Tra gli anni ’90 e il 2016, all’epoca della iper-globalizzazione a egemonia americana, il mondo ha assistito a un processo di divisione del lavoro su scala planetaria. La specializzazione di distretti industriali e aree economiche nelle attività in cui ciascuna godeva dei maggiori “vantaggi comparati” (in termini di sviluppo, risorse, lavoro o logistica) è stata una dei motori dell’accelerazione tecnologica degli ultimi decenni.
La possibilità di ridurre l’investimento nelle infrastrutture produttive, spostando le lavorazioni in luoghi caratterizzati da costi inferiori (pensiamo alla supply chain asiatica di Apple), ha permesso all’industria dell’hardware di liberare immensi capitali da investire nell’innovazione. Tra i settori che hanno cavalcato più intensamente queste dinamiche c’è quello dei microchip (o semiconduttori): l’oggetto tecnologico alla base di tutte le tecnologie, dal banale termostato ai sistemi di guida delle testate nucleari, dalle batterie dei veicoli elettrici ai server per l’addestramento delle intelligenze artificiali.
Il modello delle foundry, le fabless e la divisione del lavoro
Negli ultimi trent’anni, le aziende di chip dal maggiore valore di mercato, quasi tutte americane, hanno iniziato ad appaltare gran parte della loro attività di manifattura all’estero, in paesi come Taiwan e la Corea del Sud, dove hanno trovato personale qualificato (i chip richiedono ingegneri molto formati in tutte le fasi della lavorazione) con un costo del lavoro decisamente inferiore. Ha così preso piede, soprattutto nella regione dell’Indo-Pacifico, il modello delle “foundry”: aziende di manifattura avanzatissima, che fabbricano chip per conto di aziende occidentali, le quali possono così concentrarsi sulla curva dell’innovazione, che nei chip si incarna nella celebre “legge di Moore” (ovvero l’osservazione che il numero di transistor contenuti in un chip raddoppia ogni due anni).
Sui presupposti di questa divisione del lavoro è nato addirittura un nuovo modello di azienda: le cosiddette “fabless”. Scaricate interamente dai costi fissi, le “fabless” non possiedono stabilimenti di produzione e si occupano soltanto dell’ideazione di nuovi chip sempre più performanti. La più nota di queste aziende è NVIDIA, divenuta negli ultimi anni il perno materiale dell’evoluzione delle IA.
La svolta protezionistica sui chip
Fino a qualche anno fa, l’estrema globalizzazione della catena del valore dei chip – proprietà intellettuali USA, progettate con software anglo-israeliani, riversate da macchinari olandesi su silicio giapponese usando componenti chimici cinesi dentro fabbriche taiwanesi – era considerata una grande festa per tutti: la tecnologia evolveva e i profitti crescevano. Non è più così: da qualche anno gli Stati, USA in testa, hanno deciso che il chip, in quanto “tecnologia di tutte le tecnologie”, è un oggetto troppo strategico – e soprattutto troppo determinante per i rapporti di potenza – per essere lasciato in balia del mercato.
E così, già nel 2016, Obama chiamava Angela Merkel e vietava la vendita alla Cina di Aixtron, un’azienda tedesca di componenti chimici per microelettronica, dopodiché Trump faceva la guerra a Huwaei (anche sui chip) e, infine, Biden dedicava ai semiconduttori gran parte della sua azione normativa in campo internazionale. Dopo aver firmato, nell’agosto 2022, il CHIPS and Science Act, un piano di investimenti per la ricostruzione della manifattura americana dei semiconduttori, nell’ottobre 2022 Biden ha proclamato ufficialmente una serie di restrizioni senza precedenti all’export di chip avanzati verso la Cina.
Il pacchetto di norme non si limitava a proibire la vendita diretta di chip di ultima generazione a Pechino, ma imponeva anche vincoli sulla cessione di macchinari per la loro produzione, sulla condivisione di ricerche e di brevetti e sull’assunzione di personale specializzato da parte di aziende cinesi. L’obiettivo dell’amministrazione Biden non era solo quello di mantenere il vantaggio tecnologico delle aziende americane, ma, se possibile, di ritardare/arretrare lo sviluppo della microelettronica cinese (con ricadute a cascata su tutte le tecnologie, incluse quelle militari).
Le ripercussioni sulle catene del valore sono state notevoli. Giganti del settore come NVIDIA si sono visti costretti a rivedere le proprie strategie di mercato, mentre colossi della manifattura come la coreana Samsung e la taiwanese TSMC (la più importante “foundry” del mondo) si sono trovate a navigare in un campo minato di regolamentazioni sempre più stringenti. La questione ha avuto anche riflessi politici: l’applicazione delle normative ha richiesto grandi sacrifici economici da parte di aziende e paesi alleati degli USA, con costi diplomatici non trascurabili.
La corsa cinese per un’industria autoctona
La conseguenza più significativa della decisione di Biden è stata tuttavia quella di aver costretto la Cina a intensificare gli sforzi per accelerare lo sviluppo di un’industria autoctona di chip avanzati. La reazione cinese si è mossa finora su molteplici livelli, dal sostegno diretto dello Stato alla ricerca fino alla riorganizzazione delle catene di approvvigionamento interne. Pechino ha aumentato in modo significativo i finanziamenti al settore, puntando su colossi nazionali come SMIC (Semiconductor Manufacturing International Corporation) e YMTC (Yangtze Memory Technologies), le punte di diamante del suo sistema industriale.
Nel solco di quanto avvenuto in altri ambiti, come la mobilità elettrica, il sostegno di Pechino non è solo finanziario ma anche normativo, logistico e strategico: sono stati varati piani per il rafforzamento della supply chain dei semiconduttori, a partire dalle materie prime, e sono stati dispiegati incentivi per attirare talenti stranieri aggirando le restrizioni di Washington.
Nel breve periodo, la Cina ha inoltre adottato soluzioni creative per superare i vincoli internazionali. Una di queste è la pratica del cosiddetto “chip laundering”, ovvero l’importazione di chip avanzati attraverso paesi terzi, come Singapore o gli Emirati Arabi Uniti, che sfuggono ai controlli più stringenti degli USA. Inoltre, il governo cinese ha incentivato l’acquisto massiccio di chip prima che le restrizioni entrassero in vigore, accumulando scorte strategiche per le proprie industrie high-tech e per il settore della difesa. La vera partita tuttavia è sul lungo periodo. E su questo fronte Pechino sta spingendo sull’acceleratore dell’innovazione, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori occidentali per tutte le tecnologie più critiche coinvolte nella produzione di chip.
La scommessa sui macchinari litografici e la supremazia europea
Un esempio è lo sviluppo dei macchinari litografici a ultravioletto estremo (EUV), ovvero le macchine con cui, tramite un processo quasi fantascientifico, si “stampano” transistor molto più piccoli di un virus. Per la stampa dei chip più avanzati, il settore è oggi un monopolio di fatto di una singola azienda, l’olandese ASML, a cui gli USA hanno imposto il veto all’export cinese, attraverso un’azione diplomatica che, nel 2023, ha visto direttamente coinvolto il governo olandese (all’epoca guidato dall’attuale Segretario Generale della NATO Mark Rutte).
