendita della fiducia. I Bitcoin non sono altro che sequenze di bit riconosciute “valide” da un algoritmo molto sofisticato. Chi ha le sequenze giuste può tesaurizzarle o spenderle anche per acquistare qualche pezzo di Pil. L’aspetto più interessante ed inquietante delle criptovalute è la loro accumulazione. A differenza delle monete tradizionali, non sono ottenute come contropartita di beni, servizi e lavoro che fanno Pil, ma attraverso una attività che si chiama “mining” (ovvero scavo in miniera) e consiste sostanzialmente nella generazione a caso di sequenze di bit da sottoporre all’algoritmo validatore. E’ come cercare un ago in un pagliaio, solo che non si viene remunerati né per l’accumulo di fieno, né per la fabbricazione dell’ago, che entrerebbero entrambi nel Pil tradizionale. Anzi, diventerà immensamente ricco chi troverà il modo di procurarsi Bitcoin bruciando (metaforicamente?) il pagliaio della rete per cercare meglio l’ago nella cenere. Deve essere per questo che il governo cinese ha proibito l’uso delle criptovalute, salvo prepararsi ad introdurne una tutta sua.
La vera novità degli ultimi decenni è che il patrimonio di coloro che vivono prevalentemente della propria ricchezza è cresciuto a dismisura in tutto il mondo. Probabilmente non è aumentato troppo il numero dei soci di questo esclusivo club, ma c’è stato parecchio ricambio tra di loro e soprattutto si sono moltiplicati i modi in cui un patrimonio può essere sfruttato senza intaccarlo troppo. Pensiamo alla vicenda delle dot-com quotate sul NASDAQ, che accumulavano solo perdite vertiginose eppure vedevano le proprie azioni crescere di valore a ritmi esponenziali. Chi deteneva quelle azioni poteva guadagnarci speculando al rialzo (come negli ultimi anni novanta e prima dello scoppio della bolla nel 2000), ma anche al ribasso (come nel pieno della Grande Recessione). In questo gioco, infatti, non conta troppo se la Borsa sale o scende perché guadagna chi riesce ad anticipare o a determinare i movimenti futuri del mercato. Insomma basta molta volatilità, parecchia abilità, un pizzico di fortuna, e tanto insider trading e aggiotaggio per campare di rendita. Per tornare al nostro amico Jeff Bezos, le azioni della sua Amazon (che opera in un settore così tradizionale che prosperava persino nel vecchio West) sono passate da 107 a 7 dollari l’una alla fine anni novanta per poi risalire a 950 dollari. Si suppone, tuttavia, che gli introiti del buon Jeff non abbiano subito un tracollo neanche nel 2000-2001. Naturalmente non tutti sono stati così fortunati: per esempio oggi nessuno si ricorda più di colossi come Netscape, fagocitati da altre dot-com, e delle migliaia di startup fallite... a parte la startup Autopsy che ha costruito un archivio/cimitero per le colleghe scomparse. Hanno perso di più tutti quei risparmiatori che hanno sperperato salari e profitti, frutto del loro duro lavoro di produzione del Pil, in speculazioni sbagliate o semplicemente in qualche fondo pensioni. Insomma vivere senza contribuire al Pil è un privilegio riservato a pochi. Perché è vero che i guadagni di capitale non fanno Pil, ma ci vuole parecchio Pil per trasformarli in beni e servizi.
In attesa che il fisco e gli statistici si accorgano di tutto questo, non disponiamo di dati sul tenore di vita dei Pil-free e anche quelli sulla ricchezza complessiva sono scarsi e poco omogenei. Per ora, solo Credit Suisse pubblica ogni anno un pregevole volume sulla ricchezza globale, mettendo insieme le poche informazioni disponibili. L’ultima edizione del Rapporto, uscita pochi giorni fa, ci informa che tra il 2000 e il 2017 la ricchezza globale, a prezzi e cambi correnti, è aumentata in media di quasi il 6% l’anno. Nel frattempo, il Pil misurato secondo analoghi criteri dalla Banca Mondiale è cresciuto solo del 2,2% l’anno. Se immaginiamo che anche il patrimonio dei Pil-free sia aumentato in linea con quello dei comuni mortali (e si tratta certamente di una stima per difetto), questo significa che negli ultimi 17 anni chi viveva di Pil ha perso quasi il 3% l’anno rispetto a chi poteva contare solo sui proventi della propria ricchezza, perfino ipotizzando che il rendimento delle attività reali e finanziarie sia diminuito costantemente del 1% l’anno (e anche questa è un’ipotesi estremamente pessimistica sui super-ricchi). Se questi sono i fatti, non è difficile capire perché si vada allargando la forbice tra ricchi e poveri. Ma questi dati fanno anche sospettare che la Grande Recessione e la modesta ripresa del Pil siano tutti fenomeni che hanno interessato chi lavora e fa impresa tradizionale, ma non i nuovi rentier, alla faccia di Keynes che ne auspicava l’eutanasia.
Fonte
23/08/2017
Bitcoin, la catastrofe ecologica
E’ la tendenza finanziaria del momento.
E’ il modo in assoluto più inefficiente ed idiota di usare l’energia elettrica. Consuma l’equivalente di due centrali nucleari dedicate e continua a crescere esponenzialmente.
da https://aspoitalia.wordpress.com
Un mondo di meraviglie
Oggi parliamo di un mondo meraviglioso. Un mondo in cui è possibile guadagnare trasferendo via internet 20€, con una spesa elettrica di 20€ (si, avete capito bene), mentre si consuma l’energia che impiega un’auto elettrica per percorrere 1000km.
Oggi parliamo della bolla finanziaria del momento: il Bitcoin.
Ne avrete sentito parlare in qualche modo.
E’ nato nel 2009 ed è la prima di tantissime monete digitali ad avere mostrato al mondo come si possa fare a meno di una banca centrale. Usa una tecnologia chiamata ‘Blockchain’ (catena di blocchi, è una sorta di registro pubblico dei trasferimenti di valuta) che, mediante tecniche di cifratura ben consolidate, permette il trasferimento sicuro di una somma in Bitcoin da un ‘wallet’ (portafoglio o conto) virtuale ad un altro, evitando che un malintenzionato ‘bari’ in qualche modo. Il tutto avviene mediante protocolli informatici decentralizzati, per cui il singolo utente può fare tutto dal proprio pc, senza nessun intermediario: acquistare Bitcoin, trasferirli, spenderli per pagare beni e servizi, convertirli in altre valute. Può persino ‘crearli’ o ‘perderli’ per sempre, nel caso che perda la chiave segreta che permette l’accesso al portafogli su cui sono depositati.
Per l’uomo della strada i Bitcoin sono uno strumento poco comprensibile. Innanzitutto, non avendo un corrispettivo fisico in banconote e monete, non capisce come possano avere un valore. Non gli è chiaro a cosa possano servire e come possano essere spesi. Quando prova ad informarsi, scopre che il loro funzionamento è piuttosto complicato e hanno caratteristiche inaspettate[1]. Se ne osserva il prezzo, rimane stupito e spaventato dall’estrema volatilità. Infine, non si fida perché dai media sono spesso accostati alla pirateria informatica (i cosiddetti ‘hacker’, in realtà si dovrebbe dire ‘cracker’) e ad attività illegali che hanno rapidamente creato alcune leggende urbane. Una tra tutte è il perfetto anonimato che sarebbe garantito ai proprietari di Bitcoin[2].
