Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/01/2025

We are not robots – Tecnoluddismo 2/2

di Gioacchino Toni

Se in Tecnoluddismo 1/2 ci si è occupati della prima parte del volume di Gavin Mueller, Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro (Nero, 2021), in cui vengono tratteggiate le ragioni delle conflittualità nei confronti delle tecnologie e dell’automazione introdotte nei processi produttivi espresse dai lavoratori nel corso dell’Ottocento e della prima metà del secolo successivo, in questo scritto si farà riferimento al “luddismo hi-tech” il cui avvio può essere fatto risalire alla comparsa sulla scena del computer.

Come ricorda Mueller, i movimenti studenteschi statunitensi degli anni Sessanta furono i primi a «politicizzare i computer»; se nella quotidianità le schede perforate rappresentavano ai loro occhi burocrazia, censimento e controllo, non mancarono di cogliere il ricorso dell’apparato militare agli elaboratori nella pianificazione delle operazioni nel teatro di guerra vietnamita.

«Il passaggio a strategie basate sulla raccolta di dati quantitativi e sull’analisi automatizzata rappresenta un cambiamento radicale nella cultura militare». A ribadire le analogie tra la logica militare e quella industriale è il fatto che entrambe faranno ricorso a metriche quantitative; non a caso, ricorda lo studioso, a guidare la riqualificazione militare fu chiamato il segretario della Difesa, Robert McNamara, che precedentemente aveva fatto ricorso all’analisi statistica nella ristrutturazione della Ford. «L’automazione della guerra, come l’automazione dell’industria, era uno strumento fondamentale per riaffermare il controllo sui soldati ribelli in Vietnam». Esattamente come avveniva nelle fabbriche, anche in Vietnam erano sempre più frequenti gli atti di insubordinazione e sabotaggio, tanto che si pensò di sostituire le resistenze della fanteria con il ricorso a bombardamenti aerei sempre più automatizzati così come nelle fabbriche si tentava di ovviare alle insorgenze operaie attraverso l’automazione della produzione.

Nel corso degli anni Settanta la posizione degli attivisti nei confronti del computer prende due diversi indirizzi; uno, minoritario, antitecnologico, ed un secondo, decisamente maggioritario, propenso a vedere nel computer uno strumento che avrebbe potuto favorire, soprattutto a partire dalla commercializzazione delle apparecchiature, pratiche di liberazione personale su cui si sarebbe poi sviluppato l’internet-attivismo.

L’automazione dei processi di lavoro, anche d’ufficio, attraverso tecnologie computerizzate, oltre a sottrarre ai lavoratori parte del controllo da essi esercitato sui processi produttivi e a rivelarsi un preciso strumento di sorveglianza – il computer come sofisticato panopticon – comportava una crescente astrazione dell’attività lavorativa, dunque la necessità di fornire ai lavoratori gratificazioni utili ad ottenere forme di dedizione interiorizzate. Per quanto il lavoro panottico e digitalizzato abbia ridefinito l’universo produttivo, non ha eliminato totalmente la conflittualità nei luoghi di lavoro che, seppure in maniera meno plateale ed efficace rispetto a prima, ha trovato modo di esprimersi soprattutto in forme di “resistenza passiva”.

Sebbene «le culture hacker siano state ricondotte a ogni sorta di schieramento politico: dal liberale al libertario, dal radicale al reazionario» – se, ad esempio, Bruce Schneier1 mette in evidenza come l’hacker sia spesso un operatore al servizio dei potenti, autori come Davide Fant e Carlo Milani2 mettono in risalto come non manchino esempi, soprattutto in forma collettiva, tendenti piuttosto a sottrarsi al potere – non di meno, secondo Mueller, in tali culture è individuabile un certo spirito luddista non così distante da quelle che hanno mosso i tessitori ottocenteschi.