Lo sviluppo autonomo di macchine EUV di ultima generazione è ritenuto uno degli ostacoli più insormontabili dell’intera catena del valore dei microchip. L’implementazione della tecnologia ha del resto richiesto decenni di lavoro da parte di ASML, miliardi di investimenti e una stretta integrazione con fornitori che rappresentano l’eccellenza della meccanica e dell’ottica europea. Se il capitale da investire alla Cina non manca (sono stati destinati 37 miliardi all’impresa), il tempo e la ricomposizione di una filiera di fornitura autonoma rappresentano due variabili importanti che, secondo autorevoli pareri, dovevano garantire all’Occidente un vantaggio di oltre dieci anni. Ebbene, di recente questo margine potrebbe essersi assottigliato molto, almeno stando alle voci secondo cui Huawei starebbe per testare un macchinario EUV avanzato, di produzione interamente cinese.
Del macchinario si sa che utilizza un sistema di produzione del plasma (per l’incisione dei transistor) di tipo diverso da quello di ASML. Un sistema la cui efficacia, scalabilità e compatibilità con altre parti del processo di lavorazione dei chip, resta da verificare. Tuttavia, se il test di Huawei si rivelasse un successo, e aprisse la strada a una produzione autoctona di macchinari EUV cinesi, ciò non solo significherebbe la perdita, per gli USA, di un’importante leva per il contenimento dell’ascesa tecnologica di Pechino ma anche un notevole danno economico, e strategico, per l’Europa, che vedrebbe ridimensionato il ruolo di ASML, uno dei suoi asset tecnologici più avanzati.
Un paradigma tecnologico autonomo
Per le aziende occidentali, sarebbe inoltre molto problematico se la Cina riuscisse, come sta provando a fare, a sviluppare macchinari basati su un paradigma tecnologico del tutto autonomo. In caso di successo, Pechino aprirebbe un fronte di sviluppo della litografia del tutto originale, con i competitor occidentali che si troverebbero di colpo a dovere inseguire e imparare (quasi) tutto da capo e soprattutto a doversi adattare a nuovi standard imposti da Pechino.
Un altro fronte su cui si dispiega la strategia di Xi Jinping sui semiconduttori è il cosiddetto mercato dei “legacy chip”, ovvero i chip ai “nodi maturi”: semiconduttori non di ultimissima generazione ma essenziali per il funzionamento dell’elettronica e dell’informatica di largo consumo. Se i chip di NVIDIA (e poche altre aziende) sono il fulcro della competizione strategica intorno allo sviluppo della IA, i “legacy chip” rappresentano l’ossatura dell’infrastruttura tecnologica globale.
Il peso del segmento legacy ovvero i vecchi chip ancora contano
Microcontrollori per elettrodomestici, circuiti integrati per veicoli, apparecchiature mediche e milioni di altri oggetti dipendono da questi semiconduttori, la cui produzione è forse meno sofisticata ma non meno strategica. Già da prima delle restrizioni di Biden, Pechino aveva messo nel mirino il segmento “legacy”, che rappresenta una fonte essenziale di entrate per storiche aziende occidentali come Intel e un elemento di cruciale sovranità tecnologica per tutti. Aziende come SMIC e Hua Hong Semiconductor stanno espandendo la loro capacità produttiva in questa fascia di mercato, con il supporto di massicci investimenti statali e incentivi fiscali.
Le implicazioni di questa strategia non si limitano al semplice riequilibrio delle catene di approvvigionamento. La leadership cinese nei “legacy chip” potrebbe tradursi in un nuovo strumento di influenza tecnologica globale, fornendo a Pechino una leva nei confronti di paesi e industrie che ancora dipendono fortemente dalle forniture esterne per il loro fabbisogno di chip.
La crisi globale dei semiconduttori, causata dalle interruzioni delle filiere della microelettronica durante la pandemia da COVID-19, ha dimostrato quanto sia pericoloso sottovalutare l’importanza dei chip tradizionali. Se la Cina riuscisse a consolidare il proprio primato in questo settore, potrebbe utilizzare la sua capacità produttiva in modo non molto diverso da ciò che l’OPEC ha fatto per decenni con il petrolio.
La strategia cinese sul mercato “legacy” rischia di essere particolarmente onerosa per l’Europa. A causa dello stretto legame con l’industria automobilistica, il settore dei “legacy chip” è uno dei pochi in cui il Vecchio Continente detiene ancora quote di mercato significative. Un drastico aumento della capacità industriale cinese non avrebbe quindi solo l’effetto di rivedere al ribasso questa percentuale, ma introdurrebbe un ulteriore elemento di dipendenza dell’automotive europeo dalla Cina, in una fase già molto delicata per il comparto.
C’è poi la variabile DeepSeek. Sebbene l’exploit dell’intelligenza generativa cinese non vada sopravvalutato – poiché non del tutto indipendente da tecnologie e processi occidentali – è evidente come l’ottimizzazione algoritmica di DeepSeek rappresenti una variabile potenzialmente “impazzita” per il mercato americano dei chip di fascia alta, come ha del resto testimoniato l’immediata risposta, in negativo, del titolo di NVIDIA alla diffusione della nuova IA generativa cinese.
Allo stesso tempo, paradossalmente, proprio DeepSeek ha rivelato alcune delle fragilità infrastrutturali della dotazione hardware delle aziende IA cinesi, non solo a livello di chip ma anche di altri componenti cruciali come, per esempio, i sistemi di interconnessione dei server. Queste difficoltà sono altrettante testimonianze degli effetti – perlomeno nel breve termine – che il veto all’export americano ha avuto sulla microelettronica cinese.
Rischi, costi, limiti strutturali
Nel lungo periodo, tuttavia, il rischio è che il regime dei veti acceleri, invece di rallentare, lo sviluppo dell’industria dei semiconduttori in Cina. È un rischio rispetto al quale il CEO di NVIDIA, Jensen Huang, mette in guardia Washington da tempo. La storia dei protezionismi è del resto piena di casi in cui l’isolamento forzato ha finito per stimolare, anziché soffocare, l’innovazione interna. La logica del “deny and deter” – negare l’accesso alle tecnologie critiche per dissuadere Pechino dal competere su un piano paritario – rischia di trasformarsi in un potente incentivo all’autosufficienza.
Ciò che distingue il protezionismo sui chip da esempi del passato è la combinazione di fattori che rendono l’industria dei semiconduttori particolarmente intensiva dal punto di vista del capitale, finanziario, politico e umano coinvolto. Da un lato, il costo dell’innovazione è sempre più alto: la realizzazione di una nuova fonderia di semiconduttori avanzati può superare i 20 miliardi di dollari, una barriera all’ingresso che rende difficoltosa la scalata per qualunque nuovo attore.
Dall’altro, la domanda di chip non è mai stata così diffusa e pervasiva. La transizione energetica, le infrastrutture cloud, le telecomunicazioni 5G e 6G, la biotecnologia, le IA: ogni settore critico dell’economia globale dipende oggi da semiconduttori avanzati. Non si tratta di una mera questione di hardware, ma di un’infrastruttura di potere tecnologico che ridefinisce il mondo.