L’uomo della strada però non è l’investitore tipico che investe in Bitcoin e altre criptovalute. Tecnologico, curioso, propenso al rischio e non di rado asiatico (Cina e Corea del Sud la fanno da padrone), non si fida delle istituzioni finanziarie sia perché non gradisce che sappiano tutto del suo conto, sia perché non si fida della loro solidità e della continua emissione di nuova moneta. Non per niente il Bitcoin è figlio della crisi del 2009.
Figura 1. Prezzo storico del Bitcoin in dollari statunitensi. Fonte: Blockchain.info.
L’investitore tipo in Bitcoin potrebbe aver iniziato la sua avventura anche solo nell’estate del 2015, acquistando 100 Bitcoin per l’equivalente di un 250 dollari l’uno, spendendo così 25.000$. Per 2 anni potrebbe essersi dimenticato del suo investimento ed ora potrebbe ritrovarsi con 400.000$ (vedi Figura 1). Se fosse stato un investitore della prima ora, diciamo nel 2011, avrebbe raggiunto la stessa cifra investendo solo 25$, perché all’epoca un Bitcoin costava solo un quarto di dollaro. Stiamo parlando di qualcosa come un aumento di 16.000 volte (1.600.000%) del capitale investito. Solo dall’inizio di quest’anno, il suo valore è cresciuto di 4 volte.
Pazzia speculativa?
Forse. Anche.
In realtà c’è una ragione precisa per cui il valore del Bitcoin ha una tendenza naturale all’aumento. E’ stato progettato in modo tale che il numero di Bitcoin circolanti non potrà mai superare i 21 milioni [3]. I Bitcoin sono quindi una risorsa virtuale scarsa, che nel tempo è soggetta naturalmente ad un effetto deflazionario, sia per l’aumento di popolarità e quindi della domanda, sia per la continua perdita effettiva di Bitcoin da parte di chi perde le chiavi del proprio conto.
Questa è una caratteristica sin dalla nascita dei Bitcoin molto apprezzata dagli investitori ed è la causa principale dell’esplosione del consumo elettrico associato.
Il Bianconiglio
Per capire quello che sta succedendo, è necessario entrare nel funzionamento del protocollo che governa i Bitcoin, spiegandolo senza tecnicismi.
Il grande merito attribuito al mitico Satoshi Nakamoto, l’inventore anonimo del Bitcoin, è di aver risolto un problema spinoso in un sistema monetario senza un’autorià centrale: evitare che una somma di denaro sia spesa due volte perché ciò equivarrebbe di fatto alla creazione di nuova moneta.
Facciamo un esempio classico: avete 1 Bitcoin sul vostro conto virtuale e volete provare a spenderlo due volte, inviandolo ad Alibaba in Cina per comprare un PC ultimo modello e, quasi in contemporanea, inviandolo anche ad Amazon negli Stati Uniti per comprarvi l’ultimo grido in fatto di robot giardinieri.
In un sistema come quello delle carte di credito non sarebbe un problema: essendoci un’autorità centrale che presiede a tutte le transazioni, la prima spesa che viene ricevuta è quella che viene registrata e la seconda viene rifiutata.
Il sistema che governa le transazioni dei Bitcoin invece è decentralizzato e coinvolge server e pc distribuiti su tutto il pianeta che, per normali problemi di latenza della rete Internet, possono essere in disaccordo su quale delle due spese sia quella legittima. Nel caso in oggetto supponiamo che per campanilismo la parte del sistema Bitcoin in Asia potrebbe essere convinta che la spesa lecita sia quella ad Alibaba, mentre quella in America che sia quella ad Amazon. Quale delle due ha ragione?
Per uscire da questa empasse il protocollo Bitcoin prevede un ingegnoso e devastante stratagemma, chiamato proof-of-work (prova-di-lavoro) che, per registrare (quindi rendere effettive) un certo numero di operazioni di transazione di Bitcoin, prevede che prima venga compiuto un lavoro ‘faticoso’. In termini informatici è un lavoro che prevede una enorme quantità di calcoli da parte di molti processori (da qui si origina il consumo spaventoso di elettricità) che gareggiano per scoprire un segreto matematico. La ricerca di questo segreto viene definita ‘mining‘ (estrazione mineraria) e viene svolta dai miners, in teoria qualunque utente abbia a disposizione un dispositivo intelligente. Chi trova il segreto per primo è quello che registra definitivamente un blocco di nuove transazioni nel registro pubblico (la Blockchain). Nell’esempio precedente sarà un miners in Asia o uno in America, derimendo così la questione su quale delle due spese vada accettata e quale rifiutata. Questo meccanismo inoltre evita che un miners disonesto possa accettare entrambe le spese registrandole nella Blockchain, perché per farlo dovrebbe scoprire il segreto prima di tutti gli altri utenti onesti e l’unico modo per avere qualche possibilità sarebbe avere a disposizione più processori (ed elettricità) di tutti gli altri.
Per chi volesse approfondire un poco di più il funzionamento, che ripeto è ingegnoso, più complesso di come l’abbiamo sinora spiegato (e appunto incredibilmente devastante), è invitato a leggersi la nota [4].
Il mining è un’attività, che garantisce il corretto funzionamento del sistema Bitcoin, ma che è onerosa in termini economici (hardware ed elettricità impiegati) per chi la compie e deve essere incentivata. Ecco quindi che i ‘miners’ sono ricompensati con nuovi Bitcoin ogni volta che individuano un segreto ‘chiudendo’ un blocco. In pratica l’attività di mining è l’unica che garantisce l’immissione controllata di nuovi Bitcoin. La quota immessa in questo modo si dimezza ogni quattro anni e attualmente è di 12,5 Bitcoin ogni dieci minuti(l’ultimo dimezzamento c’è stato nel 2016, quindi il livello dell’attuale ricompensa durerà sino al 2020). Ciò garantisce che ci sia un numero massimo teorico di Bitcoin (i 21 milioni citati sono il risultato di una serie geometrica convergente), sia un continuo incentivo per i miners che sostengono il sistema.
La corsa del Bianconiglio
Ora possiamo spiegare l’effetto perverso nei consumi elettrici in tutta la sua grandezza.
Il sistema Bitcoin è regolato internamente in modo tale che ogni 10 minuti parta una nuova corsa per registrare le ultime transazioni di Bitcoin ed individuare il nuovo segreto associato. La regolazione avviene modificando automaticamente la difficoltà del segreto: se la potenza di tutti i calcolatori che fanno mining aumenta, la difficoltà nell’individuare il segreto aumenta, per compensare ed evitare che venga in media trovato prima dello scadere dei 10 minuti; viceversa se cala la potenza di calcolo, cala anche la difficoltà.
Figura 2: in blu e verde, la potenza globale stimata di mining per il Bitcoin, calcolata in hash rate (il numero di tentativi al secondo per individuare il segreto) e, in rosso, la difficoltà automaticamente impostata negli ultimi nove mesi. Fonte: Bitcoinwisdom.com.
