Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2013

Cancellieri pronta a lasciare? Voci dal palazzo

Lo dice da Strasburgo, in mezzo a una sequela di insulti rivolti a chi le chiede di dimettersi per la telefonata di "solidarietà" con cui Anna Maria Cancellieri - prefetto di carriera in pensione ed ex ministro, prima degli interni, ora della giustizia - si "metteva a disposizione della moglie di Ligresti, per quanto riguardava il "trattamento" riservato alla figlia, detenuta e improvvisamente colpita da anoressia.

"E' falso e bugiardo chi sostiene che io sia intervenuta sulla magistratura. Non chiederei nulla che non fosse nel rispetto della legge. Non mi sono mai occupata di scarcerazione, è una falsità, non ho mai fatto nulla che non sia un mio preciso compito: non è mai successo che il Dap intervenisse per una scarcerazione. Chi dice questo è falso, bugiardo e ignorante".

Ma in ogni caso, e nonostante la "blindatura" offertale sia da Enrico Letta che Napolitano, che da tutto il Pdl (strana cordata, non vi pare?), s'è detta disposta a farsi da parte - "se me lo chiedono" - purché il governo Letta vada avanti. "Posso anche fare un passo indietro se il Paese lo chiederà, a me interessa che il governo Letta vada avanti e continui perché è l'unica e giusta risposta ai bisogni del Paese. Ma io resterò nel governo solo se potrò farlo con piena dignità, non sarò mai un ministro dimezzato".

Domani è comunque attesa nei due rami del Parlamento per "riferire" sul caso che la riguarda. I Cinque stelle avrebbero preparato una mozione di sfiducia; il Pd (per tre quarti) vedrebbe con favore le dimissioni, anche per giocarsela meglio con la decadenza di Berlusconi. Alta politica, tutta "etica" e "senso di responsabilità"...

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04/11/2013

L’incredibile perizia medica per la Ligresti: se anche il carcere divide i ricchi dai poveri


La galera non si augura  a nessuno, nemmeno ai nemici. Nemmeno ai ricchi, stavamo per dire. Poi ci è capitato questo articolo scritto peraltro sul moderatissimo Repubblica, dalla certo non estremista - ma seria - sociologa Chiara Saraceno, e ci siamo fermati.

Il problema è in fondo semplice: i ricchi in galera ci vanno poco, e solo in casi estremi, perché hanno loro il pallino del potere in mano. Loro hanno segnalato buona parte dei governanti per la nomina, loro possiedono le conoscenze e i numeri di telefono giusti, loro possono "sistemare" situazioni che per qualunque comune mortale sono drammatiche.

Loro possono naturalmente anche pagare medici, periti e perizie mediche. Ma fin qui mai ci era capitato di sentir teorizzare - da un perito affettuoso, ma evidentemente poco attento alla propria credibilità - che chi è possidente "non può" sopravvivere alla galera perché troppo abituato a diversi e più salubri standard di vita. I poveri, invece, e come si sa, possono tollerare tutto. Anche la galera. Per fortuna che siamo di sana e robusta costituzione, anche se con le tasche vuote...

Vien quasi da rimpiangere i tempi in cui era prevista la galera per debiti... e anche per i fallimenti. Tre quarti della classe dirigente attuale, a partire da quella imprenditorial-finanziaria, sarebbe permanentemente "al gabbio".

*****

Forse a Giulia Ligresti non occorreva neppure l’interessamento della ministra della Giustizia Cancellieri perché il tribunale valutasse il suo stato di salute come troppo rischioso per la sua incolumità psico-fisica e quindi ne decidesse la scarcerazione. Bastava la sua condizione di persona ricca e privilegiata, non abituata quindi ai disagi. Secondo la perizia medica alla base della decisione del tribunale, infatti, proprio la sua condizione di persona abituata ai privilegi e agli agi l’ha resa particolarmente inadatta a sostenere l’esperienza carceraria. Secondo il perito, Giulia Ligresti soffriva “di un disturbo dell’adattamento, che è un evento stressante in modo più evidente per chi sia alla prima detenzione e in particolar modo per chi sia abituato a una vita particolarmente agiata, nella quale abbia avuto poche possibilità di formarsi in situazioni che possano, anche lontanamente, preparare alla condizione di restrizione della libertà e promiscuità correlate alla carcerazione».
Se ne deduce che invece chi non è abituato a una vita particolarmente agiata ha più facilità ad adattarsi alle condizioni di vita in carcere. Ne deriva, per seguire fino in fondo la logica di questo ragionamento, che l’istituzione carceraria deve essere particolarmente attenta ai bisogni e alle difficoltà di chi arriva in carcere da una vita di privilegi. Una attenzione che invece non è necessaria nei confronti dei poveri cristi che ci arrivano da vite modeste. Le “difficoltà di adattamento” di questi ultimi, e più generalmente il loro malessere, devono essere molto più vistosi per avere una possibilità di essere presi in considerazione. E non sempre ciò basta, proprio perché mancano loro le conoscenze, il know how, per mobilitare perizie e richiamare l’attenzione. Se poi, oltre a non essere agiate, presentano anche qualche tipo di vulnerabilità sociale (piccoli precedenti, tossicodipendenza, segnalazione ai servizi sociali e simili), le loro condizioni di malessere rischiano di essere sistematicamente ignorate o sottovalutate - qualche volta fino alla morte, come è avvenuto per il povero Cucchi: prima picchiato da chi lo aveva arrestato, poi lasciato morire dai medici per carenza di assistenza medica e per mancanza di cibo e di liquidi.
La ministra Cancellieri afferma di essere intervenuta per motivi umanitari e di averlo fatto in un altro centinaio di casi rimasti sconosciuti e riguardanti sconosciuti. Sarà sicuramente vero. Ma proprio per questo preoccupante, soprattutto se messo insieme alle argomentazioni del perito del caso Ligresti. Segnala che, nel girone infernale delle carceri italiane, la possibilità che i detenuti continuino a essere considerati esseri umani con diritto alla dignità e integrità personale e alla cura è affidato - come nell’ancien régime - alla discrezionalità di chi ha il potere di accogliere una supplica o ai privilegi riconosciuti alla ricchezza e allo status sociale - incluso il privilegio di vedersi riconosciuto un plus
di vulnerabilità e sofferenza. Quanti altri detenuti si trovano in condizioni di “disadattamento grave” alle condizioni carcerarie, ma non hanno modo di attirare l’attenzione della ministra, o non viene loro neppure in mente di poterlo fare, e non sono abbastanza agiati da sollecitare la comprensione di un perito? Se non affronta l’ineguale diritto all’umanità dei detenuti nelle carceri italiane, il diritto alla propria umanità rivendicato dalla ministra non è altro che la rivendicazione del diritto alla discrezionalità benevola in assenza di diritti e garanzie per tutti.

