Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/04/2026

We are not robots – Tessitori di rivolte

di Gioacchino Toni

Ingrid Anastasia Pedrazzini, Tessitori di rivolte, prefazione di Marco Aime, elèuthera, Milano, 2026, pp. 176, € 16,00

«Non cantare più le tue vecchie rime sull’audace Robin Hood, / le sue gesta ammiro poco. / Canterò le imprese del generale Ludd, l’attuale eroe del Nottinghamshire» General Ludd’s Triumph, Ballata dei tessitori del 1812.

Eric Hobsbawm è stato tra i primi, a partire da metà del secolo scorso, a evidenziare come le insorgenze luddiste del primo Ottocento, nel prendere di mira i macchinari della produzione, si scagliassero contro una trasformazione che stava riscrivendo le comunità spezzando i legami sociali e riformulando il senso stesso dell’attività lavorativa. Agli studi pionieristici dello storico britannico si sono poi aggiunti, nei decenni successivi, quelli di autori come Edward P. Thompson, Harry Braverman e Stephen Marglin, volti a rimarcare come nelle pratiche luddiste sia individuabile un’embrionale presa di coscienza circa la non neutralità delle tecnologie, il loro rivelarsi funzionali all’esercizio del controllo sugli individui, dunque al loro sfruttamento da parte capitalista.

Tale filone di studi ha mostrato come fosse fuorviante la narrazione dominante che dipingeva la stagione luddista come un’irrazionale insorgenza tecnofoba aprioristicamente contraria al progresso. Secondo questi studiosi, i lavoratori guardavano con ostilità alla diffusione delle macchine perché queste, oltre a demolire i loro modelli di vita tradizionali e la rete sociale, li spremevano e li espropriavano del loro sapere produttivo. È nel solco di questo approccio critico che si pone il recente volume Tessitori di rivolte (elèuthera, 2026) di Ingrid Anastasia Pedrazzini.

I padroni delle fabbriche e gli ambienti politici loro vicini vedevano nel luddismo una minaccia allo sviluppo capitalista in quanto muoveva da istanze inconciliabili con il suo sistema valoriale. Per stroncare il fenomeno luddista non si fece ricorso soltanto a una violenta repressione militare – a sedare i disordini scoppiati tra Leicester e York nell’estate del 1812 furono impiegati più di dodicimila soldati – e legislativa – con la promulgazione del Frame-Breaking Act del 1812 venne introdotta la pena di morte per i distruttori di macchinari –, ma anche attraverso un’efficace strategia di delegittimazione culturale, che continua a operare ancora ai giorni nostri, tesa a presentare gli insorti come una masnada di ingenui sprovveduti inclini alla violenza gratuita. Insomma, a lorsignori occorreva un processo di decostruzione del luddismo che lo marginalizzasse.

La propaganda utilitarista «si configurò come uno strumento atto a fornire un sistema globale di spiegazione della realtà e basato sulla costruzione di un mito o, meglio, di una teologia, totalizzante quale fu quella capitalista. Attraverso l’imposizione dogmatica di tale metafisica si realizzò una rappresentazione globale intuitiva e suscettibile di una sola, univoca interpretazione, escludendo ogni possibilità di divergenza» (p. 66). Indubbiamente il luddismo rappresentava per il capitalismo inglese dei primi decenni dell’Ottocento «un problema in quanto fondato su un mito alternativo, disorganico e potenzialmente destabilizzante per l’ordine costituito. Per contrastarlo si rese necessario promuovere un nuovo mito, quello della macchina e del progresso scientifico, elevati a simboli assoluti del bene collettivo. Per questa esigenza, dunque, l’atto di distruzione delle macchine finì per essere considerato non più come semplice ribellione, ma come manifestazione di resistenza reazionaria e antiprogressista» (p. 67).

È importante guardare ancora oggi a quella esperienza di lotta «contro l’impoverimento materiale e morale» strutturatasi attorno alla figura di Ned Ludd in quanto, scrive Pedrazzini, «la sua leggenda, adottata come vessillo, ci parla della necessità di resistere non solo al cambiamento imposto dall’alto, ma anche alla narrazione unica del progresso come destino ineluttabile e benefico. Il mito di Ned Ludd non è solo un artificio retorico: è un dispositivo collettivo per dare voce a chi non ne ha, una scusa per costruire alleanze, per irradiare ironia e dissenso là dove l’ordine sociale sembra inscalfibile» (p. 12). La studiosa evidenzia come l’insorgenza luddista tendesse a «trasformare la protesta in rito: travestimenti, maschere, segni di riconoscimento», un vero e proprio «carnevale sovversivo» capace di sovvertire «le gerarchie e confonde il potere, mettendo in scena il disordine come strumento di lotta». In tali pratiche di lotta «si annida una memoria collettiva che sopravvive alla repressione, una cultura della resistenza che si trasmette ben oltre il tempo dell’insurrezione» (p. 12).

Rileggere le insorgenze luddiste guardando alle reali motivazioni che hanno spinto uomini e donne a contrastare le macchine e le tecnologie contribuisce a contrastare una narrazione tossica che, ancora oggi, addita come ingenuo, nostalgico e passatista chi osa mettere in discussione il mito della crescita illimitata, lo stesso mito che sta minando la vita degli esseri umani e dell’intero Pianeta. «Nel cuore di questa riflessione sta la questione ontologica della macchina: nel capitalismo industriale, la tecnica non è più uno strumento neutro nelle mani dell’uomo, ma diventa soggetto storico, agente che trasforma e determina il mondo» (p. 13) in funzione della logica della massimizzazione del profitto.

Non si tratta soltanto di rileggere il passato al fine di contrastare il racconto fuorviante che di esso è stato fatto dal capitalismo, ma di cogliere come quelle stesse contraddizioni siano ancora attuali in un presente, scrive l’autrice del volume, in cui «la digitalizzazione, l’automazione, l’intelligenza artificiale stanno ridefinendo i confini della vita sociale. La domanda resta attuale: siamo noi a governare la tecnologia, o è la tecnologia che plasma silenziosamente le nostre abitudini, i nostri desideri, la nostra stessa idea di futuro?» (pp. 13-14).

Oggi, come ieri, non si tratta di rifiutare la tecnologia per partito preso, ma di muovere una critica radicale nei confronti della convinzione che vuole ogni trasformazione di per sé positiva e ineluttabile. Al luddismo, al sabotaggio e a tutte le modalità a cui hanno fatto ricorso uomini e donne nel tentativo di sottrarsi alla logica dello sviluppo illimitato, si deve guardare non con un sentimento nostalgico, ma per smontare una narrazione fuorviante, ridare dignità al dubbio e valorizzare le alternative possibili. In ogni esitazione davanti a quanto viene presentato come progresso, sostiene l’autrice del volume, «c’è la linfa di chi, martello in mano, ha osato domandare quale sentiero ci attenda oltre il domani. Così il luddismo diventa fiamma discreta, custode di una sapienza inquieta che ci invita, ancora e sempre, a interrogarci su cosa significhi davvero andare avanti, senza mai smettere di attraversare la notte alla luce ostinata del dubbio» (p. 15).

L’autrice tratteggia le origini del luddismo a partire dalla celebre mobilitazione, repressa nel sangue, contro l’abbassamento dei salari organizzata dai tessitori nei dintorni di Nottingham dell’11 marzo del 1811 che avrebbe dato luogo alla distruzione di numerosi telai. Lungi dall’essere dettata da astratto spirito meccanoclasta, l’insorgenza luddista che ha attraversato l’Inghilterra a inizio Ottocento ha preso le mosse dalla percezione di quanto fossero ingannevoli le promesse di splendore del capitalismo e ha operato valorizzando il legame con la comunità di provenienza. È in tale contesto che si è diffusa tra i tessitori inglesi la leggenda del generale Edward “Ned” Ludd ispirata, probabilmente, a un gesto di ribellione di un giovane nei confronti dei telai. «La scelta dei rivoltosi di utilizzare questo eponimo per designare sé stessi è significativa perché indica una scelta di campo, quella di restare aggrappati alle sfere del fiabesco, del fantastico e del mitologico ma rinnovandole; o meglio, innestandole con elementi presi dalla storia del loro presente, dalla contemporaneità che essi stavano vivendo» (p. 24).

