Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/12/2019

1/ L’industria 4.0. Rivoluzione tecnologica del lavoro o contro il lavoro?

Con la prima parte da oggi pubblichiamo sul nostro giornale quattro puntate di una analisi/inchiesta curata da Stefano Zai sull’industria 4.0. L’automazione, a livello mondiale, tra il 2015 e il 2020 ha distrutto 7 milioni di posti di lavoro e ne ha creati solo 2. Secondo una proiezione uscita su Il Sole 24 Ore, l’industria 4.0 in Italia tra il 2017 e il 2035 porterà alla scomparsa di 3,5 milioni di posti di lavoro. Si tratta di una sfida sul lavoro che va analizzata, compresa e ingaggiata con estrema determinazione. In questa prima parte vengono analizzate le connessioni tra lo sviluppo dell’automazione industriale e la divisione internazionale del lavoro che assegna al nostro paese un ruolo subalterno. Nelle prossime puntate verranno sviluppati quello che l’autore definisce come il “totalitarismo digitale”; l’industria 4.0 come rivoluzione del lavoro e delle sue forme ed infine i progetti del governo sull’industria 4.0 e come opporsi ad essi (redazione).

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Industry 4.0 è il termine impiegato per indicare la quarta rivoluzione industriale. Non è questo l’ambito per consentire una sua contestualizzazione storica e un confronto con le precedenti, ma una cosa è importante da sottolineare: Industry 4.0 sta avendo e avrà sui modi di produzione, sul lavoro per come lo abbiamo conosciuto, sulla rappresentanza sindacale, sulla società, sullo Stato, una portata rivoluzionaria tale da essere paragonabile, a mio avviso, solo alla prima rivoluzione industriale, dove l’umanità incominciò a trasformarsi da ciò che era stata per secoli, prettamente agricola e contadina, all’essere prettamente industriale. Quello in cui oggi ci stiamo trasformando è tutto da comprendere, non solo per capire verso cosa ci stiamo muovendo, ma per avere gli strumenti per affrontarlo.

L’aspetto che viene maggiormente enfatizzato ed evidenziato ai lavoratori e alla società intera dalle parti datoriali, da Confindustria, dalla Unione europea e BusinessEurope, è di Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica, ma non è solo questo: è anche e pariteticamente una rivoluzione del lavoro e delle sue forme per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Viene descritta in larga parte dal punto di vista tecnologico, dimenticandosi (volutamente) che il secondo pilastro legato alla trasformazione del lavoro è ugualmente fondamentale.

Prima di entrare più a fondo in merito alle caratteristiche di Fabbrica 4.0 e sugli impatti che essa sta avendo e avrà nel mondo del lavoro, in modo particolare in termini di occupazione, è necessario provare a mettere a fuoco il contesto.

Il sistema economico-produttivo (anche finanziario, ma non lo prendiamo in considerazione in questo articolo) europeo si sta delineando come modello di un processo di centralizzazione senza concentrazione1.

Per dirla in parole semplici, si centralizza il business, ossia la parte amministrativa di alto livello, i profitti e la conoscenza (teniamo a mente questa parola, poi capiremo perché), ma le produzioni, le forniture, i processi intermedi, l’indotto, quindi il lavoro, sono parcellizzati, diciamo “liquefatti” in molteplici luoghi (reali e virtuali di produzione e lavoro) lungo le catene del valore globali ed europee e non più concentrati in solo luogo o regione. Queste porzioni produttive parcellizzate e distribuite sulla carta fanno riferimento a più centri, ma la realtà è che questi sotto-processi non sono in grado di reggere ad un elevatissimo livello di concorrenza e finiscono per riferire ad un unico centro, di fatto operando in una mono-committenza.

L’Italia fa parte a pieno di questo modello, in un processo che lega la macro regione del nord (Emilia – Lombardia – Veneto), con la propria industria manifatturiera di piccole medie dimensioni, alle catene del valore che hanno il proprio centro nel cuore della Ue (Germania in particolare).

Le catene del valore legate a questo centro sono i “cavalli” che devono correre per la competizione tra i vari poli economici globali. Il resto del paese è stato relegato a fornitore di servizi, turismo e fornitore di manovalanza precarizzata, flessibilizzata.

Attenzione, però, il Nord non è omogeneo e per stare nelle sopracitate catene del valore la competizione è schiacciante, si scarica sempre più la competizione sul lavoro (precarizzazione e flessibilizzazione), molti attori industriali di piccole dimensioni non riescono e tutto questo sta producendo una forbice tra ricchi e poveri sempre più ampia.