Da la Repubblica

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Altro che al gabbio, sta gente va appesa per il collo porca puttana!

Un ministro al telefono. E le cose si aggiustano

“I domiciliari a Giulia Ligresti sono stati concessi per una serie di "circostanze obiettive" e "sarebbe arbitraria e del tutto destituita di fondamento ogni illazione che ricolleghi la concessione degli arresti domiciliari a circostanze esterne di qualunque natura" afferma in una nota il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, in merito al caso Fonsai. Il procuratore è tornato ad intervenire fornendo tutti gli assist necessari al Ministro Cancellieri finito nella bufera per le telefonate sulle condizioni di salute della detenuta "eccellente" Giulia Ligresti.
Nel comunicato il dott. Caselli sottolinea che: "tutte le risultanze del fascicolo (ormai pubbliche e riscontrabili: documenti, acquisizioni processuali, atti d'indagine e accertamenti peritali) testimoniano in modo univoco e incontrovertibile che la concessione degli arresti domiciliari è avvenuta esclusivamente in base alla convergenza di decisive circostanze obiettive: le condizioni di salute verificate con consulenza medico-legale e l'intervenuta richiesta di “patteggiamento da parte dell'imputata, risalente al 2 agosto e perciò di molto antecedente le conversazioni telefoniche oggetto delle notizie". “È arbitraria e destituita di ogni fondamento ogni illazione che ricolleghi la concessione degli arresti domiciliari a circostanze esterne di qualunque natura» scrive Caselli insieme ai pm Vittorio Nessi e Marco Gianoglio, ricostruendo tempi e modalità della scarcerazione in modo tale da escludere un nesso causale tra l'interessamento del ministro (il 17 agosto) e la concessione dei domiciliari (il 28 agosto).

In realtà la prima telefonata del Ministro Cancellieri con Gabriella Fragni, la compagna del finanziere-costruttore milanese Salvatore Ligresti, risale ad un mese e mezzo prima, il 17 luglio, il giorno stesso dell’arresto di Giulia Ligresti.

Qui di seguito la telefonata del 17 luglio con la compagna di Salvatore Ligresti:

“Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda non è giusto, non è giusto”. Così Cancellieri si rivolge a Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti e sua amica. Nella telefonata del 17 luglio scorso agli atti dell'inchiesta di Torino su Fonsai, il ministro esprime la sua vicinanza alla Fragni. «Io sono mesi che ti voglio telefonare per dirti che ti voglio bene, la vita mi scorre in una maniera indegna». “Comunque guarda - continua - qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so io cosa posso fare, però guarda sono veramente dispiaciuta”.. “Sono veramente dispiaciuta - insiste - Ma sono mesi che ti voglio... poi ci sono state le vicende di Piergiorgio (Peluso, il figlio del ministro Cancellieri ndr) quindi... guarda... Eh vabbé io non so se quanto mai rientrerò a Milano, ma appena riesco ad arrivarci, ormai fino a tutto settembre, ti vengo subito a trovare. Però qualsiasi cosa veramente, con tutto l'affetto di sempre... con tutto l'affetto di sempre guarda, non...”. Qui la telefonata si conclude con la Cancellieri che termina così la conversazione: “Ti abbraccio con tantissimo affetto”. Il contesto sembra quello effettivamente di una telefonata molto personale con un ministro coinvolto affettivamente dalla conoscenza diretta delle persone coinvolte nel caso giudiziario. Il problema è che non è stata l'unica telefonata.

Giulia Ligresti era stata arrestata il 17 luglio nell’ambito dell’inchiesta sul falso in bilancio della Fonsai, ma dal 18 settembre era tornata una persona libera. Il gip Ilaria Guarriello, del tribunale di Torino, infatti aveva accolto la richiesta presentata dai difensori della donna, Alberto Mittone e Gianluigi Tizzoni, di revocare anche gli arresti domiciliari concessi ad agosto. La figlia dell'ingegner Salvatore Ligresti aveva patteggiato lo scorso 3 settembre, uscendo così dall'inchiesta su Fonsai.

Colpisce non poco un passaggio dell’articolo del Sole 24 Ore del 19 settembre secondo cui: “La scelta di Giulia ha spiazzato gli altri indagati, rompendo il fronte difensivo comune. E adesso i magistrati stanno lavorando anche per capire se, nei mesi scorsi, ci siano stati dei tentativi di influenzare le testimonianze da parte di qualcuno”.

L'udienza per il patteggiamento di Giulia Ligresti si è tenuta il 3 settembre davanti a un Gip del tribunale di Torino. La figlia dell'ingegnere di Paternò si trova in carcere dal 17 luglio scorso per le accuse di falso in bilancio aggravato e manipolazione del mercato. Ma la difesa dell'ex amministratrice del gruppo Fondiaria Sai aveva trovato un accordo con la procura di Torino per un patteggiamento a poco meno di tre anni e al versamento di un milione di euro. Giulia Ligresti dal momento della sua carcerazione aveva perso 6 chilogrammi e, stando a quanto aveva scritto il medico, le sue condizioni di salute erano incompatibili con la detenzione, che avrebbe acutizzato precedenti patologie. Il dimagrimento riscontrato, secondo il medico, se dovesse proseguire potrebbe avere delle gravi conseguenze sulla salute di Giulia Ligresti. Alla luce di questa situazione i magistrati - che già si erano espressi favorevolmente sulla richiesta della difesa di attenuare la misura cautelare - avevano fatto richiesta al Gip per la concessione degli arresti domiciliari… e la richiesta è stata accolta.

Il Ministro Cancellieri riferirà sulla vicenda martedì al Senato alle ore 16.00. Sul suo capo pende la richiesta di dimissioni presentata, per ora, solo da un gruppo parlamentare: il M5S. "Con questo atto, dovuto al cospetto di azioni svolte interamente in ambito privato e informale da parte del Guardasigilli, il MoVimento 5 Stelle intende non solo mettere il ministro di fronte alle proprie responsabilità, ma anche ricevere tutte le informazioni del caso rispetto alla rete che, alla sua richiesta di attivazione, ha tradotto i suoi desideri in azioni", spiega la nota dei pentastellati. "Questa mozione - concludono i deputati del M5S - non è dunque un atto circoscritto, ma riguarda una vicenda la cui ampiezza ha contorni che restano al momento ancora indefiniti".

