Il Corriere di Bologna pubblica i nuovi dati sui numeri da record dei dividendi delle società bolognesi che sono protagoniste della Borsa di Milano. Solo quest’estate eravamo stati informati sulle cifre da primato mondiale delle società quotate di tutto il mondo riferite al primo semestre del 2017; dividendi stellari che continuano a crescere anno dopo anno, anzi trimestre dopo trimestre.
Per quanto riguarda la nostra città, il numero record corrisponde a 880 milioni di dividendi (130 in più rispetto al 2017) che, in totale, si sono spartiti gli azionisti delle quotate in Piazza Affari.
A godere delle gioie dei dividendi ci sentiamo in dovere di segnalare per primo Palazzo d’Accursio che vede crescere i provenienti sia da Hera, la multiutility che gestisce i servizi di acqua, luce e gas, che dall’Aeroporto. Per il comune di Bologna solo grazie ad Hera l’entrata corrisponde a 13,8 milioni che per altro saranno destinati a salire ulteriormente nei prossimi anni. Il piano industriale di Hera al 2021 prevede un Margine Operativo Lordo (il dato più importante dell’utile per gli stessi analisti finanziari che permette di vedere chiaramente se l’azienda è in grado di generare ricchezza) in aumento a ritmi serrati, ciò porta con sé anche un aumento dei dividendi: lo scorso anno ogni azione valeva 9 centesimi (il dividendo pagato da Hera corrispondeva a 134 milioni), mentre quest’anno è aumentata a 9,5 centesimi (141 milioni) per poi salire a 10 e a 10,5 centesimi fino al 2021 dove il dividendo toccherà quota 156 milioni. In pratica nel giro di poco il comune vedrà aumentare il tesoretto di oltre 2 milioni e si stima di quasi 3 milioni in più per l’area metropolitana nel suo complesso.
Per l’aeroporto Marconi vediamo invece la spartizione dei beni di un totale di 14,1 milioni, di cui 6,5 ai soci pubblici: la quota più grossa è della Camera del commercio con 5,3 milioni, seguita da Comune e Città metropolitana che si divideranno 880.000 euro.
Dall’altra parte la distribuzione più ingente arriva a UnipolSai per un totale di 410 milioni di euro, a seguire Unipol che rimane stabile con 129 milioni di euro. Numeri più alti li troviamo anche per la capo gruppo IMA, la multinazionale del packaging che vede un pagamento degli azionisti che arriva a 66,7 milioni di euro (4 volte di più di quelli erogati nel 2017); Igd Siiq, la società immobiliare delle Coop distribuisce 49,3 milioni e poi Datalogic che è uno dei principali produttori di lettori di codici a barre, mobile computer, sensori, sistemi di visione e marcatura laser per il settore manifatturiero, per la logistica e trasporti, oltre che per il comparto della grande distribuzione, vede un ammontare di 29,3 milioni.
L’amministrazione cittadina ha già dimostrato di non avere remore ad attuare politiche che favoriscano la speculazione finanziaria ed edilizia, abbiamo infatti visto promuovere qualsiasi tipo di concessione di speculazione pro-privati della città come con F.I.C.O. e People Mover, svendere il patrimonio pubblico con la riforma regionale sull’edilizia residenziale pubblica, introdurre forme di governance mista pubblico-privato e aziendalizzare sempre di più il mondo della formazione a partire dall’Università di Bologna. Anche e in particolare in questa città vediamo un blocco di potere che da anni comanda ed esprime nei numeri del capitale finanziario un concentrato in mani di pochi e ritrae redditi giganteschi e sempre maggiori, figlio di una strategia di finanziarizzazione messa in campo dai governi della città e della regione a guida PD. Il prodotto di questa strategia è la tendenza che vediamo tutti i giorni nei nostri quartieri, nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università con l’emergere di una sempre maggiore periferia geografica e sociale in cui si concentra una crisi delle condizioni degli strati sociali più deboli che arriva a colpire una fetta sempre maggiore della popolazione cittadina.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/04/2018
07/09/2015
Privatizzare la sanità. Il modello Unipol
Il piano è sempre lo stesso, qualsiasi sia il settore pubblico da smantellare. Tagli la spesa, restringi i servizi, aumenti le tariffe, fai incazzare gli utenti, muovi un po' di giornalisti prezzolati, alimenti una campagna contro “il pubblico” che incontra resistenze via via più flebili (il servizio funziona sempre meno) e alla fine privatizzi tutto.