Anche se la figura dell’hacker, spesso vista come quella di un virtuoso della tecnologia che agisce attraverso i suoi dispositivi digitali, ha finito per essere «gentrificata e assorbita nella figura dell’eccentrico imprenditore (sì, maschio) della Silicon Valley, che dà libero sfogo alla sua maestria tecnologica modificando per sempre la società», dunque un individuo che anziché distruggere le macchine le adotta, in realtà, sostiene Mueller, lungi dal celebrare la tecnologia, l’hacker ne è spesso critico, visto che sfrutta «le proprie abilità per sovvertire le misure societarie di razionalizzazione e controllo del comportamento degli utenti» e ciò fa di lui un luddista.

Tra gli esempi di «organizzazione hacker di resistenza luddista» lo studioso indica il movimento del software libero. «Il software libero è un esempio di tecnologia luddista: un’innovazione il cui obiettivo è la salvaguardia dell’autonomia di chiunque se ne serva contro l’imposizione del controllo sul processo lavorativo da parte dei capitalisti». Insomma, «il movimento del software libero è stato determinante nello stabilire linguaggi di codifica non proprietari come standard nell’industria, facendo sì che lo sviluppo delle competenze, piuttosto che essere controllato esclusivamente dalle grandi corporation, potesse risultare dal coinvolgimento di una comunità aperta». Ciò ha inoltre contribuito a mettere in discussione i diritti di proprietà intellettuale che caratterizzano la cultura digitale. Ecco allora perché i conflitti che hanno attraversato la storia di internet possono, secondo l’autore, essere letti come lotte contro la sussunzione non così diverse da quelle dei tessitori ottocenteschi.

Se negli anni Novanta, epoca in cui il web era popolato da dilettanti e hobbisti, il business si limitava alla fornitura di accesso alla rete, successivamente il capitalismo ha nesso a profitto la propensione partecipativa degli utenti (Web 2.0) trasformando la rete «in una macchina distribuita per la produzione di valore», ponendo le basi per quello che Shoshana Zuboff avrebbe efficacemente indicato come “surveillance capitalism” basato sulla datificazione. Questo capitalismo della sorveglianza nasce in apertura del nuovo millennio, quando alcuni settori del sistema economico iniziano a tradurre l’esperienza umana privata in dati da cui derivare previsioni comportamentali3. Gli algoritmi che regolano i processi decisionali a cui si viene sottoposti sono del tutto oscuri ed inaccessibili, tanto che Frank Pasquale4 parla di black box society, di “società delle scatole nere”, facendo riferimento in particolare all’incidenza dell’automazione sul sistema giuridico, ma ciò è evidentemente estendibile ad altri ambiti.

A tutto ciò, scrive Mueller, gli hacker hanno reagito cercando di contrastare il capitalismo della sorveglianza ad esempio sviluppando tecnologie volte alla protezione della privacy degli utenti. «Dal momento che la sussunzione reale delle attività online si basa sulla sorveglianza e sulla profilazione, questi applicativi per la privacy si qualificano come un’altra forma di tecnologia luddista, che tenta di riportare il web al suo stato di sussunzione formale di attività creativa relativamente autonoma». Al fine di evitare che le pratiche hacker restino nelle mani di un manipolo di virtuosi della tecnologia, non sempre mossi da finalità di condivisione, secondo Mueller sarebbe utile allargare il bacino di utenti di internet in grado di fronteggiare le dinamiche del capitalismo della sorveglianza5.

Se a fronte della diffusione in ambito lavorativo delle tecnologie basate sull’intelligenza delle macchine diversi approcci critici si mostrano inclini a ritenere che, più che arginata, questa andrebbe orientata al miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani, evitando atteggiamenti deterministici, di entusiastica accettazione o d’indifferenza6, altri insistono piuttosto sul fatto che le tecnologie di intelligenza artificiale, più che sostituire i lavoratori, riconfigurano le pratiche di lavoro rendendole spesso più stressanti, tanto che, con indubbia efficacia, Brian Merchant7 parla di shitty automation, «automazione di merda», o ad imporre lavoro aggiuntivo non previsto dai mansionari, definito shadow work «lavoro ombra» da Craig Lambert8, con importanti ricadute anche nel lavoro sanitario9 ed educativo.