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Poi ci vengono a parlare di senso dello Stato. Qui sono tutti uguali e il senso dello stato lo applicano esclusivamente quando la longa manus delle istituzioni viene bene per sistemare i cavolacci propri, alla faccia di chi era convinto che a gettar discredito sulle istituzioni fosse soltanto Berlusconi e le zozze con cui si accompagna.

03/11/2013

Anna Maria Cancellieri: arrogante coi più deboli e zerbina coi potenti


In fondo Anna Maria Cancellieri è una donna che ha sempre saputo restare al suo posto. Un ministro per tutte le stagioni, discretamente apprezzata tanto a destra quanto a "sinistra". Prefetto di lungo corso, commissario a Bologna, simbolo di quel «buongoverno» che piace tanto a chi detiene il potere ma che, il resto del Paese, spesso stenta a comprendere. Una carriera partita forse tardi, ma che negli ultimi anni si è fatta fulminante.
Ministro dell'Interno del governo Monti (memorabile per tempismo la sua frase: «La Val di Susa è la madre di tutte le nostre preoccupazioni». Il giorno dopo scoppiò una bomba a Brindisi), adesso ministro della Giustizia con Letta. Apprezzata, stimata, al di sopra di ogni sospetto. Dolce quando vuole, ma anche severa: «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città a fianco di mamma e papà». In realtà, al centro di un'indagine ci finì pure lei – nel 2009 dalla procura di Catania, per abuso d'ufficio quando era commissario del teatro Bellini –, ma, anche in epoca di grillismo e di grande attenzione per le faccende giudiziarie, a nessuno gliene è mai importato molto. Adesso, però, la faccenda si è fatta più seria: l'attivismo del ministro per la liberazione di Giulia Ligresti ha scandalizzato più di un benpensante. «Qualsiasi cosa io possa fare conta su di me», ha detto lei a Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti. Erano le 16 e 42 del 17 luglio scorso. Drammi italiani dentro una telefonata a un ministro. «È stata la fine del mondo – spiegava la Fragni, piangendo –, non è che Salvatore non ha fatto errori...». Risposta della Cancellieri: «Però c'è modo e modo...».
L'inchiesta che ha portato dietro le sbarre mezza famiglia Ligresti riguarda un presunto buco di bilancio da 558 milioni di euro nelle riserve sinistri di Fondiaria Sai nel 2010. L'ipotesi di reato è falso in bilancio aggravato. La Cancellieri ha ritenuto poco opportuno il trattamento ricevuto in carcere da Giulia Ligresti. La sua istanza di scarcerazione, presentata il 17 agosto. Successivamente, la famiglia torna a contattare il ministro. Passano tre giorni e il procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nesi, corre a Roma per ascoltare il ministro della Giustizia come testimone. Lei ammette: «Ho sensibilizzato i due vice-capi dipartimento della penitenziaria, Francesco Cascini e Luigi Pagano, perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati. Si è trattato di un intervento umanitario assolutamente doveroso in considerazione del rischio connesso con la detenzione. Cascini era al corrente della situazione perché lo aveva già letto sui giornali e si era già posto il problema. Dopo di allora non li ho più sentiti e non so se siano intervenuti e, eventualmente, in che termini».
Che la situazione delle carceri italiane sia tremenda non è notizia di oggi. Che un ministro intervenga per alleviare il problema potrebbe essere anche un fatto positivo. Purtroppo non è dato sapere se la Cancellieri si sia spesa in questo modo anche per gli altri 60mila detenuti nelle prigioni italiane. D'altra parte, i legami tra l'attuale ministro della Giustizia e Fonsai sono noti da tempo. Suo figlio Piergiorgio Peluso di quel gruppo è stato direttore generale tra il 2011 e il 2012, per poi essere liquidato con 3 milioni e 600mila euro per un totale di quattordici mesi di lavoro. Mica male. Successivamente, i legami tra la Cancellieri e la Fondiaria Sai sono emersi anche ai tempi dell'occupazione della Torre Galfa a Milano da parte di Macao. I più maliziosi sostengono che lo sgombero sia stato dovuto al fatto che il palazzo abbandonato fosse di proprietà proprio del gruppo assicurativo di cui il figlio è dipendente, con il patron Salvatore - lo ricordiamo ai tempi di Tangentopoli, quando patteggiò una pena di due anni e quattro mesi – che reclamò a gran voce la proprietà del grattacielo, invocando «legalità» e «rispetto delle regole». Gli appelli accorati dei ragazzi dei collettivi e delle istituzioni (tra cui il sindaco Giuliano Pisapia) non servirono a nulla. L'occupazione durò lo spazio di pochi giorni. Qualcuno commentò sarcastico, immaginando una telefonata tra il figlioccio Piergiorgio e la signora Cancellieri: «Mamma, mi sgomberi il grattacielo?».

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01/08/2013

Immobiliare, un mattone ci seppellirà. Per la gioia della criminalità organizzata

Il settore è nel pieno di una crisi nerissima. E non sarà certo aiutato dal fatto che la crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese sta portando sul mercato, via aste giudiziarie, una marea di case e palazzi. Una "bolla" che rischia di scoppiare sulle fragili fondamenta del sistema bancario italiano, già alle prese con la restituzione dei prestiti ricevuti dalla Bce. Mentre chi ha bisogno di ripulire il denaro aspetta pazientemente il crollo

Per l’ex re del mattone, Salvatore Ligresti, l’inizio ufficiale della fine è partito da qui. Alla torre Velasca, ventisette piani in centro a Milano, simbolo del boom economico che non c’è più. Appartamenti in cima, uffici ai livelli più in basso. Per metà sono inutilizzati e sfitti, ammettono in portineria dopo un po’ di insistenza. La messa in vendita della torre, annunciata nell’estate del 2010, aveva certificato il malandato stato di salute del gruppo del costruttore siciliano che, con un ultimo colpo di coda prima della resa, aveva cercato di fare cassa mettendo sul mercato i gioielli di famiglia. A distanza di tre anni il fardello della proprietà, rimasta invenduta, è passato sul groppone della Unipol delle coop, che un anno fa ha rilevato dai costruttori siciliani oggi dietro le sbarre tutto il gruppo Fondiaria Sai. Mattone e debiti con le banche inclusi. E mentre le intercettazioni degli inquirenti portano a galla affermazioni inquietanti come quella dell’ex ad di FonSai, Fausto Marchionni, sul fatto che se dovesse venire a galla “tutta la storia della parte immobiliare e della corruzione viene fuori un casino”, il settore immobiliare, a Milano come in tutta Italia, è nel pieno di una crisi nerissima. E l’andamento non sarà certo aiutato dal fatto che la crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese (3.500 le procedure avviate in Italia nel primo trimestre 2013 secondo il Cerved, con un aumento annuo del 12%) sta portando sul mercato, via aste giudiziarie, una marea di immobili. Che rischia di abbattersi come uno Tsunami sulle fragili fondamenta del sistema bancario italiano, sempre più vicino a un doloroso confronto con il crollo vertiginoso del valore delle garanzie immobiliari ricevute per i prestiti. Come ben sa la Banca d’Italia che sta da tempo passando al lentino il portafoglio di crediti degli istituti italiani. E mentre via Nazionale ispeziona, la criminalità organizzata aspetta pazientemente alla finestra.