Se i mascheramenti a cui si sottoponevano i luddisti nel compiere le loro azioni rispondevano a un’ovvia esigenza di anonimato, non di meno, sottolinea l’autrice, è possibile guardare a questi travisamenti «come codificazione di una postura originale nei confronti della realtà, come pratiche che aprono a una dimensione altra. Quasi come se esse fossero porte di accesso a uno spazio inabituale, in cui l’identità soggettiva riesce a preservarsi comunque anche mentre si collettivizza nella dimensione del gruppo» (p. 36). La tendenza a rappresentare il generale Ludd con abiti da donna nel suo travisamento da battaglia sembrerebbe sovvertire l’immaginario maschile che percepiva il femminile come portatore di disordine, irrazionalità e impulsività. In tal caso i luddisti avrebbero operato una sorta di ribaltamento trasformando in valori quelli che si era soliti vedere come disvalori propri del genere femminile.

Analogamente alla pratica del travisamento, l’agire nel buio della notte, oltre a permettere una maggiore libertà di azione, consentiva ai luddisti di capovolgere la loro condizione diurna di sfruttati liberandoli così «dal loro ruolo abituale per diventare altro-da-sé». Nei rituali del travisamento carnevalesco e dell’azione notturna, insomma, può essere colta la predisposizione dei luddisti a «profanare il loro presente» e «a compiere un atto sacrilego contro l’ordine costituito», entrando «nel dominio dell’illecito, del non-consentito» (p. 36).

L’avversione nei confronti delle autorità non mancava di venire espressa dalle comunità nemmeno in occasione delle impiccagioni dei luddisti e dei loro funerali. I corpi dei loro compagni giustiziati esplicitavano meglio di ogni altra cosa come per i capitalisti, la loro legge e la loro polizia, le macchine valessero più della vita degli esseri umani.

Gli assalti alle fabbriche e la distruzione dei macchinari in Inghilterra raggiunsero l’apice nel biennio 1811-1812, poi le azioni luddiste si fecero più sporadiche sebbene, almeno fino al 1816, si registrino ancora episodi di attacco organizzato alle strutture produttive. Nel corso dell’intero decennio furono frequenti anche i furti di armi e di materiale da cui ricavarle. Di certo l’introduzione del Frame-Breaking Act del 1812, che puniva con la pena di morte la distruzione dei macchinari, concorse a frenare le gesta luddiste portate avanti a livello comunitario lasciando spazio alla disperazione, al radicalismo inglese dell’ala sinistra del liberalismo e alle azioni estemporanee di sparuti gruppi di ribelli ormai allo sbando.

Pedrazzini ricorda come in Inghilterra, come in altri paesi europei, si fossero dati episodi di distruzione degli strumenti di lavoro già sul finire del Seicento come forma di contrattazione collettiva dei salari. Lo studioso Peter Linebaugh ha evidenziato come le lotte dei popoli nativi e le insorgenze degli schiavi nei Caraibi e negli Stati Uniti del Sud ricorressero frequentemente ad azioni di sabotaggio delle attrezzature agricole opponendosi alla mercificazione della terra e del lavoro, dunque come anche queste forme conflittuali siano ricollegabili al luddismo del primo Ottocento. Riguardare alle insorgenze luddiste con spirito critico consente di cogliere come la stessa rivoluzione industriale sia stata possibile grazie allo sfruttamento coloniale e come il capitalismo abbia accettato la fine della schiavitù non certo obbedendo a una presa di coscienza morale, bensì in quanto «funzionale a nuove forme di sfruttamento, più sottili ma non meno pervasive. Il lavoro salariato, imposto come modello universale, mantiene una continuità inquietante con i meccanismi coloniali: alienazione, disciplinamento, controllo del tempo e dello spazio» (p. 14). In questa prospettiva, scrive Pedrazzini, «il sabotaggio come pratica di autotutela si dilata e si espande oltre i confini della storia dell’industrializzazione e si presenta come risposta universalmente accettata e immediata a una condizione di dominio» (p. 76).

Ciò che contraddistingue i luddisti del primo Ottocento non è la distruzione di strumenti da lavoro, ma il fatto che tale pratica viene a darsi nel contesto storico del macchinismo che tende a sostituire «l’artigiano vivente» con la macchina, un lavoratore «più rapido e inanimato», in ossequio alla ferrea volontà di «adattare i mezzi allo scopo» (p. 77).

In altre parole, i luddisti furono tra i primi a opporsi alla macchina proprio nel momento in cui questa iniziò ad assumere un ruolo diverso da quello di semplice oggetto e a diventare, per usare un’espressione di Carlyle, campana di vetro che circonda e imprigiona. Ovvero, quando cominciò a configurarsi all’orizzonte la Macchina, con la lettera maiuscola, intesa come sistema, teorico e pratico, generatosi dai valori capitalisti e composto da premesse, implicazioni ed effetti collaterali talvolta imprevedibili (p. 78).

Per certi versi, sostiene Pedrazzini, l’entrata in vigore del Frame-Breaking Act sottolinea il passaggio da una concezione del sabotaggio degli strumenti di lavoro come pratica di contrattazione salariale ad una in cui «il distruttore di macchine era diventato un oppositore politico proprio in quanto distruttore di macchine» (p. 79).

In altri termini, nel momento in cui le esigenze del capitalismo trasformarono radicalmente le dinamiche produttive e, di conseguenza, quelle sociali, si realizzò un profondo rovesciamento nel rapporto tra essere umano e macchinario: ciò che era stato uno strumento passivo finì per elevarsi a soggetto storico, mentre la persona, in misura inversa, subì un graduale processo di oggettivazione. Più il mezzo tecnico assumeva centralità e iniziativa, più l’umano veniva ridotto a cosa, a semplice funzione tra altre funzioni. [...] Da questa prospettiva, il lavoratore, ormai privato delle sue competenze fondamentali, si ritrova costretto ad accettare il suo declassamento ontologico (pp. 84-85).

We are not robots – serie completa

Fonte

24/01/2025

We are not robots – Tecnoluddismo 2/2

di Gioacchino Toni

Se in Tecnoluddismo 1/2 ci si è occupati della prima parte del volume di Gavin Mueller, Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro (Nero, 2021), in cui vengono tratteggiate le ragioni delle conflittualità nei confronti delle tecnologie e dell’automazione introdotte nei processi produttivi espresse dai lavoratori nel corso dell’Ottocento e della prima metà del secolo successivo, in questo scritto si farà riferimento al “luddismo hi-tech” il cui avvio può essere fatto risalire alla comparsa sulla scena del computer.

Come ricorda Mueller, i movimenti studenteschi statunitensi degli anni Sessanta furono i primi a «politicizzare i computer»; se nella quotidianità le schede perforate rappresentavano ai loro occhi burocrazia, censimento e controllo, non mancarono di cogliere il ricorso dell’apparato militare agli elaboratori nella pianificazione delle operazioni nel teatro di guerra vietnamita.

«Il passaggio a strategie basate sulla raccolta di dati quantitativi e sull’analisi automatizzata rappresenta un cambiamento radicale nella cultura militare». A ribadire le analogie tra la logica militare e quella industriale è il fatto che entrambe faranno ricorso a metriche quantitative; non a caso, ricorda lo studioso, a guidare la riqualificazione militare fu chiamato il segretario della Difesa, Robert McNamara, che precedentemente aveva fatto ricorso all’analisi statistica nella ristrutturazione della Ford. «L’automazione della guerra, come l’automazione dell’industria, era uno strumento fondamentale per riaffermare il controllo sui soldati ribelli in Vietnam». Esattamente come avveniva nelle fabbriche, anche in Vietnam erano sempre più frequenti gli atti di insubordinazione e sabotaggio, tanto che si pensò di sostituire le resistenze della fanteria con il ricorso a bombardamenti aerei sempre più automatizzati così come nelle fabbriche si tentava di ovviare alle insorgenze operaie attraverso l’automazione della produzione.

