di Alessandro Volpi
Esiste un perimetro inviolabile per i principali esponenti del capitalismo italiano.
Si tratta della ferma ostilità verso ogni ipotesi di imposta sui grandi patrimoni, di riforma fiscale in grado di tassare le rendite finanziarie e gli extra profitti da monopoli, di limitazione del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche nelle mani degli stessi capitalisti, di riduzione degli incentivi statali alle grandi società, di concepimento di forme di indicizzazione salariale, di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, di norme che limitino la possibilità di trasferire le sedi legali in paradisi fiscali.
A difesa di questo perimetro, i grandi capitalisti italiani allevano nuovi leader che devono tacciare di comunismo tutti coloro che provano a violarlo.
Piersilvio Berlusconi loda il grande comunicatore Vannacci, che non a caso è una presenza fissa delle Reti Mediaset, Confindustria coltiva il fenomeno Cruciani per renderlo il vate del Generale, mentre La7 sforna trasmissioni edificate sulla retorica del politicamente corretto per far brillare il rude ex militare.
Ma, naturalmente, i difensori del perimetro, a cui dare massima visibilità, sono anche altri; l’onnipresente Renzi, irriducibile battutista contro il fisco, il liberale da guerra Calenda, secondo uno schema in cinemascope dove si marcia divisi per colpire uniti.
Poi, il perimetro ha dei veri e propri legionari nelle coorti di Paolo Mieli, Federico Rampini, Aldo Cazzullo, Galli Della Loggia e numerosi altri combattenti in nome della difesa della “fortezza”.
Tutto ciò mi ricorda un precedente storico, quando una parte significativa della “nuova” politica, dai reduci, ai conservatori, alle gerarchie ecclesiastiche, ai giornalisti e agli intellettuali si schierò a difesa dello Stato monarchico contro la Rivoluzione.
Era il 1922, anno a cui seguirono vent’anni di assoluto predominio di un capitalismo “italiano”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2026
08/07/2025
Le radici del privilegio di Elon Musk
C’era una volta una famiglia che non fuggiva dalla guerra, né dalla fame. No. Fuggiva verso il privilegio. Aveva un piano: raggiungere una terra dove il colore della pelle garantiva dominio, non sopravvivenza. Dove nascere bianchi significava comandare, possedere, esistere al di sopra.
Il capofamiglia, Joshua Haldeman, non era un uomo qualsiasi. Chiropratico canadese, appassionato di aviazione, sì – ma anche fervente sostenitore dell’estrema destra. Negli anni ’30 fu arrestato per simpatie filofasciste. Non un errore di gioventù, ma una convinzione ideologica profonda: quella dell’uomo bianco superiore, destinato a guidare le masse “inferiori”.
Sua moglie, Wyn Haldeman, tedesca, non era da meno. Nata in una famiglia di coloni tedeschi nella Namibia, all’epoca protettorato imperiale, proveniva da una stirpe che aveva tratto profitti diretti dal genocidio. Sì, genocidio: il massacro degli Herero e dei Nama, tra il 1904 e il 1908, in cui furono sterminati decine di migliaia di africani. Avvelenamento dei pozzi, deserti trasformati in campi di morte, fame come strumento di sterminio. Fu il primo genocidio del XX secolo, e tra i carnefici c’erano anche i suoi antenati.
E quando il nazismo crollò e l’Europa mostrò la sua vergogna, Joshua e Wyn non cercarono redenzione. Scelsero l’apartheid. Si trasferirono in Sudafrica, attratti da un sistema che legalizzava la segregazione, che dava tutto ai bianchi e niente agli altri. Un’utopia razzista mascherata da ordine sociale. Fu lì che nacque Errol, il figlio della supremazia.
Cresciuto in un sistema che premiava il colore, non il merito, Errol divenne uomo nell’età d’oro dell’élite bianca. Partecipò a un’impresa redditizia: una miniera di smeraldi, situata tra Sudafrica e Zambia. Una miniera scavata da mani nere, sfruttate, dimenticate. Gli smeraldi venivano venduti sul mercato globale. Il denaro, però, restava nelle mani bianche. Ma non solo pietre preziose: Errol commerciava anche cromo, un metallo indispensabile per l’industria mondiale, estratto tra abusi, miseria e sangue.
Nel 1971 nacque suo figlio. Un bambino bianco, ricco, nato a Pretoria, cuore pulsante del regime dell’apartheid, dove i neri non erano cittadini ma numeri, servi, forza lavoro senza voce.
Quel bambino non dovette attraversare deserti, né barconi. Non visse nei campi profughi, né affrontò i respingimenti. Si spostò da un continente all’altro con passaporti, valigie piene e conti bancari. Portava con sé un bagaglio invisibile, ma potentissimo: il privilegio ereditato dal colonialismo e dal razzismo legalizzato.
Negli Stati Uniti divenne l’uomo del futuro. Il visionario. L’imprenditore geniale. Il simbolo del “self-made man”. Ma quale self-made? Di che fatica parliamo, quando si parte con tutto?
Non si racconta che le sue fortune affondano le radici in miniere africane, in generazioni che hanno calpestato la dignità di interi popoli. Non si ricorda che fu la pelle bianca, non il merito, a spalancargli le prime porte.
E oggi, ironia amara, quello stesso uomo, tuona contro i migranti. Vuole muri, respingimenti, blocchi navali. Lui, che da migrante bianco è stato accolto e protetto, ora alza barricate contro i disperati del mondo.
Ma non è tutto. In un crescendo grottesco, rivendica persino la “restituzione delle terre ai bianchi” in Sudafrica. Non parla di campi coltivati, ma di miniere, di diamanti, di carbone: ricchezze strappate alla terra africana con la violenza, e mai restituite. È il ritorno mascherato dell’apartheid. Un revisionismo pericoloso, sostenuto da frange estreme, nostalgiche di un’epoca di dominio razziale.
E allora chiediamoci: in quale Paese del mondo le miniere appartengono a privati cittadini? In quale costituzione democratica si legittima la rapina delle risorse collettive da parte di pochi privilegiati?
C’è chi dice che sia un miracolo americano. Ma nessuno ricorda che, se oggi è uno degli uomini più ricchi del pianeta, è anche grazie a Nelson Mandela. Perché Mandela, nella sua grandezza e nel suo desiderio di riconciliazione, non confiscò le ricchezze accumulate sotto l’apartheid. Nazionalizzò le miniere, sì, ma lasciò intatti i patrimoni sporchi del sangue africano.
Così si chiude il cerchio. Dalla Namibia coloniale alle miniere sudafricane, fino alla Silicon Valley: è una traiettoria disegnata dal privilegio, dal razzismo sistemico, dall’impunità dei potenti.
Il suo nome è Elon Musk.
E allora, prima di parlarmi di meritocrazia, fatica e talento, guardate bene da dove comincia la sua storia.
Perché quando si nasce con tutto, si può arrivare ovunque.
Ma non si può, e non si deve, riscrivere la verità.
Fonte
Il capofamiglia, Joshua Haldeman, non era un uomo qualsiasi. Chiropratico canadese, appassionato di aviazione, sì – ma anche fervente sostenitore dell’estrema destra. Negli anni ’30 fu arrestato per simpatie filofasciste. Non un errore di gioventù, ma una convinzione ideologica profonda: quella dell’uomo bianco superiore, destinato a guidare le masse “inferiori”.
Sua moglie, Wyn Haldeman, tedesca, non era da meno. Nata in una famiglia di coloni tedeschi nella Namibia, all’epoca protettorato imperiale, proveniva da una stirpe che aveva tratto profitti diretti dal genocidio. Sì, genocidio: il massacro degli Herero e dei Nama, tra il 1904 e il 1908, in cui furono sterminati decine di migliaia di africani. Avvelenamento dei pozzi, deserti trasformati in campi di morte, fame come strumento di sterminio. Fu il primo genocidio del XX secolo, e tra i carnefici c’erano anche i suoi antenati.
E quando il nazismo crollò e l’Europa mostrò la sua vergogna, Joshua e Wyn non cercarono redenzione. Scelsero l’apartheid. Si trasferirono in Sudafrica, attratti da un sistema che legalizzava la segregazione, che dava tutto ai bianchi e niente agli altri. Un’utopia razzista mascherata da ordine sociale. Fu lì che nacque Errol, il figlio della supremazia.
Cresciuto in un sistema che premiava il colore, non il merito, Errol divenne uomo nell’età d’oro dell’élite bianca. Partecipò a un’impresa redditizia: una miniera di smeraldi, situata tra Sudafrica e Zambia. Una miniera scavata da mani nere, sfruttate, dimenticate. Gli smeraldi venivano venduti sul mercato globale. Il denaro, però, restava nelle mani bianche. Ma non solo pietre preziose: Errol commerciava anche cromo, un metallo indispensabile per l’industria mondiale, estratto tra abusi, miseria e sangue.
Nel 1971 nacque suo figlio. Un bambino bianco, ricco, nato a Pretoria, cuore pulsante del regime dell’apartheid, dove i neri non erano cittadini ma numeri, servi, forza lavoro senza voce.
Quel bambino non dovette attraversare deserti, né barconi. Non visse nei campi profughi, né affrontò i respingimenti. Si spostò da un continente all’altro con passaporti, valigie piene e conti bancari. Portava con sé un bagaglio invisibile, ma potentissimo: il privilegio ereditato dal colonialismo e dal razzismo legalizzato.
Negli Stati Uniti divenne l’uomo del futuro. Il visionario. L’imprenditore geniale. Il simbolo del “self-made man”. Ma quale self-made? Di che fatica parliamo, quando si parte con tutto?
Non si racconta che le sue fortune affondano le radici in miniere africane, in generazioni che hanno calpestato la dignità di interi popoli. Non si ricorda che fu la pelle bianca, non il merito, a spalancargli le prime porte.
E oggi, ironia amara, quello stesso uomo, tuona contro i migranti. Vuole muri, respingimenti, blocchi navali. Lui, che da migrante bianco è stato accolto e protetto, ora alza barricate contro i disperati del mondo.
Ma non è tutto. In un crescendo grottesco, rivendica persino la “restituzione delle terre ai bianchi” in Sudafrica. Non parla di campi coltivati, ma di miniere, di diamanti, di carbone: ricchezze strappate alla terra africana con la violenza, e mai restituite. È il ritorno mascherato dell’apartheid. Un revisionismo pericoloso, sostenuto da frange estreme, nostalgiche di un’epoca di dominio razziale.
E allora chiediamoci: in quale Paese del mondo le miniere appartengono a privati cittadini? In quale costituzione democratica si legittima la rapina delle risorse collettive da parte di pochi privilegiati?
C’è chi dice che sia un miracolo americano. Ma nessuno ricorda che, se oggi è uno degli uomini più ricchi del pianeta, è anche grazie a Nelson Mandela. Perché Mandela, nella sua grandezza e nel suo desiderio di riconciliazione, non confiscò le ricchezze accumulate sotto l’apartheid. Nazionalizzò le miniere, sì, ma lasciò intatti i patrimoni sporchi del sangue africano.
Così si chiude il cerchio. Dalla Namibia coloniale alle miniere sudafricane, fino alla Silicon Valley: è una traiettoria disegnata dal privilegio, dal razzismo sistemico, dall’impunità dei potenti.
Il suo nome è Elon Musk.
E allora, prima di parlarmi di meritocrazia, fatica e talento, guardate bene da dove comincia la sua storia.
Perché quando si nasce con tutto, si può arrivare ovunque.
Ma non si può, e non si deve, riscrivere la verità.
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23/05/2023
L’inettitudine aristocratica di Ursula von der Leyen
Scriviamo spesso della bassisima qualità della classe politica italiana e continentale. Le nostre fonti sono l’osservazione diretta, un po’ di memoria storica, studi in fondo non banali e la lettura di ogni tipo di giornale. Non abbiamo, insomma, “gole profonde” nella controparte che ci diano “dritte” particolari su Tizio, Caio o Sempronio.
Però, nell’insieme, “ci prendiamo”. E questo ci permette di non dire castronerie.
Però, quando ci siamo trovati davanti a questo articolo pubblicato due anni fa sulla prestigiosa rivista internazionale Foreign Policy abbiamo quasi trasecolato. La situazione, ai piani alti dell’Unione Europea (figuriamoci cosa può accadere nello scantinato italico), è davvero catastrofica.
L’oggetto dell’inchiesta è, come da titolo, Ursula von der Leyen, allora da poco nominata “presidente della Commissione”, in pratica di tutti e 27 i paesi membri.
L’occasione era – due anni fa – il chiaro tracollo dell’Europa davanti al dilagare del Covid nella sua fase più pericolosa e mortifera. L’inconsistenza della risposta organizzata centralmente esplose come problema politico, mentre dai palazzi del potere usciva solo il ritornello “il mercato sa cosa fare”.
La ricostruzione della sua carriera, in quel contesto, certificava l’incompetenza assoluta della “signora marchesa” posizionata sulla poltrona più importante di Bruxelles. Ma questo non è – come sappiamo – bastato a bloccarne il protagonismo.
Ve ne consigliamo la lettura, perché è davvero un “quadretto familiare” sull’establishment europeo che dovrebbe spazzar via qualunque illusione sulle possibili “virtù” di una istituzione sovranazionale creata per imporre gli interessi del capitale internazionale senza più dover passare attraverso gli alterni impicci della “democrazia parlamentare”.
Buona lettura.
Però, nell’insieme, “ci prendiamo”. E questo ci permette di non dire castronerie.
Però, quando ci siamo trovati davanti a questo articolo pubblicato due anni fa sulla prestigiosa rivista internazionale Foreign Policy abbiamo quasi trasecolato. La situazione, ai piani alti dell’Unione Europea (figuriamoci cosa può accadere nello scantinato italico), è davvero catastrofica.
L’oggetto dell’inchiesta è, come da titolo, Ursula von der Leyen, allora da poco nominata “presidente della Commissione”, in pratica di tutti e 27 i paesi membri.
L’occasione era – due anni fa – il chiaro tracollo dell’Europa davanti al dilagare del Covid nella sua fase più pericolosa e mortifera. L’inconsistenza della risposta organizzata centralmente esplose come problema politico, mentre dai palazzi del potere usciva solo il ritornello “il mercato sa cosa fare”.
La ricostruzione della sua carriera, in quel contesto, certificava l’incompetenza assoluta della “signora marchesa” posizionata sulla poltrona più importante di Bruxelles. Ma questo non è – come sappiamo – bastato a bloccarne il protagonismo.
Ve ne consigliamo la lettura, perché è davvero un “quadretto familiare” sull’establishment europeo che dovrebbe spazzar via qualunque illusione sulle possibili “virtù” di una istituzione sovranazionale creata per imporre gli interessi del capitale internazionale senza più dover passare attraverso gli alterni impicci della “democrazia parlamentare”.
Buona lettura.
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L’inettitudine aristocratica di Ursula von der Leyen
L’inettitudine aristocratica di Ursula von der Leyen
Peter Kuras – Foreign Policy
Dove si ferma la responsabilità nell’UE? Gli europei hanno puntato molto il dito per cercare di capire perché i loro sforzi di vaccinazione sono così indietro rispetto al resto del mondo.
Per molti versi, l’incapacità dell’UE di produrre un’adeguata scorta di vaccino è il tipo di fallimento sociale catastrofico che sembra incriminare interi regimi, non semplicemente singoli attori. Nessuno è abbastanza potente da produrre da solo un fallimento così sfaccettato.
Eppure gran parte della colpa e della rabbia si è meritatamente riversata sulla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. La sua estromissione, come ha chiesto di recente l’ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, sarebbe comprensibile vista la sua cieca fiducia nelle forze del libero mercato per amministrare gli sforzi di vaccinazione dell’Europa e i suoi tentativi a tentoni di rimediare alle carenze che ne derivano.
Ma sarebbe un errore incolpare la von der Leyen senza comprendere i più ampi fallimenti che hanno portato una persona con un curriculum mediocre a ricoprire una posizione così importante.
Il problema finale della von der Leyen non è che abbia sbagliato sul lancio dei vaccini in Europa. È che ha ottenuto la sua posizione attraverso un tipo di politica incestuosa e ossessionata dall’immagine, che ha reso inevitabili i pasticci.