IL MATTONE VA A PICCO. Soltanto a Milano nuovi maxi quartieri stanno nascendo come funghi in tutta la città. Il caso del capoluogo lombardo è un esempio piuttosto calzante di una tendenza che fa pensare, mentre la città per ora si limita a prendere atto del fatto che i padroni del mattone non sono più i costruttori di un tempo, ma le banche e le grandi assicurazioni che in passato li hanno finanziati a piene mani o più semplicemente affiancati. E che, con il loro tracollo, sono rimaste imbrigliate in progetti che oggi sembrano essere stati concepiti non pochi anni fa, ma ere geologiche lontane nel tempo, quando si pensava che il mattone fosse una pietra filosofale. Poco importa che il sogno si sia rivelato un incubo: tra un fallimento e l’altro, le gru continuano a sollevare i loro carichi di cemento.

Anche se a Milano e provincia ci sono già 12 milioni di metri quadri di uffici. E a fine 2012 ben 1,3 milioni, l’11 per cento, erano vuoti, come spiega uno studio di Urban Land Institute e Bnp Paribas Real Estate. E’ così nell’hinterland e in periferia, ma anche all’interno della Cerchia dei Bastioni. E pure in pieno centro, dove i metri quadri che il settore terziario non riesce più a utilizzare sono oltre 140mila. Interi piani vuoti, insomma, non solo nella torre Velasca. Non va meglio per il residenziale, con gli appartamenti che si vendono sempre meno complice la stretta sui mutui (-47% nel 2012 e -16,8% nel primo trimestre 2013 il dato nazionale secondo l’ultimo Osservatorio sul Credito al Dettaglio realizzato da Assofin, Crif e Prometeia). I numeri del rapporto realizzato dall’Agenzia della entrate in collaborazione con l’Associazione bancaria italiana (Abi), parlano chiaro: in Italia nel 2012 le compravendite di appartamenti sono state 448.364, il 25,7% in meno dell’anno precedente. Ancora più marcato, poi, il crollo degli incassi con il controvalore delle operazioni che si è fermato a quota 75,4 miliardi, il 26,4% in meno del 2011. A Milano la musica è la stessa: l’anno scorso le compravendite sono state 14.645, in calo del 23,7 per cento. E il primo squarcio del 2013 non fa pensare meglio, visto che il dato nazionale dell’Agenzia delle Entrate indica per tutto il comparto 212.215 unità immobiliari compravendute (-13,8%). Una frenata che si riduce al 4% per il solo residenziale milanese dove sono passati di mano 3.616 immobili e che sale al -21,5% per il resto della Provincia (5.159 unità).

EPPURE SI CONTINUA A COSTRUIRE. A scapito dell’andamento del business, però, nel capoluogo lombardo, sempre più aree vengono sacrificate al mattone. Centinaia di migliaia di metri quadri in più che nei prossimi anni verranno messi sul mercato attraverso investimenti complessivi che il Corriere della Sera a inizio luglio stimava in 9-10 miliardi di euro, per circa due terzi finanziati dalle banche. Gli esempio più noti spaziano da Santa Giulia a Citylife passando per Garibaldi-Porta Nuova-Isola e Porta Vittoria. Uffici e alloggi, da affittare e da vendere. Spesso appartamenti di target elevato, con prezzi che in certi casi superano i 10mila euro al metro quadrato cui andrà aggiunto tutto il cemento che l’Expo 2015 porterà con sè.

GRANDI OPERE A MILANO: COSTRUTTORI E FINANZIATORI (GUARDA LA SCHEDA)
Cantieri che, una volta conclusi, potranno portare altri problemi. “Alcuni dei grandi progetti che sono riusciti a sopravvivere alla crisi – ammette Stefano Boeri, ex assessore alla Cultura del comune e a lungo architetto di fiducia dei re decaduti del mattone milanese – rischiano oggi di creare un’offerta che non trova destinatari. Quindi il numero già importante di sfitto e invenduto rischia di essere incrementato ulteriormente”. Aggiunge Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia: “Oggi l’unico vero bisogno di residenze è legato alle fasce deboli della popolazione”. Ada Lucia De Cesaris, vicesindaco di Milano con delega all’Urbanistica, conferma: oggi, più che di alloggi di target elevato, “c’è molta richiesta di acquisto per edilizia convenzionata e agevolata”. Inutile dire che però, per questa tipologia di domanda, l’offerta manca. La soluzione è recuperare e riconvertire gli spazi abbandonati e sfitti. La giunta due mesi fa ha approvato una delibera per favorire le imprese nei lavori di demolizione e ricostruzione, visto che le due operazioni non dovranno più essere contestuali, ma dalla prima alla seconda potranno passare fino a tre anni. Dopo l’estate, inoltre, arriverà in consiglio comunale il nuovo regolamento edilizio, che conterrà norme per stimolare gli operatori a recuperare le loro proprietà sfitte e abbandonate, prima di costruire nuovi edifici.

Restano da convincere i nuovi re del mattone impegnati nei lavori in corso. Intanto la giunta Pisapia ha già tagliato di 4 milioni di metri quadri la capacità edificatoria del faraonico Pgt dell’era Moratti, riducendola di metà. Ma i progetti dei nuovi maxi quartieri arrivano da lontano, quando nessuno ancora immaginava la crisi. Secondo De Cesaris i cantieri in corso “devono essere seguiti e chiusi per evitare che si crei abbandono sull’abbandono”. Perché una delle facce della crisi sono i lavori lasciati a metà e quelli mai partiti: Palazzo Marino quest’anno ha restituito oltre 20 milioni di euro di oneri di urbanizzazione. Un’altra è la fame di tempo delle banche creditrici alle quali conviene posticipare il più possibile la resa dei conti con il valore delle proprietà immobiliari.

