Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/12/2025
L’export cinese (anche con i dazi) fa boom: 3,4 trilioni
Certo, il primo a essere quasi stupefatto della performance manifestata dal colosso asiatico è stato lo stesso Wall Street Journal, che ha sparato la notizia “di testa”, in prima pagina, accompagnandola con grafici più che eloquenti. E il motivo è semplice: gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto una vera e propria guerra commerciale contro la Cina per tutto il 2025. È il risultato è stato quello (quasi simmetrico) che si può riscontrare anche nella sfera geopolitica: Pechino si è rifatta con gli interessi, puntando su rinnovate alleanze con i Paesi del Sud del mondo e con i cosiddetti “non allineati”. Anche se poi, a leggere con attenzione i dati, si scoprono verità insospettabili. Come quella di un’Europa che a parole sproloquia di sacri principi e poi nei fatti, vigliaccamente, corre in Cina a trattare dietro le quinte i sordidi interessi di bottega nazionali. Questo tanto per ricordare di chi stiamo parlando. Dunque il WSJ titola eloquentemente: “Il surplus commerciale della Cina supera i mille miliardi di dollari, sottolineando il suo predominio nelle esportazioni”. Per poi aggiungere nell’incipit che quest’anno ha superato per la prima volta “un traguardo che sottolinea il predominio raggiunto dal Paese in ogni settore, dai veicoli elettrici di fascia alta alle magliette di fascia bassa. Nei primi 11 mesi dell’anno – prosegue il Journal – le esportazioni cinesi sono aumentate del 5,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 3,4 trilioni di dollari, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,6% nello stesso periodo, attestandosi a 2,3 trilioni di dollari. Ciò ha portato il surplus commerciale del Paese quest’anno a 1,08 trilioni di dollari, ha dichiarato lunedì l’Amministrazione generale delle dogane cinese”.
Dalle mutande ai microchip
L’analisi che fanno i giornalisti americani è tra l’ammirato e il profondamente preoccupato. In effetti, la traiettoria di sviluppo del sistema economico cinese è caratterizzata dalla sua crescita esponenziale nell’unità di tempo. Insomma, il Pil aumenta di anno in anno come se la popolazione lavorativa fosse parte di un gigantesco formicaio, in cui ognuno sembra avere il suo posto e la sua funzione. Almeno questo dicono le cifre. Poi la “qualità” del sistema è un altro discorso. Ma non fermiamoci solo ai formidabili incrementi produttivi e parliamo anche della diversificazione strategica dei prodotti. La filosofia commerciale cinese non è stata solo quella di abbassare un poco la qualità dei loro prodotti rispetto a quelli occidentali, per poterli poi vendere a prezzi stracciati. No, dove possibile, hanno pensato di puntare al monopolio di alcune materie prime e semilavorati indispensabili per la tecnologia industriale contemporanea. Così hanno cominciato a produrre padelle e mutande negli anni ’70, per arrivare oggi ai semiconduttori di fascia alta e al commercio oligopolistico delle preziose “terre rare”. Che stanno persino cominciando a usare come arma politica.
Negli Usa è allarme rosso
Zitti zitti, dunque, i cinesi si sono inseriti con astuzia nelle catene di approvvigionamento occidentali più sensibili. Quelle relative a materiali indispensabili per la produzione di beni durevoli che usano tecnologie d’avanguardia. Scatenare contro di loro una guerra commerciale senza prima averne ben valutato le conseguenze e le eventuali ritorsioni, quindi, può rivelarsi una scelta sbagliata e autolesionistica. “Le catene di approvvigionamento statunitensi sono considerate vulnerabili allo sfruttamento cinese” si preoccupa di avvisare il WSJ, spiegando che “un rapporto al Congresso afferma che Pechino ha la capacità di causare interruzioni nella produzione di farmaci e chip”. Questo tanto per citare alcuni settori “sensibili” che potrebbero essere colpiti pesantemente dagli umori delle autorità cinesi, ma il problema appare più vasto. Nel corso del 2025, la Cina ha impedito l’export di terre rare verso gli Stati Uniti, bloccando produzioni fondamentali: dalle automobili ai motori a reazione. Messo alle strette, Trump ha dovuto rivedere la sua aggressiva politica tariffaria contro Pechino.
La Germania fa marcia indietro
Anche la Germania ha recentemente sofferto per la mancanza di speciali magneti, utilizzati nell’industria avanzata, che arrivano dalla Cina. Ma si sa che se anche il Cancelliere Merz straparla, di fronte agli interessi tedeschi è disposto comunque a cambiare idea. Così, mentre le linee strategiche dell’Unione (firmate da tutti) definiscono la Cina come un “nostro avversario”, un vero e proprio nemico, il Ministro degli Esteri tedesco Johan, Wadepuhl, viene invece spedito nella Città Celeste, col ramoscello d’ulivo in mano e (forse) tanti contratti. Berlino quando ci sono in ballo i suoi denari, la politica estera se la fa da sola e se ne frega di Bruxelles: “In un rapporto di Bloomberg – scrive il South China Morning Post di Hong Kong – si legge che Wadephul ha detto al Ministro del Commercio che la Cina era il ‘partner commerciale più importante’ della Germania e che Berlino voleva restare fedele a questa posizione e ampliarla’. Si prevede che la visita aprirà la strada al primo viaggio del Cancelliere tedesco Friedrich Merz in Cina all’inizio del prossimo anno. Il Ministro degli Esteri tedesco ha dato il tono prima del suo viaggio. In una dichiarazione ha affermato: ‘Le restrizioni commerciali, in particolare per quanto riguarda le terre rare, sono una delle principali preoccupazioni per le nostre aziende, così come le sovraccapacità nei settori dell’elettromobilità e dell’acciaio. Germania e Cina hanno molto da offrirsi a vicenda: i prodotti tedeschi sono richiesti in Cina. D’altra parte, il mercato cinese e la sua forza innovativa sono attraenti per molte aziende tedesche”.
No, qualcosa non torna più. Questa melensa dichiarazione d’amore “internazionale” è tutto il contrario del documento che i tedeschi hanno firmato a Bruxelles. Ma che credibilità ha la Commissione?
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24/10/2025
Olanda - "Commissariati" i chip della cinese Nexperia, ma l’automotive europea va in fermento
Non quelli più all’avanguardia, ma quelli largamente usati nell’industria automobilistica, nell’elettronica di consumo ed anche in altri settori. Nel 2017 viene venduta da una compagnia che era legata a Philips a un consorzio sostenuto da Pechino, e dal 2019 Wingtech ne diviene l’azionista di maggioranza.
Lo scorso 30 settembre il governo olandese decide di rispolverare il Goods Availability Act, una legge risalente agli anni Cinquanta – e dunque al contesto della Guerra Fredda – che permette di prendere di fatto il controllo di un’azienda per motivi di sicurezza nazionale. In questo caso, vengono addotte questioni sull’approvvigionamento del paese in seguito alla presunta inadeguatezza dei vertici della società.
Si tratta di una mossa che ha evidentemente un mandante: Washington. E non lo diciamo solo perché Trump aveva già messo in chiaro che avrebbe preteso dalla UE di allinearsi alle esigenze commerciali degli USA. Sono le stesse carte del Tribunale di Amsterdam a dirlo. Bisogna però fare un breve passo indietro nel tempo.
Il 29 settembre il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha imposto nuovi controlli e restrizioni alle esportazioni verso la Cina e circa una settimana dopo un rapporto del Congresso invitava ad ampliare i divieti su alcune attrezzature. Da qui è originata la reazione cinese che i media asserviti di questo paese hanno ovviamente indicato come una azione unilaterale di Pechino.
Al di là di questo, le nuove disposizioni, allargandosi ormai a molte partecipate, hanno cambiato il quadro anche per Nexperia. Infatti, se già da tempo Wingtech è sulla Entity List delle restrizioni stelle-e-strisce, dal 30 settembre anche l’azienda olandese ci sarebbe finita. La perdita di questa relazione sarebbe stata un duro colpo.
Ma c’è di più. Perché stando a quel che l’Huffington Post riporta delle carte del Tribunale di Amsterdam, “il governo statunitense aveva chiarito che, se fosse rimasto al comando il suo attuale amministratore delegato, Zhang Xuezheng, la società non sarebbe stata rimossa dalla lista dei controlli sulle esportazioni”.
Un ricatto che, a quanto pare, non turba troppo né i ‘sovranari’ olandesi né quelli europeisti. E così, quello stesso 30 settembre, L’Aja, vero centro del potere del paese europeo, ha deciso il sequestro, mettendo in moto una valanga che ora, come è successo più di una volta negli ultimi mesi, sta arrivando dritta sulla UE, più che sulla Cina.
Infatti, Pechino ha deciso di rispondere vietando le esportazioni dei prodotti di Nexperia verso la UE. Il problema è proprio che, anche se con sede nei Paesi Bassi, i chip vengono spesso assemblati e impacchettati in Estremo Oriente. Questo ha subito mandato mandato in tilt politici e aziende del Vecchio Continente.
Mentre la divisione cinese di Nexperia ha sostanzialmente dichiarato la propria indipendenza dalla gestione ‘commissariale’, il ministro dell’Economia dei Paesi Bassi, Vincenti Karremans, ha richiesto un colloquio con il ministro del Commercio del Dragone, Wang Wentao, stando a una dichiarazione del dicastero di quest’ultimo.
Mentre Karremans ha espresso fiducia nel raggiungimento di una soluzione, il politico cinese è stato più netto nell’attribuire la responsabilità del conflitto alla parte olandese, e che deve essere perciò questa “ad agire nell’ottica generale di preservare la sicurezza e la stabilità”.
Intanto, dall’automotive europeo arrivano affermazioni preoccupate. Hildegard Mueller, presidente dell’associazione dell’industria automobilistica tedesca VDA ha dichiarato che “la situazione potrebbe portare a notevoli restrizioni produttive nel prossimo futuro, e possibilmente anche a fermi di produzione se l’interruzione nella fornitura dei chip Nexperia non sarà risolta a breve termine”.
Volkswagen ha annunciato che sta per interrompere l’assemblaggio di due modelli – Golf e Tiguan – e, secondo il giornale tedesco Bild, ciò deriva proprio dall’affaire Nexperia, anche se dalla società smentiscono. Intanto, si sono però già mossi per trovare un altro fornitore che possa garantire i chip necessari.
Persino l’ACEA, l’associazione europea dei produttori di auto, si è detta “profondamente preoccupata” per possibili “interruzioni significative” delle linee di produzione. Questo tipo di ansie sono state registrate anche nell’automotive giapponese. Intanto, la divisione cinese ha ricominciato a distribuire i suoi prodotti sul mercato interno... ma è disposta a farsi pagare solo in yuan.