Il sistema economico-paese in parte rientra nel modello europeo appena descritto, mentre il resto è stato e viene “dato in pasto” alle multinazionali extra Ue, che si fondano su modelli economici di valorizzazione differenti da quello europee (vedi la Cina e le vie della seta o gli Stati Uniti di Trump, ecc.), interessati a conquistare fette di mercato, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Ex-Ilva, Alitalia, ecc., tanto per citare alcuni esempi. Un modello industriale non esiste: un processo di deindustrializzazione per la maggior parte del paese e un modello acefalo per le regioni del nord, agganciate alle catene del valore sopracitate, che in qualsiasi momento ti possono sganciare o rimodellare a piacimento. Un processo complessivo che non governiamo come paese e a maggior ragione come lavoratori, che trova il suo fondamento nella nostra adesione all’Unione europea.

In un modello economico Ue di questo tipo, centralizzato ma non concentrato, è evidente che gioca un ruolo fondamentale la tecnologia. Ecco perché è fondamentale Industria 4.0., che consente la “non concentrazione” dell’apparato produttivo, l'automazione in parte o completamente delle produzioni per operare h24, la connessione dei vari punti globali in cui la produzione è “sparpagliata”, la velocizzazione e la distribuzione dei prodotti (logistica), la circolazione dei fattori produttivi e delle informazioni.

Ma al contempo la medesima tecnologia realizza la centralizzazione di ciò che è considerato il delta necessario per potere concorrere a livello globale. Uno dei pochi e possibili fattori rimasti su cui il capitale europeo e occidentale sta puntando per riuscire ad avere ancora profitti, in un contesto di manifattura e produzione reale al palo dal 2008 con la crisi: le informazioni. I dati che racchiudono la conoscenza con cui oggi è possibile valorizzare e concorrere. I dati che racchiudono la descrizione di ognuno di noi, i gusti, gli orientamenti dei lavoratori-consumatori, che poi devono essere riutilizzati nel business.

Quindi, Industry 4.0 si basa e si sviluppa su due pilastri fondamentali. Il primo è quello tecnologico: Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica. Il secondo è Industry 4.0 come trasformazione delle forme del lavoro, una rivoluzione in senso neoliberale dello stesso, che si contestualizza in una rivoluzione neoliberale più ampia di matrice politico-ideologico-sociale.

Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica 2.

Industry 4.0 come rivoluzione tecnologica è caratterizzata da:

Produzione additiva3. L’emblema dell’industria 4.0 è la stampante 3D (tre dimensioni) che ha dato il via alla cosiddetta manifattura additiva, cioè una modalità produttiva che consente la realizzazione di oggetti (componenti, semilavorati, prodotti finiti, ecc.) ottenuti producendo e sommando strati successivi di materiale (appunto con la stampa 3D) e ciò contrasta con quanto accaduto fino ad ora in molti ambiti della produzione tradizionale, in cui si procede per sottrazione dal pieno (tornitura, fresatura, ecc.). Si tratta di un’evoluzione fondamentale nella più ampia tendenza alla digitalizzazione della manifattura che si realizza attraverso il dialogo tra computer e macchine, grazie alla condivisione di informazione (tra macchine, tra persone, tra macchine e persone) resa possibile, tra l’altro, dall’ormai consolidata diffusione di internet.

Si identificano due caratteristiche della produzione additiva centrali per comprenderne le potenzialità di sviluppo:

a) consentire di produrre oggetti disegnati con geometrie complesse non altrimenti realizzabili in un unico pezzo con le tecniche tradizionali, modificandone la struttura costruttiva con un minore impiego di materie prime, maggiori prestazioni, utilizzando materiali diversi da quelli oggi in uso;

b) fare sì che i costi di realizzazione di varianti rispetto ad un modello base siano sostanzialmente molto ridotti, in quanto si cambia il software non più la linea, la macchina, lo stampo, ecc. Si viene così affermando un nuovo modello industriale manifatturiero legato alla personalizzazione del prodotto, cioè alla “personalizzazione di massa” delle produzioni, con un impatto sul lavoro dettato dall’esubero di manodopera, completa assenza dell’uomo in questi processi produttivi (una piccola villetta residenziale nelle sue parti strutturali già può essere costruita con la totale assenza dell’uomo) ed una flessibilizzazione del lavoro rimasto che si dovrà adeguare, nei modi, nei tempi e nei luoghi (le stampanti 3D si possono spostare facilmente, l’applicazione edile ne è un esempio).

Inoltre, in alcuni settori, verrà scaricata buona parte dei costi produttivi delle parti datoriali ai consumatori, perché piazzeranno al consumatore stesso l’onere di stamparsi il prodotto (Barilla, ad esempio, sta pensando stampanti 3D da vendere al consumatore per stamparsi la pasta direttamente a casa, avendo profitto dalla vendita del software che realizza la forma della pasta e del semilavorato per stamparla, ma con un notevole risparmio nei costi di produzione).

