Sarebbe troppo facile, anche se opportuno, sparare a zero contro tale
Arcangelo Sannicandro, rappresentante della sinistra “radicale” di lungo
corso, esponente di Rifondazione comunista prima e di Sinistra e
libertà dopo. La verve con cui rivendicava il diritto a non mischiarsi coi metalmeccanici,
la pretesa di difendere il proprio status non solo nel percepire
guadagni infinitamente maggiori, ma di far parte di un altro mondo, con
altre regole, descrive il senso della sinistra di questi anni. Lui,
poveretto, ne è solo un involontario emblema: ricco avvocato d’istinti
illuministici, sicuramente progressista e dai buoni sentimenti, forse
anche una “persona per bene”, onesta, laboriosa e via dicendo.
Il
problema, il vero problema, è che la “sinistra”, con queste virtù morali
e/o etiche, dovrebbe avere ben poco a che fare.
Negli anni si sono però confusi ruoli e compiti, e oggi ci ritroviamo
nel punto in cui sinistra fa rima con Arcangelo Sannicandro. E vale
davvero poco la pretesa di prendere le distanze da questo personaggio,
perché quello che questo pezzente esprime in forma immediata e rozza è
la medesima sostanza che caratterizza la sinistra “radicale” italiana da
un trentennio a questa parte. La sinistra dei diritti, quella civica,
cittadinista, illuminata, interclassista, dei buoni sentimenti, delle
“buone pratiche”, del “buon governo territoriale”. Il parlamentare di
Sel è solo la punta d’iceberg di un percorso storico che riguarda tanta
parte di questa sinistra, in parlamento ma non solo. E allora c’è poco
da scandalizzarci. Qualche maître a penseer più scaltro e
scafato avrebbe cambiato la forma ma non la sostanza, come abbiamo visto
in questi anni.
Il paradosso è che in via teorica il parlamentare
sinistrato avrebbe addirittura ragione, ma non dal suo punto di vista.
La sua irritazione è volta a difendere un privilegio di classe, mentre
un discorso serio dovrebbe ammettere che la lotta alla mediazione
politica, all’illusorio e falsamente pauperistico attacco alla casta, è
un terreno di scontro che la sinistra dovrebbe rifiutare, sebbene in
forma intelligente e non meccanica o replicando modelli inattuali. Il
problema non è togliere soldi ai rappresentanti politici, ma una
politica che riduca lo squilibrio tra i redditi da capitale e quelli da
lavoro salariato. Il feticcio dello “stipendio del parlamentare” – che,
per sineddoche, racchiude la retorica sui “costi della politica” –
consente di camuffare il problema spingendo la popolazione a
concentrarsi sull’effimero piuttosto che sul sostanziale. Ma per portare
avanti un discorso del genere, senza cadere nella brace della difesa
dei privilegi evidenti dei rappresentanti in parlamento, bisognerebbe
riaffermare il senso dell’organizzazione politica, riaffermare il valore
di una divisione dei compiti e dei ruoli, combattere il feticcio
dell’impossibile orizzontalità in favore di un riqualificato senso
dell’organizzazione e della rappresentanza. Siccome in questi anni si è
andato in tutt’altra direzione, contribuendo a destrutturare non la
rappresentanza parlamentare, ma il concetto stesso di organizzazione e
rappresentanza, ci troviamo all’interno di un circolo vizioso da cui non
se ne esce: il parlamentare idiota difende i suoi privilegi, ma i
discorsi che lo attaccano contribuiscono all’avanzata di forme di
pensiero populista che riduce ulteriormente qualsiasi possibilità di
rappresentanza delle ragioni della sinistra di classe.
All’interno di
questo vortice degradante, stupirsi del successo del Movimento 5 Stelle,
anche di fronte all’ormai comprovata incapacità di cambiare in alcun
modo lo stato di cose presenti, non è più solo ingenuo ma colpevole. Non
fosse esistito, anche in Italia avremmo un blocco reazionario davvero
pericoloso, perché in grado di intercettare quegli umori di una
popolazione che si scaglia contro questa sinistra à la Sannicandro, che agli occhi della popolazione non è “sinistra radicale”, ma “sistema politico”, senza altra distinzione.
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