Ed è qui che il rischio dell’effetto boomerang si fa concreto per gli Stati Uniti. Storicamente, l’egemonia tecnologica americana si è costruita non solo sul primato dell’innovazione, ma anche sulla capacità di dettare le regole del gioco attraverso il controllo dei brevetti, degli standard e delle filiere. Se la Cina aprisse la strada a un ecosistema alternativo, la curva di innovazione dei chip potrebbe sfuggire completamente, e definitivamente, dal perimetro del controllo americano.
Tutto ciò avviene oltretutto in un contesto in cui l’innovazione nei semiconduttori sta raggiungendo limiti fisici sempre più estremi. La legge di Moore, che per decenni ha guidato l’industria, è prossima alla sua “fine”. E ciò si traduce, da anni, in costi di produzione in costante aumento e sfide ingegneristiche sempre più complesse.
La partita, dunque, non si gioca solo sulla capacità di progettare chip sempre più avanzati, ma anche sulla capacità di immaginare sistemi computazionali alternativi ai semiconduttori. E, come racconta un recente paper di Nature, oggi la Cina produce il doppio della ricerca degli USA nel campo dei “future computing hardware” e dei “next generation chips”.
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30/03/2025
17/01/2024
La desertificazione industriale dell’Italia tra crisi e UE
Il 13 gennaio l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre ha pubblicato un testo che fa il punto sull’industria italiana dalla crisi del 2007 a oggi. La sintesi è che il nostro paese, tra accelerazioni e deboli riprese, ha vissuta una vera e propria caduta libera del settore secondario.
Il complesso delle attività manifatturiere – in questo caso vengono comprese quelle estrattive e le utilities, ma sono escluse le costruzioni – rappresenta il 21% del PIL nazionale. Il suo valore aggiunto reale, però, è diminuito tra il 2007 e il 2022 dell’8,4%, ovvero un po’ più di 28 miliardi di euro.
Tutti i comparti hanno visto una contrazione, eccezion fatta per i macchinari e, soprattutto, gli alimentari/bevande e i prodotti farmaceutici, i quali hanno avuto invece incrementi percentuali sostanziosi. Ma a farla da padrone, con un +125%, equivalente a più di 6 miliardi di valore aggiunto, è l’estrattivo: raccolta e trasformazione di minerali, prodotti fossili e acqua.
Al di là dei numeri, le tendenze mostrano che il nostro paese ha sperimentato un importante ridimensionamento della sua industria. Ma soprattutto, quello che possiamo dedurre dagli unici comparti in crescita è che il nostro paese ha perso il treno delle economie avanzate.
La produzione di macchinari ha una crescita limitata e rimane nello stesso ordine di grandezza. Ciò che ha rallentato il crollo del valore aggiunto è, in ordine, lo sfruttamento delle risorse naturali, la vendita del made in Italy e l’industria farmaceutica, che però pesa per 10 miliardi e mezzo su un totale di oltre 306 miliardi.
Insomma, seppur l’Italia non sia di certo un paese del Terzo Mondo, le imprese che oggi funzionano sul mercato non appartengono, nella maggior parte dei casi, alle filiere che guidano lo sviluppo e l’economia mondiali. Questo mentre quello che prima era il Terzo Mondo si fa sempre più spazio nei settori avanzati della produzione.
Non è solo una questione di crisi. L’Italia ha definitivamente assunto una posizione subordinata nella divisione internazionale del lavoro, soprattutto in relazione all’organizzazione produttiva nella UE. La zona periferica del Mediterraneo è servita a spingere il capitale del cuore europeo.
Non è un caso che a fare peggio dell’Italia è stata solo la Spagna (-8,9%). È vero che anche la Francia ha visto contrarsi il valore aggiunto del 4,4%, ma la Germania ha ottenuto un salto del +16,4%.
Nello studio della CGIA è scritto esplicitamente che si è ridotta la platea delle imprese in modo da rafforzare i risultati di quelle rimaste sul mercato (si tratta della scomparsa delle “imprese zombie” di cui parlava qualche anno fa Draghi). Questo è lo stesso processo che è avvenuto a livello continentale, diretto da Bruxelles a forza di regolamenti europei, vincoli di bilancio e gabbia dell’euro.
Tramite i trattati europei si è dato vita a una nuova geografia industriale per favorire la competitività con altri attori globali. A guadagnarne in Italia sono state, in sostanza, le attività del Nord-Est, ovvero l’unica area che ha avuto un risultato positivo in questo quindicennio (+5,9%), perché si è legata alle filiere tedesche.
Questi dati non fanno che confermare una lettura della ‘costruzione UE’ che su questo giornale è stata ripetuta in tutti i modi. Ma è bene ripeterla ora che da qualche tempo tale modello è entrato in una profonda crisi: il PIL della Germania è calato dello 0,3% nel 2023, mentre le insolvenze – tra l’ottobre di quell’anno e dell’anno precedente – sono aumentate del 22,4%.
Renato Mason, segretario della CGIA, ha affermato che serve “mettere a punto una politica industriale di lungo periodo, deregolamentando dove possibile”. Se sulla necessità di una politica industriale (che significa “intervento dello Stato nell’economia”, in qualche forma) non possiamo che essere d’accordo, non è certo continuando sulla strada della centralità del privato e della deregolamentazione che si può trovare una via d’uscita.
Quello che serve davvero è riaffermare la centralità della proprietà e della direzione pubblica dei settori strategici del paese, da rendere la spina dorsale di una programmazione pubblica dello sviluppo italiano. Per rispondere alle esigenze dei lavoratori e dei settori popolari in generale, con servizi, casa, occupazione e garanzia del reddito.
Fonte
Il complesso delle attività manifatturiere – in questo caso vengono comprese quelle estrattive e le utilities, ma sono escluse le costruzioni – rappresenta il 21% del PIL nazionale. Il suo valore aggiunto reale, però, è diminuito tra il 2007 e il 2022 dell’8,4%, ovvero un po’ più di 28 miliardi di euro.
Tutti i comparti hanno visto una contrazione, eccezion fatta per i macchinari e, soprattutto, gli alimentari/bevande e i prodotti farmaceutici, i quali hanno avuto invece incrementi percentuali sostanziosi. Ma a farla da padrone, con un +125%, equivalente a più di 6 miliardi di valore aggiunto, è l’estrattivo: raccolta e trasformazione di minerali, prodotti fossili e acqua.
Al di là dei numeri, le tendenze mostrano che il nostro paese ha sperimentato un importante ridimensionamento della sua industria. Ma soprattutto, quello che possiamo dedurre dagli unici comparti in crescita è che il nostro paese ha perso il treno delle economie avanzate.
La produzione di macchinari ha una crescita limitata e rimane nello stesso ordine di grandezza. Ciò che ha rallentato il crollo del valore aggiunto è, in ordine, lo sfruttamento delle risorse naturali, la vendita del made in Italy e l’industria farmaceutica, che però pesa per 10 miliardi e mezzo su un totale di oltre 306 miliardi.