I tedeschi hanno la reputazione di essere freddi e razionali, ma le madri giocano un ruolo sorprendentemente importante nella loro cultura politica.
Per i nazisti, la maternità era il massimo che una donna potesse sperare di ottenere. I nazisti fecero della festa della mamma una festa nazionale in Germania e premiarono le madri esemplari con la Mutterkreuz o “croce della mamma”.
Tuttavia, le madri furono forse ancora più essenziali nel dopoguerra, quando la Germania fu in gran parte ricostruita dalle cosiddette Trümmerfrauen, donne che presero il nome dai cumuli di macerie che aiutarono a sgomberare e a riutilizzare mentre i loro mariti e padri attendevano di essere rilasciati dai campi di prigionia.
In questo contesto, non può sorprendere che in Germania le donne di potere siano quasi inevitabilmente “materne”. La cancelliera tedesca Angela Merkel è diventata una notevole eccezione, ma solo perché ha superato il peso – sotto forma di critiche pubbliche e scetticismo dei media – associato alla sua assenza di figli.
La comprensione di questa dinamica da parte della Merkel spiegherebbe la fiducia che ha riposto in un politico regionale non ancora collaudato all’inizio del suo cancellierato.
La Von der Leyen sembrava certamente la perfetta incarnazione della maternità: con sette figli propri, aveva già scalato i ranghi più bassi dell’establishment politico tedesco, promuovendo al contempo un’immagine di sé come una sorta di supermamma, che preparava i cestini del pranzo e si occupava delle bucce mentre si destreggiava negli affari di Stato.
Oggi, l’immagine della mamma di potere con un grande lavoro e una grande nidiata è diventata comune nella politica globale, soprattutto a destra. Frauke Petry, ex leader del partito tedesco di estrema destra Alternativa per la Germania, si è particolarmente distinta per l’uso dei suoi sei figli a suo vantaggio politico, in modi che ricordano l’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin, i cui cinque figli e il suo soprannome di “mamma grizzly” sono stati costantemente sfruttati per il guadagno politico quando ha condiviso la candidatura alla vice presidenza con l’allora senatore americano John McCain nel 2008.
La Von der Leyen, con meno impulsi populisti della Petry o della Palin, ha trovato il modo di investire la “politica della maternità” in Germania con una nuova sostanza. Posta dalla Merkel al vertice del Ministero della Famiglia e del Lavoro nei governi successivi, la von der Leyen è stata responsabile dell’introduzione di nuove direttive volte a riportare le madri nella forza lavoro.
Tra queste, l’introduzione dell’Elterngeld, un programma che sostituisce una parte consistente dello stipendio dei genitori che si assentano dal lavoro per accudire i figli, e un programma che amplia i l'assistenza pubblica diurna in modo che siano disponibili per i bambini a partire dai 12 mesi di età.
Entrambi i programmi sono ormai entrati a far parte della vita pubblica tedesca in modo così radicato che può essere difficile immaginare quanto fossero controversi al momento della loro introduzione, ma ognuno di essi è stato oggetto di critiche, soprattutto da parte dei conservatori che li consideravano un affronto alle strutture familiari tradizionali e inutilmente invasivi della vita privata.
La Von der Leyen, con i suoi sette figli e i suoi forti legami con l’Unione Cristiano-Democratica (CDU), era la persona perfetta per portare avanti queste riforme. È stata un esempio infinito della capacità delle donne di fare di tutto.
Ma un altro fattore chiave viene spesso trascurato: il suo lignaggio. Non deve sorprendere che la von der Leyen sia stata abile nello sfruttare l’immagine della giovinezza e della famiglia a fini politici. Ha imparato dalle mani dei maestri.
La von der Leyen ha avuto sei fratelli, anche se la sorella Benita-Eva è morta tragicamente durante l’infanzia. È nata a Bruxelles nel 1958 da Ernst Albrecht e Heidi Adele Stromeyer.
Era un momento affascinante, anche se difficile, della storia tedesca. Il “miracolo economico” rese il Paese il motore economico dell’Europa e fu accompagnata da una ritrovata fiducia nel ruolo centrale, economico e difensivo, della Germania nel nuovo ordine mondiale.
Pochi furono i beneficiari più entusiasti della famiglia Albrecht del rapido cambiamento del panorama politico. Albrecht fu uno dei primi funzionari dell’Unione Europea. Aveva appena 37 anni quando fu nominato alla più alta carica civile della Direzione Generale della Concorrenza, dove supervisionava le operazioni antitrust della nascente Unione Europea.
Albrecht, tuttavia, non si accontentò della vita a Bruxelles e tornò nella sua casa natale di Hannover, in Germania. Ben presto fu eletto ministro presidente (o “governatore”, nella dizione statunitense) della Bassa Sassonia, carica che ricoprì tra il 1976 e il 1990.
Albrecht aveva la reputazione di essere un politico la cui influenza superava quella del suo ufficio, ed era una delle scelte costantemente in gara per il “prossimo cancelliere” della CDU.
Sebbene non abbia mai ricoperto alcuna carica, lui e la sua famiglia erano costantemente sotto i riflettori. Non può essere una sorpresa. I figli erano biondi, belli e talentuosi e la Stromeyer sembrava disinvolta e sovrana davanti alla macchina fotografica come il marito.
In effetti, per certi versi, la Germania pensa ancora alla von der Leyen come alla bambina di Albrecht. Mentre la Merkel, senza figli, si è guadagnata il soprannome di “mutti”, ovvero mamma, la von der Leyen porta ancora con sé il soprannome datole dal padre: “Röschen” o “Piccola Rosie”.
Ridurre la von der Leyen alla figlia di suo padre, come si fa quando la si chiama “Röschen”, significa trascurare il fatto che ha superato di gran lunga i suoi risultati politici. È un soprannome terribile. Un soprannome migliore sarebbe stato “die hübsche”. Nel linguaggio quotidiano significa “la bella”, quindi non sembra un miglioramento in termini di misoginia.
Ma ha anche un’altra storia. Ad Hannover, le “hübsche Familien” erano famiglie quasi nobili che avevano un accesso speciale alla corte. La famiglia Albrecht ha mantenuto questo status – e posizioni chiave nella politica tedesca – per più di 500 anni.
La Germania contemporanea non sembra un luogo in cui i titoli aristocratici e i lignaggi familiari hanno molto peso: pubblicamente, i tedeschi sono profondamente impegnati nella cultura democratica e hanno un interesse minimo per i tipi di orpelli aristocratici che sembrano ancora catturare i cuori britannici. Tuttavia, l’aristocrazia è riuscita a mantenere molti più privilegi economici e politici di quanto si pensi.
In effetti, il comitato giovanile del Partito Socialdemocratico ha proposto una legge per vietare l’adozione di titoli nobiliari come parti di cognomi; se avessero avuto successo, la presidente della Commissione Europea avrebbe dovuto abbandonare il titolo nobiliare che aveva assunto quando aveva sposato il marito, e ora si sarebbe chiamata semplicemente Ursula Leyen.
La richiesta non era vacua. Molti nobili si muovono ancora in un mondo d’élite, in cui i titoli possono avere un effetto reale sulle possibilità di carriera di una persona e in cui i legami di sangue hanno ancora la meglio sui risultati come misura del valore di una persona.
Sebbene sarebbe avventato pensare che la von der Leyen abbia potuto ottenere tutto ciò che ha ottenuto senza avere un proprio talento politico, è anche importante riconoscere che le è sempre stato concesso un tipo di privilegio che supera di gran lunga i vantaggi parrocchiali concessi ai tedeschi medi.
L’albero genealogico della Von der Leyen traccia un’eredità di potere e brutalità, che comprende non solo alcuni dei più importanti nazisti tedeschi, ma anche alcuni dei più grandi commercianti di schiavi della Gran Bretagna e, attraverso il matrimonio, alcuni dei più grandi proprietari di schiavi degli Stati Uniti. Von der Leyen discende direttamente da James Ladson, che possedeva più di 200 schiavi allo scoppio della Guerra Civile.
Potrebbe sembrare meschino condannare qualcuno per i suoi antenati: i peccati del padre, dopo tutto, non devono ricadere sul figlio o, in questo caso, sulla figlia. Ma la stessa von der Leyen ha invocato questi antenati in modo disinvolto, anche se impensato.
Quando la von der Leyen era all’università e un gruppo di “terroristi” di sinistra chiamato Fazione dell’Armata Rossa (RAF) si scatenò in una violenta serie di crimini, Albrecht, preoccupato che la sua famiglia diventasse un bersaglio della RAF, implorò la sua amata Röschen di studiare all’estero.
Si iscrisse alla London School of Economics con il nome di Rose Ladson. Poche persone all’epoca erano consapevoli del persistente retaggio della schiavitù come lo siamo diventati noi, ma la sua scelta di assumere il nome dei suoi antenati schiavisti era comunque un’indicazione del suo benessere nei confronti di un privilegio incontrastato ed ereditato.
Anche se la von der Leyen fosse stata un po’ più riflessiva sui suoi antenati, sarebbe necessario sottolineare che le classi dirigenti emerse secoli fa continuano, almeno in alcuni casi, a esercitare un’influenza indebita sulla politica europea. I tipi di alberi genealogici che sembrano includere un numero vergognoso di trasgressioni morali sono ancora venerati da gran parte dell’élite dirigente del continente.
Non è un caso che il presidente francese Emmanuel Macron sia comunemente citato per aver suggerito per primo la von der Leyen per la posizione di leader, citando il suo perfetto francese – il francese che ha imparato da bambina quando suo padre era a Bruxelles – come prova della sua natura cosmopolita.
Ma ci sono molti europei che parlano un francese eccellente e Macron si è complimentato non solo per la sua pronuncia. In una conferenza stampa, Macron ha elogiato la sua “cultura profondamente europea” prima di affermare che “ha il DNA della comunità europea”, riferendosi esplicitamente all’importante ruolo svolto dal padre nell’apparato burocratico europeo più di 40 anni prima.
Tuttavia, non è solo il nome e i legami della von der Leyen ad averle conferito una sorta di lustro aristocratico. La famiglia è sempre stata fondamentale per la sua traiettoria politica.
Si è catapultata tra i ranghi del governo locale della Bassa Sassonia soprattutto perché ha potuto mettere in riga gli ex alleati del padre al servizio di Christian Wulff, il ministro presidente della Bassa Sassonia quando la von der Leyen ha iniziato la sua carriera lì, nel 2003, all’età di 45 anni.
Questi legami, e l’ambiente in cui si sono stabiliti, sono stati il presupposto della “maternità politica” della von der Leyen. In effetti, il potere dei suoi legami è evidente nella storia di come ha ottenuto il suo primo seggio regionale.
La sua casa, nel piccolo sobborgo di Ilten, ad Hannover, era rappresentata dal presidente regionale della CDU Jürgen Gansäuer, così decise di provare a fare politica nella sua città natale, Burgdorf, anche se quel seggio era stato occupato per quasi 15 anni da un politico della CDU di nome Lutz von der Heide.
Le prime primarie, vinte per un solo voto, furono annullate per un cavillo. Suo padre entrò in azione e con Wilfried Hasselmann, allora presidente onorario della CDU di Hannover, intraprese un’offensiva di “persuasione”.
Nel frattempo, l’edizione regionale del potente tabloid Bild iniziò una campagna diffamatoria contro von der Heide. Nonostante von der Heide avesse occupato il seggio per più di un decennio e fosse, a detta di tutti, un politico esperto, vinse con due terzi dei voti.
Questa combinazione di conoscenze politiche elevate e calunnie di bassa lega è tipica dello stile politico della famiglia. Albrecht, con la sua famiglia fotogenica e i suoi valori conservatori, era sempre stato uno dei preferiti del giornale.
La Von der Leyen lo ha superato. Per anni ha scritto una rubrica per il tabloid, che è senza dubbio il più potente della Germania. Le sue convinzioni politiche hanno avuto un ruolo secondario.
In effetti, molte delle rubriche sembrano essere la pubblicità di uno strano cugino tedesco di J.Crew: le immagini della famiglia che si rilassa, cavalca e suona insieme difficilmente avrebbero potuto essere messe in scena con maggiore cura se la famiglia stesse indossando l’ultimo modello di seersucker e chambray (due tessuti relativamente costosi, ndr), piuttosto che difendere il loro particolare marchio di politica.
Non sorprende che i successi della von der Leyen nei ministeri del Lavoro e della Famiglia l’abbiano resa, per un certo periodo, il successore naturale della Merkel come leader della CDU. Le sue politiche – nonostante alcune lamentele sulle disuguaglianze tra le classi sociali – erano ampiamente popolari a sinistra, mentre la stessa von der Leyen era molto popolare tra i centristi tedeschi.
Il suo incarico successivo, quello di ministro della Difesa tedesco, sarebbe stato un naturale trampolino di lancio verso la massima carica; Helmut Schmidt era già passato da quella posizione al cancellierato tedesco nei decenni precedenti. Quando von der Leyen è entrata in carica nel 2013, Merkel era già cancelliere da otto anni e sembrava probabile che von der Leyen, dopo un periodo alla guida dell’esercito tedesco, l’avrebbe sostituita.
Ma la carriera della von der Leyen si è arenata al ministero della Difesa in modi che hanno preannunciato i suoi fallimenti a Bruxelles – e che sono stati del tutto in linea con i suoi precedenti successi.
I ministeri della famiglia e del lavoro sono importanti luoghi di sviluppo delle politiche e hanno permesso alla von der Leyen di sfoggiare la sua notevole abilità nel ridistribuire il denaro delle tasse in modo da soddisfare le esigenze delle famiglie tedesche.
Ma le sfide manageriali del ministero della Difesa sono di tutt’altro ordine. Non solo la von der Leyen non aveva mai mostrato interesse per la politica di sicurezza. Nei suoi incarichi precedenti, la von der Leyen ha guidato principalmente piccoli gruppi di fedeli deputati; alla Difesa, improvvisamente, è diventata il capo di centinaia di migliaia di persone e responsabile di un bilancio annuale di oltre 48 miliardi di dollari.
Nei suoi numerosi successi precedenti, non aveva mai dimostrato una particolare abilità nel supervisionare il tipo di problemi logistici globali e massicci che le forze armate affrontano quotidianamente, e nemmeno nel gestire le dinamiche interne di organizzazioni complesse come la Bundeswehr, le forze armate tedesche.
Non sorprende forse che una delle sue prime riforme al ministero della Difesa abbia riguardato la creazione di centri di assistenza diurna per l’esercito (o “Kitas”).
Anche in questo caso, il tipo di lavoro di assistenza sostenuto dalla von der Leyen era di importanza critica, sia a livello sociale che militare. La Germania aveva abbandonato il servizio militare obbligatorio solo pochi anni prima che la von der Leyen iniziasse a ricoprire la carica di segretario alla Difesa, e l’esercito era nel bel mezzo dell’adeguamento al suo nuovo status pienamente professionale.
Il Kitas era solo una delle numerose misure introdotte dalla von der Leyen per rendere l’esercito più vicino alle famiglie. La von der Leyen cercò anche di legare i congedi dei soldati alle pause scolastiche, di permettere ai soldati di lavorare a tempo parziale pur continuando a progredire nella loro carriera e di limitare il numero di trasferimenti che i soldati con famiglia dovevano sopportare.
Non bisogna sottovalutare l’importanza di queste misure: non solo erano cruciali per mantenere un esercito permanente, ma c’è anche ragione di credere che un esercito più favorevole alle famiglie sia meno suscettibile all’estremismo di destra di uno che si basa su un modello più tradizionale di famiglia.
Ma se le potenti conoscenze, il portamento aristocratico e l’abilità mediatica della von der Leyen sono stati sufficienti a portarla a capo dei ministeri tedeschi della famiglia e del lavoro, non le sono bastati nel suo ruolo di capo dell’esercito tedesco.
Può davvero sorprendere che una persona che non aveva alcuna esperienza precedente nella politica o nella strategia di difesa, né una sostanziale esperienza nella gestione di grandi organizzazioni nel settore pubblico o privato, abbia fallito in un ruolo così complesso e variegato?
