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sabato 20 agosto 2016

Il burkini e il dress code neocoloniale

Da ormai oltre un quindicennio, la questione dei diversi veli indossati da alcune donne islamiche si impone ciclicamente nel dibattito pubblico e politico. Dopo il patetico tentativo di pinkwashing con cui si giustificò l’attacco all’Afghanistan governato dai talebani («Dobbiamo liberare le donne dal burqa»), abbiamo avuto la discussione in Francia sul divieto di indossare il burqa e il niqab. Dopo l’orribile Daniela Santanché – quella che si fa chiamare col cognome dell’ex marito dopo oltre vent’anni dal divorzio e blatera sulla libertà delle altre donne – che se ne andava in giro a strappare i veli alle donne islamiche, abbiamo visto le Femen invitare in modo neocoloniale le musulmane a spogliarsi girando in topless per i quartieri islamici di Parigi (leggi 1 e 2). Ecco che adesso – in periodo di vacanze – la questione è diventata quella del cosiddetto burkini, termine nato da una contrazione impropria tra la parola burqa (abito che copre integralmente tutto il corpo – viso incluso – usato da una minoranza di donne islamiche) e la parola bikini, indumento che evidentemente – soprattutto se succinto – è ritenuto dover caratterizzare le donne occidentali. Il dibattito è stato scatenato dalla decisione di alcune città francesi di vietare l’uso del burkini in spiaggia, convalidata giuridicamente dal tribunale amministrativo e politicamente dal ministro dell’Interno francese Manuel Valls (leggi), secondo il quale addirittura il burkini non sarebbe compatibile coi valori della repubblica francese in quanto espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna.

Mentre in Gran Bretagna (leggi) e negli Stati Uniti la misura francese è stata ridicolizzata, in Italia ha trovato subito sostenitori. Non solo quelli – scontati – come Matteo Salvini, ma anche – in modo altrettanto scontato – alcune note esponenti del femminismo borghese e neocolonialista: è il caso, ovviamente, di Lorella Zanardo (leggi) e di Monica Lanfranco (leggi), una poveretta secondo la quale un atto di razzismo sarebbe un atto di libertà. Due borghesi che, come ha scritto mazzetta, dimostrano che di questi tempi «la regressione ideale e intellettuale è evidente anche in campo femminista se da “il corpo è mio e me lo gestisco io” siamo arrivati alla pretesa della donna bianca di gestire i corpi di donne non più considerate sorelle, ma poverelle inferiori e sottomesse da educare a botte di divieti e leggi liberticide».

Le giustificazioni di tale divieto sono a tratti ridicole. Da un lato si dice che il burkini renderebbe difficoltoso il riconoscimento: ma ciò è falso, perché lascia il volto scoperto e non infrange, quindi, alcuna legge francese sul velo integrale nei luoghi pubblici. È un po’ difficile, quindi, ritenere legittimo il divieto in spiaggia di un indumento che fuori dalla spiaggia è consentito. Come è ridicolo affermare che sotto il burkini potrebbero nascondersi armi di ogni tipo: si tratta, infatti, di un indumento piuttosto attillato, sicuramente di più di buona parte degli abiti lunghi che anche le donne occidentali indossano quotidianamente. Insomma, si potrebbero nascondere più armi sotto i caftani di Marta Marzotto o sotto la veste di papa Francesco che sotto un burkini.
 
Poi si dice che potrebbe creare problemi di ordine pubblico, perché i musulmani integralisti suscitano diffidenza e, quindi, le donne che lo indossano potrebbero diventare oggetto di aggressioni: del resto, la città corsa di Sisco ha vietato il burkini proprio in seguito a una rissa tra una famiglia islamica e dei giovani locali (leggi). Si tratterebbe, quindi, di una misura in difesa delle donne (leggi). Insomma, la Francia – invece di schierarsi con le vittime delle aggressioni – le colpevolizza in quanto si sono fatte aggredire: un po’ come dire “care donne, se non volete essere stuprate smettete di mettervi la minigonna”; oppure “amici ebrei, se non volete essere aggrediti da nazisti antisemiti toglietevi quella kippah; oppure “caro scippato, se non vuoi che ti rubino il portafoglio non te lo portare”. Una follia, insomma: ma una follia gravissima, con cui le istituzioni pubbliche legittimano le aggressioni colpevolizzando l’essere degli aggrediti. Insomma: se ti aggrediscono solo perchè sei musulmano, anche se non hai nulla a che vedere con Daesh, te lo sei cercato comunque perchè non hai nascosto di esserlo.