Abbiamo visto i “grandi successi” di Telecom e dell'Alitalia, per non dire dell'Italsider diventata Ilva. Lo stiamo vedendo con la scuola e l'università, fatte marcire tra taglio dei fondi, maltrattamento del personale e aumento delle rette, parallelo all'aumento dei fondi regalati alle scuole private.
La “fase finale” ora tocca alla sanità.
Come si privatizza la sanità pubblica? All'americana, naturalmente, dandola in mano alle assicurazioni e alle strutture private. C'è ancora un po' di timore a presentarla così, quindi si comincia con degli studi, in cui magari un centro di ricerca serio come il Censis si mette a duettare con un qualcosa che si chiama Unipol, si comincia a far circolare il mantra che “bisogna superare certi pregiudizi” (le assicurazioni, in Italia, non godono effettivamente di grandi simpatie nella popolazione...), ma si comincia anche a disegnare teoricamente il nuovo assetto possibile di una sanità completamente privatizzata. A cominciare dal nome, ovviamente in inglese: white economy.
Il rapporto Censis-Unipol prende atto con soddisfazione che la sanità pubblica è stata ormai “frollata” a sufficienza e quindi “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”.
In fondo gli utenti sono stati ormai abituati a pagarsi quasi tutte le prestazioni sanitarie, a cominciare dall'assistenza agli anziani. Dunque non ci sarebbero troppi ostacoli pratici. Anzi, bisogna anche sbrigarsi perché la crisi ha ristretto la capacità di spesa delle famiglie in questo settore. Al punto che ci si cura in generale di meno (nonostante l'aumento dei ticket, infatti, nel 2014 la spesa delle famiglie è scesa del 5,7%) e per la prima volta è in diminuzione anche il numero delle badanti assunte per assistere gli anziani.
Per il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”. Et voilà, il gioco è fatto. La salute della popolazione smette di essere un diritto individuale garantito dallo Stato e diventa una merce “prodotta” da una “solida filiera economico-produttiva”, con aziende private (cliniche, laboratori di analisi e diagnostica, ecc.) che sostituiscono quasi in tutto la rete sanitaria pubblica. Cui dovrebbero essere affidate, in misura assolutamente residuale, tutte quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronto soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi, ecc.
Naturalmente bisogna “comunicare” qualcosa di più attraente e meno volgare. Quindi si argomenta in modo solidale alle famiglie italiane che “nei lunghi anni della recessione hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”. E anzi ci si presenta come pronti a correre in loro soccorso, perché “oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.
Sembra la pubblicità di una catena di supermercati che garantisce “prezzi bassi e fissi”. E bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una “moderna organizzazione” della sanità in mano ai privati riesca a garantire – in futuro – prezzi più bassi e migliori prestazioni. L'esperienza comune, infatti, registra l'esatto opposto: prezzi spaventosi (una clinica privata con una certa affidabilità può arrivare a chiedere 500 euro al giorno per il solo ricovero, senza ancora calcolare i costi di visite specialistiche e medicinali, per non dire delle operazioni chirurgiche), qualche problema con i casi clinicamente più complessi (specie nella neonatologia, dove non è infrequente che bambini nati in cliniche private vengano trasferiti d'urgenza in ospedali pubblici specializzati, come il Bambin Gesù di Roma). Poi, certamente, in una clinica privata il “numero chiuso” – ristretto a chi si può permettere di pagare certe cifre o è coperto da un'assicurazione (appunto...) – garantisce un rapporto meno frettoloso con medici e infermieri, meno affollamento e nessun letto nei corridoi. Queste sono piacevolezze che vengono da sempre assegnate alla sanità pubblica che deve accogliere e assistere chiunque – meritoriamente – anche se non c'è posto.