LA ZAVORRA NEI CONTI DELLE BANCHE. Ma la minaccia del mattone che potrebbe mandarci a fondo è sempre lì, come ricorda l’economista Alberto Bagnai docente di Politica economica all’Università di Pescara. “La riduzione del reddito pro capite ai livelli del 1997, e l’aumento del carico fiscale sulla casa, stanno mettendo in seria difficoltà le famiglie. Molte non riescono più a rimborsare i mutui, o sono costrette a vendere seconde o prime case – ricordava poche settimane fa al Fatto Quotidiano -. Di conseguenza l’indice dei prezzi delle abitazioni (fonte Bce), stazionario dallo scoppio della crisi, è in caduta libera dall’autunno 2011 (sei trimestri)”. Un fenomeno che avrà ovvie conseguenze sull’attivo delle banche italiane, dove molti crediti sono appunto garantiti da immobili. “A valle della crisi immobiliare, seguirà quindi, inevitabile, una crisi bancaria, che metterà gli italiani di fronte alla necessità di ricapitalizzare gli istituti di credito”, sottolinea.

LA MINA DIETRO L’ANGOLO. La prima mina è già dietro l’angolo. Si chiama Basilea III, la direttiva comunitaria che, seppure in termini più morbidi rispetto alle previsioni iniziali, a partire dal 2014 porterà gradualmente in vigore i nuovi requisiti patrimoniali per gli istituti di credito. Inevitabile, quindi, il faro sui finanziamenti al settore immobiliare, un comparto trasversale che, nei bilanci delle banche, mette insieme i prestiti concessi ai palazzinari negli anni d’oro del mattone (fra il 2004 e il 2008) e i mutui alle famiglie. Due voci che, con le nuove regole europee, non potranno più pesare così tanto nei conti degli istituti di credito, chiamati dall’Autorità bancaria europea (Eba) al rispetto di paletti più stringenti nella contabilità, sulla scia di crescenti preoccupazioni circa la qualità degli asset e il peso dei Non performing loan. Ovvero i finanziamenti che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti e la cui riscossione è incerta sia rispetto alla scadenza, sia all’ammontare dell’esposizione.

La verifica per giunta avverrà in un contesto per le banche nostrane assai complicato almeno per tre ragioni. La prima è una crescente disoccupazione che si affianca ai fallimenti delle imprese e che ha un impatto anche sui pagamenti delle rate dei mutui da parte di famiglie e aziende. La seconda è la pesante flessione del mercato immobiliare che, qualora il debitore sia moroso, non consente di rifarsi dalla vendita dell’immobile a prezzi soddisfacenti, come ben testimoniano i casi che transitano per i Tribunali Fallimentari. “Abbiamo tanti casi in cui si arriva alla vendita a metà prezzo rispetto al valore originario stimato dell’immobile”, ricorda per esempio Roberto Fontana, giudice del Tribunale fallimentare di Milano, metre secondo Carlo Bianco, commercialista esperto in procedure fallimentari, nei loro bilanci le banche dovrebbero “esporre il rischio del mancato realizzo di questi beni, perché questi beni oggi non valgono”.

La terza e più importante ragione è che tra fine 2014 e inizio 2015 scadrà anche il prestito ponte da oltre mille miliardi (Ltro) varato dalla Bce fra dicembre 2011 e febbraio 2012 al tasso dello 0,75 per cento. Una cifra enorme cui le banche italiane, seconde solo a quelle spagnole nella corsa alle aste di liquidità europee, hanno attinto conquistando ben 255 miliardi. Denaro che, finora, ha controbilanciato nello stato patrimoniale degli istituti la grossa presenza di finanziamenti e che, se dovesse essere restituito, porterebbe necessariamente ad una verifica degli asset e delle perdite, tanto che il tema è annoverato tra le critiche di Bruxelles al piano di ristrutturazione del Monte dei Paschi di Siena. “L’effetto congiunto dell’applicazione delle nuove regole di Basilea e della fine dell’Ltro nel 2014 potrebbe essere letale per le banche italiane – spiega un banchiere – Il sistema, già debole, non potrebbe mai tenere ad uno scenario simile. A questo poi si aggiunga che la questione della flessione dell’occupazione potrebbe generare nuovi cattivi pagatori contro i quali le banche avrebbero la sola arma dell’esecuzione sull’immobile che tuttavia verrebbe immesso sul mercato via aste a prezzi ridicoli”.

RICICLATORI ALLA FINESTRA. E’ proprio al momento di criticità massima che guarda la criminalità organizzata che sta alla finestra in attesa del crollo per poter ripulire denaro sporco a bassissimo costo investendo in un business relativamente semplice. Almeno, è questa la sensazione di Gian Gaetano Bellavia, esperto di diritto penale dell’economia. “Quello che si vede oggi è un coacervo di situazioni, alcune certamente dovute alla follia del sistema bancario che ha finanziato gli speculatori immobiliari per centinaia di milioni di euro, e che si riassumono in un disastro totale di mercato, di burocrazia, di politica, eccetera e in qualche operazione che stanno facendo per convertire denaro in mattone, ma il bello deve ancora arrivare”, spiega al fattoquotidiano.it. Mille le variabili in gioco: l’acquirente non può/non vuole/non se la sente di comprare, la banca non può/non vuole finanziare, l’impresa non può/non vuole/non riesce a costruire. Oppure è costretta a costruire perché è in mezzo al guado e cerca di uscirne perché sa che l’acqua crescerà e rischia di affogare. “E’ in questo contesto estremamente complesso che si possono innestare delle situazioni che riguardano la criminalità organizzata – continua Bellavia precisando che al momento non è tutto così – Su 100 cantieri magari in 10 sono entrati i soldi della droga, ma 90 sono lì inchiodati in attesa di fallire. Certo, ci sono delle situazioni tali per cui chi ha del denaro definiamolo a costo zero e ha interesse a modificarne la natura trasformandolo da denaro a rischio di identificazione di provenienza illecita in denaro investito in attività lecite, ha tutto il vantaggio di fare delle operazioni immobiliari. La mia sensazione però è che questo intervento della criminalità organizzata non sia ancora massicciamente avvenuto. Dal loro punto di vista ancora non è il momento”. Quando sarà, allora? “Il momento arriverà probabilmente l’anno prossimo, a seconda di quello che succederà quest’estate o quando cadrà il governo o quando faranno il prelievo sui conti o se e quando usciremo dall’euro – continua – Allora, quando ci sarà un casino assolutamente ingovernabile, gli imprenditori normali saranno costretti a svendere e nel giro di pochi mesi si riverseranno sul mercato operazioni immobiliari a prezzi stracciati. Io credo che quando ci saranno questi grandi sconvolgimenti, allora sì che arriveranno i soldi della criminalità organizzata che si comprerà qualunque cosa da tenere lì e tramuterà il denaro in beni immobili”. Uno scenario inquietante, ma per ora sono solo sensazioni.