La vicenda è un altro sintomo della debolezza della UE, stretta tra il dover esaudire i desideri di Washington (che è ben felice di mandare ulteriormente in crisi l’industria europea, sperando di attirare investimenti verso gli States) e la guerra che vuole portare a ogni costo al resto del Mondo, con cui potrebbe in realtà intrattenere affari d’oro.
La scelta guerrafondaia – nelle varie sfaccettature che può assumere questa definizione – di una classe dirigente miope e imbevuta della propria stessa propaganda suprematista che ha raccontato per decenni, cozza con l’evidente impreparazione nella competizione globale. Prima si riesce a rompere questo ciclo fallimentare che persegue l’imperialismo europeo, prima si apre la via per un’alternativa.
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07/07/2025
La macchina da guerra Usa in mano alla Cina
Il 2025 National Security Scorecard appena pubblicato da govini, l’ha messa così: questa dipendenza fa sì che gli Stati Uniti siano «impreparati per la guerra in cui potrebbero dover entrare se la Cina dicesse “oggi è il giorno”».
Sì perché, secondo il report annuale della compagnia Usa, dall’analisi della spesa del ministero della difesa, le aziende cinesi rappresentano il 9,3 per cento dei principali fornitori (Tier 1) coinvolti nei programmi di difesa statunitensi in nove settori critici: aviazione, marittimo, C4I, supporto missione, nucleare, missili e munizioni, terrestre, difesa missilistica, e spazio.
I ricercatori di govini hanno concluso che le catene di approvvigionamento statunitensi sono “incredibilmente fragili”, perché la Cina, che dagli Usa è considerata un “avversario”, ospita il maggior numero di fornitori di primo livello degli States.
In particolare, la difesa missilistica è il settore con la maggiore dipendenza, con l’11,1 per cento dei fornitori cinesi. Quello nucleare invece ha la dipendenza più bassa (7,8 per cento), ma anche qui, tra i fornitori esteri, la Cina è al primo posto con 534 aziende, superando alleati come Canada (405) e Regno Unito (366). Inoltre, il numero di fornitori cinesi per il settore nucleare nel 2024 è aumentato del 45,5 per cento rispetto all’anno precedente.
C’è poi il capitolo specifico dei minerali critici (la cui produzione è dominata dalla Cina) da cui dipendono centinaia di sistemi di armamento Usa nell’aviazione, nella marina e una manciata nel nucleare.
Per avere un’idea di quanto la macchina bellica Usa dipenda dalla Cina, basta guardare ad alcuni dei suoi fiori all’occhiello:
- i caccia F-35 contengono oltre 400 kg di terre rare per unità, per i motori a reazione, l’avionica, le munizioni e il radar;
- l’ultimo jet Usa di nuova generazione, l’F-47, con il suo sistema NGAD (Next-Generation Air Dominance), probabilmente conterrà una quantità sostanziale di minerali critici, considerando l’integrazione di tecnologie all’avanguardia, come i velivoli senza pilota e l’intelligenza artificiale;
- i sottomarini di classe Virginia utilizzano 4.200 kg di terre rare e i cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke ne richiedono 2.360 kg per i loro radar, le munizioni e altre tecnologie;
- i droni Predator, i missili Tomahawk, le bombe intelligenti Joint Direct Attack Munition (JDAM) e i sistemi radar avanzati si basano tutti su magneti in terre rare per la propulsione, il puntamento e la guida.
Pechino ha utilizzato le recenti restrizioni all’export verso gli Usa di alcuni di questi minerali ed elementi chiave per ottenere concessioni nella trattativa commerciale con l’amministrazione Trump.
Secondo il report di govini, attualmente la Cina è in grado di paralizzare la produzione dei sistemi di armamento Usa più avanzati. Infatti – secondo quanto rivelato ad aprile dalla stessa compagnia – 80.000 componenti di armi negli Stati Uniti vengono realizzati utilizzando antimonio, gallio, germanio, tungsteno o tellurio. Con l’approvvigionamento globale di questi cinque minerali controllato dalla Cina, quasi il 78 per cento di tutti i sistemi d’arma statunitensi potrebbe essere colpito dalle restrizioni alle esportazioni.
La Cina controlla inoltre circa il 70 per cento della produzione globale delle 17 terre rare anch’esse impiegate anche nell’industria della difesa. In base alle stime disponibili, oltre l’80 percento delle catene di fornitura dei sistemi d’arma del Pentagono incorpora antimonio, gallio o germanio.
Ovviamente, un affrancamento nel breve termine da questa dipendenza da parte degli Stati Uniti non è possibile, perché avviare nuove miniere e costruire nuove catene di approvvigionamento richiede tempo.
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21/04/2025
Così si contrabbandano i microchip sotto restrizione
Al cuore della competizione tecnologica tra le superpotenze del pianeta si cela un meccanismo che ricorda vagamente il gioco per bambini del “whac-a-mole” (in italiano: “acchiappa la talpa”). Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e, in parte, la UE) che tentano di controllare il futuro dell’innovazione con strumenti normativi (embarghi, sanzioni, veti). Dall’altra c’è una rete sempre più fitta di intermediari, snodi logistici, società fantasma che cercano di eludere i controlli sull’export, spuntando dal nulla proprio come la talpa del gioco.
Questo fenomeno caratterizza in particolare il settore dei semiconduttori, dove ha ormai assunto il nome di chip laundering (riciclaggio dei chip). Un termine generico che descrive un settore industriale sommerso, nato tra le pieghe della geopolitica dell’hi-tech. Il paragone più immediato è con l’elusione delle sanzioni nel settore energetico, ma il confronto regge solo in parte. A differenza del petrolio, i chip sono minuscoli, facili da trasportare, da camuffare e da occultare.
Dietro il contrabbando di semiconduttori c’è più di un semplice mercato nero. C’è un panorama di paesi non allineati e di supply-chain che si rimodulano di continuo per sfuggire al controllo dei grandi centri del potere normativo di questa epoca. Un mondo che ha qualcosa di piratesco (e peraltro condivide alcuni luoghi della pirateria storica), seppur stravolto in chiave cyberpunk. Esploriamo dunque questa zona grigia, dove l’elusione delle sanzioni non è solo una pratica opportunistica. Talvolta, come vedremo, è una necessità di sopravvivenza industriale.
Il contenimento russo
Come è noto, i chip sono oggi componenti essenziali degli arsenali militari. Senza microprocessori, non funzionano i missili, i droni, i radar, i sensori, le comunicazioni criptate, i sistemi di logistica e di tracciamento delle unità. È in virtù di questa pervasività che i semiconduttori sono diventati l’equivalente del carburante in una guerra moderna: senza di essi, l’apparato bellico si inceppa.
Nel contesto della guerra in Ucraina, tutto questo ha assunto un’importanza cruciale per la Russia, sottoposta a severe sanzioni nel campo dell’elettronica. Ogni drone contiene infatti chip di fabbricazione occidentale; ogni missile richiede componenti elettronici spesso prodotti in paesi NATO; perfino i sistemi di sparo necessitano di circuiti avanzati per funzionare.
Da qui l’esplosione delle forniture parallele. Paesi come Singapore, Hong Kong, la Turchia, gli Emirati e la Bielorussia sono divenuti snodi tecnologico-logistici attraverso cui i componenti occidentali vengono “riciclati”, camuffati come beni civili, e poi reindirizzati verso l’industria bellica russa, con triangolazioni finanziarie che spesso utilizzano banche locali poco trasparenti, criptofinanza e circuiti alternativi di compensazione monetaria, come quelli sino-russi basati sul renminbi.
Il risultato è un ecosistema e che prospera nel buio e che rende difficile verificare l’impatto delle sanzioni. Il paradosso, denunciato dallo stesso Zelensky, è che, mentre l’Occidente cerca di limitare il potenziale russo, ogni giorno sull’Ucraina piovono missili che contengono centinaia di brevetti tecnologici di paesi NATO.
Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, quasi 4 miliardi di dollari di chip soggetti a restrizioni si sarebbero riversati in Russia da oltre 6.000 aziende, alcune delle quali si trovano a Hong Kong, ha scritto lo scorso agosto il New York Times, in un’inchiesta che ha analizzato dati doganali russi (ottenuti da un’azienda terza), registrazioni aziendali, registrazioni di domini e altre informazioni sulle sanzioni.
Un altro importante crocevia delle supply chain alternative è rappresentato dalla Malesia, dove diverse aziende locali, talvolta anche consolidate, svolgono la funzione di “camere di compensazione” per chip ad alte prestazioni destinati a Mosca. Alcune di queste aziende, come Jatronics, sono state sanzionate dal Tesoro Usa per aver “facilitato l’approvvigionamento di prodotti a uso duale (dual use) da parte della Federazione Russa”. Torneremo più avanti sulle ragioni per cui persino aziende con una reputazione “ufficiale” da difendere si prestano a questo gioco.
I “falsari” dei chip
Il mercato parallelo dei microchip si nutre attivamente delle vulnerabilità dell’industria stessa. A cominciare da quelle più strutturali come la carenza globale di chip, accelerata dalla pandemia e ormai divenuta una sorta di “new normal” dell’industria. È proprio in questo contesto che gruppi di falsari hanno trovato terreno fertile, spacciando per autentici componenti in realtà provenienti dal riciclo di rifiuti elettronici: vecchi chip smarcati, ribrandizzati e immessi sul mercato millantando prestazioni in realtà nettamente inferiori.
Qui il problema non è tanto l’evasione delle sanzioni, ma il rischio concreto che questi componenti pongono ai loro utilizzatori finali. Cosa succede se, per esempio, dei chip contraffatti finiscono nei freni di un treno ad alta velocità? Un ulteriore problema è che la distinzione tra illeciti volontari e falle strutturali è a volte sottile. I produttori di semiconduttori – pur con tutti i dovuti controlli – spesso non riescono a monitorare ciò che accade una volta che i componenti lasciano i canali ufficiali. È qui che la filiera si trasforma in un circuito fatto di documentazioni potenzialmente contraffatte e opportunità di corruzione dal basso.
Tra le tipologie di chip più prese di mira dai falsari ci sono, da diversi anni, le GPU: le (costose) schede grafiche in cui si è specializzata NVIDIA e che oggi sono centrali nell’ecosistema IA. Recenti notizie dalla Cina rivelano un’evoluzione impressionante delle tecniche di falsificazione dei prodotti NVIDIA, con falsi talmente simili agli originali da trarre in inganno persino gli operatori del settore. Non si tratta più di semplici imitazioni visive o di prodotti riciclati dai rifiuti elettronici, ma di una vera e propria ingegneria del falso che sfrutta componenti autentici per costruire contraffazioni altamente credibili.