La Von der Leyen ha ricoperto la carica di ministro della Difesa dal 2013 al 2019, un incarico notevole considerando la sua inesperienza. Ma quando le cose sono precipitate, sono precipitate rapidamente e hanno messo in luce una serie di cattiva gestione, incompetenza e potenziale corruzione.
Lo scandalo viene solitamente chiamato “affare dei consulenti”, a causa delle centinaia di milioni di dollari che la von der Leyen e il suo vice capo Katrin Suder hanno pagato a consulenti che avevano il compito di aiutare a determinare come le forze armate avrebbero dovuto spendere il loro sostanzioso budget per gli armamenti.
In realtà, però, sono stati proprio i problemi di approvvigionamento a determinare la caduta politica della von der Leyen in Germania. E non è un caso che sia stata proprio come ministro della Difesa che la von der Leyen abbia avuto problemi con gli approvvigionamenti. È la complessità delle spese della Bundeswehr – e l’onnipresenza dei lobbisti – ad aver trasformato questa potente posizione in un’insidia.
I ministeri tedeschi del Lavoro e della Famiglia hanno a che fare con un numero relativamente ristretto di fornitori e gran parte del loro tempo è dedicato all’acquisto di articoli familiari alla vita quotidiana. Naturalmente, anche in questi due ministeri ci sono sfide più complesse, ma niente che si avvicini alla difficoltà di rifornire un esercito moderno. La Von der Leyen ha fallito in modo davvero spettacolare.
La Gorch Fock, una nave a vela – con vele! – che la Marina tedesca utilizzava per l’addestramento, è stata attraccata per riparazioni nel 2015, poco prima che la von der Leyen assumesse l’incarico. Il costo stimato era di 11,6 milioni di dollari. Quando la von der Leyen ha lasciato l’incarico nel 2019, il costo stimato per la riparazione della nave da addestramento era salito a 163 milioni di dollari.
Le componenti mission-critical delle spese per gli armamenti della von der Leyen sono andate anche peggio. Nel 2017, secondo N-TV, sono stati consegnati alla Bundeswehr 97 nuovi sistemi d’arma. Solo 38 erano funzionanti.
Inoltre, von der Leyen e Suder hanno cancellato i dati dei cellulari e censurato documenti in modi che hanno sollevato i sospetti degli esperti. Le loro elusioni sono state così estreme che Tobias Lindner, esperto di difesa del Partito Verde al Bundestag, ha chiesto ai pubblici ministeri di indagare sulla von der Leyen per potenziali illeciti penali.
“Va oltre una disputa politica”, ha dichiarato Lindner alla Süddeutsche Zeitung nel 2019. “Ha reso molto più difficile la risoluzione del caso e potrebbe essere penalmente responsabile”.
Tutti erano in gran parte disposti a trascurare il dilettantismo di fondo della von der Leyen quando si batteva per un maggiore sostegno sociale alle madri lavoratrici. E rimane una notevole testimonianza delle esperienze condivise dalle madri in situazioni diverse – così come della solidarietà della von der Leyen con le altre madri tedesche – il fatto che le riforme da lei introdotte per aiutare le donne a conciliare carriera e famiglia abbiano avuto un così grande successo.
È deplorevole, tuttavia, che Macron e il resto della Commissione europea siano stati così abbagliati dalla straordinaria incarnazione della “cultura europea” della von der Leyen da rifiutarsi di ascoltare gli avvertimenti dei tedeschi che sapevano quanto male avesse fatto nel suo ultimo grande sforzo di approvvigionamento.
In effetti, i tedeschi diffidavano di lei a tal punto che la sua nomina alla guida dell’Unione Europea è stata accolta con scetticismo nel Paese, sebbene sia la prima tedesca a ricoprire la carica dopo Walter Hallstein nel 1958.
La cosa notevole non è che abbia fallito così tanto nella posizione. Dopotutto, la sua ascesa è avvenuta facendo leva sui suoi legami familiari. Ciò che è notevole, tuttavia, è che ha fallito quasi nello stesso modo in cui ha fallito nelle sue ultime due posizioni.
Alla guida della Bundeswehr, ha affidato gli appalti dell’esercito alla logica di mercato neoliberista sposata dai consulenti di gestione, e le cose sono andate male.
Qualche anno dopo, responsabile degli acquisti di vaccini in Europa, è stata criticata per aver riposto troppa fiducia nel libero mercato, non avendo insistito sul controllo centralizzato della produzione e della distribuzione dei vaccini all’interno dell’Unione Europea. Il risultato è che la gente muore.
Per qualsiasi altro politico, si sospetta che sarebbe stato un errore che ne avrebbe chiuso la carriera. Ma per la von der Leyen il mondo funziona diversamente e la stampa ha già ampiamente superato la sua disastrosa gestione nell’approvvigionamento dei vaccini. È una delle hübsche, i pochi privilegiati della Germania.
Fonte
22/08/2022
Missione missina
La destra e le paure dell’establishment.
Scrive su Domani Stefano Feltri: “Se oggi Giorgia Meloni può ambire ad andare a palazzo Chigi è anche grazie al cinismo dell’establishment italiano che ha deciso di legittimarla”.
Manco a farlo a posta, contemporaneamente, Angelo Panebianco scrive sul Corriere: “C’è sempre, nelle elezioni italiane, un ‘sovraccarico etico’ dato che, secondo le minoranze politicizzate, a scontrarsi sono il Bene e il Male. Per la minoranza di destra la parte del Paese che vota per la sinistra è dominata dai comunisti, per la minoranza di sinistra l’altra parte è in mano ai fascisti”.
Tralasciando il cerchiobottismo, che è il massimo della moderazione raggiungibile dagli argomenti di Panebianco, pasdaran dell’establishment, la bocca buona della borghesia italiana su certe disgustose formazioni politiche non è una novità.
Pensiamo al partito di Berlusconi e come in questo ultimo quarto secolo la borghesia italiana abbia sorvolato su tutto, pur di avere a disposizione qualcuno cui affidare i propri privilegi.
O alla Lega, che da Bossi è diventata di proprietà di Salvini e delle sue sconcezze politiche sulla legalità, la sicurezza, i diritti umani e la politica estera.
Per arrivare a Meloni, cui potrebbe essere affidato il ruolo di garante dell’autoritarismo necessario a comprimere le tensioni sociali, inevitabili a fronte del previsto “maremoto” sociale che si preannuncia per via dell’intreccio tra crisi energetica, crisi ambientale e inflazione, con l’aggravio, per i redditi bassi, dell’aumento del costo del denaro.
Si palesa una situazione simile a quella che per decenni fu la missione del MSI, cioè essere lo spauracchio contro l’avanzata delle rivendicazioni operaie e popolari, del protagonismo dei diritti delle donne, dei giovani, della difesa dello Stato sociale, oltre che rifugio di generali felloni e golpisti, ed essere nei fatti il bacino militante dei responsabili delle stragi, anche quelle di mafia, dei tentativi di colpo di stato, della cospirazione antidemocratica ordita dalla P2.
Perché questo è stato il neofascismo italiano, file da cui Meloni e i suoi “fratelli” provengono: è da questo che non hanno mai preso le distanze, questo è il vero problema politico, questa è la vera fiamma che arde nella loro storia, non certe pagliacciate nostalgiche, più patetiche che disgustose.
Il “cinismo dell’establishment” – come lo chiama il direttore di Domani – è figlio di quella lunga stagione. La borghesia italiana, quella grande e quella piccola, i ceti ricchi e medi temono con tutto il sistema nervoso del lobbismo, delle caste, delle oligarchie, del familismo che prima o poi esploda la rivolta.
E che redistribuzione della ricchezza, attraverso investimenti nel welfare pubblico, – cioè Istruzione, Sanità e Previdenza – adeguamenti salariali al pari dei paesi del G7, pieno riconoscimento dei diritti delle donne, degli omosessuali, degli immigrati siano provvedimenti inevitabili.
Per la salvaguardia del nostro sistema politico, della coesione sociale, della stessa produzione delle merci, della loro distribuzione interna ed esportazione e dell’ambiente sarà necessario intervenire con una decisa “agenda sociale”.
Tutto questo fa paura. A ben vedere è proprio questo che la destra sta sfacciatamente dicendo in campagna elettorale, cioè “se non votate per noi certi privilegi rischiano grosso”.
Ed è proprio su questo che si misura, al contrario, la timida cautela delle proposte sociali del centrosinistra, cui fa da sponda la goffaggine politica del M5s.
Invece che puntare a mobilitare la coscienza e gli interessi materiali della stragrande maggioranza degli elettori con una piattaforma, che attivi il loro protagonismo nella lotta politica, per un concreto miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, hanno paura di spaventare l’establishment italiano, che invece sembra pronto a puntare decisamente a destra.
Per mantenere rendite (esentasse) di posizione, per mettere la mani sui vantaggi del PNRR, sono disposti a tutto.
Tanto da pensare possibile affidarsi a una nuova missione missina.
Fonte
Scrive su Domani Stefano Feltri: “Se oggi Giorgia Meloni può ambire ad andare a palazzo Chigi è anche grazie al cinismo dell’establishment italiano che ha deciso di legittimarla”.
Manco a farlo a posta, contemporaneamente, Angelo Panebianco scrive sul Corriere: “C’è sempre, nelle elezioni italiane, un ‘sovraccarico etico’ dato che, secondo le minoranze politicizzate, a scontrarsi sono il Bene e il Male. Per la minoranza di destra la parte del Paese che vota per la sinistra è dominata dai comunisti, per la minoranza di sinistra l’altra parte è in mano ai fascisti”.
Tralasciando il cerchiobottismo, che è il massimo della moderazione raggiungibile dagli argomenti di Panebianco, pasdaran dell’establishment, la bocca buona della borghesia italiana su certe disgustose formazioni politiche non è una novità.
Pensiamo al partito di Berlusconi e come in questo ultimo quarto secolo la borghesia italiana abbia sorvolato su tutto, pur di avere a disposizione qualcuno cui affidare i propri privilegi.
O alla Lega, che da Bossi è diventata di proprietà di Salvini e delle sue sconcezze politiche sulla legalità, la sicurezza, i diritti umani e la politica estera.
Per arrivare a Meloni, cui potrebbe essere affidato il ruolo di garante dell’autoritarismo necessario a comprimere le tensioni sociali, inevitabili a fronte del previsto “maremoto” sociale che si preannuncia per via dell’intreccio tra crisi energetica, crisi ambientale e inflazione, con l’aggravio, per i redditi bassi, dell’aumento del costo del denaro.
Si palesa una situazione simile a quella che per decenni fu la missione del MSI, cioè essere lo spauracchio contro l’avanzata delle rivendicazioni operaie e popolari, del protagonismo dei diritti delle donne, dei giovani, della difesa dello Stato sociale, oltre che rifugio di generali felloni e golpisti, ed essere nei fatti il bacino militante dei responsabili delle stragi, anche quelle di mafia, dei tentativi di colpo di stato, della cospirazione antidemocratica ordita dalla P2.
Perché questo è stato il neofascismo italiano, file da cui Meloni e i suoi “fratelli” provengono: è da questo che non hanno mai preso le distanze, questo è il vero problema politico, questa è la vera fiamma che arde nella loro storia, non certe pagliacciate nostalgiche, più patetiche che disgustose.
Il “cinismo dell’establishment” – come lo chiama il direttore di Domani – è figlio di quella lunga stagione. La borghesia italiana, quella grande e quella piccola, i ceti ricchi e medi temono con tutto il sistema nervoso del lobbismo, delle caste, delle oligarchie, del familismo che prima o poi esploda la rivolta.
E che redistribuzione della ricchezza, attraverso investimenti nel welfare pubblico, – cioè Istruzione, Sanità e Previdenza – adeguamenti salariali al pari dei paesi del G7, pieno riconoscimento dei diritti delle donne, degli omosessuali, degli immigrati siano provvedimenti inevitabili.
Per la salvaguardia del nostro sistema politico, della coesione sociale, della stessa produzione delle merci, della loro distribuzione interna ed esportazione e dell’ambiente sarà necessario intervenire con una decisa “agenda sociale”.
Tutto questo fa paura. A ben vedere è proprio questo che la destra sta sfacciatamente dicendo in campagna elettorale, cioè “se non votate per noi certi privilegi rischiano grosso”.
Ed è proprio su questo che si misura, al contrario, la timida cautela delle proposte sociali del centrosinistra, cui fa da sponda la goffaggine politica del M5s.
Invece che puntare a mobilitare la coscienza e gli interessi materiali della stragrande maggioranza degli elettori con una piattaforma, che attivi il loro protagonismo nella lotta politica, per un concreto miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, hanno paura di spaventare l’establishment italiano, che invece sembra pronto a puntare decisamente a destra.
Per mantenere rendite (esentasse) di posizione, per mettere la mani sui vantaggi del PNRR, sono disposti a tutto.
Tanto da pensare possibile affidarsi a una nuova missione missina.
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02/11/2021
Aumenti vertiginosi per sindaci e amministratori locali
Non c’è stata finora neanche una discussione pubblica. In un documento proposto dal ministro Brunetta (proprio lui, sic!) e allo studio del governo Draghi, riguardante le “indennità dei sindaci metropolitani, dei sindaci e degli amministratori locali”, è scritto che queste “possono essere incrementate in misura graduale per gli anni 2022, 2023” e “in misura permanente a decorrere dall’anno 2024”.
Dopo anni di piagnistei sui costi della politica e i privilegi della “Kasta” sembra improvvisamente ammutolita tutta quella pletora di guardiani dell’etica politica che su questo ha costruito la propria fortuna… politica.
Gli aumenti delle retribuzioni per i sindaci vanno da un minimo del 33,5% per i comuni più piccoli al 112% per quelli sopra i 100mila abitanti.
“Hanno indebolito la democrazia col taglio dei parlamentari e ora gonfiano all’inverosimile gli stipendi di sindaci e assessori. Sono l’emblema del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Contribuiscono alla disillusione generale, a un senso di impotenza, al rafforzamento nel senso comune del “non c’è niente da fare” commenta Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo.
“Gli alfieri della Restaurazione promossa dal Governo Draghi, cedendo anche su quella che era la battaglia simbolo alle origini del Movimento. Loro, gli anti-kasta oggi danno soldi alla Kasta”.
E tutto questo “mentre milioni di lavoratori e lavoratrici aspettano un salario minimo dignitoso e la difesa contro il carovita”.
Fonte
Dopo anni di piagnistei sui costi della politica e i privilegi della “Kasta” sembra improvvisamente ammutolita tutta quella pletora di guardiani dell’etica politica che su questo ha costruito la propria fortuna… politica.
Gli aumenti delle retribuzioni per i sindaci vanno da un minimo del 33,5% per i comuni più piccoli al 112% per quelli sopra i 100mila abitanti.
“Hanno indebolito la democrazia col taglio dei parlamentari e ora gonfiano all’inverosimile gli stipendi di sindaci e assessori. Sono l’emblema del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Contribuiscono alla disillusione generale, a un senso di impotenza, al rafforzamento nel senso comune del “non c’è niente da fare” commenta Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo.
“Gli alfieri della Restaurazione promossa dal Governo Draghi, cedendo anche su quella che era la battaglia simbolo alle origini del Movimento. Loro, gli anti-kasta oggi danno soldi alla Kasta”.
E tutto questo “mentre milioni di lavoratori e lavoratrici aspettano un salario minimo dignitoso e la difesa contro il carovita”.
Fonte
15/12/2019
Una montagna di merda sulla Valle d’Aosta
Quando si è in montagna, si sa, il tempo può cambiare velocemente e ci si può ritrovare all’improvviso sotto una tempesta o una tormenta di neve. La prima cosa da fare, è non farsi prendere dal panico, trovare un riparo, assicurarsi delle proprie forze, e ragionare.
Dopo la bufera che si è scatenata in questi giorni in seguito alla vicenda che vede indagati per scambio elettorale politico mafioso il Presidente della Regione Antonio Fosson, l’assessore al turismo, sport, commercio, agricoltura e beni culturali Laurent Viérin, l’assessore alle opere pubbliche, difesa del suolo e edilizia residenziale pubblica Stefano Borrello e il Consigliere Luca Bianchi, la Valle d’Aosta non si regge in piedi.
