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venerdì 26 agosto 2016

“Buona scuola”, la rovina delle generazioni future

Prosegue la serie degli "interventi" che leggiamo in giro sugli effetti pratici della "buona scuola" renziana. Ci sembra infatti che, in generale, si faccia abbastanza fatica a capire le "linee guida" di una cosiddetta "riforma" che promette, a parole, l'esatto contrario di quanto non faccia nella pratica. E quindi appare decisamente opportuno affiancare le analisi "strutturali" sul decreto Giannini-Renzi con quel che accade fisicamente nelle scuole italiane.

Spesso abbiamo dato spazio alle preoccupazioni dei docenti per la loro stessa vita, sballottati a centinaia di chilometri di distanza, offesi nella loro professionalità, nell'aspirazione a mettere al mondo dei figli, invitati a farsi girare un "provino video" per evidenziare qualità fisiche che poco hanno a che fare con l'insegnamento, ecc.

Questa volta vi invitiamo a leggere il racconto dell'esperienza degli studenti, per come la vivono, sentono, vedono, insegnanti decisamente sensibili e rispettosi della propria, decisiva, funzione sociale e culturale.

*****

Comunque voglio dire una cosa.

Uno dei miei studenti – il più sveglio, ma una testa …, per altro – ha avuto tre debiti e ha gli esami di riparazione tra pochi giorni.
Ha le tre prove scritte tre giorni di seguito e, nella stessa giornata, avrà le tre interrogazioni.

Sta studiando giorno e notte, non ha fatto altro tutta l'estate.

Sta cacato sotto, e da mattina a sera sta buttato sui libri temendo di perdere l'anno.

Praticamente lui si è ammazzato a studiare, in parte da solo, in parte con me, che sono comunque un supporto esterno non previsto dalla scuola, discipline che per lui sono state difficoltose da affrontare già durante l'anno scolastico, quando aveva "il supporto" dei suoi docenti che, pare, di mestiere dovrebbero proprio fare in modo che uno studente sia in grado di approcciarsi a discipline che trova difficoltose.

Sta completamente fuso, non ci capisce più niente e non ha ancora nemmeno finito di recuperare gli immani programmi che qualcuno gli chiederà di sciorinare tra pochi giorni.

Ma questo non conta perché quello che conta, in questo sistema scolastico, è che lui sia o non sia, tra qualche giorno, in grado di sedersi per tre giorni di seguito a fare tre compiti su tutto il programma di un anno in tre materie che trova difficili, e poi dopo due giorni sia in grado di sedersi su una sedia e affrontare tre interrogazioni sui medesimi programmi.

Come fosse una macchina, come fosse un automa.

La scuola lo ha lasciato indietro a giugno, salutandolo e invitandolo ad arrangiarsi per colmare le lacune che lei non è stata in grado di colmare, e ora pretende che a settembre lui sia preparato.

Mo', non è che voglio mettermi a difendere il suo diritto all'estate, alle vacanze, cosa nella quale in realtà credo molto, però trovo sconcertante che questo diritto all'estate se lo sia giocato, quasi per punizione per quello che comunque è – se così si può definire – un fallimento solo in parte suo, ma da spartire – volendo essere generosi – a metà coi suoi docenti.

Che però tra qualche giorno lo aspetteranno al varco, e mentre lui ha passato un'estate di inferno sui libri a temere di perdere un anno della sua vita, loro pretenderanno soltanto che lui sia preparato, competente.

Che abbia fatto in due mesi, da solo, quello che loro non sono riusciti a fare in un anno.

Io non lo so che cazzo di idea tenete di che ruolo dovrebbe avere la scuola nella vita, ma sicuramente non è la mia e, per quanti aggettivi positivi potrete inventarvi da affiancare al sostantivo "Scuola", starete sempre facendo la merda, e rovinando la vita di intere generazioni, e il futuro di questo paese.

Fonte

Riporto anche il commento che sposo in pieno.
Perdonate il doppio commento, se possibile eliminate il precedente.
Grazie

Con le mie osservazioni non intendo difendere in alcun modo quella porcheria che è, da qualsiasi punto la si osservi, la "buona scuola". Tuttavia penso che la testimonianza riportata sia troppo "personale" e scevra di dettagli per ritenersi "probante" seppur con tutti i limiti che l'esperienza soggettiva porta ovviamente con se.
Prevalentemente ciò che trovo fallace è il tono dello scritto, che pare inserirsi nel solco della critica tipica che il "cittadino" comune muove nei confronti della scuola e di chi vi lavora, ovvero quella di essere responsabile del fallimento dello studente rimandato/bocciato; atteggiamento che da diversi anni a questa parte veicola la deresponsabilizzazione più o meno ampia dei soggetti che nella situazione hanno altrettanto peso, ovvero gli studenti stessi e le loro famiglie.
Per farla breve è poco oggettivo rammaricarsi per lo studente che ha perso il diritto all'estate per colpa di insegnanti che non sono stati in grado di colmare le sue lacune, se non si hanno gli strumenti per valutare le condizioni materiali in cui gli insegnanti stessi hanno dovuto esercitare il proprio ruolo (questo sia nei confronti del datore di lavoro cui devono rispondere, la Scuola appunto – che per l'autrice del testo pare sia un tutt'uno con i suoi dipendenti – sia in rapporto agli studenti – e in questo senso definire il ragazzo rimandato a settembre come "una testa" non è indicativo di un suo approccio “positivo” nei confronti di chi lo ha rimandato).
Insomma, trovo la situazione descritta poco circostanziata al punto tale da essere facilmente manipolabile come un testimonianza pro-riforma, quanto meno nella parti di quest’ultima in cui si mortifica nuovamente il ruolo e l’operato degli insegnanti.

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