Nel corso degli anni Settanta la posizione degli attivisti nei confronti del computer prende due diversi indirizzi; uno, minoritario, antitecnologico, ed un secondo, decisamente maggioritario, propenso a vedere nel computer uno strumento che avrebbe potuto favorire, soprattutto a partire dalla commercializzazione delle apparecchiature, pratiche di liberazione personale su cui si sarebbe poi sviluppato l’internet-attivismo.

L’automazione dei processi di lavoro, anche d’ufficio, attraverso tecnologie computerizzate, oltre a sottrarre ai lavoratori parte del controllo da essi esercitato sui processi produttivi e a rivelarsi un preciso strumento di sorveglianza – il computer come sofisticato panopticon – comportava una crescente astrazione dell’attività lavorativa, dunque la necessità di fornire ai lavoratori gratificazioni utili ad ottenere forme di dedizione interiorizzate. Per quanto il lavoro panottico e digitalizzato abbia ridefinito l’universo produttivo, non ha eliminato totalmente la conflittualità nei luoghi di lavoro che, seppure in maniera meno plateale ed efficace rispetto a prima, ha trovato modo di esprimersi soprattutto in forme di “resistenza passiva”.

Sebbene «le culture hacker siano state ricondotte a ogni sorta di schieramento politico: dal liberale al libertario, dal radicale al reazionario» – se, ad esempio, Bruce Schneier1 mette in evidenza come l’hacker sia spesso un operatore al servizio dei potenti, autori come Davide Fant e Carlo Milani2 mettono in risalto come non manchino esempi, soprattutto in forma collettiva, tendenti piuttosto a sottrarsi al potere – non di meno, secondo Mueller, in tali culture è individuabile un certo spirito luddista non così distante da quelle che hanno mosso i tessitori ottocenteschi.

Anche se la figura dell’hacker, spesso vista come quella di un virtuoso della tecnologia che agisce attraverso i suoi dispositivi digitali, ha finito per essere «gentrificata e assorbita nella figura dell’eccentrico imprenditore (sì, maschio) della Silicon Valley, che dà libero sfogo alla sua maestria tecnologica modificando per sempre la società», dunque un individuo che anziché distruggere le macchine le adotta, in realtà, sostiene Mueller, lungi dal celebrare la tecnologia, l’hacker ne è spesso critico, visto che sfrutta «le proprie abilità per sovvertire le misure societarie di razionalizzazione e controllo del comportamento degli utenti» e ciò fa di lui un luddista.

Tra gli esempi di «organizzazione hacker di resistenza luddista» lo studioso indica il movimento del software libero. «Il software libero è un esempio di tecnologia luddista: un’innovazione il cui obiettivo è la salvaguardia dell’autonomia di chiunque se ne serva contro l’imposizione del controllo sul processo lavorativo da parte dei capitalisti». Insomma, «il movimento del software libero è stato determinante nello stabilire linguaggi di codifica non proprietari come standard nell’industria, facendo sì che lo sviluppo delle competenze, piuttosto che essere controllato esclusivamente dalle grandi corporation, potesse risultare dal coinvolgimento di una comunità aperta». Ciò ha inoltre contribuito a mettere in discussione i diritti di proprietà intellettuale che caratterizzano la cultura digitale. Ecco allora perché i conflitti che hanno attraversato la storia di internet possono, secondo l’autore, essere letti come lotte contro la sussunzione non così diverse da quelle dei tessitori ottocenteschi.

Se negli anni Novanta, epoca in cui il web era popolato da dilettanti e hobbisti, il business si limitava alla fornitura di accesso alla rete, successivamente il capitalismo ha nesso a profitto la propensione partecipativa degli utenti (Web 2.0) trasformando la rete «in una macchina distribuita per la produzione di valore», ponendo le basi per quello che Shoshana Zuboff avrebbe efficacemente indicato come “surveillance capitalism” basato sulla datificazione. Questo capitalismo della sorveglianza nasce in apertura del nuovo millennio, quando alcuni settori del sistema economico iniziano a tradurre l’esperienza umana privata in dati da cui derivare previsioni comportamentali3. Gli algoritmi che regolano i processi decisionali a cui si viene sottoposti sono del tutto oscuri ed inaccessibili, tanto che Frank Pasquale4 parla di black box society, di “società delle scatole nere”, facendo riferimento in particolare all’incidenza dell’automazione sul sistema giuridico, ma ciò è evidentemente estendibile ad altri ambiti.

A tutto ciò, scrive Mueller, gli hacker hanno reagito cercando di contrastare il capitalismo della sorveglianza ad esempio sviluppando tecnologie volte alla protezione della privacy degli utenti. «Dal momento che la sussunzione reale delle attività online si basa sulla sorveglianza e sulla profilazione, questi applicativi per la privacy si qualificano come un’altra forma di tecnologia luddista, che tenta di riportare il web al suo stato di sussunzione formale di attività creativa relativamente autonoma». Al fine di evitare che le pratiche hacker restino nelle mani di un manipolo di virtuosi della tecnologia, non sempre mossi da finalità di condivisione, secondo Mueller sarebbe utile allargare il bacino di utenti di internet in grado di fronteggiare le dinamiche del capitalismo della sorveglianza5.

Se a fronte della diffusione in ambito lavorativo delle tecnologie basate sull’intelligenza delle macchine diversi approcci critici si mostrano inclini a ritenere che, più che arginata, questa andrebbe orientata al miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani, evitando atteggiamenti deterministici, di entusiastica accettazione o d’indifferenza6, altri insistono piuttosto sul fatto che le tecnologie di intelligenza artificiale, più che sostituire i lavoratori, riconfigurano le pratiche di lavoro rendendole spesso più stressanti, tanto che, con indubbia efficacia, Brian Merchant7 parla di shitty automation, «automazione di merda», o ad imporre lavoro aggiuntivo non previsto dai mansionari, definito shadow work «lavoro ombra» da Craig Lambert8, con importanti ricadute anche nel lavoro sanitario9 ed educativo.

In generale gli algoritmi alla base dei sistemi di machine learning della IA generativa necessitano di essere addestrati attraverso un’incredibile mole di lavoro sottopagato o letteralmente non pagato – altro caso di shadow work – attraverso processi di datificazione a cui sono quotidianamente sottoposti gli utenti che utilizzano le piattaforme digitali. John Banks e Sal Humphreys, ad esempio, hanno mostrato come il fenomeno partecipativo in rete, attorno al quale anche a sinistra sono state riposte tante aspettative, rappresenti una modalità di espropriazione di lavoro non retribuito sapientemente sfruttata dalle grandi corporation10. L’utopia della conquista del tempo libero permesso dalla piena automazione di cui pontificano i tecno-entusiasti acritici che si dicono di sinistra, sembra condurre in realtà ad erosione salariale ed estensione del tempo di lavoro sotto forma fantasma.

Di fronte alle derive prodotte dai sistemi di IA insinuatisi ormai ovunque, scrive Mueller, a poco servono i mea culpa di importanti imprenditori e designer della Silicon Valley e le nostalgie romantiche per le conversazioni vis-à-vis auspicanti il recupero dei valori umanistici e delle attività affettive andate perdute; secondo lo studioso le strategie di rifiuto perseguite dai lavoratori industriali di un tempo potrebbero «dimostrarsi una tecnica più promettente contro i meccanismi depressivi dei social media».