“I.O.T., Internet of Things” – Internet delle cose: può essere definito come “rete delle apparecchiature e degli oggetti diversi dal computer connessi alla rete”. Per capire non c’è niente di meglio che citare alcuni esempi: “oltre 50.000 indirizzi IP, nodi intelligenti di una grande rete mettono in connessione ogni oggetto che entra in contatto con la filiera, facendolo dialogare con tutti gli altri: dal robot al componente più piccolo che scomparirà nel prodotto finito, la nuova Mercedes Classe E. A Stoccarda questo modello passerà alla storia come la prima auto “nativa digitale” del marchio. La vettura non è un “concept” ed è in vendita nelle concessionarie, è figlia della digitalizzazione della fabbrica”. […]

“La casa farmaceutica può inviare alla stampante 3D dell’ospedale le istruzioni per produrre il medicinale personalizzato”4.

In prospettiva, ma in un tempo neanche troppo distante, si definiranno filiere produttive e prodotti finiti in grado di autodiagnosticarsi, quindi non solo completa automazione della produzione, ma anche della sua manutenzione*. Vien da sé comprendere come si apra uno scenario potenziale di notevole perdita di posti di lavoro legati alla manutenzione della filiera produttiva stessa e del prodotto finito. Anche in questo caso come per la produzione additiva, si va nella direzione di connettere la linea direttamente con il consumatore finale, nel nuovo tipo di modello industriale legato alla personalizzazione del prodotto, personalizzazione di massa delle produzioni.

Si è qui osservato I.O.T. dal punto di vista delle produzioni, per dir così, ma I.O.T. coinvolge un aspetto fondamentale dal punto di vista della quotidianità stessa delle persone e della società. Le nostre case sono sempre più colme di prodotti “smart” (cose connesse alla rete, rese “intelligenti” dalla connessione, appunto), connessi con le filiere di produzione, la rete, i “social network” e noi stessi. Immediato comprendere quale sia la conseguenza: una completa profilazione delle nostre abitudini, ecc., che sviluppa controllo e soprattutto autocontrollo e un accumulo di dati da mettere a profitto.

Big data e cloud. Fabbrica 4.0 deve far viaggiare, monitorare ed immagazzinare dati. Dati, che devono appunto essere scambiati fra le cose (I.O.T.), fare funzionare le stampanti 3D, ecc. Quindi è già una realtà il “cloud computing” – cloud sta per nuvola, nuvola virtuale, nella quale si immagazzinano dati – un insieme di tecnologie che permettono tipicamente sotto forma di un servizio offerto al cliente, di memorizzare, archiviare elaborare dati, grazie all’utilizzo di risorse hardware e software distribuite e virtualizzate.

Ma soprattutto è già una realtà il Big data. Applicazioni, piattaforme, social network, ecc., realizzano la produzione di una massa enorme di dati, da gestire e rielaborare in informazioni anche in tempo reale, questo è il “Big data”. Fondamentale per un soggetto Industry 4.0, quindi, la gestione e rielaborazione di questa massa enorme di dati considerando che non tutti sono prodotti dal soggetto stesso. Inoltre, la gestione e rielaborazione del “Big data” rappresenta un business in sé, la nuova gallina dalle uova d’oro, chi ci sa “mettere mano” ed è in grado di rendere disponibile queste informazioni, diventa un operatore indispensabile alla nuova era industriale.

Robotica. Quando si parla di robotica a tutti viene in mente la linea produttiva di autovetture, ormai esclusivamente composta da bracci robotici completamente automatizzati. Questa è già una realtà esistente, che Industry 4.0 andrà a sviluppare con sistemi sempre più autonomi, complessi ed interconnessi (I.O.T.). Ma questa, interconnessione a parte, sta ancora nell’automazione o automazione industriale, ed è già presente da numerosi anni nelle nostre fabbriche. Però, Fabbrica 4.0 quando pensa alla robotica, pensa a qualcos’altro. Un ulteriore salto di qualità. Industria 4.0 non parla di “normali sistemi robotici”, la nuova frontiera si chiama robot collaborativo, capace cioè di lavorare fianco a fianco con l’uomo, capace, cioè, di sostituire l’uomo.

Anche in questo caso per capire di cosa stiamo parlando, facciamo un esempio.