Nonostante molti di questi falsi si siano rivelati non performanti, resta incerto se esistano versioni operative in grado di superare anche i controlli software. Strumenti diagnostici come GPU-Z – un software che fornisce informazione sulle caratteristiche e le performance delle schede grafiche – possono essere facilmente ingannati attraverso modifiche al BIOS, una pratica piuttosto comune in Cina. In alcuni casi, come quello della scheda grafica di NVIDIA RTX-4090(D), sono persino comparse sul mercato contraffazioni con memorie superiori a quelle dei prodotti originali (la memoria è uno degli aspetti più frequentemente modificati dei prodotti finiti).
Tutto ciò suggerisce che non si tratti di operazioni artigianali isolate, ma di un’industria parallela di falsificazione su larga scala: un problema non solo per i consumatori – che rischiano di spendere migliaia di dollari per dell’hardware obsoleto – ma anche per la sicurezza informatica a livello globale. In un mondo dove la qualità dei componenti elettronici determina l’affidabilità di interi sistemi, la diffusione di componenti contraffatti rischia di causare danni strutturali e difficili da controllare.
Deepseek e Singapore
Negli ultimi mesi è stato spesso sollevato il dubbio che DeepSeek funzioni grazie a chip di NVIDIA che, a partire dal 2022, non avrebbero più dovuto essere disponibili in Cina. Il sospetto è che i componenti siano arrivati a Pechino attraverso una catena di “nazioni-ponte” che avrebbe come terminale Singapore, la città-stato che, dal 2022 a oggi, ha visto salire la propria quota sul fatturato globale di NVIDIA dal 9% al 22%, un incremento dalle tempistiche quantomeno sospette.
Le autorità locali negano qualsiasi coinvolgimento diretto nella questione (e hanno anzi arrestato nove persone con l’accusa di contrabbando di chip per un valore complessivo di 350 milioni di dollari), tuttavia l’assenza di meccanismi di tracciamento post-vendita lascia aperto un margine di ambiguità sufficiente a far passare una quantità significativa di chip da una parte all’altra del Mar Cinese Meridionale, senza che nessuno possa davvero impedirlo.
Secondo quanto emerso da recenti inchieste giudiziarie – confermate a febbraio dal ministro della giustizia di Singapore – uno dei modi con cui i chip di NVIDIA sono giunti in Cina, per il tramite della Malesia e di Singapore, è all’interno di server, prodotti da società americane come Super Micro Computer (SMC) e Dell, e venduti da aziende di paesi asiatici non soggetti a restrizioni dirette. NVIDIA ha perciò chiesto a Dell e SMC di condurre una verifica presso i loro clienti nel Sud-est asiatico, in modo da verificare che fossero ancora in possesso dei server che avevano acquistato.
È anche per questioni legate a queste falle se, dopo lo smacco subito a opera di DeepSeek, l’amministrazione Trump ha valutato anche l’inclusione dell’H20 – chip intenzionalmente depotenziato per il mercato cinese – tra i prodotti vietati all’export in Cina (è recentissima la notizia che il CEO di NVIDIA, Jensen Huang, avrebbe convinto Trump a ripensarci nel corso di una sfarzosa cena a Mar-a-Lago).
La maxi-multa a TSMC
Il tema si fa ancora più complesso quando entra in gioco la difficile decifrazione delle catene di fornitura “ufficiali”. Un caso emblematico, in tal senso è quello che ha coinvolto Huawei, TSMC e la cinese Sophgo. Secondo un’analisi di TechInsights, una società canadese specializzata nello studio dei semiconduttori, un componente sotto embargo ordinato da Sophgo a TSMC – apparentemente per scopi legati al mining di criptovalute – si sarebbe rivelato parte integrante dei processori Ascend 910 di Huawei, destinati a sistemi di intelligenza artificiale con potenziali applicazioni militari. Interpellata dai media, Huwaei ha negato qualsiasi violazione delle normative internazionali, sostenendo che è dal 2020, quando cioè sono entrate in vigore le prime restrizioni, che l’azienda non utilizza componenti prodotti direttamente da TSMC.
Ma il Dipartimento del Commercio statunitense ha minacciato una multa superiore al miliardo di dollari contro TSMC, accusata di aver infranto (seppure probabilmente in modo involontario) i veti all’esportazione. È una cifra enorme, che rappresenta un precedente problematico e pericoloso non solo per l’azienda, ma per tutto il settore.
Tra necessità e amici di comodo
In conclusione, torniamo alla domanda lasciata in precedenza in sospeso. E cioè: perché aziende e paesi con una reputazione da difendere scelgono di compromettersi con il mercato nero dei semiconduttori, mettendosi di traverso a quello che tuttora è il principale potere normativo mondiale? La risposta ha a che fare con l’estrema complessità della filiera dei semiconduttori. In un settore dove ogni componente attraversa decine di confini, passa per centinaia di fornitori e coinvolge processi che richiedono sapere diffuso e anni di sviluppo, esercitare un controllo totale è nei fatti impossibile.
Peggio ancora: il tentativo di esercitarlo può generare strozzature tali da minacciare la sopravvivenza di interi comparti industriali. Ogni volta che un ente americano introduce un veto, un embargo o una lista nera, crea inevitabilmente un collo di bottiglia. I chip sono del resto il frutto di una catena che coinvolge materiali grezzi (come il silicio ultra-puro), macchinari di estrema precisione (prodotti da ASML e Tokyo Electron), software avanzati (strumenti di electronic design automation come quelli di Synopsys e Cadence), processi di design (NVIDIA etc), fonderie (TSMC, Samsung, SMIC) e test di validazione finale. Ogni segmento di questa catena è concentrato in poche aziende, e uno squilibrio anche minimo in un singolo anello può compromettere l’intero sistema.
È in questo contesto che le aziende, specialmente quelle che operano in paesi che hanno rapporti economici vitali con diversi blocchi geopolitici, si trovano davanti a un bivio: rispettare gli embarghi e rischiare di bloccare la propria attività, perdendo molti soldi e potenzialmente la possibilità di stare sul mercato, o aggirare le sanzioni e continuare a produrre. Per molti non è una scelta etica, ma esistenziale.
Nel settore dei chip, la pressione è enorme: la domanda globale cresce esponenzialmente e nessuna azienda può permettersi di restare indietro. E così, pur di tenere in funzione la macchina produttiva, si ricorre a triangolazioni logistiche, a reti di subappaltatori poco tracciabili, alla ricodifica dei componenti, alla creazione di filiali ad hoc in giurisdizioni opache. In alcuni casi, sono gli stessi governi ad adottare un atteggiamento ambiguo, tollerando certe pratiche in cambio di crescita economica e attrazione di investimenti hi-tech.
Questo tema si intreccia a doppio filo con quello del cosiddetto “friendshoring”, ovvero l’incentivo alla rilocalizzazione di attività strategiche in paesi teoricamente amici o quantomeno neutrali. Paesi terzi che, in realtà, spesso si rilevano snodi funzionali a entrambi i fronti della nuova “Guerra Fredda” (un fenomeno peraltro già verificatosi nel corso della “prima” Guerra Fredda).
La fedeltà geopolitica degli “amici” di convenienza non è del resto mai assoluta, ma soggetta a un costante bilanciamento tra interessi, pressioni e convenienze. Più che alleati o avversari di qualcuno, il realismo geopolitico suggerisce ai paesi “terzi” di comportarsi da broker. Per tutti questi fenomeni, il mondo dei chip somiglia sempre più a un fiume attraversato da correnti sotterranee. Chi vuole davvero comprendere dove sta andando non può ignorare le mosse dei contrabbandieri di silicio.
15/04/2025
USA - Ora i dazi cadono sulla testa di Trump...
Partiamo dalle notizie che appaiono più attendibili (la certezza è ormai un valore del lontano passato). Dopo aver dichiarato guerra al mondo imponendo dazi pari alla metà del disavanzo commerciale esistente con ogni singolo paese o isola lontana (comprese quelle abitate solo da pinguini...), Donald Trump ha innestato una marcia indietro di dimensioni colossali.
Prima ha proclamato la “momentanea esenzione dalle tariffe reciproche per smartphone, computer e altri dispositivi elettronici”, richiesta a sirene spiegate dalle principali multinazionali Usa (Apple in testa, Tesla in seconda posizione) che da quasi 30 anni hanno delocalizzato la produzione fisica in Cina o altrove.
Subito dopo ha prospettato un’analoga sospensione temporanea anche per le automobili, su cui pure era stato imposto preliminarmente un dazio del 25% teso – nelle intenzioni un po’ dementi – a riportare negli States stabilimenti produttivi trasferiti altrove. Il tutto compensato da minacce di ulteriori dazi su semiconduttori e tutta la supply chain tecnologica, oltre che su altri settori quali il farmaceutico.
Come si vede, siamo passati da una impostazione tariffaria “uguale per tutti” ad una “comparto per comparto”, ascoltando le lamentazioni delle multinazionali Usa che vedono compromesso il loro business.
Qui si coglie facilmente l’ottusità retrograda di una “politica imperiale” che ignora la realtà del mondo attuale, costruita proprio dal grande capitale statunitense in primo luogo, per cui la produzione è ormai parcellizzata lungo le “catene del valore” sparse in decine di paesi diversi ma centralizzate da gruppi industriali privati prevalentemente Usa, anche se sempre meno.
Non puoi insomma ragionare “per Stati” – imponendo sanzioni sui prodotti fabbricati in loco – in un ambito materialmente “globalizzato”. Se introduci una variabile politica come i dazi sui componenti che devono entrare nel prodotto finale mandi all’aria la possibilità per le aziende di completare il ciclo produttivo e vendere il prodotto. E quelle aziende sono spesso “le tue” (come “nazione”).
Possiamo parlare di smartphone, pc o automobili o, quasi, di qualsiasi altra cosa: non c’è praticamente nulla – se non i prodotti alimentari “tipici” – che sia fabbricato mettendo insieme parti provenienti da un solo paese. Ogni dazio che metti (con l’intenzione di colpire “un paese”) in realtà è un mattone che ti dai sulla testa.
Una volta messe insieme tutte le telefonate preoccupate, o le facce storte dei suoi stessi ministri-miliardari, Trump non poteva far altro che aprire la lista delle “eccezioni” o delle “temporanee esenzioni”. Che in breve tempo, crediamo, diventeranno definitive perché – banalmente – non ci sono produttori alternativi made in Usa per certe merci.
Non volete credere a noi? Allora ascoltate IlSole24Ore, organo di Confindustria, che spiega perché “La manifattura Usa non tornerà grande”: “Il piano del tycoon, più che una strategia industriale, sembra la trama di una sitcom distopica: applicare dazi per far tornare a casa un’industria svanita da decenni.
Quando normalmente le tariffe si usano per proteggere ciò che ancora esiste, lui le impone per resuscitare qualcosa che ormai sta solo nei libri di storia”.