Alle pratiche di rifiuto si sono aggiunte altre forme di resistenza decisamente più conflittuali: a San Francisco le guardie di sicurezza robotiche utilizzate per scacciare i senzatetto, così come in Arizona i veicoli pilotati dall’IA,  sono stati più volte aggrediti; negli ospedali i lavoratori hanno ripetutamente sabotato i robot che stavano sostituendo il personale addetto alle consegne; negli hub di Amazon i lavoratori hanno in molti casi sfogano il loro malcontento sugli aiutanti robotici e lo slogan «Siamo umani, non robot» ha accompagnato le battaglie per ottenere condizioni lavorative «più umane e meno automatizzate».

Insomma, persino «nei centri logistici di Amazon, dove capitalismo industriale e capitalismo della sorveglianza si integrano perfettamente» in efficacissimi sistemi di dominio, i lavoratori non mancano di sperimentare strategie per reagire e sovvertire il regime di sorveglianza assoluta e di controllo fisico sebbene, al momento, risulti difficile individuare in che modo si possa riguadagnare autonomia in ambito lavorativo e nella vita di tutti i giorni.  È interessante notare come il recente sciopero dei portuali statunitensi, oltre portare ad importanti aumenti salariali, faccia emergere il conflitto dei lavoratori organizzati contro l’incedere dell’intelligenza artificiale e della robotica11. In Italia si segnalano le considerazioni di Luca Toscano relative al distretto pratese che testimoniano come i processi di automazione tecnologica coesistano con le più brutali forme di sfruttamento12.

Mueller si dice convinto che «la sinistra radicale possa e debba proporre una politica decelerazionista: una politica che miri a rallentare il cambiamento, minare il progresso tecnologico e arginare la cupidigia del capitale, sviluppando e coltivando allo stesso tempo nuove forme di organizzazione e militanza. […] Lasciare che la tecnologia segua il suo corso non porterà a risultati egualitari, ma autoritari». Attenzione però, avverte lo studioso, la politica decelerazionista non ha nulla a che fare con le politiche slow tanto care agli strati agiati della popolazione che se le possono permettere; non si tratta nemmeno di dare un volto umano al capitalismo, l’ipotesi decelerazionista «non si basa su un accordo con la natura, umana o meno, ma nel riconoscere le sfide che le strategie organizzative della classe lavoratrice devono affrontare. […] Il decelerazionismo non è una ritirata verso uno stile di vita più lento, ma la manifestazione di un antagonismo nei confronti del progresso voluto dalle élite, del tutto indifferenti ai nostri interessi. È il freno d’emergenza di Walter Benjamin. È una chiave inglese negli ingranaggi».

In conclusione, l’opzione luddista, scrive Meuller, non è finalizzata ad una semplice opposizione alle nuove tecnologie, ma si configura come

un insieme di politiche concrete con un contenuto positivo. Il luddismo, ispirato com’è dalle lotte che i lavoratori combattono su luogo di lavoro enfatizza l’autonomia: la libertà di stabilire i criteri migliori per la propria attività, cosi come la possibilità di definire i propri standard, e la garanzia di continuità e di miglioramento delle condizioni lavorative. Nello specifico, per i luddisti le nuove macchine erano una minaccia immediata – il luddismo dunque implica una prospettiva critica sulla tecnologia, che presta particolare attenzione alla relazione fra tecnologia, processo lavorativo e condizioni di lavoro. In altre parole, non ritiene che la tecnologia sia neutrale, ma che sia piuttosto un terreno di scontro. Il luddismo rifiuta la produzione per la produzione: è critico nei confronti dell’“efficienza” considerata come obiettivo finale, poiché sa che ci sono altri valori in gioco. Il luddismo può essere generalizzato: non e una posizione morale individuale, ma una serie di pratiche che possono proliferare e consolidarsi attraverso l’azione collettiva. Infine, il luddismo è antagonista: si oppone ai rapporti sociali capitalistici esistenti, a cui si può porre fine solo attraverso la lotta, non attraverso fattori come le riforme statali, la crescita incrementale della sovrapproduzione, o una migliore economia pianificata.

Note

  1. Bruce Schneier, La mente dell’hacker. Trovare la falla per migliorare il sistema, Luiss Univeristy Press, Roma, 2024. 

  2. Davide Fant, Carlo Milani, Pedagogia hacker, elèuthera, Milano 2024. 

  3. Cfr. Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. 

  4. Frank Pasquale, Secret Algorithms Threaten Rule of Law, “MIT Technology Review”, June 1, 2017. 

  5. Si vedano a tal proposito: Carlo Milani, Tecnologie conviviali, elèuthera, Milano, 2022; Davide Fant, Carlo Milani, Pedagogia hacker, elèuthera, Milano, 2022. 

  6. Si veda, ad esempio, Dunia Astrologo, Andrea Surbone, Piero Terna, Il lavoro e il valore all’epoca dei robot. Intelligenza artificiale e non-occupazione, Meltemi, Milano 2019. 

  7. Brian Merchant, Why Self-Checkout Is and Has Always Been the Worst, “Gizmodo”, March 7, 2019. 

  8. Craig Lambert, Shadow Work: The Unpaid, Unseen Jobs That Fill Your Day, Counterpoint, Berkeley, CA, 2015. 

  9. Cfr. Atul Gawande, Why Doctors Hate Their Computers, “New Yorker”, November 5, 2018. 

  10. Cfr. John Banks, Sal Humphreys, The labour of user co-creators: Emergent social network markets?, in “Convergence: The International Journal of Research into New Media Technologies”, vol. 14, n. 4, 2008, pp. 401-418. 

  11. Si veda la traduzione dell’articolo di Taylor Nicol Rogers e Tabby Kinder pubblicato sul “Financial Time”, 8 gennaio 2025: Portuali americani: aumenti salariali e lotta contro l’automazione, in “Codice Rosso” 11 gennaio 2025. 

  12. Luca Toscano, Aldo dice 8×5. L’innovazione non porta nuovi diritti, in “Zapruder – Storie in movimento”, 2024.

Fonte

20/01/2025

We are not robots – Tecnoluddismo 1/2

di Gioacchino Toni

Gavin Mueller, Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro, traduzione di Valerio Cianci, Nero, Roma, 2021, pp. 170, € 20,00

In Breaking Thing at Work: The Luddites Are Right About Why You Hate Your Job (Verso, 2021), tradotto da Valerio Cianci per le edizioni Nero, l’ottimismo tecnologico, sostiene Mueller, lungi dall’essere prerogativa di cinici miliardari come Jeff Bezos ed Elon Musk, lo si ritrova anche in ambienti di sinistra, ove «i cosiddetti accelerazionisti prevedono un comunismo di lusso pienamente automatizzato sulla scia delle più selvagge fantasie degli imprenditori della Silicon Valley» in continuità con una tradizione marxista poco propensa a criticare la tecnologia anche quando questa viene applicata in ambito lavorativo in maniera alienante.

Convinti della neutralità della tecnologia, molti marxisti hanno guardato quasi esclusivamente a chi disponesse del controllo su di essa (i lavoratori o il capitale), in alcuni casi giungendo persino a guardarla di buon occhio anche quando sottoposta al controllo del capitale in quanto «mezzo in grado di creare le condizioni per una trasformazione radicale proprio sotto al naso del datore di lavoro»; insomma, in vista del fine ultimo socialista, occorrerebbe saper accettare l’avanzamento tecnologico anche quando nel “breve” periodo – e poco importa se coincide con la vita lavorativa di intere generazioni – dovesse comportare conseguenze negative per gli stessi lavoratori (e l’ambiente in cui vivono).

Per quanto marxista, Mueller si pone nei confronti della tecnologia in maniera decisamente diversa rispetto ai tecnoentusiasti marxisti, mettendo in risalto le ricadute negative della massiccia applicazione delle tecnologie in ambito produttivo sui lavoratori, la propensione all’accentramento di ricchezza, dunque di potere, a vantaggio degli sfruttatori e la riduzione dell’autonomia dei lavoratori e della loro capacità di organizzarsi per tutelare i propri interessi. Se si è interessati al destino di queste persone e se si è mossi da principi egualitari, afferma Mueller, occorrerebbe essere «critici nei confronti della tecnologia e quindi prendere in considerazione tutti i frangenti in cui le persone, soprattutto i lavoratori, vi si sono opposte».