Superato lo choc, passata l’indignazione delle forze politiche e dei singoli cittadini, finita l’offesa morale sentita verso le “Istituzioni”, dichiarata l’estraneità ai fatti da parte degli indagati e rassegnate le doverose dimissioni, palesata la presa di distanza dei movimenti politici e avviate le nuove consultazioni, è il momento di fermarsi da qualche parte, rimanere lucidi e mettersi a pensare.
La mafia e il sistema clientelare sono pericoli che tutti conosciamo, come in montagna tutti conoscono il seracco o il burrone. Tutti sanno che bisogna stare molto accorti a non scivolare giù dalla scarpata. È la base della politica, come dell’escursionismo di livello amatoriale.
Ma quando ci si spinge un po’ più in là, verso l’alpinismo, non è sufficiente rispettare queste semplici regole, per sopravvivere alla bufera. Occorre valutare ogni fattore, prima di riprendere il cammino. Non è ripetendo il mantra “attento a non scivolare”, che ci si garantisce la protezione da altri rischi e si ritrova tranquillamente la strada.
È bene riflettere a mente lucida sull’intero contesto, e non su un solo aspetto. Dopo le reazioni immediate, occorre valutare tutto il sistema. Altrimenti si rischia di smarrire di nuovo la via e di non tornare più indietro.
Che il governatore della regione non debba avere anche la carica di Presidente e di Prefetto, ormai, con questo clima, dovrebbe essere chiaro (lo hanno detto anche Rosy Bindi, ex presidente Antimafia, e la signora Lamorgese, attuale ministro dell’Interno, manifestando pubblica perplessità su questo articolo dello Statuto speciale valdostano).
Ma per il resto, dato l’enorme potere della Giunta e del Consiglio regionale, non sarebbe forse il caso di chiederci, prima di ripartire, se c’è altro da togliere, dalle mani dei nostri assessori e consiglieri?
Non dovremmo chiederci cos’è diventata oggi l’autonomia valdostana e a chi fa del bene? Domandarci chi ne trae veramente vantaggio, se è una cosa buona per tutti, o è un privilegio di pochi?
Ovvio, se facessimo un sondaggio per decidere quale percorso seguire, a nessuno verrebbe mai in mente di mettere in discussione la vecchia via dell’autonomia, e sarebbe normale. Chi rinuncerebbe mai a seguire una traccia già segnata, chi rifiuterebbe di partire avvantaggiato in una gara?
Altro conto, invece, è parlare dell’autonomia differenziata di altre regioni, lì molti escursionisti e corridori sarebbero pronti a dire che non è cosa buona e che divide in due il paese. Lì, nessun problema a parlare. Invece, quando si tratta dell’autonomia valdostana, nessuno è disposto ad esporsi, a metterla in discussione.
Ma se rinunciare a un privilegio è un’ipotesi da abbandonare a priori, non possiamo almeno rivedere qualcosa, per non commettere sempre gli stessi errori di valutazione? Il silenzio è brutto, quando si tratta di politica. Il silenzio è brutto, quando si tratta di mafia o di ‘ndrangheta locale. In entrambi i casi, converrebbe sempre parlare.
Quando si vedono sperperare 160 milioni di euro per un casinò, spendere 3 milioni di euro al mese per un’indennità di bilinguismo riservata agli impiegati della pubblica amministrazione, quando si realizza che 1.300 persone su 130.000 sono stipendiate per cariche politiche, quando si vedono sprecare soldi in grandi opere inutili, mentre i dati ufficiali danno il servizio sanitario della regione in cui si vive agli ultimi posti della classifica nazionale, una ferrovia che non funziona e l’autostrada più cara d’Italia... quando si vede questo, non si può non parlare.
Se poi si scopre che la regione in cui si vive finisce sui giornali per “sodalizio, connubio politico criminale ben radicato nel tessuto sociale”, allora non si può proprio più tacere.
In Valle d’Aosta, l’epoca della strumentalizzazione dell’identità culturale e territoriale da parte dei movimenti politici autonomisti è finita. Nessuno si fiderà più di loro, e neppure della Lega (che altro non è che il “lato oscuro” dell’autonomia differenziata).
Se non si ragiona su questo, prima di rimettersi in cammino, si rischia di sprofondare in una montagna di merda da cui non si potrà più risalire.
Fonte
Dopo la bufera che si è scatenata in questi giorni in seguito alla vicenda che vede indagati per scambio elettorale politico mafioso il Presidente della Regione Antonio Fosson, l’assessore al turismo, sport, commercio, agricoltura e beni culturali Laurent Viérin, l’assessore alle opere pubbliche, difesa del suolo e edilizia residenziale pubblica Stefano Borrello e il Consigliere Luca Bianchi, la Valle d’Aosta non si regge in piedi.
Superato lo choc, passata l’indignazione delle forze politiche e dei singoli cittadini, finita l’offesa morale sentita verso le “Istituzioni”, dichiarata l’estraneità ai fatti da parte degli indagati e rassegnate le doverose dimissioni, palesata la presa di distanza dei movimenti politici e avviate le nuove consultazioni, è il momento di fermarsi da qualche parte, rimanere lucidi e mettersi a pensare.
La mafia e il sistema clientelare sono pericoli che tutti conosciamo, come in montagna tutti conoscono il seracco o il burrone. Tutti sanno che bisogna stare molto accorti a non scivolare giù dalla scarpata. È la base della politica, come dell’escursionismo di livello amatoriale.
Ma quando ci si spinge un po’ più in là, verso l’alpinismo, non è sufficiente rispettare queste semplici regole, per sopravvivere alla bufera. Occorre valutare ogni fattore, prima di riprendere il cammino. Non è ripetendo il mantra “attento a non scivolare”, che ci si garantisce la protezione da altri rischi e si ritrova tranquillamente la strada.
È bene riflettere a mente lucida sull’intero contesto, e non su un solo aspetto. Dopo le reazioni immediate, occorre valutare tutto il sistema. Altrimenti si rischia di smarrire di nuovo la via e di non tornare più indietro.
Che il governatore della regione non debba avere anche la carica di Presidente e di Prefetto, ormai, con questo clima, dovrebbe essere chiaro (lo hanno detto anche Rosy Bindi, ex presidente Antimafia, e la signora Lamorgese, attuale ministro dell’Interno, manifestando pubblica perplessità su questo articolo dello Statuto speciale valdostano).
Ma per il resto, dato l’enorme potere della Giunta e del Consiglio regionale, non sarebbe forse il caso di chiederci, prima di ripartire, se c’è altro da togliere, dalle mani dei nostri assessori e consiglieri?
Non dovremmo chiederci cos’è diventata oggi l’autonomia valdostana e a chi fa del bene? Domandarci chi ne trae veramente vantaggio, se è una cosa buona per tutti, o è un privilegio di pochi?
Ovvio, se facessimo un sondaggio per decidere quale percorso seguire, a nessuno verrebbe mai in mente di mettere in discussione la vecchia via dell’autonomia, e sarebbe normale. Chi rinuncerebbe mai a seguire una traccia già segnata, chi rifiuterebbe di partire avvantaggiato in una gara?
Altro conto, invece, è parlare dell’autonomia differenziata di altre regioni, lì molti escursionisti e corridori sarebbero pronti a dire che non è cosa buona e che divide in due il paese. Lì, nessun problema a parlare. Invece, quando si tratta dell’autonomia valdostana, nessuno è disposto ad esporsi, a metterla in discussione.
Ma se rinunciare a un privilegio è un’ipotesi da abbandonare a priori, non possiamo almeno rivedere qualcosa, per non commettere sempre gli stessi errori di valutazione? Il silenzio è brutto, quando si tratta di politica. Il silenzio è brutto, quando si tratta di mafia o di ‘ndrangheta locale. In entrambi i casi, converrebbe sempre parlare.
Quando si vedono sperperare 160 milioni di euro per un casinò, spendere 3 milioni di euro al mese per un’indennità di bilinguismo riservata agli impiegati della pubblica amministrazione, quando si realizza che 1.300 persone su 130.000 sono stipendiate per cariche politiche, quando si vedono sprecare soldi in grandi opere inutili, mentre i dati ufficiali danno il servizio sanitario della regione in cui si vive agli ultimi posti della classifica nazionale, una ferrovia che non funziona e l’autostrada più cara d’Italia... quando si vede questo, non si può non parlare.
Se poi si scopre che la regione in cui si vive finisce sui giornali per “sodalizio, connubio politico criminale ben radicato nel tessuto sociale”, allora non si può proprio più tacere.
In Valle d’Aosta, l’epoca della strumentalizzazione dell’identità culturale e territoriale da parte dei movimenti politici autonomisti è finita. Nessuno si fiderà più di loro, e neppure della Lega (che altro non è che il “lato oscuro” dell’autonomia differenziata).
Se non si ragiona su questo, prima di rimettersi in cammino, si rischia di sprofondare in una montagna di merda da cui non si potrà più risalire.
Fonte
12/07/2019
Lenin, Bukharin e l’immigrazione operaia
Le ultimissime vicende legate ai salvataggi in mare di migranti dai paesi che un tempo si definivano del “Terzo mondo” o, con eufemismi addomesticati, “in via di sviluppo” (a distanza di decenni, siamo oggi testimoni di quale “sviluppo” fosse loro destinato), ripropongono tra i temi più accesi, se non il tema più acceso, quello dell’atteggiamento che, anche in alcuni ambienti operai, o in settori di lavoratori sicuramente lontani dai fetori della reazione più becera, porta a invocare l’innalzamento di barriere marine e sottomarine a difesa dei privilegi domestici, a guardia delle italiche prerogative, a tutela della esclusività nostrana a esser sfruttati, noi e solo noi, dal capitale di casa nostra.
Si arriva a dire che, se proprio i “clandestini” – termine divenuto sinonimo, nella vulgata inculcata dal moderno Istituto Luce, di qualsivoglia persona non perfettamente “ariana” – devono fuggire da guerre, miseria e schiavismo imposti dalla penetrazione del capitale internazionale e dai suoi eserciti, che facciano almeno rotta su altri paesi europei, ché noi abbiamo già abbastanza problemi.
Ed è purtroppo difficile negare che esista un discreto allineamento su queste posizioni, tanto sta dando i suoi frutti il costante lavorio mediatico.
C’è chi si spinge fino a fantasiose soluzioni da Supermarina: se i “nostri” vascelli militari non riusciranno a bloccare il naviglio “nemico”, non rimarrà che minare le acque.
E non manca nemmeno chi tenta di dipingere il proprio atteggiamento con una colorazione “di lotta”: non devono fuggire, devono rimanere nella propria terra e combattere per la giustizia sociale, contro sfruttatori stranieri ed élite compradore locali, così come abbiamo fatto noi settant’anni fa. Riecheggiando in tal modo un ragionamento abbastanza diffuso tra i media di una famosa “potenza nemica”!
C’è poi chi argomenta in maniera “geopolitica”, con un disegno che sembra far rientrare anche i bombardamenti euro-atlantici nel gioco “strategico” del caos studiato a tavolino per fomentare l’immigrazione.
Sul versante opposto, domina largamente la pietas cristiana: il lato umano dell’intera questione sembra l’unico a poter tenere banco.
Anche in buona parte della sinistra, insomma, rimane abbastanza in ombra la categoria base del ragionamento marxista: quella della lotta di classe, degli interessi contrapposti tra capitalisti e operai. Se il capitale, nonostante le spacconate e le trovate propagandistiche dei propri rappresentanti politici di turno, ha necessità di lavoratori immigrati, interessato com’è a disporre di braccia che gli costino sempre meno, è interesse dei lavoratori, italiani, asiatici, europei, africani, costituire un fronte unito contro il nemico comune.
Il lavoratore collettivo contro il capitalista complessivo, contro il soggetto che davvero non conosce confini, se non quelli imposti dal calcolo costi/profitti; quello che davvero “ruba il lavoro”, che davvero, in quanto rapporto sociale, si perpetua rubando sopralavoro non retribuito ai lavoratori, bianchi, neri o gialli, regolando la spesa generale in lavoro vivo sul costo della sua voce più bassa, quella del lavoro gratuito, con l’aggiunta, sempre più spesso, di metodi supplementari di rapina antioperaia, “legittimati” dall’odierna legislazione liberista.
Da commenti Facebook di persone che si dicono “di sinistra”, o anche della cerchia direttiva di partiti della cosiddetta “sinistra radicale”: “Lo sai come la penso, ma questa capitana si è dimostrata arrogante e sprezzante delle nostre leggi; a mio parere la vedrei bene in galera, perché non c’entra niente quello che ha fatto con il salvare vite; molto probabilmente dietro c’è qualche cosa preordinata”.
Poi, per scansare il ritornello ritrito del “non sono razzista”, si puntualizza con il più soft e più specifico “tieni presente che non tifo per Salvini”; ma, in ogni caso, perché sia ancora più chiaro il concetto: “Andasse a casa sua sarebbe meglio! Il tempo non gli mancava di certo”!
Si usano anche motivi più “di concetto”, tipo: “Questa farà superare il 40% dei consensi alla Lega” e, in risposta a obiezioni, “Sono d’accordo che Matteo Salvini è un coglione che avrà la parabola politica e farà la fine del precedente Matteo (quello di Rignano). Ma il suo senso comune, e la guerra fra poveri si acuiranno anche senza di lui, finché a sinistra si asseconderà l’importazione di schiavi in assenza di integrazione né di proposte politiche risolutive al disastro umanitario prodotto dall’imperialismo... e finché addirittura si ‘tiferà’ per i moderni negrieri, che fanno soldi sulla disperazione”.
Al massimo, cioè, si individuano gli effetti umani del saccheggio imperialista dei paesi del “Terzo mondo”. In generale, nell’afflusso di migranti, di forza-lavoro a bassissimo prezzo, necessaria all’ingordigia di profitto del capitale industriale e agrario, si vede solo la minaccia al proprio “diritto” esclusivo a servire quel medesimo capitale industriale e agrario.
Quasi che la classe operaia, i lavoratori della “metropoli”, chiusi nella “propria” fabbrica, al servizio del “proprio” padrone, fatichino a individuare il “padrone collettivo”, il capitale complessivo costantemente ossessionato dalla riduzione dei costi di produzione, a partire proprio dal costo per lui rappresentato dall’operaio, e fatichino a contrapporre a quel “padrone collettivo”, la forza comune dei lavoratori, “di casa” e immigrati.
Quasi che decenni di legislazione liberista sul lavoro, di libertà padronale a imporre “contratti” schiavistici o rifiutare completamente qualsiasi contratto, rientrino nella normalità dello sviluppo e della modernità o, al massimo, rappresentino una questione interna ai confini patrii e non scaturisca dalla evoluzione dell’intero sistema capitalista e dei suoi rapporti di sfruttamento, che attanagliano insieme lavoratori bianchi, neri, gialli...
Quanto, in tale contesto ideale, in tale riflusso di coscienza, di troppo fiacco contrasto allo strapotere mediatico padronale, abbia influito il liquefarsi della sinistra e influisca oggi l’organizzazione ancora troppo debole dei comunisti, è un discorso che richiede molto più spazio.
*****
Citazioni...