Si dice poi che l’abbigliamento da spiaggia deve essere rispettoso dei valori e del secolarismo francesi, che si oppongono alla sottomissione delle donne. Ma anche il carattere religioso del burkini è, in realtà, dubbio: se è vero che in molti paesi integralisti islamici viene imposto alle donne di coprirsi, è altrettanto vero che in alcuni paesi europei come la Francia e la Gran Bretagna la decisione di velarsi è una libera scelta identitaria e antirazzista di molte donne, anche tra le compagne. Figlie di donne che hanno lottato per togliersi il velo ritornano così a metterselo – scatenando litigi in famiglia – non tanto per imposizione o per motivi strettamente religiosi (anche se, nel risveglio religioso degli ultimi decenni, esiste anche questo fattore), quanto per difendere la propria identità in una società islamofoba e assimilazionista, dove “integrazione” significa “far propri i valori del capitalismo occidentale e del consumismo”. Si tratta, insomma, di una scelta non diversa da quella dei militanti afroamericani statunitensi che scelsero di rifiutare il loro nome da schiavi per assumerne uno più aderente alla loro provenienza africana, da Assata Shakur a Cassius Clay/Muhammed Alì.

Inoltre, nel dibattito andrebbe tenuto presente che le donne cinesi, ad esempio, si coprono integralmente il volto, al mare, col cosiddetto facekini, perché in Cina si pensa che l’abbronzatura rovini la pelle e non è apprezzata. Insomma, molte donne cinesi – che non sono musulmane né costrette – si recano in spiaggia ben più coperte di quelle islamiche. Tra l’altro il burkini è piuttosto attillato e prevede un pantalone: come è noto a chiunque abbia un minimo di conoscenza in materia, i pantaloni e le vesti aderenti non sono consentiti dalla morale islamica più integralista (leggi). Come ha scritto mazzetta nel bell’articolo di critica a Zanardo, «il burkini è quindi uno strumento d’emancipazione dalla morale islamica più rigorosa».

Inoltre, anche se il carattere religioso fosse più netto, non si può non notare che nessuno chiede alle suore cattoliche di andare al mare in bikini e capelli al vento, come nessuno chiede agli ebrei di rinunciare alla loro kippah o ai cristiani di non portare crocifissi al collo. E non che gli ebrei siano meno integralisti, in alcuni casi: sia sufficiente pensare alle spiagge riservate alle donne ebree ortodosse in Israele. In questo senso, anche se si trattasse semplicemente delle misure di un paese laico contro i segni religiosi – e sappiamo che non è così – sarebbe comunque di una misura chiaramente razzista e islamofoba. Inoltre, se una donna atea – proveniente da un paese islamico o autoctona – volesse indossare il burkini perché le piace, le sarebbe consentito perché dietro di esso non si celano motivazioni religiose? O sarebbe vietato comunque perché la religione non c’entra nulla?

Infine appare assurda la pretesa di difendere le donne musulmane dalla presunta imposizione dei loro uomini, che invece se ne starebbero in spiaggia in abiti succinti. Ciò è falso, perchè anche molti uomini musulmani si coprono al mare: secondo i precetti islamici più restrittivi, infatti, essi devono essere coperti dall’ombelico alle ginocchia, ma non è raro vedere uomini anche più coperti con tuniche complete o con la galabeya. Nessuno – ci sembra – ha mai imposto a questi uomini un dress code da spiaggia.

Anche se di oppressione e di imposizione si trattasse, inoltre, il divieto di indossare il burkini non si tradurrebbe nella liberazione del vestiario balneare di queste donne presuntamente oppresse, ma nella loro impossibilità ad andare al mare: sarebbero lasciate a casa, dunque, e la loro oppressione raddoppierebbe, venendo nascosta e rinchiusa nella sfera privata. Magari, invece, confrontarsi con altre donne in spiaggia potrebbe più facilmente far emergere uno spirito di ribellione. In pratica, il divieto del burkini si traduce in un divieto di andare al mare per le donne islamiche, che limita l’autodeterminazione delle donne che scelgono liberamente di coprirsi il capo e rende ancora più opprimente e dura la situazione delle donne a cui gli uomini della loro famiglia impediscono di mettersi in costume da bagno: bisogna essere particolarmente stupidi o in cattiva fede per pensare che vietare il burkini sia una misura a favore delle donne.

Rimane, poi, il problema dell’influenza culturale: anche le donne che lo scelgono liberamente, secondo alcuni, lo farebbero perché cresciute in una società sessista che ne avrebbe influenzato i valori. Ciò può essere vero, ma allora perché non opporsi anche alle pubblicità che spingono le donne occidentali a perdere peso o a depilarsi per avere un corpo che, al mare, soddisfi le aspettative maschili? Per quale motivo nessuno biasima le donne occidentali che rendono il loro aspetto simile a quello che il capitalismo ha imposto come modello femminile, mentre le donne islamiche non possono scegliere uno stile di vita e un aspetto aderenti al loro modello culturale di riferimento?