Ma ci sono dettagli decisamente interessanti nel rapporto Censis-Unipol. Per esempio, lo scorso anno la spesa sanitaria privata è crollata del 5,7%. La riduzione generalizzata dei redditi, insomma, sta mettendo in crisi i profitti dei padroni delle cliniche e dei centri diagnostici privati (gli Angelucci e i Debenedetti, per esempio); quindi è decisamente il “momento” di garantir loro un solido aumento delle entrate.
L'idea è di copiare il modello anglosassone, soprattutto statunitense, con qualche mediazione: “un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi”.
Come farlo senza consegnare immediatamente e brutalmente la popolazione agli “intermediatori” sanitari privati? Con una attenta regolamentazione che serva a “stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.
Decentramento, accordi con enti locali inchiodati dal “patto di stabilità” e dunque impossibilitati ad opporsi validamente alle pressioni dei “privati” in presenza di una riduzione generalizzata della spesa sanitaria pubblica e quindi alle montanti proteste della popolazione. La chiave per disarticolare le resistenze passa da qui.
Il tutto, ovviamente, per “stimolare la crescita del paese”, sviluppando “filiere”. Perché “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.
Preparatevi a fare a schiaffi con le assicurazioni. Che, come in America, pretendono di coprire soltanto i clienti in perfetta salute, scartando tutti quelli che rischiano di costar loro più di quanto non versino di polizza.
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Abbiamo visto i “grandi successi” di Telecom e dell'Alitalia, per non dire dell'Italsider diventata Ilva. Lo stiamo vedendo con la scuola e l'università, fatte marcire tra taglio dei fondi, maltrattamento del personale e aumento delle rette, parallelo all'aumento dei fondi regalati alle scuole private.
La “fase finale” ora tocca alla sanità.
Come si privatizza la sanità pubblica? All'americana, naturalmente, dandola in mano alle assicurazioni e alle strutture private. C'è ancora un po' di timore a presentarla così, quindi si comincia con degli studi, in cui magari un centro di ricerca serio come il Censis si mette a duettare con un qualcosa che si chiama Unipol, si comincia a far circolare il mantra che “bisogna superare certi pregiudizi” (le assicurazioni, in Italia, non godono effettivamente di grandi simpatie nella popolazione...), ma si comincia anche a disegnare teoricamente il nuovo assetto possibile di una sanità completamente privatizzata. A cominciare dal nome, ovviamente in inglese: white economy.
Il rapporto Censis-Unipol prende atto con soddisfazione che la sanità pubblica è stata ormai “frollata” a sufficienza e quindi “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”.
In fondo gli utenti sono stati ormai abituati a pagarsi quasi tutte le prestazioni sanitarie, a cominciare dall'assistenza agli anziani. Dunque non ci sarebbero troppi ostacoli pratici. Anzi, bisogna anche sbrigarsi perché la crisi ha ristretto la capacità di spesa delle famiglie in questo settore. Al punto che ci si cura in generale di meno (nonostante l'aumento dei ticket, infatti, nel 2014 la spesa delle famiglie è scesa del 5,7%) e per la prima volta è in diminuzione anche il numero delle badanti assunte per assistere gli anziani.
Per il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”. Et voilà, il gioco è fatto. La salute della popolazione smette di essere un diritto individuale garantito dallo Stato e diventa una merce “prodotta” da una “solida filiera economico-produttiva”, con aziende private (cliniche, laboratori di analisi e diagnostica, ecc.) che sostituiscono quasi in tutto la rete sanitaria pubblica. Cui dovrebbero essere affidate, in misura assolutamente residuale, tutte quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronto soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi, ecc.