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17/07/2013

Schiavettoni finanziari a Milano

Finisce in manette l'intera dinastia del finanziere Ligresti. Due diverse inchieste indicano bilanci “taroccati” e un patto segreto tra “la famiglia” e il presidente di Mediobanca. Una seria ipoteca sulla fusione tra Unipol e Fonsai e un nuovo incubo sulle operazioni finanziarie targate PD.
Questa mattina l'intera dinastia Ligresti è finita in manette. Il provvedimento ha colpito l'intera filiera del finanziere milanese di origine siciliane: il “vecchio” Salvatore già agli arresti domiciliari, e poi i due figli Giulia e Jonella. Il quarto Paolo Ligresti non è stato arrestato perché al momento risulta essere in Svizzera. La Guardia di Finanza di Torino su mandato della Procura torinese ha arrestato anche gli ex amministratori delegati della società di assicurazioni Fonsai, Fausto Marchionni ed Emanuele Erbetta e l'ex vicepresidente Antonio Talarico. Le ipotesi di reati sono quelle di falso in bilancio aggravato per grave nocumento al mercato e manipolazione del mercato. Per i Ligresti e le altre persone arrestate il reato contestato è quello di false comunicazioni sociali. In realtà la precipitazione delle indagini – con gli arresti – non è un fulmine a ciel sereno. Salvatore Ligresti e i figli Giulia, Jonella e Paolo risultano infatti già indagati nell'inchiesta avviata dai procuratori torinesi Nessi e Gianoglio che accusano i vertici di Fonsai di aver «taroccato» la voce destinata alla cosiddetta riserva sinistri della società assicurativa, alterando in questo modo – tra il 2008 e il 2010 – il bilancio della società dando però comunicazione ai mercati sulla base di notizie false sul bilancio dell'azienda quotata in borsa, alterando così il prezzo delle sue azioni.
L'inchiesta si è arricchita con la scoperta di un buco di seicento milioni di euro che sarebbe stato nascosto dalla voce «riserve sinistri» del bilancio consolidato del 2010. Nascono da qui le ipotesi di reato per falso in bilancio e false comunicazioni al mercato, alle quali si aggiunge l'ipotesi di falso in prospetto, in quanto sulla base del bilancio di tre anni fa era stato predisposto il prospetto informativo che ha portato, nel luglio del 2011, all'aumento di capitale di Fonsai per circa 450 milioni di euro. Già nel febbraio scorso erano stati notificati sette avvisi di garanzia, tre dei quali ai rampolli di Ligresti, ai quali erano state perquisite abitazioni e uffici.

Ma l'inchiesta dei giudici torinesi sui Ligresti non è l'unica. Ce n'è infatti una parallela condotta dal magistrato milanese Luigi Orsi relativa ad alcuni passaggi del piano di salvataggio predisposto dalla Unipol per Fonsai. A mettere in sospetto il magistrato sarebbe stato una sorta di patto occulto siglato da Salvatore Ligresti con Alberto Nagel, il numero uno di Mediobanca. Un patto che avrebbe assicurato alla famiglia del finanziere una buonuscita” dalla Fonsai per circa 45 milioni di euro. La sontuosa '”uscita di scena” dei Ligresti, avrebbe dovuto consentire a Unipol e Fonsai di condurre in porto la fusione delle due compagnie e alla nascita di maxi polo assicurativo Unipol-Sai. Ma adesso, con la scoperta del buco da seicento milioni di euro, sono prevedibili seri rallentamenti dell'ennesima operazione a perdere della finanza targata PD. Non solo, un mese fa Giulia Ligresti aveva lanciato un allarme sul possibile naufragio della fusione affidando le sue esternazioni all'agenzia Adn/Kronos. Avevano cominciato a circolare voci su alcuni derivati finanziari inserita nel bilancio dell'Unipol ritenuto "sufficientemente non chiaro", e capace di avere ripercussioni sul patrimonio netto di Unipol mettendo a rischio la fusione con Fonsai.“La realtà è che Fondiaria Sai doveva salvare Unipol e gli interessi delle banche", aveva affermato Giulia Ligresti.

Nella tormentata vicenda della fusione Unipol-Fonsai non mancano però le omissioni degli organismi di controllo. Il presidente dell'Adusbef, Elio Lannutti, ha puntato nuovamente il dito contro la Consob, che aveva il compito di controllare ed impedire che tali reati si potessero concretizzare. Ad ottobre era finito nei guai anche Giancarlo Giannini, ex presidente dell'Isvap (oggi Ivass), l'Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni. I magistrati vogliono capire se nel biennio 2009-2011 l'Istituto di vigilanza fosse stato a conoscenza della situazione di bilancio di Fonsai.

Fonte

07/04/2013

Vendo/Affitto casa: il mercato immobiliare nella Milano di Expo2015

La relazione fra finanza e mattone è stata negli anni passati il principale motore per la “crescita” (se così si può dire…) della metropoli. Un'inchiesta del Comitato No Expo.

Nell’ultimo decennio sono sorti nuovi interi quartieri, sono cresciute imprese edili, il real estate è diventato per mole, probabilmente, il principale settore per investimenti e produttività. Molte sono state le critiche in merito all’impatto ambientale di ciò che in maniera molto svelta viene definita speculazione immobiliare, poche sono state sino ad ora le considerazioni sullo stato di salute di questo sistema e sul perché è opportuno tifare un crollo del mattone piuttosto che una sua ripresa. Il dominio del ciclo finanza/mattone, concedete l’iperbole, paragona Milano a quei paesi centroamericani o a quelle isole dell’oceano indiano in cui la costruzione selvaggia in funzione di una valorizzazione degli immobili utile per ottenere veloci guadagni è diventato il settore totalmente dominante. Guadagno veloce e sicuro. Subito. Nessun interesse per l’impatto sociale, le relazioni economiche con l’intero tessuto produttivo, le ripercussioni sui livelli di vita.


Il prodotto di questa egemonia culturale è una città completamente cementificata, con un numero inquietante di case sfitte o invendute, con le organizzazioni criminali che sono diventate importanti protagonisti economici utili ad eseguire il lavoro “sporco” (la produzione materiale) favorendo al lato pratico un generale abbassamento del costo del lavoro. Le banche hanno fatto profitti, rendendo più accessibili i mutui sul finire degli anni 80, hanno imposto la logica imperante della casa di proprietà come naturale necessità dell’abitare; la proprietà è diventata l’unica versione possibile ed immaginabile dell’abitare in città. Logica sostenuta, fra le altre cose, dalla continua svendita del patrimonio Aler e dalla progressiva sostituzione del sistema Erp con l’housing sociale.