Inoltre, anche se non si trattasse di imposizione vera e propria ma dell’influenza di una cultura oppressiva verso le donne, il discorso non cambierebbe. Il senso del pudore e il disagio frutto del contesto culturale in cui si è cresciuti non possono essere cancellati per legge. Non sono oggettivi e non si può imporre a una donna di spogliarsi: nessuno, del resto, ha mai imposto alle nostre nonne di indossare minigonne e bikini e, anzi, a tutt’oggi in molti paesi italiani alcune donne di una certa età continuano a indossare, soprattutto dopo la morte dei mariti, vestitoni neri e foulard sulla testa. Insomma, le donne della Rotonda del bagno Palmieri dipinte da Fattori, probabilmente, non avrebbero mai indossato il bikini neanche se avessero potuto. Inoltre, nessuno si sognerebbe di imporre e di svestirsi a persone – uomini e donne – che sono imbarazzate dal proprio corpo poco aderente ai canoni occidentali. Nessuno imporrebbe un man-monokini a un uomo che pesa un quintale e mezzo che desideri indossare un calzoncino lungo, come nessuno imporrebbe allo stesso il calzoncino lungo se invece volesse indossare uno slip. Se imposizione ci fosse, anche la nudità, come dice Sara Salem, diventerebbe un’uniforme.

Che poi dell’oppressione di alcune donne islamiche non freghi niente a nessuno è dimostrato da coloro che si compiacciono del divieto di indossare il burkini affermando che «come non è possibile andare al paese loro in bikini, non è possibile stare nelle nostre spiagge in burkini». A parte che i paesi musulmani non sono un blocco uniforme e che l’abbigliamento da spiaggia varia tra uno e l’altro, non è certo rispondendo alla violenza e alle imposizioni che subiscono le donne in paesi come l’Arabia Saudita (dove non possono indossare il bikini) con la violenza insita nel costringere le donne islamiche a spogliarsi nelle spiagge occidentali che si risolve il problema.

Il burkini, inoltre, è pensato proprio per una maggiore comodità per le donne musulmane: è una veste adatta a nuotare, sicuramente più comoda rispetto ai vestiti che verrebbero utilizzati altrimenti. Il burkini, infatti, è nato dall’idea di una donna australiana di origine libanese – e non, evidentemente, di un “barbuto” saudita – che aveva notato quanto fosse complicato per le sue nipoti praticare sport con il velo hijab (leggi). E infatti, come dicono le donne – velate per loro libera scelta – che lo indossano quando qualcuno si degna di intervistarle (leggi), è per loro una cosa molto positiva poter finalmente avere un abito adatto per nuotare.

La polemica contro il burkini svela, dunque, tutto il suo carattere neocoloniale, nel tentativo di imporre forzatamente i valori occidentali. Del resto, la scelta delle donne non è minimamente tenuta in considerazione, come dimostrato dal dibattito degli ultimi giorni sulle gare di beach volley alle olimpiadi. La foto dell’atleta egiziana di beach volley Doaa El-ghobashyche indossava il hijab ha fatto il giro del mondo: subito si è pensato che quella donna fosse oppressa, facendo finta di non notare la sua compagna di squadra a capo scoperto. Per non parlare dell’atleta egiziana Farida Osman, che nuota tranquillamente in costume e non in burkini. Quindi, probabilmente, Doaa El-ghobashyche un po’ di scelta ce l’aveva, ma magari semplicemente non le andava di stare col culo al  vento in mondovisione. Questa scelta, invece, le era stata negata fino al 2012, quando nelle competizioni di beach volley le atlete donne erano obbligate a indossare bikini con un fianco non più alto di 7 cm, evidentemente perché ciò fa aumentare gli introiti pubblicitari. Ovviamente nessuna imposizione simile era mai stata decisa per gli uomini, che infatti gareggiano con calzoncini al ginocchio o canotte. Come, altrettanto ovviamente, se non c’è l’islamofobia a fare da detonatore nessuno ha niente da ridire se le giocatrici di beach volley olandesi indossano i pantaloni. Insomma, alle donne può essere imposto di spogliarsi ma non di coprirsi e alle occidentali è garantito di potersi vestire come desiderano, alle musulmane no: perchè se lo fanno – visto che sono considerate dagli occidentali oggetti – vuol dire che non sono libere, che gli è stato imposto, ecc.

Del resto, una società in cui i giornali invitano a guardare una gallery fotografica sul “lato b disegnato col compasso” di un’atleta che ha appena vinto un argento olimpico (vedi) mostra che si può fare ben poco la morale alle altre culture che ridurrebbero le donne a oggetti sessuali: «l’ossessione per la fisicità e la sessualità» di cui parla quella miserabile di Monica Lanfranco, evidentemente, non è un problema solo islamico. Coperto o scoperto, il corpo femminile è comunque considerato un oggetto sessuale: gli islamici radicali lo coprono, il capitalismo mette la sua nudità a valore. Allo stesso modo, una società in cui l’insulto tipico – anche se ormai si è perso il suo significato letterale – è figlio di puttana, motherfucker, son of a bitch, hijo de puta, ecc., dimostra che, a tutte le latitudini gli uomini sembrano non gradire che le donne della loro famiglia siano considerate sessualmente libere.