In generale gli algoritmi alla base dei sistemi di machine learning della IA generativa necessitano di essere addestrati attraverso un’incredibile mole di lavoro sottopagato o letteralmente non pagato – altro caso di shadow work – attraverso processi di datificazione a cui sono quotidianamente sottoposti gli utenti che utilizzano le piattaforme digitali. John Banks e Sal Humphreys, ad esempio, hanno mostrato come il fenomeno partecipativo in rete, attorno al quale anche a sinistra sono state riposte tante aspettative, rappresenti una modalità di espropriazione di lavoro non retribuito sapientemente sfruttata dalle grandi corporation10. L’utopia della conquista del tempo libero permesso dalla piena automazione di cui pontificano i tecno-entusiasti acritici che si dicono di sinistra, sembra condurre in realtà ad erosione salariale ed estensione del tempo di lavoro sotto forma fantasma.

Di fronte alle derive prodotte dai sistemi di IA insinuatisi ormai ovunque, scrive Mueller, a poco servono i mea culpa di importanti imprenditori e designer della Silicon Valley e le nostalgie romantiche per le conversazioni vis-à-vis auspicanti il recupero dei valori umanistici e delle attività affettive andate perdute; secondo lo studioso le strategie di rifiuto perseguite dai lavoratori industriali di un tempo potrebbero «dimostrarsi una tecnica più promettente contro i meccanismi depressivi dei social media».

Alle pratiche di rifiuto si sono aggiunte altre forme di resistenza decisamente più conflittuali: a San Francisco le guardie di sicurezza robotiche utilizzate per scacciare i senzatetto, così come in Arizona i veicoli pilotati dall’IA,  sono stati più volte aggrediti; negli ospedali i lavoratori hanno ripetutamente sabotato i robot che stavano sostituendo il personale addetto alle consegne; negli hub di Amazon i lavoratori hanno in molti casi sfogano il loro malcontento sugli aiutanti robotici e lo slogan «Siamo umani, non robot» ha accompagnato le battaglie per ottenere condizioni lavorative «più umane e meno automatizzate».

Insomma, persino «nei centri logistici di Amazon, dove capitalismo industriale e capitalismo della sorveglianza si integrano perfettamente» in efficacissimi sistemi di dominio, i lavoratori non mancano di sperimentare strategie per reagire e sovvertire il regime di sorveglianza assoluta e di controllo fisico sebbene, al momento, risulti difficile individuare in che modo si possa riguadagnare autonomia in ambito lavorativo e nella vita di tutti i giorni.  È interessante notare come il recente sciopero dei portuali statunitensi, oltre portare ad importanti aumenti salariali, faccia emergere il conflitto dei lavoratori organizzati contro l’incedere dell’intelligenza artificiale e della robotica11. In Italia si segnalano le considerazioni di Luca Toscano relative al distretto pratese che testimoniano come i processi di automazione tecnologica coesistano con le più brutali forme di sfruttamento12.

Mueller si dice convinto che «la sinistra radicale possa e debba proporre una politica decelerazionista: una politica che miri a rallentare il cambiamento, minare il progresso tecnologico e arginare la cupidigia del capitale, sviluppando e coltivando allo stesso tempo nuove forme di organizzazione e militanza. […] Lasciare che la tecnologia segua il suo corso non porterà a risultati egualitari, ma autoritari». Attenzione però, avverte lo studioso, la politica decelerazionista non ha nulla a che fare con le politiche slow tanto care agli strati agiati della popolazione che se le possono permettere; non si tratta nemmeno di dare un volto umano al capitalismo, l’ipotesi decelerazionista «non si basa su un accordo con la natura, umana o meno, ma nel riconoscere le sfide che le strategie organizzative della classe lavoratrice devono affrontare. […] Il decelerazionismo non è una ritirata verso uno stile di vita più lento, ma la manifestazione di un antagonismo nei confronti del progresso voluto dalle élite, del tutto indifferenti ai nostri interessi. È il freno d’emergenza di Walter Benjamin. È una chiave inglese negli ingranaggi».