Insomma, seppur l’Italia non sia di certo un paese del Terzo Mondo, le imprese che oggi funzionano sul mercato non appartengono, nella maggior parte dei casi, alle filiere che guidano lo sviluppo e l’economia mondiali. Questo mentre quello che prima era il Terzo Mondo si fa sempre più spazio nei settori avanzati della produzione.
Non è solo una questione di crisi. L’Italia ha definitivamente assunto una posizione subordinata nella divisione internazionale del lavoro, soprattutto in relazione all’organizzazione produttiva nella UE. La zona periferica del Mediterraneo è servita a spingere il capitale del cuore europeo.
Non è un caso che a fare peggio dell’Italia è stata solo la Spagna (-8,9%). È vero che anche la Francia ha visto contrarsi il valore aggiunto del 4,4%, ma la Germania ha ottenuto un salto del +16,4%.
Nello studio della CGIA è scritto esplicitamente che si è ridotta la platea delle imprese in modo da rafforzare i risultati di quelle rimaste sul mercato (si tratta della scomparsa delle “imprese zombie” di cui parlava qualche anno fa Draghi). Questo è lo stesso processo che è avvenuto a livello continentale, diretto da Bruxelles a forza di regolamenti europei, vincoli di bilancio e gabbia dell’euro.
Tramite i trattati europei si è dato vita a una nuova geografia industriale per favorire la competitività con altri attori globali. A guadagnarne in Italia sono state, in sostanza, le attività del Nord-Est, ovvero l’unica area che ha avuto un risultato positivo in questo quindicennio (+5,9%), perché si è legata alle filiere tedesche.
Questi dati non fanno che confermare una lettura della ‘costruzione UE’ che su questo giornale è stata ripetuta in tutti i modi. Ma è bene ripeterla ora che da qualche tempo tale modello è entrato in una profonda crisi: il PIL della Germania è calato dello 0,3% nel 2023, mentre le insolvenze – tra l’ottobre di quell’anno e dell’anno precedente – sono aumentate del 22,4%.
Renato Mason, segretario della CGIA, ha affermato che serve “mettere a punto una politica industriale di lungo periodo, deregolamentando dove possibile”. Se sulla necessità di una politica industriale (che significa “intervento dello Stato nell’economia”, in qualche forma) non possiamo che essere d’accordo, non è certo continuando sulla strada della centralità del privato e della deregolamentazione che si può trovare una via d’uscita.
Quello che serve davvero è riaffermare la centralità della proprietà e della direzione pubblica dei settori strategici del paese, da rendere la spina dorsale di una programmazione pubblica dello sviluppo italiano. Per rispondere alle esigenze dei lavoratori e dei settori popolari in generale, con servizi, casa, occupazione e garanzia del reddito.
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06/12/2019
1/ L’industria 4.0. Rivoluzione tecnologica del lavoro o contro il lavoro?
Con la prima parte da oggi pubblichiamo sul nostro giornale quattro puntate di una analisi/inchiesta curata da Stefano Zai sull’industria 4.0. L’automazione, a livello mondiale, tra il 2015 e il 2020 ha distrutto 7 milioni di posti di lavoro e ne ha creati solo 2. Secondo una proiezione uscita su Il Sole 24 Ore, l’industria 4.0 in Italia tra il 2017 e il 2035 porterà alla scomparsa di 3,5 milioni di posti di lavoro. Si tratta di una sfida sul lavoro che va analizzata, compresa e ingaggiata con estrema determinazione. In questa prima parte vengono analizzate le connessioni tra lo sviluppo dell’automazione industriale e la divisione internazionale del lavoro che assegna al nostro paese un ruolo subalterno. Nelle prossime puntate verranno sviluppati quello che l’autore definisce come il “totalitarismo digitale”; l’industria 4.0 come rivoluzione del lavoro e delle sue forme ed infine i progetti del governo sull’industria 4.0 e come opporsi ad essi (redazione).
Industry 4.0 è il termine impiegato per indicare la quarta rivoluzione industriale. Non è questo l’ambito per consentire una sua contestualizzazione storica e un confronto con le precedenti, ma una cosa è importante da sottolineare: Industry 4.0 sta avendo e avrà sui modi di produzione, sul lavoro per come lo abbiamo conosciuto, sulla rappresentanza sindacale, sulla società, sullo Stato, una portata rivoluzionaria tale da essere paragonabile, a mio avviso, solo alla prima rivoluzione industriale, dove l’umanità incominciò a trasformarsi da ciò che era stata per secoli, prettamente agricola e contadina, all’essere prettamente industriale. Quello in cui oggi ci stiamo trasformando è tutto da comprendere, non solo per capire verso cosa ci stiamo muovendo, ma per avere gli strumenti per affrontarlo.
L’aspetto che viene maggiormente enfatizzato ed evidenziato ai lavoratori e alla società intera dalle parti datoriali, da Confindustria, dalla Unione europea e BusinessEurope, è di Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica, ma non è solo questo: è anche e pariteticamente una rivoluzione del lavoro e delle sue forme per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Viene descritta in larga parte dal punto di vista tecnologico, dimenticandosi (volutamente) che il secondo pilastro legato alla trasformazione del lavoro è ugualmente fondamentale.
Prima di entrare più a fondo in merito alle caratteristiche di Fabbrica 4.0 e sugli impatti che essa sta avendo e avrà nel mondo del lavoro, in modo particolare in termini di occupazione, è necessario provare a mettere a fuoco il contesto.
Il sistema economico-produttivo (anche finanziario, ma non lo prendiamo in considerazione in questo articolo) europeo si sta delineando come modello di un processo di centralizzazione senza concentrazione1.
Per dirla in parole semplici, si centralizza il business, ossia la parte amministrativa di alto livello, i profitti e la conoscenza (teniamo a mente questa parola, poi capiremo perché), ma le produzioni, le forniture, i processi intermedi, l’indotto, quindi il lavoro, sono parcellizzati, diciamo “liquefatti” in molteplici luoghi (reali e virtuali di produzione e lavoro) lungo le catene del valore globali ed europee e non più concentrati in solo luogo o regione. Queste porzioni produttive parcellizzate e distribuite sulla carta fanno riferimento a più centri, ma la realtà è che questi sotto-processi non sono in grado di reggere ad un elevatissimo livello di concorrenza e finiscono per riferire ad un unico centro, di fatto operando in una mono-committenza.
L’Italia fa parte a pieno di questo modello, in un processo che lega la macro regione del nord (Emilia – Lombardia – Veneto), con la propria industria manifatturiera di piccole medie dimensioni, alle catene del valore che hanno il proprio centro nel cuore della Ue (Germania in particolare).
Le catene del valore legate a questo centro sono i “cavalli” che devono correre per la competizione tra i vari poli economici globali. Il resto del paese è stato relegato a fornitore di servizi, turismo e fornitore di manovalanza precarizzata, flessibilizzata.
Attenzione, però, il Nord non è omogeneo e per stare nelle sopracitate catene del valore la competizione è schiacciante, si scarica sempre più la competizione sul lavoro (precarizzazione e flessibilizzazione), molti attori industriali di piccole dimensioni non riescono e tutto questo sta producendo una forbice tra ricchi e poveri sempre più ampia.