L’autore inizia il volume indagando la prospettiva politica propria dei tessitori inglesi ottocenteschi che hanno combattuto la riorganizzazione tecnologica del lavoro imposta dai capitalisti dell’epoca. Per quanto, anche a sinistra, siano stati a lungo dipinti come anacronistici ed irrazionali antimodernisti, i luddisti, scrive Mueller, «credevano che le nuove macchine fossero una minaccia al loro stile di vita, che sarebbero state in grado di distruggere le loro comunità e che, di conseguenza, la distruzione di quelle stesse macchine fosse una valida strategia per opporvi resistenza».

Guardare sotto una diversa prospettiva quelle lotte può contribuire a vedere quanto di buono c’è nel riemergere di pratiche luddiste anche ai nostri giorni. Scopo dichiarato dell’autore è mostrare come «il luddismo sia intellettualmente compatibile con il marxismo», non tanto come esercizio astrattamente filosofico, ma per testare la teoria marxista mettendola a confronto con le effettive pratiche dei lavoratori. Per fare ciò, continua lo studioso, è importante recuperare «gli esempi fondamentali di lotte in cui i lavoratori non si sono focalizzati esclusivamente sui loro nemici di classe (rappresentati da padroni o manager) ma anche sulle macchine utilizzate in quelle lotte».

«Che lo si ammetta o meno, buona parte della critica tecnologica contemporanea deriva da una prospettiva umanistica e romantica, dall’idea che la tecnologia ci abbia allontanato da qualche nostra componente essenziale, e che ci separi da ciò che ci rende umani». Il recupero della dimensione umana alienata dalle tecnologie di cui parlano diversi studiosi spesso si limita a riprendere la critica heideggeriana nei confronti della tecnologia (tecnica) al fine di riconquistare l’Essere “autentico”. Il limite evidente di tali prospettive, sostiene Mueller, è che il problema fondamentale della tecnologia riguarda piuttosto «il suo ruolo nella perpetrazione delle gerarchie e delle ingiustizie imposteci da proprietari d’industria, capi e governi. In poche parole, il problema della tecnologia è il suo ruolo nel capitalismo», il fatto che attraverso questa si sia di fatto ampliato a dismisura il tempo di lavoro, limitando l’autonomia dei lavoratori ed agendo in maniera predittiva nei loro confronti dividendoli.

«In tutta risposta, un’efficace strategia di lotta di classe dovrà necessariamente prendere di mira le macchine con cui si trova costretta a convivere», come è accaduto in diversi momenti storici. L’obiettivo dell’autore, evidentemente, non è quello di invitare a “sfasciare le macchine”, bensì quello di «dimostrare come i lavoratori stessi si siano più volte dimostrati luddisti nel corso delle loro lotte. Questo è vero tanto per gli autoproclamati seguaci di re Ludd all’alba del XIX secolo, quanto per tutti gli altri lavoratori che ne hanno seguito le orme nel corso degli anni. E vale anche per i lavoratori tecnologici più qualificati nell’epoca del computer». Anziché perdere tempo nel giudicare o biasimare tali lotte, scrive l’autore, occorrerebbe articolare una teoria a partire da esse.

Lo storytelling, fatto proprio anche dalla sinistra, che auspicava uno sviluppo tecnologico esponenziale in grado di correggere le storture presenti ha mostrato la sua inconsistenza; basti guardare a come le recenti innovazioni delle reti digitali, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale siano accompagnate da esiti negativi per i lavoratori e per il Pianeta. Nel frattempo si sono manifestati in maniera crescente sentimenti ed episodi luddisti e anticapitalisti: è a partire da questi che, secondo Mueller si deve guardare per costruire un futuro migliore per tutti e tutte.

L’analisi attenta della stagione luddista ottocentesca contraddice la narrazione egemone che etichetta la resistenza alle macchine come tecnofoba, mossa da un’ingenua contrarietà al progresso. In realtà, scrive lo studioso, «le macchine industriali hanno sempre ispirato una particolare avversione non solo perché demolivano i modelli di vita tradizionali, ma anche perché logoravano e sfiancavano coloro che erano destinati a utilizzarle». Lungi dall’essere stata semplice tecnofobia, l’opposizione luddista alla tecnologia «non era contro le macchine in sé, ma contro la società industriale che minacciava il loro stile di vita, e che aveva trovato nelle macchine la propria arma principale».

La distruzione dei macchinari rappresenta soltanto una fra le tante tecniche utilizzate dai luddisti, riservata ai più intransigenti proprietari delle fabbriche, essa fa parte di una più ampia strategia volta ad implementare il potere dei lavoratori. Come ha mostrato lo storico Eric Hobsbawm1, le distruzioni delle macchine dei luddisti erano finalizzate all’ottenimento di un maggior potere contrattuale collettivo e deve essere considerata come espressione di una determinata composizione di classe: è attraverso «la distruzione dei macchinari che i luddisti si sono costituiti come classe, creando cosi legami di solidarietà», le varie forme di rivolta contro le macchine rappresentano dunque pratiche di organizzazione politica.

Nel caso dei luddisti si trattava perlopiù di lavoratori indipendenti la cui opposizione al loro assorbimento nelle fabbriche si coniugava ad altre forme di resistenza che avevano come obiettivo la salvaguardia di elementi specifici del loro stile di vita e delle loro comunità. Ovviamente non potevano organizzarsi allo stesso modo dei lavoratori di massa, e non limitavano le loro lotte al posto di lavoro. Questa classe invece si organizzo attorno a una figura mitologica e collettiva – re Ludd – e creo forme e pratiche di segretezza e di solidarietà comunitaria in modo da alimentare le lotte e al contempo proteggere chi vi prendeva parte. […] Gli attacchi organizzati ai macchinari delle fabbriche e la loro distruzione non erano parte di una strategia isolata – erano invece la trama stessa della resistenza, la fibra che univa i tessitori come classe. Era una pratica di solidarietà.2.

Mueller si sofferma anche sulla resistenza operaia all’introduzione del taylorismo a partire dal celebre  sciopero spontaneo dell’11 agosto del 1911 degli operai dell’arsenale di Watertown in risposta al licenziamento di uno di loro che si era rifiutato di farsi cronometrare dai solerti responsabili della “verifica scientifica” della tempistica produttiva. La mobilitazione comportò la sospensione del taylorismo e la riassunzione dell’operaio. Il cronometro rappresentò la macchina per eccellenza del nuovo sistema di organizzazione del lavoro e con esso delle attività operaie.

Se fino ad allora i lavoratori detenevano il monopolio delle conoscenze necessarie all’organizzazione ed al funzionamento dei meccanismi produttivi, tanto da poter contrarre o dilatare i tempi a piacimento, il nuovo sistema produttivo fondato sull’organizzazione scientifica del lavoro, di fatto, più che a determinare metodi di lavoro ideali, mirava ad esautorare il controllo operaio sulla produzione, dunque a toglier loro potere. «La terminologia moderna della “scienza” e dell’“efficienza” mascherava il desiderio di disciplinare e controllare i lavoratori». L’organizzazione scientifica, scrive lo studioso, più che una «scienza dell’efficienza» si è rivelata «un programma politico per rendere i lavoratori soggetti docili e obbedienti». Non a caso «le priorità produttive» durante la seconda guerra mondiale «erano la costanza e il controllo, non la riduzione delle tempistiche o il risparmio di denaro, benché il controllo della domanda e dei salari durante il periodo bellico riuscissero in ogni caso a mantenere in attivo i fondi delle industrie».