In questo dibattito, infine, almeno i compagni non dovrebbero dimenticare che la religione è sì l’oppio dei popoli, ma è anche il sospiro della creatura oppressa: non c’è liberazione dall’oppressione nell’imposizione di un’altra oppressione per mano delle istituzioni municipali e di un governo capitalisti, ultraliberisti e repressivi come quello francese. Il divieto di burkini non è altro che un’ordinanza in cui i colonizzatori impongono i loro abiti e la loro cultura alle donne colonizzate, creando nuovi nemici pubblici e rinfocolando il razzismo: è un modo attraverso cui veicolare la visione dell’imminente scontro di civiltà, che giustifica interventi bellici imperialisti in tutto il mondo. Se alla fine del XIX secolo il “fardello dell’uomo bianco”, secondo i colonialisti, obbligava i paesi occidentali ad aggredire, occupare, conquistare e colonizzare i territori africani e asiatici per portare ai loro popoli la “civiltà”, oggi, nel XXI, lo stesso “fardello dell’uomo e della donna femminista borghese bianchi” implicherebbe di togliere il velo alle donne musulmane, di “liberarle”, di farle accedere alla civiltà occidentale che è ritenuta superiore. A queste donne viene negato ogni diritto di rifiutare i valori e la presunta “civiltà” occidentale e qualsiasi forma di autodeterminazione: si pensa che siano sottomesse ai loro uomini e, allo stesso modo, si pensa che sarebbero più libere se sottomesse ai nostri valori, senza chiedere loro se lo vogliono o meno. In ogni caso, non sono mai considerate persone in grado di scegliere, di opporsi, di ribellarsi, di rifiutarsi.

Opporsi al divieto di burkini sulle spiagge francesi, infatti, non significa non solidarizzare e sostenere, ad esempio, la lotta delle donne dell’Arabia Saudita per vestirsi come vogliono, ma è una battaglia interna ai paesi capitalisti. Come nessuno pensa che sia giusto imporre alle donne di coprirsi la testa e il corpo in nome di presunti precetti religiosi, nessuno dovrebbe pensare che sia giusto imporre loro di spogliarsi o di adottare determinati dress code balneari in nome dei presunti valori occidentali.

Probabilmente, se il Fanon dei Dannati della terra e di Pelle nera, maschere bianche fosse stato letto di più, ci sarebbe meno incapacità a comprendere il linguaggio da utilizzare per poter aprire un confronto con gli immigrati e le immigrate, anche delle seconde generazioni: misure come il divieto di burkini, invece, aumentano il senso di esclusione, i pregiudizi razziali e le diffidenze. Insomma, il neocolonialismo – tanto verso l’esterno quanto verso la colonia interna – costituisce il brodo di cultura in cui fa proseliti lo Stato islamico, stimolando la sensazione di persecuzione e il risentimento contro le imposizioni occidentali che ostacolano la pratica religiosa islamica. E, quindi, preparano il terreno alla radicalizzazione. Come ha scritto la studiosa Sara Salem in relazione a una manifestazione a seno nudo delle Femen in Tunisia nel 2012, infatti,
Numerose femministe occidentali hanno partecipato al processo di colonizzazione, nella pretesa di “civilizzare” e “modernizzare” le donne dei paesi arabi e africani. Per esse, femminismo significava che le donne arabe e africane dovessero diventare come loro. […] Altrettanto problematica è l’idea secondo cui tutte le donne che indossano il velo o il burqa siano oppresse e debbano essere liberate. Queste convinzioni tradiscono una certa concezione eurocentrica del mondo che non può essere generalizzata a livello universale.
Il mio punto di vista […] è che le donne debbano avere la possibilità di scegliere. Questa scelta dipende essenzialmente dal contesto socioculturale, economico e politico in cui esse vivono, e non può essere in alcun caso deciso dall’esterno. Le recenti azioni di Femen in Tunisia mostrano fino a che punto esso sia scollegato dalla realtà dei contesti mediorientale e nordafricano. Invece di promuovere la presa di coscienza sui problemi di genere, esse suscitano l’ostilità di una società che le vede come straniere che cercano di imporre la loro concezione delle donne, in filo diretto col processo coloniale del passato.
Non si può, insomma, pensare di far fronte al pericolo del terrorismo imponendo misure neocoloniali che lo fomentano. Ma, siamo sicuri, che nessuno dei promotori e dei sostenitori della legge abbia questo intento.

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