Il sistema economico-paese in parte rientra nel modello europeo appena descritto, mentre il resto è stato e viene “dato in pasto” alle multinazionali extra Ue, che si fondano su modelli economici di valorizzazione differenti da quello europee (vedi la Cina e le vie della seta o gli Stati Uniti di Trump, ecc.), interessati a conquistare fette di mercato, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Ex-Ilva, Alitalia, ecc., tanto per citare alcuni esempi. Un modello industriale non esiste: un processo di deindustrializzazione per la maggior parte del paese e un modello acefalo per le regioni del nord, agganciate alle catene del valore sopracitate, che in qualsiasi momento ti possono sganciare o rimodellare a piacimento. Un processo complessivo che non governiamo come paese e a maggior ragione come lavoratori, che trova il suo fondamento nella nostra adesione all’Unione europea.
In un modello economico Ue di questo tipo, centralizzato ma non concentrato, è evidente che gioca un ruolo fondamentale la tecnologia. Ecco perché è fondamentale Industria 4.0., che consente la “non concentrazione” dell’apparato produttivo, l'automazione in parte o completamente delle produzioni per operare h24, la connessione dei vari punti globali in cui la produzione è “sparpagliata”, la velocizzazione e la distribuzione dei prodotti (logistica), la circolazione dei fattori produttivi e delle informazioni.
Ma al contempo la medesima tecnologia realizza la centralizzazione di ciò che è considerato il delta necessario per potere concorrere a livello globale. Uno dei pochi e possibili fattori rimasti su cui il capitale europeo e occidentale sta puntando per riuscire ad avere ancora profitti, in un contesto di manifattura e produzione reale al palo dal 2008 con la crisi: le informazioni. I dati che racchiudono la conoscenza con cui oggi è possibile valorizzare e concorrere. I dati che racchiudono la descrizione di ognuno di noi, i gusti, gli orientamenti dei lavoratori-consumatori, che poi devono essere riutilizzati nel business.
Quindi, Industry 4.0 si basa e si sviluppa su due pilastri fondamentali. Il primo è quello tecnologico: Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica. Il secondo è Industry 4.0 come trasformazione delle forme del lavoro, una rivoluzione in senso neoliberale dello stesso, che si contestualizza in una rivoluzione neoliberale più ampia di matrice politico-ideologico-sociale.
Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica 2.
Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica è caratterizzata da:
Produzione additiva3. L’emblema dell’industria 4.0 è la stampante 3D (tre dimensioni) che ha dato il via alla cosiddetta manifattura additiva, cioè una modalità produttiva che consente la realizzazione di oggetti (componenti, semilavorati, prodotti finiti, ecc.) ottenuti producendo e sommando strati successivi di materiale (appunto con la stampa 3D) e ciò contrasta con quanto accaduto fino ad ora in molti ambiti della produzione tradizionale, in cui si procede per sottrazione dal pieno (tornitura, fresatura, ecc.). Si tratta di un’evoluzione fondamentale nella più ampia tendenza alla digitalizzazione della manifattura che si realizza attraverso il dialogo tra computer e macchine, grazie alla condivisione di informazione (tra macchine, tra persone, tra macchine e persone) resa possibile, tra l’altro, dall’ormai consolidata diffusione di internet.
Si identificano due caratteristiche della produzione additiva centrali per comprenderne le potenzialità di sviluppo:
a) consentire di produrre oggetti disegnati con geometrie complesse non altrimenti realizzabili in un unico pezzo con le tecniche tradizionali, modificandone la struttura costruttiva con un minore impiego di materie prime, maggiori prestazioni, utilizzando materiali diversi da quelli oggi in uso;
b) fare sì che i costi di realizzazione di varianti rispetto ad un modello base siano sostanzialmente molto ridotti, in quanto si cambia il software non più la linea, la macchina, lo stampo, ecc. Si viene così affermando un nuovo modello industriale manifatturiero legato alla personalizzazione del prodotto, cioè alla “personalizzazione di massa” delle produzioni, con un impatto sul lavoro dettato dall’esubero di manodopera, completa assenza dell’uomo in questi processi produttivi (una piccola villetta residenziale nelle sue parti strutturali già può essere costruita con la totale assenza dell’uomo) ed una flessibilizzazione del lavoro rimasto che si dovrà adeguare, nei modi, nei tempi e nei luoghi (le stampanti 3D si possono spostare facilmente, l’applicazione edile ne è un esempio).
Inoltre, in alcuni settori, verrà scaricata buona parte dei costi produttivi delle parti datoriali ai consumatori, perché piazzeranno al consumatore stesso l’onere di stamparsi il prodotto (Barilla, ad esempio, sta pensando stampanti 3D da vendere al consumatore per stamparsi la pasta direttamente a casa, avendo profitto dalla vendita del software che realizza la forma della pasta e del semilavorato per stamparla, ma con un notevole risparmio nei costi di produzione).
“I.O.T., Internet of Things” – Internet delle cose: può essere definito come “rete delle apparecchiature e degli oggetti diversi dal computer connessi alla rete”. Per capire non c’è niente di meglio che citare alcuni esempi: “oltre 50.000 indirizzi IP, nodi intelligenti di una grande rete mettono in connessione ogni oggetto che entra in contatto con la filiera, facendolo dialogare con tutti gli altri: dal robot al componente più piccolo che scomparirà nel prodotto finito, la nuova Mercedes Classe E. A Stoccarda questo modello passerà alla storia come la prima auto “nativa digitale” del marchio. La vettura non è un “concept” ed è in vendita nelle concessionarie, è figlia della digitalizzazione della fabbrica”. […]
“La casa farmaceutica può inviare alla stampante 3D dell’ospedale le istruzioni per produrre il medicinale personalizzato”4.
In prospettiva, ma in un tempo neanche troppo distante, si definiranno filiere produttive e prodotti finiti in grado di autodiagnosticarsi, quindi non solo completa automazione della produzione, ma anche della sua manutenzione*. Vien da sé comprendere come si apra uno scenario potenziale di notevole perdita di posti di lavoro legati alla manutenzione della filiera produttiva stessa e del prodotto finito. Anche in questo caso come per la produzione additiva, si va nella direzione di connettere la linea direttamente con il consumatore finale, nel nuovo tipo di modello industriale legato alla personalizzazione del prodotto, personalizzazione di massa delle produzioni.
Si è qui osservato I.O.T. dal punto di vista delle produzioni, per dir così, ma I.O.T. coinvolge un aspetto fondamentale dal punto di vista della quotidianità stessa delle persone e della società. Le nostre case sono sempre più colme di prodotti “smart” (cose connesse alla rete, rese “intelligenti” dalla connessione, appunto), connessi con le filiere di produzione, la rete, i “social network” e noi stessi. Immediato comprendere quale sia la conseguenza: una completa profilazione delle nostre abitudini, ecc., che sviluppa controllo e soprattutto autocontrollo e un accumulo di dati da mettere a profitto.