L’introduzione di dazi crescenti col passare delle ore, nei confronti della Cina che rispondeva simmetricamente, ha portato di fatto al semi-blocco dei porti cinesi, intasati di merci che non possono partire se non si sa se potranno arrivare sul mercato Usa e quanto potranno costare.
Il nazionalista scemo a questo punto direbbe “Bene! Finalmente gliela facciamo pagare...”. Peccato che le cose vadano in tutt’altro modo, e da decenni. “Perché la maggior parte delle importazioni dalla Cina non sono microchip o componenti industriali, bensì prodotti finiti a basso costo: mobili, giochi, plasticherie varie. In parole povere: roba da scaffale. L’intera strategia di Walmart, il santuario del consumismo americano, si fonda su una raffinata gestione della supply chain con Pechino. Bloccare questi flussi significa, molto semplicemente, svuotare gli scaffali. E se ci mettiamo pure l’effetto inflattivo che ne consegue, ecco servita la tempesta perfetta per l’americano medio.
Dunque, nei prossimi venti giorni potremmo assistere a uno di questi due adorabili scenari: o i supermercati si svuoteranno come nel peggior incubo sovietico, o i prezzi schizzeranno verso l’alto. E il danno sarà sì per Trump, ma soprattutto per gli americani – quelli veri, quelli che non possono permettersi una bistecca da 40 dollari o un frigorifero connesso a internet”.
Due scenari che si possono forse evitare solo togliendo, di fatto, i nuovi dazi.
Ma non è neanche detto che basti, anche se le borse hanno immediatamente apprezzato la retromarcia. La Cina infatti ha sfodera una risposta alternativa che vien solo ora – a cose fatte – “scoperta” dai geniacci euro-atlantici imbolsiti dal capitalismo finanziario: il blocco alle esportazioni di sette “terre rare” fondamentali per le tecnologie di punta.
“A 10 giorni dal loro inserimento nella lista dei prodotti soggetti a restrizioni all’export, le spedizioni di samario, gadolinio, terbio, disprosio, lutezio, scandio, ittrio e dei magneti permanenti che incorporano alcuni di loro sono di fatto bloccate e nessuno osa fare previsioni sui tempi per ottenere una licenza per l’esportazione. Anche se bastassero poche settimane, gli stock disponibili al di fuori della Cina si ridurrebbero sensibilmente”.
A molti, quei nomi non dicono nulla ma, per esempio, il gadolinio è fondamentale per le macchine della risonanza magnetica. Altri elementi lo sono per i magneti dei motori elettrici, peraltro prodotti al 90% dalla stessa Cina.
Rompere un “sistema” sembra facile, se sei un deficiente. Ma se provi a farlo davvero – senza essere un rivoluzionario ma solo un fottuto miliardario reazionario – ti cade sulla testa.
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30/03/2025
La Cina progredisce sui chip e sfida le restrizioni
La possibilità di ridurre l’investimento nelle infrastrutture produttive, spostando le lavorazioni in luoghi caratterizzati da costi inferiori (pensiamo alla supply chain asiatica di Apple), ha permesso all’industria dell’hardware di liberare immensi capitali da investire nell’innovazione. Tra i settori che hanno cavalcato più intensamente queste dinamiche c’è quello dei microchip (o semiconduttori): l’oggetto tecnologico alla base di tutte le tecnologie, dal banale termostato ai sistemi di guida delle testate nucleari, dalle batterie dei veicoli elettrici ai server per l’addestramento delle intelligenze artificiali.
Il modello delle foundry, le fabless e la divisione del lavoro
Negli ultimi trent’anni, le aziende di chip dal maggiore valore di mercato, quasi tutte americane, hanno iniziato ad appaltare gran parte della loro attività di manifattura all’estero, in paesi come Taiwan e la Corea del Sud, dove hanno trovato personale qualificato (i chip richiedono ingegneri molto formati in tutte le fasi della lavorazione) con un costo del lavoro decisamente inferiore. Ha così preso piede, soprattutto nella regione dell’Indo-Pacifico, il modello delle “foundry”: aziende di manifattura avanzatissima, che fabbricano chip per conto di aziende occidentali, le quali possono così concentrarsi sulla curva dell’innovazione, che nei chip si incarna nella celebre “legge di Moore” (ovvero l’osservazione che il numero di transistor contenuti in un chip raddoppia ogni due anni).
Sui presupposti di questa divisione del lavoro è nato addirittura un nuovo modello di azienda: le cosiddette “fabless”. Scaricate interamente dai costi fissi, le “fabless” non possiedono stabilimenti di produzione e si occupano soltanto dell’ideazione di nuovi chip sempre più performanti. La più nota di queste aziende è NVIDIA, divenuta negli ultimi anni il perno materiale dell’evoluzione delle IA.
La svolta protezionistica sui chip
Fino a qualche anno fa, l’estrema globalizzazione della catena del valore dei chip – proprietà intellettuali USA, progettate con software anglo-israeliani, riversate da macchinari olandesi su silicio giapponese usando componenti chimici cinesi dentro fabbriche taiwanesi – era considerata una grande festa per tutti: la tecnologia evolveva e i profitti crescevano. Non è più così: da qualche anno gli Stati, USA in testa, hanno deciso che il chip, in quanto “tecnologia di tutte le tecnologie”, è un oggetto troppo strategico – e soprattutto troppo determinante per i rapporti di potenza – per essere lasciato in balia del mercato.
E così, già nel 2016, Obama chiamava Angela Merkel e vietava la vendita alla Cina di Aixtron, un’azienda tedesca di componenti chimici per microelettronica, dopodiché Trump faceva la guerra a Huwaei (anche sui chip) e, infine, Biden dedicava ai semiconduttori gran parte della sua azione normativa in campo internazionale. Dopo aver firmato, nell’agosto 2022, il CHIPS and Science Act, un piano di investimenti per la ricostruzione della manifattura americana dei semiconduttori, nell’ottobre 2022 Biden ha proclamato ufficialmente una serie di restrizioni senza precedenti all’export di chip avanzati verso la Cina.
Il pacchetto di norme non si limitava a proibire la vendita diretta di chip di ultima generazione a Pechino, ma imponeva anche vincoli sulla cessione di macchinari per la loro produzione, sulla condivisione di ricerche e di brevetti e sull’assunzione di personale specializzato da parte di aziende cinesi. L’obiettivo dell’amministrazione Biden non era solo quello di mantenere il vantaggio tecnologico delle aziende americane, ma, se possibile, di ritardare/arretrare lo sviluppo della microelettronica cinese (con ricadute a cascata su tutte le tecnologie, incluse quelle militari).
Le ripercussioni sulle catene del valore sono state notevoli. Giganti del settore come NVIDIA si sono visti costretti a rivedere le proprie strategie di mercato, mentre colossi della manifattura come la coreana Samsung e la taiwanese TSMC (la più importante “foundry” del mondo) si sono trovate a navigare in un campo minato di regolamentazioni sempre più stringenti. La questione ha avuto anche riflessi politici: l’applicazione delle normative ha richiesto grandi sacrifici economici da parte di aziende e paesi alleati degli USA, con costi diplomatici non trascurabili.
La corsa cinese per un’industria autoctona
La conseguenza più significativa della decisione di Biden è stata tuttavia quella di aver costretto la Cina a intensificare gli sforzi per accelerare lo sviluppo di un’industria autoctona di chip avanzati. La reazione cinese si è mossa finora su molteplici livelli, dal sostegno diretto dello Stato alla ricerca fino alla riorganizzazione delle catene di approvvigionamento interne. Pechino ha aumentato in modo significativo i finanziamenti al settore, puntando su colossi nazionali come SMIC (Semiconductor Manufacturing International Corporation) e YMTC (Yangtze Memory Technologies), le punte di diamante del suo sistema industriale.
Nel solco di quanto avvenuto in altri ambiti, come la mobilità elettrica, il sostegno di Pechino non è solo finanziario ma anche normativo, logistico e strategico: sono stati varati piani per il rafforzamento della supply chain dei semiconduttori, a partire dalle materie prime, e sono stati dispiegati incentivi per attirare talenti stranieri aggirando le restrizioni di Washington.
Nel breve periodo, la Cina ha inoltre adottato soluzioni creative per superare i vincoli internazionali. Una di queste è la pratica del cosiddetto “chip laundering”, ovvero l’importazione di chip avanzati attraverso paesi terzi, come Singapore o gli Emirati Arabi Uniti, che sfuggono ai controlli più stringenti degli USA. Inoltre, il governo cinese ha incentivato l’acquisto massiccio di chip prima che le restrizioni entrassero in vigore, accumulando scorte strategiche per le proprie industrie high-tech e per il settore della difesa. La vera partita tuttavia è sul lungo periodo. E su questo fronte Pechino sta spingendo sull’acceleratore dell’innovazione, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori occidentali per tutte le tecnologie più critiche coinvolte nella produzione di chip.
La scommessa sui macchinari litografici e la supremazia europea
Un esempio è lo sviluppo dei macchinari litografici a ultravioletto estremo (EUV), ovvero le macchine con cui, tramite un processo quasi fantascientifico, si “stampano” transistor molto più piccoli di un virus. Per la stampa dei chip più avanzati, il settore è oggi un monopolio di fatto di una singola azienda, l’olandese ASML, a cui gli USA hanno imposto il veto all’export cinese, attraverso un’azione diplomatica che, nel 2023, ha visto direttamente coinvolto il governo olandese (all’epoca guidato dall’attuale Segretario Generale della NATO Mark Rutte).
Lo sviluppo autonomo di macchine EUV di ultima generazione è ritenuto uno degli ostacoli più insormontabili dell’intera catena del valore dei microchip. L’implementazione della tecnologia ha del resto richiesto decenni di lavoro da parte di ASML, miliardi di investimenti e una stretta integrazione con fornitori che rappresentano l’eccellenza della meccanica e dell’ottica europea. Se il capitale da investire alla Cina non manca (sono stati destinati 37 miliardi all’impresa), il tempo e la ricomposizione di una filiera di fornitura autonoma rappresentano due variabili importanti che, secondo autorevoli pareri, dovevano garantire all’Occidente un vantaggio di oltre dieci anni. Ebbene, di recente questo margine potrebbe essersi assottigliato molto, almeno stando alle voci secondo cui Huawei starebbe per testare un macchinario EUV avanzato, di produzione interamente cinese.