Ecco allora mostrato l’effetto perverso a catena:
1. se il valore del Bitcoin aumenta, a parità della ricompensa in nuovi Bitcoin immessi, aumenta il valore della retribuzione per i miners;
2. ai miners conviene allora comprare più hardware di calcolo e consumare più energia elettrica per unità di tempo;
3. il sistema Bitcoin individua l’aumento della potenza di calcolo del mining e cerca di compensarlo aumentando la difficoltà della ricerca del segreto, in modo da mantenere costante l’intervallo dei 10 minuti;
4. l’aumento della difficoltà del segreto, compensa l’aumento della potenza di calcolo e fa si che venga impiegata sempre al 100%, quindi al massimo consumo energetico possibile.
Questo fenomeno ha il punto chiave nell’aumento del valore dei Bitcoin. Dato un certo aumento, il fenomeno continua sino a quando l’attività di mining diventa svantaggiosa per il continuo aumento dei costi per l’hardware e l’elettricità, annullando il guadagno medio dalla ricompensa dei nuovi Bitcoin ottenuti scoprendo i segreti dei blocchi.
Purtroppo, questo punto di equilibrio sembra adesso assai lontano. La velocità con cui continua ad aumentare il valore del Bitcoin è tale che gli stessi miners faticano a scalare la propria capacità di calcolo per stare al passo. Dalla figura 2 si osserva che da febbraio a fine luglio la potenza complessiva impiegata nel mining è raddoppiata, passando da 4TH/s (migliaia di miliardi di hash, cioé di tentativi di indovinare il segreto, al secondo) a 8TH/s. Stiamo parlando di un tempo di raddoppio di meno di 6 mesi, avvenuto nonostante che la quota di Bitcoin immessi fosse stata appena dimezzata. Come abbiamo già osservato, il valore del Bitcoin nello stesso periodo è infatti quadruplicato. L’arretrato di lavoro dei miners nell’installare nuova capacità di calcolo (e di consumo elettrico) si sta quindi accumulando. Senza dimenticare che la crescita del valore dei Bitcoin è iniziata da anni e potrebbe continuare ancora, continuando ad aumentare l’incentivo per installare più potenza di calcolo.
Quanto è profonda la tana del Bianconiglio
Ma quanta energia elettrica consuma attualmente il sistema Bitcoin?
Innanzitutto la potenza di calcolo (hash rate, ogni hash è un singolo calcolo per tentare di indovinare il segreto) e il consumo elettrico sono fortemente correlati, quindi sono possibili un paio di metodi di stima.
La prima, potrebbe essere ricostruire il parco installato dei calcolatori dedicati al mining per determinare l’efficienza media di calcolo e moltiplicare per l’hash rate globale. L’ultima stima disponibile per fine luglio 2017 si attesta così sui 7-8TWh all’anno di elettricità, più o meno quanto produce una centrale nucleare da 1000MW. Si osservi che solo 5 mesi prima questo valore era esattamente la metà.
Un secondo metodo prevede di fare i conti in tasca ai miners con un modello economico. In tal caso l’ordine di grandezza non cambia, anche se si ottiene una stima doppia, attualmente intorno ai 16TWh/a. Per dare un’idea, è quanto consuma la Tunisia o la Corea del Nord, ed è pari a circa il 5% del consumo nazionale Italiano.
Se il sistema Bitcoin fosse una nazione, sarebbe la 78esima (su 195+1) per consumi di energia elettrica.
Figura 3: raffronto tra i consumi elettrici annuali di vari stati e il sistema Bitcoin, in TWh. Fonte: Digiconomist.net.
Il problema è che il sistema Bitcoin è ancora marginale nell’economia, e gestisce un numero basso di transazioni rispetto ai sistemi tradizionali: con circa 300.000 transazioni al giorno, per una sola transazione di Bitcoin si consumano ben 146kWh elettrici, per un costo che in Italia sarebbe di circa 20€ ed equivale al consumo giornaliero di 20 famiglie [5]. In altri termini, siccome un’auto elettrica percorre circa 100km con 15kWh, per consumare la stessa energia di una sola transazione di Bitcoin dovrebbe percorrere 1000km!
La beffa è che una transizione di bitcoin può essere di qualunque entità, anche di una frazione di Bitcoin. Ad esempio se si scorre le transazioni contenute nell’ultimo blocco creato nella Blockchain, se ne possono trovare alcune del valore di 0,005Bitcoin, cioé, ai prezzi attuali circa 20€. Quindi per trasferire 20€ in Bitcoin, se ne consumano 20€ in elettricità (in Italia), anche se mediamente per i miners un costo più verosimile si attesta sui 6-7€[6].
L’unica notizia leggermente positiva in tutta questa ordalia energetica, in cui utenti in giro per il mondo letteralmente gareggiano nel consumare più rapidamente l’elettricità, è che il consumo complessivo di energia non dipende dal numero di transazioni inserite in un blocco (e quindi evase al giorno), ma dal valore raggiunto dal Bitcoin, almeno sino al 2020.
Il Bianconiglio fa molta, molta paura
Ciò che relamente spaventa di più è che questa follia energetica non dia segni di rallentamento. Uno studio di Aprile del Cambridge Centre for Alternative Finance, individua un guadagno di due miliardi di dollari per i miners nel solo 2016. Il costo per il consumo di energia elettrica viene invece stimato ora in circa 1 miliardo di dollari (in realtà meno, ma stiamo conservativi). Nel frattempo nel 2017 i profitti per i miners sono ulteriormente aumentati come da figura 4.
Figura 4: indice di profitto per i miners, che tiene conto sia della retribuzione in nuovi Bitcoin, sia delle fees che vengono pagate dagli utenti per dare priorità all’esecuzione delle transazioni. Fonte: Blockchain.info.
Quindi, in modo approssimativo, si può concludere che per i miners il 2017, in assenza di un calo del valore del Bitcoin, sarà profittevole almeno 3 volte di più rispetto al 2016. Avendo già un margine netto nel 2016 ben 2 volte superiori ai costi, il punto di equilibrio già menzionato oltre al quale i miners perdono la profittabilità sarà raggiunto solo dopo un incremento di 3×3=9 volte dei consumi elettrici! Ci possiamo aspettare spannometricamente un aumento delle potenza installata di almeno altre 8 volte ai prezzi attuali del Bitcoin.
Se l’attuale valore del Bitcoin dovesse aumentare ancora, se non altro per la spinta deflazionaria dovuta alla sua natura di risorsa scarsa e alla sua popolarità, la situazione sarebbe ancor più disastrosa in pochissimo tempo, visto che il consumo di energia elettrica attualmente ha un tempo di raddoppio di soli 6 mesi. Con un aumento del valore del Bitcoin nei prossimi due anni ad un tasso dimezzato rispetto a quello dei primi 6 mesi del 2017, il consumo di energia elettrica potrebbe raggiungere quello dell’Italia (314TWh nel 2016) al più tardi verso l’inizio del 2020 (Figura 5).