Big data e cloud. Fabbrica 4.0 deve far viaggiare, monitorare ed immagazzinare dati. Dati, che devono appunto essere scambiati fra le cose (I.O.T.), fare funzionare le stampanti 3D, ecc. Quindi è già una realtà il “cloud computing” – cloud sta per nuvola, nuvola virtuale, nella quale si immagazzinano dati – un insieme di tecnologie che permettono tipicamente sotto forma di un servizio offerto al cliente, di memorizzare, archiviare elaborare dati, grazie all’utilizzo di risorse hardware e software distribuite e virtualizzate.
Ma soprattutto è già una realtà il Big data. Applicazioni, piattaforme, social network, ecc., realizzano la produzione di una massa enorme di dati, da gestire e rielaborare in informazioni anche in tempo reale, questo è il “Big data”. Fondamentale per un soggetto Industry 4.0, quindi, la gestione e rielaborazione di questa massa enorme di dati considerando che non tutti sono prodotti dal soggetto stesso. Inoltre, la gestione e rielaborazione del “Big data” rappresenta un business in sé, la nuova gallina dalle uova d’oro, chi ci sa “mettere mano” ed è in grado di rendere disponibile queste informazioni, diventa un operatore indispensabile alla nuova era industriale.
Robotica. Quando si parla di robotica a tutti viene in mente la linea produttiva di autovetture, ormai esclusivamente composta da bracci robotici completamente automatizzati. Questa è già una realtà esistente, che Industry 4.0 andrà a sviluppare con sistemi sempre più autonomi, complessi ed interconnessi (I.O.T.). Ma questa, interconnessione a parte, sta ancora nell’automazione o automazione industriale, ed è già presente da numerosi anni nelle nostre fabbriche. Però, Fabbrica 4.0 quando pensa alla robotica, pensa a qualcos’altro. Un ulteriore salto di qualità. Industria 4.0 non parla di “normali sistemi robotici”, la nuova frontiera si chiama robot collaborativo, capace cioè di lavorare fianco a fianco con l’uomo, capace, cioè, di sostituire l’uomo.
Anche in questo caso per capire di cosa stiamo parlando, facciamo un esempio.
“ABB ha presentato da qualche anno, un robot veramente collaborativo: YuMi. YuMi è un robot umanoide, progettato per l’utilizzo per esempio nel montaggio di minuteria, in cui gli esseri umani e i robot eseguono congiuntamente le stesse operazioni. YuMi è l’abbreviazione di ‘you and me,’ cioè una collaborazione “tra me e te”. YuMi è stato sviluppato in primo luogo per far fronte alle esigenze produttive di flessibilità e agilità dell’industria dell’elettronica, ma verrà adottato sempre più in altri settori di mercato. YuMi è anche dotato di vista e tatto” 5 o KIVA robot di Amazon, impiegati nel settore logistico.
La conseguenza dello sviluppo dell’automazione industriale, nonché l’introduzione dei robot collaborativi, producono e produrranno, oltre un evidente esubero di manodopera, per quei pochi lavoratori che rimarranno la velocizzazione del tempo di lavoro, una completa dipendenza dai robot in quanto a metriche e movimenti (i movimenti del lavoratore sono ormai completamente dettati dalle macchine, con conseguenti problemi psico-fisici), saturazione totale del tempo di lavoro (lavoro continuo con l’eliminazione di fattori di riposo e dialogo con eventuale operaio vicino) e ovviamente ed in tendenza una totale sostituzione della macchina al lavoratore. Inoltre, non si sta creando una nuova fascia di lavoro qualificato che “sostituisca” o “subentri” ai lavoratori espulsi, non che la creazione di questa fascia giustifichi l’espulsione degli attuali lavoratori, anche perché il numero non sarà equivalente, ma evidenzia come in realtà non vi sia un piano complessivo relativo all’impatto di Industry 4.0.
Chi lavora con i robot racconta che già attualmente sono in grado di autodiagnosticarsi, solo ogni tanto si deve intervenire a risolvere un problema che proprio da soli non sono grado di risolvere (esempio di applicazione di I.O.T.). I robot si rompono spesso, producono numerosi scarti e c’è un incremento del lavoro mal fatto a danno del prodotto e anche dell’ambiente6.
Tutti gli aspetti esposti fino a questo punto e quelli che andiamo ad affrontare di seguito in merito al cambiamento della forma lavoro, realizzano un nuovo paradigma che da origine alla manifattura digitale\ fabbriche intelligenti, appunto le “smart factory”. (fine prima parte)
Note:
1 Cfr. “Non c’è tempo da perdere: come industria 4.0 cambierà il modo di produrre”, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini 19 luglio 2019.
2 In riferimento ai concetti di produzione additiva, I.O.T., “big data e cloud”, robotica, “smart factory”, Cfr. “Nova Edu”, La fabbrica 4.0, collana de Il sole 24 ore.
3 Cfr. “La manifattura additiva. alcune valutazioni economiche con particolare riferimento all’industria italiana, Scenari industriali anno 2014, Centro Studi Confindustria.
4 “Nova Edu”, La fabbrica 4.0, collana de Il sole 24 ore.
5 “ABB svela il futuro della collaborazione tra uomo e robot: YuMi “, Automazione Integrata – la redazione, 10 settembre 2014.
6 In riferimento all’introduzione dei robot, Cfr. “La società artificiale”, a cura di Renato Curcio. Sensibili alle foglie, 2017.
Fonte
* qui forse si fa un passo troppo oltre la definizione in causa. Per autodiagnosi, infatti, si intende la capacità di un apparato di dire all'operatore cosa si è rotto nei suoi sistemi e come. L'autoriparazione è un passaggio successivo e più complesso.
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Industry 4.0 è il termine impiegato per indicare la quarta rivoluzione industriale. Non è questo l’ambito per consentire una sua contestualizzazione storica e un confronto con le precedenti, ma una cosa è importante da sottolineare: Industry 4.0 sta avendo e avrà sui modi di produzione, sul lavoro per come lo abbiamo conosciuto, sulla rappresentanza sindacale, sulla società, sullo Stato, una portata rivoluzionaria tale da essere paragonabile, a mio avviso, solo alla prima rivoluzione industriale, dove l’umanità incominciò a trasformarsi da ciò che era stata per secoli, prettamente agricola e contadina, all’essere prettamente industriale. Quello in cui oggi ci stiamo trasformando è tutto da comprendere, non solo per capire verso cosa ci stiamo muovendo, ma per avere gli strumenti per affrontarlo.
L’aspetto che viene maggiormente enfatizzato ed evidenziato ai lavoratori e alla società intera dalle parti datoriali, da Confindustria, dalla Unione europea e BusinessEurope, è di Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica, ma non è solo questo: è anche e pariteticamente una rivoluzione del lavoro e delle sue forme per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Viene descritta in larga parte dal punto di vista tecnologico, dimenticandosi (volutamente) che il secondo pilastro legato alla trasformazione del lavoro è ugualmente fondamentale.
Prima di entrare più a fondo in merito alle caratteristiche di Fabbrica 4.0 e sugli impatti che essa sta avendo e avrà nel mondo del lavoro, in modo particolare in termini di occupazione, è necessario provare a mettere a fuoco il contesto.
Il sistema economico-produttivo (anche finanziario, ma non lo prendiamo in considerazione in questo articolo) europeo si sta delineando come modello di un processo di centralizzazione senza concentrazione1.