“ABB ha presentato da qualche anno, un robot veramente collaborativo: YuMi. YuMi è un robot umanoide, progettato per l’utilizzo per esempio nel montaggio di minuteria, in cui gli esseri umani e i robot eseguono congiuntamente le stesse operazioni. YuMi è l’abbreviazione di ‘you and me,’ cioè una collaborazione “tra me e te”. YuMi è stato sviluppato in primo luogo per far fronte alle esigenze produttive di flessibilità e agilità dell’industria dell’elettronica, ma verrà adottato sempre più in altri settori di mercato. YuMi è anche dotato di vista e tatto” 5 o KIVA robot di Amazon, impiegati nel settore logistico.

La conseguenza dello sviluppo dell’automazione industriale, nonché l’introduzione dei robot collaborativi, producono e produrranno, oltre un evidente esubero di manodopera, per quei pochi lavoratori che rimarranno la velocizzazione del tempo di lavoro, una completa dipendenza dai robot in quanto a metriche e movimenti (i movimenti del lavoratore sono ormai completamente dettati dalle macchine, con conseguenti problemi psico-fisici), saturazione totale del tempo di lavoro (lavoro continuo con l’eliminazione di fattori di riposo e dialogo con eventuale operaio vicino) e ovviamente ed in tendenza una totale sostituzione della macchina al lavoratore. Inoltre, non si sta creando una nuova fascia di lavoro qualificato che “sostituisca” o “subentri” ai lavoratori espulsi, non che la creazione di questa fascia giustifichi l’espulsione degli attuali lavoratori, anche perché il numero non sarà equivalente, ma evidenzia come in realtà non vi sia un piano complessivo relativo all’impatto di Industry 4.0.

Chi lavora con i robot racconta che già attualmente sono in grado di autodiagnosticarsi, solo ogni tanto si deve intervenire a risolvere un problema che proprio da soli non sono grado di risolvere (esempio di applicazione di I.O.T.). I robot si rompono spesso, producono numerosi scarti e c’è un incremento del lavoro mal fatto a danno del prodotto e anche dell’ambiente6.

Tutti gli aspetti esposti fino a questo punto e quelli che andiamo ad affrontare di seguito in merito al cambiamento della forma lavoro, realizzano un nuovo paradigma che da origine alla manifattura digitale\ fabbriche intelligenti, appunto le “smart factory”. (fine prima parte)

Note:

1 Cfr. “Non c’è tempo da perdere: come industria 4.0 cambierà il modo di produrre”, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini 19 luglio 2019.

2 In riferimento ai concetti di produzione additiva, I.O.T., “big data e cloud”, robotica, “smart factory”, Cfr. “Nova Edu”, La fabbrica 4.0, collana de Il sole 24 ore.

3 Cfr. “La manifattura additiva. alcune valutazioni economiche con particolare riferimento all’industria italiana, Scenari industriali anno 2014, Centro Studi Confindustria.

4 “Nova Edu”, La fabbrica 4.0, collana de Il sole 24 ore.

5 “ABB svela il futuro della collaborazione tra uomo e robot: YuMi “, Automazione Integrata – la redazione, 10 settembre 2014.

6 In riferimento all’introduzione dei robot, Cfr. “La società artificiale”, a cura di Renato Curcio. Sensibili alle foglie, 2017.

Fonte

* qui forse si fa un passo troppo oltre la definizione in causa. Per autodiagnosi, infatti, si intende la capacità di un apparato di dire all'operatore cosa si è rotto nei suoi sistemi e come. L'autoriparazione è un passaggio successivo e più complesso. 

12/01/2017

Automazione e disoccupazione tecnologica. Dalla Thatcher alle stampanti 3D /2

DALLA RIVOLUZIONE DI THATCHER E REGAN ALLA STAMPA 3D: LE TRASFORMAZIONI TECNICHE SONO ANCHE POLITICHE

Roberto Centazzo

Proponiamo un adattamento dell’intervento di Roberto Centazzo all’iniziativa organizzata da Noi Restiamo al Politecnico di Torino il 26 gennaio 2016. L’intervento non è stato rivisto dal relatore ed eventuali errori sono quindi da considerarsi a carico nostro. Il titolo è redazionale.

Tutti i grandi cambiamenti tecnologici hanno comportato una profonda riorganizzazione dei sistemi produttivi e conseguentemente dei sistemi sociali. Quello che noi oggi ci troviamo di fronte è un elemento di grande novità; fino ad alcuni anni addietro noi avevamo una visione del mondo che, per quanto potesse essere per certi versi poco gradevole, prevedeva la possibilità di alternative possibili fra diversi sistemi produttivi.

Quello che a mio avviso si prospetta dopo la caduta del muro di Berlino, l'ingresso della Cina nel Wto, fondamentalmente dopo l'avverarsi del processo di globalizzazione complessiva è, almeno apparentemente, l'esistenza di una sola possibilità.