A tutti è noto il fatto, il “grossolano” fatto empirico della caccia alla manodopera coloniale. Su cosa si fonda? Perché il capitale ricerca “lavoro giallo”? Forse perché c’è carenza di altra manodopera, o perché non può esistere senza operai coloniali supplementari in quanto i “suoi” sono insufficienti”? Niente affatto! La ragione è semplicemente che, essendo alla caccia del massimo profitto, ricerca manodopera più a buon mercato, e al tempo stesso si sforza di applicare il tasso di sfruttamento più elevato ecc. Questa diversità nella retribuzione del lavoro, dalla quale dipende funzionalmente il livello del profitto, è la vera ragione di questa caccia. [N. Bukharin – L’imperialismo e l’accumulazione del capitale, 1926]
... (dal punto di vista delle motivazioni capitalistiche) già il “mantenimento di sempre più grandi schiere di lavoratori” può aver come scopo l’accumulazione, e in generale lo ha effettivamente. ... L’assunzione di operai addizionali genera una domanda addizionale che realizza proprio quella parte del plusvalore che deve essere accumulato, ossia la parte che deve trasformarsi necessariamente in capitale variabile funzionante addizionale. 32 i capitalisti assumono lavoratori addizionali dai quali poi risulta proprio la domanda addizionale. [N. Bukharin – idem]
Allo stesso modo come nel quadro della “economia nazionale” la distribuzione della forza lavoro fra i diversi settori produttivi viene regolata dal livello del salario, che tende a divenire uguale, allo stesso modo anche nel quadro dell’economia mondiale ha luogo questo processo di livellamento delle diverse norme salariali attraverso le emigrazioni. ... Così viene creata sul piano mondiale la corrispondenza fra la domanda e l’offerta delle “braccia lavorative”, nella proporzione che è necessaria al capitale. ... Al movimento della forza lavoro come uno dei poli dei rapporti capitalistici corrisponde il movimento del capitale come l’altro suo polo. Allo stesso modo come nel primo caso il processo del movimento viene regolato dalla legge del livellamento del saggio del salario, nel secondo ha luogo il livellamento internazionale del saggio del profitto. [N. Bukharin – L’economia mondiale e l’imperialismo, 1915]
(…) In commissione si è avuto un tentativo di difendere punti di vista strettamente corporativi, di procedere a vietare l’immigrazione di operai da paesi arretrati (coolies dalla Cina e altri). Si tratta dello stesso spirito aristocratico che c’è tra i proletari di alcuni paesi “civilizzati”, che ricavano determinati vantaggi dalla loro posizione privilegiata e pertanto inclini a dimenticare le istanze della solidarietà internazionale di classe. – (...) – ... è emerso il dissenso tra opportunisti e rivoluzionari. I primi sono presi dall’idea di limitare il diritto a migrare degli operai arretrati, non sviluppati, soprattutto giapponesi e cinesi. In tali persone, lo spirito ristretto, di chiusura corporativa, di esclusivismo trade-unionista ha avuto il sopravvento sulla coscienza dei compiti socialisti: del lavoro per l’educazione e l’organizzazione di strati proletari non ancora attratti nel movimento operaio. [Lenin – Il Congresso socialista internazionale di Stoccarda, settembre 1907]
Il capitalismo ha creato un tipo particolare di migrazione dei popoli. I paesi che dal punto di vista industriale si sviluppano in fretta, introducendo nuovi macchinari, eliminando dal mercato mondiale i paesi arretrati, aumentano i salari al di sopra della media e attirano operai salariati dai paesi arretrati.
Centinaia di migliaia di operai si spostano in tal modo per centinaia e migliaia di vërste. Il capitalismo avanzato li trascina a forza nel proprio vortice, li strappa dai posti sperduti, li rende parte del movimento storico mondiale, li mette faccia a faccia con la possente, unita, classe internazionale degli industriali.
Non c’è dubbio che solo l’estrema miseria costringe le persone ad abbandonare la patria, che i capitalisti sfruttano nel modo più sfrontato gli operai migranti. Ma solo i reazionari possono chiudere gli occhi sul significato progressivo di questa moderna migrazione di popoli. La liberazione dall’oppressione del capitale non c’è e non può esserci al di fuori dell’ulteriore sviluppo del capitalismo, al di fuori della lotta di classe sul suo terreno. Proprio a tale lotta il capitalismo attrae le masse lavoratrici di tutto il mondo, rompendo l’immobilismo e l’arretratezza della vita locale, distruggendo gli steccati nazionali e i pregiudizi, unendo insieme gli operai di tutti i paesi nelle grandi fabbriche e miniere d’America, Germania, ecc.
(…) Quanto più arretrato è un paese, tanto più fornisce operai non qualificati, “manovali”, braccianti. Le nazioni avanzate prendono per sé, per così dire, le occupazioni a più alto salario, lasciando ai paesi semibarbari quelle peggiori.
(…) La borghesia aizza gli operai di una nazione contro gli operai di un’altra, cercando di dividerli. Gli operai coscienti, comprendendo l’inevitabilità e il carattere progressivo della rottura di tutti gli steccati nazionali da parte del capitalismo, cercano di aiutare l’educazione e l’organizzazione dei loro compagni dei paesi arretrati. [Lenin – Il capitalismo e l’immigrazione degli operai, ottobre 1913]
Nel novero delle particolarità dell’imperialismo, legate coi fenomeni descritti, rientra la diminuzione dell’emigrazione dai paesi imperialisti e l’aumento dell’immigrazione (arrivo di operai e migrazione) in questi paesi dai paesi più arretrati, con salari più bassi... L’imperialismo ha la tendenza a selezionare tra gli operai settori privilegiati e dividerli dalla più larga massa del proletariato. [Lenin – L’imperialismo come fase suprema del capitalismo, gennaio-giugno1916]
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07/04/2018
Il Sindaco gratis, ma lontano dai riflettori
In un periodo in cui il dibattito politico è stata monopolizzato dalla sovraesposizione mediatica della corsa in autobus del grillino Fico, poco spazio invece è stato dato nei giornali alla bella storia tutta marchigiana del sindaco di Gagliole, Mauro Riccioni.
Gagliole è un paesino di 730 anime in provincia di Macerata, feudo della Democrazia Cristiana fino agli anni ’90, colpito come altri centri della provincia dal terremoto che mise in ginocchio l’Italia centrale nel 2016.
Riccioni, avvocato e militante del Partito Comunista, è stato eletto cinque anni fa concorrendo alla carica di primo cittadino con una lista civica.
Ereditando un Comune con un deficit economico significativo, da subito ha rinunciato alla sua indennità di € 970 mensili e agli altri benefit, imitato dalla Giunta e dai Consiglieri Comunali, rendendosi protagonista di tante iniziative: i fondi accantonati con i tagli, infatti, hanno reso possibile l’istituzione della mensa per i bambini dell’asilo e servizi gratuiti quali l’assistenza domiciliare agli anziani e l’accompagnamento dei disabili.
La sua Amministrazione ha poi preferito puntare sulla professionalità dei dipendenti comunali anziché ad onerose consulenze esterne e la scelta si è rivelata azzeccata, visto che è valsa, come afferma, un risparmio in cinque anni di circa € 400.000.
Significativa anche la scelta di ricorrere al Segretario Comunale solo per i compiti strettamente necessari, tra i quali la verbalizzazioni delle sedute dei Consigli Comunali, che ha comportato un ulteriore risparmio di circa € 210.000.
Contestualmente, in questi ultimi anni a Gagliole sono state assegnate le case popolari a tutti gli aventi diritto e ciliegina sulla torta, non sono state aumentate le imposte.
Sindaco la sua scelta e quella dei suoi assessori è stata esemplare. Lei è di sinistra e non è un mistero, ma proprio a sinistra negli ultimi anni il tema del contrasto ai privilegi della politica è spesso passato in secondo piano, finendo per essere cavalcato da altre forze politiche: non è stato secondo lei un errore di sostanza ancor prima che un errore sul piano elettorale?
Il tema del contrasto ai privilegi ha una connotazione etico-identitaria di sinistra. Oggi però il termine “sinistra” è alquanto abusato. Dice tutto e non dice nulla. Se vogliamo prendere in considerazione l’accezione storicamente conosciuta quale, “le forze politiche e sociali che si battono per un mondo più equo e più giusto tanto con visioni riformiste quanto rivoluzionarie”, possiamo dire che la questione dei privilegi è la base di ripartenza per ipotizzare una “nuova “sinistra. D’Alema ha preso pochissimi voti nel suo collegio elettorale. Ecco, D’Alema è proprio l’emblema di ciò che non dovrebbe essere la sinistra: lo scollamento con le masse, la politica fatta professione, l’ostentazione dei suoi yacht a Gallipoli. E gli elettori non lo hanno votato. Occorre ridurre le indennità e trovare forme di perequazione tra le indennità di funzione e la situazione specifica di chi va ad operare nelle istituzioni. Il Sindaco Gratis che rinuncia all’indennità può essere una soluzione. Ma non è l’unica e forse neanche la migliore. Occorre che nessuno con la politica si arricchisca né che perda il proprio lavoro o che abbia ripercussioni sul proprio reddito e patrimonio per il tanto tempo dedicato alla politica che lo sottrae dal lavoro, specie se lavora in proprio e non ha diritto alle aspettative. Il tema dei privilegi è complesso: andrebbe fatta una legge ad hoc. Ma prima ancora serve che chi imbocchi la via della politica, concepisca la stessa con grande spirito di servizio. Se non vi è questo slancio emotivo, ogni legge verrebbe aggirata.
Fonte
Gagliole è un paesino di 730 anime in provincia di Macerata, feudo della Democrazia Cristiana fino agli anni ’90, colpito come altri centri della provincia dal terremoto che mise in ginocchio l’Italia centrale nel 2016.
Riccioni, avvocato e militante del Partito Comunista, è stato eletto cinque anni fa concorrendo alla carica di primo cittadino con una lista civica.
Ereditando un Comune con un deficit economico significativo, da subito ha rinunciato alla sua indennità di € 970 mensili e agli altri benefit, imitato dalla Giunta e dai Consiglieri Comunali, rendendosi protagonista di tante iniziative: i fondi accantonati con i tagli, infatti, hanno reso possibile l’istituzione della mensa per i bambini dell’asilo e servizi gratuiti quali l’assistenza domiciliare agli anziani e l’accompagnamento dei disabili.
La sua Amministrazione ha poi preferito puntare sulla professionalità dei dipendenti comunali anziché ad onerose consulenze esterne e la scelta si è rivelata azzeccata, visto che è valsa, come afferma, un risparmio in cinque anni di circa € 400.000.
Significativa anche la scelta di ricorrere al Segretario Comunale solo per i compiti strettamente necessari, tra i quali la verbalizzazioni delle sedute dei Consigli Comunali, che ha comportato un ulteriore risparmio di circa € 210.000.
Contestualmente, in questi ultimi anni a Gagliole sono state assegnate le case popolari a tutti gli aventi diritto e ciliegina sulla torta, non sono state aumentate le imposte.
Sindaco la sua scelta e quella dei suoi assessori è stata esemplare. Lei è di sinistra e non è un mistero, ma proprio a sinistra negli ultimi anni il tema del contrasto ai privilegi della politica è spesso passato in secondo piano, finendo per essere cavalcato da altre forze politiche: non è stato secondo lei un errore di sostanza ancor prima che un errore sul piano elettorale?
Il tema del contrasto ai privilegi ha una connotazione etico-identitaria di sinistra. Oggi però il termine “sinistra” è alquanto abusato. Dice tutto e non dice nulla. Se vogliamo prendere in considerazione l’accezione storicamente conosciuta quale, “le forze politiche e sociali che si battono per un mondo più equo e più giusto tanto con visioni riformiste quanto rivoluzionarie”, possiamo dire che la questione dei privilegi è la base di ripartenza per ipotizzare una “nuova “sinistra. D’Alema ha preso pochissimi voti nel suo collegio elettorale. Ecco, D’Alema è proprio l’emblema di ciò che non dovrebbe essere la sinistra: lo scollamento con le masse, la politica fatta professione, l’ostentazione dei suoi yacht a Gallipoli. E gli elettori non lo hanno votato. Occorre ridurre le indennità e trovare forme di perequazione tra le indennità di funzione e la situazione specifica di chi va ad operare nelle istituzioni. Il Sindaco Gratis che rinuncia all’indennità può essere una soluzione. Ma non è l’unica e forse neanche la migliore. Occorre che nessuno con la politica si arricchisca né che perda il proprio lavoro o che abbia ripercussioni sul proprio reddito e patrimonio per il tanto tempo dedicato alla politica che lo sottrae dal lavoro, specie se lavora in proprio e non ha diritto alle aspettative. Il tema dei privilegi è complesso: andrebbe fatta una legge ad hoc. Ma prima ancora serve che chi imbocchi la via della politica, concepisca la stessa con grande spirito di servizio. Se non vi è questo slancio emotivo, ogni legge verrebbe aggirata.
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15/03/2017
Direttori dei giornali? Liberisti col culo degli altri
Come si fa informazione in Italia? Malissimo non c’è che dire... Non per caso siamo precipitati al 77° posto nella classifica mondiale in tema di libertà di stampa.
Di chi è la colpa? Fondamentalmente degli editori, veri e propri padri padroni che quasi sempre hanno interessi prioritari in altri comparti produttivi e usano i giornali come manganello personale o di piccolo gruppo (La Stampa-Fiat, Corriere-“ex salotti buoni milanesi”, Il Messaggero-Caltagirone, ecc.), per sostenere campagne favorevoli ai propri interessi o per contrastare gli interessi altrui.
E’ colpa anche dei giornalisti, ovviamente, che si piegano più che volentieri a certi interessi. Quelli famosi (non tutti, sappiamo distinguere molto bene) in cambio di contratti favolosi, pieni di benefit (cellulare, portatile, auto nuova ogni anno o due, pasti nei migliori ristoranti, ecc.) che da soli pesano molto più di uno stipendio appetibile; quelli alle prime armi per manifesta inferiorità contrattuale, con meno di un voucher “a pezzo”, incollati alla speranza – quasi sempre vana – di un contratto vero.
Altrettanto ovviamente è colpa dei direttori, snodo fondamentale tra interessi padronali e linea editoriale. Qui gli stipendi sono quasi dei segreti di stato. Sono cose fin troppo ovvie, in un paese dove la corruzione più diffusa è quella deontologica; a qualsiasi livello.
Stupisce semmai la protervia con cui direttori e giornalisti si lanciano contro i vari “furbetti” (del cartellino, dello scontrino, del certificato medico, ecc.), i cui comportamenti sono solo l’altra faccia dei propri. A livello molto più misero, stipendialmente parlando...
Sì, va bene, si dice e si sospetta... Ma avete qualche prova? Stavolta sì. Le ha pubblicate Business Insider, quotidiano di informazione economica collegato con il gruppo Repubblica-l’Espresso. Una scrittura privata con cui l’ormai ex direttore de IlSole24Ore, Roberto Napoletano, si garantiva una buonuscita extra nel caso di licenziamento senza giusta causa da parte dell’editore.
Vabbeh, direte ancora, che c’è di strano? Si è “parato il culo”, come si dice a Roma.
Il problema, tutto etico e anche deontologico, è che l’editore del Sole si chiama Confindustria, associazione delle imprese italiane. Quella che più di ogni altro – insieme alla Bce e all’Unione Europea – ha premuto per venti anni affinché fosse abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ossia quello che proteggeva un tempo i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa (ovvero dall’arbitrio padronale).
Pretesa finalmente soddisfatta dal governo guidato da Matteo Renzi, cui IlSole24Ore guidato da Roberto Napoletano ha indicato per mesi la linea da seguire, ironizzando sulle “tutele preistoriche” del lavoro, sul “feticcio dell’art. 18”, sul “dualismo ingiusto del mercato del lavoro” (c’era chi non lo aveva, perché dipendente da imprese con meno di 15 dipendenti), sui “privilegiati” che ne erano protetti, intervistando sull’argomento – un giorno sì e l’altro pure – tutti i più fanatici abolizionisti del “preistorico” articolo (risaliva al 1970, mica agli antichi romani), da Pietro Ichino a Tito Boeri.
Una campagna battente, continua, forsennata. Chi la dirigeva – Napoletano – si era però voluto mettere sontuosamente al riparo dalle conseguenze del suo stesso successo. Con una mossa di cui lasciamo volentieri la sintesi a Francesca Fornario:
p.s. Qui di seguito il testo della scrittura privata:
Fonte
Di chi è la colpa? Fondamentalmente degli editori, veri e propri padri padroni che quasi sempre hanno interessi prioritari in altri comparti produttivi e usano i giornali come manganello personale o di piccolo gruppo (La Stampa-Fiat, Corriere-“ex salotti buoni milanesi”, Il Messaggero-Caltagirone, ecc.), per sostenere campagne favorevoli ai propri interessi o per contrastare gli interessi altrui.