Naturalmente bisogna “comunicare” qualcosa di più attraente e meno volgare. Quindi si argomenta in modo solidale alle famiglie italiane che “nei lunghi anni della recessione hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”. E anzi ci si presenta come pronti a correre in loro soccorso, perché “oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.
Sembra la pubblicità di una catena di supermercati che garantisce “prezzi bassi e fissi”. E bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una “moderna organizzazione” della sanità in mano ai privati riesca a garantire – in futuro – prezzi più bassi e migliori prestazioni. L'esperienza comune, infatti, registra l'esatto opposto: prezzi spaventosi (una clinica privata con una certa affidabilità può arrivare a chiedere 500 euro al giorno per il solo ricovero, senza ancora calcolare i costi di visite specialistiche e medicinali, per non dire delle operazioni chirurgiche), qualche problema con i casi clinicamente più complessi (specie nella neonatologia, dove non è infrequente che bambini nati in cliniche private vengano trasferiti d'urgenza in ospedali pubblici specializzati, come il Bambin Gesù di Roma). Poi, certamente, in una clinica privata il “numero chiuso” – ristretto a chi si può permettere di pagare certe cifre o è coperto da un'assicurazione (appunto...) – garantisce un rapporto meno frettoloso con medici e infermieri, meno affollamento e nessun letto nei corridoi. Queste sono piacevolezze che vengono da sempre assegnate alla sanità pubblica che deve accogliere e assistere chiunque – meritoriamente – anche se non c'è posto.
Ma ci sono dettagli decisamente interessanti nel rapporto Censis-Unipol. Per esempio, lo scorso anno la spesa sanitaria privata è crollata del 5,7%. La riduzione generalizzata dei redditi, insomma, sta mettendo in crisi i profitti dei padroni delle cliniche e dei centri diagnostici privati (gli Angelucci e i Debenedetti, per esempio); quindi è decisamente il “momento” di garantir loro un solido aumento delle entrate.
L'idea è di copiare il modello anglosassone, soprattutto statunitense, con qualche mediazione: “un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi”.
Come farlo senza consegnare immediatamente e brutalmente la popolazione agli “intermediatori” sanitari privati? Con una attenta regolamentazione che serva a “stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.
Decentramento, accordi con enti locali inchiodati dal “patto di stabilità” e dunque impossibilitati ad opporsi validamente alle pressioni dei “privati” in presenza di una riduzione generalizzata della spesa sanitaria pubblica e quindi alle montanti proteste della popolazione. La chiave per disarticolare le resistenze passa da qui.
Il tutto, ovviamente, per “stimolare la crescita del paese”, sviluppando “filiere”. Perché “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.
Preparatevi a fare a schiaffi con le assicurazioni. Che, come in America, pretendono di coprire soltanto i clienti in perfetta salute, scartando tutti quelli che rischiano di costar loro più di quanto non versino di polizza.
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17/07/2013
Schiavettoni finanziari a Milano
Finisce in manette l'intera dinastia del finanziere Ligresti. Due diverse inchieste indicano bilanci “taroccati” e un patto segreto tra “la famiglia” e il presidente di Mediobanca. Una seria ipoteca sulla fusione tra Unipol e Fonsai e un nuovo incubo sulle operazioni finanziarie targate PD.
Questa mattina l'intera dinastia Ligresti è finita in manette. Il provvedimento ha colpito l'intera filiera del finanziere milanese di origine siciliane: il “vecchio” Salvatore già agli arresti domiciliari, e poi i due figli Giulia e Jonella. Il quarto Paolo Ligresti non è stato arrestato perché al momento risulta essere in Svizzera. La Guardia di Finanza di Torino su mandato della Procura torinese ha arrestato anche gli ex amministratori delegati della società di assicurazioni Fonsai, Fausto Marchionni ed Emanuele Erbetta e l'ex vicepresidente Antonio Talarico. Le ipotesi di reati sono quelle di falso in bilancio aggravato per grave nocumento al mercato e manipolazione del mercato. Per i Ligresti e le altre persone arrestate il reato contestato è quello di false comunicazioni sociali. In realtà la precipitazione delle indagini – con gli arresti – non è un fulmine a ciel sereno. Salvatore Ligresti e i figli Giulia, Jonella e Paolo risultano infatti già indagati nell'inchiesta avviata dai procuratori torinesi Nessi e Gianoglio che accusano i vertici di Fonsai di aver «taroccato» la voce destinata alla cosiddetta riserva sinistri della società assicurativa, alterando in questo modo – tra il 2008 e il 2010 – il bilancio della società dando però comunicazione ai mercati sulla base di notizie false sul bilancio dell'azienda quotata in borsa, alterando così il prezzo delle sue azioni.