In funzione di ciò è stata considerata e poi attuata una strategia che ha previsto la ricerca e la conquista di un grande evento, appunto Expo2015 (un ripiego rispetto all’ancora più folle, se possibile, tentativo di conquista delle Olimpiadi 2020), che, in particolare a evento concluso, potesse offrire la possibilità di mettere in piedi la più grande speculazione edilizia del secolo, attraverso il cambio di destinazione d’uso di enormi aree precedentemente a destinazione agricola o industriale trasformate in cubatura abitabile.

Nel momento in cui questa strategia economica è stata elaborata c’erano già tutti gli elementi per valutare le criticità che avrebbero creato problemi alla fattibilità dell’operazione. Fare previsioni non è però nello stile della politica economica arrembante, massimo guadagno col minimo sforzo, del surrogato della Milano da bere. Di conseguenza ci troviamo ora davanti ad una progettualità che pare essere sopravvissuta, zombizzante, al secolo scorso e che ad un tratto si sia scontrata con la realtà, ovvero un mercato immobiliare entrato in una crisi di cui pare ci troviamo davanti solo all’inizio. Incombe sui cieli nuvolosi di Milano lo spettro della bolla immobiliare. Non ditelo troppo pubblicamente, i mercati potrebbero agitarsi…

Il crollo delle vendite
  Il fallimento Ligresti-Fonsai può essere considerato un caso emblematico della crisi immobiliare e dell’inattualità dei vecchi palazzinari: la città stessa era così abituata alla presenza di Totò e del suo malaffare che l’agonia di questo gruppo è stata piuttosto silente sino alla fine politica ed economica di una delle famiglie più potenti della storia recente e meno recente della città.

Ovviamente Ligresti è un caso emblematico ma non isolato, il calo delle vendite negli ultimi anni è imponente: – 25% nel 2012 a livello nazionale, –26,2 % a Milano.[1] Dati che certo peccano di precisione, si tratta di una rilevazione spannometrica, dati però da nessuno contestati ed avallati dalla stessa Confedilizia. I fattori che hanno determinato questo crollo e che lo aggraveranno sono ben identificabili: 
  • stallo dei salari e aumento della precarietà del lavoro oltre che della disoccupazione
  • aumento del costo dei mutui e maggiori difficoltà nell’accedervi 
  • prezzi del mattone evidentemente irreali e non sostenibili   
Allo stesso tempo esistono elementi che invece han consentito al mercato immobiliare, nonostante il crollo delle vendite, di resistere:
  • mancanza di alternative abitative/affitti irragionevolmente alti
  • continua diminuzione del costo del lavoro nei cantieri (caporalato, catene di subappalti sui grandi progetti ecc.) 
  • aiuti di stato alle banche che, avendo la possibilità di ottenere liquidità, possono concedersi di non svendere il proprio patrimonio immobiliare     

Di fronte al crollo delle vendite ed al suo prevedibile aggravarsi, uno strumento come l’housing sociale, utile nelle previsioni per sostituire le politiche Erp ed introdurre l’abitazione sociale nell’epoca del neoliberismo, in cui banche e istituzioni si mettono in rete per conciliare il bisogno della casa coi bisogni del mercato, sembra oggi uno strumento più utile a fornire un appiglio ai ceti medi attraverso cui entrare nel mondo degli acquirenti di casa per permettere all’immobiliare di gestire l’invenduto limitando la svalorizzazione di questo (poiché si creerebbe un sottogruppo in cui inserire case non vendute, esterno al mercato immobiliare convenzionale che di conseguenza limiterebbe l’offerta).

Di fatto, quando si parla di mercato immobiliare è necessario scorporare il mercato rivolto ai ceti maggiormente abbienti rispetto al mercato immobiliare rivolto al resto del mondo. Il primo si rivolge ad un numero ristretto di acquirenti ma offre un costo al metro quadro che supera abbondantemente i 6 mila euro. In alcune città del resto del mondo, Londra su tutte, il prezzo del mattone non è crollato poiché le immobiliari han fatto cassa coi nuovi grandi investitori, provenienti prevalentemente dall’est, coloro che possiamo considerare i nuovi ricchi.

Il mercato immobiliare “nobiliare”, potremmo definirlo così, ha in Citylife, nel caso di Milano, la sua punta di diamante: progetto ancora ben lungi dall’essere terminato, passato di mano a Generali (66%) ed Allianz (il restante 33%), Citylife prevede di vendere buona parte degli appartamenti offerti. Le vendite sono iniziate e stanno procedendo in maniera lenta ma costante. Gli acquirenti sono internazionali, in particolare russi e cinesi si sono mostrati particolarmente interessati. I pagamenti avvengono spesso, a quanto pare, in contanti (può c’entrare qualcosa il riciclaggio?)[2] Ovviamente parte del progetto Citylife verrà rivisto, ovviamente ciò che non ci sarà più sarà probabilmente la parte di questo ad uso civico, in particolare il Museo d’Arte Contemporanea sembra scomparirà dal progetto (anche se un nuovo museo di quel tipo con la GAM di Via Palestro in sfacelo e la Pinacoteca di Brera mal custodita sembra essere quanto meno discutibile). E’ probabile che questo intervento risentirà poco della crisi del mercato immobiliare poiché insiste su un target di acquirenti che non è quello che sta soffrendo il momento.

Molto diversi sono invece gli altri casi disseminati nel territorio metropolitano, molti dei quali sono saltati dopo aver già pagato gli oneri di urbanizzazione. Santa Giulia, l’esempio presentato nel 2007 al Bie di Parigi come simbolo delle potenzialità di un Expo milanese, oggi è semplicemente l’esempio di un fallimento e la fine di un altro signore del mattone milanese, Luigi Zunino.

Fra i nuovissimi progetti, i siti che probabilmente hanno più possibilità di venire alla luce sono proprio i 3 progetti di Euromilano indirettamente legati ad Expo2015, per almeno 3 motivi:
  • sono collocati in periferia, per cui offriranno prezzi al metro quadro più accessibili 
  • sono situati su terreni precedentemente agricoli o industriali e permettono una rivalorizzazione del metroquadro importante (anche sfruttando il contenuto ideologico di Expo2015)
  • i soci di questo affare sono eterogenei e tutti, al momento, in salute; quanto meno non sono esposti in imprese già traballanti. 
Ma:
  • rischiano di inserirsi in una terra di nessuno e finire nella voragine di Expo2015
  • già nel progetto emerge scarsità di servizi e per questo motivo sul mercato risulteranno poco attrattivi   
e, soprattutto, e questo vale per quasi tutti i progetti, possono diventare un boomerang se a costruzione conclusa ci troveremo nel bel mezzo di una bolla immobiliare, cosa che appare naturale considerato, come detto in precedenza, i prezzi particolarmente gonfiati all’inverosimile[3] del mattone e l’assenza all’orizzonte di una politica che faccia leva sul rialzo dei salari (escludendo per il futuro un allentamento in merito all’accessibilità al mutuo).