Tutto quello che si è mosso in questi anni rientra comunque in un modello economico - sociale che prende le sue mosse dalla scuola di Chicago, dalla presidenza Reagan e Thatcher, cioè un'economia di stampo neoliberista. Prima che tutto questo accadesse, almeno apparentemente, l'alternativa poteva essere costituita dai paesi socialisti. Tutti noi sappiamo che nei paesi socialisti non si conduceva una vita brillante, però l'esistenza di una controparte, faceva sì che da questa parte del muro ci fosse un’attenuazione di determinati fenomeni e un certo tipo di attenzione ai processi sociali e politici del sistema di produzione, della ridistribuzione della ricchezza. Perfino governi di destra che succedevano a governi socialdemocratici in paesi come la Germania e la Svezia ponevano attenzione al welfare, protezione sociale e aspetti di ridistribuzione della ricchezza. Dopo la caduta del muro e i fenomeni conseguenti questo meccanismo si è inceppato.

Siamo in una situazione in cui la cultura dominante si presenta attraverso pensieri di sinistra subalterni alla destra, dove prima al più alcuni pensieri di destra erano subalterni alla sinistra: un modello, cioè, dove non si prevedono alternative percorribili. Ci sono alcuni pensatori interessanti, da Naomi Klein a Jeremy Rifkin, che ritengono che una strutturale alternativa sia possibile. Tuttavia in questo momento io credo che siamo all'interno di questo contesto, dove un qualsiasi fenomeno in una parte del mondo scatena una serie di meccanismi domino in parti del mondo che apparentemente non sembrano aver alcun tipo di connessione diretta.

Prima di pensare al fenomeno produttivo, occorre pensare come questo si connetta con gli elementi della società, come la società venga trasformata. Noi abbiamo assistito allo sviluppo della produzione di massa attraverso processi come quelli del fordismo: una situazione in cui esistevano delle regole molto precise all’interno dei luoghi di produzione ma in cui esisteva anche un pensiero, come quello di Henry Ford, secondo cui all'interno dell'azienda la disciplina si manteneva anche attraverso l'uso dei manganelli ma che fuori da esso dovessero tutti essere dei consumatori. Il fatto che egli avesse aumentato la paga degli operai specializzati in maniera inusitata per l’epoca era legato alla sua idea che al di fuori della fabbrica ci dovesse essere una società che cresceva e funzionava, anche se attraverso il consumo.

Quello che noi oggi vediamo sono fenomeni che non vanno neppure in questa direzione. Keynes pensava che in una società fortemente automatizzata le macchine avrebbero provveduto quasi a tutto mentre le persone potevano dedicarsi alla lettura, all'arte, alla spiritualità, alle amicizie, la famiglia e così via. Qualche anno fa è uscito un saggio di due ricercatori del MIT di Boston sull’era delle macchine. Essi hanno previsto che resteranno solo profili lavorativi estremamente bassi (non qualificati) e profili estremamente alti. Tutta la parte intermedia della forza lavoro sarà distrutta, perché gran parte di tutte le cose che sono fatte dalle persone potranno essere automatizzate. Questi ricercatori prevedono che saremo più contenti e avremo molto più tempo di fare le cose che ci piacciono.

Tuttavia il problema è che prima di tutto avremo il problema di mantenere le persone: mantenere noi stessi, le nostre famiglie, garantirci un reddito adeguato per riuscire a vivere in questa era di Bengodi.

Uno dei grossi problemi che ci troviamo di fronte è proprio questo: la spinta verso una forte automatizzazione può portare in determinate condizioni a un abbassamento della forza lavoro, del numero di persone impiegate. Aumentano conseguentemente le persone senza reddito e diritti, nella stragrande maggioranza incapaci autonomamente di investire su se stessi e di godersi il tempo di cui dispongono, costretti in situazioni di forte difficoltà.

Dall'altra parte è pur vero come, nel corso del tempo, sono state sviluppate tecnologie che rendono possibile la realizzazione di determinate cose. Fino a qualche anno fa quello che oggi noi chiamiamo comunemente informatica era gestita solo attraverso grandi sistemi insediati all'interno di complessi asettici gestiti da personale tecnico. Non c’era moltissima gente che lavorasse su queste cose. Io che ho una certa età ricordo che bisognava blandire i tecnici per fargli fare qualche elaborazione di dati, perché loro erano dei sacerdoti, i custodi di un certo tipo di sapere e della macchina che consentiva di elaborare un certo tipo di informazione. Con l'avvento dell'informatica distribuita, con i personal computer, una serie di cose sono incominciate a cambiare. In parte forse sono cambiate in peggio: posti di lavoro che prima erano occupati da persone che facevano cose non automatizzabili ora sono scomparsi. Pensate, per fare un esempio, alla dattilografa.