Figura 5: semplice proiezione del consumo in TWh elettrici all’anno del sistema Bitcoin, considerando un tempo di raddoppio di 6 mesi, messo a confronto con la produzione elettrica (non il consumo) di vari paesi. Gli anni si riferiscono in realtà al dicembre di quell’anno e il consumo di quest’anno è stato preso dalla stima più conservativa tra le due citate, supponendo un ulteriore raddoppio da qui alla fine del 2017. Fonte: autore con dati BP Statistical Review 2017.
Certo, da una parte è impossibile che questa crescita esponenziale dei consumi continui sino a saturare tutta la produzione elettrica mondiale. Come la crescita esponenziale dei batteri in una piastra di Petri, prima o poi collasserà e lo farà probabilmente in modo clamoroso. Ci sono alcuni motivi, almeno di speranza di un rallentamento nel prossimo futuro:
-) un calo del valore del Bitcoin dopo il 2020 (ma potrebbe essere troppo tardi!), un ulteriore dimezzamento dei nuovi Bitcoin immessi e guadagnati dai miners la continua sostituzione delle schede di calcolo (ASIC) usate dai miners con modelli via via più efficienti, anche se ormai i margini di miglioramento sono assai ridotti su questo fronte;
-) l’abbandono della follia energetica del proof-of-work, in favore di altre strategie che non prevedono di far lavorare a vuoto milioni di processori, come ad esempio il proof-of-stake; la seconda criptovaluta per capitalizzazione del mercato, l’Ethereum, si sta (troppo) lentamente muovendo proprio in questa direzione, anche se nel frattempo a sua volta consuma quasi 5TWhe;
In merito a questo ultimo punto c’è però da dire che per la sua natura decentralizzata, ogni modifica al protocollo Bitcoin è lenta e molto difficile [7] e nella community del Bitcoin il problema del consumo di energia... semplicemente non pare essere un problema. Quindi avanti così.
Anche la tendenza a lasciare inalterato il sistema Bitcoin e a sviluppare in sinergia nuovo sistemi di servizi basati su di esso (es. Lightenig Network) sarà del tutto inutile, anzi probabilmente dannosa, se favorirà ulteriori aumenti di popolarità del sistema Bitcoin e quindi di aumento del suo prezzo.
A peggiorare il quadro c’è poi l’esistenza di centinaia di criptovalute oltre al Bitcoin, che stanno crescendo addirittura più rapidamente: ormai hanno strappato al Bitcoin al 54% della capitalizzazione del mercato, quando solo nel marzo di un anno fa detenevano il 20%. La quasi totalità di queste criptovalute è un clone del Bitcoin per quanto riguarda il mining e l’esplosione dei consumi di energia. Ecco quindi che tutte le stime energetiche sinora qui presentate, appaiono fortemente sottostimate se si considera l’intero mercato.
Certo, prima o poi si arriverà ad un punto di equilibrio o almeno ad un rallentamento di questa folle corsa allo spreco elettrico, ma è improbabile che capiti nei prossimi due anni visti gli altissimi margini dei miners e l’enorme ecosistema di imprese e servizi che stanno costruendo il loro business sulle criptovalute. Quando un mercato arriva a capitalizzare quasi 150 miliardi di dollari, piaccia o meno, non è pensabile che si fermi da un giorno all’altro, se non altro a causa degli enormi guadagni che genera e che vi vengono reinvestiti almeno in parte.
Nel frattempo ogni aumento del valore del Bitcoin, o di una qualsiasi altra tra le centinaia di criptovalute che sono nate sulla sua falsa riga, spingerà i miners a comprare sempre più hardware in futuro e a spostarsi in segreto dove l’elettricità costa di meno (particolarmente gettonati sono i grandi invasi idroelettrici sottoutilizzati). Addirittura stanno nascendo criptovalute che cartolarizzano (e quindi finanziano), la nascita di nuove installazioni per il mining dei Bitcoin. Potremmo definirla come un esempio di “creativa distruzione ambientale“.
Un aspetto paradossale è che l’intero meccanismo del mining è stato pensato per evitare che qualcuno potesse prendere il controllo della rete Bitcoin e mantenerla distribuita. Nella realtà l’estremo successo del meccanismo ha spinto in parte verso l’esatto contrario: ha permesso favolosi guadagni ai miners, che hanno favorito la creazione di grande imprese specializzate, marginalizzando la possibilità per un privato di accedere con profitto a questa attività. Questo a partire già dalla fine del 2013. In pratica il mito della decentralizzazione della valuta pur non essendo caduto, è parziale, criticato e costantemente a rischio.
Insomma il Bitcoin è una totale follia, sfuggita completamente di mano, che garantisce grandi guadagni e attira enormi capitali per perpetuare una crescente ordalia energetica nel nome del Dio della decentralizzazione della sovranità monetaria, sulla cui reale esistenza c’è qualche dubbio.
E pensare che il circuito delle carte di credito VISA, nato nel 1958, gestisce un numero di transazioni al giorno che supera di 700 volte quello del Bitcoin e consuma complessivamente 30 volte di meno[8].
Viva la tecnologia!
Note
[1] Nell’era dei pagamenti istantanei con lo smartphone ci si aspetterebbe che per trasferire denaro con i Bitocin bastino pochi secondi, ed invece servono alcune decine di minuti a causa del funzionamento intrinseco del sistema.
[2] Tutte le transazioni da quando esistono i bitcoin devono essere pubbliche per garantire il funzionamento del sistema delle transazioni, solo i conti cui fanno riferimento sono anonimi avendo un codice identificativo. A meno che non vengano usati altri espedienti, tracciare il flusso di denaro è quindi piuttosto agevole e capire chi è l’intestatario di un conto è possibile non appena i Bitcoin vengono spesi in cambio di beni reali.
[3] In realtà è un valore asintotico che non verrà mai raggiunto, come spieghiamo più avanti.
[4] In pratica, tutte le richieste di transazioni di Bitcoin che ancora non sono state registrate vengono scritte in un unico documento pubblico (un blocco della Blockchain già menzionata) e parte immediatamente un corsa contro il tempo per indovinare un segreto legato a quel documento. L’utente che riesce a trovare il segreto per primo, ‘firma’ il documento(blocco) e vi inserisce il segreto mostrando al resto del sistema di essere stato il primo. Il Blocco è così aggiunto alla Blockchain e non può essere alterato da terzi successivamente perché è legato ai blocchi precedenti e sarà legato a quelli sucessivi, quindi alterarne uno in modo che sia riconosciuto pubblicamente valido dal resto del sistema Bitcoin vorrebbe dire ricalcolare tutti i segreti da quel blocco in poi, il che è impossibile perché nel frattempo continuano ad essere aggiunti nuovi blocchi. Come sarà spiegato più avanti, è necessario che l’intervallo di tempo con cui viene mediamente calcolato il segreto di un blocco sia mantenuto in un trade off (compromesso) tra la necessità di rendere il lavoro abbastanza difficile per evitare un attacco e permettere tempi di transazione della valuta intorno alla decina di minuti. Per progettazione è mantenuto sui 10 minuti. Blocco dopo blocco, tutte le transazioni di Bitcoin tra i conti vengono così man mano registratate e pubblicate in una lunga catena di blocchi che prende appunto il nome di Blockchain. Nell’esempio della doppia spesa, l’unico modo per ‘barare’, sarebbe quello di registrare entrambe le spese nello stesso blocco o in blocchi consecutivi, e, d’ora in poi, trovare il segreto di tutti i futuri blocchi sempre prima di tutti gli altri utenti, cioé si dovrebbe avere la Blockchain più lunga rispetto al resto del sistema Bitcoin ‘onesto’. Il che vorrebbe dire avere a disposizione almeno la stessa potenza computazionale (numero di processori che cercano contemporaneamente il segreto) di tutti gli altri utenti, cosa ovviamente praticamente impossibile. Nella realtà capiterà che un utente onesto in giro per il mondo troverà sempre il segreto prima inserendo nella Blockchain un nuovo blocco in cui è registrata la spesa ad Alibaba (e quindi non anche ad Amazon) oppure viceversa quella ad Amazon (scartando quella ad Alibaba), controllndo quindi che non avvenga una doppia spesa tra le transazioni che sta registrando con questo Blocco.