Al momento, la diminuzione del costo del mattone ufficialmente è nell’ordine del 5%. A naso, in particolare nel nordovest Milano, ci pare si possa parlare tranquillamente di un 15%, ma considerando che permane l’inaccessibilità all’acquisto per larga parte della popolazione, considerando inoltre che queste diminuzioni dei costi non portano a maggiori vendite, consideriamo ancora poco rilevante la caduta dei valori immobiliari.

E’ proprio la connivenza tra finanza e costruttori a rendere possibile il controllo della situazione, per cui i pacchetti immobiliari non vengono eccessivamente svalorizzati, perché avrebbero ripercussioni troppo onerose per la finanza di questo paese. Inutile affermare che quest’atteggiamento di arroccamento dietro ad una diga porterebbe ad una situazione ingestibile qualora la diga crollasse.

In questo contesto ciò che noi chiamiamo “il pubblico”, ovvero le istituzioni che da anni si comportano in questo campo come spettatori quando non addirittura agevolatori di questo processo, attraverso pgt o altre misure meno impattanti, offre la sua collaborazione e comunque non studia rimedi perché, per esempio, vittima del ricatto degli oneri di urbanizzazione, che a scanso di equivoci (tipo propaganda eco o discorsi in libertà sulla sostenibilità), sono l’entrata più importante ad appannaggio dei bilanci pubblici.

Oneri di urbanizzazione

Lo spettro della bolla immobiliare aleggia sul pgt del Comune di Milano, strumento che con la nuova giunta è variato di poco rispetto al piano Masseroli e che sostanzialmente ha cercato di diventare più realista ed adeguato alle reali possibilità del mercato immobiliare, oggi non più quello del decennio scorso, non più in grado quindi di mettere sotto scacco l’intero territorio.

Se della Milano futura tanti progetti programmati salteranno non è un problema della cittadinanza, tanto meno del comitato NoExpo che da sempre contesta l’erosione del verde metropolitano, la non funzionalità di alcuni dei nuovi progetti ed il carattere verticistico con cui le decisioni di riassetto del territorio vengono prese. E’ un problema però per i conti pubblici, che dagli oneri di urbanizzazione traggono ogni anno decine di milioni di euro. E’ un ricatto, ed è ora di liberarsene.

Nel 2012 il calo degli oneri depositati è stato netto, risultano in cassa 74,5 milioni di euro ed in ballo ci sono ancora almeno due contesti in cui si è in procinto di richiedere la restituzione degli oneri poiché il progetto sembra saltato (Forze Armate e Mecenate)[4]. Per dare una misura del calo, nel 2010 (anno non particolarmente di grazia) si sono incassati 145 milioni di euro.

Questo è il costo del cemento in città, un rapporto che nel corso degli anni ha minato la sostenibilità ambientale metropolitana ed ha invaso di cemento un territorio che in cambio ha ricevuto l’impossibilità, per via dei prezzi delle case, di vivere in città e la conquista da parte dell’ndrangheta di interi settori dell’economia, oltre che una città in cui la responsabilità sociale del costruttore è praticamente assente con conseguente degrado sociale e urbanistico. Certo, i soldi del mattone hanno contribuito a mantenere servizi pubblici di primaria importanza, servizi che oggi vengono messi in discussione per via dei nuovi importanti problemi di bilancio del Comune di Milano, per nulla scalfiti dalla spending review di Tabacci.

Proprio in questo momento in cui la crisi incombe sul sistema Milano, in un momento in cui le porte del terzo mondo si stanno definitivamente aprendo per quella che un tempo veniva definita la capitale economica del paese e che oggi potrebbe essere identificata come la capitale della crisi in questo paese, è il caso di ridiscutere in toto un modello di sviluppo che in questi anni ha sostenuto una città costantemente sotto ricatto da parte del palazzinaro di turno e della grande finanza, in cui abitare è da decenni molto difficile, una città in cui da inizio ‘80 ben 600 mila milanesi sono fuggiti, scegliendo di andare a vivere nell’hinterland (questo processo migratorio si è arrestato nel momento in cui nell’hinterland il prezzo del mattone è diventato equivalente, si parla addirittura di un crollo delle vendite di 40%[5]).

Occorre ripensare la stessa idea di abitare, smantellando l’egemonia dell’ideologia della proprietà immobiliare, fenomeno che ha portato i cittadini a comprare casa indebitandosi fortemente, con ripercussioni sociali, che hanno smantellato il conflitto e prodotto una società ammansita e ordinata, attenta unicamente a non perdere il posto di lavoro utile a pagare il mutuo. L’amplificazione del ricatto sociale prodotta dai mutui trentennali è il passato, il sistema che reggeva questo dogma sta per saltare, Expo2015 è l’acceleratore di questo default.

Il Comune di Milano venderà le società partecipate per tenere in piedi questo stato di cose, ma alla fine delle svendite nulla sarà cambiato e ci troveremo nuovamente davanti ad un bivio: fallire o eliminare i servizi. Solo la riappropriazione dal basso possiede gli strumenti per riconquistare il territorio. Per questo motivo salutiamo positivamente le nuove occupazioni a scopo abitativo nate recentemente anche in città, poiché se la casa è un diritto questo stato di cose deve saltare. Per questo motivo è importante valorizzare il riuso e tutte quelle politiche sulla casa che favoriscono l’abitabilità degli spazi contro la redditività dei metri quadri. La continua deregulation e gli aiuti pubblici stanno cercando di rianimare un cadavere, nocivo a più livelli: in questo stato di cose la “ripresa” del settore edile è da considerarsi una disgrazia.

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-27/case-vendite-picco-prezzi-134453.shtml?uuid=AbCuCVkG
[2] http://www.ilghirlandaio.com/retail-e-commercial/69978/citylife-riprende-slancio-al-via-600-nuove-residenze/
[3] http://www.quasardat.com/economia/crollo-del-mercato-immobiliare-italiano/
[4] http://ricerca.gelocal.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/03/16/incassi-crollati-oneri-da-restituire-la-crisi.html
[5] http://www.infonodo.org/node/31571

Fonte

Un'analisi molto estesa ma assolutamente da leggere per la critica che muove a un modello di sviluppo che sta mandando in vacca tutto il Paese e non solo.