Qualcuno ai tempi aveva detto che i mainframe sarebbero scomparsi. Io credo che oggi ce ne siano molti di più che allora. Solo che noi non abbiamo più la relazione con i “sacerdoti”, ma questi mainframe sono quelli che gestiscono la rete globale (google, amazon e altre piattaforme).

L'informatica distribuita ha cambiato profondamente, rispetto agli albori, anche il lavoro in ufficio. Solitamente c’era un solo PC per ufficio. Poi questa cosa si è allargata e ha fatto sì che ci fosse anche un’acquisizione di competenze da parte delle persone a livello della loro vita sociale, e oggi ciascuno di voi ha a disposizione almeno uno strumento tecnologico di questo tipo nelle vostre case.

Arriviamo quindi alla stampa 3D. Essa in realtà è vecchia di più di vent’anni. Alcune aziende hanno trovato il modo di produrre oggetti attraverso l’aggiunta di materiale anziché attraverso la sottrazione. Noi infatti quando pensiamo a processi, ad esempio dei processi meccanici, pensiamo a processi in cui si prendono blocchi di materiali e li si scava, li si lima, si fanno una serie di operazioni togliendo continuamente materiale.

La stampa 3D ribalta questo meccanismo, nel senso che dice: io riesco a mettere il materiale che mi serve solo nei punti in cui mi serve e costruisco un oggetto. Questo può voler dire un risparmio di materiale, ma costituisce anche un elemento di profondo cambiamento nel pensiero e nell’approccio alle cose.

Attraverso l'informatica nel tempo siamo diventati degli elaboratori di dati attraverso l'uso di determinati strumenti; allo stesso modo, anche se agli albori, la stampa 3d è in grado di portarci in una direzione di quel genere.

Inizialmente, considerando il fatto che molte delle innovazioni prodotte erano sotto brevetto, la stampa 3d è rimasta sostanzialmente monopolio di alcuni soggetti ed è stata utilizzata principalmente per fare una cosa che si chiama prototipazione. Dopo la scadenza di tali brevetti, con il raggiungimento di determinate competenze, molti soggetti si sono affacciati all’uso, alla progettazione e all’ideazione di strumentazione di questo genere.

Questo ha creato all’oggi due tipi di mercato. Da una parte c’è il diffondersi delle c.d. stampanti 3d “domestiche”, quindi oggetti che costano 1000-1500 euro. Dall’altro c’è l’uso industriale. Una stampante da mille euro infatti non può produrre qualsiasi cosa possa servire: il livello di precisione, il livello di accuratezza, il livello di velocità produttiva, il tipo di materiali che possono essere utilizzati di fatto limitano l’utilizzo di queste macchine, così come i primi pc si potevano usare per fare certe cose ma non altre. Esiste quindi un altro tipo di mercato, quello delle grandi stampanti: oggetti che costano due-trecentomila euro a uso industriale.

Le macchine di questo secondo tipo si stanno diffondendo. Sempre più aziende le usano non solo per i prototipi ma anche per la produzione. Conosco aziende, anche piccole, che si sono convertite: prima facevano fornitura adesso fanno servizio di stampa 3d. Cosa stampano? Di tutto: dai pezzi del carburatore di un auto fino alle protesi dentali. Che materiali stampano? Dalla plastica fino al titanio, passando per tutta un’altra gamma di cose (ovviamente usando differenti tipi di stampanti). Un esempio della flessibilità del processo arriva da Massa Lombarda, dove si utilizza questa tecnologia per la composizione di matrici argillose che compongono muri prefabbricati.

Sul versante domestico siamo invece su un piano piuttosto rozzo. La situazione ricorda quella dei vecchi PC. L'ambito di sviluppo riguarderà, accantonando tutto ciò che concerne i materiali, il software che dovrà rendere più immediato e semplice l'utilizzo permettendone così lo sviluppo.

Il tessuto imprenditoriale è composto per circa il 90% del totale da imprese con meno di venti persone, la maggior parte manifatturiere, molte delle quali aperte da imprenditori che una volta licenziati per appartenenza a sindacati o per riorganizzazione aziendale negli anni 50-60, tramite la cessione di materiali, macchinari si sono potuti riorganizzare in proprio e ricrearsi un'entrata autonomamente.

I costi necessari oggigiorno per aprire un'attività a tal scopo sono ben al di fuori delle possibilità di un cassaintegrato o di un licenziato; ma la strumentazione digitale, anche manifatturiera, facilita in tal senso la possibilità di far nascere aziende spontanee con una produzione accompagnata da maggiore economicità nell'accesso allo costruzione dell'azienda, quindi dell'accesso al lavoro.