In conclusione, l’opzione luddista, scrive Meuller, non è finalizzata ad una semplice opposizione alle nuove tecnologie, ma si configura come

un insieme di politiche concrete con un contenuto positivo. Il luddismo, ispirato com’è dalle lotte che i lavoratori combattono su luogo di lavoro enfatizza l’autonomia: la libertà di stabilire i criteri migliori per la propria attività, cosi come la possibilità di definire i propri standard, e la garanzia di continuità e di miglioramento delle condizioni lavorative. Nello specifico, per i luddisti le nuove macchine erano una minaccia immediata – il luddismo dunque implica una prospettiva critica sulla tecnologia, che presta particolare attenzione alla relazione fra tecnologia, processo lavorativo e condizioni di lavoro. In altre parole, non ritiene che la tecnologia sia neutrale, ma che sia piuttosto un terreno di scontro. Il luddismo rifiuta la produzione per la produzione: è critico nei confronti dell’“efficienza” considerata come obiettivo finale, poiché sa che ci sono altri valori in gioco. Il luddismo può essere generalizzato: non e una posizione morale individuale, ma una serie di pratiche che possono proliferare e consolidarsi attraverso l’azione collettiva. Infine, il luddismo è antagonista: si oppone ai rapporti sociali capitalistici esistenti, a cui si può porre fine solo attraverso la lotta, non attraverso fattori come le riforme statali, la crescita incrementale della sovrapproduzione, o una migliore economia pianificata.

Note

  1. Bruce Schneier, La mente dell’hacker. Trovare la falla per migliorare il sistema, Luiss Univeristy Press, Roma, 2024. 

  2. Davide Fant, Carlo Milani, Pedagogia hacker, elèuthera, Milano 2024. 

  3. Cfr. Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. 

  4. Frank Pasquale, Secret Algorithms Threaten Rule of Law, “MIT Technology Review”, June 1, 2017. 

  5. Si vedano a tal proposito: Carlo Milani, Tecnologie conviviali, elèuthera, Milano, 2022; Davide Fant, Carlo Milani, Pedagogia hacker, elèuthera, Milano, 2022. 

  6. Si veda, ad esempio, Dunia Astrologo, Andrea Surbone, Piero Terna, Il lavoro e il valore all’epoca dei robot. Intelligenza artificiale e non-occupazione, Meltemi, Milano 2019. 

  7. Brian Merchant, Why Self-Checkout Is and Has Always Been the Worst, “Gizmodo”, March 7, 2019. 

  8. Craig Lambert, Shadow Work: The Unpaid, Unseen Jobs That Fill Your Day, Counterpoint, Berkeley, CA, 2015. 

  9. Cfr. Atul Gawande, Why Doctors Hate Their Computers, “New Yorker”, November 5, 2018. 

  10. Cfr. John Banks, Sal Humphreys, The labour of user co-creators: Emergent social network markets?, in “Convergence: The International Journal of Research into New Media Technologies”, vol. 14, n. 4, 2008, pp. 401-418. 

  11. Si veda la traduzione dell’articolo di Taylor Nicol Rogers e Tabby Kinder pubblicato sul “Financial Time”, 8 gennaio 2025: Portuali americani: aumenti salariali e lotta contro l’automazione, in “Codice Rosso” 11 gennaio 2025. 

  12. Luca Toscano, Aldo dice 8×5. L’innovazione non porta nuovi diritti, in “Zapruder – Storie in movimento”, 2024.

Fonte

01/02/2016

Scienza e conflitto, Noi Restiamo apre un nuovo fronte

Al Politecnico di Torino, lo scorso 26 gennaio si è tenuta, con ottima affluenza di studenti, un'iniziativa organizzata dalla campagna Noi Restiamo riguardo alle conseguenze dell'innovazione tecnologica sui paradigmi produttivi. Il progresso tecnologico in campo digitale, infatti, non ha trasformato solo i prodotti finiti e le modalità del loro consumo, ma il processo produttivo stesso, con pesanti ricadute sull'organizzazione produttiva e, quindi, sul mercato del lavoro.