Che negli Stati Uniti l’obiettivo principale nelle fabbriche durante il periodo bellico fosse il controllo ben più che l’efficienza è chiaramente comprensibile se si pensa che nel corso degli anni Quaranta il numero di scioperi, spesso attuati senza preavviso, superò quello della Grande Depressione, tanto che per qualche tempo negli stabilimenti Ford si arrivò in media a scioperare a giorni alterni. Per arginare un tale livello di conflittualità, che rischiava di aumentare con il reinserimento dei militari di ritorno dalla guerra, oltre alla repressione diretta si fece ricorso anche a qualche apparente concessione sotto forma di accordo con le principali organizzazioni sindacali affinché i salari fossero sempre più strettamente legati alla produttività, dunque all’accettazione dei macchinari e dei sistemi di automazione sui luoghi di lavoro nonostante ciò portasse ad una sottrazione del sapere operaio nella gestione dei processi produttivi e con esso del potere contrattuale.

Alla Bethlehem Steel, in Pennsylvania, ove intraprese i suoi primi esperimenti di riorganizzazione del lavoro, Taylor si trovò a fare i conti con una lunga serie di guasti alle macchine provocati dai lavoratori. Dopo la scomparsa di Taylor nel 1915, scrive Mueller, a portare avanti la sua rivoluzione furono paradossalmente i sindacati operai.

Agli inizi del XX secolo, i leader marxisti dei movimenti operai vedevano le tecnologie capitaliste e la gestione scientifica allo stesso modo di Taylor: si trattava di una tecnica obiettiva di incremento della produzione, e quindi di miglioramento della condizione dei lavoratori. Fondandosi su un’interpretazione particolare della teoria marxiana, credevano che il capitalismo, nella sua incessante ricerca di profitto, garantisse l’aumento della produttività grazie a innovazioni tecnologiche competitive e all’elaborazione di metodi lavorativi sempre più efficienti. Queste scoperte non avevano una politica intrinseca: la tecnologia era neutra e sarebbe stato possibile appropriarsene sottraendola al capitale privato e affidandone il controllo allo Stato, che l’avrebbe di conseguenza usata per l’emancipazione operaia dal logorio della vita lavorativa.

Insomma, scrive Mueller, «per la teoria marxista ortodossa, la produzione socialista era già contenuta nei modi di produzione capitalisti, a patto che questi avessero continuato a svilupparsi». La fiducia che i teorici marxisti riponevano nella tecnologia e nella scienza della produzione e più in generale nel progresso, si trovò spesso in contrasto con l’attività pratica dei lavoratori. Mentre il taylorismo si diffondeva nelle fabbriche statunitensi, a differenza delle leadership dei partiti e dei principali sindacati di sinistra, i militanti dell’Industrial Workers of the World (IWW) compresero immediatamente le ricadute nefaste dell’organizzazione scientifica del lavoro sulla classe operaia, tanto da agire di conseguenza con i più diversi atti di sabotaggio.

Dopo aver tratteggiato il dibatto interno alla Seconda internazionale e le scelte prese dall’Unione Sovietica a proposito della tecnologia, del processo lavorativo e delle produttività, Mueller si sofferma sull’azione autonoma dei lavoratori statunitensi ed europei nelle lotte contro l’automazione nell’era postbellica, quando, non badando agli inviti alla cautela e alla pazienza delle maggiori organizzazioni sindacali, i lavoratori abbandonavano le postazioni di lavoro o manomettevano i macchinari. Negli Stati Uniti, tra le fila di questi operai in lotta contro l’automazione, ricorda Mueller, «c’era posto per chi spesso veniva marginalizzato dai movimenti dei lavoratori ufficiali, ossia le donne e gli afroamericani – a cui, per altro, dobbiamo buona parte delle più efficaci analisi critiche sulle nuove tecnologie».

Nel corso degli anni Sessanta, ricorda lo studioso, «nelle loro analisi e nelle loro politiche i maggiori gruppi radicali neri assegnarono un’importanza fondamentale alla critica della tecnologia. Capirono che la ricomposizione della forza lavoro innescata della tecnologia avrebbe segnato il destino delle loro lotte». Non a caso nel 1972 le Black Panther aggiornarono il loro programma inserendo il «controllo delle nuove tecnologie da parte delle comunità». Anche in ambito femminista furono numerose le denunce di come la tecnologia, nella sfera domestica come in fabbrica, rafforzasse la divisione di genere del lavoro3.

Come avvenne per i tessitori, anche i lavoratori portuali americani si resero conto di come l’introduzione massiccia di tecnologia stesse minando il loro controllo sulle attività ed i legami di solidarietà. «L’automazione fu un vero e proprio rovesciamento del sistema portuale: nei porti ormai containerizzati, non solo erano necessari sempre meno scaricatori, ma, per via della drastica riduzione dei tempi di carico e scarico con il conseguente deprezzamento delle spedizioni marittime, divennero necessari sempre meno porti. Molte città, fra cui New York, videro i loro porti e le comunità che li animavano decimarsi nel giro di pochi anni».

Ad avere la meglio nel pensiero di sinistra sarà una visione che, quando non si limita ad accogliere acriticamente l’automazione nei processi produttivi con annesse finalità produttivistiche, giunge persino a farne una vera e propria apologia, tanto da vedere nel mito della “piena automazione” un passaggio obbligato per il superamento dello sfruttamento capitalista, come se i fini ultimi bastassero a redimere una routine di fabbrica fatta di fatica, parcellizzazione, alienazione e corsa contro il tempo.

Ai nostri giorni l’automazione – che agisce sulla forza lavoro «atomizzando e ricombinando i compiti, modificandone le richieste ed eliminando le occupazioni di fascia media» – comporta la sostituzione soprattutto del lavoro fisico ripetitivo e quello proprio delle posizioni manageriali intermedie.

Per esempio, i magazzini di Amazon utilizzano un sistema a gestione software per coordinare i lavoratori umani che selezionano uno specifico bene e i robot che invece si occupano dello spostamento di grandi scaffali. Gli algoritmi sostituiscono le posizioni organizzative intermedie, comportando la polarizzazione della forza lavoro, fatta di dirigenti sempre più ricchi e potenti e lavoratori declassati che non sono sostituibili dalle macchine, ma da altri lavoratori: in sostanza manodopera tranquillamente rimpiazzabile all’occorrenza.

Nel dopoguerra, attorno all’automazione si consumarono accese discussioni in seno alla sinistra. Sebbene i lavoratori si fossero a più riprese rivoltati contro l’introduzione di nuove tecnologie nell’ambito lavorativo, non di rado le organizzazioni sindacali hanno in qualche modo collaborato con i datori di lavoro «per assoggettare l’irrequieta forza lavoro alle macchine. Con l’intensificazione dell’attivismo nel corso degli anni Sessanta, il capitale ha accelerato il processo di cambiamento tecnologico come parte di una ristrutturazione globale radicata nelle varie destabilizzazioni dell’ordine postbellico. Al centro di tali cambiamenti c’era una tecnologia che le controculture accolsero con fascinazione e terrore: il computer».

[continua]

We are not robots – serie completa

Note

  1. Eric Hobsbawm, The Machine Breakers, “Past and Present”, n. 1, 1952. 

  2. A tal proposito si veda Peter Linebaugh, King Ludd and Queen Mab Machine-Breaking, Romanticism, and the Several Commons of 1811-12, PM press, Oakland, CA, 2012. 

  3. Cfr.: Selma James, Mariarosa Dalla Costa, The Power of Women and the Subversion of Community, Falling Wall Press Limited, Bristol, 1975; Ruth Schwartz Cowan, More work for mother: The Ironies of Household Technology from the Open Hearth to the Microwave, Basic Books, New York, 1983.