[5] Siccome nel periodo estivo in cui è uscito questo articolo il numero di transazioni di Bitcoin al giorno cala, vengono considerate le 300.000 transazioni medie del periodo gennaio-giugno 2017, mentre per il consumo elettrico si è fatto riferimento alla stima economica di Digiconomist.net che pone il consumo elettrico a 44GWh/d. Per il costo del kWh in Italia si assume 15 centesimi per le imprese. Per il consumo medio di una famiglia tipo si fa riferimento all’AEEG con 2700kWhe/a, cioé 7,4kWhe/g.
[6] Il costo del kWh è spesso intorno ai 5c€ per i miners, in quanto cercano di spostarsi in segreto in paesi a basso costo dell’energia e vicino a centrali idroelettriche di grandi dimensioni, in luoghi remoti e quindi poco utilizzate.
[7] Proprio a fine luglio 2017 si è assistito ad un aumento programmato della capacità del sistema Bitcoin di gestire le transizioni che non ha messo d’accordo tutti gli attori e ha portato allo sdoppiamento del Bitcoin in due valute (Bitcoin e Bitcoin Cash). Curiosamente queste due valute ora insieme valgono il doppio di quanto valeva prima il solo Bitcoin. Alla faccia del presunto effetto inflazionario nel creare nuova moneta! Così ora c’è spazio per i miners per guadagnare su due valute invece che su una, con tutti gli aumenti di consumi di energia conseguenti.
[8] Calcoli approssimativi ottenuti dai dati pubblicati da Digiconomist.net: 82G transazioni VISA all’anno con un consumo di 50.000/1486000 volte quello del Bitcoin.
Fonte
E’ il modo in assoluto più inefficiente ed idiota di usare l’energia elettrica. Consuma l’equivalente di due centrali nucleari dedicate e continua a crescere esponenzialmente.
da https://aspoitalia.wordpress.com
Un mondo di meraviglie
Oggi parliamo di un mondo meraviglioso. Un mondo in cui è possibile guadagnare trasferendo via internet 20€, con una spesa elettrica di 20€ (si, avete capito bene), mentre si consuma l’energia che impiega un’auto elettrica per percorrere 1000km.
Oggi parliamo della bolla finanziaria del momento: il Bitcoin.
Ne avrete sentito parlare in qualche modo.
E’ nato nel 2009 ed è la prima di tantissime monete digitali ad avere mostrato al mondo come si possa fare a meno di una banca centrale. Usa una tecnologia chiamata ‘Blockchain’ (catena di blocchi, è una sorta di registro pubblico dei trasferimenti di valuta) che, mediante tecniche di cifratura ben consolidate, permette il trasferimento sicuro di una somma in Bitcoin da un ‘wallet’ (portafoglio o conto) virtuale ad un altro, evitando che un malintenzionato ‘bari’ in qualche modo. Il tutto avviene mediante protocolli informatici decentralizzati, per cui il singolo utente può fare tutto dal proprio pc, senza nessun intermediario: acquistare Bitcoin, trasferirli, spenderli per pagare beni e servizi, convertirli in altre valute. Può persino ‘crearli’ o ‘perderli’ per sempre, nel caso che perda la chiave segreta che permette l’accesso al portafogli su cui sono depositati.
Per l’uomo della strada i Bitcoin sono uno strumento poco comprensibile. Innanzitutto, non avendo un corrispettivo fisico in banconote e monete, non capisce come possano avere un valore. Non gli è chiaro a cosa possano servire e come possano essere spesi. Quando prova ad informarsi, scopre che il loro funzionamento è piuttosto complicato e hanno caratteristiche inaspettate[1]. Se ne osserva il prezzo, rimane stupito e spaventato dall’estrema volatilità. Infine, non si fida perché dai media sono spesso accostati alla pirateria informatica (i cosiddetti ‘hacker’, in realtà si dovrebbe dire ‘cracker’) e ad attività illegali che hanno rapidamente creato alcune leggende urbane. Una tra tutte è il perfetto anonimato che sarebbe garantito ai proprietari di Bitcoin[2].
L’uomo della strada però non è l’investitore tipico che investe in Bitcoin e altre criptovalute. Tecnologico, curioso, propenso al rischio e non di rado asiatico (Cina e Corea del Sud la fanno da padrone), non si fida delle istituzioni finanziarie sia perché non gradisce che sappiano tutto del suo conto, sia perché non si fida della loro solidità e della continua emissione di nuova moneta. Non per niente il Bitcoin è figlio della crisi del 2009.
Figura 1. Prezzo storico del Bitcoin in dollari statunitensi. Fonte: Blockchain.info.
L’investitore tipo in Bitcoin potrebbe aver iniziato la sua avventura anche solo nell’estate del 2015, acquistando 100 Bitcoin per l’equivalente di un 250 dollari l’uno, spendendo così 25.000$. Per 2 anni potrebbe essersi dimenticato del suo investimento ed ora potrebbe ritrovarsi con 400.000$ (vedi Figura 1). Se fosse stato un investitore della prima ora, diciamo nel 2011, avrebbe raggiunto la stessa cifra investendo solo 25$, perché all’epoca un Bitcoin costava solo un quarto di dollaro. Stiamo parlando di qualcosa come un aumento di 16.000 volte (1.600.000%) del capitale investito. Solo dall’inizio di quest’anno, il suo valore è cresciuto di 4 volte.
Pazzia speculativa?
Forse. Anche.
In realtà c’è una ragione precisa per cui il valore del Bitcoin ha una tendenza naturale all’aumento. E’ stato progettato in modo tale che il numero di Bitcoin circolanti non potrà mai superare i 21 milioni [3]. I Bitcoin sono quindi una risorsa virtuale scarsa, che nel tempo è soggetta naturalmente ad un effetto deflazionario, sia per l’aumento di popolarità e quindi della domanda, sia per la continua perdita effettiva di Bitcoin da parte di chi perde le chiavi del proprio conto.
Questa è una caratteristica sin dalla nascita dei Bitcoin molto apprezzata dagli investitori ed è la causa principale dell’esplosione del consumo elettrico associato.
Il Bianconiglio
Per capire quello che sta succedendo, è necessario entrare nel funzionamento del protocollo che governa i Bitcoin, spiegandolo senza tecnicismi.