Del macchinario si sa che utilizza un sistema di produzione del plasma (per l’incisione dei transistor) di tipo diverso da quello di ASML. Un sistema la cui efficacia, scalabilità e compatibilità con altre parti del processo di lavorazione dei chip, resta da verificare. Tuttavia, se il test di Huawei si rivelasse un successo, e aprisse la strada a una produzione autoctona di macchinari EUV cinesi, ciò non solo significherebbe la perdita, per gli USA, di un’importante leva per il contenimento dell’ascesa tecnologica di Pechino ma anche un notevole danno economico, e strategico, per l’Europa, che vedrebbe ridimensionato il ruolo di ASML, uno dei suoi asset tecnologici più avanzati.
Un paradigma tecnologico autonomo
Per le aziende occidentali, sarebbe inoltre molto problematico se la Cina riuscisse, come sta provando a fare, a sviluppare macchinari basati su un paradigma tecnologico del tutto autonomo. In caso di successo, Pechino aprirebbe un fronte di sviluppo della litografia del tutto originale, con i competitor occidentali che si troverebbero di colpo a dovere inseguire e imparare (quasi) tutto da capo e soprattutto a doversi adattare a nuovi standard imposti da Pechino.
Un altro fronte su cui si dispiega la strategia di Xi Jinping sui semiconduttori è il cosiddetto mercato dei “legacy chip”, ovvero i chip ai “nodi maturi”: semiconduttori non di ultimissima generazione ma essenziali per il funzionamento dell’elettronica e dell’informatica di largo consumo. Se i chip di NVIDIA (e poche altre aziende) sono il fulcro della competizione strategica intorno allo sviluppo della IA, i “legacy chip” rappresentano l’ossatura dell’infrastruttura tecnologica globale.
Il peso del segmento legacy ovvero i vecchi chip ancora contano
Microcontrollori per elettrodomestici, circuiti integrati per veicoli, apparecchiature mediche e milioni di altri oggetti dipendono da questi semiconduttori, la cui produzione è forse meno sofisticata ma non meno strategica. Già da prima delle restrizioni di Biden, Pechino aveva messo nel mirino il segmento “legacy”, che rappresenta una fonte essenziale di entrate per storiche aziende occidentali come Intel e un elemento di cruciale sovranità tecnologica per tutti. Aziende come SMIC e Hua Hong Semiconductor stanno espandendo la loro capacità produttiva in questa fascia di mercato, con il supporto di massicci investimenti statali e incentivi fiscali.
Le implicazioni di questa strategia non si limitano al semplice riequilibrio delle catene di approvvigionamento. La leadership cinese nei “legacy chip” potrebbe tradursi in un nuovo strumento di influenza tecnologica globale, fornendo a Pechino una leva nei confronti di paesi e industrie che ancora dipendono fortemente dalle forniture esterne per il loro fabbisogno di chip.
La crisi globale dei semiconduttori, causata dalle interruzioni delle filiere della microelettronica durante la pandemia da COVID-19, ha dimostrato quanto sia pericoloso sottovalutare l’importanza dei chip tradizionali. Se la Cina riuscisse a consolidare il proprio primato in questo settore, potrebbe utilizzare la sua capacità produttiva in modo non molto diverso da ciò che l’OPEC ha fatto per decenni con il petrolio.
La strategia cinese sul mercato “legacy” rischia di essere particolarmente onerosa per l’Europa. A causa dello stretto legame con l’industria automobilistica, il settore dei “legacy chip” è uno dei pochi in cui il Vecchio Continente detiene ancora quote di mercato significative. Un drastico aumento della capacità industriale cinese non avrebbe quindi solo l’effetto di rivedere al ribasso questa percentuale, ma introdurrebbe un ulteriore elemento di dipendenza dell’automotive europeo dalla Cina, in una fase già molto delicata per il comparto.
C’è poi la variabile DeepSeek. Sebbene l’exploit dell’intelligenza generativa cinese non vada sopravvalutato – poiché non del tutto indipendente da tecnologie e processi occidentali – è evidente come l’ottimizzazione algoritmica di DeepSeek rappresenti una variabile potenzialmente “impazzita” per il mercato americano dei chip di fascia alta, come ha del resto testimoniato l’immediata risposta, in negativo, del titolo di NVIDIA alla diffusione della nuova IA generativa cinese.
Allo stesso tempo, paradossalmente, proprio DeepSeek ha rivelato alcune delle fragilità infrastrutturali della dotazione hardware delle aziende IA cinesi, non solo a livello di chip ma anche di altri componenti cruciali come, per esempio, i sistemi di interconnessione dei server. Queste difficoltà sono altrettante testimonianze degli effetti – perlomeno nel breve termine – che il veto all’export americano ha avuto sulla microelettronica cinese.
Rischi, costi, limiti strutturali
Nel lungo periodo, tuttavia, il rischio è che il regime dei veti acceleri, invece di rallentare, lo sviluppo dell’industria dei semiconduttori in Cina. È un rischio rispetto al quale il CEO di NVIDIA, Jensen Huang, mette in guardia Washington da tempo. La storia dei protezionismi è del resto piena di casi in cui l’isolamento forzato ha finito per stimolare, anziché soffocare, l’innovazione interna. La logica del “deny and deter” – negare l’accesso alle tecnologie critiche per dissuadere Pechino dal competere su un piano paritario – rischia di trasformarsi in un potente incentivo all’autosufficienza.
Ciò che distingue il protezionismo sui chip da esempi del passato è la combinazione di fattori che rendono l’industria dei semiconduttori particolarmente intensiva dal punto di vista del capitale, finanziario, politico e umano coinvolto. Da un lato, il costo dell’innovazione è sempre più alto: la realizzazione di una nuova fonderia di semiconduttori avanzati può superare i 20 miliardi di dollari, una barriera all’ingresso che rende difficoltosa la scalata per qualunque nuovo attore.
Dall’altro, la domanda di chip non è mai stata così diffusa e pervasiva. La transizione energetica, le infrastrutture cloud, le telecomunicazioni 5G e 6G, la biotecnologia, le IA: ogni settore critico dell’economia globale dipende oggi da semiconduttori avanzati. Non si tratta di una mera questione di hardware, ma di un’infrastruttura di potere tecnologico che ridefinisce il mondo.
Ed è qui che il rischio dell’effetto boomerang si fa concreto per gli Stati Uniti. Storicamente, l’egemonia tecnologica americana si è costruita non solo sul primato dell’innovazione, ma anche sulla capacità di dettare le regole del gioco attraverso il controllo dei brevetti, degli standard e delle filiere. Se la Cina aprisse la strada a un ecosistema alternativo, la curva di innovazione dei chip potrebbe sfuggire completamente, e definitivamente, dal perimetro del controllo americano.
Tutto ciò avviene oltretutto in un contesto in cui l’innovazione nei semiconduttori sta raggiungendo limiti fisici sempre più estremi. La legge di Moore, che per decenni ha guidato l’industria, è prossima alla sua “fine”. E ciò si traduce, da anni, in costi di produzione in costante aumento e sfide ingegneristiche sempre più complesse.
La partita, dunque, non si gioca solo sulla capacità di progettare chip sempre più avanzati, ma anche sulla capacità di immaginare sistemi computazionali alternativi ai semiconduttori. E, come racconta un recente paper di Nature, oggi la Cina produce il doppio della ricerca degli USA nel campo dei “future computing hardware” e dei “next generation chips”.
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03/11/2024
Le contro-sanzioni cinesi colpiscono un produttore Usa di droni che rifornisce anche l’Ucraina
Ma chi si sente forte lo dimentica sempre...
Skydio, il più grande produttore di droni degli Stati Uniti, nonché primo fornitore delle forze armate ucraine in questo campo, si trova ad affrontare una crisi nella catena di approvvigionamento dopo che Pechino ha imposto sanzioni che vietano a gruppi cinesi di fornirgli componenti critici.
Ohibò, come si permettono questi orientali comunisti...
L’azienda è ora alla ricerca di fornitori alternativi, poiché la mossa cinese blocca anche le forniture di batterie dal suo unico fornitore.
Il produttore di droni – come ogni “libera impresa Usa” quando le cose si mettono male – ha subito chiesto aiuto all’amministrazione Biden. La scorsa settimana, l’amministratore delegato Adam Bry ha incontrato il vice segretario di Stato, Kurt Campbell, e ha tenuto discussioni con alti funzionari della Casa Bianca.
I funzionari americani sono preoccupati per il rischio che la Cina possa interrompere le catene di approvvigionamento statunitensi e impedire quindi all’Ucraina di ricevere droni usati per la raccolta di informazioni.
“Questo è un momento chiarificatore per l’industria dei droni”, ha scritto Bry in una nota ai clienti ottenuta dal Financial Times. “Se c’era qualche dubbio, questa azione chiarisce che il governo cinese utilizzerà le catene di approvvigionamento come arma per avanzare i propri interessi rispetto ai nostri”.
“Questo è un tentativo di eliminare la principale azienda americana di droni e aumentare la dipendenza mondiale dai fornitori di droni cinesi”, ha aggiunto.
C’è da dire che ai cinesi, comunque, l’idea delle sanzioni sui droni non è venuta come contributo indiretto allo sforzo militare russo, ma per “merito” degli stessi americani.
Le sanzioni, imposte l’11 ottobre, hanno colpito infatti diverse aziende statunitensi, tra cui Skydio, come ritorsione per l’approvazione da parte di Washington della vendita di droni d’attacco a Taiwan. E Skydio aveva recentemente ottenuto un contratto con un‘agenzia di Taiwan.
E se gli Usa vogliono “incentivare” l’uso dei droni nella “provincia ribelle”, naturalmente si dovevano aspettare una misura di ritorsione simmetrica.
Una fonte a conoscenza della situazione ha detto che le autorità cinesi hanno visitato i fornitori locali della statunitense Skydio, tra cui Dongguan Poweramp – una filiale della giapponese TDK che produce batterie per droni – e hanno ordinato loro di interrompere i rapporti. Semplice, no? Proprio come sanzionare le petroliere che trasportano greggio a Cuba, di fatto...
Ma con qualche complicazione in più. Mercoledì, Skydio ha comunicato ai propri clienti che stava razionando il numero di batterie fornite con i droni a causa della decisione cinese e che non prevedeva di avere nuovi fornitori fino alla primavera.
Sul piano politico, John Moolenaar, presidente repubblicano del comitato per la Cina della Camera, ha dichiarato che il controllo cinese delle catene di approvvigionamento per droni, farmaci e altri settori rappresenta una “minaccia” per l’economia degli Stati Uniti.
“L’amministrazione e il Congresso devono lavorare insieme all’industria per stabilire guardrail che proteggano le nostre aziende dalla coercizione economica del PCC e proteggano il popolo americano dal nostro principale avversario che utilizza queste dipendenze come arma contro di noi”.
Bastava non mettere sanzioni ai cinesi e il problema non si sarebbe manifestato... ma vaglielo a spiegare.