Fonte

11/01/2025

We are not robots – Cambiamento tecnologico e conflittualità

di Gioacchino Toni

Rage against the machine? Automazione, lavoro, resistenze, “Zapruder” n. 65, sett.-dic. 2024

«Dalla miniera a cielo aperto di Lützerath in Germania alla “Zone à defendre” di Notre Dame des Landes passando per la lotta no tav in Val di Susa, negli anni a noi più vicini la battaglia contro lo strapotere della tecno-industria non ha né la fabbrica come epicentro, né la classe operaia come protagonista. Spesso frutto dell’alleanza tra frazioni illuminate di piccoli proprietari agricoli e settori radicali del movimento ecologista, la “rabbia contro le macchine” non sembra più essere alimentata dal potere dispotico del capitale sul lavoro». Così l’editoriale del numero 65 della rivista “Zapruder” introduce il fascicolo dedicato alle resistenze al cambiamento tecnologico che hanno attraversato la storia a partire dalla Rivoluzione industriale focalizzandosi su alcuni casi di studio al fine di «alimentare una riflessione sull’oggi per provare a riorientare la tecnica verso un fine diametralmente opposto, quello del benessere sociale per tutte e tutti».

Mentre negli ultimi decenni sui territori si danno forme di resistenza e antagonismo come quelle sopra tratteggiate, da qualche tempo un’insistente narrazione a canali e media unificati si è preoccupata di esaltare le magnifiche sorti del progresso permesse dall’intelligenza artificiale generativa bollando come patetici luddisti passatisti antitecnologici per partito preso tutti coloro che osano evidenziare gli aspetti più inquietanti che l’accompagnano: la disumanizzazione decisionale riguardante l’organizzazione del lavoro; il ricorso a pratiche di ludicizzazione digitale al fine di incrementare le performance lavorative e la competizione con i colleghi; la proliferazione degli armamenti autonomi, dunque di modalità, se possibile, ancora più ciniche e spietate di gestione delle guerre; la ricaduta omologante sul mondo dell’informazione, dell’intrattenimento, dell’educazione e della cultura; lo sfruttamento delle risorse naturali e delle popolazioni del Sud del mondo; l’oscurità degli algoritmi che regolano i sistemi decisionali tecnologici; l’esponenziale incremento della sorveglianza che comporta; l’incidenza esercitata sull’immaginario collettivo ecc.

Al di là delle pratiche di azione diretta espresse a livello di comunità contro sistemi tecno-industriali imposti a livello territoriale – emblematico il caso in Arizona in cui i residenti si sono letteralmente scagliati contro i veicoli a guida autonoma pilotati dall’IA danneggiandoli – qualche forma embrionale di conflittualità nei confronti delle tecnologie che governano il mondo del lavoro e con esso la vita dei lavoratori e delle lavoratrici inizia a fare capolino: dalle campagne “We’re humans, not robots!” e “Strike hard, have fun, make history” che hanno riguardato Amazon, in cui i lavoratori hanno rivendicato condizioni di lavoro più umane e meno automatizzate, alle numerose vertenze riguardanti il settore della logistica, dei rider e del trasporto automobilistico privato in cui vengono messi in discussione i ritmi di lavoro imposti dalla gestione algoritmica gamificata1 da cui vengono fatti dipendere gli stipendi ed il mantenimento stesso del posto di lavoro.

Certo, il diffondersi di quello che Shoshana Zuboff 2 ha efficacemente definito “surveillance capitalism”, basato sulla datificazione dell’esperienza umana a scopo predittivo, generante shadow work non pagato, ha allargato a dismisura le modalità con cui viene estorto e sfruttato il lavoro, tanto da rendere sempre più arduo individuare modalità conflittuali efficaci.

Nell’editoriale di “Zapruder” – steso da Lorenzo Avellino, Frédéric Deshusses e Alfredo Mignini – vengono tratteggiate le tappe principali che hanno animato il dibattito critico circa i conflitti e le resistenze al cambiamento tecnologico a partire dalla lettura classica di Marx secondo la quale l’evoluzione tecnologica capitalista avrebbe accelerato la possibilità di controllo operaio della produzione, da cui derivata una condanna nei confronti del luddismo per certi versi astorica non cogliendo le specificità dei movimenti propriamente luddisti che si manifestano a partire dal primo decennio dell’Ottocento.

Dopo che Eric Hobsbawm3, all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, ha messo in luce come la resistenza alle macchine si sia data come resistenza alle macchine nelle mani del capitalista, rompendo con la storiografia classica e marxista, sul finire degli anni Sessanta, Edward P. Thompson 4 ha abbandonato l’idea che dal progresso tecnico deriva la formazione della classe operaia in quanto tale, ritenendo che quest’ultima si costituisca piuttosto nella resistenza all’espropriazione del controllo sulla produzione. Nel medesimo periodo si è sviluppata una tradizione marxista critica tanto del socialismo reale quanto della tecnologia (Raniero Panzieri5, André Gorz6, Ernest Mandel7...). Successivamente, attorno alla metà degli anni Settanta, si devono ad Harry Braverman8 la proposta di leggere il cambiamento tecnologico come strumento nelle mani dei capitalisti per assicurarsi un controllo crescente sui processi lavorativi ed a Stephen Marglin9 l’invito a vedere nella necessità del controllo sulla produzione e sui lavoratori, più che nell’efficienza economica, i motivi dell’affermarsi del sistema di fabbrica.

Sfuggendo «alla dicotomia tra una classe operaia incosciente di sé stessa e interamente subordinata alle macchine e un’esaltazione eroicizzante di ogni atto di resistenza contro i cambiamenti tecnologici», attraverso una serie di contributi, questo numero di “Zapruder” intende «riaprire il confronto sui conflitti e le resistenze al cambiamento tecnologico», evitando «di inquadrare le trasformazioni del capitalismo contemporaneo a partire dalla crisi degli anni settanta o, nel migliore dei casi, dall’inizio del XX secolo», decentrando «lo sguardo verso settori ed esperienze in cui lo scontro tra “lavoro vivo” e tecnologia può sembrare a prima vista assente, rivelandosi invece centrale».

La tradizione marxista critica precedentemente tratteggiata ha saputo «sbarazzarsi di una visione teleologica che farebbe della tecnologia un terreno neutro all’interno del quale possono esprimersi appieno le potenzialità liberatorie della classe operaia. […] In fin dei conti, all’interno di una società capitalistica, le macchine non possono essere altro che concepite e sfruttate secondo un solo obiettivo: quello del profitto». Guardando a quanto accaduto, la conflittualità nei confronti del cambiamento tecnologico non sembrerebbe poter essere ricondotta esclusivamente ad un atto di resistenza nei confronti di un futuro ineluttabile; in essa si ravviserebbe anche un orientamento del cambiamento in una direzione altra rispetto a quella voluta dai possessori e beneficiari delle tecnologie.

In epoca più recente, Gavin Mueller10 ha nuovamente posto l’accento su come le pratiche luddiste abbiano rappresentato una embrionale e importante presa di coscienza circa la non neutralità delle tecnologie, esplicitando come l’automazione e l’utilizzo di macchine nel processo produttivo stabiliscano nuove forme di controllo e sfruttamento del lavoro sempre più pervasive e alienanti. Il luddista, insomma, lungi dall’essersi posto l’obiettivo di fare a meno delle macchine per partito preso, ha avuto piuttosto l'intento di indirizzare lo sviluppo tecnologico verso una società ove i lavoratori conservano la propria autonomia ed il controllo delle proprie vite. È lungo tale prospettiva che, secondo Mueller, si dovrebbe guardare ai momenti più creativi di resistenza, dalle fabbriche ai porti, fino al movimento per il software libero ed alle forme di resistenza agli algoritmi ed ai sistemi di sorveglianza della società contemporanea.

Tornando a “Zapruder”, nel suo contributo, Nikolaos Alexis esamina le rivolte contro la motorizzazione dei trasporti in Grecia all’inizio del Novecento mettendo in risalto come «l’egemonia di un discorso determinista sulla tecnologia» abbia storicamente portato a sottovalutare tali episodi «rafforzando l’idea che si trattasse necessariamente di esperienze eccezionali, limitate e irrazionali», non cogliendo così come attorno ad essi si sia formato un blocco politico e sociale capace di negoziare il progressivo abbandono del trasporto a trazione animale in ambito urbano.

