Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2025

Le radici del privilegio di Elon Musk

C’era una volta una famiglia che non fuggiva dalla guerra, né dalla fame. No. Fuggiva verso il privilegio. Aveva un piano: raggiungere una terra dove il colore della pelle garantiva dominio, non sopravvivenza. Dove nascere bianchi significava comandare, possedere, esistere al di sopra.

Il capofamiglia, Joshua Haldeman, non era un uomo qualsiasi. Chiropratico canadese, appassionato di aviazione, sì – ma anche fervente sostenitore dell’estrema destra. Negli anni ’30 fu arrestato per simpatie filofasciste. Non un errore di gioventù, ma una convinzione ideologica profonda: quella dell’uomo bianco superiore, destinato a guidare le masse “inferiori”.

Sua moglie, Wyn Haldeman, tedesca, non era da meno. Nata in una famiglia di coloni tedeschi nella Namibia, all’epoca protettorato imperiale, proveniva da una stirpe che aveva tratto profitti diretti dal genocidio. Sì, genocidio: il massacro degli Herero e dei Nama, tra il 1904 e il 1908, in cui furono sterminati decine di migliaia di africani. Avvelenamento dei pozzi, deserti trasformati in campi di morte, fame come strumento di sterminio. Fu il primo genocidio del XX secolo, e tra i carnefici c’erano anche i suoi antenati.

E quando il nazismo crollò e l’Europa mostrò la sua vergogna, Joshua e Wyn non cercarono redenzione. Scelsero l’apartheid. Si trasferirono in Sudafrica, attratti da un sistema che legalizzava la segregazione, che dava tutto ai bianchi e niente agli altri. Un’utopia razzista mascherata da ordine sociale. Fu lì che nacque Errol, il figlio della supremazia.

Cresciuto in un sistema che premiava il colore, non il merito, Errol divenne uomo nell’età d’oro dell’élite bianca. Partecipò a un’impresa redditizia: una miniera di smeraldi, situata tra Sudafrica e Zambia. Una miniera scavata da mani nere, sfruttate, dimenticate. Gli smeraldi venivano venduti sul mercato globale. Il denaro, però, restava nelle mani bianche. Ma non solo pietre preziose: Errol commerciava anche cromo, un metallo indispensabile per l’industria mondiale, estratto tra abusi, miseria e sangue.

Nel 1971 nacque suo figlio. Un bambino bianco, ricco, nato a Pretoria, cuore pulsante del regime dell’apartheid, dove i neri non erano cittadini ma numeri, servi, forza lavoro senza voce.

Quel bambino non dovette attraversare deserti, né barconi. Non visse nei campi profughi, né affrontò i respingimenti. Si spostò da un continente all’altro con passaporti, valigie piene e conti bancari. Portava con sé un bagaglio invisibile, ma potentissimo: il privilegio ereditato dal colonialismo e dal razzismo legalizzato.

Negli Stati Uniti divenne l’uomo del futuro. Il visionario. L’imprenditore geniale. Il simbolo del “self-made man”. Ma quale self-made? Di che fatica parliamo, quando si parte con tutto?

Non si racconta che le sue fortune affondano le radici in miniere africane, in generazioni che hanno calpestato la dignità di interi popoli. Non si ricorda che fu la pelle bianca, non il merito, a spalancargli le prime porte.

E oggi, ironia amara, quello stesso uomo, tuona contro i migranti. Vuole muri, respingimenti, blocchi navali. Lui, che da migrante bianco è stato accolto e protetto, ora alza barricate contro i disperati del mondo.

Ma non è tutto. In un crescendo grottesco, rivendica persino la “restituzione delle terre ai bianchi” in Sudafrica. Non parla di campi coltivati, ma di miniere, di diamanti, di carbone: ricchezze strappate alla terra africana con la violenza, e mai restituite. È il ritorno mascherato dell’apartheid. Un revisionismo pericoloso, sostenuto da frange estreme, nostalgiche di un’epoca di dominio razziale.

E allora chiediamoci: in quale Paese del mondo le miniere appartengono a privati cittadini? In quale costituzione democratica si legittima la rapina delle risorse collettive da parte di pochi privilegiati?

C’è chi dice che sia un miracolo americano. Ma nessuno ricorda che, se oggi è uno degli uomini più ricchi del pianeta, è anche grazie a Nelson Mandela. Perché Mandela, nella sua grandezza e nel suo desiderio di riconciliazione, non confiscò le ricchezze accumulate sotto l’apartheid. Nazionalizzò le miniere, sì, ma lasciò intatti i patrimoni sporchi del sangue africano.

Così si chiude il cerchio. Dalla Namibia coloniale alle miniere sudafricane, fino alla Silicon Valley: è una traiettoria disegnata dal privilegio, dal razzismo sistemico, dall’impunità dei potenti.

Il suo nome è Elon Musk.

E allora, prima di parlarmi di meritocrazia, fatica e talento, guardate bene da dove comincia la sua storia.

Perché quando si nasce con tutto, si può arrivare ovunque.

Ma non si può, e non si deve, riscrivere la verità.

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30/08/2024

La Namibia vieta l’attracco a una nave di armi per Israele

La Namibia ha respinto la richiesta di attracco di una nave che si sospettava trasportasse esplosivi diretti a Israele. La MV Kathrin (questo il nome dell’imbarcazione) non ha ottenuto il permesso di entrare a Walvis Bay, il più importante porto commerciale del paese africano.

Yvonne Dausab, ministra della Giustizia namibiana, ha confermato che la decisione è stata presa con lo scopo di rispettare gli obblighi internazionali della Namibia e in sostegno al popolo palestinese. Il suo paese è, infatti, tra i paesi che si sono associati alla causa sudafricana contro il genocidio perpetrato da Israele.

Non si sa perché la MV Kathrin, che era partita dal Vietnam, abbia chiesto di approdare a Walvis Bay, ma è tipico che sulle lunghe tratte si facciano varie fermate. Namport, l’autorità portuale della Namibia, ha fatto sapere che non aveva ricevuto la documentazione necessaria ad autorizzare l’attracco.

Quello che è chiaro è che la nave stava percorrendo la circumnavigazione dell’Africa, e aveva evitato il Mar Rosso, presidiato dalle forze Houthi. Vari gruppi per i diritti umani avevano sollevato dubbi sul carico dell’imbarcazione, e la Namibia ha deciso di non fare azioni che potrebbero implicare complicità con crimini di guerra.

Dausab ha poi commentato: “la Namibia rispetta l’obbligo di non supportare o essere complice dei crimini di guerra israeliani, dei crimini contro l’umanità, del genocidio, nonché della sua occupazione illegale della Palestina”.

Herbert Jauch dell’Economic and Social Justice Trust (ESJT) ha detto: “siamo lieti che il nostro governo abbia deciso di rispettare il diritto internazionale e di non essere complice del genocidio”.

L’importanza di questo atto è, infatti, soprattutto nel mostrare come il contrasto alla pulizia etnica portata avanti da Israele sia un dovere internazionale. Quello della Namibia è un messaggio molto chiaro rispetto al comportamento delle potenze occidentali, che si ricordano del diritto internazionale solo quando gli fa comodo.

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