Skydio ha dichiarato che il suo ultimo modello, l’X10, è stato il primo drone statunitense a superare i test di guerra elettronica ucraini, dimostrando di essere difficile da disturbare, al punto che Kiev ne ha richieste migliaia di unità.
Con sede a San Mateo, Skydio vende a clienti aziendali e governativi, inclusi i militari statunitensi. Il danno commerciale si traduce quindi immediatamente in un problema militare, che investe anche i “clienti” del complesso militare-industriale Usa.
La crisi di Skydio sottolinea i rischi per le aziende statunitensi che dipendono dalla Cina, in un momento in cui cresce la preoccupazione tra le aziende straniere per l’uso delle leggi sulla sicurezza da parte di Pechino per arrestare dipendenti locali e condurre perquisizioni aziendali nel paese.
L’azione cinese arriva mentre il Congresso degli Stati Uniti sta considerando una legge che vieterebbe agli americani di utilizzare droni prodotti da DJI, azienda con sede a Shenzhen che domina il mercato globale dei droni commerciali.
“Riteniamo che Skydio sia stata presa di mira da Pechino perché probabilmente vista come un concorrente di DJI–, ha detto un funzionario statunitense. “Se c’è un lato positivo, è che possiamo usare questo episodio per accelerare il nostro lavoro di diversificazione delle catene di approvvigionamento di droni lontano dalla Cina”.
In pratica un altro passo verso il disaccoppiamento tra le due economie, che solo qualche anno fa sembravano connesse secondo un criterio di mutua soddisfazione (merci cinesi a basso costo per una popolazione Usa sempre più povera e con bassi salari, tecnologia Usa pretesa da Pechino in cambio).
Ma a lungo andare la tecnologia cinese, inizialmente sviluppata “copiando”, si sta rivelando migliore, più efficiente, meno costosa e soprattutto basata su materia prime che gli USA (e l’intera catena occidentale) non hanno nella stessa quantità.
Il problema sorge quando non sei più in grado di esercitare la tua egemonia nei termini classici ma ti rifiuti di prenderne atto e cambiare le tue prassi. Metti le sanzioni e te le ritrovi mentre ti cadono sui piedi (già Mao, del resto, ce lo aveva insegnato...).
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02/10/2024
Un genocidio “razionale”, per interessi materiali
Un recente pronunciamento della Corte internazionale di giustizia ha evidenziato la correlazione tra l’occupazione delle terre palestinesi e l’andamento delle politiche segregazioniste di Israele. In precedenza, la stessa Corte aveva ritenuto “plausibile” l’esistenza di elementi genocidari nel comportamento israeliano.
Analogamente, la richiesta del Procuratore della Corte penale internazionale di procedere all’arresto di Netanyahu e Gallant ha evidenziato i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele nella Striscia di Gaza. Siamo dunque di fronte a una situazione di ingiustizia palese, dove la negazione dell’autodeterminazione palestinese diviene l’occasione per la colonizzazione, la discriminazione razziale, l’annessione e la repressione.
La condotta di Israele dovrebbe suggerire importanti conseguenze politiche e giuridiche, e invece...
A questi pronunciamenti non ha dato risposta l’UE, trincerandosi dietro un silenzio imbarazzante o ricorrendo a frasi ormai stantie, tipo quella sul diritto di Israele a difendersi, o decisamente grottesche, vista la situazione, tipo quella sullo stato palestinese.
Di fatto, le istituzioni europee hanno continuato a sostenere l’azione israeliana, mentre alcune singole nazioni, tra cui l’Italia, non hanno fatto tesoro del pronunciamento delle due Corti internazionali, continuando a fornire armamenti e tecnologie e dunque, di fatto, contribuendo allo sterminio.
Gli Stati Uniti hanno offerto, con entrambi gli schieramenti, democratico e repubblicano, il peggio del loro posizionamento, non soltanto garantendo supporto strategico – rifornendolo di dollari e bombe – a Israele, ma anche facendo pressioni, e talvolta persino minacciando la Corte penale internazionale per evitare il mandato di arresto per i due leader israeliani.
D’altra parte, nella loro elementare ideologia, gli Stati Uniti si identificano con la forma specifica dei propri interessi materiali, per i quali l’equilibrio dell’area medio-orientale è fondamentale, e Israele rappresenta l’alleato più importante per garantirlo; da qui deriva il loro assoluto disinteresse ai diritti dei palestinesi o dei libanesi.
Intanto, all’assemblea dell’ONU Netanyahu ha messo in scena uno spettacolo disgustoso, esprimendo – con l’arroganza tipica del mafioso – tutto il proprio disprezzo per la comunità internazionale e per il diritto internazionale, e persino per la logica elementare. In questa sede, ancora una volta ha mostrato una cartina della zona dove tutto appartiene allo Stato di Israele, comprese la Cisgiordania e Gerusalemme Est; dunque plasticamente rappresentando quello che è sempre stato l’obiettivo strategico di Israele: l’annessione dei territori palestinesi.
La storia è “razionale”, per così dire; cioè realizza un piano che risponde a una serie di necessità, prima di tutto materiali. Gli attori geopolitici, in questo caso, agiscono, spesso del tutto inconsapevolmente, sulla base di interessi che li spingono a prendere decisioni o compiere atti allo scopo di affermarli. Non si tratta, beninteso, di ignorare le motivazioni valoriali o ideali; questi aspetti sono certamente importanti, ma non sono sufficienti a spiegare l’intricato processo che sta determinando lo sterminio di un popolo.
Davvero si crede che Netanyahu stia agendo sulla base di qualcosa scritto su un libro di vicende fantastiche? O che lo faccia a difesa della sicurezza di Israele o – addirittura – della civiltà occidentale? A cosa è funzionale l’occupazione delle terre palestinesi? E qual è la reale posta in gioco, talmente potente da giustificare un genocidio?
La storia è altresì “irrazionale”; talvolta le scelte degli esseri umani mettono in crisi il piano degli interessi materiali; o, più propriamente, fanno irrompere altri interessi, anche ideali, in aperto conflitto con i primi. Per certi versi, è quello che è successo il 7 di ottobre, dove l’attacco di Hamas ha fatto irruzione in un contesto di accordi tra Israele e paesi arabi che non contemplavano alcuna soluzione della questione palestinese.
Da questo punto di vista, la reazione di Netanyahu è stata la razionalità che mette in riga l’irrazionalità: il 7 di ottobre gli ha dato l’occasione di sistemare una volta per tutte i conti con quanto, anche territorialmente, gli impediva di portare a compimento il proprio piano di annessione.
In questo quadro, come bene sottolineato da altri, si inserisce la progettata “Nuova Via del Cotone”, decisamente conflittuale con la “Via della Seta” cinese. Basta dare un’occhiata alla cartina per comprendere meglio l’importanza di Israele – e dei territori palestinesi – per il successo di un’operazione che punta «a riconfigurare il commercio tra i Paesi dell’Europa, del Golfo Persico e dell’Asia meridionale, riducendo significativamente il tempo necessario per trasportare le merci tra queste nazioni».
Questa è certamente una parte significativa, e probabilmente la più consistente, della posta in gioco: la riconfigurazione del Medio Oriente, con una nuova centralità assegnata a Israele a scapito dell’Iran e, di riflesso, della Cina.
La storia è decisamente bastarda; le sue “multiformi dimensioni” non si fanno ingabbiare in rappresentazioni di comodo, bensì amano confondere e complicare ogni interpretazione. Lo sterminio di un popolo può essere derubricato a atto di difesa, persino eroico, eppure la sua realtà autenticamente tragica sfugge al linguaggio che lo valuta in funzione di un valore superiore (la “difesa della civiltà” o della “democrazia”) o di un obiettivo parziale (“la sconfitta di Hamas”).
Lo sterminio reale avviene perché una serie di interessi materiali lo rendono possibile e, persino, lo riconoscono come necessario alla pacificazione dell’area, così che il piano “razionale” di una parte di mondo – a guida occidentale – possa affermarsi e permettere di condurre gli affari con successo.
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19/09/2024
Chi vende petrolio e carburante ad Israele?
Alla luce dell’invasione israeliana di Gaza e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia (ICJ) sulla possibilità che le azioni di Israele abbiano violato i termini della Convenzione sul genocidio e siano illegali, L’OCI ha incaricato Data Desk di fornire un aggiornamento dei dati sulle importazioni di carburante da parte di Israele per il periodo marzo-luglio 2024.
Questa nuova analisi incorpora anche ulteriori ricerche sulle forniture di carburante per jet militari da parte degli Stati Uniti pubblicate dal Center for Research on Multinational Corporations (SOMO) con sede nei Paesi Bassi nel maggio 2024. Il presente briefing, in questo modo, copre le spedizioni di carburante in Israele arrivate durante i nove mesi dal 21 ottobre 2023 al 12 luglio 2024. Alcuni paesi hanno già preso provvedimenti in merito alle spedizioni di carburante a causa della crisi di Gaza.
Nel giugno 2024, la Colombia ha stabilito un forte precedente e ha emesso un embargo sulle esportazioni di carbone verso Israele fino a quando la sentenza della CPI non sia stata confermata. Fino all’embargo, oltre il 50% delle importazioni di carbone israeliano proveniva dalla Colombia. Resta da vedere se altri paesi seguiranno l’esempio di Bogotà.
Principali risultati
• Abbiamo tracciato un totale di 65 spedizioni di petrolio greggio e di prodotti petroliferi raffinati che sono state consegnate a Israele dal 21 ottobre 2023 al 12 luglio 2024. 35 di queste, il 54%, ha lasciato il porto d’origine dopo che la Corte internazionale di giustizia (ICJ) ha stabilito che il popolo palestinese ha dei diritti plausibili ai sensi della convenzione sul genocidio.
• Responsabilità societaria: le società petrolifere private e di proprietà degli investitori sono complici nel facilitare l’approvvigionamento di petrolio greggio a Israele attraverso le loro operazioni e proprietà. Queste società forniscono collettivamente il 66% del petrolio ad Israele. Le principali compagnie petrolifere internazionali, tra cui BP, Chevron, Eni, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies, possono essere associate al 35% del petrolio greggio fornito da ottobre ad Israele. Queste società, così come entità di proprietà statali ed altri produttori di petrolio privati e quotati in borsa, fanno profitti dalla fornitura di petrolio alle raffinerie israeliane, dove una parte è probabilmente raffinata in combustibili per la macchina da guerra di Israele.
• Aiuti militari degli USA: gli Stati Uniti continuano ad essere un fornitore chiave di carburante per aerei JP8, utilizzato principalmente per i jet militari, e di altri combustibili raffinati.