E’ colpa anche dei giornalisti, ovviamente, che si piegano più che volentieri a certi interessi. Quelli famosi (non tutti, sappiamo distinguere molto bene) in cambio di contratti favolosi, pieni di benefit (cellulare, portatile, auto nuova ogni anno o due, pasti nei migliori ristoranti, ecc.) che da soli pesano molto più di uno stipendio appetibile; quelli alle prime armi per manifesta inferiorità contrattuale, con meno di un voucher “a pezzo”, incollati alla speranza – quasi sempre vana – di un contratto vero.
Altrettanto ovviamente è colpa dei direttori, snodo fondamentale tra interessi padronali e linea editoriale. Qui gli stipendi sono quasi dei segreti di stato. Sono cose fin troppo ovvie, in un paese dove la corruzione più diffusa è quella deontologica; a qualsiasi livello.
Stupisce semmai la protervia con cui direttori e giornalisti si lanciano contro i vari “furbetti” (del cartellino, dello scontrino, del certificato medico, ecc.), i cui comportamenti sono solo l’altra faccia dei propri. A livello molto più misero, stipendialmente parlando...
Sì, va bene, si dice e si sospetta... Ma avete qualche prova? Stavolta sì. Le ha pubblicate Business Insider, quotidiano di informazione economica collegato con il gruppo Repubblica-l’Espresso. Una scrittura privata con cui l’ormai ex direttore de IlSole24Ore, Roberto Napoletano, si garantiva una buonuscita extra nel caso di licenziamento senza giusta causa da parte dell’editore.
Vabbeh, direte ancora, che c’è di strano? Si è “parato il culo”, come si dice a Roma.
Il problema, tutto etico e anche deontologico, è che l’editore del Sole si chiama Confindustria, associazione delle imprese italiane. Quella che più di ogni altro – insieme alla Bce e all’Unione Europea – ha premuto per venti anni affinché fosse abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ossia quello che proteggeva un tempo i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa (ovvero dall’arbitrio padronale).
Pretesa finalmente soddisfatta dal governo guidato da Matteo Renzi, cui IlSole24Ore guidato da Roberto Napoletano ha indicato per mesi la linea da seguire, ironizzando sulle “tutele preistoriche” del lavoro, sul “feticcio dell’art. 18”, sul “dualismo ingiusto del mercato del lavoro” (c’era chi non lo aveva, perché dipendente da imprese con meno di 15 dipendenti), sui “privilegiati” che ne erano protetti, intervistando sull’argomento – un giorno sì e l’altro pure – tutti i più fanatici abolizionisti del “preistorico” articolo (risaliva al 1970, mica agli antichi romani), da Pietro Ichino a Tito Boeri.
Una campagna battente, continua, forsennata. Chi la dirigeva – Napoletano – si era però voluto mettere sontuosamente al riparo dalle conseguenze del suo stesso successo. Con una mossa di cui lasciamo volentieri la sintesi a Francesca Fornario:
Il direttore del Sole 24 Ore (indagato per magheggi finanziari) aveva firmato una scrittura privata che gli garantiva di dirigere il quotidiano di Confidustria – schierato a favore della cancellazione dell'Articolo 18 voluta da Renzi – con la garanzia che, in caso di licenziamento senza giusta causa, a lui avrebbero sborsato 3 anni di stipendio,ovvero 2 milioni e 250mila euro, in aggiunta all’indennità sostitutiva del preavviso e al Tfr. Liberisti col culo degli altri.Non ci sembra si possa aggiungere niente altro. Altrimenti, come recita D’Alema in un frame riproposto da Blob, si finisce per auspicare “un gesto impolitico” contro degli autentici leccaculo privilegiati...
p.s. Qui di seguito il testo della scrittura privata:
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22/02/2017
Tumulti corporativi
Non è certo per casualità che la reazione corporativa dei tassisti
sia brodo di coltura dell’estrema destra. Se ha ancora un senso storico
l’attualizzazione del concetto di fascismo (non quello di neofascismo,
attenzione), questo si ritrova esattamente nei tumulti corporativi dei
tassisti, a Roma come in Italia, in Europa e nel resto del globo. E’ la
reazione ad una perdita di status socio-economico quella che spinge i
tassisti alla mobilitazione. Ma se fosse solo questo, potrebbe apparire
speculare alla difesa degli altri innumerevoli diritti sociali
calpestati dal liberismo. In realtà, per i
tassisti il nocciolo della questione non è la lotta alla “sharing
economy” o alle varie articolazioni del capitalismo pervasivo
globalizzato: ogni tassista infatti, al di fuori del proprio problema
corporativo, è ben contento di aumentare il proprio apparente potere
d’acquisto girando il mondo con le compagnie low fares, pernottando su Airbnb, prenotando la cena su Foodora o Deliveroo, scaricando musica da Spotify, spostandosi con Blablacar, e
via elencando le innumerevoli altre applicazioni che “disintermediano”
il rapporto tra “produttore” e “consumatore”. Non fossero direttamente
coinvolti, non avrebbero problemi neanche a servirsi di Uber, ovviamente
fuori dal proprio territorio lavorativo. Alla protesta tassista, ovvero
al fascismo in essa contenuta, non interessa e anzi viene
esplicitamente rifiutato il discorso generale di critica dell’economia
politica contemporanea. Ai tassisti interessa unicamente difendere il
proprio status economico, che è quello di una piccola borghesia che vede
perdere il proprio potere di rendita stabilito dalla licenza. Una
licenza per cui si sono indebitati, e che li avrebbe dovuti trasformare,
nei sogni di gloria di questa borghesia pezzente, in rentier post-litteram. Questo
investimento viene ora messo in crisi dalle trasformazioni del
capitalismo liberista, che per definizione spezza ogni piccola rendita
di posizione che non sia fondata sulle grosse concentrazioni
finanziarie. Il resto dei rapporti sociali non verrebbero minimamente
intaccati dall’eventuale vittoria della lobby tassista sul governo. E’
una mobilitazione ad uso e consumo di una categoria, non generale né
generalizzabile. L’esatto opposto delle vertenze sindacali, che nello
stesso momento in cui risolvono un problema particolare (la singola
vertenza), guadagnano diritti per tutta la società salariata. Questa la
differenza tra protesta sindacale e lobbismo corporativo: quest’ultimo
si caratterizza come reazione a una perdita del privilegio, non
allargamento dei diritti erga omnes.
Ovviamente, alle spalle della retorica sulla sharing economy si nasconde il frutto avvelenato del più complessivo attacco ai diritti sociali dei lavoratori salariati. Un attacco che non avviene “per decreto”, non è cioè volontà politica di questo o quel soggetto ideologico. Sta, al contrario, nella dinamica stessa del capitalismo, che innovando costantemente il proprio modo di riproduzione fa macerie delle modalità non più utili alla valorizzazione del profitto. Uber, come il resto della sharing economy, non è stato “inventato” o concepito assecondando qualche linea politica: è l’inevitabile traiettoria del capitalismo nella sua forma liberista contemporanea. I tassisti, in questo simili al mondo artigianale dei mestieri dileguatosi alla fine dell’Ottocento, non possono più essere compresi nel flusso economico-produttivo dell’economia globale. Per questo spariranno, nel senso che rimarranno come curiosità turistica, ma perderanno ogni funzione reale nella mobilità urbana. Come i risciò in Cina, chi ne deterrà il monopolio continuerà magari a guadagnarci, ma trasformando il proprio ruolo da centrale a marginale. D’altronde, il fordismo non ha certo estinto il piccolo o medio artigianato. Ne ha cambiato semplicemente di segno: da modello produttivo-riproduttivo tipico di una certa società, a fantasia elitaria per ristrette cerchie abbienti della popolazione.
Questo non si traduce evidentemente in una resa alla pervasività di un liberismo che tende apparentemente alla “condivisione” riproduttiva, in realtà al controllo monopolistico dei fattori di produzione. Ma è una battaglia politica, non corporativa contro questa o quella fastidiosa applicazione post-moderna. Ed è, per ciò stesso, una battaglia generale contro un modello produttivo, che non preveda fughe all’indietro verso bei mondi antichi, ma la capacità di controllo di quei flussi del capitale oggi completamenti anarchici e, proprio per questo, controllati dal capitale più grande su quello più piccolo. Non ci sarà alcuna resistenza che non passi dal controllo pubblico, cioè politico, su quei flussi del capitale. Ma questo è proprio ciò che i tassisti non vogliono, perché manderebbe in crisi le fondamenta su cui si basa quel sogno di gloria di questa borghesia pezzente: mimare un modo di riproduzione capitalistico senza possederne i capitali.
Fonte
Ovviamente, alle spalle della retorica sulla sharing economy si nasconde il frutto avvelenato del più complessivo attacco ai diritti sociali dei lavoratori salariati. Un attacco che non avviene “per decreto”, non è cioè volontà politica di questo o quel soggetto ideologico. Sta, al contrario, nella dinamica stessa del capitalismo, che innovando costantemente il proprio modo di riproduzione fa macerie delle modalità non più utili alla valorizzazione del profitto. Uber, come il resto della sharing economy, non è stato “inventato” o concepito assecondando qualche linea politica: è l’inevitabile traiettoria del capitalismo nella sua forma liberista contemporanea. I tassisti, in questo simili al mondo artigianale dei mestieri dileguatosi alla fine dell’Ottocento, non possono più essere compresi nel flusso economico-produttivo dell’economia globale. Per questo spariranno, nel senso che rimarranno come curiosità turistica, ma perderanno ogni funzione reale nella mobilità urbana. Come i risciò in Cina, chi ne deterrà il monopolio continuerà magari a guadagnarci, ma trasformando il proprio ruolo da centrale a marginale. D’altronde, il fordismo non ha certo estinto il piccolo o medio artigianato. Ne ha cambiato semplicemente di segno: da modello produttivo-riproduttivo tipico di una certa società, a fantasia elitaria per ristrette cerchie abbienti della popolazione.
Questo non si traduce evidentemente in una resa alla pervasività di un liberismo che tende apparentemente alla “condivisione” riproduttiva, in realtà al controllo monopolistico dei fattori di produzione. Ma è una battaglia politica, non corporativa contro questa o quella fastidiosa applicazione post-moderna. Ed è, per ciò stesso, una battaglia generale contro un modello produttivo, che non preveda fughe all’indietro verso bei mondi antichi, ma la capacità di controllo di quei flussi del capitale oggi completamenti anarchici e, proprio per questo, controllati dal capitale più grande su quello più piccolo. Non ci sarà alcuna resistenza che non passi dal controllo pubblico, cioè politico, su quei flussi del capitale. Ma questo è proprio ciò che i tassisti non vogliono, perché manderebbe in crisi le fondamenta su cui si basa quel sogno di gloria di questa borghesia pezzente: mimare un modo di riproduzione capitalistico senza possederne i capitali.
Fonte
13/08/2016
La sostanza della sinistra parlamentare
Sarebbe troppo facile, anche se opportuno, sparare a zero contro tale
Arcangelo Sannicandro, rappresentante della sinistra “radicale” di lungo
corso, esponente di Rifondazione comunista prima e di Sinistra e
libertà dopo. La verve con cui rivendicava il diritto a non mischiarsi coi metalmeccanici,
la pretesa di difendere il proprio status non solo nel percepire
guadagni infinitamente maggiori, ma di far parte di un altro mondo, con
altre regole, descrive il senso della sinistra di questi anni. Lui,
poveretto, ne è solo un involontario emblema: ricco avvocato d’istinti
illuministici, sicuramente progressista e dai buoni sentimenti, forse
anche una “persona per bene”, onesta, laboriosa e via dicendo.
Il problema, il vero problema, è che la “sinistra”, con queste virtù morali e/o etiche, dovrebbe avere ben poco a che fare. Negli anni si sono però confusi ruoli e compiti, e oggi ci ritroviamo nel punto in cui sinistra fa rima con Arcangelo Sannicandro. E vale davvero poco la pretesa di prendere le distanze da questo personaggio, perché quello che questo pezzente esprime in forma immediata e rozza è la medesima sostanza che caratterizza la sinistra “radicale” italiana da un trentennio a questa parte. La sinistra dei diritti, quella civica, cittadinista, illuminata, interclassista, dei buoni sentimenti, delle “buone pratiche”, del “buon governo territoriale”. Il parlamentare di Sel è solo la punta d’iceberg di un percorso storico che riguarda tanta parte di questa sinistra, in parlamento ma non solo. E allora c’è poco da scandalizzarci. Qualche maître a penseer più scaltro e scafato avrebbe cambiato la forma ma non la sostanza, come abbiamo visto in questi anni.
Il paradosso è che in via teorica il parlamentare sinistrato avrebbe addirittura ragione, ma non dal suo punto di vista. La sua irritazione è volta a difendere un privilegio di classe, mentre un discorso serio dovrebbe ammettere che la lotta alla mediazione politica, all’illusorio e falsamente pauperistico attacco alla casta, è un terreno di scontro che la sinistra dovrebbe rifiutare, sebbene in forma intelligente e non meccanica o replicando modelli inattuali. Il problema non è togliere soldi ai rappresentanti politici, ma una politica che riduca lo squilibrio tra i redditi da capitale e quelli da lavoro salariato. Il feticcio dello “stipendio del parlamentare” – che, per sineddoche, racchiude la retorica sui “costi della politica” – consente di camuffare il problema spingendo la popolazione a concentrarsi sull’effimero piuttosto che sul sostanziale. Ma per portare avanti un discorso del genere, senza cadere nella brace della difesa dei privilegi evidenti dei rappresentanti in parlamento, bisognerebbe riaffermare il senso dell’organizzazione politica, riaffermare il valore di una divisione dei compiti e dei ruoli, combattere il feticcio dell’impossibile orizzontalità in favore di un riqualificato senso dell’organizzazione e della rappresentanza. Siccome in questi anni si è andato in tutt’altra direzione, contribuendo a destrutturare non la rappresentanza parlamentare, ma il concetto stesso di organizzazione e rappresentanza, ci troviamo all’interno di un circolo vizioso da cui non se ne esce: il parlamentare idiota difende i suoi privilegi, ma i discorsi che lo attaccano contribuiscono all’avanzata di forme di pensiero populista che riduce ulteriormente qualsiasi possibilità di rappresentanza delle ragioni della sinistra di classe.
All’interno di questo vortice degradante, stupirsi del successo del Movimento 5 Stelle, anche di fronte all’ormai comprovata incapacità di cambiare in alcun modo lo stato di cose presenti, non è più solo ingenuo ma colpevole. Non fosse esistito, anche in Italia avremmo un blocco reazionario davvero pericoloso, perché in grado di intercettare quegli umori di una popolazione che si scaglia contro questa sinistra à la Sannicandro, che agli occhi della popolazione non è “sinistra radicale”, ma “sistema politico”, senza altra distinzione.
Fonte
Il problema, il vero problema, è che la “sinistra”, con queste virtù morali e/o etiche, dovrebbe avere ben poco a che fare. Negli anni si sono però confusi ruoli e compiti, e oggi ci ritroviamo nel punto in cui sinistra fa rima con Arcangelo Sannicandro. E vale davvero poco la pretesa di prendere le distanze da questo personaggio, perché quello che questo pezzente esprime in forma immediata e rozza è la medesima sostanza che caratterizza la sinistra “radicale” italiana da un trentennio a questa parte. La sinistra dei diritti, quella civica, cittadinista, illuminata, interclassista, dei buoni sentimenti, delle “buone pratiche”, del “buon governo territoriale”. Il parlamentare di Sel è solo la punta d’iceberg di un percorso storico che riguarda tanta parte di questa sinistra, in parlamento ma non solo. E allora c’è poco da scandalizzarci. Qualche maître a penseer più scaltro e scafato avrebbe cambiato la forma ma non la sostanza, come abbiamo visto in questi anni.