L'inchiesta si è arricchita con la scoperta di un buco di seicento milioni di euro che sarebbe stato nascosto dalla voce «riserve sinistri» del bilancio consolidato del 2010. Nascono da qui le ipotesi di reato per falso in bilancio e false comunicazioni al mercato, alle quali si aggiunge l'ipotesi di falso in prospetto, in quanto sulla base del bilancio di tre anni fa era stato predisposto il prospetto informativo che ha portato, nel luglio del 2011, all'aumento di capitale di Fonsai per circa 450 milioni di euro. Già nel febbraio scorso erano stati notificati sette avvisi di garanzia, tre dei quali ai rampolli di Ligresti, ai quali erano state perquisite abitazioni e uffici.
Ma l'inchiesta dei giudici torinesi sui Ligresti non è l'unica. Ce n'è infatti una parallela condotta dal magistrato milanese Luigi Orsi relativa ad alcuni passaggi del piano di salvataggio predisposto dalla Unipol per Fonsai. A mettere in sospetto il magistrato sarebbe stato una sorta di patto occulto siglato da Salvatore Ligresti con Alberto Nagel, il numero uno di Mediobanca. Un patto che avrebbe assicurato alla famiglia del finanziere una buonuscita” dalla Fonsai per circa 45 milioni di euro. La sontuosa '”uscita di scena” dei Ligresti, avrebbe dovuto consentire a Unipol e Fonsai di condurre in porto la fusione delle due compagnie e alla nascita di maxi polo assicurativo Unipol-Sai. Ma adesso, con la scoperta del buco da seicento milioni di euro, sono prevedibili seri rallentamenti dell'ennesima operazione a perdere della finanza targata PD. Non solo, un mese fa Giulia Ligresti aveva lanciato un allarme sul possibile naufragio della fusione affidando le sue esternazioni all'agenzia Adn/Kronos. Avevano cominciato a circolare voci su alcuni derivati finanziari inserita nel bilancio dell'Unipol ritenuto "sufficientemente non chiaro", e capace di avere ripercussioni sul patrimonio netto di Unipol mettendo a rischio la fusione con Fonsai.“La realtà è che Fondiaria Sai doveva salvare Unipol e gli interessi delle banche", aveva affermato Giulia Ligresti.
Nella tormentata vicenda della fusione Unipol-Fonsai non mancano però le omissioni degli organismi di controllo. Il presidente dell'Adusbef, Elio Lannutti, ha puntato nuovamente il dito contro la Consob, che aveva il compito di controllare ed impedire che tali reati si potessero concretizzare. Ad ottobre era finito nei guai anche Giancarlo Giannini, ex presidente dell'Isvap (oggi Ivass), l'Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni. I magistrati vogliono capire se nel biennio 2009-2011 l'Istituto di vigilanza fosse stato a conoscenza della situazione di bilancio di Fonsai.