È su questo aspetto in particolare che ci si è interrogati, in quanto, come segnalato da osservatori di ogni orientamento politico, l'automatizzazione sta provocando una costante riduzione di posti di lavoro, in particolare quelli basati su azioni routinarie, tanto manuali, quanto intellettuali. Simile riflessione diventa tanto più pressante in un momento storico segnato da un attacco al mondo del lavoro senza precedenti, che le giovani generazioni pagano in modo particolare, con la diffusione generalizzata di precarietà e disoccupazione anche tra soggetti già inseriti nel mondo del lavoro. Se n'è discusso con Roberto Centazzo, Juan Carlos De Martin e Francesco Piccioni.

Centazzo, esperto di innovazione nelle piccole e medie imprese, ha sottolineato, in particolare, le modalità d'introduzione della stampante 3D nella produzione industriale, e le potenzialità che ne scaturiscono. Dopo aver rilevato l'importanza di comprendere il processo produttivo in relazione al contesto sociale in cui esso d'inserisce, è passato all'esame più puntuale dell'innovazione rappresentata dalle stampanti 3D. Stampanti che potrebbero rappresentare una svolta non solo nell'organizzazione produttiva, ma persino a livello concettuale, in quanto sembrano stravolgere il modo tradizionale di produrre oggetti: per la prima volta, il materiale di lavoro viene trasformato attraverso l'aggiunta, e non la sottrazione, di materia. Questa rivoluzione concettuale porterebbe inevitabilmente, come avvenuto con l'informatica, a una rivoluzione nelle competenze tecniche e nei comportamenti dell'utenza. Utenza che già oggi si distribuisce in due fasce di mercato: quello delle stampanti 3D domestiche (prodotti di consumo), e quello delle stampanti destinate alla produzione industriale. L'analisi di Centazzo si è concentrata sul secondo filone, in cui, ha precisato, l'uso delle stampanti 3D è ancora limitato a pochi produttori e alla produzione su piccola scala: il suo futuro dipenderà dalla capacità d'implementarlo nel processo produttivo in maniera sempre più efficiente. Qualora ciò avvenisse, sono due i cambiamenti principali che quest'innovazione potrebbe schiudere: una maggiore economicità dell'accesso alla produzione industriale, e la necessaria acquisizione di nuove competenze per la sua gestione. Cambia il processo produttivo, cambiano le sue ripercussioni nel contesto sociale: sulla necessità d'una lettura e d'una risposta politica alle rivoluzioni nel campo della produzione – risposta che riguardi, in particolare, la redistribuzione del reddito – si è concluso l'intervento di Centazzo. Non esiste una mano invisibile, neppure per le nuove tecnologie.