Il paradosso è che in via teorica il parlamentare sinistrato avrebbe addirittura ragione, ma non dal suo punto di vista. La sua irritazione è volta a difendere un privilegio di classe, mentre un discorso serio dovrebbe ammettere che la lotta alla mediazione politica, all’illusorio e falsamente pauperistico attacco alla casta, è un terreno di scontro che la sinistra dovrebbe rifiutare, sebbene in forma intelligente e non meccanica o replicando modelli inattuali. Il problema non è togliere soldi ai rappresentanti politici, ma una politica che riduca lo squilibrio tra i redditi da capitale e quelli da lavoro salariato. Il feticcio dello “stipendio del parlamentare” – che, per sineddoche, racchiude la retorica sui “costi della politica” – consente di camuffare il problema spingendo la popolazione a concentrarsi sull’effimero piuttosto che sul sostanziale. Ma per portare avanti un discorso del genere, senza cadere nella brace della difesa dei privilegi evidenti dei rappresentanti in parlamento, bisognerebbe riaffermare il senso dell’organizzazione politica, riaffermare il valore di una divisione dei compiti e dei ruoli, combattere il feticcio dell’impossibile orizzontalità in favore di un riqualificato senso dell’organizzazione e della rappresentanza. Siccome in questi anni si è andato in tutt’altra direzione, contribuendo a destrutturare non la rappresentanza parlamentare, ma il concetto stesso di organizzazione e rappresentanza, ci troviamo all’interno di un circolo vizioso da cui non se ne esce: il parlamentare idiota difende i suoi privilegi, ma i discorsi che lo attaccano contribuiscono all’avanzata di forme di pensiero populista che riduce ulteriormente qualsiasi possibilità di rappresentanza delle ragioni della sinistra di classe.
All’interno di questo vortice degradante, stupirsi del successo del Movimento 5 Stelle, anche di fronte all’ormai comprovata incapacità di cambiare in alcun modo lo stato di cose presenti, non è più solo ingenuo ma colpevole. Non fosse esistito, anche in Italia avremmo un blocco reazionario davvero pericoloso, perché in grado di intercettare quegli umori di una popolazione che si scaglia contro questa sinistra à la Sannicandro, che agli occhi della popolazione non è “sinistra radicale”, ma “sistema politico”, senza altra distinzione.
Fonte
31/08/2015
Russia, proteste contro le diseguaglianze sociali e i privilegi
Manifestazioni organizzate dal Partito comunista della Federazione Russa contro la politica socio-economica del governo di Mosca si sono svolte sabato scorso un po' dappertutto nel paese. Nella capitale il leader Ghennadij Zjuganov ha sottolineato come il suo partito abbia “appoggiato le scelte presidenziali in occasione della vicenda della Crimea e in altre circostanze”, che hanno visto il Cremlino difendere gli interessi nazionali della Russia contro attacchi politici esterni, ma non ha mancato di denunciare gli indirizzi di politica interna che, secondo i comunisti russi, continuano a favorire esclusivamente gli interessi dell'oligarchia finanziaria.
Qual è in effetti, a grandi linee, la situazione sociale della Russia? Cosa pensano i russi del proprio paese e dei suoi dirigenti? Secondo un sondaggio condotto a luglio dalla società Romir e di cui Interfax ha dato notizia lo scorso 26 agosto, i russi sono oggi molto più orgogliosi del proprio paese e delle sue conquiste rispetto a qualche anno fa. Se nel 2003 il 25% degli intervistati dichiarava di non vedere nulla di cui andare orgogliosi, oggi la stessa risposta è data dal 6% soltanto e il 34% (era il 12% nel 2003) si dice orgoglioso di Vladimir Putin. Cresciuto anche il riconoscimento per i progressi nella cosmonautica (dal 1 al 10%), scientifici (dal 1 al 8%) e nel settore degli armamenti (dal 1 al 19%).
Ma, a fronte di questi dati, che possono testimoniare dell'umore “sovrastrutturale” dei russi, quanto favore riscuote oggi la politica governativa, in particolare quella sociale? Ancora una volta, se la linea di riaffermazione del peso internazionale della Russia, perseguita da Vladimir Putin, continua a godere dell'appoggio dei dirigenti del PC, non è così per quanto riguarda il corso di politica interna, a proposito del quale, ha detto Zjuganov, “ho l'impressione che nel governo ci siano alcuni autentici sabotatori. Non si sono trovati 140 miliardi di rubli per l'assistenza ai 12 milioni di “bambini della guerra” (i nati tra il 1928 e il 1945), ma si sono trovati 2 trilioni per i banchieri”. E' così che gli slogan che hanno scandito le manifestazioni dei comunisti sono stati “Dimissioni del governo liberale!”, “Abbasso il potere del capitale e dell'oligarchia!”. “Il nostro partito ha difeso e difenderà sempre gli interessi del popolo lavoratore” ha detto Zjuganov; “abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo che il capitalismo, soprattutto nella fattispecie dei truffatori e dei liberali, è fatale per la nostra nazione. Abbiamo dichiarato e dichiariamo: solo una svolta verso il socialismo e il governo del popolo può correggere una situazione così difficile e critica”.
Dunque, la situazione sociale, stando al vice premier Olga Golodets, ripresa da Interfax, vede un numero ufficiale di disoccupati, al 19 agosto scorso, prossimo al milione di persone. Poco o tanto? Per fare un sommario raffronto con l'Ucraina, l'Istituto ucraino di analisi e management stima che, entro l'inverno, la disoccupazione, aperta o mascherata, potrebbe raggiungere il 50%. In Russia, il Comitato per le statistiche registrava a gennaio 4,2 milioni di disoccupati, vale a dire il 5,5% della popolazione attiva; a giugno erano 4,1 milioni (5,4%). Secondo una ricerca del VTsIOM, le previsioni per l'occupazione non hanno subito sensibili variazioni tra gennaio e giugno. Il 31% degli intervistati nel sondaggio è convinto, in caso di perdita del posto di lavoro, di poter trovare una nuova occupazione nella stessa mansione, dandosi un po' da fare; ma il 30% teme di trovare non poche difficoltà e il 12% non spera di trovare nuova occupazione, senza subire perdite di salario o di mansione. Il 30% degli intervistati ha dichiarato di avere almeno un conoscente o un parente che ha perso il lavoro negli ultimi 2-3 mesi; il 9% ha più di quattro conoscenti disoccupati; il 22% ne ha due o tre. Al VTsIOM ricordano come, dopo la drammatica crisi del 2008, il 60% degli intervistati avesse dichiarato di avere più di un conoscente disoccupato.
All'interno dello stesso governo russo non c'è unanimità nel definire quale, tra la crisi attuale e quella di 7 anni fa, sia la più grave.
Anche se non manca chi si diletta a lamentare la retrocessione di ben 5 (!) russi da miliardari a “semplici” milionari nel giro della settimana del crollo mondiale delle borse, è chiaro che i problemi della popolazione russa sono quelli della realtà quotidiana, con i prezzi dei prodotti alimentari cresciuti in media del 30-35% rispetto al 2014, complici soprattutto le sanzioni occidentali e il continuo calo del prezzo del petrolio. Secondo l'agenzia Bloomberg, la popolarità di Putin (89% di consensi allo scorso giugno che, al momento, rappresenta l'apice del suo successo) comincerà a calare se il prezzo del greggio, da cui deriva il 45% delle entrate russe e il cui andamento è apertamente pilotato da USA e Arabia Saudita, scenderà fino a 30 $ al barile e ci sarà il crac economico se precipiterà a 22,5 $. Ma già con un prezzo intorno ai 40 $ - stamattina il Brent era quotato a 49,08 $, dopo il minimo di 43 $ raggiunto nei giorni scorsi – la massa di riserve valutarie comincerà a risentirne, per la necessità di sostenere il rublo in caduta.
In questa situazione, denunciava nelle scorse settimane il PC russo, a fronte di circa 23 milioni di persone considerate ufficialmente sotto la soglia di povertà e di altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese, la Banca centrale russa occupa il 19° posto tra i più grossi detentori di titoli di stato statunitensi, con 72 miliardi di $ a fine giugno. “Quali miracoli! Non investiamo nella nostra economia, i nostri cittadini diventano sempre più poveri, ma continuiamo a comprare titoli americani”. E come scriveva pochi giorni fa Sovetskaja Rossija, citando il Times, a causa della crisi, del crollo del prezzo del petrolio, delle sanzioni occidentali, dei bassi salari, cade la natalità, aumenta la mortalità per suicidi e alcolismo: secondo il direttore dell'Istituto di demografia e sviluppo, Jurij Krupnov, “nel 2050 dai 143 milioni attuali saremo scesi a 80 milioni”. Secondo il Ministero della sanità, nei primi 6 mesi del 2015 la mortalità è cresciuta del 5,2% rispetto al 2014, soprattutto tra le persone di età dai 30 ai 45 anni o anche più giovani. Secondo l'OMS, l'aspettativa di vita tra le donne è di 75 anni, ma tra “gli uomini è di appena 63 anni, un anno meno che nel Ruanda”. In ogni caso, il corso liberal-oligarchico, per ora, non sembra subire grandi scosse: è di questi giorni la firma presidenziale al decreto sul consolidamento delle quote private nel controllo di uno dei tre aeroporti internazionali moscoviti, quello di Šeremetevo, dopo che la USM Advisors di Ališer Usmanov (il primo miliardario russo, secondo Forbes, con un patrimonio che raggiunge i 20 miliardi di $), attraverso delle sue affiliate offshore, si era già assicurato il controllo del 60% di un altro aeroporto internazionale moscovita, quello di Vnukovo. I comunisti denunciano l'affitto di vasti territori (soprattutto investitori cinesi nella Russia orientale), la svendita delle risorse naturali, con i profitti dalla vendita del petrolio che ammontano a 16 trilioni di $ ma di cui solo 6 finiscono nelle casse dello stato; denunciano 40 milioni di ettari di seminativo lasciati incolti, con la produzione agricola caduta del 50%; e poi tagli alla spesa sociale; istruzione e medicina non più gratuite; innalzamento dell'età pensionabile...
E va ancora bene che, in Russia, ci sia comunque una qualche organizzazione politica che ricorda a chi giovino tali delizie a noi ben conosciute.
Fonte
Qual è in effetti, a grandi linee, la situazione sociale della Russia? Cosa pensano i russi del proprio paese e dei suoi dirigenti? Secondo un sondaggio condotto a luglio dalla società Romir e di cui Interfax ha dato notizia lo scorso 26 agosto, i russi sono oggi molto più orgogliosi del proprio paese e delle sue conquiste rispetto a qualche anno fa. Se nel 2003 il 25% degli intervistati dichiarava di non vedere nulla di cui andare orgogliosi, oggi la stessa risposta è data dal 6% soltanto e il 34% (era il 12% nel 2003) si dice orgoglioso di Vladimir Putin. Cresciuto anche il riconoscimento per i progressi nella cosmonautica (dal 1 al 10%), scientifici (dal 1 al 8%) e nel settore degli armamenti (dal 1 al 19%).
Ma, a fronte di questi dati, che possono testimoniare dell'umore “sovrastrutturale” dei russi, quanto favore riscuote oggi la politica governativa, in particolare quella sociale? Ancora una volta, se la linea di riaffermazione del peso internazionale della Russia, perseguita da Vladimir Putin, continua a godere dell'appoggio dei dirigenti del PC, non è così per quanto riguarda il corso di politica interna, a proposito del quale, ha detto Zjuganov, “ho l'impressione che nel governo ci siano alcuni autentici sabotatori. Non si sono trovati 140 miliardi di rubli per l'assistenza ai 12 milioni di “bambini della guerra” (i nati tra il 1928 e il 1945), ma si sono trovati 2 trilioni per i banchieri”. E' così che gli slogan che hanno scandito le manifestazioni dei comunisti sono stati “Dimissioni del governo liberale!”, “Abbasso il potere del capitale e dell'oligarchia!”. “Il nostro partito ha difeso e difenderà sempre gli interessi del popolo lavoratore” ha detto Zjuganov; “abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo che il capitalismo, soprattutto nella fattispecie dei truffatori e dei liberali, è fatale per la nostra nazione. Abbiamo dichiarato e dichiariamo: solo una svolta verso il socialismo e il governo del popolo può correggere una situazione così difficile e critica”.
Dunque, la situazione sociale, stando al vice premier Olga Golodets, ripresa da Interfax, vede un numero ufficiale di disoccupati, al 19 agosto scorso, prossimo al milione di persone. Poco o tanto? Per fare un sommario raffronto con l'Ucraina, l'Istituto ucraino di analisi e management stima che, entro l'inverno, la disoccupazione, aperta o mascherata, potrebbe raggiungere il 50%. In Russia, il Comitato per le statistiche registrava a gennaio 4,2 milioni di disoccupati, vale a dire il 5,5% della popolazione attiva; a giugno erano 4,1 milioni (5,4%). Secondo una ricerca del VTsIOM, le previsioni per l'occupazione non hanno subito sensibili variazioni tra gennaio e giugno. Il 31% degli intervistati nel sondaggio è convinto, in caso di perdita del posto di lavoro, di poter trovare una nuova occupazione nella stessa mansione, dandosi un po' da fare; ma il 30% teme di trovare non poche difficoltà e il 12% non spera di trovare nuova occupazione, senza subire perdite di salario o di mansione. Il 30% degli intervistati ha dichiarato di avere almeno un conoscente o un parente che ha perso il lavoro negli ultimi 2-3 mesi; il 9% ha più di quattro conoscenti disoccupati; il 22% ne ha due o tre. Al VTsIOM ricordano come, dopo la drammatica crisi del 2008, il 60% degli intervistati avesse dichiarato di avere più di un conoscente disoccupato.
All'interno dello stesso governo russo non c'è unanimità nel definire quale, tra la crisi attuale e quella di 7 anni fa, sia la più grave.
Anche se non manca chi si diletta a lamentare la retrocessione di ben 5 (!) russi da miliardari a “semplici” milionari nel giro della settimana del crollo mondiale delle borse, è chiaro che i problemi della popolazione russa sono quelli della realtà quotidiana, con i prezzi dei prodotti alimentari cresciuti in media del 30-35% rispetto al 2014, complici soprattutto le sanzioni occidentali e il continuo calo del prezzo del petrolio. Secondo l'agenzia Bloomberg, la popolarità di Putin (89% di consensi allo scorso giugno che, al momento, rappresenta l'apice del suo successo) comincerà a calare se il prezzo del greggio, da cui deriva il 45% delle entrate russe e il cui andamento è apertamente pilotato da USA e Arabia Saudita, scenderà fino a 30 $ al barile e ci sarà il crac economico se precipiterà a 22,5 $. Ma già con un prezzo intorno ai 40 $ - stamattina il Brent era quotato a 49,08 $, dopo il minimo di 43 $ raggiunto nei giorni scorsi – la massa di riserve valutarie comincerà a risentirne, per la necessità di sostenere il rublo in caduta.
In questa situazione, denunciava nelle scorse settimane il PC russo, a fronte di circa 23 milioni di persone considerate ufficialmente sotto la soglia di povertà e di altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese, la Banca centrale russa occupa il 19° posto tra i più grossi detentori di titoli di stato statunitensi, con 72 miliardi di $ a fine giugno. “Quali miracoli! Non investiamo nella nostra economia, i nostri cittadini diventano sempre più poveri, ma continuiamo a comprare titoli americani”. E come scriveva pochi giorni fa Sovetskaja Rossija, citando il Times, a causa della crisi, del crollo del prezzo del petrolio, delle sanzioni occidentali, dei bassi salari, cade la natalità, aumenta la mortalità per suicidi e alcolismo: secondo il direttore dell'Istituto di demografia e sviluppo, Jurij Krupnov, “nel 2050 dai 143 milioni attuali saremo scesi a 80 milioni”. Secondo il Ministero della sanità, nei primi 6 mesi del 2015 la mortalità è cresciuta del 5,2% rispetto al 2014, soprattutto tra le persone di età dai 30 ai 45 anni o anche più giovani. Secondo l'OMS, l'aspettativa di vita tra le donne è di 75 anni, ma tra “gli uomini è di appena 63 anni, un anno meno che nel Ruanda”. In ogni caso, il corso liberal-oligarchico, per ora, non sembra subire grandi scosse: è di questi giorni la firma presidenziale al decreto sul consolidamento delle quote private nel controllo di uno dei tre aeroporti internazionali moscoviti, quello di Šeremetevo, dopo che la USM Advisors di Ališer Usmanov (il primo miliardario russo, secondo Forbes, con un patrimonio che raggiunge i 20 miliardi di $), attraverso delle sue affiliate offshore, si era già assicurato il controllo del 60% di un altro aeroporto internazionale moscovita, quello di Vnukovo. I comunisti denunciano l'affitto di vasti territori (soprattutto investitori cinesi nella Russia orientale), la svendita delle risorse naturali, con i profitti dalla vendita del petrolio che ammontano a 16 trilioni di $ ma di cui solo 6 finiscono nelle casse dello stato; denunciano 40 milioni di ettari di seminativo lasciati incolti, con la produzione agricola caduta del 50%; e poi tagli alla spesa sociale; istruzione e medicina non più gratuite; innalzamento dell'età pensionabile...