Il grande merito attribuito al mitico Satoshi Nakamoto, l’inventore anonimo del Bitcoin, è di aver risolto un problema spinoso in un sistema monetario senza un’autorià centrale: evitare che una somma di denaro sia spesa due volte perché ciò equivarrebbe di fatto alla creazione di nuova moneta.
Facciamo un esempio classico: avete 1 Bitcoin sul vostro conto virtuale e volete provare a spenderlo due volte, inviandolo ad Alibaba in Cina per comprare un PC ultimo modello e, quasi in contemporanea, inviandolo anche ad Amazon negli Stati Uniti per comprarvi l’ultimo grido in fatto di robot giardinieri.
In un sistema come quello delle carte di credito non sarebbe un problema: essendoci un’autorità centrale che presiede a tutte le transazioni, la prima spesa che viene ricevuta è quella che viene registrata e la seconda viene rifiutata.
Il sistema che governa le transazioni dei Bitcoin invece è decentralizzato e coinvolge server e pc distribuiti su tutto il pianeta che, per normali problemi di latenza della rete Internet, possono essere in disaccordo su quale delle due spese sia quella legittima. Nel caso in oggetto supponiamo che per campanilismo la parte del sistema Bitcoin in Asia potrebbe essere convinta che la spesa lecita sia quella ad Alibaba, mentre quella in America che sia quella ad Amazon. Quale delle due ha ragione?
Per uscire da questa empasse il protocollo Bitcoin prevede un ingegnoso e devastante stratagemma, chiamato proof-of-work (prova-di-lavoro) che, per registrare (quindi rendere effettive) un certo numero di operazioni di transazione di Bitcoin, prevede che prima venga compiuto un lavoro ‘faticoso’. In termini informatici è un lavoro che prevede una enorme quantità di calcoli da parte di molti processori (da qui si origina il consumo spaventoso di elettricità) che gareggiano per scoprire un segreto matematico. La ricerca di questo segreto viene definita ‘mining‘ (estrazione mineraria) e viene svolta dai miners, in teoria qualunque utente abbia a disposizione un dispositivo intelligente. Chi trova il segreto per primo è quello che registra definitivamente un blocco di nuove transazioni nel registro pubblico (la Blockchain). Nell’esempio precedente sarà un miners in Asia o uno in America, derimendo così la questione su quale delle due spese vada accettata e quale rifiutata. Questo meccanismo inoltre evita che un miners disonesto possa accettare entrambe le spese registrandole nella Blockchain, perché per farlo dovrebbe scoprire il segreto prima di tutti gli altri utenti onesti e l’unico modo per avere qualche possibilità sarebbe avere a disposizione più processori (ed elettricità) di tutti gli altri.
Per chi volesse approfondire un poco di più il funzionamento, che ripeto è ingegnoso, più complesso di come l’abbiamo sinora spiegato (e appunto incredibilmente devastante), è invitato a leggersi la nota [4].
Il mining è un’attività, che garantisce il corretto funzionamento del sistema Bitcoin, ma che è onerosa in termini economici (hardware ed elettricità impiegati) per chi la compie e deve essere incentivata. Ecco quindi che i ‘miners’ sono ricompensati con nuovi Bitcoin ogni volta che individuano un segreto ‘chiudendo’ un blocco. In pratica l’attività di mining è l’unica che garantisce l’immissione controllata di nuovi Bitcoin. La quota immessa in questo modo si dimezza ogni quattro anni e attualmente è di 12,5 Bitcoin ogni dieci minuti(l’ultimo dimezzamento c’è stato nel 2016, quindi il livello dell’attuale ricompensa durerà sino al 2020). Ciò garantisce che ci sia un numero massimo teorico di Bitcoin (i 21 milioni citati sono il risultato di una serie geometrica convergente), sia un continuo incentivo per i miners che sostengono il sistema.
La corsa del Bianconiglio
Ora possiamo spiegare l’effetto perverso nei consumi elettrici in tutta la sua grandezza.
Il sistema Bitcoin è regolato internamente in modo tale che ogni 10 minuti parta una nuova corsa per registrare le ultime transazioni di Bitcoin ed individuare il nuovo segreto associato. La regolazione avviene modificando automaticamente la difficoltà del segreto: se la potenza di tutti i calcolatori che fanno mining aumenta, la difficoltà nell’individuare il segreto aumenta, per compensare ed evitare che venga in media trovato prima dello scadere dei 10 minuti; viceversa se cala la potenza di calcolo, cala anche la difficoltà.
Figura 2: in blu e verde, la potenza globale stimata di mining per il Bitcoin, calcolata in hash rate (il numero di tentativi al secondo per individuare il segreto) e, in rosso, la difficoltà automaticamente impostata negli ultimi nove mesi. Fonte: Bitcoinwisdom.com.
Ecco allora mostrato l’effetto perverso a catena:
1. se il valore del Bitcoin aumenta, a parità della ricompensa in nuovi Bitcoin immessi, aumenta il valore della retribuzione per i miners;
2. ai miners conviene allora comprare più hardware di calcolo e consumare più energia elettrica per unità di tempo;
3. il sistema Bitcoin individua l’aumento della potenza di calcolo del mining e cerca di compensarlo aumentando la difficoltà della ricerca del segreto, in modo da mantenere costante l’intervallo dei 10 minuti;
4. l’aumento della difficoltà del segreto, compensa l’aumento della potenza di calcolo e fa si che venga impiegata sempre al 100%, quindi al massimo consumo energetico possibile.
Questo fenomeno ha il punto chiave nell’aumento del valore dei Bitcoin. Dato un certo aumento, il fenomeno continua sino a quando l’attività di mining diventa svantaggiosa per il continuo aumento dei costi per l’hardware e l’elettricità, annullando il guadagno medio dalla ricompensa dei nuovi Bitcoin ottenuti scoprendo i segreti dei blocchi.
Purtroppo, questo punto di equilibrio sembra adesso assai lontano. La velocità con cui continua ad aumentare il valore del Bitcoin è tale che gli stessi miners faticano a scalare la propria capacità di calcolo per stare al passo. Dalla figura 2 si osserva che da febbraio a fine luglio la potenza complessiva impiegata nel mining è raddoppiata, passando da 4TH/s (migliaia di miliardi di hash, cioé di tentativi di indovinare il segreto, al secondo) a 8TH/s. Stiamo parlando di un tempo di raddoppio di meno di 6 mesi, avvenuto nonostante che la quota di Bitcoin immessi fosse stata appena dimezzata. Come abbiamo già osservato, il valore del Bitcoin nello stesso periodo è infatti quadruplicato. L’arretrato di lavoro dei miners nell’installare nuova capacità di calcolo (e di consumo elettrico) si sta quindi accumulando. Senza dimenticare che la crescita del valore dei Bitcoin è iniziata da anni e potrebbe continuare ancora, continuando ad aumentare l’incentivo per installare più potenza di calcolo.
Quanto è profonda la tana del Bianconiglio
Ma quanta energia elettrica consuma attualmente il sistema Bitcoin?
Innanzitutto la potenza di calcolo (hash rate, ogni hash è un singolo calcolo per tentare di indovinare il segreto) e il consumo elettrico sono fortemente correlati, quindi sono possibili un paio di metodi di stima.