Juan Carlos De Martin, docente presso il Dipartimento di Automatica e Ingegneria (DAUIN) del Politecnico che studia, in particolare, il rapporto tra internet e società (di estremo interesse, al riguardo, è la sua attività nell'ambito del centro di ricerca NEXA), ha sottolineato come l'Italia sia ancora molto arretrata riguardo alle competenze digitali, e stia dunque subendo passivamente la rivoluzione produttiva dei nostri tempi. Tre sono i motivi principali dell'arretratezza italiana: il divario infrastrutturale rispetto ai Paesi più avanzati; il divario economico, principale causa delle difficoltà, per larghe fasce di cittadinanza, e in particolare per quelle più deboli, ad accedere agli strumenti digitali; il ritardo culturale, che riguarda le stesse competenze cognitive di base. Da quest'ultimo punto di vista, il professor De Martin ha denunciato l'attacco portato avanti, in Italia, contro scuola e università, sempre più distruttivo, in particolare, a partire dal 2008. Riguardo agli effetti della rivoluzione tecnologica sull'occupazione, De Martin ha poi ricordato come l'assunto per cui la nuova tecnologia distrugge tanti posti di lavoro quanti ne crea, non sia affatto una legge di natura, e sembri, nelle condizioni attuali, a forte rischio di smentita. Ciò, in particolare, per due elementi di discontinuità presentati dalla rivoluzione digitale rispetto alle precedenti: un primo cambiamento, d'ordine “ontologico” è il mutamento nel materiale prodotto: le precedenti rivoluzioni produttive riguardavano la costruzione di oggetti fisici; quella digitale, invece, produce bit. Secondo elemento di novità è lo sviluppo dell'intelligenza artificiale in grado di minacciare, per la prima volta, alcune forme di lavoro umano intellettuale. De Martin stima che i posti di lavoro a rischio siano circa il 10% del totale. Ha auspicato, come direzioni concrete di azione: da un lato, l'elaborazione di ricerche che riguardino l'Italia nel contesto della rivoluzione digitale; e, dall'altro, riflessioni teoriche di carattere più generale, che sappiano inserire tali analisi in un quadro complessivo che comprenda anche la dimensione e le ripercussioni politiche e sociali della tecnologia.

L'intervento si è concluso con la citazione di uno studio di Paolo Sylos Labini ("Valore e distribuzione in un'economia robotizzata", 1985), in cui l'economista affrontava l'ipotesi che l'intero processo produttivo fosse condotto attraverso robot. In tale caso limite, chi sarebbe in grado di acquistare merci? In polemica con Benedetto Croce che riproponeva la classica soluzione liberale (inevitabile miseria per i lavoratori, e loro dipendenza dalla carità delle classi superiori), Sylos Labini propugnava l'intervento statale nella redistribuzione del reddito, come risposta a un'esigenza di razionalità, secondo il criterio: "a ciascuno secondo i suoi bisogni".

Francesco Piccioni, giornalista di Contropiano, ha preso le mosse proprio dall'assunto, già criticato da De Martin, e continuamente riproposto dalla retorica dominante del “non preoccupatevi, si cadrà in piedi” (ossia: “qualche lavoro lo troverete”). Piccioni ha analizzato un'ampia mole di dati, tra cui il rapporto su “Il futuro del lavoro", presentato nei giorni scorsi al World Economic Forum di Davos, che stima in 5,1 milioni il saldo negativo dei posti di lavoro nel quinquennio 2015-2020. Tutto il lavoro seriale, di routine, sia esso materiale o intellettuale, operaio o impiegatizio, è ad alto rischio di scomparsa. In crescita risultano, invece, i posti di lavoro 'creativi' e quelli del mondo degli affari: giornalisti, architetti, ingegneri, operatori finanziari, attori.

La questione chiave, secondo Piccioni, è: quanti sono questi nuovi posti di lavoro? Più degli attuali? La risposta sembra negativa. Ogni rivoluzione industriale sviluppa il capitale fisso e riduce quello variabile (il lavoro umano) e, dato l'attuale contesto politico ed economico di feroce competizione globale, una redistribuzione del reddito che contrasti simile tendenza è assolutamente inverosimile. Il trend non può essere invertito finché la molla del sistema economico rimarrà il profitto, e non la soddisfazione dei bisogni dei lavoratori.

L'aula piena di studenti, le loro domande e un'attiva partecipazione al dibattito hanno segnato questa nostra prima iniziativa al Politecnico di Torino. La necessità d'inserire le competenze acquisite all'università in una comprensione più ampia delle dinamiche sociali che ci circondano, da cui nessun tipo di formazione scientifica e nessuna categoria professionale possono prescindere; la voglia di essere parte attiva in questo mondo “grande e terribile”: due punti che vogliamo portare al Politecnico e in ogni ambito universitario in cui ci troviamo ad agire. La campagna Noi Restiamo apre un nuovo fronte!

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