Fonte
Questa mattina l'intera dinastia Ligresti è finita in manette. Il provvedimento ha colpito l'intera filiera del finanziere milanese di origine siciliane: il “vecchio” Salvatore già agli arresti domiciliari, e poi i due figli Giulia e Jonella. Il quarto Paolo Ligresti non è stato arrestato perché al momento risulta essere in Svizzera. La Guardia di Finanza di Torino su mandato della Procura torinese ha arrestato anche gli ex amministratori delegati della società di assicurazioni Fonsai, Fausto Marchionni ed Emanuele Erbetta e l'ex vicepresidente Antonio Talarico. Le ipotesi di reati sono quelle di falso in bilancio aggravato per grave nocumento al mercato e manipolazione del mercato. Per i Ligresti e le altre persone arrestate il reato contestato è quello di false comunicazioni sociali. In realtà la precipitazione delle indagini – con gli arresti – non è un fulmine a ciel sereno. Salvatore Ligresti e i figli Giulia, Jonella e Paolo risultano infatti già indagati nell'inchiesta avviata dai procuratori torinesi Nessi e Gianoglio che accusano i vertici di Fonsai di aver «taroccato» la voce destinata alla cosiddetta riserva sinistri della società assicurativa, alterando in questo modo – tra il 2008 e il 2010 – il bilancio della società dando però comunicazione ai mercati sulla base di notizie false sul bilancio dell'azienda quotata in borsa, alterando così il prezzo delle sue azioni.
L'inchiesta si è arricchita con la scoperta di un buco di seicento milioni di euro che sarebbe stato nascosto dalla voce «riserve sinistri» del bilancio consolidato del 2010. Nascono da qui le ipotesi di reato per falso in bilancio e false comunicazioni al mercato, alle quali si aggiunge l'ipotesi di falso in prospetto, in quanto sulla base del bilancio di tre anni fa era stato predisposto il prospetto informativo che ha portato, nel luglio del 2011, all'aumento di capitale di Fonsai per circa 450 milioni di euro. Già nel febbraio scorso erano stati notificati sette avvisi di garanzia, tre dei quali ai rampolli di Ligresti, ai quali erano state perquisite abitazioni e uffici.
Ma l'inchiesta dei giudici torinesi sui Ligresti non è l'unica. Ce n'è infatti una parallela condotta dal magistrato milanese Luigi Orsi relativa ad alcuni passaggi del piano di salvataggio predisposto dalla Unipol per Fonsai. A mettere in sospetto il magistrato sarebbe stato una sorta di patto occulto siglato da Salvatore Ligresti con Alberto Nagel, il numero uno di Mediobanca. Un patto che avrebbe assicurato alla famiglia del finanziere una buonuscita” dalla Fonsai per circa 45 milioni di euro. La sontuosa '”uscita di scena” dei Ligresti, avrebbe dovuto consentire a Unipol e Fonsai di condurre in porto la fusione delle due compagnie e alla nascita di maxi polo assicurativo Unipol-Sai. Ma adesso, con la scoperta del buco da seicento milioni di euro, sono prevedibili seri rallentamenti dell'ennesima operazione a perdere della finanza targata PD. Non solo, un mese fa Giulia Ligresti aveva lanciato un allarme sul possibile naufragio della fusione affidando le sue esternazioni all'agenzia Adn/Kronos. Avevano cominciato a circolare voci su alcuni derivati finanziari inserita nel bilancio dell'Unipol ritenuto "sufficientemente non chiaro", e capace di avere ripercussioni sul patrimonio netto di Unipol mettendo a rischio la fusione con Fonsai.“La realtà è che Fondiaria Sai doveva salvare Unipol e gli interessi delle banche", aveva affermato Giulia Ligresti.
Nella tormentata vicenda della fusione Unipol-Fonsai non mancano però le omissioni degli organismi di controllo. Il presidente dell'Adusbef, Elio Lannutti, ha puntato nuovamente il dito contro la Consob, che aveva il compito di controllare ed impedire che tali reati si potessero concretizzare. Ad ottobre era finito nei guai anche Giancarlo Giannini, ex presidente dell'Isvap (oggi Ivass), l'Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni. I magistrati vogliono capire se nel biennio 2009-2011 l'Istituto di vigilanza fosse stato a conoscenza della situazione di bilancio di Fonsai.
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