La prima, potrebbe essere ricostruire il parco installato dei calcolatori dedicati al mining per determinare l’efficienza media di calcolo e moltiplicare per l’hash rate globale. L’ultima stima disponibile per fine luglio 2017 si attesta così sui 7-8TWh all’anno di elettricità, più o meno quanto produce una centrale nucleare da 1000MW. Si osservi che solo 5 mesi prima questo valore era esattamente la metà.
Un secondo metodo prevede di fare i conti in tasca ai miners con un modello economico. In tal caso l’ordine di grandezza non cambia, anche se si ottiene una stima doppia, attualmente intorno ai 16TWh/a. Per dare un’idea, è quanto consuma la Tunisia o la Corea del Nord, ed è pari a circa il 5% del consumo nazionale Italiano.
Se il sistema Bitcoin fosse una nazione, sarebbe la 78esima (su 195+1) per consumi di energia elettrica.
Figura 3: raffronto tra i consumi elettrici annuali di vari stati e il sistema Bitcoin, in TWh. Fonte: Digiconomist.net.
Il problema è che il sistema Bitcoin è ancora marginale nell’economia, e gestisce un numero basso di transazioni rispetto ai sistemi tradizionali: con circa 300.000 transazioni al giorno, per una sola transazione di Bitcoin si consumano ben 146kWh elettrici, per un costo che in Italia sarebbe di circa 20€ ed equivale al consumo giornaliero di 20 famiglie [5]. In altri termini, siccome un’auto elettrica percorre circa 100km con 15kWh, per consumare la stessa energia di una sola transazione di Bitcoin dovrebbe percorrere 1000km!
La beffa è che una transizione di bitcoin può essere di qualunque entità, anche di una frazione di Bitcoin. Ad esempio se si scorre le transazioni contenute nell’ultimo blocco creato nella Blockchain, se ne possono trovare alcune del valore di 0,005Bitcoin, cioé, ai prezzi attuali circa 20€. Quindi per trasferire 20€ in Bitcoin, se ne consumano 20€ in elettricità (in Italia), anche se mediamente per i miners un costo più verosimile si attesta sui 6-7€[6].
L’unica notizia leggermente positiva in tutta questa ordalia energetica, in cui utenti in giro per il mondo letteralmente gareggiano nel consumare più rapidamente l’elettricità, è che il consumo complessivo di energia non dipende dal numero di transazioni inserite in un blocco (e quindi evase al giorno), ma dal valore raggiunto dal Bitcoin, almeno sino al 2020.
Il Bianconiglio fa molta, molta paura
Ciò che relamente spaventa di più è che questa follia energetica non dia segni di rallentamento. Uno studio di Aprile del Cambridge Centre for Alternative Finance, individua un guadagno di due miliardi di dollari per i miners nel solo 2016. Il costo per il consumo di energia elettrica viene invece stimato ora in circa 1 miliardo di dollari (in realtà meno, ma stiamo conservativi). Nel frattempo nel 2017 i profitti per i miners sono ulteriormente aumentati come da figura 4.
Figura 4: indice di profitto per i miners, che tiene conto sia della retribuzione in nuovi Bitcoin, sia delle fees che vengono pagate dagli utenti per dare priorità all’esecuzione delle transazioni. Fonte: Blockchain.info.
Quindi, in modo approssimativo, si può concludere che per i miners il 2017, in assenza di un calo del valore del Bitcoin, sarà profittevole almeno 3 volte di più rispetto al 2016. Avendo già un margine netto nel 2016 ben 2 volte superiori ai costi, il punto di equilibrio già menzionato oltre al quale i miners perdono la profittabilità sarà raggiunto solo dopo un incremento di 3×3=9 volte dei consumi elettrici! Ci possiamo aspettare spannometricamente un aumento delle potenza installata di almeno altre 8 volte ai prezzi attuali del Bitcoin.
Se l’attuale valore del Bitcoin dovesse aumentare ancora, se non altro per la spinta deflazionaria dovuta alla sua natura di risorsa scarsa e alla sua popolarità, la situazione sarebbe ancor più disastrosa in pochissimo tempo, visto che il consumo di energia elettrica attualmente ha un tempo di raddoppio di soli 6 mesi. Con un aumento del valore del Bitcoin nei prossimi due anni ad un tasso dimezzato rispetto a quello dei primi 6 mesi del 2017, il consumo di energia elettrica potrebbe raggiungere quello dell’Italia (314TWh nel 2016) al più tardi verso l’inizio del 2020 (Figura 5).
Figura 5: semplice proiezione del consumo in TWh elettrici all’anno del sistema Bitcoin, considerando un tempo di raddoppio di 6 mesi, messo a confronto con la produzione elettrica (non il consumo) di vari paesi. Gli anni si riferiscono in realtà al dicembre di quell’anno e il consumo di quest’anno è stato preso dalla stima più conservativa tra le due citate, supponendo un ulteriore raddoppio da qui alla fine del 2017. Fonte: autore con dati BP Statistical Review 2017.
Certo, da una parte è impossibile che questa crescita esponenziale dei consumi continui sino a saturare tutta la produzione elettrica mondiale. Come la crescita esponenziale dei batteri in una piastra di Petri, prima o poi collasserà e lo farà probabilmente in modo clamoroso. Ci sono alcuni motivi, almeno di speranza di un rallentamento nel prossimo futuro:
-) un calo del valore del Bitcoin dopo il 2020 (ma potrebbe essere troppo tardi!), un ulteriore dimezzamento dei nuovi Bitcoin immessi e guadagnati dai miners la continua sostituzione delle schede di calcolo (ASIC) usate dai miners con modelli via via più efficienti, anche se ormai i margini di miglioramento sono assai ridotti su questo fronte;
-) l’abbandono della follia energetica del proof-of-work, in favore di altre strategie che non prevedono di far lavorare a vuoto milioni di processori, come ad esempio il proof-of-stake; la seconda criptovaluta per capitalizzazione del mercato, l’Ethereum, si sta (troppo) lentamente muovendo proprio in questa direzione, anche se nel frattempo a sua volta consuma quasi 5TWhe;
In merito a questo ultimo punto c’è però da dire che per la sua natura decentralizzata, ogni modifica al protocollo Bitcoin è lenta e molto difficile [7] e nella community del Bitcoin il problema del consumo di energia... semplicemente non pare essere un problema. Quindi avanti così.
Anche la tendenza a lasciare inalterato il sistema Bitcoin e a sviluppare in sinergia nuovo sistemi di servizi basati su di esso (es. Lightenig Network) sarà del tutto inutile, anzi probabilmente dannosa, se favorirà ulteriori aumenti di popolarità del sistema Bitcoin e quindi di aumento del suo prezzo.
A peggiorare il quadro c’è poi l’esistenza di centinaia di criptovalute oltre al Bitcoin, che stanno crescendo addirittura più rapidamente: ormai hanno strappato al Bitcoin al 54% della capitalizzazione del mercato, quando solo nel marzo di un anno fa detenevano il 20%. La quasi totalità di queste criptovalute è un clone del Bitcoin per quanto riguarda il mining e l’esplosione dei consumi di energia. Ecco quindi che tutte le stime energetiche sinora qui presentate, appaiono fortemente sottostimate se si considera l’intero mercato.