• Azerbaigian e Kazakistan: questi due paesi rimangono i principali fornitori, procurando in questo periodo ad Israele la metà di tutto il petrolio greggio. L’Azerbaigian ha fornito il 28%, mentre il Kazakistan ne ha fornito il 22%. Tutto il greggio azero è fornito tramite l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), di proprietà e gestione maggioritaria della BP. Questo greggio viene caricato su navi cisterna nel porto di Ceyhan in Turchia per essere consegnato a Israele.
• Fornitori dell’Africa centrale e occidentale: i paesi africani hanno fornito il 37%, con il 22% proveniente dal Gabon. Nigeria e Congo-Brazzaville hanno fornito rispettivamente il 9% e il 6%.
• Brasile: il petrolio greggio brasiliano ha costituito il 9% dell’offerta dall’inizio della guerra. Il Brasile ha anche inviato una petroliera a Israele che è arrivata in aprile. In quanto importante fornitore di petrolio a Israele, il presidente brasiliano Lula, che ha criticato molto le azioni di Israele, ha l’opportunità di contribuire a portare a termine un cessate il fuoco perseguendo un embargo petrolifero.
• Relazioni mediterranee ed europee: l’Italia, la Grecia e l’Albania si sono aggiunte alla lista dei paesi che forniscono carburante a Israele. Nonostante sia un importante importatore di petrolio, l’Italia ha inviato una nave cisterna del suo greggio e una di nafta. La Grecia ha spedito gasolio in Israele nel mese di giugno, mentre Cipro ha fornito servizi di trasbordo alle petroliere che forniscono greggio dal Gabon, dalla Nigeria e dal Kazakistan.
• Prodotti raffinati russi: Israele ha ricevuto sette spedizioni di prodotti raffinati russi dal dicembre 2023. Si tratta per lo più di vacuum gas oil (VGO) utilizzato per aumentare la resa di benzina e diesel nelle raffinerie.
Coinvolgimento di paesi e imprese
Petrolio greggio
Abbiamo monitorato 46 spedizioni di petrolio greggio dal 21 ottobre 2023 al 12 luglio 2024. Il volume totale di petrolio greggio è stato di 4,1 milioni di tonnellate, di cui 1,9 milioni di tonnellate, o 46%, sono state fornite dopo la sentenza della CIJ. Come detto sopra, sette paesi sono noti per aver fornito a Israele petrolio grezzo dall’inizio della guerra. L’Azerbaigian e il Kazakistan hanno fornito il 50%. Due spedizioni per un totale di 125.000 tonnellate, o 3%, sono elencate con origine sconosciuta. Uno di questi è stato caricato in Egitto e potrebbe essere il petrolio greggio fornito dal gasdotto SUMED, che attraversa l’Egitto, portando petrolio dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti.
Collegare le aziende al petrolio greggio israeliano
Le compagnie petrolifere internazionali (IOC) detengono quote significative nella produzione di petrolio in molti paesi che riforniscono Israele. Ad esempio, in Azerbaigian e nel Kazakistan, da dove proviene il 50% del petrolio greggio, le IOC sono partner leader sia nella produzione di petrolio che negli oleodotti che trasportano il petrolio nei porti da cui viene spedito.
Nella seguente analisi, utilizziamo due serie di dati per attribuire alle singole imprese il petrolio greggio importato in Israele dall’inizio della guerra, concentrandoci sulle sei principali compagnie. In primo luogo, i dati di spedizione commissionati da Oil Change International e compilati da Data Desk forniscono il paese d’origine del petrolio e la qualità del greggio. In secondo luogo, il database di Rystad Energy fornisce dati sulla proprietà delle società della produzione petrolifera nei giacimenti e sui paesi identificati nei dati sulle spedizioni.

Laddove siamo stati in grado di identificare specifici giacimenti petroliferi collegati alle classificazioni del petrolio greggio elencate nei dati di spedizione, come nel caso del petrolio greggio azero, kazako e italiano, abbiamo utilizzato la quota di produzione delle compagnie in tali giacimenti. Altrove, per il Brasile, il Congo-Brazzaville, il Gabon e la Nigeria, abbiamo utilizzato la quota di produzione totale delle imprese in questi paesi. Abbiamo quindi diviso la quota di produzione di ciascuna società di ciascun paese (oppure i specifici giacimenti petroliferi identificati in alcuni paesi) per la quantità di petrolio importata da Israele da tali fonti. Ciò si traduce nella seguente ripartizione per le sei principali compagnie petrolifere.
Azerbaigian
L’Azerbaigian è il più grande fornitore con il 28% del totale del petrolio greggio spedito nel periodo considerato.
Il petrolio azero è spedito attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), gestito e al 30% di proprietà della BP. Secondo la BP, l’oleodotto BTC è prevalentemente alimentato dai giacimenti petroliferi Azeri-Chirag-Guneshli Deepwater oltre che da condensato (miscelato con il petrolio greggio) del giacimento di Shah Deniz. La proprietà del petrolio e del condensato prodotti in questi giacimenti è indicata nella tabella 2. Attribuiamo quindi il 30% del petrolio azero importato da Israele alla BP e il 5% alla Exxon.
Il Kazakistan è la fonte del 22% del petrolio importato da Israele. Il petrolio kazako è fornito dalla Caspian Pipeline (CPC), una joint venture parzialmente posseduta da Chevron, Eni, Shell, Exxon e altri. Il CPC trasporta greggio kazako e russo, ma le spedizioni verso Israele sono tutte elencate come originarie del Kazakhstan. Il petrolio kazako fornito dal gasdotto CPC proviene prevalentemente dai giacimenti di Tengiz, Kashaghan e Karachaganak nel Mar Caspio e sulle sue rive. La proprietà di questa produzione è indicata nella tabella 3. Attribuiamo quindi il petrolio kazako importato da Israele a queste società in base a queste quote.
Italia
Una spedizione di 30.000 tonnellate di greggio italiano è stata importata da Israele, pari all’1% del totale. È stata elencata con la classificazione di petrolio greggio Val D’Agri, provenienti dal progetto petrolifero Val D’Agri situato in [Basilicata]. Il progetto è una joint venture tra Eni (61%) e Shell (39%).
Altri paesi
Il restante 46% dell’approvvigionamento di petrolio greggio proviene dal Gabon, dalla Nigeria, dal Brasile, dal Congo-Brazzaville, mentre non è certa l’origine del 3% rimasto. Un’analisi della proprietà delle compagnie dell’intera produzione petrolifera in questi paesi ha completato la nostra ricerca, che porta alle cifre indicate nella tabella 1 e ad altre analisi di altre società discusse qui di seguito.
Corporate “Responsibility”
Le principali compagnie petrolifere potrebbero aver fornito collettivamente il 35% del petrolio greggio di Israele in questo periodo. Altre società petrolifere private e di proprietà degli investitori sono responsabili di un altro 30%, mentre le società statali hanno probabilmente prodotto il 34%. Tutto questo viene mostrato nel grafico di figura 2, insieme alla ripartizione delle compagnie petrolifere. Chevron e BP si dividono il primo posto, con l’8% del l’offerta. Ciò è dovuto al fatto che esse detengono rispettivamente la maggior parte della produzione di petrolio kazaka e azera.
Secondo la dottoressa Irene Pietropaoli, Senior Fellow in Business e Diritti Umani presso lo Human Rights at the British Institute of International and Comparative Law, “Le società e i loro dirigenti, direttori ed altri leader potrebbero essere ritenuti direttamente responsabili per la commissione di atti di genocidio, nonché crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’articolo VI della Convenzione sul genocidio specifica che le ‘persone’ possono essere ritenute responsabili per atti di genocidio – che includono singoli uomini d’affari o dirigenti aziendali come persone fisiche e possono includere le società come persone giuridiche.”
La dottoressa Pietrapaoli ci ha anche detto in una dichiarazione via e-mail che “Indipendentemente dalla regolamentazione dello Stato di origine, le società che vendono petrolio e carburante e altre forniture militari al governo di Israele hanno una propria responsabilità nel rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale e del diritto penale internazionale, come riconosciuto nei principi guida delle Nazioni Unite sulle imprese e i diritti umani ‘oltre il rispetto delle leggi e dei regolamenti nazionali’. Le società che forniscono carburante e petrolio per i jet a Israele possono fornire un supporto materiale ai militari, consapevoli dei suoi prevedibili effetti dannosi, e quindi rischiano la complicità in crimini di guerra, genocidio e altri crimini secondo il diritto internazionale”.
Carburante per aerei e altri prodotti petroliferi raffinati
Abbiamo tracciato 19 spedizioni di prodotti petroliferi raffinati consegnati in Israele dal 21 ottobre 2023 al 6 luglio 2024. 15 di questi, pari al 79% del totale, hanno lasciato il porto d’origine dopo la sentenza della CIJ. Il volume totale spedito è stato di 687.000 tonnellate, di cui il 79% dopo la sentenza della CIJ. I più grandi spedizionieri sono stati gli Stati Uniti, che hanno inviato quasi 250.000 tonnellate di prodotti nel periodo considerato. Gran parte era carburante per i jet JP-8 utilizzato principalmente in jet militari. Un’altra spedizione che non è stata conteggiata nei nostri dati è stata consegnati ad Israele mentre questo rapporto era in fase di stesura. Gli USA hanno fornito il 36% dei prodotti raffinati, mentre la Russia ha fornito un altro 28%. Le spedizioni non americane erano costituite da una mix di olio combustibile, gasolio e diesel, vacuum gasoil e nafta. Gli altri paesi che hanno inviato prodotti raffinati sono il Brasile, l’Albania, la Grecia e l’Italia.
Aiuti militari degli USA
Israele ha ricevuto tre cisterne di JP-8 Jet Fuel (specificamente formulato per i jet militari) dagli USA dall’inizio della guerra. Una nave cisterna ha lasciato gli USA prima dell’inizio della guerra, mentre due sono state inviate in seguito. Tutte avevano origine dalla raffineria Bill Greehey della Valero a Corpus Christi, in Texas. All’inizio di agosto 2024, l’Overseai Santorini, registrata negli Stati Uniti, una delle principali navi cisterna coinvolte nella fornitura di carburante per jet degli Stati Uniti, è stata ormeggiata in Israele per quella che si ritiene essere un’altra spedizione di JP-8. Gli assicuratori della nave cisterna, la UK Mutual Steam Ship Assurance Association e la Lloyds Slip via Wills, Towers Watson, hanno sede nel Regno Unito. Gli Stati Uniti hanno fornito anche due spedizioni di prodotti raffinati non specificati e una spedizione di diesel e gasolio, anch’essi provenienti da Corpus Christi.
I paesi del Mediterraneo
Il ruolo dei vicini mediterranei di Israele è sempre più sotto esame. A giugno una consegna di nafta è arrivata in Israele dall’Italia, e il mese successivo una piccola spedizione di petrolio greggio. La Grecia ha anche spedito una nave cisterna di gasolio.