Per dirla in parole semplici, si centralizza il business, ossia la parte amministrativa di alto livello, i profitti e la conoscenza (teniamo a mente questa parola, poi capiremo perché), ma le produzioni, le forniture, i processi intermedi, l’indotto, quindi il lavoro, sono parcellizzati, diciamo “liquefatti” in molteplici luoghi (reali e virtuali di produzione e lavoro) lungo le catene del valore globali ed europee e non più concentrati in solo luogo o regione. Queste porzioni produttive parcellizzate e distribuite sulla carta fanno riferimento a più centri, ma la realtà è che questi sotto-processi non sono in grado di reggere ad un elevatissimo livello di concorrenza e finiscono per riferire ad un unico centro, di fatto operando in una mono-committenza.
L’Italia fa parte a pieno di questo modello, in un processo che lega la macro regione del nord (Emilia – Lombardia – Veneto), con la propria industria manifatturiera di piccole medie dimensioni, alle catene del valore che hanno il proprio centro nel cuore della Ue (Germania in particolare).
Le catene del valore legate a questo centro sono i “cavalli” che devono correre per la competizione tra i vari poli economici globali. Il resto del paese è stato relegato a fornitore di servizi, turismo e fornitore di manovalanza precarizzata, flessibilizzata.
Attenzione, però, il Nord non è omogeneo e per stare nelle sopracitate catene del valore la competizione è schiacciante, si scarica sempre più la competizione sul lavoro (precarizzazione e flessibilizzazione), molti attori industriali di piccole dimensioni non riescono e tutto questo sta producendo una forbice tra ricchi e poveri sempre più ampia.
Il sistema economico-paese in parte rientra nel modello europeo appena descritto, mentre il resto è stato e viene “dato in pasto” alle multinazionali extra Ue, che si fondano su modelli economici di valorizzazione differenti da quello europee (vedi la Cina e le vie della seta o gli Stati Uniti di Trump, ecc.), interessati a conquistare fette di mercato, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Ex-Ilva, Alitalia, ecc., tanto per citare alcuni esempi. Un modello industriale non esiste: un processo di deindustrializzazione per la maggior parte del paese e un modello acefalo per le regioni del nord, agganciate alle catene del valore sopracitate, che in qualsiasi momento ti possono sganciare o rimodellare a piacimento. Un processo complessivo che non governiamo come paese e a maggior ragione come lavoratori, che trova il suo fondamento nella nostra adesione all’Unione europea.
In un modello economico Ue di questo tipo, centralizzato ma non concentrato, è evidente che gioca un ruolo fondamentale la tecnologia. Ecco perché è fondamentale Industria 4.0., che consente la “non concentrazione” dell’apparato produttivo, l'automazione in parte o completamente delle produzioni per operare h24, la connessione dei vari punti globali in cui la produzione è “sparpagliata”, la velocizzazione e la distribuzione dei prodotti (logistica), la circolazione dei fattori produttivi e delle informazioni.
Ma al contempo la medesima tecnologia realizza la centralizzazione di ciò che è considerato il delta necessario per potere concorrere a livello globale. Uno dei pochi e possibili fattori rimasti su cui il capitale europeo e occidentale sta puntando per riuscire ad avere ancora profitti, in un contesto di manifattura e produzione reale al palo dal 2008 con la crisi: le informazioni. I dati che racchiudono la conoscenza con cui oggi è possibile valorizzare e concorrere. I dati che racchiudono la descrizione di ognuno di noi, i gusti, gli orientamenti dei lavoratori-consumatori, che poi devono essere riutilizzati nel business.
Quindi, Industry 4.0 si basa e si sviluppa su due pilastri fondamentali. Il primo è quello tecnologico: Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica. Il secondo è Industry 4.0 come trasformazione delle forme del lavoro, una rivoluzione in senso neoliberale dello stesso, che si contestualizza in una rivoluzione neoliberale più ampia di matrice politico-ideologico-sociale.
Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica 2.
Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica è caratterizzata da:
Produzione additiva3. L’emblema dell’industria 4.0 è la stampante 3D (tre dimensioni) che ha dato il via alla cosiddetta manifattura additiva, cioè una modalità produttiva che consente la realizzazione di oggetti (componenti, semilavorati, prodotti finiti, ecc.) ottenuti producendo e sommando strati successivi di materiale (appunto con la stampa 3D) e ciò contrasta con quanto accaduto fino ad ora in molti ambiti della produzione tradizionale, in cui si procede per sottrazione dal pieno (tornitura, fresatura, ecc.). Si tratta di un’evoluzione fondamentale nella più ampia tendenza alla digitalizzazione della manifattura che si realizza attraverso il dialogo tra computer e macchine, grazie alla condivisione di informazione (tra macchine, tra persone, tra macchine e persone) resa possibile, tra l’altro, dall’ormai consolidata diffusione di internet.
Si identificano due caratteristiche della produzione additiva centrali per comprenderne le potenzialità di sviluppo:
a) consentire di produrre oggetti disegnati con geometrie complesse non altrimenti realizzabili in un unico pezzo con le tecniche tradizionali, modificandone la struttura costruttiva con un minore impiego di materie prime, maggiori prestazioni, utilizzando materiali diversi da quelli oggi in uso;
b) fare sì che i costi di realizzazione di varianti rispetto ad un modello base siano sostanzialmente molto ridotti, in quanto si cambia il software non più la linea, la macchina, lo stampo, ecc. Si viene così affermando un nuovo modello industriale manifatturiero legato alla personalizzazione del prodotto, cioè alla “personalizzazione di massa” delle produzioni, con un impatto sul lavoro dettato dall’esubero di manodopera, completa assenza dell’uomo in questi processi produttivi (una piccola villetta residenziale nelle sue parti strutturali già può essere costruita con la totale assenza dell’uomo) ed una flessibilizzazione del lavoro rimasto che si dovrà adeguare, nei modi, nei tempi e nei luoghi (le stampanti 3D si possono spostare facilmente, l’applicazione edile ne è un esempio).
Inoltre, in alcuni settori, verrà scaricata buona parte dei costi produttivi delle parti datoriali ai consumatori, perché piazzeranno al consumatore stesso l’onere di stamparsi il prodotto (Barilla, ad esempio, sta pensando stampanti 3D da vendere al consumatore per stamparsi la pasta direttamente a casa, avendo profitto dalla vendita del software che realizza la forma della pasta e del semilavorato per stamparla, ma con un notevole risparmio nei costi di produzione).
“I.O.T., Internet of Things” – Internet delle cose: può essere definito come “rete delle apparecchiature e degli oggetti diversi dal computer connessi alla rete”. Per capire non c’è niente di meglio che citare alcuni esempi: “oltre 50.000 indirizzi IP, nodi intelligenti di una grande rete mettono in connessione ogni oggetto che entra in contatto con la filiera, facendolo dialogare con tutti gli altri: dal robot al componente più piccolo che scomparirà nel prodotto finito, la nuova Mercedes Classe E. A Stoccarda questo modello passerà alla storia come la prima auto “nativa digitale” del marchio. La vettura non è un “concept” ed è in vendita nelle concessionarie, è figlia della digitalizzazione della fabbrica”. […]
“La casa farmaceutica può inviare alla stampante 3D dell’ospedale le istruzioni per produrre il medicinale personalizzato”4.