Certo, prima o poi si arriverà ad un punto di equilibrio o almeno ad un rallentamento di questa folle corsa allo spreco elettrico, ma è improbabile che capiti nei prossimi due anni visti gli altissimi margini dei miners e l’enorme ecosistema di imprese e servizi che stanno costruendo il loro business sulle criptovalute. Quando un mercato arriva a capitalizzare quasi 150 miliardi di dollari, piaccia o meno, non è pensabile che si fermi da un giorno all’altro, se non altro a causa degli enormi guadagni che genera e che vi vengono reinvestiti almeno in parte.
Nel frattempo ogni aumento del valore del Bitcoin, o di una qualsiasi altra tra le centinaia di criptovalute che sono nate sulla sua falsa riga, spingerà i miners a comprare sempre più hardware in futuro e a spostarsi in segreto dove l’elettricità costa di meno (particolarmente gettonati sono i grandi invasi idroelettrici sottoutilizzati). Addirittura stanno nascendo criptovalute che cartolarizzano (e quindi finanziano), la nascita di nuove installazioni per il mining dei Bitcoin. Potremmo definirla come un esempio di “creativa distruzione ambientale“.
Un aspetto paradossale è che l’intero meccanismo del mining è stato pensato per evitare che qualcuno potesse prendere il controllo della rete Bitcoin e mantenerla distribuita. Nella realtà l’estremo successo del meccanismo ha spinto in parte verso l’esatto contrario: ha permesso favolosi guadagni ai miners, che hanno favorito la creazione di grande imprese specializzate, marginalizzando la possibilità per un privato di accedere con profitto a questa attività. Questo a partire già dalla fine del 2013. In pratica il mito della decentralizzazione della valuta pur non essendo caduto, è parziale, criticato e costantemente a rischio.
Insomma il Bitcoin è una totale follia, sfuggita completamente di mano, che garantisce grandi guadagni e attira enormi capitali per perpetuare una crescente ordalia energetica nel nome del Dio della decentralizzazione della sovranità monetaria, sulla cui reale esistenza c’è qualche dubbio.
E pensare che il circuito delle carte di credito VISA, nato nel 1958, gestisce un numero di transazioni al giorno che supera di 700 volte quello del Bitcoin e consuma complessivamente 30 volte di meno[8].
Viva la tecnologia!
Note
[1] Nell’era dei pagamenti istantanei con lo smartphone ci si aspetterebbe che per trasferire denaro con i Bitocin bastino pochi secondi, ed invece servono alcune decine di minuti a causa del funzionamento intrinseco del sistema.
[2] Tutte le transazioni da quando esistono i bitcoin devono essere pubbliche per garantire il funzionamento del sistema delle transazioni, solo i conti cui fanno riferimento sono anonimi avendo un codice identificativo. A meno che non vengano usati altri espedienti, tracciare il flusso di denaro è quindi piuttosto agevole e capire chi è l’intestatario di un conto è possibile non appena i Bitcoin vengono spesi in cambio di beni reali.
[3] In realtà è un valore asintotico che non verrà mai raggiunto, come spieghiamo più avanti.
[4] In pratica, tutte le richieste di transazioni di Bitcoin che ancora non sono state registrate vengono scritte in un unico documento pubblico (un blocco della Blockchain già menzionata) e parte immediatamente un corsa contro il tempo per indovinare un segreto legato a quel documento. L’utente che riesce a trovare il segreto per primo, ‘firma’ il documento(blocco) e vi inserisce il segreto mostrando al resto del sistema di essere stato il primo. Il Blocco è così aggiunto alla Blockchain e non può essere alterato da terzi successivamente perché è legato ai blocchi precedenti e sarà legato a quelli sucessivi, quindi alterarne uno in modo che sia riconosciuto pubblicamente valido dal resto del sistema Bitcoin vorrebbe dire ricalcolare tutti i segreti da quel blocco in poi, il che è impossibile perché nel frattempo continuano ad essere aggiunti nuovi blocchi. Come sarà spiegato più avanti, è necessario che l’intervallo di tempo con cui viene mediamente calcolato il segreto di un blocco sia mantenuto in un trade off (compromesso) tra la necessità di rendere il lavoro abbastanza difficile per evitare un attacco e permettere tempi di transazione della valuta intorno alla decina di minuti. Per progettazione è mantenuto sui 10 minuti. Blocco dopo blocco, tutte le transazioni di Bitcoin tra i conti vengono così man mano registratate e pubblicate in una lunga catena di blocchi che prende appunto il nome di Blockchain. Nell’esempio della doppia spesa, l’unico modo per ‘barare’, sarebbe quello di registrare entrambe le spese nello stesso blocco o in blocchi consecutivi, e, d’ora in poi, trovare il segreto di tutti i futuri blocchi sempre prima di tutti gli altri utenti, cioé si dovrebbe avere la Blockchain più lunga rispetto al resto del sistema Bitcoin ‘onesto’. Il che vorrebbe dire avere a disposizione almeno la stessa potenza computazionale (numero di processori che cercano contemporaneamente il segreto) di tutti gli altri utenti, cosa ovviamente praticamente impossibile. Nella realtà capiterà che un utente onesto in giro per il mondo troverà sempre il segreto prima inserendo nella Blockchain un nuovo blocco in cui è registrata la spesa ad Alibaba (e quindi non anche ad Amazon) oppure viceversa quella ad Amazon (scartando quella ad Alibaba), controllndo quindi che non avvenga una doppia spesa tra le transazioni che sta registrando con questo Blocco.
[5] Siccome nel periodo estivo in cui è uscito questo articolo il numero di transazioni di Bitcoin al giorno cala, vengono considerate le 300.000 transazioni medie del periodo gennaio-giugno 2017, mentre per il consumo elettrico si è fatto riferimento alla stima economica di Digiconomist.net che pone il consumo elettrico a 44GWh/d. Per il costo del kWh in Italia si assume 15 centesimi per le imprese. Per il consumo medio di una famiglia tipo si fa riferimento all’AEEG con 2700kWhe/a, cioé 7,4kWhe/g.
[6] Il costo del kWh è spesso intorno ai 5c€ per i miners, in quanto cercano di spostarsi in segreto in paesi a basso costo dell’energia e vicino a centrali idroelettriche di grandi dimensioni, in luoghi remoti e quindi poco utilizzate.
[7] Proprio a fine luglio 2017 si è assistito ad un aumento programmato della capacità del sistema Bitcoin di gestire le transizioni che non ha messo d’accordo tutti gli attori e ha portato allo sdoppiamento del Bitcoin in due valute (Bitcoin e Bitcoin Cash). Curiosamente queste due valute ora insieme valgono il doppio di quanto valeva prima il solo Bitcoin. Alla faccia del presunto effetto inflazionario nel creare nuova moneta! Così ora c’è spazio per i miners per guadagnare su due valute invece che su una, con tutti gli aumenti di consumi di energia conseguenti.
[8] Calcoli approssimativi ottenuti dai dati pubblicati da Digiconomist.net: 82G transazioni VISA all’anno con un consumo di 50.000/1486000 volte quello del Bitcoin.
Fonte
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