Inoltre, l'estrema flessibilità della connessione di rete permette di dialogare, quindi collaborare, con chiunque nel mondo costruendo reti di dialogo. Questo è uno strumento assai prezioso.

Le lacune, le esternalità dell'attuale sistema produttivo possono essere contagiate e affiancati da comportamenti e competenze lavorative diverse che mostrano una via alternativa a questa folle logica di produzione. Il dato di fondo rimane. Non basta modificare i sistemi produttivi ma è necessario entrare nella modifica dei processi sociali e di ridistribuzione.

Si arriverà al punto che all'inizio della catena produttiva si vedranno pagare la prestazione a un costo minore del costo di produzione e una volta che non sarà più possibile per loro reggere un assetto tale saranno costretti a chiudere non potendo più pagare i propri lavoratori.

L'impegno sul versante sociale, quindi lavorativo non è puramente una questione tecnica ma politica con la trasformazione dei modelli sociali come contorno.

Fonte

01/02/2016

Scienza e conflitto, Noi Restiamo apre un nuovo fronte

Al Politecnico di Torino, lo scorso 26 gennaio si è tenuta, con ottima affluenza di studenti, un'iniziativa organizzata dalla campagna Noi Restiamo riguardo alle conseguenze dell'innovazione tecnologica sui paradigmi produttivi. Il progresso tecnologico in campo digitale, infatti, non ha trasformato solo i prodotti finiti e le modalità del loro consumo, ma il processo produttivo stesso, con pesanti ricadute sull'organizzazione produttiva e, quindi, sul mercato del lavoro.

È su questo aspetto in particolare che ci si è interrogati, in quanto, come segnalato da osservatori di ogni orientamento politico, l'automatizzazione sta provocando una costante riduzione di posti di lavoro, in particolare quelli basati su azioni routinarie, tanto manuali, quanto intellettuali. Simile riflessione diventa tanto più pressante in un momento storico segnato da un attacco al mondo del lavoro senza precedenti, che le giovani generazioni pagano in modo particolare, con la diffusione generalizzata di precarietà e disoccupazione anche tra soggetti già inseriti nel mondo del lavoro. Se n'è discusso con Roberto Centazzo, Juan Carlos De Martin e Francesco Piccioni.

Centazzo, esperto di innovazione nelle piccole e medie imprese, ha sottolineato, in particolare, le modalità d'introduzione della stampante 3D nella produzione industriale, e le potenzialità che ne scaturiscono. Dopo aver rilevato l'importanza di comprendere il processo produttivo in relazione al contesto sociale in cui esso d'inserisce, è passato all'esame più puntuale dell'innovazione rappresentata dalle stampanti 3D. Stampanti che potrebbero rappresentare una svolta non solo nell'organizzazione produttiva, ma persino a livello concettuale, in quanto sembrano stravolgere il modo tradizionale di produrre oggetti: per la prima volta, il materiale di lavoro viene trasformato attraverso l'aggiunta, e non la sottrazione, di materia. Questa rivoluzione concettuale porterebbe inevitabilmente, come avvenuto con l'informatica, a una rivoluzione nelle competenze tecniche e nei comportamenti dell'utenza. Utenza che già oggi si distribuisce in due fasce di mercato: quello delle stampanti 3D domestiche (prodotti di consumo), e quello delle stampanti destinate alla produzione industriale. L'analisi di Centazzo si è concentrata sul secondo filone, in cui, ha precisato, l'uso delle stampanti 3D è ancora limitato a pochi produttori e alla produzione su piccola scala: il suo futuro dipenderà dalla capacità d'implementarlo nel processo produttivo in maniera sempre più efficiente. Qualora ciò avvenisse, sono due i cambiamenti principali che quest'innovazione potrebbe schiudere: una maggiore economicità dell'accesso alla produzione industriale, e la necessaria acquisizione di nuove competenze per la sua gestione. Cambia il processo produttivo, cambiano le sue ripercussioni nel contesto sociale: sulla necessità d'una lettura e d'una risposta politica alle rivoluzioni nel campo della produzione – risposta che riguardi, in particolare, la redistribuzione del reddito – si è concluso l'intervento di Centazzo. Non esiste una mano invisibile, neppure per le nuove tecnologie.