In prospettiva, ma in un tempo neanche troppo distante, si definiranno filiere produttive e prodotti finiti in grado di autodiagnosticarsi, quindi non solo completa automazione della produzione, ma anche della sua manutenzione*. Vien da sé comprendere come si apra uno scenario potenziale di notevole perdita di posti di lavoro legati alla manutenzione della filiera produttiva stessa e del prodotto finito. Anche in questo caso come per la produzione additiva, si va nella direzione di connettere la linea direttamente con il consumatore finale, nel nuovo tipo di modello industriale legato alla personalizzazione del prodotto, personalizzazione di massa delle produzioni.
Si è qui osservato I.O.T. dal punto di vista delle produzioni, per dir così, ma I.O.T. coinvolge un aspetto fondamentale dal punto di vista della quotidianità stessa delle persone e della società. Le nostre case sono sempre più colme di prodotti “smart” (cose connesse alla rete, rese “intelligenti” dalla connessione, appunto), connessi con le filiere di produzione, la rete, i “social network” e noi stessi. Immediato comprendere quale sia la conseguenza: una completa profilazione delle nostre abitudini, ecc., che sviluppa controllo e soprattutto autocontrollo e un accumulo di dati da mettere a profitto.
Big data e cloud. Fabbrica 4.0 deve far viaggiare, monitorare ed immagazzinare dati. Dati, che devono appunto essere scambiati fra le cose (I.O.T.), fare funzionare le stampanti 3D, ecc. Quindi è già una realtà il “cloud computing” – cloud sta per nuvola, nuvola virtuale, nella quale si immagazzinano dati – un insieme di tecnologie che permettono tipicamente sotto forma di un servizio offerto al cliente, di memorizzare, archiviare elaborare dati, grazie all’utilizzo di risorse hardware e software distribuite e virtualizzate.
Ma soprattutto è già una realtà il Big data. Applicazioni, piattaforme, social network, ecc., realizzano la produzione di una massa enorme di dati, da gestire e rielaborare in informazioni anche in tempo reale, questo è il “Big data”. Fondamentale per un soggetto Industry 4.0, quindi, la gestione e rielaborazione di questa massa enorme di dati considerando che non tutti sono prodotti dal soggetto stesso. Inoltre, la gestione e rielaborazione del “Big data” rappresenta un business in sé, la nuova gallina dalle uova d’oro, chi ci sa “mettere mano” ed è in grado di rendere disponibile queste informazioni, diventa un operatore indispensabile alla nuova era industriale.
Robotica. Quando si parla di robotica a tutti viene in mente la linea produttiva di autovetture, ormai esclusivamente composta da bracci robotici completamente automatizzati. Questa è già una realtà esistente, che Industry 4.0 andrà a sviluppare con sistemi sempre più autonomi, complessi ed interconnessi (I.O.T.). Ma questa, interconnessione a parte, sta ancora nell’automazione o automazione industriale, ed è già presente da numerosi anni nelle nostre fabbriche. Però, Fabbrica 4.0 quando pensa alla robotica, pensa a qualcos’altro. Un ulteriore salto di qualità. Industria 4.0 non parla di “normali sistemi robotici”, la nuova frontiera si chiama robot collaborativo, capace cioè di lavorare fianco a fianco con l’uomo, capace, cioè, di sostituire l’uomo.
Anche in questo caso per capire di cosa stiamo parlando, facciamo un esempio.
“ABB ha presentato da qualche anno, un robot veramente collaborativo: YuMi. YuMi è un robot umanoide, progettato per l’utilizzo per esempio nel montaggio di minuteria, in cui gli esseri umani e i robot eseguono congiuntamente le stesse operazioni. YuMi è l’abbreviazione di ‘you and me,’ cioè una collaborazione “tra me e te”. YuMi è stato sviluppato in primo luogo per far fronte alle esigenze produttive di flessibilità e agilità dell’industria dell’elettronica, ma verrà adottato sempre più in altri settori di mercato. YuMi è anche dotato di vista e tatto” 5 o KIVA robot di Amazon, impiegati nel settore logistico.
La conseguenza dello sviluppo dell’automazione industriale, nonché l’introduzione dei robot collaborativi, producono e produrranno, oltre un evidente esubero di manodopera, per quei pochi lavoratori che rimarranno la velocizzazione del tempo di lavoro, una completa dipendenza dai robot in quanto a metriche e movimenti (i movimenti del lavoratore sono ormai completamente dettati dalle macchine, con conseguenti problemi psico-fisici), saturazione totale del tempo di lavoro (lavoro continuo con l’eliminazione di fattori di riposo e dialogo con eventuale operaio vicino) e ovviamente ed in tendenza una totale sostituzione della macchina al lavoratore. Inoltre, non si sta creando una nuova fascia di lavoro qualificato che “sostituisca” o “subentri” ai lavoratori espulsi, non che la creazione di questa fascia giustifichi l’espulsione degli attuali lavoratori, anche perché il numero non sarà equivalente, ma evidenzia come in realtà non vi sia un piano complessivo relativo all’impatto di Industry 4.0.
Chi lavora con i robot racconta che già attualmente sono in grado di autodiagnosticarsi, solo ogni tanto si deve intervenire a risolvere un problema che proprio da soli non sono grado di risolvere (esempio di applicazione di I.O.T.). I robot si rompono spesso, producono numerosi scarti e c’è un incremento del lavoro mal fatto a danno del prodotto e anche dell’ambiente6.
Tutti gli aspetti esposti fino a questo punto e quelli che andiamo ad affrontare di seguito in merito al cambiamento della forma lavoro, realizzano un nuovo paradigma che da origine alla manifattura digitale\ fabbriche intelligenti, appunto le “smart factory”. (fine prima parte)
Note:
1 Cfr. “Non c’è tempo da perdere: come industria 4.0 cambierà il modo di produrre”, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini 19 luglio 2019.
2 In riferimento ai concetti di produzione additiva, I.O.T., “big data e cloud”, robotica, “smart factory”, Cfr. “Nova Edu”, La fabbrica 4.0, collana de Il sole 24 ore.
3 Cfr. “La manifattura additiva. alcune valutazioni economiche con particolare riferimento all’industria italiana, Scenari industriali anno 2014, Centro Studi Confindustria.
4 “Nova Edu”, La fabbrica 4.0, collana de Il sole 24 ore.
5 “ABB svela il futuro della collaborazione tra uomo e robot: YuMi “, Automazione Integrata – la redazione, 10 settembre 2014.
6 In riferimento all’introduzione dei robot, Cfr. “La società artificiale”, a cura di Renato Curcio. Sensibili alle foglie, 2017.
Fonte
* qui forse si fa un passo troppo oltre la definizione in causa. Per autodiagnosi, infatti, si intende la capacità di un apparato di dire all'operatore cosa si è rotto nei suoi sistemi e come. L'autoriparazione è un passaggio successivo e più complesso.
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