Francesca Sanna indaga il contenzioso esploso nella Francia della prima metà del Novecento tra impresa e lavoratori circa la razionalizzazione e la  meccanizzazione dell’estrazione mineraria evidenziando «come le tecniche di organizzazione assurgano a terreno di scontro e di negoziazione in cui si fronteggiano prospettive contrapposte. Da un lato la tecnica è percepita come elemento portante delle strategie d’impresa […] e, dall’altro, come strumento potenziale della rivendicazione operaia, che […] può agire sul salario come sulle condizioni di lavoro, nonché sulle più generali condizioni di vita».

L’analisi delle lotte per arginare l’impatto delle macchine da parte del nascente movimento operaio francese nel primo Ottocento, che ha dovuto confrontarsi anche con una serrata campagna di persuasione volta ad elogiare i benefici del macchinismo, è invece al centro dello scritto di Maria Grazia Meriggi che mostra come alla propaganda per la formazione professionale, intesa come strumento in grado di contrastare la disoccupazione da parte degli apologeti delle innovazioni, si sia contrapposta un’azione operaia tendente a rivendicare la distribuzione del lavoro esistente.

A partire dagli appunti di un apprendista formaggiaio francese, Fabien Knittel tratteggia le reazioni delle nuove generazioni contadine di fine Ottocento nei confronti della razionalizzazione del lavoro caseario mentre, colloquiando con Frédéric Deshusses, lo studioso dei sistemi di sorveglianza nei contesti urbani e rurali, soprattutto nell’agricoltura, Francisco Klauser, mostra tanto l’impatto di big data e nuove tecnologie della sorveglianza sul lavoro contadino quanto le forme di riappropriazione e mutualizzazione della tecnologia da parte di chi la utilizza. Con lo sguardo rivolto all’universo schiavista cubano di metà Ottocento, Daniel B. Rood indaga invece la piantagione come «sistema “tecno-razziale” in cui le macchine per la raffinazione dello zucchero intervengono ridistribuendo compiti e competenze lungo la linea del colore tra manodopera cinese, sorveglianti creoli e schiavi neri».

Ginevra Sanvitale studia il ruolo della tecnologia nel lavoro riproduttivo riprendendo le riflessioni prodotte dal Movimento per il salario al lavoro domestico degli anni Settanta del secolo scorso11 che approfondiscono «due aspetti del rapporto tra ritmi dell’automazione e resistenze al cambiamento tecnologico»: l’industrializzazione della casa, «cioè l’assimilazione della sfera domestica all’ambiente produttivo del capitalismo industriale» ed «il rapporto tra produzione per il mercato e riproduzione della forza-lavoro nella storia del capitalismo, in altre parole il rapporto tra la funzione economico-sociale dell’uomo-macchina e quella della donna-macchina».

Lorenzo Avellino indaga come nell’ambito della produzione serica piemontese settecentesca il ricorso all’automazione sia stato mosso anche dalla volontà dei datori di lavoro di appropriarsi attraverso le macchine di specifici saperi sino ad allora di pertinenza femminile, mentre Bruno Settis mette in luce come l’utopia padronale di poter fare a meno dell’essere umano anticipi di molto l’avvento del capitalismo industriale.

Lo scritto di Maddalena Fragnito racconta della pratica delle operaie della Lebole di Arezzo di modificare le canzoni del momento per dare voce al malcontento diffuso tra di esse, mentre Simona Casonato e Francesca Olivini raccontano di come, in veste di curatrici del Museo nazionale scienza e tecnologia di Milano, abbiano voluto creare un tipo di esposizione che non si limitasse a celebrare acriticamente l’innovazione ma che sapesse anche riflettere la dimensione conflittuale del cambiamento tecnologico.

Frédéric Deshusses propone una riflessione che mette in relazione la storia della tecnica della scuola delle “Annales”, a partire da quanto scritto da Lucien Febvre nel numero monografico dedicato alla storia della tecnica del 1935, con gli obiettivi iniziali delineati nel primo fascicolo della rivista “Technology and Culture” nel 1959 diretta da Melvin Kranzberg. La dialettica fra presenza e assenza del marxismo che emerge in tale confronto, secondo l’autore, potrebbe rappresentare «una chiave di lettura del modo in cui il campo della storia della tecnica si è strutturato nella seconda metà del Novecento». Restando nell’ambito delle riviste dedicate all’incidenza tecnologica sulla società, Lara Marziali si occupa nel suo scritto di “Low-tech magazine”, rivista online nata nel 2007 con il fine di «diffondere modi e metodi con cui coniugare vecchie e nuove conoscenze e tecnologie, in vista di una società più sostenibile».

“Zapruder” concede spazio anche ad alcuni esempi di rappresentazione creativa del conflitto intorno alla tecnica a partire dalla copertina prodotta dal collettivo Major-Minuit a cui si aggiungono le tavole realizzate da Alessandro Beccari, dedicate alle condizioni di lavoro negli hub contemporanei, e le immagini di Jonas Hauert che intende riprende le riflessioni di Benjamin circa l’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica per affrontare lo produzione artistica e la creatività individuale in un contesto segnato dalla generazione automatica di opere da parte dell’intelligenza artificiale. La portata liberatoria ed al contempo reazionaria della produzione generata automaticamente, in questo caso di tipo musicale, è invece al centro delle riflessioni dello scritto di Diego Parravano.

Niccolò Cuppini si sofferma su alcuni volumi usciti negli ultimi anni: Lorenza Pignatti, Cartografie radicali. Attivismo, esplorazioni artistiche, geofiction (Meltemi, 2023); Federico Curugullo, Frankenstein Urbanism. Eco, Smart and Autonomous Cities, Artificial Intelligence and the End of the City (Routledge, 2021); Matteo Pasquinelli, The eye of the master: a social history of artificial intelligence (Verso Books, 2023). Pignatti, nell’occuparsi della nozione di cartografia alla luce del contesto digitale contemporaneo, mostra quanto le mappe, oltre a riprodurre l’esistente, possano anche ambire a trasformarlo. 

Curugullo spiega come l’automazione urbana, lungi dal toccare soltanto l’immaginario, sia un vero e proprio progetto con una sua storicità e Pasquinelli mostra come gli sviluppi recenti dell’intelligenza artificiale siano da collocare all’interno di una storia più lunga che prende il via con l’automatizzazione delle attività lavorative introdotte dall’era industriale. Nella sezione dedicata ai libri è presente anche uno scritto di Giovanni Pietrangeli a proposito del volume di Simone Pieranni, Tecnocina. Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi (add, 2023).

Note

  1. Sarah Mason, Punteggio massimo, compenso minimo. Ludicizzazione: un gioco che i lavoratori non possono vincere, in Matteo Bittanti, a cura di, Game Over. Critica della ragione videoludica, Mimesis, Milano-Udine, 2020. 

  2. Cfr. Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. 

  3. Eric Hobsbawm, The Machine Breakers, “Past and Present”, n. 1, 1952. 

  4. Edward P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, Mondadori, Milano, 1963. 

  5. Raniero Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, “Quaderni rossi”, n. 1, 1961, pp. 53-72; Raniero Panzieri, Plusvalore e pianificazione. Appunti di lettura del Capitale, “Quaderni rossi”, n. 4, pp. 257-288. 

  6. André Gorz, Stratégie ouvrière et néocapitalisme, Seuil, Paris, 1964. 

  7. Ernest Mandel, Traité d’économie marxiste 4, Union générale d’éditions, Paris, 1969. 

  8. Harry Braverman, Labor and monopoly capital: The degradation of work in the twentieth century, Monthly Review Press, New York City, 1974. 

  9. Stephen Marglin, What Do Bosses Do? The origins and functions of hierarchy in capitalist production, Part I, “The Review of Radical Political Economics”, n. 6, 1974, pp. 60- 112. 

  10. Gavin Mueller, Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro, Nero, Roma, 2021. 

  11. Cfr.: Selma James, Mariarosa Dalla Costa, The Power of Women and the Subversion of Community, Falling Wall Press Limited, Bristol, 1975.

Fonte