E va ancora bene che, in Russia, ci sia comunque una qualche organizzazione politica che ricorda a chi giovino tali delizie a noi ben conosciute.
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04/11/2013
L’incredibile perizia medica per la Ligresti: se anche il carcere divide i ricchi dai poveri
La galera non si augura a nessuno, nemmeno ai nemici. Nemmeno ai ricchi, stavamo per dire. Poi ci è capitato questo articolo scritto peraltro sul moderatissimo Repubblica, dalla certo non estremista - ma seria - sociologa Chiara Saraceno, e ci siamo fermati.
Il problema è in fondo semplice: i ricchi in galera ci vanno poco, e solo in casi estremi, perché hanno loro il pallino del potere in mano. Loro hanno segnalato buona parte dei governanti per la nomina, loro possiedono le conoscenze e i numeri di telefono giusti, loro possono "sistemare" situazioni che per qualunque comune mortale sono drammatiche.
Loro possono naturalmente anche pagare medici, periti e perizie mediche. Ma fin qui mai ci era capitato di sentir teorizzare - da un perito affettuoso, ma evidentemente poco attento alla propria credibilità - che chi è possidente "non può" sopravvivere alla galera perché troppo abituato a diversi e più salubri standard di vita. I poveri, invece, e come si sa, possono tollerare tutto. Anche la galera. Per fortuna che siamo di sana e robusta costituzione, anche se con le tasche vuote...
Vien quasi da rimpiangere i tempi in cui era prevista la galera per debiti... e anche per i fallimenti. Tre quarti della classe dirigente attuale, a partire da quella imprenditorial-finanziaria, sarebbe permanentemente "al gabbio".
*****
Forse a Giulia Ligresti non occorreva neppure l’interessamento della ministra della Giustizia Cancellieri perché il tribunale valutasse il suo stato di salute come troppo rischioso per la sua incolumità psico-fisica e quindi ne decidesse la scarcerazione. Bastava la sua condizione di persona ricca e privilegiata, non abituata quindi ai disagi. Secondo la perizia medica alla base della decisione del tribunale, infatti, proprio la sua condizione di persona abituata ai privilegi e agli agi l’ha resa particolarmente inadatta a sostenere l’esperienza carceraria. Secondo il perito, Giulia Ligresti soffriva “di un disturbo dell’adattamento, che è un evento stressante in modo più evidente per chi sia alla prima detenzione e in particolar modo per chi sia abituato a una vita particolarmente agiata, nella quale abbia avuto poche possibilità di formarsi in situazioni che possano, anche lontanamente, preparare alla condizione di restrizione della libertà e promiscuità correlate alla carcerazione».
Se ne deduce che invece chi non è abituato a una vita particolarmente agiata ha più facilità ad adattarsi alle condizioni di vita in carcere. Ne deriva, per seguire fino in fondo la logica di questo ragionamento, che l’istituzione carceraria deve essere particolarmente attenta ai bisogni e alle difficoltà di chi arriva in carcere da una vita di privilegi. Una attenzione che invece non è necessaria nei confronti dei poveri cristi che ci arrivano da vite modeste. Le “difficoltà di adattamento” di questi ultimi, e più generalmente il loro malessere, devono essere molto più vistosi per avere una possibilità di essere presi in considerazione. E non sempre ciò basta, proprio perché mancano loro le conoscenze, il know how, per mobilitare perizie e richiamare l’attenzione. Se poi, oltre a non essere agiate, presentano anche qualche tipo di vulnerabilità sociale (piccoli precedenti, tossicodipendenza, segnalazione ai servizi sociali e simili), le loro condizioni di malessere rischiano di essere sistematicamente ignorate o sottovalutate - qualche volta fino alla morte, come è avvenuto per il povero Cucchi: prima picchiato da chi lo aveva arrestato, poi lasciato morire dai medici per carenza di assistenza medica e per mancanza di cibo e di liquidi.
La ministra Cancellieri afferma di essere intervenuta per motivi umanitari e di averlo fatto in un altro centinaio di casi rimasti sconosciuti e riguardanti sconosciuti. Sarà sicuramente vero. Ma proprio per questo preoccupante, soprattutto se messo insieme alle argomentazioni del perito del caso Ligresti. Segnala che, nel girone infernale delle carceri italiane, la possibilità che i detenuti continuino a essere considerati esseri umani con diritto alla dignità e integrità personale e alla cura è affidato - come nell’ancien régime - alla discrezionalità di chi ha il potere di accogliere una supplica o ai privilegi riconosciuti alla ricchezza e allo status sociale - incluso il privilegio di vedersi riconosciuto un plus
di vulnerabilità e sofferenza. Quanti altri detenuti si trovano in condizioni di “disadattamento grave” alle condizioni carcerarie, ma non hanno modo di attirare l’attenzione della ministra, o non viene loro neppure in mente di poterlo fare, e non sono abbastanza agiati da sollecitare la comprensione di un perito? Se non affronta l’ineguale diritto all’umanità dei detenuti nelle carceri italiane, il diritto alla propria umanità rivendicato dalla ministra non è altro che la rivendicazione del diritto alla discrezionalità benevola in assenza di diritti e garanzie per tutti.
Da la Repubblica
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Altro che al gabbio, sta gente va appesa per il collo porca puttana!
Privilegi con le stellette, pretoriani per i privilegiati
I militari possono andare in pensione a 50 anni, tenersi l’85% dello stipendio e continuare a lavorare senza pagare per il cumulo dei redditi. Il contenuto di questo inno al privilegio è negli atti del governo 32 e 33, decreti attuativi della legge 244 del 2012 voluta dal governo Monti e caldeggiata da Giampaolo Di Paola, allora ministro della Difesa ma soprattutto ex ammiraglio e poi capo di Stato maggiore della Difesa, un “tecnico” molto particolare nel governo dei tecnici voluto da Napolitano e messo in piedi da Monti. Lo stesso governo che ha varato l’infame Legge Fornero sulle pensioni di tutti gli altri.
Il governo Letta ha recepito in pieno le decisioni dell’esecutivo precedente. Il mantra è la riorganizzazione complessiva delle forze armate che prevede trentacinquemila uomini (tra militari e personale civile) in meno in dodici anni e una diversa distribuzione delle spese militari. Il bilancio ufficiale della macchina militare è di circa 14 miliardi per la “funzione difesa” (i carabinieri attingono fondi, oltre che da questa anche dalla «funzione sicurezza”, facendo incazzare di brutto la Polizia di Stato che invece ha i soldi contati). I costi per il personale della Difesa oggi assorbono il 67 % dei fondi, il 10% è destinato all’addestramento e il 23% agli investimenti. La dottrina di Di Paola vuole riscrivere queste quote destinando 50, 25 e 25. Dunque meno uomini, più addestramento, più armamenti. Come? Scaricando i costi morti della Difesa sulle casse pubbliche e attingendo risorse ad altri ministeri come il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero per l'Istruzione, Università e Ricerca.
In primo luogo c’è il passaggio del personale dalla Difesa ad altro ministero, i prepensionamenti e, soprattutto, “l’esenzione dal servizio”, comma sesto dell’articolo 2209, il punto più velenoso nel periodo transitorio. Questo infatti prevede che dai 50 anni in poi (dieci anni prima del congedo) i militari possono usufruire dello “scivolo d’oro” , grazie al quale i militari conservano l’ottantacinque per cento dello stipendio senza lavorare più nemmeno un solo giorno, con tanto di pensione piena. Non viene esclusa neppure la facoltà di fare altri lavori (ma in questo caso, diversamente dagli altri comuni mortali, il reddito non si cumula). Questo bonus decennale per le forze armate in uscita sarà inserito nel codice dell’ordinamento militare. L’unico ostacolo è che Camera e Senato (che possono però esprimere solo un parere) non si mettano di traverso costringendo il governo a ripensarci.
Il Corriere della Sera di oggi raccoglie alcune reazioni. “Quando ho visto quella norma, ho fatto tre salti sulla sedia! Così com’è non passerà. Non è un articolo di legge, è una provocazione”, tuona Gian Piero Scanu, capogruppo Pd in commissione Difesa. “È vero, fa effetto”, ammette Domenico Rossi, ex generale e adesso deputato di Scelta civica: «Però, ci pensi, è la via d’uscita della generazione delle missioni, i cinquantenni di adesso avevano 35 anni in Kosovo. Non è che si possono mandar via così”.
Il Cocer (la rappresentanza “sindacale” dei militari, ndr), diversamente da Cgil Cisl Uil, ha ottenuto di aumentare dal settanta all’ottantacinque per cento la quota di stipendio mantenuta intatta per la pensione dei militari.
Lo “scivolo d’oro” per i militari nel quadro della riforma delle Forze Armate non può che far imbestialire tutti gli altri lavoratori, inclusi quelli pubblici, che – nonostante i luoghi comuni – alla fine fine sono “servitori dello Stato” anche loro. Magari non sono sul fronte in Afghanistan ma neanche in una caserma nel centro di Torino. Magari combattono un Afghanistan sociale tutti i giorni dovendo metterci la faccia davanti alla gente per parare e gestire responsabilità dei loro dirigenti e governanti. Poi ci sono quelli che la guerra la combattono tutti i giorni nelle fabbriche o nei cantieri e che muoiono o si feriscono in numeri assai più consistenti dei militari sui fronti di crisi all’estero.
Ma la loro fedeltà alla classe dominante non è nelle regole d’ingaggio. I poliziotti che hanno difeso i ministri e i governatori delle regioni qualche giorno fa nelle strade del centro di Roma, vengono assunti, addestrati e retribuiti per assicurare ai responsabili di poter ignorare o agire velenosamente contro tutto il resto dei “subordinati”. I militari sono obbligati ad obbedire se un governo di pagliacci li spedisce a fare la guardia ad una pietraia in Afghanistan. Si ritiene che questa disponibilità ad obbedire e difendere chi rende la vita impossibile a tutti gli altri, vada retribuita e privilegiata pubblicamente, anche suscitando scandalo e rabbia nel resto della società. E’ un messaggio chiaro e forte, come quello della telefonata del Ministro Cancellieri per intercedere per la figlia di un potente finita in carcere e lì – come gran parte di quelli che vi finiscono – non regge la situazione di cattività forzata: “Noi siamo noi e voi non contate un cazzo!” e se non vi sta bene abbiamo dei pretoriani pagati e privilegiati per farci rispettare.
Fonte
Amaramente ovvio che in periodi in cui si annusa l'esplosione sociale, i ceti dominanti tirino dalla propria le forze armate, sia mai che si renda necessaria qualche cannonata sulla gente inferocita, Bava Beccaris insegna!
Il governo Letta ha recepito in pieno le decisioni dell’esecutivo precedente. Il mantra è la riorganizzazione complessiva delle forze armate che prevede trentacinquemila uomini (tra militari e personale civile) in meno in dodici anni e una diversa distribuzione delle spese militari. Il bilancio ufficiale della macchina militare è di circa 14 miliardi per la “funzione difesa” (i carabinieri attingono fondi, oltre che da questa anche dalla «funzione sicurezza”, facendo incazzare di brutto la Polizia di Stato che invece ha i soldi contati). I costi per il personale della Difesa oggi assorbono il 67 % dei fondi, il 10% è destinato all’addestramento e il 23% agli investimenti. La dottrina di Di Paola vuole riscrivere queste quote destinando 50, 25 e 25. Dunque meno uomini, più addestramento, più armamenti. Come? Scaricando i costi morti della Difesa sulle casse pubbliche e attingendo risorse ad altri ministeri come il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero per l'Istruzione, Università e Ricerca.
In primo luogo c’è il passaggio del personale dalla Difesa ad altro ministero, i prepensionamenti e, soprattutto, “l’esenzione dal servizio”, comma sesto dell’articolo 2209, il punto più velenoso nel periodo transitorio. Questo infatti prevede che dai 50 anni in poi (dieci anni prima del congedo) i militari possono usufruire dello “scivolo d’oro” , grazie al quale i militari conservano l’ottantacinque per cento dello stipendio senza lavorare più nemmeno un solo giorno, con tanto di pensione piena. Non viene esclusa neppure la facoltà di fare altri lavori (ma in questo caso, diversamente dagli altri comuni mortali, il reddito non si cumula). Questo bonus decennale per le forze armate in uscita sarà inserito nel codice dell’ordinamento militare. L’unico ostacolo è che Camera e Senato (che possono però esprimere solo un parere) non si mettano di traverso costringendo il governo a ripensarci.
Il Corriere della Sera di oggi raccoglie alcune reazioni. “Quando ho visto quella norma, ho fatto tre salti sulla sedia! Così com’è non passerà. Non è un articolo di legge, è una provocazione”, tuona Gian Piero Scanu, capogruppo Pd in commissione Difesa. “È vero, fa effetto”, ammette Domenico Rossi, ex generale e adesso deputato di Scelta civica: «Però, ci pensi, è la via d’uscita della generazione delle missioni, i cinquantenni di adesso avevano 35 anni in Kosovo. Non è che si possono mandar via così”.
Il Cocer (la rappresentanza “sindacale” dei militari, ndr), diversamente da Cgil Cisl Uil, ha ottenuto di aumentare dal settanta all’ottantacinque per cento la quota di stipendio mantenuta intatta per la pensione dei militari.
Lo “scivolo d’oro” per i militari nel quadro della riforma delle Forze Armate non può che far imbestialire tutti gli altri lavoratori, inclusi quelli pubblici, che – nonostante i luoghi comuni – alla fine fine sono “servitori dello Stato” anche loro. Magari non sono sul fronte in Afghanistan ma neanche in una caserma nel centro di Torino. Magari combattono un Afghanistan sociale tutti i giorni dovendo metterci la faccia davanti alla gente per parare e gestire responsabilità dei loro dirigenti e governanti. Poi ci sono quelli che la guerra la combattono tutti i giorni nelle fabbriche o nei cantieri e che muoiono o si feriscono in numeri assai più consistenti dei militari sui fronti di crisi all’estero.
Ma la loro fedeltà alla classe dominante non è nelle regole d’ingaggio. I poliziotti che hanno difeso i ministri e i governatori delle regioni qualche giorno fa nelle strade del centro di Roma, vengono assunti, addestrati e retribuiti per assicurare ai responsabili di poter ignorare o agire velenosamente contro tutto il resto dei “subordinati”. I militari sono obbligati ad obbedire se un governo di pagliacci li spedisce a fare la guardia ad una pietraia in Afghanistan. Si ritiene che questa disponibilità ad obbedire e difendere chi rende la vita impossibile a tutti gli altri, vada retribuita e privilegiata pubblicamente, anche suscitando scandalo e rabbia nel resto della società. E’ un messaggio chiaro e forte, come quello della telefonata del Ministro Cancellieri per intercedere per la figlia di un potente finita in carcere e lì – come gran parte di quelli che vi finiscono – non regge la situazione di cattività forzata: “Noi siamo noi e voi non contate un cazzo!” e se non vi sta bene abbiamo dei pretoriani pagati e privilegiati per farci rispettare.
Fonte
Amaramente ovvio che in periodi in cui si annusa l'esplosione sociale, i ceti dominanti tirino dalla propria le forze armate, sia mai che si renda necessaria qualche cannonata sulla gente inferocita, Bava Beccaris insegna!
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