Turchia, Cipro e Grecia sono anche centrali per fornire servizi di trasbordo a Israele. Il porto di Ceyhan in Turchia è il capolinea del gasdotto BTC ed è elencato come paese di carico per il 26% delle spedizioni in volume. Cipro è il paese di carico per il 21%, mentre la Grecia ha caricato il 5%. Questi tre paesi sono quindi responsabili della gestione di oltre il 50% dei volumi di petrolio greggio e prodotti raffinati nei nove mesi considerati. Infine, l’analisi di Data Desk mostra che delle 37 navi cisterna identificate come merci in transito verso Israele, il 41% batteva bandiera maltese e il 22% greca.
Il parere legale pubblicato dalla dottoressa Pietropaoli sugli obblighi degli Stati terzi e delle società di prevenire e punire il genocidio a Gaza delinea la responsabilità degli Stati e solleva la questione se il ruolo di questi Stati nella fornitura di combustibile da parte di Israele violi tali obblighi. La dottoressa Pietrapaoli ci ha dichiarato in una comunicazione inviata via e-mail che “L’obbligo degli Stati di conformarsi all’Ordine provvisorio della Corte deriva direttamente dall’articolo I della Convenzione sul genocidio, che richiede l’impegno di ‘prevenire e punire il genocidio’. L’ordine della Corte internazionale di giustizia, che ha stabilito ‘un rischio reale e imminente di pregiudizio irreparabile ai diritti giudicati plausibili dalla Corte’ significa che gli Stati sono ora consapevoli del rischio di genocidio a Gaza. Gli Stati devono considerare che la loro assistenza militare o di altro tipo alle operazioni militari israeliane a Gaza può metterli a rischio di complicità nel genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio”.
Tratto da Oil Change International.
Traduzione di Ecor.Network. Le informazioni sulle fonti dei dati e sull’analisi completa della catena di approvvigionamento condotta dal Data Desk sono disponibili qui.
Oil Change International è un’organizzazione di ricerca, comunicazione e advocacy focalizzata sull’esposizione dei costi reali dei combustibili fossili e sul facilitare la transizione in corso verso l’energia pulita.
Dati compilati dal Data Desk, su commissione di Oil Change International.
Fonte
24/04/2024
Cina - Aumenta del 40% la produzione di chip, le sanzioni statunitensi stanno diventando controproducenti
Non è un segreto che gli Stati Uniti stiano diventando sempre più restrittivi nei confronti del mercato orientale. Proprio due giorni fa abbiamo riportato dell'ennesimo ban ad opera del governo americano che ha avuto un impatto importante, seppur non così grave, su Intel e NVIDIA.
Stando a quanto riferito dal Dipartimento del Commercio USA, l'obiettivo è quello di limitare la crescita della regione orientale nel settore dell'IA e dello sviluppo tecnologico in campo militare. Sono queste le basi sulle quali gli Stati Uniti hanno limitato l'esportazione in Cina dei chip più avanzati, lasciando la piena libertà per i semiconduttori prodotti su nodi a 28 nm o inferiori.
Il nodo a 28 nm, infatti, è un processo produttivo obsoleto, inadatto alla produzione di chip all'avanguardia e, secondo il ministero americano, non rappresenterebbe una minaccia nazionale – almeno non quanto lo sarebbero i semiconduttori sviluppati sui nodi più aggiornati.
Tuttavia, si tratta di un processo produttivo ancora ampiamente utilizzato per sviluppare i chip dei dispositivi elettronici di base come telefoni fissi, tostapane, apparecchiature mediche e perfino automobili. La ragione per cui gli Stati Uniti non sono intervenuti sul commercio di questi chip è chiaramente di non intaccare la catena di approvvigionamento.
Se però da una parte la Cina – almeno per il momento – non è in grado di competere con gli USA nella produzione più avanzata, nel settore dei chip a 28 nm è sulla buona strada per diventare il leader produttivo su scala globale.
All'inizio di quest'anno, la produzione di chip legacy in Cina ha raggiunto il suo massimo storico con 36,2 miliardi di unità costruite solo nel mese di marzo. Il rapporto del SCMP indica che la produzione è triplicata rispetto allo stesso trimestre del 2019, anno in cui il governo ha avviato il programma per l'indipendenza dalla tecnologia occidentale.
Da allora, la stretta costante del Governo degli Stati Uniti ha motivato quello cinese ad aumentare progressivamente gli investimenti nella produzione di semiconduttori. Si ritiene, infatti, che siano proprio i contributi statali i principali finanziatori dell'industria e stiano spingendo sulla realizzazione di chip al punto tale da rischiare una sovrapproduzione.
Secondo le stime della testata, la Cina realizzerà il 39% della produzione di chip legacy a livello globale entro il 2027, una tendenza che potrebbe continuare a crescere negli anni successivi se gli Stati Uniti dovessero continuare ad applicare le restrizioni attualmente in vigore.
Al momento, sul fronte dei chip avanzati, la Cina ha un profondo svantaggio rispetto a colossi come Intel o TSMC: non ha accesso agli strumenti litografici necessari alla produzione di chip all'avanguardia. Tuttavia, il dominio assoluto nel settore dei chip legacy non farebbe altro che generare nuovi investimenti nella produzione interna e supportare la politica di indipendenza messa in atto dal governo di Xi Jinping.
Se da un lato, quindi, la Cina è stata costretta ad aumentare le importazioni del 12,7% nel primo trimestre 2024 pur di avere accesso alla tecnologia più avanzata, l'altro lato della medaglia è che la stretta occidentale sta facendo solo da incentivo all'accelerazione dello sviluppo verso l'autosufficienza tecnologica.
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02/03/2024
UE - Non passa la direttiva sul rispetto dell’ambiente e dei diritti umani
Forse è perché il vero volto della UE, quello di una costruzione politico-economica funzionale alle mire del grande capitale su base continentale, non è più (e non è mai davvero stato) un segreto che crea scalpore. O forse perché l’interesse delle imprese viaggia in tutt’altra direzione, dritto verso il collasso finale.
La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D) è stata presentata dalla Commissione Europea il 23 febbraio 2022 e il primo giugno 2023 il Parlamento Europeo ne aveva adottato la versione definitiva, che è poi passata al vaglio del Trilogo, ovvero i due organi già ricordati più il Consiglio Europeo.
Doveva poi essere approvata dai paesi membri nel Comitato dei Rappresentanti Permanenti (Coreper), ma la proposta è stata – appunto – respinta.
La direttiva prevedeva che tutte le società della UE con almeno 500 dipendenti e un fatturato netto di 150 milioni di euro – entro tre anni anche quelle extra-UE che raggiungono i 300 milioni – avrebbero dovuto porre fine alle attività con impatto negativo sull’ambiente e sui diritti umani, e implementare un piano di transizione per partecipare alla riduzione del riscaldamento globale. Altre aziende sarebbero state incluse secondo disposizioni specifiche.
Per le compagnie con più di 1.000 dipendenti il raggiungimento degli obiettivi avrebbe avuto effetti anche sulla remunerazione variabile degli amministratori, e l’aderenza alla direttiva sarebbe potuta diventare anche criterio per l’affidamento di appalti pubblici.
Allo stesso tempo, però, i servizi finanziari sarebbero stati esclusi dall’applicazione di queste regole, almeno per il momento.
Nel caso di inadempienza, oltre alla pubblicazione delle imprese in difetto, ci sarebbero state anche multe e sospensione dei prodotti dalla libera circolazione o dall’esportazione. Insomma, con la direttiva si sarebbero andati a toccare anche alcuni degli «intoccabili principi» del libero mercato per difendere interessi vitali non monetizzabili.
E difatti tutte le associazioni padronali dei principali paesi si erano subito opposte. Le tedesche Bdi e Bda, nonché la francese Medef, si erano dette contrarie a queste nuove norme perché considerate eccessivamente burocratiche. Lo stesso, ovviamente, aveva fatto Confindustria, che per bocca del suo delegato per l’Europa Stefano Pan ha detto che rappresentavano una “una regolamentazione sempre più invasiva“.
Bdi, Medef e Confindustria avevano fatto una dichiarazione congiunta lo scorso settembre, chiedendo che venisse migliorato il quadro normativo a favore delle imprese per aumentarne la competitività. Per loro lo scopo era migliorare la performance, per stare al passo con i concorrenti statunitensi e cinesi. Il resto – umanità e ambiente – che si fotta.
Sotto queste pressioni, la due diligence ha traballato, con la Francia che, per approvarla, voleva annacquarla fino a renderla insignificante (voleva alzare la soglia dei dipendenti da 500 a 5.000). Altri paesi – 14 in tutto – sono stati più diretti, votando contro o astenendosi, come l’Italia e la Germania, impedendo che si raggiungesse la maggioranza qualificata del 65% necessaria per l’approvazione.
Ovviamente i vari schieramenti fintamente green di tutta la UE addosseranno la colpa alla “incompiuta integrazione europea”. Ma è proprio questo modello di governance che permette di sparare alto in alcuni organi, aspettando poi il responso dei singoli governi, che non rispondono di certo ai popoli ma solo alle filiere aziendali.
C’è stata una votazione che non aveva bisogno di numeri bulgari per passare, e ad affossarla sono stati gli interessi concreti della borghesia continentale. Qui si vede tutta la contraddizione tra la propaganda sulla “missione civilizzatrice e ambientale” della UE e la realtà delle sue decisioni se non vanno d’accordo con le opportunità di migliorare la competitività e il profitto.
Difatti, il vero problema di questa direttiva era che le disposizioni dovevano essere applicate su tutta la catena difornitura delle imprese. E se questo può essere spacciato come attenzione alle condizioni di vita dei settori popolari in Europa, ciò avrebbe significato non poter sfruttare in maniera coloniale ciò che si trova nella «giungla» di Borrell. Ovvero i paesi non occidentali.
Nel 1915 Lenin scrisse: “dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo... gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero impossibili o reazionari“. Questo è ciò che è avvenuto, con un’altra evidenza dell’irriformabilità della costruzione europea, senza mettere in discussione alle fondamenta le leve del potere stesso.
Quando la «sinistra» non si era ancora dimenticata delle caratteristiche dell’imperialismo come stadio del capitale con proprie specificità, Di Vittorio criticava la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio come un desiderio del cartello delle grandi aziende del settore per accelerare i preparativi alla guerra.
Oggi la UE è largamente coinvolta nella guerra. E la retorica con cui Borrell presentava i paesi euroatlantici – come il «giardino» dei diritti e della democrazia – si scioglie come neve al sole di fronte al fatto che i bilanci dei «campioni europei» si costruiscono, e si possono solo costruire, sul ricatto salariale in patria e sul rapace approfittarsi di norme più labili per la tutela ambientale e dei lavoratori in paesi esteri.
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