Juan Carlos De Martin, docente presso il Dipartimento di Automatica e Ingegneria (DAUIN) del Politecnico che studia, in particolare, il rapporto tra internet e società (di estremo interesse, al riguardo, è la sua attività nell'ambito del centro di ricerca NEXA), ha sottolineato come l'Italia sia ancora molto arretrata riguardo alle competenze digitali, e stia dunque subendo passivamente la rivoluzione produttiva dei nostri tempi. Tre sono i motivi principali dell'arretratezza italiana: il divario infrastrutturale rispetto ai Paesi più avanzati; il divario economico, principale causa delle difficoltà, per larghe fasce di cittadinanza, e in particolare per quelle più deboli, ad accedere agli strumenti digitali; il ritardo culturale, che riguarda le stesse competenze cognitive di base. Da quest'ultimo punto di vista, il professor De Martin ha denunciato l'attacco portato avanti, in Italia, contro scuola e università, sempre più distruttivo, in particolare, a partire dal 2008. Riguardo agli effetti della rivoluzione tecnologica sull'occupazione, De Martin ha poi ricordato come l'assunto per cui la nuova tecnologia distrugge tanti posti di lavoro quanti ne crea, non sia affatto una legge di natura, e sembri, nelle condizioni attuali, a forte rischio di smentita. Ciò, in particolare, per due elementi di discontinuità presentati dalla rivoluzione digitale rispetto alle precedenti: un primo cambiamento, d'ordine “ontologico” è il mutamento nel materiale prodotto: le precedenti rivoluzioni produttive riguardavano la costruzione di oggetti fisici; quella digitale, invece, produce bit. Secondo elemento di novità è lo sviluppo dell'intelligenza artificiale in grado di minacciare, per la prima volta, alcune forme di lavoro umano intellettuale. De Martin stima che i posti di lavoro a rischio siano circa il 10% del totale. Ha auspicato, come direzioni concrete di azione: da un lato, l'elaborazione di ricerche che riguardino l'Italia nel contesto della rivoluzione digitale; e, dall'altro, riflessioni teoriche di carattere più generale, che sappiano inserire tali analisi in un quadro complessivo che comprenda anche la dimensione e le ripercussioni politiche e sociali della tecnologia.

L'intervento si è concluso con la citazione di uno studio di Paolo Sylos Labini ("Valore e distribuzione in un'economia robotizzata", 1985), in cui l'economista affrontava l'ipotesi che l'intero processo produttivo fosse condotto attraverso robot. In tale caso limite, chi sarebbe in grado di acquistare merci? In polemica con Benedetto Croce che riproponeva la classica soluzione liberale (inevitabile miseria per i lavoratori, e loro dipendenza dalla carità delle classi superiori), Sylos Labini propugnava l'intervento statale nella redistribuzione del reddito, come risposta a un'esigenza di razionalità, secondo il criterio: "a ciascuno secondo i suoi bisogni".

Francesco Piccioni, giornalista di Contropiano, ha preso le mosse proprio dall'assunto, già criticato da De Martin, e continuamente riproposto dalla retorica dominante del “non preoccupatevi, si cadrà in piedi” (ossia: “qualche lavoro lo troverete”). Piccioni ha analizzato un'ampia mole di dati, tra cui il rapporto su “Il futuro del lavoro", presentato nei giorni scorsi al World Economic Forum di Davos, che stima in 5,1 milioni il saldo negativo dei posti di lavoro nel quinquennio 2015-2020. Tutto il lavoro seriale, di routine, sia esso materiale o intellettuale, operaio o impiegatizio, è ad alto rischio di scomparsa. In crescita risultano, invece, i posti di lavoro 'creativi' e quelli del mondo degli affari: giornalisti, architetti, ingegneri, operatori finanziari, attori.

La questione chiave, secondo Piccioni, è: quanti sono questi nuovi posti di lavoro? Più degli attuali? La risposta sembra negativa. Ogni rivoluzione industriale sviluppa il capitale fisso e riduce quello variabile (il lavoro umano) e, dato l'attuale contesto politico ed economico di feroce competizione globale, una redistribuzione del reddito che contrasti simile tendenza è assolutamente inverosimile. Il trend non può essere invertito finché la molla del sistema economico rimarrà il profitto, e non la soddisfazione dei bisogni dei lavoratori.

L'aula piena di studenti, le loro domande e un'attiva partecipazione al dibattito hanno segnato questa nostra prima iniziativa al Politecnico di Torino. La necessità d'inserire le competenze acquisite all'università in una comprensione più ampia delle dinamiche sociali che ci circondano, da cui nessun tipo di formazione scientifica e nessuna categoria professionale possono prescindere; la voglia di essere parte attiva in questo mondo “grande e terribile”: due punti che vogliamo portare al Politecnico e in ogni ambito universitario in cui ci troviamo ad agire. La campagna Noi Restiamo apre un nuovo fronte!

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